Olanda: la seconda vita dei mobili da giardino

Grazie ad un accordo tra Tuinmeubelen, un rivenditore di arredi da giardino e un importante operatore del settore del riciclo del Benelux, Van Ganzenwinkel, gli arredi da giardino avranno una seconda vita con vantaggi ambientali ed economici.
Sono infatti centinaia di migliaia gli arredi come sedie, tavoli e divani che finiscono ogni anno in Olanda ( e non solo) in discariche o inceneritori causando inquinamento e nuove emissioni tossiche.
Da qualche settimana Tuinmeubelen, azienda olandese leader nell’arredamento da giardino con nove showroom nel paese, offre un servizio gratuito di ritiro dei vecchi arredi contestualmente alla consegna di nuovi ordini effettuati online. Del servizio di consegna e raccolta si occupa Rijbaan Transport – un servizio di trasporto che impiega lavoratori con difficoltà di inserimento nel mercato.
Gli arredi dismessi, una volta ritirati, vengono prima stoccati nel centro di distribuzione che evade gli ordini online, per poi venire successivamente prelevati da Van Ganzenwinkel, partner tecnico del progetto.
Van Ganzenwinkel si occuperà di valorizzare il materiale recuperabile dalle 15.000 tonnellate di mobili che si stima verranno raccolte ogni anno. Le parti in metallo verranno fuse per creare altri oggetti in metallo mentre dalla plastica potranno essere realizzati nuovi manufatti oppure oppure un composto da impiegare per le coperture bituminose o impermeabilizzanti.
Se consideriamo che nel 2020 in Europa il 50% di carta, plastica, vetro e metallo presente nei rifiuti urbani dovrà essere riciclato, e che anche le aziende devono fare la loro parte, questa è una delle modalità possibili per raggiungere l’obiettivo.

Nuovo AQ Anci-Conai: “Non va tutto bene, madama la marchesa…”

Il sistema CONAI-Consorzi profonde un forte e crescente impegno economico per promuovere e ricevere la raccolta differenziata dei diversi materiali d’imballaggio, impegno che non deriva da “liberalità ” ma da preciso obbligo di legge.

Il nuovo Accordo-Quadro ANCI-CONAI, che muove in queste settimane i primi faticosi passi, vede un accrescimento complessivo di questo impegno ma, parallelamente, vede aumentare anche i livelli di complessità . Comprensibilmente, più il gioco si fa grande, più i livelli di attenzione crescono… Il sistema consortile non ha infatti solo il ruolo di “pagatore”, ma giustamente anche quello di garante non solo del raggiungimento degli obiettivi di legge, ma anche della trasparenza e della tracciabilità dei flussi. Sarebbe allora forse il caso di suonare un campanello di allarme.

Provo a sintetizzare.

1. La qualità della raccolta differenziata di tutti i materiali, a monte dei diversi processi di selezione e pre-pulizia, checché se ne dica, anziché migliorare tende a peggiorare. A volumi crescenti corrisponde un più che proporzionale aumento di conferimenti impropri, per i quali sarebbe spesso assai problematico rientrare nei limiti stabiliti dai diversi allegati tecnici per accedere ai corrispettivi previsti dagli stessi. 2. Il tendenziale peggioramento qualitativo della raccolta rende sempre più necessari interventi di pre-pulizia su raccolte (mono o multimateriale che siano), che in qualche caso, non isolato purtroppo, arrivano a discostarsi di poco dalla raccolta indifferenziata, con buona pace delle ricorrenti retoriche sulle “percentuali di differenziata” (se faccio due sacchi, o due cassonetti, uno con l’umido e uno di “secco multimateriale”, faccio il 100% di differenziata? Tanto il multimateriale per la legge non esiste”.

3. I Comuni, nell’attuale situazione di ristrettezze di bilancio, non sono in genere in grado di sostenere i costi di selezione/pulizia e del conseguente smaltimento dei sovvalli, per cui, di fatto, finiscono col “vendere” il materiale al miglior offerente (impianti di recupero) in cambio del rilascio di una delega o di una sub-delega. Spesso le virgolette a fianco del termine certamente forte “vendere” si potrebbero anche togliere, perché circolano capitolati di gara che parlano esplicitamente di “cessione del materiale” e non sono infrequenti i casi in cui questi stessi capitolati neppure facciano riferimento alcuno all’accordo ANCI-CONAI, o comunque prevedano clausole e sistemi di gestione e remunerazione del tutto incompatibili con lo stesso.

4. In questo modo si instaura non un “libero mercato” (che per altro la “filosofia” del “Sistema CONAI” prevede debba essere entro certi limiti regolato e, soprattutto, monitorabile e monitorato), ma un “mercato selvaggio” in cui di fatto ognuno, Comuni e società pubbliche comprese, fa quello che gli pare e gli conviene, pratica e al tempo stesso subisce condizioni di autentico strozzinaggio o, al contrario, di sospetto dumping, escogita meccanismi che contribuiscono a restituire un’immagine ampiamente falsata della raccolta differenziata, elude per volontà e/o ignoranza le regole salvo poi rivendicare i corrispettivi previsti da un sistema che, al di là delle convenzioni formali sottoscritte, è stato ampiamente scavalcato dalle dinamiche reali sul territorio. Se questa è la linea di tendenza, cosa succederà ? Il sistema dell’Accordo-Quadro pare rispondere con un irrigidimento delle regole, con una ricerca di trasparenza coattiva.

Ma soggetti che spesso ignorano l’ABC, come reagiranno di fronte a un apparato di regole sempre più complicato e per loro astruso ed impraticabile? Non sarà questo uno stimolo un più a gestire “in proprio”, spesso fuori da qualsiasi regola e ai limiti della legalità , i materiali più “interessanti” per il mercato lasciando al sistema consortile quelli privi di valore economico? Forse dopo diciotto anni dal “Decreto Ronchi” qualche riflessione su “raccolta lorda e riciclo netto”, sostenibilità economiche, mercato, impatti dei “grandi numeri”, sarebbe il caso di farle, o forse, meglio ancora, avrebbero dovuto essere il doveroso preludio alla trattativa per il rinnovo dell’Accordo-Quadro ANCI-CONAI”..

