Verso un Capodanno senza botti: il cammino dei Paesi Bassi in vista del divieto nazionale per i fuochi d’artificio

I Paesi Bassi si stanno preparando a un cambiamento radicale nelle celebrazioni di Capodanno. A partire dal prossimo anno, è probabile che entri in vigore un divieto nazionale sui fuochi d’artificio che proibirà non solo l’accensione, ma anche la vendita e l’acquisto di “cakes” e “compoundboxen” in tutto il territorio.

Una delle principali preoccupazioni legate a questa decisione è l’afflusso di materiale pirotecnico dai paesi limitrofi, come il Belgio e la Germania, dove la vendita rimane legale. Gli esperti prevedono un aumento del cosiddetto “turismo dei fuochi d’artificio”, con cittadini olandesi che avranno attraversato il confine per rifornirsi nei giorni precedenti il capodanno.
Tuttavia, Jasper van der Kemp, criminologo presso la Vrije Universiteit, suggerisce che questo fenomeno potrebbe essere limitato a una cerchia ristretta di appassionati e a diminuire nel tempo. Secondo Van der Kemp, la maggior parte degli olandesi preferisce evitare complicazioni legate ad acquisti illegali online o recandosi all’estero, considerando anche che il divieto è supportato da due terzi della popolazione olandese.
Comuni all’avanguardia
Mentre il divieto nazionale è ancora in fase di definizione, molte città olandesi hanno già preso l’iniziativa. Quest’anno, venti comuni hanno già imposto un divieto totale di accensione per i consumatori, tra cui grandi centri come: Amsterdam, Rotterdam, Utrecht, Eindhoven e Tilburg. (Alkmaar, Amersfoort, Apeldoorn, Arnhem, Bloemendaal, Haarlem, Heemstede, Heumen, Mook en Middelaar, Nijmegen, Schiedam, Soest, Utrechtse Heuvelrug, Zutphen e Zwolle).

Inoltre, oltre cento comuni hanno istituito delle zone libere dai fuochi d’artificio vicino a ospedali, scuole, riserve naturali e rifugi per animali. Alcune città, come Zwolle, stanno cercando di compensare la mancanza di botti privati organizzando spettacoli pirotecnici professionali e offrendo sussidi ai residenti per organizzare dei festeggiamenti alternativi.

Apeldoorn, un Comune in prima linea come politiche ambientali, avrebbe voluto essere il primo a vietare la vendita di fuochi d’artificio nel 2020-2021, ma, a causa della pandemia di COVID-19, era subentrato in vigore un divieto di accensione in tutta l’Olanda, in quell’anno e in quello successivo.

In rosso Comuni con divieto totale, arancione divieto in alcune zone, verde nessun divieto e grigio N.D.

Croce Rossa e Comuni all’erta
Cresce la preoccupazione per questo capodanno in quanto si prevede che verranno accesi più fuochi d’artificio rispetto agli anni precedenti a causa dell’imminente divieto nazionale del prossimo capodanno 2026/2027. In vista del divieto, infatti i punti vendita di fuochi d’artificio sono stati molto affollati negli ultimi giorni.

Anche la Croce Rossa prevede un aumento dell’accensione di fuochi d’artificio illegali. “Questo aumenta il rischio di lesioni gravi“. I dati del Pubblico Ministero mostrano che quest’anno sono già stati sequestrati più fuochi d’artificio illegali rispetto al 2024.

Per contrastare il contrabbando, le autorità stanno intensificando i controlli mirati nelle regioni di confine, collaborando strettamente con la polizia del Belgio e della Germania. Sulle autostrade verso la Germania il traffico è stato molto intenso proprio a causa degli acquisti di fuochi, così come nei negozi dell’enclave belga di Baarle-Hertog. Lunedì 29 dicembre la polizia ha sequestrato 1.187 chili di fuochi durante i controlli di frontiera a Beek-Ubberge.

Controlli ai confini e aspetti legali
La polizia olandese esprime preoccupazione per il rischio che il Paese diventi una sorta di “isola giuridica” in Europa, dove le leggi interne sono molto più restrittive rispetto a quelle dei vicini. Per questo motivo i vertici della polizia olandese stanno cercando di creare un consenso per un divieto a livello europeo. Oltretutto nessun Comune olandese al confine con la Germania o il Belgio ha istituito un divieto totale e i loro residenti già acquistano solitamente molti fuochi d’artificio all’estero, dove sono spesso più economici e ne sono permessi più tipologie. Ad esempio i knalvuurwerk (fuochi rumorosi), vietati in Olanda dal 2020, vengono acquistati oltre confine, senza parlare della possibilità di procurarsi altri fuochi illegali (come i cobra) tramite Signal o Telegram.
Attualmente, chi acquista fuochi d’artificio all’estero può arrivare ancora trasportare un massimo di 25 chili per auto. Per quantità superiori ai 50 kg il caso viene gestito direttamente dalla Procura della Repubblica.
Non tutto il materiale pirotecnico è però bandito: i fuochi d’artificio di categoria F1 (come stelline, piccoli fontanili e petardi da festa) rimangono legali tutto l’anno, anche nelle zone vietate. Sebbene siano spesso definiti “fuochi d’artificio per bambini”, la vendita è comunque proibita ai minori di 12 anni.


Convergenza bipartisan in Parlamento: tre proposte di legge per introdurre il Deposito Cauzionale in Italia

L’anno si avvia alla fine e la situazione per quanto riguarda il riciclo degli imballaggi in plastica è segnata da una profonda crisi che appare sempre più difficile affrontare senza interventi strutturali: sia a livello europeo che nazionale. Intanto la crisi compromette ulteriormente il raggiungimento degli obiettivi della Direttiva SUP mettendo l’Italia a rischio di infrazione europea.

Articolo precedentemente pubblicato su Polimerica.it

**AGGIORNAMENTO** nella seduta di ieri 19 gennaio 2026, presso la Camera è stato assegnato l’esame, in sede referente, della Pdl recante l’istituzione di un sistema di deposito cauzionale per i contenitori monouso per bevande e delega al Governo per la disciplina della filiera di recupero (AC 2618) a prima firma dell’On. Roggiani (PD), di cui è ora disponibile il testo. Verosimilmente, prossimamente verranno stampate anche le Pdl del Movimento 5 Stelle e di FdI per diventare oggetto di un esame congiunto.

Venendo agli obiettivi di raccolta imposti dalla direttiva SUP e di contenuto riciclato per le bottiglie in PET i dati preliminari che circolano tra gli addetti del settore non sono confortanti: la raccolta dovrebbe posizionarsi intorno al 70% come media (sotto il target del 77% del 2025) e al 16% come contenuto riciclato (invece del 25%).

Nonostante l’entrata in vigore dell’obbligo del 25% di contenuto riciclato nelle bottiglie di PET la situazione sembra essere peggiorata ulteriormente rispetto al 2024. Le aste gestite da Corepla per le bottiglie in PET hanno subito un calo superiore al 50% nei prezzi tra gennaio e ottobre di quest’anno.  

Secondo le stime di Coripet riprese in un recente articolo su Repubblica, il tasso di raccolta del 68% raggiunto nel 2024 – a vedere i dati del primo semestre del 2025 – non mostra segni di miglioramento. Per quanto riguarda il contenuto riciclato, l’Italia è attualmente sotto il 16%, nonostante l’obbligo del 25% stabilito dalla direttiva. Il presidente di Coripet Corrado Dentis, intervistato nell’articolo, ha ribadito che serve una raccolta selettiva, in quanto il modello di raccolta tradizionale (porta a porta e cassonetti stradali) ha esaurito il suo potenziale. Il Direttore Albetti, sempre di Coripet, intervenuto ad un Convegno promosso da Sergio Costa lo scorso anno aveva già affermato che i sistemi di raccolta incentivante tramite eco-compattatori non si stavano rivelando efficaci nell’assicurare il 90% di intercettazione al 31 gennaio del 2028. Dichiarazioni da prendere sul serio, quelle di Coripet poiché basate sulle performance di raccolta di circa 1.800 eco-compattatori installati dal consorzio in tutta Italia.

Un podio europeo nella gestione dei rifiuti con luci ed ombre

Nonostante l’Italia si confermi leader nell’Unione Europea per quanto riguarda l’uso circolare della materia e abbia raggiunto il 76,7% di riciclo degli imballaggi – in forte anticipo sull’obiettivo del 70% previsto per il 2030 –  il settore del riciclo si trova a dover affrontare sfide significative tra crisi settoriali, una forte dipendenza dalle importazioni di materie prime e altri problemi specifici che ne compromettono la sostenibilità economica denunciati anche recentemente dal settore.

La dipendenza dall’importazione di materie prime ha raggiunto il 46,6% nell’ultimo anno e vale più del doppio della media europea (22,4%). Una situazione che si riflette sui costi delle importazioni che sono aumentati del 34% ( dai 424,2 miliardi del 2019, ai 568,7 miliardi del 2024).

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin intervenuto alla presentazione del rapporto “Il Riciclo in Italia 2025” della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ha ricordato che “Il riciclo delle materie prime è un elemento essenziale per ridurre la dipendenza dalle nuove estrazioni e garantire un approvvigionamento sicuro per il nostro sistema industriale”.

Ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime è di importanza vitale per il nostro Paese, ed è qui che bisogna agire urgentemente. Le nostre città, invece di essere le auspicate miniere urbane sono i contesti dove avviene invece la dispersione di materie prime preziose; pensiamo ai Raee ( intercettazione sotto il 30%) e agli imballaggi per per bevande (plastica, vetro e metallo): sono oltre 8 miliardi i contenitori che sfuggono ogni anno al sistema di raccolta attuale.

Per affrontare questa situazione efficacemente andrebbe riconosciuto che non siamo solamente di fronte ad un problema di comportamenti dei cittadini affrontabile con l’educazione, ma che va rivisto il sistema di raccolta dei rifiuti nel suo insieme. Per gli imballaggi per bevande le esperienze europee ci dicono che i sistemi di deposito cauzionale ottengono livelli di intercettazione che arrivano al 98%.

Il caso della Romania, che è arrivata con un sistema cauzionale in due anni all’80% di intercettazione per gli imballaggi per bevande –  da penultima della classe in Europa in quanto a raccolta differenziata – insegna che i cittadini rispondono positivamente ( e velocemente) quando un sistema è ben progettato. Al contrario, l’esempio di un Paese come la Svizzera, rivela che, per raggiungere obiettivi ambiziosi, è il sistema la chiave di volta. Infatti, nonostante i comportamenti virtuosi dei suoi cittadini nella gestione dei rifiuti, senza un DRS la Svizzera non riesce a raggiungere il 90% di raccolta per le bottiglie in PET.

Interessi divergenti non facilitano il raggiungimento di obiettivi comuni

Al tavolo di crisi convocato oggi dal MASE le principali associazioni imprenditoriali del settore non si presentano con una linea comune in quanto, ad esempio Unionplast, ha dichiarato di non condividere una delle proposte portanti di Assorimap al governo. Ovvero di anticipare al 2027 gli obblighi sul contenuto minimo di riciclato, previsti dal Regolamento Imballaggi PPWR.

Tra le proposte condivise dal settore rese note recentemente – come il meccanismo di compensazione finanziaria per rendere il granulato da riciclo competitivo rispetto al vergine adottato dalla Francia –  riesce difficile immaginare un riscontro positivo. Complice la situazione finanziaria lamentata dal governo e, probabilmente, il fatto che il peso della Plastic Tax europea a carico dello Stato ogni anno (che si avvicinerà presto al miliardo) non verrà controbilanciato in tempi brevi (e certi) dagli introiti di una tassa nazionale, spostata al 2027.

Vero è che al momento parrebbe che gli interessi dell’industria del polimero vergine, abbiano ottenuto maggiore attenzione, o siano comunque maggiormente salvaguardati allo stato delle cose, rispetto a quelli del mondo del riciclo. Altrettanto vero è che i Comuni, in mancanza di correttivi efficaci sul breve periodo, si troveranno a dovere subire i disservizi e i costi di questa crisi che dalla plastica potrebbe avere ripercussioni su altri flussi di raccolta.

