Design Sistemico per riprogettare il domani
Il momento storico che stiamo vivendo è segnato da una profonda crisi che mina le basi di un sistema sociale ed economico figlio del Positivismo e delle Rivoluzioni Industriali e sviluppatosi secondo un modello di consumo che ha posto al centro il prodotto e soprattutto il profitto. Questa premessa sembra scontata oggi dopo che la comunità internazionale ha maturato e mostrato negli ultimi decenni una significativa presa di coscienza rispetto ai problemi e ai limiti di un modello di sviluppo miope e in disaccordo con le leggi fisiche del nostro pianeta. Sono ormai evidenti gli effetti di questa crisi a livello globale, si susseguono rapporti scientifici sullo stato del pianeta che confermano le ipotesi avanzate dai primi modelli matematici che tentavano di simulare i limiti dello sviluppo.
Non ultimo il Rapporto di Jorgen Randers che a 40 anni dalla pubblicazione dell’ormai celebre Rapporto del MIT sui limiti dello sviluppo estende i calcoli effettuati nel 1972 facendo una previsione non rosea per il 2052. Il presente di oggi ha purtroppo validato le previsioni del primo rapporto che al momento della sua pubblicazione fece molto scalpore e suscitò critiche feroci per via della sua visione pessimistica di un declino economico che sarebbe potuto cominciare entro i primi decenni del ventunesimo secolo.
Con un approccio più vicino al linguaggio degli economisti e dei politici Sir Nicholas Stern ha evidenziato nel 2006 come i cambiamenti climatici e più in generale la crisi ambientale globale, sarebbe costata da un minimo del 5% del PIL mondiale all’anno ad un massimo del 20%. Invece, per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, sarebbe stato sufficiente investire soltanto l’1% annuo del PIL.
Questi sono solo due esempi che confermano una tendenza, ormai in atto da tempo, di fallimento di un sistema sociale ed economico lineare basato sull’irrazionale prelievo di risorse e sulla conseguente produzione di rifiuti. Non è più il momento di discutere sulle effettive cause di questa crisi, e sull’evidenza degli effetti che sono ormai evidenti, ma è il tempo di prendere coscienza del cambiamento e agire per disegnare un nuovo futuro. La situazione di profonda crisi che sta vivendo oggi il tessuto economico europeo, ma non solo, è evidenza della crisi più profonda dell’intero sistema lineare su cui poggia la nostra società. Per superarla non è pensabile adottare lo stesso approccio e le stesse strategie che hanno contribuito alla creazione di questo sistema e dei problemi che da questo sono stati generati, ma è necessario un profondo ripensamento dei bisogni e delle dinamiche sociali ed economiche attraverso nuove prospettive. In questo scenario la figura del progettista è centrale. Al designer è demandato un evidente impegno etico e culturale per trovare soluzioni sostenibili: ruolo che va oltre la semplice figura di ideatore di nuovi prodotti assumendo una visione più strategica e nel ruolo di esploratore del contemporaneo si fa carico di definire nuovi modelli di consumo.
Si parla quindi di Ecodesign o Design for Environment come discipline per la definizione di nuovi scenari socio culturali per la soddisfazione di bisogni reali. Agli albori, l’approccio del Design for Environment era focalizzato sul massimizzare l’efficienza di un sistema economico produttivo ricco di scarti e di sprechi. E’ nato quindi il concetto di “Lean Production” per limitare i cosiddetti “muda”, arrivando a ipotizzare il famoso fattore 4 o 10 secondo cui l’attuale livello di benessere potrebbe essere sostenuto impiegando un decimo delle risorse attualmente utilizzate. L’approccio all’ecoefficienza ha determinato la nascita di metodologie di analisi per valutare l’impatto ambientale dei processi produttivi (es. LCA) e di conseguenza una serie di guidelines per cercare di mitigare questi impatti. Tuttavia, questo approccio è stato spesso applicato con interventi “end-of-pipe” volti a limitare i danni di un sistema produttivo inefficiente, demandando a nuove tecnologie “verdi” l’onere di mitigare gli impatti, senza focalizzarsi realmente sul cuore del problema. Intervenire sull’efficienza energetica di un elettrodomestico o di un’automobile serve a poco se non si ripensa il sistema di utilizzo per cui questi apparecchi sono stati pensati.
In quest’ottica si sono sviluppati approcci alla sostenibilità il cui obiettivo è quello di ripensare il sistema creando un nuovo stato di equilibrio ispirato ai meccanismi che la natura ha sviluppato in 4 miliardi di anni. Si assiste quindi ad uno spostamento di paradigma che l’architetto statunitense
con l’ottica di disegnare sistemi in cui non sia più presente il concetto di “rifiuto”, ma nei quali ogni output di un processo diventa input per nuove attività.
Da queste basi nasce la “circular economy” che prevede di valorizzare gli scarti trattandoli come risorse per nuove attività attraverso il riciclo materico e l’ottimizzazione della vita utile dei prodotti contrastando l’obsolescenza programmata figlia di un sistema economico lineare basato sulla necessità di introdurre in continuazione nuovi prodotti sul mercato per mantenere se stesso.
Un approccio ancora più interessante, a nostro avviso, è quello della Blue Economy proposto dalla Fondazione Zeri, che ispiratosi alla scienza della complessità, alla teorie dei sistemi dinamici e ai meccanismi presenti in natura propone un sistema produttivo innovativo assolutamente integrato nella biosfera in grado di generare attività emergenti dagli output dei singoli processi.
Le relazioni output-input, che si creano all’interno di un sistema complesso, rappresentano le fondamenta della metodologia sistemica. Proprio dalla collaborazione tra la Fondazione Zeri e il Politecnico di Torino è nata la metodologia del Design Sistemico sviluppata negli ultimi 20 anni dal Gruppo di Ricerca coordinato dal prof. Arch. Luigi Bistagnino*.
Il Design Sistemico è una metodologia progettuale che può essere applicata a differenti settori produttivi: dall’industria manifatturiera, alle filiere agroalimentari, ai servizi. Questa metodologia è volta a ridurre l’impatto ambientale generando al contempo un notevole flusso economico attraverso l’analisi, la conoscenza e la riprogettazione dei flussi di materia e di energia. Il Design Sistemico ha la capacità di coinvolgere i soggetti di un sistema, generando una rete di relazioni che porta vantaggi al singolo e all’intero sistema. Le singole parti si intrecciano formando una rete tra i flussi di materia, energia e informazione che la rende robusta e capace di assorbire le variazioni impreviste. In questo modo è possibile creare il sistema complesso che annulla il concetto di “rifiuto”. La realizzazione del sistema è solo l’ultimo tassello della metodologia, che si raggiunge solo dopo aver analizzato il contesto e le risorse nascoste del territorio, utili ad innescare nuove relazioni. Questo approccio progettuale è adottato dal gruppo torinese di ecodesigner che prende il nome di Officine Sistemiche.
Dario Toso – Officine Sistemiche
Officine Sistemiche è formata da un team di ecodesigner torinesi. Il gruppo, formatosi culturalmente e metodologicamente al dAD – Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino all’interno del Gruppo di Design Sistemico con il quale tuttora collabora, affianca realtà aziendali ed imprenditoriali con l’obiettivo di migliorarne le performance ambientali, economiche e sociali, in accordo con l’approccio del Design Sistemico. La tematica ambientale sempre più urgente per le realtà aziendali necessità di competenze solide e di una visione innovativa e lungimirante per adottare una visione strategica incisiva che sappia andare al di là di azioni di comunicazione spesso al limite del greenwashing. Lo stretto dialogo con il mondo della ricerca consente ad Officine Sistemiche di confrontarsi costantemente con l’innovazione nel settore ambientale sviluppando una visione strategica in tal senso.
Il progetto sviluppati da Officine Sistemiche testimoniano come un design orientato al territorio ed allo sviluppo locale, sia in grado di creare connessioni e legami tra risorse e saperi prima scollegati fra di loro. Infatti, è proprio grazie alla creazione di un sistema, in cui i suoi componenti sono legati tra loro da un reciproco scambio di risorse, che si genera un processo virtuoso sostenibile sia da un punto di vista economico, sociale ed ovviamente ambientale.
Le connessioni che si formano tra i vari nodi si basano su un legame di interdipendenza, che autoregolano il sistema stesso, capace di generare un senso di responsabilità condivisa. In questo scenario, il concetto di prodotto smette di essere un’entità singola, ma diventa espressione di una rete di relazioni.
* Luigi Bistagnino, Design Sistemico. Progettare la sostenibilità produttiva e ambientale, 2ª ed. Slow Food Editore, 2011.
Leggi anche Ripensare l’economia con il Design Sistemico di greenews.info
L’economia circolare è donna
Da velista che conquistò nel 2005 il record per la circumnavigazione più veloce in solitaria del globo a paladina dell’Economia Circolare. Sempre più aziende internazionali decidono di cimentarsi con il nuovo modello di business che Ellen MacArthur promuove con la stessa tenacia con cui affrontava il mare e sin dalla più tenera età.
Dopo aver dato l’addio al mondo dei professionisti della vela nel 2010, ed essere stata fatta Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta, l’ex velista dà vita all’omonima Fondazione per diffondere i benefici dell’economia circolare, un modello (in antitesi all’attuale) che preserva i limiti fisici e le risorse finite del nostro pianeta. Ogni anno raggiungiamo sempre prima l‘Overshoot day, ossia il giorno dell’anno in cui l’umanità esaurisce il suo budget ecologico annuo secondo il Global Footprint Network, che si occupa di misurare l”impronta ecologica del pianeta. Dopo il 20 di agosto manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera.