Gianluca Bertazzoli – Blogger Eco dalle Città

Olanda : la resa della patria del deposito su cauzione agli interessi dell’industria

Olanda : la progressiva resa della patria del deposito su cauzione agli interessi dell’industria del beverage
Da qualche anno in Olanda, con la costituzione di un ente “indipendente”, denominato Kennisinstituut Duurzaam Verpakken, che ha il compito di disegnare/proporre politiche e azioni in materia di raccolta degli imballaggi a perdere, è l’industria a determinare le politiche, poiché il governo vi ha rinunciato.
Partiamo con questo primo post per raccontare come è potuto avvenire che in Olanda patria del deposito di cauzione si sia arrivati a “condonare” all’industria del beverage il raggiungimento di tutti gli obiettivi imposti dal governo negli anni. L’industria del settore è arrivata al punto di mettere in discussione il deposito su cauzione vigente per le bottiglie grandi.
I retroscena contenuti in questo post provengono da un articolo pubblicato in Olanda nel 2013.  La ricostruzione dei fatti raccontati dalla giornalista è stata resa possibile dalle rivelazioni in forma anonima di funzionari, ex funzionari, ricercatori ed  esperti del mondo del packaging.

I PRECEDENTI
Prima che il governo Rutte I nel 2010 ne decimasse lo staff, erano i temuti e solerti funzionari che si occupavano di rifiuti del Ministero alle Infrastrutture e all’Ambiente (VROM) ad esercitare un minuzioso controllo sulle proposte di legge allo studio. Per evitare che eventuali proposte potessero avere delle conseguenze sulle politiche ambientali e gli obiettivi del Ministero il controllo era allargato anche ad altri dipartimenti governativi. Un caso emblematico nella storia degli eventi che  hanno caratterizzato i più recenti anni delle vicende del VROM è quello che ha come protagonista Hester Klein Lankhorst, fino al 2012 direttore del dipartimento Gestione Rifiuti e Produzione Sostenibile del Ministero Ambiente, braccio destro dell’allora Segretario di Stato all’Ambiente Joop Atsma. Al contrario di altri colleghi, dopo essersi occupata della redazione del dossier di regolamentazione del deposito su cauzione per le bottiglie di plastica e della nascita del Kennisinstituut Duurzaam Verpakken, di seguito KIDV (1) finanziato dall’industria, Klein Lankhorst si licenzia volontariamente.
Comprensibile sconcerto nell’ambiente e tra i colleghi del Ministero presenti nel marzo del 2012 alla bicchierata di addio nel vicino pub ha suscitato la presenza di un noto personaggio invitato dalla Klein Langhorst. Si trattava infatti niente meno che del direttore alla comunicazione di Coca Cola Benelux Robert Seeger. Nonostante il fatto che la Coca Cola come le altre aziende appartenenti a Nedvang avesse impunemente infranto negli anni ogni tipo di accordo sul riuso delle bottiglie deciso con il governo, Seeger ha potuto tenere un discorso dal titolo “Coca Cola sceglie la cosa giusta.”  Ma giusta per chi ? Per la Coca Cola ovviamente ! Un anno dopo, infatti, sarà sempre lei a diventare direttore di questo Istituto che, al posto del Governo, si occuperà da quel momento in poi di determinare le politiche sugli imballaggi.

INDUSTRIA COME SPONSOR
Che ci fossero commistioni in corso tra industria, funzionari pubblici e politica era un fatto noto da anni,  ma che la conoscenza e professionalità che era presente nel settore pubblico venisse azzerata, e che l’industria arrivasse a prendere le decisioni in merito a ricerca e proposte legislative inerenti  agli imballaggi, è un fatto nuovo. Un convegno organizzato dall’ Unione Nazionale dei Comuni  VNG (Vereniging van Nederlandse Gemeenten) sulla gestione dei rifiuti urbani (tenutosi nel 2013 ad Amersfoort) dedicato alla formazione di funzionari addetti anche al controllo delle aziende, è stato in gran parte finanziato dallo stesso settore industriale che dovrebbe essere controllato. Anche il programma del convegno è stato determinato dallo sponsor.
Non molto tempo fa, l’uso di imballaggi, come le bottiglie di plastica e il controllo sul loro riutilizzo, erano due mondi completamente separati. C’era un quadro giuridico che imponeva delle regole per l’industria, e un controllo pubblico che vigilava sul rispetto di tali norme. L’Olanda prima e dopo la seconda guerra mondiale, è stata la patria del deposito su cauzione, alla sua riuscita hanno contribuito aspetti favorevoli come l’alta densità di popolazione combinata con ridotte distanze di trasporto. Produttori e fornitori riuscivano ad ottenere indietro la materia prima riferita a più del 95% degli imballaggi immessi.

GLI ANNI  DAL 1986  AL 2002
I ministri Ed Nijpels (VVD-Liberali, 1986-1989) e Hans Ontani (PvdA-Laburisti 1989-1994) che si succedono alla guida di VROM perseguono entrambi politiche ambientali orientate all’estensione del sistema di deposito su cauzione per gli imballaggi. Ecco che a metà degli anni novanta si presentano le prime difficoltà. I produttori di bevande analcoliche cominciano ad introdurre nel mercato le prime bottiglie di plastica da mezzo litro non cauzionate con l’accordo che il formato coprirà solamente il 2% del mercato totale. In realtà già nel 2013 questo formato è il più venduto in Olanda rispetto alle bottiglie grandi.
Le conseguenze si fanno presto sentire sotto forma di migliaia di bottigliette e lattine abbandonate nell’ambiente e nei corsi d’acqua. La patata bollente  se la ritrova il Ministro all’Ambiente Jan Pronk (PvdA, 1998-2002) che minaccia l’industria con l’applicazione di un cauzionamento qualora non in grado di recuperare e riutilizzare l’80% di tali contenitori.

SE GLI OBIETTIVI NON SI RAGGIUNGONO SI CAMBIANO
Dal 2002 la questione subisce un evidente declassamento poiché da quel momento non sarà più un ministro ad occuparsene, ma un segretario di Stato. Si tratta del democristiano Pieter van Geel (CDA, 2002-2007) alla guida di un dipartimento che conta sempre meno funzionari. La  controparte industriale invece si rafforza e le trattative con un corpo di funzionari piuttosto indebolito, vengono portate avanti da un fronte sempre più agguerrito di specialisti del marketing.  Viene infine raggiunto un accordo, denominato Verpakkingsbesluit, che ha valore di legge e che impone di raccogliere il 95% delle bottiglie grandi e il 55% delle piccole. Obiettivi che l’industria non riesce però a rispettare.
Questa situazione viene riconosciuta da Van Geel in una sua nota interna del 29 agosto 2006 senza che venga presa alcuna contromisura. A differenza del Ministro Pronk che lo ha preceduto, Van Geel non prova minimamente a “minacciare” le aziende con l’applicazione di un cauzionamento per le bottiglie piccole. Anno dopo anno le ispezioni governative certificano il mancato raggiungimento degli obiettivi sino a che  il Ministro all’Ambiente Jacqueline Cramer (PvdA 2007-2010), getta la spugna. Invece di intervenire presso le aziende per il rispetto delle norme, si adegua a negoziarne di nuove. Una modalità che risulterebbe davvero molto gradita a tutti coloro che infrangono le regole, in materia stradale, fiscale, ecc. In questo scenario dove la guida politica è ormai assente  il ristretto gruppo rimasto di funzionari pubblici non riesce più a farsi rispettare e con il veloce cambio delle figure politiche si arriva a perdere la memoria storica dei fatti. Continuano a sbrigare il proprio lavoro, negli anni, cullandosi nella speranza che le cose migliorino l’anno dopo.
Nel 2011 il  VNG, l’unione dei comuni olandesi che sono al 94% favorevoli ad un’estensione del deposito su cauzione per bottigliette e lattine si attivano in tal senso coinvolgendo la politica. Nonostante il fatto che la proposta avesse acquisito il sostegno da parte dei gruppi parlamentari di quattro partiti (minori), il tentativo fallisce.