“I piazzali dei centri di stoccaggio e di selezione sono stracarichi e ai limiti autorizzativi previsti. Se noi riciclatori smettiamo del tutto di processare i lotti, il sistema di selezione si bloccherà nel giro di qualche settimana. A quel punto, non ci sarà più spazio per conferire la plastica raccolta in modo differenziato dai cittadini” ha allertato infatti Walter Regis, direttore di Assorimap.

Obiettivi Eu per le bottiglie a rischio e produttori di bevande deresponsabilizzati dal sistema vigente

In questo scenario, senza un DRS che metta al sicuro la raccolta degli imballaggi per bevande, le conseguenze della crisi della plastica rischia di peggiorare l’intercettazione delle bottiglie in PET, e di mancare gli obiettivi europei. La raccolta delle bottiglie è in gran parte proveniente dalle raccolte domiciliari.

In questo momento i produttori di bevande, tranne poche eccezioni, non stanno sostenendo un DRS verso il governo con la dovuta urgenza, anche perché –  come ha sottolineato Dentis – ” la legge obbliga, ma non sanziona. L’Italia ha scelto di non prevedere controlli né penalità per coloro che non rispettano l’obbligo del 25% di r-Pet. Se a questo aggiungiamo che attualmente il PET da riciclo può costare fino al doppio rispetto ai polimeri vergini importati dall’Asia è evidente che i produttori che rispettano la quota del 25% di r-Pet nelle nuove bottiglie [come gli aderenti a Coripet] risultano penalizzati”.

Diversa è la posizione delle associazioni dei produttori di bevande a livello europeo che promuovono convintamente il sistema cauzionale da qualche anno. Semplicemente perché l’hanno individuato come l’unico strumento che permette con il meccanismo del “first right refusal” di assicurare le bottiglie in PET al riciclo “bottle to bottle” idoneo al contatto alimentare, nel rispetto delle normative europee sui rifiuti e degli obiettivi di decarbonizzazione del settore.

Convergenza politica sul tema del Deposito Cauzionale
Se tutto ancora tace sul fronte dei produttori di bevande questo scenario allarmante ha contribuito a spingere la politica nazionale ad agire: oltre a diverse interrogazioni parlamentari sulla situazione di crisi al titolare del MASE che citavano il DRS, sono state infatti depositate in Parlamento ben tre proposte di legge per l’introduzione in Italia di un Deposito Cauzionale per gli imballaggi monouso di bevande in plastica e metallo.

La prima è stata depositata il 25 settembre scorso dal Partito Democratico con prime firmatarie Silvia Roggiani ed Eleonora Evi, la seconda depositata il 3 dicembre dal Movimento 5 Stelle (Ilaria Fontana e Sergio Costa) e la terza il 12 dicembre da FdI (Massimo Milani e Fabio Rampelli).

Questa misura parrebbe avere incontrato una sensibilità bipartisan tra maggioranza e opposizione che hanno così riconosciuto che i tempi sono maturi per un confronto serio e costruttivo.
Prima di presentare la Pdl, Milani aveva già invitato ad una seria riflessione sulla necessità di implementare un DRS per potere centrare l’obiettivo del 90% al 2029.
L’ultima dichiarazione è avvenuta lo scorso 3 dicembre in occasione dell’incontro organizzato dalla Campagna “A Buon Rendere” tra alcuni Parlamentari e l’attivista e biologo olandese Merijn Tinga, noto con lo pseudonimo di “Plastic Soup Surfer”.

Tinga ha presentato loro la sua prossima spedizione per promuovere un sistema cauzionale anche in Italia che si svolgerà tra aprile e maggio 2026 : circa 700 km in windsurf da Nizza a Roma.

**AGGIORNAMENTO: Papa Leone XIV ha accettato la richiesta di incontrare Merijn Tinga al suo arrivo a Roma nella giornata del 21 maggio.

Insomma se son rose fioriranno, come si suol dire. Speriamo che il processo non incontri troppi intoppi perché i tempi, tra l’approvazione della legge che istituisce il DRS, la nomina dell’amministratore autorizzato ad operare il sistema, e il periodo necessario a creare l’infrastruttura necessaria, richiedono già circa tre anni. Un tempo che già non abbiamo.

Approda a Roma l’iniziativa dell’olandese “Plastic Soup Surfer”per supportare l’introduzione del DRS in Italia

Dall’1 al 4 dicembre Roma ospiterà il lancio italiano della spedizione Nizza–Roma del biologo e attivista olandese Merijn Tinga, noto come “Plastic Soup Surfer”, che attraverserà 700 km di mare in windsurf.

**AGGIORNAMENTO: Papa Leone XIV ha accettato la richiesta di incontrare Merijn Tinga al suo arrivo a Roma nella giornata del 21 maggio che l’attivista aveva consegnato in Vaticano lo scorso 3 dicembre 2025.

Tinga sta preparando la sua prossima traversata in windsurf da Nizza a Roma che avrà luogo tra aprile e maggio 2026, percorrendo in totale circa 700 km, per promuovere ulteriormente l’introduzione in Italia di un Sistema di Deposito Cauzionale (DRS) per bottiglie di plastica e lattine.

L’iniziativa è realizzata in Italia con il supporto della campagna nazionale “A Buon Rendere – molto più di un vuoto” e di Marevivo, che affiancano il team del Plastic Soup Surfer nelle attività di coordinamento.

Nei Paesi Bassi, le iniziative di Tinga hanno avuto un ruolo decisivo nell’adozione del sistema cauzionale, oggi considerato un modello di riferimento a livello europeo. Roma ospiterà quindi il kick-off italiano del progettodal 1 al 4 dicembre, con una serie di appuntamenti pubblici e istituzionali.

Il 2 dicembre, alle ore 10:00, presso la sede nazionale della Fondazione Marevivo sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, si terrà l’evento principale aperto a media, associazioni e realtà del territorio: la presentazione ufficiale del progetto con Merijn Tinga sarà seguita da un momento di networking e da una raccolta in SUP lungo il Tevere di bottiglie e altri rifiuti galleggianti.

Nel pomeriggio è previsto un incontro con ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, dedicato alle potenzialità dei sistemi di deposito nel ridurre l’inquinamento da imballaggi e nel sostenere la transizione ecologica.

Il 3 dicembre, la campagna entrerà nel vivo del dialogo istituzionale con due appuntamenti: al mattino un incontro con il Presidente del Municipio VII di Roma Capitale Francesco Laddaga e con Estella Marino – Assessora con delega alle politiche ambientali – nel pomeriggio un incontro presso il Parlamento con deputati e decisori politici nazionali, per condividere i dati raccolti da Tinga in precedenti spedizioni, e ribadire l’importanza del DRS nel ridurre drasticamente la dispersione degli imballaggi per bevande.

Le bottiglie di plastica raccolte con Marevivo verranno integrate nella tavola da surf ecosostenibile che utilizzerà durante la spedizione, la stessa impiegata nelle sue precedenti rotte da Oslo a Londra (2023), da Londra a Parigi (2024) e da Parigi a Nizza (2025).

Quella di Tinga è un’avventura epica al servizio di un obiettivo concreto: accelerare l’introduzione del Sistema di Deposito Cauzionale anche in Italia, coniugando attività sportiva, citizen science e dialogo con cittadini, scuole, comunità costiere e decisori pubblici e aziendali.

Il sistema di deposito prevede che il consumatore versi una piccola cauzione in aggiunta al prezzo della bevanda, che viene poi restituita alla riconsegna del contenitore vuoto. Una pratica che richiama il tradizionale “vuoto a rendere”, applicata però agli imballaggi monouso. Nei 18 Paesi europei che lo hanno adottatoil DRS si è dimostrato l’unico strumento capace di intercettare fino al 98% dei contenitori immessi al consumo. In Olanda, pochi mesi dopo l’introduzione del sistema, la presenza di bottiglie e lattine nell’ambiente è diminuita di circa l’80%.

Commentando l’iniziativa, Tinga afferma:

L’Italia ha l’occasione di realizzare uno dei miglioramenti ambientali più rapidi ed efficaci. Nei Paesi Bassi lo abbiamo visto con i nostri occhi. Questa spedizione è il mio modo per dire: le evidenze sono chiare, il pubblico è pronto, ora è il momento di agire. Il DRS funziona: pulisce strade, fiumi e coste. E l’Italia ha tutto ciò che serve per introdurlo”.

Silvia Ricci, coordinatrice della campagna A Buon Rendere, sottolinea:

L’iniziativa di Tinga arriva in un momento perfetto, mentre il tema del DRS entra con forza nell’agenda politica. I dati preliminari del 2025 indicano un’intercettazione delle bottiglie per bevande attorno al 70%, lontana dall’obiettivo del 90% previsto dalla Direttiva SUP e dal nuovo Regolamento Imballaggi (PPWR). Lo stesso vale per il contenuto minimo di plastica riciclata nelle bottiglie. Inoltre, il DRS è ora al centro di una proposta di legge presentata dalle deputate Silvia Roggiani ed Eleonora Evi, proprio perché permette di raggiungere rapidamente i target europei, intercettando quella quota di imballaggi che oggi non viene riciclata mettendo l’Italia al sicuro da prossime infrazioni europee.

Raffaella Giugni, Segretario Generale Marevivo, aggiunge:

I numeri parlano chiaro: ogni anno 8 miliardi di bottiglie di plastica e lattine vengono disperse e un terzo sfugge alla raccolta differenziata, finendo in mare e contaminando gli ecosistemi e la salute dell’uomo attraverso la catena alimentare. È un’emergenza reale che non possiamo più ignorare. Il Sistema del Deposito Cauzionale, già adottato in 18 Paesi dell’UE, si è dimostrato una soluzione efficace, con vantaggi sia ambientali sia economici. A fine ottobre la Camera ha approvato in via definitiva la Valutazione dell’Impatto Generazionale (VIG) delle nuove leggi: un segnale forte, che richiama la necessità di norme capaci di integrare sostenibilità economica, sociale e ambientale nel medio e lungo periodo. In questa prospettiva, il Deposito Cauzionale è uno strumento essenziale per garantire circolarità al sistema e ridurre drasticamente la plastica dispersa nel mare e nell’ambiente, responsabile di danni duraturi.”

Il kick-off romano segna l’avvio di un percorso nazionale che coinvolgerà comunità, scuole, volontari, amministrazioni locali e organizzazioni ambientali lungo la futura rotta da Nizza a Roma.

La spedizione –  al via nella primavera 2026 – non sarà solo una sfida sportiva, ma un racconto collettivo fatto di persone, territori e soluzioni, con un obiettivo comune: ridurre la dispersione della plastica e accelerare l’adozione di un Sistema di Deposito Cauzionale nazionale capace di rendere l’Italia più pulita, responsabile e allineata agli standard europei.

Deposito Cauzionale per potenziare il riciclo di bottiglie e lattine: la proposta di legge

Ndr. Tra le numerose uscite di stampa sui due eventi del 17 e 18 novembre a cui abbiamo partecipato come campagna ne abbiamo selezionali due che vi proponiamo a seguire.

-Bottiglie e lattine, otto miliardi dispersi: il deposito cauzionale all’esame del Parlamento

Il tema della dispersione degli imballaggi per bevande è tornato all’attenzione delle Commissioni parlamentari con il deposito di un nuovo disegno di legge. I promotori hanno illustrato una proposta che punta a introdurre un sistema di deposito cauzionale per bottiglie in plastica e lattine, richiamando stime che quantificano in miliardi i pezzi non recuperati su base annua. Il modello ipotizzato prevede una cauzione applicata al momento dell’acquisto e rimborsata alla riconsegna del contenitore presso punti di raccolta dedicati.

Articolo di Redazione Adnkronos

Il testo è stato presentato da due deputate del Partito Democratico, Silvia Roggiani ed Eleonora Evi, che hanno illustrato i dati alla base dell’iniziativa e le ragioni della proposta. Durante la conferenza, Roggiani ha sintetizzato la dimensione del problema: “Oggi un terzo delle bottiglie sfugge ai circuiti della raccolta differenziata, rendendo il nostro Paese uno dei maggiori responsabili dello sversamento di plastica in mare”. Evi ha richiamato la situazione del settore industriale: “Questo strumento affronta le sfide che abbiamo sul piano ambientale, economico e dello sviluppo. E lo dico perché in questi giorni gli impianti di riciclo si stanno fermando, un danno enorme per tutto il settore”. Alla presentazione erano presenti anche Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, ed Enzo Favoino, coordinatore della campagna “A buon rendere”, che hanno offerto elementi tecnici sulle esperienze europee e sulle condizioni operative di un sistema di restituzione nazionale.

