Bio bottiglie? Il riciclo è un problema. Impianti non ancora pronti

Riciclare imballaggi 100% compostabili. Il compito spetta agli impianti di compostaggio ma i produttori pagano al Conai il servizio. Ecco cosa succede, quando un produttore di imballaggi decide immettere sul mercato prodotti biodegradabili e compostabili al 100%. Succede già con shopper e stoviglie, con la Bio Bottle della Sant’Anna e adesso succederà anche con il latte e la nuova bottiglia della Granarolo compostabile al 100% in 12 settimane, non ancora in commercio. Il prototipo, infatti, verrà presentato in occasione dell’Expo. Vedi aggiornamento*
La storia è questa. I produttori di imballaggi pagano al sistema Conai un contributo ambientale che rappresenta la forma di finanziamento attraverso la quale il Consorzio Nazionale Imballaggi ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per i maggiori oneri della raccolta differenziata, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti di imballaggi. Solo che questi tipi di imballaggi che sono compostabili e che quindi sono conferiti nell’umido, non vengono smaltiti dal sistema Conai ma dagli impianti di compostaggio.

Insomma, “lo shopper paga il contributo Conai ma lo ricicla il Cic”, afferma all’Adnkronos, Massimo Centemero, direttore del Cic, Consorzio italiano compostatori. Ma non è questo l’unico elemento di perplessità su questi nuovi tipi di imballaggi. Quello delle bioplastiche “è sicuramente un settore affascinante ma non tutti gli impianti sono strutturati per ricevere tutte le tipologie di manufatti compostabili”. Secondo il direttore del Cic, “mancano le condizioni tecniche, tecnologiche e operative”.
Purtroppo, sottolinea il direttore del Cic, “nessuno si è preoccupato del fine vita di questi materiali”. Quando si immette sul mercato un nuovo materiale per Centemero, “bisogna invece considerare tutta la filiera: dalla produzione alla vendita fino al fine vita”. Si tratta di “costruire un sistema, possibilmente insieme ai riciclatori della parte organica”. Prima di conferire questi imballaggi nell’umido, dunque, il consiglio è: “verificare con l’ente gestore di zona se l’impianto accetta quel tipo di materiale”.

Ma cosa succede se quella bio bottiglia, compostabile al 100% ma dalle fattezze identica ad una normale bottiglia realizzata in PET, finisce nel sacchetto della plastica? Finisce a recupero energetico, ovvero alla termovalorizzazione ed ecco che si perde il valore ambientale del prodotto. “Le macchine selezionatrici, spiega Diego Barsotti, responsabile comunicazione Revet, che raccoglie, seleziona e avvia a riciclo plastiche, acciaio, alluminio, vetro, poliaccoppiati (come il Tetra Pak) di gran parte della Toscana, “individuavano tali bottiglie come materiale da scartare e avviare a recupero energetico”. Si tratta di “uno spreco di risorse perché il materiale, viene raccolto, trasportato e selezionato per poi andare a recupero energetico”.
Nel 2011, spiega Barsotti, “abbiamo effettuato una campionatura delle bottiglie in PLA (Acido Polilattico) nel momento di maggiore diffusione delle biobottle, che all’epoca sono risultate essere il 2% del totale delle bottiglie”. Adesso, però, “stimiamo che la percentuale di biobottle sia molto calata, di solito ne troviamo quantità significative soltanto in caso di promozioni e sconti offerte dai grandi centri commerciali”.

Secondo Silvia Ricci, responsabile campagne dell’associazione Comuni virtuosi che ha promosso una specifica campagna sugli imballaggi ‘Meno rifiuti più benessere in 10 mosse’, questo dimostra che “non esistono materiali buoni e cattivi ‘a prescindere’ con cui realizzare imballaggi poiché dipende dall’impatto ambientale complessivo. Un ruolo fondamentale nella valutazione del ciclo di vita delle varie tipologie di imballaggi, soprattutto quando si parla di eco design, è il contesto in cui avviene il fine vita”. Se venisse a crearsi un sistema in cui la raccolta separata del pla o altro ‘nuovo’ materiale sarà attuabile, ben venga. Ai comuni – conclude Ricci –già non vengono corrisposte le risorse necessarie per fare le raccolte differenziate attuali, figurarsi se potranno mai essere messi nelle condizioni economiche per affrontare il crescente aumento della complessità degli imballaggi”. **

Tratto da Adnkronos.com del 17 aprile 2015

Aggiornamento:  l’introduzione di questo imballaggio è stata sospesa per motivi di ordine economico.

Granarolo_Bottiglia

Il nostro contributo integrale Vista dalla prospettiva degli enti locali che devono occuparsi della raccolta differenziata degli imballaggi il PLA presenta alcune criticità ancora irrisolte che chi progetta nuovi imballaggi parrebbe non conoscere. A partire dai dubbi che nutre il cittadino quando si tratta differenziare la plastica, quando spesso non riesce ancora a distinguere tra un imballaggio e un bene di plastica (spazzolino da denti, bacinella, ecc). Ma anche presupponendo che un marchio o altra indicazione apposta sull’imballo, possa aiutare il cittadino a distinguere tra bioplastica e plastica, poco cambierebbe allo stato attuale, come Barsotti e Centemero hanno raccontato. Inoltre il PLA che finisce nel flusso del PET in quantità oltre ad una certa percentuale contamina irrimediabilmente intere partite. Qualsiasi sistema di raccolta separata per un qualsiasi nuovo materiale che si dovesse aggiungere ai flussi esistenti dovrebbe essere, non solamente tecnicamente attuabile ma anche “pagarsi da solo”. Altrimenti finisce per diventare motivo di ulteriori oneri economici per gli enti locali. Per il latte o l’acqua minerale abbiamo già delle opzioni come il vetro o il PET trasparente ancora non sviluppate come potenziale (di intercettazione e riciclo o riuso locale) che, almeno per il consumo nazionale, potrebbero funzionare a ciclo chiuso creando un’economia non delocalizzabile sul territorio. Rispetto alla dichiarazione di Granarolo che -Il materiale non deriva da prodotti vegetali utilizzati per soddisfare il fabbisogno alimentare e di conseguenza non intacca la catena alimentare umana- il tubero cassava (manioca/tapioca) nella varietà amara** che viene usata per ricavarne il biopolimero prevede comunque l’utilizzo di terreno agricolo e va ad incrementare il fenomeno del cambio indiretto d’uso del suolo (Iluc): cioè quando si producono colture per biocarburanti o usi non alimentari laddove prima si coltivavano prodotti agricoli destinati all’alimentazione. Concludendo con una riflessione generale che esula da questo specifico caso : forse in questo momento i cittadini sono più interessati a sostenere quelle scelte aziendali sostenibili che sono in grado di comprendere e di valutare per gli effetti positivi che possono essere dimostrati e misurati su comunità e ambiente lungo l’intera filiera. Questa è la sfida della sostenibilità che le aziende dovrebbero cogliere.”

 

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