GLI ANNI PIU’ RECENTI 2012-2013
Nel 2012 il segretario di stato Atsma in totale mancanza di dati affidabili che dimostrino miglioramenti nella performance dell’industria dell’imballaggio, dichiara in parlamento di nutrire speranze sull’operato delle aziende. Sulla base di uno studio sulle percentuali di riutilizzo e sui costi del sistema di cauzionamento,  pagato dalla stessa industria, decide definitivamente di bloccare l’introduzione di un deposito su cauzione per le bottiglie piccole, e di rendere volontario, dal 2015, il deposito su quelle grandi. In altre parole, è il settore che determina se applicarsi il deposito su cauzione o meno.
L’autore dello studio che dovrebbe fare luce sui costi del sistema è il dr. Ulphard Thoden van Velzen di  TI Food and Nutrition (dipartimento dell’Università di Wagening finanziato dal settore del packaging) incaricato dall’Istituto appena insediato. Lo studio è stato contestato anche dagli esperti del settore (1) per il metodo e per i risultati al punto da apparire pilotato dall’industria. Nello studio venivano comparati due scenari di cui uno reale e l’altro ipotetico/futuribile: quello riferito al sistema attuale dove le bottiglie vengono raccolte degli esercizi commerciali con costi misurabili e  lo scenario (potenziale) di una raccolta effettuabile con gli altri flussi di plastica che avviene a livello residenziale con i contenitori arancioni (con costi difficilmente stimabili) . In seguito alle obiezioni ricevute van Velzen ha dovuto modificare ben 12 voci di costo su 16, ma questo non è stato sufficiente a distogliere Atsma dal suo proposito di abolire il deposito su cauzione.

CHI PAGA DECIDE (proverbio olandese)
Mentre in Germania è in funzione  un sistema completo di deposito su cauzione per bottiglie grandi e piccole e per lattine, il governo olandese scarica sui comuni grande parte delle problematiche derivate dalla questione. Assurdo pensare che  gli assessori di comuni  come  Zoetermeer o Purmerend debbano negoziare con l’industria del packaging. In teoria i comuni dovrebbero essere supportati dalle competenze tecniche dell’”indipendente” KIDV diretto da Lankhorst. Di fatto sono diversi i soggetti che nutrono perplessità sul fatto che l’ente, finanziato dall’industria con due milioni di euro all’anno, sia in condizione di fornire consulenza e supporto indipendente.  Il personale, composto da tre sole unità ad incarico fisso, manca delle competenze tecnico scientifiche e giuridiche per poter produrre un piano di azione per la sostenibilità del packaging che fornisca le basi per una legislazione del settore. Oltre ai membri operativi l’Istituto ha un consiglio direttivo formato da rappresentanti dei comuni e del governo ma che però, alla luce dei fatti di due anni di attività, hanno dimostrato di avere ben poca voce in capitolo. Il presidente è Hans van der Vlist, l’ex segretario generale del Ministero VROM autore dell’attuale legislazione sul packaging. Uno dei primi progetti di cui il KIDV si è occupato è stato uno studio di fattibilità sulla raccolta differenziata per i contenitori per latte e bevande in poliaccoppiato abbinata ad un progetto pilota partecipato da 40 comuni. Lo studio nuovamente commissionato al dr. Ulphard Thoden van Velzen autore del criticato studio prima citato. Lo studio che avrebbe dovuto fornire gli elementi per valutare la sostenibilità economica del sistema di raccolta, è stato giudicato dalla stesso KINV non esaustivo e passibile di studi integrativi. Un altro compito previsto dall’accordo al quale il KIDV doveva far fronte e cioè la redazione di un piano per la sostenibilità degli imballaggi a partire dal 2013 non è stato portato a termine. E’ stato invece presentato un documento generico che non contiene la definizione di obiettivi e impegni progressivi e misurabili ma soprattutto obbligatori per l’industria previsti nell’incarico.
NB: Dopo l’abolizione del deposito avvenuta nel 2012 attraverso la cancellazione di alcuni articoli “dormienti” all’interno della legislazione ambientale di riferimento in Olanda (Wet milieubeheer), c’è stata una mozione da parte del partito D66 nell’estate del 2014 che ha riportato in vita gli articoli. L’attuale segretario di stato all’Ambiente  Mansveld non ha (ancora) abolito il deposito perché non sono stati raggiunti dalle aziende gli obiettivi di raccolta e riciclo che erano state definiti condizione preliminare. Nell’anno in corso si faranno nuove valutazioni.

Vai agli aggiornamenti successivi:  Olanda primo paese al mondo che abolisce il deposito su cauzione ? e Uno a zero per il fronte ambientalista in Olanda.

(1) Kennisinstituut Duurzaam Verpakken (KIDV in inglese Knowledge Institute for Sustainable Packaging viene così descritto sul sito di EXPRA un’associazione che riunisce e rappresenta gli interessi dei corrispettivi europei del nostro Conai: To ascertain that information on packaging and packaging waste is neutral and correct it was founded in 2012. The KIDV is governed by the Ministry of Infrastructure and Environment, producers/importers and the association of municipalities (VNG). Its goal is to function as an independent organization that gathers and shares neutral information on packaging and packaging waste. The KIDV focuses on reduction, reuse, renewal and recycling of packaging and packaging waste.

(2) Il produttore di compattatori automatici Tomra ha incaricato CE Delft ente di consulenza olandese di verificare i dati contenuti nel rapporto WUR di van Velzen. CE Delft ha rilevato che i costi imputati al sistema di cauzionamento dal rapporto Wur sono il doppio di quanto è invece risultato dalle loro analisi.