Mentre nel modello attuale di economia lineare le risorse vengono impiegate in modalità unidirezionale lungo le fasi di estrazione – produzione – consumo e smaltimento (dalla culla alla tomba ), il modello circolare usa le risorse nel modo più efficiente possibile. Facendole girare il più a lungo possibile nel ciclo economico attraverso il riuso e il riciclo (dalla culla alla culla) la concezione di rifiuto in questo modello viene eliminata perchè uno scarto di un processo industriale può diventare la materia prima per un altra produzione. La fase di progettazione assume pertanto un’importanza determinante per fare si che tutto il ciclo di vita di beni e servizi, dall’ approvvigionamento delle materie prime, passando per i processi produttivi, distributivi e di gestione del fine vita, sia imperniato sui concetti di rigenerazione e ripristino delle risorse. In questa prospettiva i prodotti durevoli non dovranno essere soggetti all’obsolescenza programmata ma progettati per durare il più a lungo possibile. Con l’aumento della popolazione mondiale si dovrà obbligatoriamente andare verso un utilizzo condiviso (piuttosto che possesso esclusivo) dei beni con formule simili al leasing e al noleggio ovunque possibile.

Tornando alla storia di Ellen McArthur sono 5 le prime aziende che nel 2010 aderiscono alla sua Fondazione: B&Q, BT, Cisco, National Grid ( il gestore di rete britannico) e Renault.
Il primo passo fu quello di commissionare uno studio alla società di consulenza McKinsey per quantificare il valore economico dei materiali che vengono sprecati nella produzione e fine vita dei beni e proporre soluzioni. La fase successiva -in atto- è stata la realizzazione di una piattaforma di intenti CE100 capace di riunire in un’alleanza globale grandi aziende, innovatori ma anche regioni o nazioni. Tra le adesioni più recenti SAB Miller (Peroni, Nastro Azzurro) e il Governo della Scozia.
Towards a Circular Economy
Il rapporto Towards a Circular Economy è uscito nel 2012 con il primo volume e nel 2013 con il secondo, entrambi scaricabili gratuitamente dal sito della Fondazione.
Tra i dati più eclatanti rivelati nel primo volume c’è quello della quantità di materie prime che il sistema economico attuale “divora” annualmente. Per ora siamo a 65 miliardi di tonnellate ma, se non verranno prese serie contromisure, si arriverà ad 82 annue nel 2020 con un inevitabile aumento delle quotazioni delle materie prime.
Eppure -sempre secondo il report- se l’industria europea usasse le risorse naturali in maniera più efficiente potrebbe risparmiare fino a circa 630 miliardi di dollari all’anno, che corrisponde a circa un quarto di quanto spende per approvvigionarsi e a 3-4 punti percentuali di Pil.
Nel secondo volume si trovano alcuni esempi di economia circolare possibili nei settori dei prodotti alimentari e bevande, dei prodotti tessili, e dell’imballaggio che rappresentano insieme l’80% del mercato totale dei beni di largo consumo. Il coinvolgimento di questo settore ha un’importanza strategica se si considera che assorbe come valore circa il 60% della spesa totale dei consumatori, il 35% degli input di materiali nell’economia, il 75% dei rifiuti urbani e assorbe più del 90% della produzione agricola (risorsa a rischio in un futuro non più così distante..).
Ecco un estratto dell’intervista recentemente rilasciata al Financial Times dalla McArthur.
Le sue idee stanno guadagnando appeal tra alcune delle società più importanti del mondo. Ma cos’è l’economia circolare, forse un’estensione del Lean Manifacturing ?
No, se ci si concentra sull’efficienza non si modifica il sistema. L’attuale ciclo produttivo è lineare con risorse naturali che vengono estratte per costruire un prodotto che diventa successivamente un rifiuto. Dobbiamo invece dare origine a flussi globali per i materiali.
Ad esempio, invece di comprare una lavatrice che finisce le sue giornate in una discarica, i consumatori potrebbero noleggiarla e quando si rompe averne un’altra in sostituzione. La lavatrice “defunta” verrebbe ritirata e riprogettata dal produttore e rimessa nel sistema.
Ci sono aziende che lo stanno già facendo ?
In parte lo sta facendo la Renault . Nello stabilimento di Choisy le- Roi vengono rimessi a punto parti di autovetture usati come pompe di iniezione, cambi e turbocompressori. Destinati ad essere montati su altre macchine i pezzi “ristrutturati” costano meno dei ricambi nuovi e sono coperti dalla stessa garanzia Renault. L’utilizzo di queste parti ” come nuove” permette un risparmio dell’80% di energia, dell’88 % di acqua e del 92% di sostanze chimiche che sono necessarie quando si parte da zero. In più Renault ci guadagna.
Come è nata l’idea di questo progetto ?
Progettare un giro del mondo è qualcosa di molto complesso. Ma dopo che si è salpati quanto si ha a disposizione è quello che ci si è portati in barca. Trovandosi per lo più a non meno di 2.000 o 2.500 miglia da terra e a cinque giorni da un ospedale bisogna essere autosufficienti. In queste condizioni si sviluppa un’opprimente sensazione di ciò che è finito.
Come ha fatto a realizzare le sue idee ?
Con determinazione – come quella della bambina di 4 anni che sono stata che voleva navigare intorno al mondo. Anche se non avevo idea di come farlo accadere.
L’economia era un argomento completamente nuovo- così ho parlato con esperti del settore per capire come funziona l’economia globale. Mi sono interessata prima di energia e poi al consumo di materie prime, sempre più scarse e costose.
L’economia circolare>> spiegata in meno di due minuti di visione.
Il nostro Dossier arriva in Parlamento
Torniamo sulla questione ANCI-CONAI per segnalare un’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Giuseppe Civati e Roger De Menech, in cui si chiede al Ministro dell’Ambiente Orlando di rispondere in commissione alle questioni sollevate dal nostro Dossier.
Speriamo che la risposta e il conseguente interessamento del Governo in questa vicenda con molte ombre non arrivi dopo la chiusura del nuovo accordo, visto la nostra campagna sta suscitando notevoli problemi e spingendo i soggetti coinvolti a chiudere in fretta la partita…
Ecco di seguito il testo dell’interrogazione:
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE
Al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
Per sapere, premesso che:
– Entro l’autunno l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) deve ridefinire i termini dell’accordo con il CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), costituito dalle imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi. Tale accordo, se opportunamente rinegoziato, potrebbe portare ingenti risorse economiche ai Comuni per finanziare i servizi di raccolta dei rifiuti;
– I Comuni italiani si trovano in condizioni di grande difficoltà economica: da un lato i continui tagli dei trasferimenti erariali e regionali rendono sempre più difficile garantire livelli accettabili di servizi ai cittadini, dall’altro le norme di indirizzo europee e nazionali, anche nel settore della raccolta differenziata, indicano correttamente la necessità di raggiungere obiettivi minimi di intercettazione e riciclo di materia dai rifiuti. Questi servizi hanno evidentemente dei costi importanti che, se non compensati da adeguati corrispettivi per vendita degli imballaggi, rischiano di ricadere unicamente nelle bollette di famiglie e imprese;
l’Associazione Nazionale Comuni Virtuosi, in collaborazione con ESPER (Ente di Studio per la Pianificazione Ecosostenibile dei Rifiuti), ha elaborato uno specifico dossier che entra nel merito dei conti del settore e indica dieci proposte che potrebbero garantire rilevanti entrate nelle casse dei comuni;
– Gli imballaggi costituiscono il 35-40% in peso e il 55-60 % in volume della spazzatura che si produce ogni anno in Italia. Per ogni imballaggio prodotto e immesso nel mercato, il produttore versa ai consorzi un contributo ambientale che dovrebbe essere trasferito ai comuni quando l’imballaggio, passando per la raccolta differenziata, viene riconsegnato ai consorzi. Si tratta di cifre importanti, che dovrebbero essere destinate a coprire i costi di raccolta e, se ben utilizzate, contribuire concretamente a diminuire la tassazione sui rifiuti a carico dei cittadini e delle imprese;
– Delle centinaia di milioni di euro all’anno che sono incassati dal Sistema Conai, solo poco più di un terzo viene girato ai Comuni e queste risorse spesso non entrano neppure nelle casse comunali poiché vengono in gran parte utilizzate per pagare le piattaforme private che si occupano della preselezione dei flussi di rifiuto;
– Gli ultimi dati disponibili, riferiti al 2011, i comuni avrebbero beneficiato di circa 297 milioni al lordo dei costi di preselezione (si stima che, al netto di tali costi, rimanga ai comuni circa la metà) a fronte del ricavo totale annuale del sistema Conai di 813 milioni di euro. distribuiti capillarmente in tutto in tutto il Paese;
– Le esperienze estere in materia indicano come una diversa ripartizione dei costi del sistema determini ampi miglioramenti di tutta la filiera del riciclo e benefici economici per i Comuni e gli utenti del servizio; di fatto gli Enti Locali si trovano ad affrontare con scarsissime risorse e strumenti molto ridotti una situazione difficile, in cui non hanno la possibilità di incidere nel processo di formazione dei rifiuti da imballaggi (i Comuni non possono, infatti, influenzare le modalità di consumo e progettazione degli imballaggi o rendere obbligatorio il vuoto a rendere);