I sistemi di deposito in Europa
In Europa, il deposito cauzionale è già parte stabile delle politiche di gestione degli imballaggi. I modelli più noti – Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Lituania – presentano differenze organizzative, ma puntano tutti su tre elementi: un valore di deposito uniforme, un gestore centrale e una rete di restituzione capillare. In Germania, il sistema attivo dal 2003 ha raggiunto tassi di ritorno che superano il 98%. La struttura si basa su un organismo di coordinamento che gestisce la compensazione economica tra produttori e distributori e supervisiona la tracciabilità dei vuoti, mentre la raccolta avviene in larga parte attraverso macchine automatiche installate nei supermercati.

La Norvegia utilizza un modello altrettanto chiaro: un solo soggetto amministrativo coordina l’intera filiera, con compiti che vanno dalla supervisione dei flussi alla certificazione dei materiali rientrati. Qui i tassi di recupero oscillano tra il 90% e il 92%, sostenuti da un sistema di audit regolare sui conferimenti e da una logistica calibrata per ridurre i tempi di movimentazione. Nei Paesi Bassi, l’estensione del deposito anche alle bottiglie piccole – tradizionalmente le più disperse – è stata accompagnata da un incremento netto delle quantità raccolte e da una riduzione documentata del littering. La rete olandese combina punti vendita, chioschi dedicati e stazioni di raccolta nei luoghi più frequentati.

La Lituania, uno dei sistemi europei più giovani, ha superato il 90% di raccolta già nei primi anni. L’elemento distintivo è stato l’avvio simultaneo su tutto il territorio, con procedure semplici e un valore di deposito definito senza deroghe. Il confronto tra Paesi mostra una tendenza comune: quando il modello è uniforme e la rete di restituzione è adeguata, i tassi di raccolta aumentano rapidamente e rimangono stabili nel tempo. Ed è proprio su questo allineamento europeo che si inserisce la discussione italiana.

La dispersione in Italia
Le stime presentate dalle deputate indicano un livello di dispersione che i sistemi ordinari non riescono a ridurre. Gli 8 miliardi di contenitori non recuperati ogni anno comprendono materiali abbandonati negli spazi pubblici, conferiti nei cestini stradali o dispersi lungo corsi d’acqua e aree extraurbane. La raccolta differenziata intercetta i flussi domestici, ma non gestisce con la stessa efficacia il consumo fuori casa, che rappresenta una quota rilevante dei contenitori dispersi. Le amministrazioni locali segnalano che la rimozione del materiale abbandonato incide in modo significativo sulle attività di pulizia manuale e sui costi della nettezza urbana, soprattutto nei territori turistici.

Nei sopralluoghi effettuati dopo cicli di eventi pubblici, le bottiglie rappresentano una quota costante dei rifiuti raccolti. La presenza di contenitori nelle caditoie, nei fossi laterali delle strade e nelle aree verdi indica che il problema non riguarda solo comportamenti individuali, ma la mancanza di un sistema capace di intercettare i vuoti indipendentemente dalle modalità di conferimento. Gli imballaggi recuperati in queste condizioni sono spesso degradati o contaminati, perdendo i requisiti necessari per il riciclo alimentare. Il risultato è una duplice pressione: da un lato l’ambiente urbano e naturale subisce l’impatto della dispersione, dall’altro, il settore industriale riceve meno materiale idoneo.

La proposta del deposito cauzionale viene presentata come un intervento specifico per questo segmento di flusso: non sostituisce la raccolta differenziata, ma si concentra su ciò che oggi sfugge sistematicamente ai circuiti ordinari. È in questo vuoto operativo che il disegno di legge colloca il proprio raggio d’azione, affiancando un meccanismo di restituzione strutturato ai servizi comunali.

Il precedente
La discussione parlamentare sul deposito cauzionale non è nuova. Nella XVIII legislatura era stato presentato il progetto di legge n. 3055, “Introduzione di un sistema di deposito cauzionale per i contenitori di bevande”, firmato da deputati del Movimento 5 Stelle e depositato il 23 aprile 2021. Il testo prevedeva un sistema nazionale che comprendeva plastica, vetro e metallo, con un valore di deposito uniforme e un organismo centrale incaricato della gestione. L’iter si era fermato in Commissione Ambiente senza arrivare all’esame in Aula. La proposta attuale, presentata da Roggiani ed Evi, è un’iniziativa distinta, collocata nel contesto normativo aggiornato dal PPWR europeo.

Gli impianti e il PET che manca
Le criticità segnalate dal settore riguardano in particolare il PET destinato alla produzione di nuove bottiglie. Gli impianti che operano su materiale idoneo al contatto alimentare devono rispettare standard elevati e necessitano di flussi omogenei. Parte del PET proveniente dal multimateriale non soddisfa questi requisiti e richiede processi di selezione più complessi, con una quota di scarto maggiore. Nel presentare il disegno di legge, Eleonora Evi ha richiamato le comunicazioni ricevute dalle aziende del settore, riferendo di sospensioni temporanee delle attività dovute alla disponibilità ridotta di materiale conforme. Con l’introduzione delle quote obbligatorie di riciclato nelle bottiglie, la domanda industriale è aumentata e ha reso più evidente la necessità di un flusso più stabile e prevedibile.

Nei Paesi in cui il deposito cauzionale è già operativo, la restituzione dei contenitori consente di ottenere flussi più omogenei e con livelli di impurità molto ridotti. Questo non risolve tutti i nodi industriali, ma offre un materiale che richiede trattamenti meno gravosi e che aumenta la resa produttiva. La proposta italiana si colloca in questo contesto operativo: individuare una fonte più prevedibile di PET idoneo, parallelamente alla raccolta differenziata tradizionale.

Una riorganizzazione che coinvolge tutti
Il deposito cauzionale richiede una riorganizzazione che coinvolge l’intera filiera. Per i Comuni, il sistema interviene sulla quota più difficile da gestire: i contenitori abbandonati. Enzo Favoino ha sostenuto che il DRS solleverebbe gli enti locali da “gran parte degli oneri operativi ed economici” legati al littering. La riduzione delle bottiglie e delle lattine negli spazi pubblici non riguarda solo l’immagine urbana, ma i costi ricorrenti di pulizia manuale e smaltimento.

La distribuzione commerciale, invece, rappresenta il punto fisico del sistema. Nei modelli europei, i supermercati ospitano le macchine per la restituzione e gestiscono i flussi in entrata. L’attuazione italiana richiederebbe la valutazione degli spazi, la compatibilità con i percorsi interni di stoccaggio, la definizione delle compensazioni economiche e la gestione dei dati. Gli operatori dovranno coordinarsi con il gestore centrale per garantire un rientro regolare dei contenitori e una movimentazione efficiente.

Per i cittadini, il deposito cauzionale introduce una fase di restituzione, ma il rimborso è immediato e tracciabile. La facilità di accesso ai punti di raccolta è un fattore determinante: nelle esperienze europee la densità della rete ha inciso più della comunicazione sulle abitudini d’uso. La proposta italiana prevede una rete integrata nei luoghi di vendita, ma la definizione concreta dipenderà dai decreti attuativi. L’integrazione con i consorzi già attivi nella gestione degli imballaggi dovrà inoltre evitare duplicazioni e definire la destinazione dei materiali raccolti.

Il quadro regolatorio europeo
Il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi (PPWR) impone standard più elevati per la gestione degli imballaggi e per il riciclo dei materiali. Enrico Giovannini ha osservato che “senza nuovi strumenti” l’Italia non potrà raggiungere i target fissati dall’Unione. Il PPWR richiede tassi di intercettazione prossimi alla totalità degli imballaggi immessi al consumo e introduce requisiti di qualità per il PET destinato a nuovi contenitori per bevande.

I sistemi di deposito cauzionale sono riconosciuti come strumenti compatibili con questi obiettivi. Non sono obbligatori, ma la Commissione europea li considera meccanismi in grado di garantire tracciabilità, uniformità dei flussi e tassi di raccolta elevati. I Paesi che li hanno adottati presentano livelli di intercettazione superiori al 90% e una significativa disponibilità di materiale idoneo al riciclo alimentare.

Il disegno di legge italiano si colloca in questo scenario di adeguamento. Le modalità operative – valore del deposito, governance, obblighi per produttori e distributori – saranno definite nelle fasi successive, ma la cornice europea indirizza già le scelte tecniche: separazione alla fonte, tracciabilità dei flussi e coordinamento nazionale. Il confronto con gli altri Paesi evidenzia che l’efficacia dipenderà dalla coerenza tra struttura del sistema e distribuzione territoriale dei punti di restituzione.

-Deposito cauzionale per dare un boost al riciclo: proposta di legge dell’opposizione e apertura dalla maggioranza

Articolo di Economiacircolare.com
Presentata ieri da due deputate del PD, prevede che anche in Italia, dopo altri 18 Paesi UE, entri in vigore un sistema di deposito su cauzione per bottiglie e lattine per bevande. Ampio sostegno di associazioni e disponibilità al confronto da parte della maggioranza (FdI)

Prima un incontro pubblico voluto dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e poi la presentazione di una proposta di legge alla Camera (firmata da Silvia Roggiani e Eleonora Evi, PD) potrebbero aprire la strada ad un cambiamento enorme nel nostro rapporto con bottiglie in plastica e vetro e lattine per bevande, e nella gestione dei loro rifiuti: attraverso l’introduzione, anche nel nostro paese, di un sistema di deposito su cauzione per aumentare quantità e qualità dei riciclo degli imballaggi.

Sia chiaro, non è la prima volta che il deposito su cauzione (in inglese DRS, Deposit Return Scheme o System) entra in Parlamento. Iniziative legislative in merito ci sono già state, anche se non sempre mirate al riciclo: possiamo ricordare ad esempio lo strano caso del decreto semplificazioni bis del 2021 (governo Draghi, Cingolani ministro della transizione ecologica) nel quale un emendamento ha introdotto un passaggio, non chiarissimo a detta degli esperti, proprio per l’introduzione di un sistema cauzionale (la cosa, è evidente, non ha avuto seguito).

La novità sancita dai due eventi romani è che su questo terreno potrebbero incontrarsi opposizione e maggioranza. “I tempi sono maturi per il DRS anche in Italia” ha detto Massimo Milani, deputato di Fratelli d’Italia e segretario della Commissione ambiente a margine del citato evento ASviS di questo lunedì (“Biodiversità al lavoro: attuare la legge Ue sul ripristino della natura e il deposito cauzionale”).

Questo che potrebbe ottimisticamente essere l’inizio di un percorso virtuoso, oggi ancora solo potenziale, è in realtà una tappa importante di un lungo cammino messo in moto dalla società civile, in particolare dalla coalizione A buon rendere (campagna nazionale lanciata dall’Associazione Comuni Virtuosi e sostenuta da associazioni come A Sud, Altroconsumo, Greenpeace, Italia Nostra, Legambiente, WWF, Zero Waste Italy, che “punta a sensibilizzare i cittadini, la politica, l’industria delle bevande e della distribuzione sui benefici di un Sistema di Deposito Cauzionale per i contenitori di bevande”) e dall’Alleanza per lo sviluppo sostenibile.

La proposta
Così Roggiani ha spiegato la proposta di legge (“Disposizioni per l’istituzione di un sistema di deposito cauzionale per i contenitori monouso per bevande”) – di cui è prima firmataria: “È un disegno di legge che contiene una serie di principi e di criteri e che delega il Governo ad adottare il deposito cauzionale. È un testo che può essere migliorato e spero ci sia la collaborazione del governo e della maggioranza”. In Italia, ha aggiunto, “ogni anno 8 miliardi di imballaggi per bevande sfuggono al riciclo tra plastica, vetro, lattine. Oggi un terzo delle bottiglie sfugge ai circuiti della raccolta differenziata. Per questo pensiamo sia necessario introdurre anche in Italia un sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi per bevande monouso in plastica e metallo”. Il deposito cauzionale, ha detto, “è strumento efficace. La Germania ha raggiunto il 98% di raccolta per gli imballaggi di bevande monouso. Come Unione Europea abbiamo l’obiettivo di arrivare a raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica e delle lattine entro il 2029”.