 

Ridurre i rifiuti e lo sfruttamento di risorse con l’economia circolare

I rifiuti possono essere evitati con una gestione sostenibile e circolare delle risorse, dice l’Associazione Comuni Virtuosi (ACV). Che mira a ridurre la produzione di rifiuti partendo da dove tutto ha inizio.
Quando si parla di iniziative virtuose in tema di gestione dei rifiuti vengono spesso richiamate, anche sui media televisivi, le esperienze di comuni aderenti all’Associazione Comuni Virtuosi. Iniziative che, di fatti, raccontano come sia possibile ridurre la produzione di rifiuti attraverso buone pratiche ambientali e raggiungere percentuali di raccolta differenziata che vanno ben oltre al 70%. Come? Attraverso l’applicazione della tariffazione puntuale e il coinvolgimento dei cittadini. Succede anche a Parma, il comune più grande fra quelli associati. Eppure l’associazione propone dal 2012 “Meno rifiuti più benessere in 10 mosse”, una campagna che vuole cambiare la percezione diffusa tra l’opinione pubblica che i rifiuti siano una conseguenza ineluttabile del benessere a cui rassegnarsi e con cui convivere. Soprattutto se si ha la fortuna di averli “lontano dagli occhi e dal cuore”. Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV.

In cosa si differenzia la vostra iniziativa da altre, e perché?
Innanzitutto si tratta dell’unica iniziativa che si rivolge direttamente al mondo aziendale con una serie di richieste improntate all’uso sostenibile delle risorse. Tema di assoluta attualità, vista la pesante crisi ambientale ed economica che stiamo vivendo e l’emergenza del riscaldamento climatico che si è palesata come la sfida prioritaria da affrontare. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra in un pianeta che ospiterà e dovrà sfamare 9 miliardi di persone entro questo secolo, è necessario intervenire sull’attuale modello economico lineare, che ha già mostrato tutti i suoi limiti.
La prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare prodotti e cicli produttivi in un’ottica di economia circolare capace di minimizzare gli effetti collaterali dei processi produttivi come uso intensivo delle risorse naturali, rifiuti e inquinamento. Le mosse seguenti, sulla base di esempi concreti, chiedono di evitare l’attuale spreco di materia lungo tutta la filiera del consumo tra imballaggi e prodotti usa e getta. Attraverso l’innovazione e l’eco-design è possibile sia sostituire la maggior parte delle opzioni usa e getta, che dare vita a prodotti progettati per il riuso e il riciclo efficiente, e per fornire materia prima seconda da utilizzare al posto di materia vergine. Occuparsi del rifiuto quando ormai è prodotto significa sprecare risorse rilevanti in interventi palliativi che non affrontano la radice del problema.

La 10 mosse si rivolgono direttamente al mondo produttivo. Perché i comuni e i cittadini virtuosi hanno bisogno della “collaborAZIONE” delle aziende?
Perché non si può fare prevenzione con interventi disarticolati e “una tantum” che non abbraccino tutta la catena del consumo. I materiali che vengono separati dai cittadini con una raccolta differenziata spinta al 90% e di ottima qualità possono essere metabolizzati e valorizzati con il riuso e il riciclo (di materia) solamente se c’è un sistema strutturato in grado di accoglierli. Lo stesso ragionamento vale per i beni e materiali che si raccolgono negli ecocentri o a domicilio. Questo sistema si può solamente cambiare (mettendo in pratica il principio della responsabilità estesa del produttore) se gli attori della filiera produttiva dialogano/collaborano, sin dalla fase progettuale, con chi si occupa di gestire i loro prodotti a fine vita. Attualmente l’unico modo possibile di gestire questi rifiuti è quello “end pipe”, che cerca di limitare il danno gestendo al meglio i contenuti dei cassonetti con pochissime risorse e in costante diminuzione. Non per difendere le amministrazioni locali che lavorano male, ma non è più ammissibile che a pagare per i costi generati da questo modello produttivo, tra rifiuti e inquinamento, debbano essere sempre gli ultimi anelli della catena, gli enti locali e i cittadini.
Se governi e aziende lavorassero insieme per rendere possibili modelli di economia circolare non staremmo qui a parlare di come meglio gestire o prevenire la produzione di 134,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e di 11,5 milioni di tonnellate di imballaggi. Essenzialmente per due ragioni: la prima perché gran parte della produzione di questi scarti verrebbe già prevenuta o minimizzata nella fase di progettazione dei beni, oppure metabolizzata in nuovi cicli produttivi; la seconda perché questo modello economico rivoluziona completamente l’attuale sistema produttivo che, oltre a riempire le discariche, ha riempito le nostre case di oggetti inutili o sottoutilizzati. Se guardiamo a un prodotto pensando ai servizi che può fornirci senza entrare in nostro possesso, si apre un mondo di opportunità economiche ad alta intensità lavorativa.

Parlando di imballaggi, Conai ha annunciato che nel 2013 tre imballaggi su quattro sono stati recuperati. Quali sono le vostre proposte come associazione di enti locali?
Innanzitutto varrebbe la pena spiegare come si arriva al dato del recupero del 77,5% (3 imballaggi su 4). Si tratta della media delle percentuali di riciclo di sei materiali diversi (acciaio, alluminio, plastica, vetro e legno) che variano dal 39% della plastica all’86% della carta, alla quale viene aggiunta la percentuale delle quantità (perlopiù carta e plastica) che sono state “termo valorizzate”. Se il destinatario di questi dati è il cittadino medio, sarebbe più utile fornire dati un po’ più significativi e distinti per categoria di imballaggi, in modo da informarlo dove occorre impegnarsi di più. Per raggiungere l’obiettivo europeo di riciclo del 50% al 2020, il materiale sul quale c’è maggiormente da lavorare è la plastica. Dei due milioni di tonnellate di imballaggi di plastica immessi al consumo, nel 2013 il consorzio per la plastica Corepla ne ha avviato a riciclo 413.640 tonnellate (20,2% dell’immesso) e incenerito con recupero energetico 752.554 tonnellate (36,8% dell’immesso). Detto questo, le 10 mosse sono state ispirate dagli esiti di indagini merceologiche effettuate sul rifiuto indifferenziato e da visite effettuate presso gli impianti di selezione e riciclo, dove si è potuta verificare l’immissione al commercio (in quote sempre maggiori) di alcune tipologie di imballaggi, presentate come il massimo della sostenibilità che poi, nel fine vita, si rivelano riciclabili soltanto in teoria. Pur essendo conteggiati tra gli imballaggi differenziati, questi finiscono di fatto in discarica o negli inceneritori per i motivi che spieghiamo alla pagina dell’iniziativa e in una apposita presentazione.
Oltre che appellarci alle aziende, abbiamo fatto pubblicamente alcune proposte in occasione della firma dell’accordo quadro Anci Conai che regola la raccolta differenziata nei comuni e ne cito due. Come ACV riteniamo che i circa 34 milioni di euro che Corepla spende annualmente per termovalorizzare la plastica andrebbero invece utilizzati per supportare il riciclo delle plastiche miste, creando così quel potenziale occupazionale nell’indotto del riciclo citato nei diversi rapporti annuali commissionati dal Conai. Riteniamo inoltre che il contributo ambientale (CAC), calcolato sul peso, che viene pagato dagli utilizzatori di imballaggi allo scopo di finanziare la loro raccolta differenziata nei comuni, come avviene in altri Paesi europei debba essere utilizzato come uno strumento di prevenzione, e cioè commisurato alla riciclabilità dell’imballaggio. Più basso se facilmente riciclabile con la tecnologia esistente nel Paese, altissimo se non ci sono queste condizioni e viene raccolto per essere buttato con dispendio di soldi pubblici. I consorzi del Conai, per i diversi materiali (carta, vetro, plastica ecc.), sono beneficiari di un CAC. I comuni ricevono un corrispettivo economico per gli imballaggi raccolti che vengono poi conferiti alle piattaforme Conai a seconda dei materiali. Siccome l’entità dei corrispettivi erogati arriva a coprire meno della metà di quanto serva realmente per raccoglierli, i comuni devono coprire la parte mancante rivalendosi sulle bollette dei cittadini. Tornando al contributo ambientale pagato al Conai, quello che avviene è che prima diventa parte del prezzo dell’imballaggio e poi viene trasferito nel prezzo finale del bene acquistato imballato. Come ribadito in una recente sentenza del Tar, l’attività dei Consorzi Conai assume tratti similari a quelli propri dell’erogazione di un servizio pubblico, perché i mezzi finanziari per il loro funzionamento provengono in larga parte da risorse degli utenti/operatori/consumatori, mediante l’applicazione del contributo ambientale Conai. Questa interpretazione supporta la nostra tesi. Gli enti locali e i cittadini che sostengono i maggiori costi del sistema di gestione attuale degli imballaggi devono poter avere voce in capitolo nella determinazione di un diverso sistema che attribuisca i maggiori costi su chi li determina a monte, a partire dalla progettazione dei beni.