– La crisi ha comportato una minore immissione al consumo di imballi ed un minor gettito per il Contributo Ambientale Conai: si ritiene che questo mancato introito non debba penalizzare i Comuni che sostengono i costi per i servizi di raccolta e rischiano di non ricevere un corrispettivo adeguato alla spesa sostenuta (nel 2011, in media, solo un terzo dei costi delle raccolte era sostenuto dai corrispettivi Conai per un campione in cui veniva raggiunto il 35 % di RD mentre nei Comuni dove si raggiunge il 65 % di RD il tasso di copertura dei costi è pari al 20 % circa);
– Questo dato è confermato dall’Osservatorio Rifiuti della Provincia di Torino che ha effettuato un accurato monitoraggio dei costi di raccolta fin dal 2007, dal quale risulta che nel 2011 la quota di costi di raccolta dei soli imballaggi coperta grazie ai corrispettivi riconosciuti dal Conai risulta pari al 28,7 %;
-E evidente che la compensazione dei costi della RD deve essere allineata a quella degli altri paesi europei e deve provenire sia da una riduzione dei costi di struttura del sistema Conai che da un deciso aumento del Contributo Ambientale Conai (CAC), che deve essere commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi, penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio e favorendo gli imballaggi totalmente riciclabili con bassi costi ambientali, energetici ed economici;
-Infatti, si sta assistendo ad un aumento della complessità nella produzione di imballaggi che determina delle criticità di gestione, dalla fase di corretta differenziazione nelle case fino a quelle successive di raccolta-selezione-riciclo. Soprattutto per quanto riguarda la plastica sono le stesse associazioni di riciclatori, come Plastic Recyclers Europe, che identificano in un marketing orientato soprattutto all’impatto estetico, a discapito della riciclabilità, una possibile minaccia al raggiungimento degli obiettivi di riciclo europei. Da qualche anno importanti quantitativi (in costante aumento) di plastiche nobili, a causa di etichette coprenti o additivi opacizzanti, vengono dirottate nella frazione del plasmix (plastiche miste) invece di andare verso un riciclo meccanico ecoefficiente;
-Va sottolineato che l’art. 11 della direttiva 2008/98/CE (Riutilizzo e riciclaggio), al paragrafo 2, fissa obiettivi di riciclo e non di raccolta differenziata e testualmente recita:“Al fine di rispettare gli obiettivi della presente direttiva e tendere verso una società europea del riciclaggio con un alto livello di efficienza delle risorse, gli Stati membri adottano le misure necessarie per conseguire i seguenti obiettivi: ” entro il 2020, la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di rifiuti quali, come minimo, carta, metalli, plastica e vetro provenienti dai nuclei domestici, e possibilmente di altra origine nella misura in cui tali flussi di rifiuti sono simili a quelli domestici, sarà aumentata complessivamente almeno al 50 % in termini di peso”.
1.il Ministro interrogato non ritenga opportuno farsi parte attiva nella prevista rinegoziazione dell’accordo ANCI-CONAI e, in particolare, non ritenga di assumere le iniziative necessarie ad adeguare agli standard europei i contributi versati dalle imprese per l’immissione sul mercato degli imballaggi e i corrispettivi che i Comuni ricevono per la raccolta e la riconsegna degli imballaggi ai consorzi, estendendo e riconoscendo loro i contributi per tutti i materiali plastici effettivamente riciclabili;
2.il Ministro interrogato non ritenga inoltre opportuno a questo fine assegnare ad un soggetto terzo, in grado di garantire le parti (Comuni e Consorzi), le verifiche sulla qualità dei materiali, aumentare l’entità dei contributi CONAI, garantire un riallineamento del CAC (ora siamo al 25 % circa della media europea) ed eliminare qualsiasi contributo del CONAI destinato all’incenerimento, destinando i contributi a sostegno di cicli chiusi di recupero della materia, con particolare attenzione alle frazioni plastiche residue.
3.il Ministro interrogato non ritenga inoltre necessario, per favorire una filiera efficiente del recupero della materia, mettere in atto ogni azione possibile perché sia rimodulata l’entità del Contributo Ambientale Conai (CAC), che deve essere commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi, penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio e favorendo gli imballaggi totalmente riciclabili con bassi costi ambientali, energetici ed economici.
De Menech, Civati
Lettera aperta al Presidente Fassino
Gentile Piero Fassino, avendo appreso la notizia della Sua recente nomina a Presidente dell’ANCI, Le anticipo il mio augurio nella certezza che saprà affrontare al meglio il momento drammatico che gli enti locali stanno attraversando.
Le scrivo per segnalarLe una questione che l’Associazione Comuni Virtuosi ha sollevato nei giorni scorsi presentando un apposito DOSSIER, relativamente al nuovo accordo ANCI-CONAI per la gestione degli imballaggi che, se profondamente rivisto come proponiamo, potrà portare importanti risorse economiche ai comuni per finanziare i servizi di raccolta dei rifiuti.
I comuni italiani si trovano in condizioni di grande difficoltà economica, per cui è sempre più difficile garantire livelli minimi di servizi per i cittadini, mentre le norme di indirizzo dell’UE e nazionali, anche nel settore della raccolta differenziata, indicano correttamente la necessità di raggiungere obiettivi minimi di intercettazione e riciclo di materia dai rifiuti.
Questi servizi hanno dei costi importanti che, se non compensati da adeguati corrispettivi per la vendita degli imballaggi, rischiano di ricadere unicamente nelle bollette di famiglie e imprese.
Gli imballaggi costituiscono il 35-40% in peso e il 55-60 % in volume della spazzatura che si produce ogni anno in Italia. Per ogni imballaggio prodotto e immesso nel mercato, il produttore versa ai consorzi un contributo che dovrebbe essere trasferito ai comuni quando l’imballaggio, passando per la raccolta differenziata, viene riconsegnato ai consorzi.
Sono cifre importanti, che dovrebbero essere destinate a coprire i costi di raccolta e, se ben utilizzate, contribuire sensibilmente a diminuire la bolletta dei cittadini.
Ma delle centinaia di milioni di euro all’anno che vengono incassati dal Sistema Conai, solo poco più di un terzo viene girato ai Comuni: e queste risorse spesso non entrano neppure nelle casse comunali poiché vengono in gran parte utilizzate per pagare le piattaforme private che si occupano della preselezione di tali flussi.
Considerando l’ultimo dato disponibile, riferito al 2011 si evince che i comuni avrebbero beneficiato di circa 297milioni al lordo dei costi di preselezione (si stima che al netto di tali costi rimanga circa la metà ai comuni) a fronte del ricavo totale annuale del sistema Conai di 813 milioni di euro. Nel resto d’Europa i contributi versati dalle imprese sono molto più elevati e comprendono il rimborso dei costi di preselezione.
In Francia, tanto per fare un esempio, chi produce imballaggi in carta e cartone deve versare 160 euro a tonnellata di contributo ambientale per rimborsare i Comuni francesi dei costi per la gestione a fine vita di tali imballaggi (tale contributo incide per il 0,4 % sui costi al consumo). In Italia il contributo è invece di 6 euro a tonnellata ed incide per lo 0,015 % sui prezzi al consumo…
Solamente allineando i contributi nazionali rispetto a quelli degli altri paesi europei sarebbe possibile sostenere una gestione efficiente e sostenibile di questi servizi anche in Italia. Se si aumentano le quote di riciclo e contemporaneamente si crea un mercato per le materie prime seconde si apriranno importanti prospettive occupazionali.
Si calcola che una raccolta differenziata efficiente e diffusa in Italia potrebbe generare almeno 200.000 nuovi posti di lavoro distribuiti capillarmente in tutto in tutto il Paese.
Per questo abbiamo deciso di prendere carta e penna e di scriverle, nella speranza che voglia farsi interprete di questa nostra battaglia a favore degli enti locali e di un miglioramento complessivo del sistema di raccolta e riciclo della materia.
Abbiamo lanciato nei giorni scorsi una raccolta adesioni e molti Comuni italiani stanno aderendo convintamente a questa nostra iniziativa.
E’ a nome dei Comuni che aderiscono alla nostra associazione che ci appelliamo a Lei, ai Presidenti delle Anci Regionali, ai Rappresentanti dei Comuni che sono parte della Commissione Ambiente dell’Anci, affinché le nostre 10 proposte di modifica dell’accordo in scadenza vengano prese seriamente in considerazione. Confidiamo sul fatto che i destinatari di questo appello non vogliano assumersi la paternità di un nuovo accordo penalizzante destinato a condizionare pesantemente i prossimi 4 anni di storia dei nostri Comuni.
Nella speranza quindi che questa proposta possa incontrare il Suo interesse, invitandola a leggere il dossier e rimanendo fin d’ora a disposizione per qualsiasi richiesta di chiarimento, porgo con la presente cordiali saluti.