Eleonora Evi, l’altra firmataria della proposta e firmataria anche di un ordine del giorno sul DRS approvato lo scorso dicembre, ha ricordato che “continuiamo a sversare in mare migliaia di tonnellate di bottiglie di plastica. Questo ovviamente è inaccettabile e abbiamo bisogno di strumenti efficaci per intercettare questo materiale e riciclarlo. Per noi l’obiettivo principale è quello di sostenere la filiera del riciclo, che deve essere potenziata in un’ottica di piena economia circolare, e dare sostegno alle imprese che in questo momento hanno bisogno di essere aiutate. Già 18 Paesi europei hanno introdotto il sistema di deposito cauzionale sulle bottiglie di plastica e funziona molto bene. Dobbiamo introdurlo anche in Italia perché è importantissimo recuperare tutta questa plastica e riciclarla”. Si tratta di “un sistema per consentire un recupero di materia di alta qualità, da bottiglia a bottiglia, il cosiddetto ‘closed loop’”.

“Senza DRS non raggiungeremo gli obiettivi UE”
L’Italia è un’eccellenza europea sull’economia circolare, ma senza nuovi strumenti non raggiungerà gli obiettivi UE”, ha detto ieri Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS. Secondo Eurostat, l’Italia ricicla 49% degli imballaggi in plastica (dati 2023). L’obiettivo al 2030 è il 55%. E, come ricordato da Roggiani, la Direttiva sui prodotti in plastica monouso (SUP) prevede una raccolta differenziata del 90% delle bottiglie e lattine per bevande immesse al consumo entro il 2029.

Per questo il sistema di deposito cauzionale rappresenta un tassello aggiuntivo, capace di creare occupazione e innovazione‘ – ha aggiunto Giovannini -. Abbiamo bisogno di soluzioni che migliorino la condizione ambientale, economica e occupazionale. L’introduzione di un deposito cauzionale per bottigliette e lattine potrebbe rafforzare la filiera del riciclo italiana. Una filiera già molto forte, ma che ha bisogno di un boost per fare di meglio”. Inoltre, “insieme ai benefici ambientali, i sistemi di deposito cauzionale hanno dimostrato di poter ridurre i costi di gestione dei rifiuti a carico delle comunità e di stimolare la crescita occupazionale, creando nuovi posti di lavoro nella gestione, raccolta e trattamento dei materiali”.

I benefici ambientali non si limitano al solo riciclo, come ha spiegato Enzo Favoino, coordinatore della campagna ‘A buon rendere’, durante l’evento ASviS di lunedì. Facendo riferimento agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: “Non c’è solamente l’SDG 12, che è quello che fa riferimento direttamente all’economia circolare, consumo e produzione responsabili. C’è anche l’obiettivo 13 e la lotta al cambiamento climatico: una nostra analisi, l’unica valutazione LCA sugli effetti dell’introduzione a livello nazionale un deposito cauzionale, ha calcolato in 600 mila tonnellate all’anno i gas serra risparmiati, semplicemente per una maggiore acquisita circolarità nell’uso della plastica. Ma c’è anche l’obiettivo 14, tutela della vita marina: 10 milioni di tonnellate di plastiche e microplastiche che raggiungono i nostri oceani. Certamente intercettare meglio i rifiuti significa ridurre il contributo anche del nostro paese a questo quantitativo talmente grande che fatichiamo ad immaginarcelo: è come se ogni minuto un camion pieno di plastica venisse sversato deliberatamente nei nostri oceani”.

Una sensibilità bipartisan
Se di DRS si parla da tempo (EconomiaCircolare.com ha dedicato al tema uno speciale già nel 2021), questa volta a fare la differenza, come accennato, potrebbero essere una sensibilità e una disponibilità bipartisan. Misurate non solo nel paese – “due sondaggi hanno rilevato che oltre l’80% degli italiani appartenenti a tutte le aree politiche è a favore ”, si legge sul sito di A buon rendere – ma anche in parlamento. “Penso che i tempi sono maturi perché questo dibattito possa essere affrontato in maniera seria: in Italia siamo primi nel riciclo, ma secondi invece in questo caso rispetto ad altre esperienze europee che hanno dato ottimi risultati” ha detto a EconomiaCircolare.com il segretario della Commissione ambiente, Massimo Milani (FdI) a margine dell’incontro ASvis di lunedì. Aggiungendo che “questo è sicuramente un argomento del quale è giusto dibattere in Parlamento, perché ritengo necessario un confronto aperto e costruttivo: si tratta di una rivoluzione importante del nostro sistema di raccolta dei rifiuti, in particolare degli imballaggi in plastica”.

Comunicazione pro-plastica: poco efficace, autoreferenziale e non esente da greenwashing

Le campagne e le iniziative di comunicazione pensate dal settore della plastica per migliorare presso il pubblico la percezione del materiale spesso falliscono nel loro intento ricadendo nell’autoreferenzialità, nella negazione del problema e a tratti nel greenwashing. Non considerando le emozioni del pubblico né le gravi implicazioni sanitarie e ambientali causate dall’inquinamento da plastica possono venire percepite come iniziative “di parte” poco obiettive e trasparenti e sconfinanti nel greenwashing, nonostante le più nobili intenzioni.

Per mettere a fuoco la situazione è necessario ripercorrere la storia degli ultimi sette anni di quelle iniziative e comunicazione sui media, e anche sui social, lanciate allo scopo di migliorare la reputazione sulla plastica per arrivare a capire come l’industria del settore e i Consorzi per l’EPR di riferimento potrebbero trasformare la narrazione attuale a proprio vantaggio. Se il pubblico destinatario di questo tipo di iniziativa è quello generalista una comunicazione più efficace ed onesta non può che partire, a nostro avviso, dal riconoscimento delle responsabilità industriali ( diverse a seconda dei diversi tipi e fonti di inquinamento da plastiche e microplastiche) che assuma un ruolo attivo nel proporre delle misure e delle politiche efficaci di prevenzione e mitigazione già esistenti.

Storia recente delle campagne di comunicazione “pro-plastica”

Questa analisi non considera di proposito le campagne di informazione sul riciclo, raccolta, e gestione corretta degli imballaggi in plastica, ma solo specifiche campagne come quella di diversi anni fa che Corepla aveva lanciato sui social e sulla carta stampata denominata #ecologiadellinformazione , con l’evidente scopo di rispondere alla crisi reputazionale che il mondo delle materie plastiche si era trovato a dover affrontare a livello globale, a seguito dell’inquinamento dovuto alla dispersione di plastica nell’ambiente.

Un’emergenza quella dell’inquinamento da plastica che, a partire dal 2016-2017, aveva conquistato sempre più spazio sui media generalisti, arrivando alla prime pagine, più di tante altre criticità ambientali. In particolare in alcuni paesi come il Regno Unito, dove un media particolarmente attivo come il Daily mail aveva già avviato nel 2008 la campagna Turn The Tide On Plastic vincendo un riconoscimento nazionale nel 2018. Un’altra campagna di quel periodo è stata la campagna Ocean Rescue / Un mare da salvare di Sky.

Nel post si era argomentato perché la comunicazione della campagna di Corepla avesse mancato l’obiettivo dichiarato ovvero di “ristabilire ‘la verità’ rispetto a pregiudizi che circolavano sulla plastica evidenziandone gli aspetti positivi che i destinatari del messaggio avrebbero dovuto considerare in una valutazione più equilibrata“.

Un limite di fondo da noi attribuito alla comunicazione della campagna era la sua narrazione come linguaggio, tono di voce e contenuti che non prendeva minimamente in considerazione la sensibilità e l’emotività che il tema andava inevitabilmente ad innescare nel pubblico generalista, destinatario della campagna.

Un pubblico che, essendo stato esposto da tempo alle notizie ed evidenze legate all’inquinamento da plastica, difficilmente poteva apprezzarne l’approccio e cambiare così la propria percezione nei confronti del materiale. Ne è risultata una campagna piuttosto autoreferenziale che ha magari riscontrato soprattutto il plauso del mondo imprenditoriale e degli addetti ai lavori che probabilmente non erano il target primario. Va detto che il sentiment dei consumatori è importante anche quando i decisori industriali devono prendere decisioni sul packaging.

A distanza di qualche tempo tra le iniziative un minimo strutturate sono state lanciate nel 2021La plastica è cambiata, cambia idea sulla plastica ancora attiva ad oggi (sostenuta da Alpla azienda del settore che, a parte un paio di post, non rientra in questa analisi ) e RaccoLtala Giusta, un progetto di Unionplast/Federazione Gomma Plastica nel con un sito però non più aggiornato.

Quest’ultima può essere considerato un seguito della campagna di Corepla anche se ne ha alzato i toni su diversi aspetti. Nonostante sia stata presentata sul sito di Corepla ai tempi come un’occasione “per condividere dati, spesso trascurati o sottovalutati, elevare il dibattito sulla sostenibilità, stimolare l’approfondimento e aprire al dialogo con chiunque abbia voglia farlo con uno spirito costruttivo piuttosto che battagliero o difensivo” non si può dire che mantenga completamente le promesse.

In particolare lo spirito battagliero/difensivo risulta evidente nella scelta del testimonial e guida scientifica del consulente industriale del mondo della plastica Chris DeArmitt , un dottorato di ricerca in chimica e autore di The plastic paradox un libro che ha l’ambizione di supportare decisioni informate nei decisori aziendali e politici. Sul sito dell’iniziativa viene così introdotto : Il Paradosso della Plastica
Il dibattito sulla plastica e sulla sostenibilità si è arricchito di una nuova voce, quella di Chris DeArmitt, Ascolta le sue tesi, sempre fondate su studi scientifici”.

Tutto sin qui condivisibile se non fosse che le affermazioni che accompagnano il suo lavoro e in particolare gli interventi su Linkedin (a margine di post condivisioni che hanno come oggetto l’inquinamento da plastica) non siano quelle caute e ponderate di un accademico, consapevole dei limiti di un qualunque studio che esplori con rigore scientifico un argomento così vasto come l’inquinamento da plastiche ed i suoi effetti sull’ambiente e sulla salute umana (adottando qui il principio di precauzione).

Tale figura accademica, consapevole dei suoi limiti proprio perché uomo di scienza, non si sognerebbe mai di descrivere un suo lavoro come “la voce della scienza” quando si contrappone ad altri studi e posizioni che rappresentano tesi differenti sul tema, bollandole come falsi miti, fake news, pregiudizi e via di questo passo come è consuetudine di DeArmitt. Facendo qualche ricerca risulta che gli studi su cui l’autore fonda le sue affermazioni sono stati selezionati e recensiti allo scopo di ridimensione il fenomeno su vari fronti; mettendo in discussione la quantità di microplastiche che uno studio rileva essere presenti nell’ambiente o nel corpo umano, e soprattutto sul loro potenziale di tossicità. Temi che riprende nel suo ultimo libro “Shattering the Plastics Illusion” “basato su oltre 5000 studi peer-reviewed per fare luce su questioni cruciali“.

Nella realtà delle cose le tesi esposte nei due libri vengono utilizzate nel dibattito pubblico intersettoriale come solide prove scientifiche dai fan dello scrittore/consulente, senza quelle verifiche che d’altronde solamente un accademico esperto sul tema potrebbe fare. Infatti, esperti del settore spesso rispondono invece agli interventi di DeArmitt sulla neutralità delle microplastiche nei diversi organismi (incluso quello umano) facendo notare che ci sono decine e decine di nuovi studi recenti che invece ne ipotizzano effetti nocivi a più livelli. ( 1) L’ultimo studio, pubblicato su PLOS One il 30 luglio scorso e condotto dall’Università di Tolosa in Francia, stima che si possano inalare fino a 71.000 particelle di microplastiche al giorno, un dato significativamente superiore alle stime precedenti. Le particelle più piccole (sotto i 10 micrometri) sono particolarmente preoccupanti perché possono depositarsi in profondità nei polmoni e penetrare nei tessuti, potenzialmente raggiungendo il flusso sanguigno e altre aree del corpo, tra cui il cervello e gli organi riproduttivi.