Tratto da La Stampa Tuttogreen -Andrea Bertaglio

Ridurre i rifiuti e lo sfruttamento di risorse si può. Con l’economia circolare

I rifiuti possono essere evitati con una gestione sostenibile e circolare delle risorse, dice l’Associazione Comuni Virtuosi (ACV). Che mira a ridurre la produzione di rifiuti partendo da dove tutto ha inizio

di Andrea Bertaglio La Repubblica

Quando si parla di iniziative virtuose in tema di gestione dei rifiuti vengono spesso richiamate, anche sui media televisivi, le esperienze di comuni aderenti all’Associazione Comuni Virtuosi. Iniziative che, di fatti, raccontano come sia possibile ridurre la produzione di rifiuti attraverso buone pratiche ambientali e raggiungere percentuali di raccolta differenziata che vanno ben oltre al 70%. Come? Attraverso l’applicazione della tariffazione puntuale e il coinvolgimento dei cittadini.

Succede anche a Parma, il comune più grande fra quelli associati. Eppure l’associazione propone dal 2012 ”Meno rifiuti più benessere in 10 mosse«, una campagna che vuole cambiare la percezione diffusa tra l’opinione pubblica che i rifiuti siano una conseguenza ineluttabile del benessere a cui rassegnarsi e con cui convivere. Soprattutto se si ha la fortuna di averli ”lontano dagli occhi e dal cuore«.

Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV.

In cosa si differenzia la vostra iniziativa da altre, e perché?

Innanzitutto si tratta dell’unica iniziativa che si rivolge direttamente al mondo aziendale con una serie di richieste improntate all’uso sostenibile delle risorse. Tema di assoluta attualità, vista la pesante crisi ambientale ed economica che stiamo vivendo e l’emergenza del riscaldamento climatico che si è palesata come la sfida prioritaria da affrontare. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra in un pianeta che ospiterà e dovrà sfamare 9 miliardi di persone entro questo secolo, è necessario intervenire sull’attuale modello economico lineare, che ha già mostrato tutti i suoi limiti.

La prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare prodotti e cicli produttivi in un’ottica di economia circolare capace di minimizzare gli effetti collaterali dei processi produttivi come uso intensivo delle risorse naturali, rifiuti e inquinamento. Le mosse seguenti, sulla base di esempi concreti, chiedono di evitare l’attuale spreco di materia lungo tutta la filiera del consumo tra imballaggi e prodotti usa e getta. Attraverso l’innovazione e l’eco-design è possibile sia sostituire la maggior parte delle opzioni usa e getta, che dare vita a prodotti progettati per il riuso e il riciclo efficiente, e per fornire materia prima seconda da utilizzare al posto di materia vergine. Occuparsi del rifiuto quando ormai è prodotto significa sprecare risorse rilevanti in interventi palliativi che non affrontano la radice del problema. Le 10 mosse si rivolgono direttamente al mondo produttivo.

Perché i comuni e i cittadini virtuosi hanno bisogno della collaborazione delle aziende?

Perché non si può fare prevenzione con interventi disarticolati e ”una tantum« che non abbraccino tutta la catena del consumo. I materiali che vengono separati dai cittadini con una raccolta differenziata spinta al 90% e di ottima qualità possono essere metabolizzati e valorizzati con il riuso e il riciclo (di materia) solamente se c’è un sistema strutturato in grado di accoglierli. Lo stesso ragionamento vale per i beni e materiali che si raccolgono negli ecocentri o a domicilio. Questo sistema si può solamente cambiare (mettendo in pratica il principio della responsabilità estesa del produttore) se gli attori della filiera produttiva dialogano/collaborano, sin dalla fase progettuale, con chi si occupa di gestire i loro prodotti a fine vita. Attualmente l’unico modo possibile di gestire questi rifiuti è quello ”end pipe«, che cerca di limitare il danno gestendo al meglio i contenuti dei cassonetti con pochissime risorse e in costante diminuzione. Non per difendere le amministrazioni locali che lavorano male, ma non è più ammissibile che a pagare per i costi generati da questo modello produttivo, tra rifiuti e inquinamento, debbano essere sempre gli ultimi anelli della catena, gli enti locali e i cittadini.

Se governi e aziende lavorassero insieme per rendere possibili modelli di economia circolare non staremmo qui a parlare di come meglio gestire o prevenire la produzione di 134,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e di 11,5 milioni di tonnellate di imballaggi. Essenzialmente per due ragioni: la prima perché gran parte della produzione di questi scarti verrebbe già prevenuta o minimizzata nella fase di progettazione dei beni, oppure metabolizzata in nuovi cicli produttivi; la seconda perché questo modello economico rivoluziona completamente l’attuale sistema produttivo che, oltre a riempire le discariche, ha riempito le nostre case di oggetti inutili o sottoutilizzati. Se guardiamo a un prodotto pensando ai servizi che può fornirci senza entrare in nostro possesso, si apre un mondo di opportunità economiche ad alta intensità lavorativa.Parlando di imballaggi, Conai ha annunciato che nel 2013 tre imballaggi su quattro sono stati recuperati.