Presidente e Comitato Direttivo dell’Associazione nazionale Comuni Virtuosi
l grande consenso ricevuto sulle proposte del Dossier dimostrano che l’accordo Anci-Conai va completamente riscritto
L’Associazione nazionale Comuni Virtuosi risponde alle affermazioni del Direttore generale Conai Walter Facciotto e del delegato Anci rifiuti ed energia Filippo Bernocchi
Il dossier sull’accordo Anci-Conai, prodotto dall’ACV -Associazione Comuni Virtuosi, fa discutere e sposta il confronto sulla “questione imballaggi in Italia” fuori dalle stanze in cui è stato trattato finora, e questo ci pare già un contributo positivo per ragionare insieme sulle possibili soluzioni alle problematiche esistenti.
Con sincrone dichiarazioni il Direttore generale del Conai Walter Facciotto e il delegato Anci per i rifiuti ed energia Filippo Bernocchi hanno preso posizione a difesa del rispettivo operato e commentato alcuni aspetti del Dossier a Adnkronos.
Vogliamo innanzitutto chiarire che all’Associazione Comuni Virtuosi non interessa in alcun modo “mettere sul banco degli imputati” i soggetti che hanno condotto le trattative per l’accordo in scadenza, semplicemente crediamo che l’attuale accordo debba essere profondamente rivisto.
In questi ultimi anni il contesto nazionale e internazionale è cambiato e non sono certo piccoli aggiustamenti che saranno sufficienti per affrontare gli anni ancora più difficili che abbiamo davanti. Il divario che ci separa dal resto d’Europa è fin troppo evidente ed il grande consenso raccolto anche tra le associazioni di categoria delle aziende che si occupano della raccolta e del riciclo dei rifiuti sulle nostre proposte dimostra che i problemi evidenziati non riguardano solo gli enti locali.
Ma entriamo nel merito delle contestazioni. Il Direttore generale del Conai Walter Facciotto ci attribuisce il fatto di aver analizzato solamente i dati degli ultimi bilanci dei consorzi di filiera riferiti al 2011. Premesso che il 2011 è l’unico anno per il quale ci sono i bilanci disponibili online, se i dati del bilancio 2012 e 2013 diranno qualcosa di diverso ne terremo certamente conto.
In quanto all’argomento portato dal Direttore Facciotto, che il Dossier si concentri esclusivamente sui “lati negativi” dell’accordo, ci pare che questo fatto sia una necessità scontata quando si vogliono apportare miglioramenti a favore della parte che, a nostro avviso, è stata maggiormente penalizzata dal precedente accordo, e cioè i Comuni ed i cittadini-consumatori.
La questione è un’altra: gli imballaggi sono sempre un costo: per l’ambiente (energia e materia sprecata), per i cittadini che sono costretti a comprare imballaggi eterogenei e difficilmente riciclabili e per i comuni (e quindi ancora per i cittadini) che se ne devono accollare i costi di raccolta e trattamento. L’obiettivo non può più essere quindi di produrre tanti imballaggi ma, come accade nel resto d’Europa, di penalizzare gli imballaggi inutili e difficilmente riciclabili facendo pagare alle aziende un contributo ambientale (CAC) diversificato in relazione al reale impatto economico ed ambientale dell’imballaggio.
Meno imballaggi in circolazione e progressivamente sempre più riciclabili secondo una progettazione ecologica “dalla culla alla culla”.
In questo senso appare difficilmente comprensibile anche l’affermazione di Filippo Bernocchi, delegato ANCI per rifiuti ed energia che risponde alla richiesta dei Comuni Virtuosi di rimodulare il CAC affermando che in questo modo l’aumento “si scarica sempre sul consumatore nel momento in cui acquista il prodotto“. Quindi, “quando si suggerisce di aumentare i soldi destinati ai Comuni triplicando il Cac vuol dire inventare una nuova tassa da un miliardo”.
In realtà sono proprio i cittadini che oggi pagano le storture dell’attuale sistema: pagano quando sono obbligati ad acquistare imballaggi inutili e poco riciclabili e pagano nella bolletta dei rifiuti i maggiori costi delle raccolte che il sistema Conai non copre. Inoltre, se fosse vera la tesi di Bernocchi -sostenuta anche dal Conai-, l’applicazione in Italia del CAC più basso in assoluto a livello europeo avrebbe dovuto garantire al consumatore italiano un costo dei beni di consumo inferiore alla media europea.
Ricordiamo che in Italia il CAC, incide soltanto per lo 0,07 % sul costo dei beni alimentari all’ingrosso, mentre nel resto d’Europa incide in media per lo 0,3 %.
Nonostante questo innegabile vantaggio per le imprese italiane, l’Italia è diventata in pochi anni uno dei paesi europei con l’Indice di Livello dei Prezzi (PLI) più elevato in Europa secondo Eurostat poiché tali risparmi per le imprese non sono stati mai tradotti in minori prezzi per i consumatori.
L’altra importante questione è: quanti soldi entrano al Conai e quanti arrivano ai comuni? Il Direttore Facciotto afferma che “nel 2012 i ricavi sono stati poco più di 500 milioni di euro di cui 312 sono andati ai Comuni ed è l’85% e non il 37% come riportato nel dossier” omettendo di dire che, in realtà, tra le entrate dei consorzi ci sono anche i ricavi per la vendita dei materiali e le quote versate dai soci che nel 2012 ammontavano a circa 250 milioni di euro. Nel 2012 quindi ai Comuni è andato circa il 42 % del totale degli introiti (il 5 % in più rispetto al 2011).
Nel 2011, anno preso in esame nel Dossier, i consorzi del Conai hanno introitato 819 milioni di euro e di questi soldi sono andati ai Comuni 297 milioni di euro, quindi poco più di un terzo degli introiti totali del 2011.
In quanto al fatto che, secondo Facciotto, i Comuni sono liberi di gestirsi autonomamente il materiale vendendolo al miglior offerente -approfittando delle finestre di entrata e uscita previste dall’accordo-, va evidenziato che tale elemento favorisce esclusivamente il sistema Conai che può trattenersi i ricavi del contributo ambientale per la gestione di quegli stessi imballaggi di cui però non rimborsa neppure i soli costi di raccolta. Cosa invece che non accade all’estero secondo quanto stabilito dalle direttive europee di riferimento.
Riteniamo che un sistema che opera senza scopo di lucro come il Conai non dovrebbe avere alcuna difficoltà a riconoscere ai Comuni sia i maggiori costi di raccolta (interamente e non solo per il 20 % come dimostrato dall’ISPRA e dall’ACV) che i ricavi per la cessione del mercato di quanto conferito ai Consorzi di filiera.
Rispetto infine all’affermazione di Facciotto, ribadita anche da Bernocchi, secondo cui “il Conai fa più degli obiettivi previsti dalla legge” è proprio l’ente che ha il compito di validare i dati forniti dal Conai -e non la nostra associazione- a smentire questa affermazione. Nel rapporto ISPRA Rifiuti urbani del 2013 al Cap. 4.1. pag. 369 si legge infatti che, a causa “dell’incompleta e parziale informazione fornita dal Consorzio Conai… l’ISPRA non è in grado di monitorare in maniera efficace il ciclo di gestione dei rifiuti di imballaggio, validando i dati trasmessi dal CONAI, e soprattutto di verificare il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio fissati”.
Da parte dell’ACV si ribadisce la piena disponibilità a collaborare con l’ANCI per trovare una soluzione che possa conciliare le esigenze di tutte le parti coinvolte nella più totale trasparenza.
Assorimap racconta la crisi del riciclo delle plastiche
In un’intervista, il presidente Corrado Dentis racconta la crisi del riciclo delle plastiche in Italia: «ll settore negli ultimi anni ha visto calare il numero delle aziende, nel solo settore del riciclo del PET le imprese sono passate da 18 a 11». L’Associazione dei Riciclatori e Rigeneratori Italiani di Materie Plastiche lamenta la mancanza di un “libero mercato interno” e propone il “riciclo a km0″Corrado Dentis, parte spiegando la struttura del settore delle plastiche riciclate che è strutturato in due grandi aree: la parte del pre-consumo e la parte del post-consumo.
«La prima riguarda le aziende che riciclano gli scarti industriali. Sono le più numerose (150 in Italia). Si tratta solitamente di microimprese, artigianali e industriali, che lavorano per lo più ritirando gli scarti dell’ industria che derivano dalla produzione di polimeri o residuali dalla fabbricazione di manufatti e imballaggi. Il riciclo in Italia ha sempre rappresentato, fin dagli anni ’60, un’eccellenza a livello europeo, attualmente però risente della congiuntura negativa: ci sono aziende produttrici che chiudono e ciò si riflette in modo negativo sull’industria di trasformazione causando una significativa contrazione dei volumi disponibili anche per l’industria del riciclo, tutto ciò determinando un impoverimento per il mercato nazionale. L’insufficienza dei volumi inoltre crea l’effetto boomerang: i prezzi a cui vengono ceduti questi materiali diventano più alti. Per quanto riguarda invece l’area del post-consumo – continua il presidente di Assorimap – si tratta di un comparto più recente che nasce con l’avvio delle raccolte differenziate in Italia negli anni ’90. Questo settore è costituito da una cinquantina di piccole e medie imprese».
La crisi del riciclo del PET
All’interno del settore post-consumo c’è un comparto in difficoltà. «Il settore del PET – spiega Corrado Dentis – negli ultimi anni ha visto calare da 18 a 11 il numero di imprese in Italia. Quello che deve far riflettere a mio avviso è il fatto che dovrebbe essere un settore trainante all’interno dell’emergente green economy. Invece oggi queste industrie sono fortemente investite dalla crisi».