In questo caso chi utilizza le argomentazione prima citate potrebbe essere non consapevole di dare spazio ad una narrazione che mette in luce solo una parte della “verità”, quella che piace di più omettendo “the big picture”. Una modalità di comunicazione che rientra nelle categorie del Greenwashing.

Le tre categorie del Greenwashing: Omissione, Distorsione, Negazione.

Evidenziare i casi in cui la plastica è la migliore opzione possibile rispetto ad altri materiali per le sue caratteristiche e il minore impatto è senza dubbio fornire una corretta informazione. Tuttavia, e a maggior ragione se l’affermazione è supportata da un LCA, va precisato quali sono gli indicatori ambientali utilizzati e in quali la plastica risulta l’opzione ambientalmente meno impattante. In genere viene messo in luce l’indicatore del Global Warming Potential – GWP, ovvero l’impronta di carbonio che rappresenta l’indicatore più favorevole in termini di emissioni di CO₂ quando si comparano packaging di diversi materiali che non racconta tutta la storia di un manufatto. Oltretutto è noto che l’LCA può solo tenere conto di quegli aspetti del ciclo di vita che sono quantificabili – e molte esternalità ambientali non lo sono come il costo ambientale/economico causato dai rifiuti marini e dalla dispersione della plastica in genere e il conseguente impatto sanitario.

Altrettanto noto è il dato di fatto che la gestione del fine vita vita dei manufatti in plastica, e in particolare del monouso, continua ad essere critica a livello globale, anche se con minori o maggiori responsabilità e prestazioni da parte dei vari paesi.

Minimizzazione, distrazione, benaltrismo e altre strategie

Tornando alle modalità di comunicazione promosse attraverso le campagne citate, ma anche utilizzate nella comunicazione su Linkedin, le strategie adottate dall’industria tendono prevalentemente a minimizzare e contestare dati di altri fonti e ad imputare la situazione di inquinamento attuale ad altri settori. Riesce difficile pensare che alle persone preoccupate per la magnitudine del problema possa interessare sapere che “i tempi di degradazione della plastica sono minori di quanto si dice”, che la “quantità di plastiche e microplastiche presenti nei mari è di 1000 volte inferiore“, che “provengono da altre fonti” (tessile o automobilistico) e/o “non sono tossiche” ma “inerti come una protesi“.

Oppure “sentirsi meglio” quando nella pillola video di “Raccoltala Giusta” viene imputato in prima battuta ai 10 fiumi di paesi asiatici e africani la responsabilità della dispersione dei rifiuti marini.

Nessun accenno o proposte di miglioramento sono arrivate invece per un Mare chiuso il nostro Mediterraneo che, così come fiumi e laghi, è affetto da livelli di inquinamento da microplastiche paragonabili a quelli dei vortici oceanici, e questo solamente grazie ai paesi vi si affacciano, come l’Italia, considerata al terzo posto come contributo dato allo sversamento di rifiuti plastici.

L’unico studio citato sulla pagina della campagna promossa da Unionplast/Federazione Gomma Plastica è un campionamento di pochi mesi delle microplastiche sul fiume Po condotto nel 2020 con il coordinamento dell’Autorità Distrettuale del Fiume Po-Ministero e Minambiente. La ricerca viene così introdotta sul sito di ADBPO (l’autorità di bacino) : “Informazioni allarmistiche o vere e proprie fake news periodicamente diffuse vengono da oggi temporaneamente accantonate per lasciare spazio ai risultati del primo progetto ufficiale di sperimentazione volto ad individuare le microplastiche nel Fiume Po.”

Secondo l’ex presidente di Unionplast Bergaglio non esiste neanche alcun sversamento importante di imballaggi in plastica (all’ora 1.48). Secondo Bergaglio “gli imballaggi prodotti e utilizzati in Italia non contribuiscono assolutamente ai numeri mirabolanti di tonnellate che finiscono nei mari citati dalle ONG e non partecipano in alcun modo alla creazione di plastiche e microplastiche che finiscono nei mari” (…) “L’imballaggio non contribuisce alla formazione delle microplastiche perché tra le prime fonti c’è l’industria tessile”.

Anche l’approccio benaltrista viene spesso utilizzato quando viene affermato che ” la plastica rappresenta meno dello 0,5% dei materiali e dei rifiuti” e rappresenta solo “una piccola parte del problema” mentre si continua ad ignorare più del 99% del problema”. Oppure che per proteggere gli oceani, dovremmo occuparci non solo di ciò che vediamo che galleggia ma anche delle sostanze chimiche tossiche e molti altri inquinanti e che, dulcis in fundo, le responsabilità della situazione attuale sono da ricercare “nei cittadini, nell’industria della pesca che disperde gli attrezzi da pesca oppure del tessile e dei pneumatici”.

Il segreto del “Crying Indian”: quando l’industria creò le campagne di pulizia per evitare legislazioni sgradite

Dietro l’iconico spot ambientalista del “Crying Indian” — celebre simbolo della lotta all’inquinamento negli Stati Uniti negli anni 70 — si celava in realtà una strategia astuta: Keep America Beautiful (KAB), l’organizzazione promotrice, era fondata e finanziata dalle grandi aziende produttrici di imballaggi e bevande usa e getta. Il loro vero scopo non era prevenire i rifiuti alla fonte, bensì spostare la responsabilità dell’inquinamento dalle corporazioni ai singoli cittadini e promuovere un modello di “consumo infinito”.

Chi guardava la televisione in America in qualsiasi momento negli anni settanta ricorda l’indiano più famoso d’America protagonista di quello che è stato il più noto prodotto pubblicitario trasmesso dal servizio pubblico. Lo spot è stato trasmesso per la prima volta in televisione nel Giorno della Terra nel 1971, e ha lasciato un’impressione duratura sugli spettatori. L’”Indiano che piange” (che incidentalmente era interpretato da un italoamericano come vedremo) divenne un simbolo in un movimento ambientalista che esortava la gente comune a fare la propria parte nell’affrontare l’inquinamento. Nel corso degli anni, è stato parodiato in programmi televisivi come “I Simpson” e “King of The Hill”.

Nella sua versione originale si vede il protagonista, un nativo americano vestito in pelle di daino navigare in canoa attraverso un fiume inquinato da detriti galleggianti, con fabbriche sullo sfondo che emettono fumo e su una riva disseminata di rifiuti. L’Indiano tira la sua barca su una riva cosparsa di spazzatura e guarda verso una superstrada. “Alcune persone hanno un profondo, duraturo rispetto per la bellezza naturale che un tempo era questo paese ” commenta. A queste parole, qualcuno getta un sacco di spazzatura da un’auto in corsa che si disperde ai piedi dell’indiano. “E alcune persone no” dice una voce fuori campo. Lui guarda la telecamera per la scena clou in cui una singola lacrima gli scende sulla guancia. Nasce così il claim che sancisce la responsabilità del cittadino rispetto all’inquinamento: “Le persone causano l’inquinamento. Le persone possono fermarlo”.

Questa operazione giudicata come “greenwashing” ante-litteram da commentatori indipendenti fu concepita per opporsi attivamente a legislazioni sul riuso e sul deposito cauzionale che avrebbero minacciato i profitti del settore imprenditoriale, modellando per decenni il dibattito ambientale americano.

Nel 1953, la legislatura dello stato del Vermont ebbe un’intuizione: se le aziende produttrici di birra causano una dispersione nell’ambiente delle bottiglie monouso una legge può prevenire il fenomeno. Approvarono così una legge che vietava la vendita di birra in bottiglie monouso. Non si trattava ancora di una legge che prevedeva un deposito cauzionale: stabiliva che la birra potesse essere venduta solo in bottiglie riutilizzabili e a rendere. Anchor-Hocking, un’azienda produttrice di vetro, intentò immediatamente causa, definendo la legge incostituzionale. La Corte Suprema del Vermont non gli diede ragione e nel maggio del 1954 la legge entrò in vigore. Qualche mese dopo in ottobre nacque Keep America Beautiful, con la manifesta intenzione di “contrastare l’abitudine degli americani di gettare rifiuti per strada e dai finestrini delle auto”. Il New York Times notò che tra i leader del gruppo c’erano “dirigenti di aziende produttrici di birra, lattine di birra, bottiglie, bibite analcoliche, gomme da masticare, caramelle, sigarette e altri prodotti simili“. Furono questi i soggetti che traevano profitto dal consumo usa e getta guidati da William C. Stolk, presidente dell’American Can Company, che si impegnarono a cambiare i termini del dibattito sui rifiuti, riuscendoci, come vedremo.

La legge che vietava la vendita in bottiglie riutilizzabili nel Vermont non ebbe comunque una lunga vita, a seguito delle forti pressioni esercitate dall’industria del settore sulla politica. Infatti nel 1957, senza troppa pubblicità, il Senato del Vermont cedette alle pressioni e non rinnovò il provvedimento.

Nel 1962, anche il Michigan valutò l’idea di vietare le bottiglie monouso senza vuoto a rendere. Keep America Beautiful si oppose apertamente. Per tutti gli anni Sessanta, Keep America Beautiful e l’Ad Council combatterono una crescente richiesta di leggi con una crescente denigrazione dell’individuo. Coniarono lo slogan “Ogni rifiuto fa male” e resero popolare il termine “litterbug”. Nel 1967, riunitisi allo Yale Club i decisori sulle politiche di KAB decisero di adottare un tono più negativo arrivando a definire come ‘sporchi’ coloro che abbandonano i rifiuti e anche “maiali” sino a che l’associazione” South Texas Pork Producers Council”scrisse per lamentarsi.

La storia di Keep America Beautiful KAB

L’organizzazione — come si legge sul suo sito  è nata a seguito di incontri avvenuti nel 1953 tra leader del settore aziendali e pubblico a New York City per unire i settori pubblico e privato al fine di sviluppare e promuovere un’idea di pulizia nazionale e di prevenzione dei rifiuti. Quei leader provenivano da corporazioni di imballaggio e bevande come l’American Can Company, la Owens-Illinois Glass Company e successivamente Coca-Cola e la Dixie Cup Company.

Attraverso varie campagne pubblicitarie tra la fine degli anni ’50 e ’60, Keep America Beautiful ha promosso iniziative di sensibilizzazione sulla crescente crisi dei rifiuti che esortavano i cittadini a mantenere puliti parchi e spazi esterni. In tal modo, i critici hanno notato, l’organizzazione ha omesso di menzionare nella conversazione pubblica quali fossero la natura e le vere fonti dei rifiuti abbandonati, ovvero il crescente numero di contenitori usa e getta prodotti dalle aziende di bevande.

Al contrario gli attivisti ambientali stavano sempre più richiamando l’attenzione sul ruolo dell’industria nella dispersione dei rifiuti da imballaggio e altri contenitori monouso e in particolare durante le numerose manifestazioni tenutesi nella prima Giornata della Terra del 22 aprile 1970.

Il lancio dello spot del “Crying Indian” avvenuto nella seconda edizione del 1971, fu la chiara risposta dell’industria intenzionata a cambiare la narrativa.

Nel creare l’immagine dell’indiano che piange, KAB praticò una sottile forma di propaganda. Poiché le corporazioni dietro la campagna non pubblicizzarono mai il loro coinvolgimento, il pubblico presumeva che KAB fosse una parte disinteressata. I documenti di KAB, tuttavia, rivelano il livello di duplicità nella campagna”, scrisse Dunaway nel suo libro “Seeing Green The Use and Abuse of American Environmental Images”. “KAB eccelse nell’arte dell’inganno. Promosse un’ideologia senza sembrare ideologica; cercò di contrastare le affermazioni di un movimento politico senza sembrare essa stessa soggetto politico. L’Indiano che piange, con la sua creativa appropriazione di temi del movimento della controcultura , fornì la lacrima che induceva sensi di colpa di cui KAB aveva bisogno per propagandare un concetto senza farlo sembrare propagandistico”.