Quali sono le vostre proposte come associazione di enti locali?

Innanzitutto varrebbe la pena spiegare come si arriva al dato del recupero del 77,5% (3 imballaggi su 4), come si ricava. Si tratta della media delle percentuali di riciclo di sei materiali diversi (acciaio, alluminio, plastica, vetro e legno) che variano dal 39% della plastica all’86% della carta, alla quale viene aggiunta la percentuale delle quantità (perlopiù carta e plastica) che sono state ”termo valorizzate«. Se il destinatario di questi dati è il cittadino medio, sarebbe più utile fornire dati un po’ più significativi e distinti per categoria di imballaggi, in modo da informarlo dove occorre impegnarsi di più. Per raggiungere l’obiettivo europeo di riciclo del 50% al 2020, il materiale sul quale c’è maggiormente da lavorare è la plastica. Dei due milioni di tonnellate immessi al consumo, nel 2013 il consorzio per la plastica Corepla ne ha avviato a riciclo 413.640 tonnellate (20,2% dell’immesso) e incenerito con recupero energetico 752.554 tonnellate (36,8% dell’immesso).

Detto questo, le 10 mosse sono state ispirate dagli esiti di indagini merceologiche effettuate sul rifiuto indifferenziato e da visite effettuate presso gli impianti di selezione e riciclo, dove si è potuta verificare l’immissione al commercio (in quote sempre maggiori) di alcune tipologie di imballaggi, presentate come il massimo della sostenibilità che poi, nel fine vita, si rivelano riciclabili soltanto in teoria. Pur essendo conteggiati tra gli imballaggi differenziati, questi finiscono di fatto in discarica o negli inceneritori per i motivi che spieghiamo alla pagina dell’iniziativa e in una apposita presentazione.

Oltre che appellarci alle aziende, abbiamo fatto pubblicamente alcune proposte in occasione della firma dell’accordo quadro Anci Conai che regola la raccolta differenziata nei comuni e ne cito due. Come ACV riteniamo che i soldi spesi da Corepla per termovalorizzare la plastica andrebbero invece utilizzati per supportare il riciclo delle plastiche miste, creando così quel potenziale occupazionale nell’indotto del riciclo citato nei diversi rapporti annuali commissionati dal Conai.

Riteniamo inoltre che il contributo ambientale (CAC), calcolato sul peso, che viene pagato dagli utilizzatori di imballaggi allo scopo di finanziare la loro raccolta differenziata nei comuni, come avviene in altri Paesi europei debba essere utilizzato come uno strumento di prevenzione, e cioè commisurato alla riciclabilità dell’imballaggio. Più basso se facilmente riciclabile con la tecnologia esistente nel Paese, altissimo se non ci sono queste condizioni e viene raccolto per essere buttato con dispendio di soldi pubblici. I consorzi del Conai, per i diversi materiali (carta, vetro, plastica ecc.), sono beneficiari di un CAC. I comuni ricevono un corrispettivo economico per gli imballaggi raccolti che vengono poi conferiti alle piattaforme Conai a seconda dei materiali. Siccome l’entità dei corrispettivi erogati arriva a coprire meno della metà di quanto serva realmente per raccoglierli, i comuni devono coprire la parte mancante rivalendosi sulle bollette dei cittadini.

Tornando al contributo ambientale pagato al Conai, quello che avviene è che prima diventa parte del prezzo dell’imballaggio e poi viene trasferito nel prezzo finale del bene acquistato imballato. Come ribadito in una recente sentenza del Tar, l’attività dei Consorzi Conai assume tratti similari a quelli propri dell’erogazione di un servizio pubblico, perché i mezzi finanziari per il loro funzionamento provengono in larga parte da risorse degli utenti/operatori/consumatori, mediante l’applicazione del contributo ambientale Conai.

Accordo Quadro Anci Conai: “chi ha i soldi ha vinto” ?

Il nuovo Accordo Quadro tra ANCI (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e Conai (Consorzio nazionale imballaggi) per il ritiro della raccolta differenziata (RD) dei diversi materiali di imballaggio effettuata dai Comuni è stato sottoscritto lo scorso aprile 2014.
L’accordo in vigore, il quarto, regolerà per il quinquennio 01/04/2014-31/03/2019 l’entità dei corrispettivi da riconoscere ai Comuni convenzionati a fronte dei “maggiori oneri” ovvero (una parte) dei costi da essi sostenuti per l’effettuazione della raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio.
Insieme alla “parte generale” dell’Accordo, sono stati sottoscritti anche gli allegati tecnici relativi alle filiere dell’alluminio, dell’acciaio, della carta/cartone, del legno e del vetro rappresentate rispettivamente dai Consorzi CiAl, Ricrea, Comieco, Rilegno, Coreve.
I corrispettivi economici riconosciuti ai Comuni per il conferimento della raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio delle filiere prima citate hanno avuto un incremento medio del 17%, con un 20% per il vetro. Per capire quale sia il peso dei diversi materiali e dei relativi consorzi nella determinazione del valore economico dei corrispettivi erogati ai Comuni, prendiamo il dato del 2013.
Dell’importo complessivo corrisposto pari a 341.146.819 euro il 57,68% è rappresentato dalla plastica, il 24,3% dalla carta , il 13,62% dal vetro, il 3,88% dai metalli e lo 0,52% dal legno ( Figura 10).