Quali sono le cause? «Da un lato – continua il presidente di Assorimap – non possiamo prescindere da quei fattori di crisi che investono le imprese manifatturiere. In primis i costi energetici che in Italia sono superiori rispetto agli altri Paesi. In secondo luogo il problema degli approvvigionamenti: il nostro sistema ha una capacità installata importante che, soprattutto nel post-consumo, non viene soddisfatta. Le raccolte differenziate crescono lentamente e siamo costretti ad importare rifiuti dall’estero per approvvigionarci. In questo quadro incidono negativamente anche i volumi che sovente partono dall’Italia in maniera impropria (come evidenziato da alcune inchieste giornalistiche)».
Assorimap lamenta la mancanza di un “libero mercato interno”
Secondo i dati Corepla, tuttavia, la raccolta differenziata di rifiuti di imballaggi in plastica è in crescita.
“Come mai i flussi Corepla non finiscono a voi” abbiamo chiesto ad Assorimap? «Corepla – spiega Corrado Dentis – va ad alloccare questi volumi con aste telematiche europee. E così in un contesto italiano difficile si aggiunge un confronto europeo. Accade, ad esempio, che il riciclatore tedesco si accrediti agli acquisti per via telematica con Corepla e compete con noi».
Assorimap lamenta la mancanza di un “libero mercato interno” rispetto agli altri Paesi. «Corepla – sottolinea Corrado Dentis – svolge in assoluto monopolio un ruolo che svolgono nel medesimo modo 18 consorzi in Francia piuttosto che 11 in Germania. Quello che noi lamentiamo è che non ci sia reciprocità: i nostri colleghi riciclatori della plastica europei si trovano davanti a diverse alternative sul mercato interno ma noi, in Italia, o partecipiamo alle aste di Corepla oppure rimaniamo senza quel prodotto lì. E mentre Corepla vende a tutti i riciclatori fuori dall’Italia, nel nostro Paese possiamo comprare solo da uno».
Perche non andare a comprare fuori? «All’estero possiamo andarci anche noi – aggiunge il presidente di Assorimap – ma come ho già detto, noi ci andiamo con delle logiche e dinamiche appesantite dai costi del sistema Italia. E a tutto ciò aggiungiamo un ulteriore onere costuito dalla mancanza di un libero mercato interno».
Cosa fare per migliorare la situazione?
Corrado Dentis propone il “riciclo a km0”. «Siamo sempre stati forieri – spiega il presidente di Assorimap – nel proporre le cosiddette “filiere corte” sul territorio. Parecchi riciclatori italiani hanno tentato e cercano di dare importanti segnali in questo senso». Queste sinergie potrebbero avere ricadute positive anche sul lato occupazionale, ricorda il presidente di Assorimap: «La filiera del riciclo, soprattutto nel post-consumo, interessa una pluralità non trascurabile di soggetti. Parliamo di un settore che può dare, qualora si riuscisse a promuoverlo adeguatamente, decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in Italia».
In questo senso, Corrado Dentis pensa «alle raccolte differenziate che potrebbero essere incrementate sul territorio, alla selezione delle plastiche, fino alla creazione di nuove tecnologie per migliorare sempre di più la valorizzazione dei rifiuti di imballaggi in plastica. Affinché il riciclo possa continuare a rappresentare una risorsa sempre più importante sia dal punto di vista ambientale che occupazionale – conclude Corrado Dentis – occorre continuare ad investire in ricerca e sviluppo senza tuttavia tralasciare l’aspetto della prevenzione. Un imballaggio è tanto più riciclabile quanto più costituito da matrici polimeriche omogenee.
Di Giuseppe Iasparra – Eco dalle città del 12 luglio 2013
Anomalie nel sistema CONAI, liberalizzare il settore
La raccolta differenziata costa sempre di più e l’Italia è fanalino di coda in Europa per il costo di gestione del servizio. La soluzione sarebbe liberalizzare il sistema, almeno per quanto riguarda il settore del recupero e riciclaggio dei rifiuti di imballaggi, gestito attualmente dal Conai. Così Alfeo Mozzato direttore generale Carpi, il Consorzio Autonomo Riciclo Plastica Italia, operativo dal 2007, commenta all’Adnkronos, il dossier dell’associazione dei Comuni virtuosi, che denuncia il giro d’affari gestito dal Conai e i pochi benefici economici per i Comuni.
Secondo Mozzato, infatti, “i comuni hanno ragione ma non stanno dicendo cose nuove”. Già dal 2008, infatti, “l’Agcm ha evidenziato le anomalie del sistema Conai”. Nel 2008, infatti, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha condotto un’indagine conoscitiva, dalla quale è emerso che: i rifiuti sono risorse che i Comuni non riescono a sfruttare. Un assetto del settore più competitivo migliorerebbe il servizio. Rivedere il ruolo del Conai e dei consorzi di filiera.
La scelta di creare il sistema Conai, sottolinea Mozzato, “è stata giusta nel 1996 ma, a lungo andare, un unico sistema scoppia”. Sul problema “si è scritto e detto tanto anche a livello europeo”. Nel 2001 una relazione della Commissione europea, quando Mario Monti era Commissario per la Concorrenza, sottolineava che: “le imprese tenute a recuperare e riciclare rifiuti dovrebbero poter scegliere tra diversi sistemi o altre soluzioni conformi. L’obiettivo è di garantire loro la libertà di non stipulare contratti con il sistema dominante o do farlo solo per una quota parziale dei loro imballaggi“.
La Commissione non accetta quindi “comportamenti di mercato abusivi, volti a consolidare la posizione dominante dell’operatore esistente”. E invece, sottolinea Mozzato, “l’adesione al Conai per le imprese che producono, vendono o utilizzano imballaggi è obbligatoria” e quindi non possono scegliere. In più “le imprese pagano senza avere un servizio” aggiunge Mozzato sottolineando che l’intento “non è contestare il lavoro del Conai ma si tratta di una sistema che deve essere cambiato”. Con la liberalizzazione “le cose andrebbero meglio, si garantirebbe un servizio migliore ad un costo minore ma non si capisce perché non si fa”.
Ma c’è di più: “se i comuni iniziassero a vendere direttamente i materiali da riciclare avrebbero di certo un introito maggiore”. Anche l’Agcm, sempre nell’indagine conoscitiva del 2008, ricorda che “molti dei rifiuti interessati dalla convenzione Anci-Conai, in particolare vetro e carta, hanno un valore economico. Per questo i Comuni, mantenendo un ruolo di sussidiarietà del Conai, andrebbero posti nelle condizioni di poter direttamente negoziare la vendita di prodotti da riciclare con le imprese che operano nel settore del recupero”.
In questo modo, si legge nell’indagine, “i comuni potrebbero ricevere introiti da impiegare nel finanziamento delle attività di raccolta e in possibili alleggerimenti della tariffa applicata ai cittadini per il conferimento dei rifiuti solidi urbani”.
Articolo tratto da Adnkronos -12 luglio 2013
Rifiuti, i Comuni Virtuosi: «Soldi al riciclo e non agli inceneritori»
Abbiamo intervistato i promotori dell’iniziativa Ezio Orzes (assessore ambiente del Comune di Ponte nelle Alpi del direttivo dell’associazione) e Attilio Tornavacca (direttore di Esper)
Nel vostro dossier sull’accordo ANCI-CONAI sostenete che il contributo che il Conai riconosce ai Comuni per i costi di raccolta differenziata dei rifiuti è il più basso di Europa e comunque non in linea con i costi effettivi sostenuti. Quindi pensate che il lavoro svolto da Anci al tavolo di contrattazione in fase di accordo non ha favorito i propri associati?
«Pensiamo che i Comuni italiani non siano interessati ad assistere a polemiche sul lavoro svolto dai rappresentanti dell’ANCI per stabilire insieme al Conai le condizioni dell’ultimo accordo stipulato nel 2009. Quello che interessa ai Comuni virtuosi ed anche a tutti i Comuni che vogliono raggiungere elevati livelli qual-quantitativi di riciclo è di capire come uscire da una situazione che appare ormai insostenibile soprattutto quando si scopre che, mentre i Comuni spesso non riescono ad erogare i servizi essenziali a causa dei continui tagli di bilancio, il sistema Conai ha chiuso i propri bilanci con un utile di esercizio complessivo di 166 milioni di euro nel solo 2011 ed ha accumulato riserve per ben 317 milioni di euro nello stesso anno. Questi utili hanno consentito al sistema Conai di poter vantare il “merito” di aver ridotto di un ulteriore 30 % l’importo del Contributo Ambientale Conai a carico delle imprese nel 2012 rispetto al 2011 ma tali mancate spese non sono state ottenute grazie allo sforzo delle aziende che producono imballaggi (il Corepla sostiene ad esempio che “le plastiche miste sono in costante aumento e sono la frazione più critica da riciclare”) ma grazie allo sforzo enorme di tanti Comuni che, nonostante i tagli di bilancio, hanno continuato ad investire e sviluppare la RD domiciliare degli imballaggi e delle altre frazioni. Sarebbe quindi stato doveroso, da parte del sistema Conai, ridistribuire tali maggiori utili agli enti locali invece che penalizzarli oltre ogni limite tollerabile con l’ulteriore restringimento delle % di impurità tollerate per accedere ai corrispettivi stabiliti con l’ultimo accordo».