Lo spot ha fatto intendere che la responsabilità dell’inquinamento non è delle corporazioni ma degli individui e “nascondendo il ruolo dell’industria nell’inquinare l’ambiente“, scriveva Dunaway che ha notato come l’enfasi sull’azione individuale invece che sulle pratiche aziendali persiste ancora oggi, ad esempio anche nella conversazione sul cambiamento climatico.

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3 luglio: una giornata per dire basta ai sacchetti di plastica. Un piccolo gesto per un grande cambiamento

Iniziativa a Pordenone Settimana Nazionale Porta la Sporta 2010

La Giornata Internazionale senza Sacchetti di Plastica ci ricorda che la transizione ecologica è un percorso che deve essere compiuto congiuntamente da istituzioni, aziende e cittadini. Ognuno con il proprio ruolo e le proprie responsabilità.

Riprendiamo questo articolo di Economiacircolare.com di Letizia Palmisano che racconta anche gli anni della campagna Porta la Sporta, la campagna dell’associazione attiva dal 2009 al 2014.

Ci sono gesti che entrano nella nostra quotidianità in punta di piedi, quasi senza far rumore, ma che lasciano un’impronta pesantissima sul nostro Pianeta. Uno di questi è afferrare un sacchetto di plastica monouso per raccogliere i prodotti acquistati al supermercato e portali a casa: lo usiamo per una manciata di minuti – il tempo di trasportare la spesa – ma la sua vita è infinitamente più lunga del suo breve utilizzo. Per decomporsi, infatti, può impiegare dai 100 ai 1.000 anni, un lasso di tempo eterno durante il quale rischia di inquinare suolo, mari e oceani. Proprio per accendere un faro su questa emergenza silenziosa, ogni 3 luglio si celebra la Giornata Internazionale senza Sacchetti di Plastica. Seppur tale ricorrenza non rientri tra quelle indette da organismi pubblici, questo appuntamento rappresenta una valida occasione per ricordarci che un mondo con meno plastica monouso non solo è possibile, ma è una necessità che non possiamo più ignorare. Sebbene le leggi in diversi Paesi tentino di contrastarne l’utilizzo, esse continuano ad essere adoperate quotidianamente dalla maggior parte delle persone.

È quindi necessario un invito a riflettere sulle nostre abitudini di consumo e a scoprire le tante, tantissime, alternative che abbiamo a disposizione per fare la nostra parte. Come spesso accade nelle grandi rivoluzioni, anche quella per la salvaguardia del nostro ambiente parte da piccoli gesti individuali che, sommati, possono generare un’onda di cambiamento inarrestabile.

L’insostenibile leggerezza del sacchetto: un’emergenza globale

Vi siete mai chiesti quanta strada percorre un sacchetto di plastica? La risposta è sconcertante. Ogni anno, nel mondo, ne vengono utilizzati circa 500 miliardi. Mettendoli in fila, potrebbero avvolgere il nostro pianeta un numero incalcolabile di volte. Il loro impatto è devastante: sono tra i rifiuti più diffusi e rappresentano il simbolo perfetto della nostra società “usa e getta”. La loro produzione richiede enormi quantità di petrolio, contribuendo alle emissioni di gas serra e al cambiamento climatico.

Una volta gettati, spesso in modo scorretto, iniziano un lungo viaggio che li porta ad inquinare ogni angolo della Terra e, in troppi casi, finiscono nei nostri mari, dove arrivano a formare vere e proprie isole di spazzatura, come il famigerato “Pacific Trash Vortex”. Senza andare troppo lontano, però, va ricordato che mari come il Mediterraneo si stanno riempiendo di rifiuti plastici di ogni misura i quali, frazionandosi, finiscono per diventare le celeberrime microplastiche.

In natura le buste disperse diventano non solo parte del panorama marino, ma anche una trappola mortale per la fauna marina: tartarughe, uccelli e mammiferi li scambiano per cibo, con conseguenze letali. Non è tutto: con il tempo, anziché decomporsi, si frammentano in particelle sempre più piccole – le microplastiche – che entrano nella catena alimentare e finiscono dritte sulle nostre tavole trasformando un problema ambientale in un serio rischio per la nostra salute. La Giornata del 3 luglio nasce nel 2006 proprio da questa consapevolezza, per sensibilizzare l’opinione pubblica su un’emergenza che non possiamo più permetterci di ignorare.

La direttiva SUP non basta per far sparire le buste di plastica

L’Europa, con la direttiva SUP (Single-Use Plastics), ha impresso una direzione chiara, ma non dobbiamo cadere nell’illusione che la battaglia sia vinta e che il problema sia risolto. La guardia, anzi, deve restare altissima: da un lato, persiste il mercato illegale dei sacchetti non a norma, una vera e propria piaga che inganna consumatori (e alcuni commercianti onesti) e che rischia di compromettere la qualità del compost prodotto dagli impianti di riciclo dell’organico.

Dall’altro lato, però, la nostra attenzione sul sacchetto per la spesa, rischia di far dimenticare un intero universo di plastica che continua ad invadere le nostre case in modo del tutto legale. Si tratta, ad esempio, dei sacchetti più spessi, quelli riutilizzabili a norma di legge che, di fatto, troppo spesso vengono trattati come monouso e finiscono nella spazzatura dopo pochi utilizzi (e che potremmo invece sostituire portando con noi delle sportine di stoffa). C’è poi l’imballaggio primario che avvolge i prodotti che acquistiamo ogni giorno come la busta della pasta, l’involucro delle patatine, le confezioni dei biscotti, le vaschette degli affettati e della carne. La direttiva SUP è un passo cruciale, ma la vera sfida è ripensare il packaging nella sua interezza, spingendo le aziende a trovare soluzioni innovative e noi consumatori a premiare, con le nostre scelte, chi si impegna davvero a ridurre questo fiume di plastica.

La via italiana al sacchetto compostabile: una normativa da capire bene

L’Italia, su questo fronte, ha cercato di giocare d’anticipo, introducendo già da diversi anni normative volte a ridurre l’uso dei sacchetti di plastica tradizionali. Una delle tappe fondamentali è stata l’introduzione dell’obbligo di utilizzare sacchetti biodegradabili e compostabili per l’asporto di merci, in particolare per frutta e verdura. Cosa significa esattamente? Questi sacchetti, per essere a norma, devono rispettare lo standard europeo UNI EN 13432 che ne certifica la capacità di compostarsi in un determinato lasso di tempo in impianti di compostaggio industriale.

Devono inoltre riportare diciture chiare come “biodegradabile e compostabile” e possono essere riutilizzati per la raccolta della frazione umida dei rifiuti. Questa misura, che ha anticipato un analogo obbligo a livello europeo, ha l’obiettivo di aumentare la qualità della raccolta differenziata dell’organico e di produrre compost di migliore qualità. Tuttavia, la strada non è priva di ostacoli: il mercato dei sacchetti non conformi alle normative è purtroppo ancora una realtà che, oltre a rappresentare una frode, rischia di vanificare gli sforzi dei cittadini e di inquinare la filiera del compostaggio. È fondamentale, quindi, che i consumatori imparino a riconoscere i sacchetti a norma e a segnalare eventuali irregolarità, diventando parte attiva di questo processo di transizione ecologica.

Oltre l’usa e getta: un mondo di alternative a portata di mano

La vera rivoluzione, però, non sta nel sostituire un “usa e getta” con un altro, seppur compostabile, ma nell’abbracciare la cultura del riutilizzo e della riduzione degli imballaggi. Le alternative ai sacchetti monouso sono infinite, pratiche e, diciamocelo, anche più belle. La più classica e intramontabile è la borsa in cotone, canapa o juta: ce n’è per tutti i gusti.

Resistenti, lavabili e riutilizzabili centinaia di volte, sono le alleate perfette per la spesa di ogni giorno. Basta tenerne una sempre con sé, in borsa o in auto, per evitare di ricorrere ai sacchetti del negozio. Per frutta e verdura sfusa, esistono sacchetti in rete di cotone, leggeri e trasparenti, che permettono di pesare i prodotti senza doverli togliere.

Un’altra opzione sono le borse in plastica riciclata, robuste e durevoli, che danno una seconda vita a un materiale che, altrimenti, finirebbe in discarica.

Ogni scelta a favore del riutilizzo è un piccolo seme piantato per un futuro più sostenibile. È un cambio di mentalità che ci porta a dare più valore agli oggetti e a considerare l’impatto di ogni nostro acquisto.

Dopo 15 anni di Porta la Sporta

Silvia Ricci, nota oggi come coordinatrice della campagna “A buon Rendere” per un sistema di deposito cauzionale per bevande, già oltre dieci anni fa (2009-2014) provò a convincere gli italiani a fare a meno dell’usa e getta durante gli acquisti con la campagna nazionale Porta la Sporta. Per questo l’abbiamo raggiunta chiedendole una dichiarazione.

“Porta la Sporta fu la prima campagna nazionale che – coinvolgendo associazioni ambientaliste nazionali e locali, Enti locali dai Comuni alle Province e la Grande distribuzione – raccontò dell’inquinamento causato dall’abuso dei sacchetti e delle conseguenze dovute alla dispersione nell’ambiente di plastica monouso, un tema ai tempi ancora sconosciuto in Italia. In particolare quali fossero le conseguenze della degradazione della plastica nell’ambiente e della caratteristica del materiale di concentrare in sé, quando disperso nelle acque, sostanze chimiche tossiche diventando un ulteriore vettore dell’inquinamento. E soprattutto riferì delle preoccupazioni già condivise dai ricercatori americani che le microplastiche attraverso la catena alimentare arrivassero nei nostri piatti. Un rischio che si è purtroppo concretizzato”.

Il bilancio di Ricci ad oggi è negativoSe posso fare un bilancio l’Italia non ha fatto scuola sul tema della riduzione dei sacchetti monouso, nonostante la massiccia e diffusa sensibilizzazione dei tempi e le centinaia di migliaia di borse di tela regalate. Principalmente perché non vi è stato un approccio sistemico al problema che è quello che tutte le iniziative legate ad un cambio di abitudini, dal monouso all’opzione riutilizzabile, necessitano. 

Invece di affrontare il primo problema e cioè quali misure incentivanti e disincentivanti per convincere gli italiani a fare a meno del monouso si è scelta da un lato la strada più facile senza pensare agli effetti collaterali.

Si è vietato per legge i sacchetti in plastica che avrebbero dovuto essere sostituiti da quelli in bioplastica senza tenere conto delle importazioni di sacchetti non conformi, del mercato dei sacchetti in nero che prolifera nei mercati rionali e alcuni circuiti dei vendita al pubblico, e che ancora oggi non si è riusciti ad eliminare.

La soluzione sarebbe stata invece molto semplice come quella adottata quasi 10 anni fa in Olanda: e cioè vietare la cessione gratuita obbligando i rivenditori per legge ad applicare un prezzo disincentivante al sacchetto monouso, sia in plastica che bioplastica compostabile, di non meno di 25 cent, e di batterlo a scontrino.

Quello che abbiamo conseguito è che – nonostante la legge del 2018 – i sacchetti biodegradabili non sempre vengono battuti a scontrino ma spesso ceduti gratuitamente. Anche la querelle nata ai tempi in cui si tentò di fare pagare il reale costo dei sacchetti ortofrutta ora simbolico non fu gestita bene in quanto non fu permesso ai supermercati di mettere a disposizione sacchetti ortofrutta riutilizzabili, un’altra rivoluzione mancata.

Di conseguenza quando si prendono troppi sacchetti, troppi per l’umido prodotto dalle famiglie di oggi, una parte finisce come sacchetto per l’indifferenziato con destinazione inceneritore o discarica, e una parte viene conferita nel sacco della plastica fossile che deve essere rimossa in quanto materiale estraneo che ne contamina il riciclo”.

Un impegno che parte dalla spesa e arriva lontano

Dire no ai sacchetti di plastica ma in generale monouso è un gesto potente, un messaggio chiaro che inviamo al mondo della produzione e della grande distribuzione. È la nostra personale dichiarazione di intenti a favore di un’economia più circolare, dove nulla si spreca e tutto si trasforma. Il nostro impegno, però, non deve fermarsi alla spesa alimentare: possiamo estendere questa filosofia a tanti altri ambiti della nostra vita. Scegliere prodotti con meno imballaggi, preferire gli articoli sfusi, portare con noi una borraccia riutilizzabile invece di acquistare bottigliette di plastica, sono tutte azioni che vanno nella stessa direzione.