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La trattativa riferita invece ai rifiuti di imballaggio in plastica è stata chiusa da Anci e Conai il 6 ottobre 2014 con la sottoscrizione dell’Allegato Tecnico Plastica. La filiera della plastica (Consorzio Corepla) rappresenta da sempre il più complesso dei tavoli tecnici e quantitativamente il più rilevante (vale più della metà dei corrispettivi per i Comuni) come racconta in questa intervista di Eco dalle Città, Paolo Foietta, responsabile per Anci della delegazione che ha condotto le trattative per la chiusura di quest’ultimo Allegato tecnico.
L’Allegato tecnico che completa l’AQ siglato in aprile, presenta alcune novità rispetto al precedente, a cominciare dal sistema di calcolo dei corrispettivi, che abbandona il vecchio modello a fasce per un metodo che computa solo gli imballaggi in plastica effettivamente conferiti, mentre gli oneri di separazione e recupero della frazione estranea sono a carico del Comune convenzionato come racconta il Presidente di Corepla in questa intervista. Per gli imballaggi di plastica l’incremento dei corrispettivi è pari al 10,6% rispetto al 2013 quando sono stati riconosciuti ai comuni poco meno di 197 milioni di euro. Tratteremo prossimamente delle novità contenute sia nella parte generale dell’AQ che negli allegati, collegandoci eventualmente a pareri o contributi tecnici che usciranno, o sulla base di osservazioni raccolte da altri soggetti interessati dall’accordo.
Partiamo con questo primo post del 2015 con alcune considerazioni generali che si riallacciano alle proposte più importanti che come associazione Comuni Virtuosi, (ACV) avevamo portato all’attenzione dell’Anci e di tutti i Comuni italiani in vista del rinnovo dell’AQ.
Tali proposte sono state presentate nel giugno del 2013 all’interno di un Dossier redatto con ESPER per fare luce su quegli aspetti contenuti nei precedenti accordi che si sono rivelati penalizzanti per gli Enti locali, e non solo. Nonostante l’impegno profuso da parte dei rappresentanti dell’Anci ai tavoli tecnici prima (dove abbiamo partecipato come ACV nella fase preliminare) e di trattativa poi, ci spiace rilevare che l’accordo raggiunto non rappresenta quel cambio di passo necessario e urgente che avevamo invocato, e sperato. Se quanto hanno portato a casa i Comuni (dopo una trattativa serrata e impegnativa), rappresenta il massimo del risultato ottenibile dal tavolo di trattativa Anci Conai, va preso atto che è necessario intervenire sul contesto per cambiare alcune regole del gioco nelle opportune sedi. Le condizioni stabilite dall’AQ, così come il modus operandi del sistema Conai, vanno ad influenzare “nel bene e nel male” non solamente il servizio pubblico di gestione dei rifiuti, ma anche il mercato, le scelte industriali, i comparti economici del recupero e del riciclo, le politiche nazionali di prevenzione e gestione dei rifiuti, ecc.

INCREMENTI “SIGNIFICATIVI” DEI CORRISPETTIVI
Per definire se si è di fronte ad incrementi significativi dei corrispettivi si dovrebbe prima contestualizzarli (significativi per quale parte e rispetto a cosa). Se vi si guarda dalla prospettiva del Conai (come ente di diritto privato senza scopo di lucro), l’importo dei corrispettivi andrebbe relazionato all’importo complessivo che il sistema Conai incassa annualmente per svolgere la sua missione e mantenere la sua struttura. Certo è, che dal punto di vista dei Comuni, gli aumenti dei corrispettivi contenuti nel nuovo accordo non possano essere considerati “significativi”. Molto semplicemente poiché continuano a essere largamente insufficienti a coprire i costi della raccolta differenziata (RD) degli imballaggi. I corrispettivi erogati ai Comuni dal Conai, come hanno dimostrato alcuni studi effettuati sull’anno 2012 (1), arrivavano a coprire una quota pari a circa un terzo dei costi sostenuti dai Comuni. Da una proiezione invece effettuata a livello nazionale sulla base di dati rilevati presso 5 Consorzi piemontesi (che praticano una gestione unitaria del servizio di raccolta che garantisce maggiori economie di scala) si è ottenuto quanto potrebbe costare la RD degli imballaggi a livello nazionale. Tale costo ammonterebbe a circa 1 miliardo e 600 milioni includendo il legno per cui si può stimare un costo di almeno 100 milioni di euro. Il che significa 6 volte di più di quanto riconosciuto dal Conai ai Comuni nel 2011. La proiezione è stata compiuta sulla base del costo medio di raccolta a livello procapite per i principali materiali da imballaggio nei comuni dei cinque consorzi (1).

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Anche considerando gli incrementi dei corrispettivi prima citati che porteranno a “oltre 400 milioni” l’importo complessivo  (nel 2013 sono stati 341.146.819 euro) non si arriverebbe ancora a coprire neanche la metà di quanto i comuni spendono. Rimane purtroppo quanto mai di attualità la rilevazione fatta nel 2008 dall’Antitrust con il rapporto IC26 : la RD degli imballaggi “ è una risorsa economica che i Comuni italiani non riescono a sfruttare e che potrebbe invece, con un opportuno ricorso al mercato, garantire ai cittadini un servizio di raccolta migliore e tariffe più basse”. La situazione finanziaria degli enti locali è nel frattempo ancora peggiorata con costi per la gestione dei rifiuti in costante aumento (2), e i continui tagli dei trasferimenti da stato e regioni.

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Senza risorse diventa impossibile garantire livelli minimi di servizi per i cittadini e raggiungere gli obiettivi di intercettazione e di riciclo di materia previsti dall’Europa e dalla Normativa Italiana. Nonostante ciòè caduta nel vuoto la richiesta perorata nel nostro Dossier di lasciare ai comuni la propietà e i proventi derivanti dalla vendita dei materiali, che hanno fruttato ai Consorzi negli ultimi anni circa 180-200 milioni di euro all’anno.
Se i Comuni rappresentati dall’ANCI non sono riusciti dal 1999 ad oggi a far valere le proprie ragioni nella trattativa per l’AQ, il Conai non ha avuto difficoltà a difendere i propri interessi e ad ottenere della politica centrale un innegabile sostegno. Attraverso le modifiche apportate in due tempi al D.lgs 22/1997  che metteva a carico del Conai la copertura integrale dei costi per la RD degli imballaggio conferiti al servizio pubblico, si è “spianata la strada” al Conai che ritiene di non dover pagare per intero tali costi. Secondo il consorzio i corrispettivi versati ai comuni come “maggiori oneri” sono dovuti per coprire solamente la differenza fra il costo di raccolta di ogni frazione differenziata di imballaggio e il costo della raccolta dell’indifferenziato. (3)