Il Conai sostiene che interviene con risorse proprie per garantire il ritiro degli imballaggi su tutto il territorio e per creare piattaforme di riciclo laddove non esistevano. Non credete che questi interventi dovrebbero rientrare tra i compiti del CONAI?
«Il Conai deve obbligatoriamente intervenire per garantire il ritiro dei materiali conferito da parte dei Comuni ma questo, anche secondo l’autorevole e vincolante parere dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, non implica che per poter svolgere tale ruolo il sistema debba continuare a godere di una posizione di monopolio nel proprio settore che risulta in contrasto con la decisione della Commissione CE del 20 aprile 2001, COMP D3/34493 dove si evidenzia che “la possibilità per produttori e distributori di ricorrere a sistemi alternativi ai consorzi di filiera attualmente esistenti potrebbe apportare migliori efficienze nei risultati complessivi della raccolta e del recupero”. A tale conclusione era giunta anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse (XIV legislatura) nella relazione finale del 15 febbraio 2006 dove si legge (p.44) che “un esame complessivo del sistema induce a registrare, accanto ad indubbie positività, alcune inefficienze dovute, probabilmente, alla posizione monopolistica dei consorzi”.
Va poi rammentato che il sistema Conai non “interviene con risorse proprie” ma con risorse garantite dallo stato che, dopo aver reso obbligatoria la costituzione del Conai ed il versamento del Contributo Ambientale Conai, invece di incamerare tale contributo ha deciso di affidare il compito di gestire tale risorse al mondo delle imprese produttrici di imballaggi per tramite del Conai. Il Governo si è però riservato il diritto di vigilare sul reale raggiungimento degli obiettivi previsti da parte del Conai e di intervenire allorquando l’ANCI ed il Conai non riescono a trovare un accordo (era già successo nel 1999 per il vetro).
Rispetto alla doverosa attività di verifica dell’operato del sistema Conai bisogna infine evidenziare che l’ISPRA, a 15 anni dall’istituzione del Conai, è ancora costretta a scrivere nell’ultimo rapporto che a causa “dell’incompleta e parziale informazione fornita dal Consorzio Conai… l’ISPRA non è in grado di monitorare in maniera efficace il ciclo di gestione dei rifiuti di imballaggio, validando i dati trasmessi dal CONAI, e soprattutto di verificare il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio fissati, oltre che dalla direttiva 94/62/CE, anche dall’articolo 11 della direttiva 2008/98/CE”».
Nella vostra proposta si dice che il CAC “deve essere commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio e favorendo gli imballaggi totalmente riciclabili con bassi costi ambientali energetici ed economici”. Da parte sua il Conai risponde che ha abbassato i costi per non mettere in difficoltà le aziende in questo periodo di crisi e che altrimenti i costi sarebbero stati spalmati sui consumatori finali. Del resto il CONAI rivendica anche il lavoro svolto per la “prevenzione” sugli imballaggi, che è un ruolo che devono svolgere per legge.
«Rispetto alla tesi secondo cui un aumento del CAC sarebbe negativo perché verrebbe poi spalmato sui consumatori finali, bisogna evidenziare che se il CAC venisse commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi (penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio), le uniche aziende che potrebbero veder salire leggermente i costi di produzione sono quelle che immettono in commercio imballaggi difficilmente riciclabili. Considerando che anche un CAC triplo rispetto a quello dell’attuale inciderebbe sul prezzo finale per una percentuale irrisoria (da 0,07 allo 0,21 % per gli alimentari e dallo 0,04 allo 0,12 % per quelli non alimentari) l’aumento, se opportunamente declinato secondo il modello francese, consentirebbe di avviare almeno un percorso di graduale introduzione del principio europeo “chi più inquina, più paga”. Le aziende e i consumatori che continueranno quindi a preferire imballi ad elevato impatto ambientale subiranno una leggera penalizzazione. Al contrario le aziende che già oggi stanno investendo risorse per rendere più facilmente riciclabili i propri imballaggi (e di conseguenza i consumatori che scelgono tali prodotti) con questo sistema riusciranno finalmente ad ottenere anche un parziale riconoscimento economico ai propri sforzi (grazie alla riduzione del CAC) mentre, con il sistema attuale, non vengono incentivate a sviluppare tali attività virtuose. Rispetto al lavoro svolto dal Conai per la prevenzione si deve registrare che i risultati ottenuti sono stati veramente deludenti visto che dal 2000 al 2011 gli imballaggi immessi al consumo sono aumentati del 4% (e perfino del 9 % per quanto riguarda gli imballi più problematici secondo l’UE cioè quelli in plastica). Alcuni operatori del settore hanno infatti evidenziato che la scelta del legislatore di porre in capo al Conai l’elaborazione ed applicazione del Programma generale per la prevenzione della formazione dei rifiuti di imballaggio non poteva produrre effetti diversi da quelli poi ottenuti poiché si affidava l’organizzazione delle iniziative per la riduzione del consumo degli imballaggi a perdere proprio ad un Cda composto quasi totalmente da rappresentanti delle imprese che producono imballaggi a perdere e che non potevano quindi evitare di tutelare innanzitutto gli interessi delle aziende che li avevano nominati. Non è probabilmente un caso se il Conai si è subito dichiarato contrario anche solo all’ipotesi di introdurre anche in Italia l’obbligo del cauzionamento per le bevande».
Come ritenete possibile aumentare il CAC alle aziende senza far ricadere i costi sui cittadini al momento dell’acquisto delle merci?
«Se fosse vero che un aumento del CAC determina automaticamente un aumento dei prezzi al consumo sarebbe vero anche il contrario e cioè che l’applicazione in Italia del CAC più basso a livello europeo avrebbe dovuto garantire al consumatore italiano un costo dei beni di consumo inferiore alla media europea (anche se questo si è tradotto inevitabilmente in costi più elevati della bolletta rifiuti a carico dei consumatori). Ma nonostante questo innegabile vantaggio per le imprese italiane, l’Italia è diventata uno dei paesi europei con l’Indice di Livello dei Prezzi (PLI) più elevato in Europa secondo Eurostat[1].
I motivi che hanno determinato questa situazione paradossale che smentisce quanto sostenuto dal Conai sono due: il CAC incide sui prezzi al consumo in Italia per una % irrisoria e cioè per lo 0,07% sui prodotti alimentari e per lo 0,04 % per i prodotti non alimentari; i prezzi al consumo sono determinati essenzialmente dalle politiche di vendita decise dalla grande distribuzione e dagli intermediari e quindi non ci si deve stupire se lo stesso prodotto italiano imballato in tetrapak (o altro materiale) costa di più in Italia (dove il CAC è di 6 € a tonnellata di imballaggio utilizzato) rispetto a quanto costa in Francia (dove il CAC è di 164 €/tonnellata cioè quasi 30 volte di più) poiché questa industria preferisce investire quello che risparmia in Italia (grazie al CAC quasi nullo) per essere più competitiva su un mercato estero (con buona pace delle aspettative dei nostri consumatori).
Per quanto riguarda la necessità di aumentare il CAC va innanzitutto rammentato che è stato lo stesso Conai, nell’audizione tenutasi il 14 settembre 2006, ad affermare che “… Negli ultimi anni quasi tutti i CAC delle diverse filiere sono rimasti sostanzialmente invariati … ma è evidente che, se la raccolta differenziata continua a crescere a buoni ritmi e soprattutto con un miglioramento dei risultati al Sud, andrà messo in preventivo un sostanziale incremento dei costi variabili con la conseguente necessità di aumentare i contributi per farvi fronte”».
Pensate a degli standard per commisurare il CAC alla effettiva riciclabilità?
«In relazione alla necessità di introdurre un nuovo sistema di classificazione dell’effettiva riciclabilità di un bene si deve evidenziare che, partendo dal presupposto che è il riciclatore il soggetto più qualificato per indicare quali sono gli imballaggi in plastica più (o meno) idonei al riciclo, EuPR (European Plastic Recyclers) ha avviato un progetto denominato Recyclass™ che verrà presentato alla Fiera Interpack 2014 di Düsseldorf. Si tratta di un sistema di classificazione, in prima battuta su base volontaria, utilizzabile in tutta Europa che attribuisce una classe di riciclabilità a un qualsiasi packaging in plastica tramite lettere dalla A alla G, sulla falsariga delle sette classi di efficienza energetica dell’UE per gli elettrodomestici. Oltre a venire adottato da Designers, Industria e Grande Distribuzione volontariamente tale sistema potrà essere a disposizione degli enti che gestiscono su base nazionale la gestione degli imballaggi (quali il Conai in Italia) che potranno disporre di un modello di riferimento utile per determinare quote differenziate di contributi ambientali per le aziende utilizzatrici di packaging: basse per gli imballaggi facilmente riciclabili, elevate per imballaggi meno riciclabili e molto elevate per quelli non riciclabili affatto[2].»
“Estendere e riconoscere ai comuni i contributi per tutti i materiali plastici effettivamente riciclabili”. Questa è una proposta che potrebbe essere molto ben compresa dai cittadini, che non capiscono perché un imballaggio o un bicchiere di plastica possa andare a riciclo e una forchetta o un giocattolo no. Credete che il sistema di selezione sia pronto per sostenerla?
