Clima, ce la può fare il Pianeta nonostante Donald Trump?

Dopo gli annunci del presidente Usa gli obiettivi dell’intesa di Parigi del 2015 sono seriamente a rischio. Ma l’impresa, dicono gli esperti, è ancora possibile

Era già molto difficile; adesso salvare il mondo diventerà difficilissimo. Ma la speranza che il riscaldamento globale e il disastro climatico possa essere evitato, nonostante il disimpegno degli Usa dall’accordo di Parigi annunciato da Donald Trump, è ancora viva. Non tutto è perduto, specie se i risultati notevolissimi conseguiti in questo anno e mezzo da Cina e India verranno fortificati e moltiplicati da un rinnovato impegno dell’Europa. Il Vecchio Continente, in effetti, dalla COP di Parigi a oggi sta vivendo sugli allori delle politiche impostate in passato. E c’è – a cominciare dall’Italia, che ha fatto poco – abbondante spazio per rilanciare le ambizioni. La valutazione prevalente tra gli scienziati e gli esperti di clima, a pochi giorni di distanza dallo shock planetario provocato dalla dichiarazione di Trump, può essere riassunta così: la finestra è sempre più stretta, e a questo punto l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a fine secolo «al di sotto dei due gradi», come dice l’accordo di Parigi, è ragionevolmente fuori portata. Ma fermarsi a «soli» due gradi, forse, è ancora fattibile.

Come spiega Niklas Höhne, del NewClimate Institute, uno degli animatori dell’autorevole Climate Action Tracker, il punto di partenza era già comunque molto precario. «Dopo la COP di Marrakech – afferma Höhne – avevamo stimato che gli impegni volontari presi a Parigi dai paesi firmatari avrebbero portato a un aumento di 2,8 gradi; limitarsi alle politiche oggi attuate avrebbe portato a 3,6 gradi».

Insomma, comunque si sarebbe dovuto rafforzare gli impegni nazionali, i cosiddetti NDC’s. Senza gli Usa è ancora più difficile, «ma India e Cina stanno facendo molto più del previsto, e possono addirittura compensare l’inazione degli Stati Uniti. L’importante ora – è la conclusione – è che si punti a un rafforzamento dell’ambizione, e l’Unione Europea può essere il primo blocco a muoversi in tal senso».

Su questa linea c’è anche Edo Ronchi, della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che come ministro dell’Ambiente di Prodi siglò il protocollo di Kyoto. «L’uscita degli Usa avrà un’incidenza notevole – afferma – l’anno prossimo l’Ipcc avrebbe dovuto avviare il processo di rafforzamento degli impegni volontari. Evidentemente ci sono ancora spazi per recuperare un obiettivo che non è ancora compromesso, se ci sarà uno slancio determinato da parte degli altri paesi. Ma la “finestra” si restringe. E conseguenze negative per il clima globale ci saranno», conclude Ronchi.

Riccardo Valentini, che per l’Ipcc ha redatto il capitolo sull’Europa, è più pessimista. «Già così limitare l’aumento ai due gradi sarebbe stato molto problematico – spiega – e anche se sia Vladimir Putin che il premier indiano Narendra Modi hanno sostanzialmente ribadito che gli accordi devono andare avanti, è evidente che dopo l’uscita degli Usa tutto si complica. La mia valutazione è che oramai i 2 gradi siano fuori dalla nostra portata». Molto dipenderà certamente da quanto l’annuncio di Trump verrà effettivamente «praticato» dal governo e dal sistema economico nordamericano.

econdo Noelle Selin, associate director per la Tecnologia del Massachusetts Institute of Technology, «non è detto che le decisioni amministrative del Presidente vengano davvero attuate. Potenti forze economiche – dice Selin – stanno spingendo verso una riduzione delle emissioni generate dagli Usa». E come noto, molti Stati – come la California e New York – stanno varando regolamentazioni ambientali particolarmente efficaci.

Controtendenza, infine, si pone Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. «La mia valutazione è che addirittura l’annuncio di Trump potrà portare a un rafforzamento dell’impegno contro il riscaldamento globale su scala mondiale», dice. Il fattore decisivo è la Russia di Putin, che non ha ancora ratificato l’Accordo di Parigi: «la Russia avrebbe potuto cogliere l’occasione per abbandonare l’intesa a ruota di Trump, e non l’ha fatto». Insomma, così come la Gran Bretagna prima del Brexit rappresentava per molti versi un fattore di rallentamento per l’Unione Europea, è possibile che l’uscita degli Usa dal sistema degli accordi climatici si traduca in una «liberazione» delle energie da parte degli altri Stati firmatari. «Già ora si avverte una maggiore vitalità – chiosa Silvestrini – e una più forte volontà da parte di paesi come la Cina, la Germania e la Francia».

Fonte: Tuttogreen La Stampa