La Giornata Internazionale senza Sacchetti di Plastica ci ricorda che la transizione ecologica è un percorso che deve essere compiuto congiuntamente da istituzioni, aziende e cittadini. Ognuno con il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Iniziare ad eliminare il superfluo, a partire da quel sacchetto leggero ma così dannoso, è il primo, fondamentale, passo per alleggerire il peso che grava sul nostro Pianeta e per costruire, un gesto alla volta, un futuro più pulito e sano per le generazioni che verranno.

Meno dispersione di imballaggi e più riciclo: con il deposito cauzionale una filiera più sostenibile

Festival dello Sviluppo Sostenibile 2025: nella tappa di Bologna protagoniste le filiere e le soluzioni concrete per rafforzare l’economia circolare e raggiungere gli obiettivi europei

Dal cuore produttivo e resiliente dell’Emilia-Romagna, nel corso della tappa bolognese della nona edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile è arrivato un chiaro messaggio: è necessario rafforzare la sostenibilità delle filiere come motore dello sviluppo economico, potenziando i distretti produttivi all’insegna dell’economia circolare e dell’innovazione a tutto campo. In tale prospettiva, è possibile combattere la dispersione nell’ambiente degli imballaggi per bevande, a partire dall’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per bottiglie e lattine. Come mostrato nel “Rapporto di Primavera 2025” dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), le imprese italiane che investono in sostenibilità ed economia circolare aumentano la produttività, la competitività e la solidità finanziaria, come sottolineato dai tanti rappresentanti del mondo produttivo e finanziario intervenuti all’evento di Bologna.

Durante l’incontro l’ASviS e la campagna “A buon rendere – molto più di un vuoto” hanno presentato il documento “Il deposito cauzionale, questo sconosciuto. Cosa fare per ridurre la dispersione nell’ambiente di bottiglie di plastica e lattine?” in cui si evidenzia come tale sistema (Deposit Return System – DRS) rappresenti una soluzione semplice ed efficace per rafforzare ulteriormente l’economia circolare, capace di garantire tassi di raccolta superiori al 90%come già avviene in Paesi europei come la Germania (98%). Infatti, se da un lato l’Italia presenta ottime performance in termini di economia circolare, anche grazie all’ottimo lavoro svolto dai consorzi esistenti, dall’altra essa è tra i principali responsabili dello sversamento di plastica nel Mediterraneo, con circa 90mila tonnellate disperse ogni annoSono oltre otto miliardi i contenitori di bevande in plastica, vetro e metallo che sfuggono al riciclo ogni anno, dispersi nell’ambiente o smaltiti in inceneritori e discariche.

Nonostante gli sforzi di raccolta, circa un terzo delle bottiglie in plastica sfugge ancora ai sistemi di raccolta tradizionali, contribuendo in modo significativo all’inquinamento ambientale. L’introduzione di un sistema di deposito consentirebbe non solo di incrementare la quantità e la qualità dei materiali raccolti per un sicuro riciclo ma anche di ridurre l’uso di materia prima vergine nella realizzazione di nuovi contenitori e di ridurre così le emissioni climalteranti. Il DRS, oltre a essere coerente con gli obiettivi delle legislazioni europee sui rifiuti previste anche dal nuovo Regolamento UE sugli Imballaggi ed i Rifiuti da Imballaggio, può rappresentare un’importante leva per il raggiungimento di diversi Obiettivi di sviluppo sostenibile. Insieme ai benefici ambientali, i Sistemi di deposito cauzionale hanno dimostrato di poter ridurre i costi di gestione dei rifiuti a carico delle comunità e di stimolare la crescita occupazionale, creando nuovi posti di lavoro nella gestione, raccolta e trattamento dei materiali” ha affermato Enrico Giovannini, Direttore scientifico dell’ASviS.

Il meccanismo è semplice: il sistema DRS prevede l’aggiunta di una piccola cauzione sul prezzo di vendita delle bevande che viene restituita al consumatore quando riconsegna il contenitore vuoto. Senza il DRS, sarà impossibile per l’Italia rispettare gli obiettivi legalmente vincolanti di raccolta del 90% al 2029 e di contenuto minimo riciclato (30% al 2030 ) per le bottiglie in plastica previsti dalla Direttiva sulle plastiche monouso già recepita nell’ordinamento nazionale” ha dichiarato Enzo Favoino, Coordinatore scientifico della nostra campagna “A buon rendere” e di “Zero Waste Europe”.

Una misura che trova d’accordo l’opinione pubblica. Il nostro secondo sondaggio condotto da Astra Ricerche ha infatti confermato che oltre l’83% degli italiani è favorevole all’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per i contenitori di bevande.

Leggi il comunicato stampa completo sul sito di AsVis sulle sessioni della giornata del 19 maggio.

Per visionare l’intervento di Enzo Favoino che dialoga sul tema del DRS con Roberto Giovannini vai alla registrazione dell’evento (ora 1,46).

Qualche pillola sui contenuti del paper alla sezione interviste

Nel documento sono presenti alcune interviste, basate su tre domande, che sono state poste ad Enzo Favoino come coordinatore scientifico della Campagna, all’assessore all’ambiente Elena Grandi del Comune di Milano che ha aderito alla nostra iniziativa, e a due esponenti di rilievo del mondo del beverage.

Per l’Italia è stato intervistato infatti Alberto Bertone (Presidente e amministratore delegato di Acqua Sant’Anna) marca leader di mercato che ha aderito alla nostra campagna e Alessandro Pasquale , Presidente di Natural Mineral Waters Europe – NMWE e di Mattoni 1873, marchio di punta del Gruppo leader nel settore delle acque minerali e bevande analcoliche in Europa centrale Kmv (Karlovarské minerální vody).

Alessandro Pasquale, che siede nel consiglio di amministrazione di Slovensko zálohuje – Správca zálohového systému, l’ente che amministra il sistema di deposito in Slovacchia, sottolinea nell’intervista i risultati conseguiti dal DRS che, a distanza di soli due anni dal suo avvio, ha portato il paese a raggiungere e superare, con un tasso di intercettazione del 92% per bottiglie e lattine, gli obiettivi europei di raccolta ( 90% al 2029) e di contenuto riciclato. Parliamo quindi, sia degli obiettivi della Direttiva SUP sulle plastiche monouso per le bottiglie in plastica, che degli obiettivi di raccolta imposti dall’art.50 del nuovo Regolamento UE imballaggi e Rifiuti da imballaggio (PPWR) estesi anche alle lattine .


Enzo Favoino, coordinatore scientifico della campagna “A Buon Rendere” ha spiegato nell’intervista che tra le motivazioni che hanno portato al lancio della campagna tre anni fa c’è stata anche la constatazione che, mentre un numero crescente di Paesi, soprattutto nell’UE, avevano già o stavano per adottare un Deposito Cauzionale (DRS), in Italia il dibattito su questo tema era inesistente o confuso. Una situazione che l’ampia coalizione che sostiene la campagna vede come una contraddizione clamorosa per diversi motivi:

  • Va contro i risultati positivi dimostrati dal DRS in termini di circolarità delle risorse, drastica diminuzione del littering (dispersione di rifiuti nell’ambiente) e riduzione dei costi correlati per gli Enti Locali e il Bilancio dello Stato che ogni anno versa all’Unione Europea per gli imballaggi in plastica che non ricicliamo, di cui oltre 100 milioni di euro sono imputabili alle sole bottiglie in PET per bevande che con un DRS potremmo invece intercettare e riciclare.
  • È in contrasto con gli obiettivi legalmente vincolanti fissati da direttive europee come la Direttiva sulle Plastiche Monouso (già recepita in Italia) e il Regolamento UE sugli Imballaggi ed i Rifiuti da Imballaggio (PPWR) come abbiamo visto prima.

Fortunatamente, la nostra campagna – spiega Favoino- forte del supporto di una coalizione che include le maggiori ONG ambientaliste, organizzazioni attente al consumo responsabile e ai diritti dei consumatori, e un numero crescente di Amministrazioni Locali, sembra aver smosso la situazione, generando discussioni e iniziative sul tema, anche in ambito parlamentare.
L’introduzione di un sistema nazionale di DRS in Italia è considerata praticamente certa motivo per cui l’obiettivo principale della coalizione è accelerare questo processo. Questo è dovuto principalmente al Regolamento UE sugli Imballaggi e Rifiuti da Imballaggio (PPWR), che indica il DRS come strumento chiave per raggiungere l’obiettivo del 90% di intercettazione di bottiglie e lattine. Se l’Italia non raggiungesse e mantenesse questo obiettivo dopo il 2029, la Commissione UE avrebbe il potere di imporre l’introduzione del DRS, che potrebbe diventare attivo al più tardi nel 2035.

Aspettare fino al 2035 significherebbe perdere anni di benefici in termini di sostenibilità, circolarità e riduzione dei costi per la collettività, oltre a perpetuare lo spreco di risorse riferito ad otto miliardi di contenitori dispersi o non riciclati annualmente in Italia.

A questo scopo le attività della campagna proseguono sul fronte dell’informazione verso i decisori politici e aziendali e la pubblica opinione sulla vera natura e semplicità del DRS, chiarendone le differenze e con sistemi esistenti di raccolte premiali tramite gli eco-compattatori (considerati insufficienti per gli obiettivi UE) e il “Vuoto a Rendere” finalizzato al riutilizzo dei contenitori. Inoltre la campagna è impegnata nel supporto del dibattito legislativo nazionale offrendo evidenze e aggiornamenti sulle esperienze in corso e in fase di avvio dei sistemi DRS europei per facilitare le decisioni in merito.

Leggi il documento “Il deposito cauzionale, questo sconosciuto. Cosa fare per ridurre la dispersione nell’ambiente di bottiglie di plastica e lattine?”, redatto dall’ASviS e dalla nostra campagna “A buon rendere”.

Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, durante la presentazione ha così commentato“Mi sono stufato di chi, nonostante i dati, continua a ripetere che fare sostenibilità è un costo. È falso. I dati dimostrano che chi fa sostenibilità guadagna competitività e ha una posizione finanziaria più solida. L’Italia ha buoni indicatori sull’economia circolare, ma il nuovo regolamento europeo ci chiede di fare di più, riducendo drasticamente i rifiuti. Il documento che pubblichiamo oggi dimostra che possiamo integrare nuove buone pratiche e valorizzare i comportamenti dei consumatori, generando vantaggi economici e ambientali. Abbiamo la possibilità di premiare i comportamenti virtuosi, e ciò può generare valore aggiunto. Uno dei messaggi fondamentali dello studio è che bisogna mettere in connessione produttori e consumatori. Serve volontà politica, cioè un impegno comune ad andare nella stessa direzione”.

Brand audit: anche in Italia i grandi marchi di bevande presenti massicciamente nel littering

Un’indagine di otto mesi rivela la massiccia presenza di grandi marchi di bevande nel littering italiano, con una sorprendente prevalenza del settore della birra in contenitori di vetro e metallo. L’iniziativa di una cittadina volontaria evidenzia l’urgenza di politiche di Responsabilità Estesa del Produttore efficaci come l’adozione di un sistema di deposito cauzionale che intercetti gli oltre 8 miliardi di contenitori che sfuggono al riciclo ogni anno.

Una recente iniziativa di brand audit condotta tra il primo maggio e il 31 dicembre 2024 in diverse località periferiche del milanese (Grezzago, Trezzo sull’Adda, Pozzo d’Adda e altre aree limitrofe) ha portato alla raccolta e categorizzazione di ben 11.499 contenitori per bevande abbandonati (il cosiddetto littering).

L’analisi di questi rifiuti da imballaggio per bevande è stata resa possibile per la prima volta in Italia dall’impegno quasi giornaliero di una cittadina volontaria, Helena Boers che, per otto mesi ha utilizzato la webapp “ABR Radar” della Campagna “A Buon Rendere” caricando i dati sulla tipologia dei contenitori raccolti e i rispettivi marchi.