«Alcune iniziative (in particolare in Veneto ed in Toscana) hanno già dimostrato la fattibilità tecnica del riciclo di tali materiali che va però sostenuta anche con lo sviluppo degli acquisti verdi non solo nella pubblica amministrazione, ma anche presso i privati. Proprio partendo dall’analisi degli oggetti che già i cittadini conferiscono “per errore” con gli imballaggi di plastica, il sindaco di New York ha recentemente esteso la raccolta della plastica a beni di plastica rigida come giocattoli e articoli casalinghi che verranno processati in un impianto di riciclo che si sta ultimando in città».
“Eliminare qualsiasi contributo del CONAI destinato all’incenerimento, e destinare i contributi a sostegno di cicli chiusi di recupero della materia con particolare attenzione alle frazioni plastiche residue”. Questa è una proposta che è molto in linea con la nostra linea editoriale, in quanto riteniamo che il sostegno al riciclo deve essere almeno di un euro/ton superiore a ciò che costa il recupero energetico (incentivi GSE compresi) e almeno del 50% di ciò che viene destinato alle RD (come da obiettivi di direttiva e di legge). Credete che sia verosimile ottenere questa proposta nel prossimo accordo?
«Se si considera che le risorse economiche necessarie a bruciare gli scarti dell’attività di selezione degli imballaggi (circa 26 milioni di euro all’anno) vengono attualmente destinate quasi esclusivamente ad impianti di incenerimento ed a cementifici collocati oltreconfine, si può ben comprendere che ormai anche in Italia si è sviluppato un largo consenso sulla proposta di avviare attività e tecnologie in ambito nazionale che possano consentire di creare nuovi e qualificati posti di lavoro invece di mandare letteralmente “in fumo” tale ingenti risorse».
Intervista di Greenreport.it del 5 luglio 2013
10 proposte per migliorare il riciclo in Italia – Intervista a due voci: Ezio Orzes e Attilio Tornavacca
Alla vigilia della presentazione del dossier dell’Associazione Comuni Virtuosi sull’accordo Anci-Conai, è andato in scena sulle pagine di Repubblica un botta e risposta tra l’ACV e il Consorzio Nazionale Imballaggi.
A prima vista il titolo dell’articolo di Repubblica potrebbe apparire fuorviante (“Carta e plastica, il giallo del riciclo ecco perché in Italia non conviene”). Ma fare la raccolta differenziata e riciclare risulta economicamente conveniente rispetto ad altre forme di trattamento e smaltimento rifiuti (discarica/incenerimento)?
Lo abbiamo chiesto ai promotori del dossier presentato lo scorso 2 luglio a Roma. «L’Associazione Comuni Virtuosi – risponde Ezio Orzes, Assessore all’ambiente di Ponte nelle Alpi e membro del direttivo dell’ACV – è stata fondata ed è formata proprio dai Comuni che hanno posto al centro della proprio azione amministrativa la raccolta differenziata spinta raggiungendo risultati quantitativi, qualitativi ed economici che fanno scuola anche all’estero. Il titolo, come spesso accade, risulta quindi effettivamente fuorviante ma il testo dell’articolo chiarisce bene quale è la posizione dell’Associazione: la raccolta differenziata spinta e di qualità è un dovere a cui siamo chiamati tutti (cittadini, istituzioni, aziende di raccolta e riciclaggio pubbliche e private ecc.). Questa azione però ha bisogno di essere maggiormente sostenuta anche dal sistema Conai in considerazione del fatto che lo stesso ha chiuso i propri bilanci con un utile di esercizio complessivo di 166 milioni di euro nel solo 2011 ed ha accumulato riserve per ben 317 milioni di euro nello stesso anno che potevano invece essere utilizzate per premiare i principali artefici di tale risultato e cioè gli enti locali che si sono impegnati maggiormente per incrementare ulteriormente i livelli di riciclaggio in Italia nel 2011».
«Per considerare correttamente la maggiore o minore convenienza delle diverse forme di trattamento – aggiunge Attilio Tornavacca, direttore della ESPER – non si deve considerare solo l’impatto economico a breve termine (in cui attualmente non sono adeguatamente inglobati i reali costi ambientali di alcune forme di smaltimento quali, ad esempio, i costi delle bonifiche) ma anche i costi ambientali a medio a lungo termine. Per orientare correttamente le proprie strategie l’Unione Europea ha infatti commissionato ad AEA Technologies uno studio teso a valutare gli impatti sul cambiamento climatico delle diverse opzioni di gestione dei RU in cui si dimostra che “la strategia raccolta differenziata dei RU seguita dal riciclaggio (per carta, metalli, tessili e plastica) e il compostaggio/digestione anaerobica (per scarti biodegradabili) produce il minor flusso di gas serra (-461 kg CO2 eq/t). Anche la termovalorizzazione dei rifiuti indifferenziati, nonostante la produzione di elettricità, comporti una trascurabile riduzione dell’emissione di gas serra rispetto allo smaltimento in discarica(-10 kg CO2 eq/t) che risulta comunque nettamente inferiore a quella ottenibile con il riciclaggio”».
10 proposte per migliorare il riciclo in Italia
Il dossier quali proposte formula al fine di migliorare il riciclo in Italia? «Le proposte sono dieci» spiega Ezio Orzes che riassume quelle più urgenti: «Per rendere meno costoso e più semplice il riciclaggio degli imballaggi l’Associazione propone di introdurre anche in Italia il modello francese di declinazione del CAC (Contributo Ambientale Conai ndr) che consentirebbe di avviare un percorso di graduale introduzione del principio europeo “chi più inquina, più paga”. Con questo sistema le aziende ed i consumatori che continueranno a preferire imballi ad elevato impatto ambientale subiranno una leggera penalizzazione. Al contrario le aziende che già oggi stanno investendo risorse per rendere più facilmente riciclabili i propri imballaggi (e di conseguenza i consumatori che scelgono tali prodotti) con questo sistema riusciranno finalmente ad ottenere anche un parziale riconoscimento economico per i propri sforzi (grazie alla riduzione del CAC) mentre, con il sistema attuale, non vengono incentivate a sviluppare tali attività virtuose. Per quanto riguarda la raccolta differenziata – ha continuato Ezio Orzes – l’Associazione chiede di triplicare l’entità dei contributi CONAI operando una progressiva riduzione dei costi operativi e di struttura del sistema Conai ed un riallineamento del CAC alla media europea (con le ulteriori riduzioni ora i contributi ambientali italiani sono tra più bassi in Europa). Per sostenere il riciclo di prossimità l’Associazione richiede al governo di introdurre una sistema di reale incentivazione dei prodotti realizzati con materiali riciclati a “km zero” anche attraverso l’introduzione di meccanismi premiali mediante la riconversione dei Certificati Verdi da incentivi per ridurre il costo del recupero energetico a incentivi per sostenere il riciclaggio ed il compostaggio in proporzione al risparmio di emissioni climalteranti effettivamente garantito».
Il modello francese: alcune precisazioni
Come riportato in precedenza, l’ACV propone di introdurre anche in Italia il modello francese di declinazione del contributo ambientale. Nell’intervista di Repubblica al direttore generale Conai si legge che “non si possono paragonare Italia e Francia. Il consorzio Eco-Emballages non offre un servizio universale, decide autonomamente quali Comuni servire, non tratta tutti i materiali, ad esempio il vetro non lo raccoglie e opera sino al raggiungimento degli obiettivi”. Il quadro della situazione Oltralpe non sarebbe esattamente così. Spiega Attilio Tornavacca: «Chiunque consulti il sito di Eco-Emballages (l’omologo francese del Conai) può verificare che la percentuale di copertura della popolazione francese residente in comuni che hanno stipulato contratti con Eco-Emballages è pari al 98,5 % che va confrontata con l’81 % di percentuale media di popolazione residente in Comuni che hanno stipulato convenzioni con il sistema Conai. Solo per la plastica la percentuale arriva al 95 % nel 2011 come si può leggere a pag. 371 dell’ultimo rapporto ISPRA».
In Francia i Comuni non ricevono corrispettivi per la raccolta del vetro? «I Comuni francesi ricevono al contrario due tipi di corrispettivi per la raccolta del vetro – continua il direttore della Esper – il “prix de collecte et de tri” ed il “prix de reprise”. Il primo è il prezzo dei rifiuti da imballaggi in vetro che vengono conferiti nei centri di trattamento, ed è pagato da Eco-emballages alle autorità locali. l’ammontare di questa tariffa è di 4,4 €/tonnellata. Il secondo è il prezzo del rottame di vetro già realizzato, ed è pagato dalle vetrerie che producono vetro cavo (verre creux), quindi nuovi imballaggi in vetro, alle autorità locali invece che al sistema Conai come succede in Italia dove il Coreve fino al 2010 non ha mai evidenziato ricavi per la cessione del vetro ai propri soci ma al contrario solo dei costi (per questa ragione ha ricevuto un richiamo dall’AGCM). Questo prezzo ammontava a 22,2 €/t nel 2011 ed ammonta a 21,75 €/t nel 2013 poiché viene aggiornato annualmente tenendo d’occhio i prezzi applicati a livello europeo.
Giuseppe Iasparra –Eco dalle città
Resoconto della Conferenza stampa di presentazione del nostro dossier per un “nuovo Accordo Anci-Conai”
Si è tenuta martedì 2 luglio nella Sala Conferenze Stampa di Palazzo Montecitorio la presentazione delle proposte per il rinnovo dell’accordo Anci-Conai avanzate dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, sulla base del dossier realizzato in collaborazione con ESPER
Ha aperto i lavori Roger de Menech, sindaco del comune di Ponte nelle Alpi, Comune Riciclone di Legambiente oramai da tre anni consecutivi, affermando l’assoluta importanza di innescare un processo di contaminazione positiva, in grado di consolidare a diffondere a macchia d’olio l’“eccellenza” nel campo della gestione integrata dei rifiuti. Un significativo esempio di eccellenza portato da alcune realtà locali virtuose che si sono distinte per l’impegno nell’attuazione di pratiche ambientali particolarmente innovative. Ed è da queste esperienze che bisogna ripartire con slancio affinché i risultati quantitativi della RD siano sostenuti dalla qualità. Un tale percorso, se intrapreso capillarmente dai Comuni Italiani, non può che rianimare profondamente un contesto sociale, economico ed ambientale da tempo in difficoltà. Lo strumento principale di tale azione è la costruzione di professionalità che si esprimano puntualmente a livello locale, come nel caso del sistema di raccolta porta a porta.
Gianluca Fioretti, sindaco di Monsano (AN) e co-fondatore nel 2005 dell’Associazione nazionale Comuni Virtuosi, ha messo in evidenza le solide fondamenta su cui poggia il dossier redatto con il supporto tecnico di Esper: esso affronta concretamente un tema da tempo tenuto in sordina, quello della mancata equità nel rapporto tra Anci e Conai. Il disequilibrio tra le due parti si è tradotto nel corso degli anni in un mancato ritorno ai Comuni delle risorse investite nella RD, quindi in una perdita secca di ricchezza. “In visione della fase di rinegoziazione dell’accordo quadriennale – ha dichiarato Fioretti – è importante porre in evidenza alcune eccezionali opportunità che questo momento ci offre. Su tutte quelle di recuperare le ingenti risorse economiche derivanti dal recupero dei materiali e di concretizzare l’obiettivo della sostenibilità economica, sociale ed ambientale attraverso l’introduzione del sistema di raccolta porta a porta. Tale introduzione potrebbe contribuire alla creazione di circa 200.000 nuovi posti di lavoro. Questa realtà è a portata di mano, grazie anche all’attuale campagna nazionale di informazione per una nuova ed inedita apertura agli enti locali di tutta Italia.”
Ezio Orzes, assessore all’ambiente del comune di Ponte nelle Alpi sposta l’attenzione su una questione di fondamentale importanza: come fanno i Comuni a garantire livelli di qualità minimi di raccolta differenziata se sono costretti a pagarsi interamente da sé il servizio che offrono ai cittadini? “I Comuni si trovano drammaticamente sospesi tra due imperativi – ha detto Orzes – non più solo il raggiungimento di una certa percentuale di raccolta differenziata, bensì anche di una percentuale di effettivo recupero dei materiali. Il dossier tecnico dell’Associazione Nazionale dei Comuni Virtuosi svolge un’analisi accurata e propone soluzioni concrete e comprovate nei risultati sia a livello nazionale che internazionale”. Il primo dei temi affrontati dal dossier dell’Associazione è quello dei costi. Costi per i consumatori, per chi raccoglie e trasporta i rifiuti da imballaggio, per l’ambiente in termini di energia e materie prime sprecate, per i Comuni e i cittadini. Per ridurre tali costi è indispensabile rendere più costosa la produzione e l’immissione sul mercato di imballaggi con maggiore impatto sull’ambiente, ovvero riciclabili con maggior difficoltà. Ciò si può fare agendo sui Contributi Ambientali, ovvero su quella quota che le aziende produttrici di imballaggi pagano al Conai con l’obiettivo di farsi carico dei costi di raccolta e riciclo.
E’ Attilio Tornavacca, direttore di Esper (Ente di Studio per la Pianificazione Ecosostenibile dei Rifiuti) a sviluppare questo tema, dopo aver risposto all’obiezione fatta a mezzo stampa dal presidente del Conai circa la scarsa copertura dei servizi del consorzio francese sul territorio nazionale: EcoEmballages ha raggiunto nel 2012 una copertura della popolazione 98,5%, come affermato sul sito del consorzio francese.
Rapidamente di torna all’esperienza nazionale: “In Italia non solo la produzione degli imballaggi non è diminuita, ma è aumentata di 4 punti percentuali raggiungendo un picco nel 2007 – dichiara Tornavacca – Inoltre, la percentuale di gestione degli imballaggi ad opera del CONAI è sì aumentata negli ultimi anni, ma rappresenta in realtà solo 1/3 del totale dei rifiuti gestiti. Gli altri 2/3 sono coperti invece da sistemi indipendenti che non usufruiscono quindi dei CAC (contributi ambientali Conai).Il CAC della plastica in Italia è 4 volte più basso rispetto alla media europea. Se il Conai ha fatto dei suoi contributi ambientali bassissimi il suo fiore all’occhiello, è pur vero che dietro a tale convenienza per le imprese produttrici si cela la scarsità delle risorse che vengono destinate ai Comuni. Se da una parte i Comuni Italiani perdono importanti risorse a causa dei bassi contributi ambientali, dall’altra non hanno nemmeno il diritto di proprietà sui materiali conferiti negli impianti (e dunque il diritto di incamerare le risorse provenienti dalla loro vendita all’industria del riciclo pari in media a 52 euro/tonnellata), come avviene regolarmente ad esempio in Francia”.
La soluzione da avanzare con forza è la triplicazione dei contributi ambientali, modulando i CAC sulla base della effettiva riciclabilità dell’imballaggio: continuando il paragone con oltralpe, EcoEmballages garantisce un bonus sul CAC per quelle imprese che incrementano le proprietà di riciclabilità degli imballaggi, mentre infliggono un malus per quelle imprese che producono imballaggi di difficile riciclabilità. Tale operazione inciderebbe sui prezzi di consumo solo per lo 0,07%. “Oltre ai problemi esposti fino ad ora – continua Tornavacca – i costi di selezione, ovvero le risorse assorbite dagli impianti che puliscono e preparano i materiali perché possano far maturare i corrispettivi Conai, erodono ulteriormente i ricavi per i Comuni: da 300 milioni di euro si passa a 166 milioni di euro. Tali costi di selezione variano anche lungo il territorio italiano, per cui nel Sud Italia questi possono superare di 10 volte quelli applicati in altre regioni del Nord Italia”.
Il direttore di Esper, dunque individua una soluzione in 3 punti:
1. Triplicazione CAC;
2. Svincolare i controllori dai portatori di interessi, facendo in modo che il responsabile dei controlli di qualità sui materiali conferiti non sia scelto dal Conai;
3. Proseguire con l’abolizione della Tares e la reintroduzione della tariffazione puntuale come stabilito dal Decreto Ronchi.
A sostegno dell’azione dell’Associazione Comuni Virtuosi interviene anche Legambiente, con Stefano Ciafani, responsabile scientifico: “Secondo il rapporto ISPRA ancora il 40% dei rifiuti va in discarica. Occorre ristabilire la gerarchia economica delle opzioni di gestione del ciclo dei rifiuti. L’incenerimento e il conferimento in discarica continuano ad essere troppo convenienti per i Comuni – ha dichiarato Ciafani – i quali si trovano costretti, per questioni di bilancio, a preferire l’opzione più inquinante a quella più virtuosa. Il conferimento in discarica dovrebbe quindi diventare l’opzione più costosa, ad esempio attraverso l’eliminazione del tetto massimo di 25 euro/tonnellata previsto dalla norma del 1995 sull’ecotassa. Occorre inoltre rimodulare il sistema degli incentivi anche in materia di recupero energetico e riciclaggio. Il suggerimento finale all’attuale Ministro dell’Ambiente, di rivedere profondamente la bozza del programma nazionale per la prevenzione”.
A Walter Regis di Assorimap, intervenuto a sottolineare come “gli attuali squilibri messi in luce dal dossier dei Comuni Virtuosi non siano da imputare ad una mancanza di competenze tecniche da parte delle aziende, bensì ad un sistema distorto di gestione dei rifiuti in cui un’imprenditoria monopolistica ha portato avanti gli interessi di pochi a discapito delle collettività”, ha fatto eco Alberto Ferro, di Federambiente. “Come esposto nel documento redatto a novembre scorso da Federambiente- ha dichiarato Ferro – esiste forte la necessità tanto di incentivare e proteggere la filiera di prossimità, quanto quella di evitare nel contempo che sia il cittadino ,in qualità di consumatore, contribuente e utente TIA, a farsi carico dei costi. E’ auspicabile che la prossima fase di revisione dell’accordo ANCI-CONAI non conservi alla lettera il contenuto del vecchio accordo e che all’opposto introduca una decisa e coraggiosa svolta. L’azione di polso da parte dei Comuni può contare su un supporto importante: il coinvolgimento del maggior numero di attori possibile, grazie al quale diventi possibile scardinare l’ormai obsoleta e squilibrata dicotomia tra comuni e consorzio”.
Paolo Cesco di Fise Unire, infine ha auspicato che l’‘intervento di bacinizzazione e localizzazione della filiera dei rifiuti deve confrontarsi con la possibilità effettiva di costruire impianti adeguati.”
Il video della conferenza di presentazione