In linea con i risultati dei brand audit internazionali condotti negli anni passati da Break Free From Plastic (BFFP) e dall’iniziativa Plastic Radar di Greenpeace Italia, i grandi marchi e gruppi leader di mercato si confermano maggiormente presenti nel littering. Tuttavia, emerge una particolarità tutta italiana: la forte presenza del settore della birra ai primi posti della classifica dei marchi che influenza la classifica italiana rispetto all’estero.

I risultati del brand audit evidenziano una prevalenza della plastica (47%) come materiale dei contenitori seguita dall’acciaio delle lattine (29%), dal vetro (20%) e dal cartone per liquidi (4%).

In termini di tipologia di bevande, l’acqua in bottiglia si posiziona al primo posto (33%), seguita da vicino dalla birra (32%)e dalle bibite analcoliche (27%).

L’analisi dei dati di ABR Radar, relativi a 5.830 contenitori per i quali è stato possibile identificare la marca, mostra che le 10 marche più presenti nel littering costituiscono il 67% del totale dei contenitori dispersi.

Analizzando i singoli marchi, Moretti si posiziona al primo posto, seguita da Coca Cola e Red Bull.

Considerando invece i gruppi con più marchi nel portafoglio, il gruppo Heineken (che include anche Moretti e Ichnusa) si colloca al primo posto, seguito da Coca Cola, Ab Inv e dal gruppo San Benedetto.

Per quanto riguarda il primo posto del marchio Moretti/Heineken va rilevato che potenziali brand audit condotti in altre regioni d’Italia, ad esempio del Centro Sud potrebbero vedere sul podio altri marchi di birra. Ad esempio in Puglia l’associazione Retake – che aderisce alla Campagna – organizza da tempo periodiche operazione di pulizia denominate Peroni Tour data la forte presenza della marca su tutto il territorio.

Il primo e il terzo post a due gruppi del comparto birra come Heineken e Ab Inv, e il secondo posto dell’alluminio come materiale dei contenitori dispersi, smentiscono alcune dichiarazioni pubbliche degli ultimi tempi provenienti sia dal settore della birra, che dal consorzio Cial per l’alluminio, che tendono a minimizzare il contributo del settore della birra, e delle lattine, al problema del littering. Nonostante in Italia si immettano al consumo molte più bottiglie in PET e in vetro rispetto alle lattine, e meno della metà di quanto viene commercializzato in Spagna, il contributo delle lattine al littering risulta tutt’altro che insignificante.

Enzo Favoino coordinatore scientifico Campagna “A Buon Rendere”

Le evidenze concrete raccolte attraverso i brand audit hanno spinto i produttori di bevande in diversi paesi europei a sostenere politiche di EPR più efficaci, come i sistemi di deposito cauzionale (DRS).

Attualmente, 17 paesi europei hanno già implementato tali sistemi, e altri, come Polonia, Portogallo, Spagna, Grecia e Regno Unito, prevedono di introdurli entro il 2027. L’Italia purtroppo non figura ancora tra questi paesi. Auspichiamo pertanto un’urgente azione congiunta di produttori e decisori politici che affronti concretamente il problema del littering e della decarbonizzazione del settore attraverso l’implementazione di sistemi di deposito cauzionale efficaci per promuovere anche in Italia un’economia più circolare e meno dipendente dall’importazione di materie prime.

Silvia Ricci coordinamento Campagna “A Buon Rendere”

Nonostante l’evidenza emersa, in Italia non si è ancora assistito a un pieno riconoscimento del problema e all’adozione di soluzioni efficaci da parte dei produttori, come discusso in un recente convegno promosso dal Vicepresidente della Camera Sergio Costa.

Nonostante diverse iniziative da parte di singoli cittadini e associazioni evidenzino la gravità della situazione su tutto il territorio nazionale, i produttori di bevande tendono ancora a minimizzare la propria responsabilità, enfatizzando quella dei singoli consumatori. Come è il caso della Campagna “ Se deve finire così con beveteci nemmeno” di Ichnusa/Heineken giunta alla seconda edizione”. Il contatore sul sito della campagna ha già superato i due miliardi di contenitori sprecati da inizio 2025 ed è assurdo continuare a rimandare una decisione sull’unico sistema che si è dimostrato efficace nel ridurre drasticamente la dispersione degli imballaggi per bevande nei paesi dove è stato implementato riducendo al contempo l’entità della Plastic Tax che paghiamo ogni anno all’Unione Europea per gli imballaggi in plastica che non ricicliamo”.

L’impegno di Helena Boers

Helena è una cittadina di origine olandese residente nel milanese che, motivata dall’amore per il suo paese d’adozione, e dalla frustrazione per l’incuria ambientale dilagante che la circonda, raccoglie quasi quotidianamente i rifiuti lungo le strade della sua zona, e registra i dati riferiti agli imballaggi per bevande utilizzando ABR Radar la webapp della campagna “A Buon Rendere”. La sua attività, che la impegna per diverse ore al giorno, ha permesso di raccogliere i dati su cui si basa questa analisi, evidenziando la quantità di contenitori per bevande che non vengono riciclati a causa dell’abbandono, o di un conferimento errato nel rifiuto indifferenziato.

Helena che provenie dall’Olanda, uno dei 17 Paesi con un sistema di deposito cauzionale attivo si augura pertanto ardentemente che anche l’Italia possa adottare un sistema simile, in grado di intercettare fino al 98% dei contenitori per bevande. Il suo impegno di brand audit prosegue pertanto anche nel 2025, con l’obiettivo di continuare a monitorare il fenomeno e sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di politiche più efficaci. Un articolo su Helena Boers è apparso su Green&Blue lo scorso anno.

Per approfondire i risultati dell’indagine: Brand audit: anche in Italia i grandi marchi di bevande presenti massicciamente nel littering con qualche sorpresa

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Quanti imballaggi per bevande sprechiamo ? Scoprilo con What we Waste di Reloop

Grazie al dashboard di What we Waste messo a disposizione recentemente da Reloop è possibile esplorare dati e tendenze relative a vendite e consumo di bevande nei diversi tipi di contenitori e quantificare quanti imballaggi non vengano intercettati per il riciclo in oltre 210 Paesi che rappresentano il 98% della popolazione globale.

La versione aggiornata del dashboard What we Waste mette a disposizione dati quali l’immesso al consumo di bevande nelle diverse tipologie di contenitore nei vari mercati e i tassi di riciclo dei diversi paesi presenti nel database che consentono di permettono di conoscere quanti contenitori non sono stati intercettati per il riciclo ( sprecati) e, verosimilmente, smaltiti con il rifiuto indifferenziato, oppure dispersi nell’ambiente.

Si tratta di dati che coprono il periodo dal 1999 al 2029 e che vengono man mano aggiornati quando nuovi dati vengono resi disponibili. Al momento si tratta di dati storici sino al 2023, e di proiezioni per quanto riguarda il periodo 2024-2029. Attraverso questo strumento, è possibile ottenere numeri specifici sulla situazione italiana.

Dati Generali sull’Immesso al Consumo in Italia

Secondo i dati storici e i trend attuali di vendita, in Italia il PET risulta essere il materiale più scelto dall’industria. Prendendo in considerazione il periodo compreso tra il 1999 e il 2029, le proiezioni indicano che in Italia saranno state vendute un totale di 722,7 miliardi di unità di imballaggi per bevande. Di queste, quasi la metà, ovvero il 47%, sono rappresentate da bottiglie in PET.

Focus sul Mercato dell’Acqua Minerale

Selezionando il comparto delle vendite dei soli contenitori per acqua minerale venduti nello stesso periodo (1999-2029), si osserva che questo segmento da solo, con 344,4 miliardi di unità immesse sul mercato, rappresenta circa la metà del mercato totale degli imballaggi per bevande nei 30 anni. La composizione di questi contenitori per acqua è la seguente:

  • Quasi 270 miliardi sono bottiglie in PET monouso.
  • Quasi 9 miliardi sono bottiglie in vetro monouso.
  • Circa 66 miliardi sono bottiglie in vetro riutilizzabili.
  • Una quantità minore è costituita da contenitori per bevande in metallo o in cartone per liquidi.

L’Italia nel Contesto Europeo

Nel confronto con altri paesi europei, l’Italia presenta alcune peculiarità:

  • È il primo paese in Europa per consumo di acqua in bottiglia.
  • È il paese europeo che utilizza maggiormente il PET, come si può vedere confrontando le vendite con quelle di sei altri paesi europei.
  • Per il consumo di birra, l’Italia utilizza primariamente il vetro monouso, mentre paesi come la Germania prediligono il vetro ricaricabile.

Fattori che Influenzano lo Spreco: L’Assenza del Sistema di Deposito Cauzionale (DRS)

L’Italia spreca circa 141 contenitori pro capite come dati 2024. Tra i paesi ai primi posti della classifica come spreco abbiamo la Grecia che si appresta a lanciare un sistema cauzionale verso fine anno o nei primi mesi del 2026, l’Ungheria ha implementato il DRS nel 2024 e siamo in attesa di conoscere i risultati, Portogallo e Spagna partiranno rispettivamente nel 2026 e 2027. La Polonia avvierà il sistema il prossimo ottobre 2025. Romania e Irlanda hanno un DRS da tempi recenti e si attendono miglioramenti importanti da quest’anno. In buona sostanza solamente l’Italia non è partito alcun dibattito, mentre in Francia la legge per un sistema cauzionale era stata introdotta nella legislazione ambientale ma sono state le associazioni dei comuni a bloccarla.

Il dashboard contiene una sessione che permette di stimare quali miglioramenti potrebbe apportare l’implementazione di un DRS in quei Paesi che ne sono ancora ancora sprovvisto. La mancanza di tale sistema influenza verosimilmente la quantità di contenitori che non vengono intercettati per il riciclo, finendo smaltiti nel rifiuto indifferenziato o dispersi nell’ambiente. In sintesi, i dati dal dashboard What we Waste evidenziano l’elevato volume di imballaggi per bevande immessi sul mercato italiano, con un forte dominio del PET, soprattutto per l’acqua in bottiglia, e pongono l’accento sull’assenza di un sistema di deposito cauzionale come fattore chiave che impatta sulla gestione di questi materiali post-consumo.

Nel periodo 2015 – 2024 nel nostro paese sono stati sprecati quasi 84 miliardi di unità (83,685,743,519 unità) di contenitori per bevande, di cui quasi 66 miliardi di bottiglie in PET, quasi 14 miliardi di bottiglie di vetro e oltre 4 miliardi di lattine in alluminio. Ci precedono in classifica la Spagna e la Francia che presentano uno spreco più marcato di lattine, e anche di vetro soprattutto nel caso della Spagna.

SPRECO IN TONNELLATE DI MATERIALI

Parlando di tonnellate si tratta di circa 6.701.197 milioni di tonnellate di materiali ( PET 2.262.785, vetro 4.383.162 e metallo 55.251) sprecati dal 2015 al 2024 che corrispondono a circa 670.120 tonnellate in media ogni anno l’Italia si piazza al quarto posto della classifica europea dopo Inghilterra, Francia e Spagna. Come anticipato si tratta di 3 paesi che, Francia parte, avranno DRS nel 2026 ( Spagna) o 2027 (UK).

Comparando invece lo spreco pro capite che avviene nei quattro Paesi Membri più popolosi di cui solo la Germania ha sia un sistema cauzionale per contenitori monouso che per contenitori riutilizzabili, risulta evidente l’effetto positivo che i due sistemi possono avere in combinata.

Quali saranno le emissioni di CO2 nei prossimi 5 anni?

Qualora la situazione attuale senza un sistema cauzionale non migliorasse l’Italia sprecherebbe circa 44 miliardi di contenitori ( oltre 8 miliardi ogni anno) che corrispondono a 2.770.182 tonnellate tra contenitori in vetro, PET e metallo nel periodo 2025-2029. Rispettivamente 1.711.020,1.046.237e 12.925.

Se si implementasse nel 2025 un DRS considerando i tempi richiesti per funzionare a regime si potrebbero invece riciclare 827.663 tonnellate di materiali con un risparmio di 1.087.637 tonnellate di CO2 equivalenti

Per maggiori dettagli sul dashboard vai all’articolo di approfondimento.