Questa interpretazione non trova invece applicazione negli altri contesti europei dove i sistemi di raccolta e di recupero degli imballaggi si accollano per intero i costi di raccolta degli imballaggi (Germania, Austria) oppure parzialmente a fronte però del riconoscimento del valore di mercato dei materiali agli enti locali. In Francia i costi vengono rimborsati parzialmente ai Comuni nella misura dell‘80%. Tuttavia questi ultimi  ritengono che i contributi che ricevono coprano circa il 55% e sono pronti a dare prossimamente battaglia.(4)
Come se già non bastasse ricevere insufficienti risorse i Comuni si trovano a dover cedere gratuitamente gli imballaggi ai Consorzi. Anche quando raccolti con largo impiego  di risorse proprie, come abbiamo visto. Nulla di conclusivo è stato intrapreso ad oggi per rivedere i termini di queste “regalie”, anche dopo che il rapporto dell’Antitrust IC26 prima citato avesse sottolineato come le somme riconosciute ai Comuni ai sensi dell’Accordo Anci-Conai sono da intendersi come corrispettivi dovuti per le attività di raccolta su suolo pubblico poste in essere dagli enti locali, (finanziate dall’importo complessivo del CAC), e non andassero in alcun modo intesi quali prezzo per la cessione dei rifiuti da imballaggio presi in carico dai Consorzi. Ove si mantenesse la proprietà in capo ai Comuni, questi potrebbero direttamente contrattare con i soggetti riciclatori eventualmente interessati la cessione dei rifiuti. Questi introiti hanno determinato invece un enorme avanzo di bilancio del sistema Conai che nel 2011 è arrivato a 317 milioni di euro. Dal 2012 i consorzi di filiera del Conai stanno attingendo invece a questi fondi di riserva per ripianare i disavanzi di bilancio.
Eppure poter disporre dei materiali raccolti, o almeno dei proventi, potrebbe motivare enormemente gli Enti locali e i loro cittadini a fare una raccolta differenziata orientata al riciclo contribuendo al tempo stesso alla creazione di occupazione locale (non delocalizzabile) nell’indotto del riciclo di prossimità. Con il contributo dei Comuni  (e altri enti territoriali)  accompagnati dei necessari interventi a livello legislativo e organizzativo,  si potrebbe partire in relativamente poco tempo. I provvedimenti necessari sono già noti: si tratta di incentivare l’eco-design degli imballaggi, il riciclo rispetto all’incenerimento, l’utilizzo di materia prima seconda (invece che vergine) e rimuovere gli ostacoli attuali che impediscono una veloce transizione verso concrete applicazioni di economia circolare.
Se invece nulla cambierà nel prossimo futuro, e gli scenari positivi in termini di occupazione e vantaggi per l’ambiente descritti all’interno di studi come L’Italia del Riciclo oppure Ricadute occupazionali ed economiche nello sviluppo della filiera del riciclo dei rifiuti urbani, rimarranno puro esercizio accademico, più di qualcuno comincerà, giustamente, a sentirsi preso in giro. Nelle prossime puntate affronteremo, sempre seguendo il filo degli argomenti e proposte contenute nel nostro Dossier, il tema del CAC ( contributo ambientale Conai), e gli obiettivi di recupero e riciclo degli imballaggi.

NOTE
(1) Pag. 16-18 Dossier ACV – Pagina dedicata del sito 
(2) Dal Rapporto Stati Generali Green Economy 2014 : in 5 anni si è verificato un aumento del 18 % per la gestione del rifiuto indifferenziato e del 7% per i rifiuti differenziati (ISPRA). Secondo il Dossier Rifiuti 2014 di Cittadinanzattiva il costo delle bollette relative ai rifiuti è aumentato del 16% dal 2012 al 2014.
(3) Pag.9 Dossier ACV – Nel 2006  il ministro Matteoli modifica la definizione, prevista dal precedente D.lgs 22/1997, relativa all’obbligo a carico del Conai di copertura integrale dei «costi per la raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio conferiti al servizio pubblico». Con il Dlgs 152/2006 art. 221, comma 10,  vengono infatti posti in carico ai consorzi Conai  solo “i costi per gli oneri aggiuntivi relativi alla raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio conferiti al servizio pubblico per i quali si richiede al CONAI o Consorzi di filiera di procedere al ritiro”. Una lettura in combinato con il comma 11 dello stesso art. 221, che recita “la restituzione di imballaggi usati o di rifiuti di imballaggio, ivi compreso il conferimento di rifiuti in raccolta differenziata, non deve comportare oneri economici per il consumatore” dovrebbe poter sancire  l’obbligo di non porre in carico ai cittadini (e quindi ai Comuni), i costi della RD degli imballaggi. Nel 2008 tra le modifiche al D.lgs 152/2006 durante il ministero Pecoraro Scanio viene sostituita la frase che poneva a carico dei produttori ed utilizzatori, «i costi per gli oneri aggiuntivi» con la nuova definizione di « corrispettivo per i maggiori oneri…». Da qui ha origine  l’interpretazione da parte del Conai di non dover pagare per intero i costi di RD degli imballaggi.
(4) Pag. 3 Dossier ACV. I Comuni francesi sostengono che i contributi di Eco-Emballages (il corrispettivo del nostro Conai)  coprono solamente il 55% dei costi da loro sostenuti e promettono di dare battaglia al rinnovo del prossimo accordo a fine 2015. Nel 2012 hanno ricevuto  549 milioni di euro.

Rifiuti: una gestione virtuosa non dipende (solo) dai Comuni

Se non affronteremo il problema dei rifiuti a partire dal modello economico che li genera, con politiche fiscali che incentivino prevenzione, riuso e riciclo, rischiamo di ritrovarci con discariche piene nel giro di due anni e di mancare il raggiungimento degli obiettivi di riciclo comunitari
Per contribuire alla soluzione del puzzle che è l’attuale produzione produzione rifiuti urbani e industriali, e per fare chiarezza su ruoli e responsabilità dei vari attori della filiera del consumo, abbiamo lanciato nel 2012 la nostra campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse.
L’iniziativa, entrata nella sua terza edizione, sollecita il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 mosse per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi , promuovere soluzioni adatte all’uso multiplo (invece che usa e getta), ma soprattutto come recita la prima mossa: ad innovare prodotti e processi produttivi riprogettandoli in un’ottica di economia circolare.

L’attuale modello economico lineare ha mostrato ormai tutti i suoi limiti, a livello ambientale cosi come economico. Tutta la comunità scientifica che nei diversi ambiti ne ha rilevato e misurato gli effetti collaterali più devastanti, ( vedi l’influenza sul cambiamento climatico), concorda sul fatto che dobbiamo agire subito. Il primo passo è quello di limitare drasticamente il consumo di risorse naturali che avanza ad un ritmo crescente. Siamo arrivati al punto di consumare in media il 50% di risorse in più di quanto i sistemi naturali siano in grado di rigenerare.
In Europa (Ue a 27) ogni cittadino consuma mediamente ogni anno risorse materiali per circa 16 tonnellate, 45 kg al giorno, di cui circa 6 tonnellate diventano rifiuto.
Per ridurre il consumo di risorse, emissioni ed inquinamento dobbiamo agire sulle cause senza girarci intorno o giocare allo scarica barile. Non è pensabile affrontare una sfida così smisurata concentrandosi esclusivamente sul cassonetto del rifiuto urbano e sulla responsabilizzazione dei cittadini, perché equivarrebbe a non volere vedere l’elefante nella stanza.

I Comuni virtuosi si prendono la responsabilità di effettuare il miglior servizio possibile di igiene ambientale e raccolta differenziata spinta. Tuttavia con costi in continuo aumento ( + 18 % in cinque anni per la gestione del rifiuto indifferenziato e + 7% per i rifiuti differenziati- fonte ISPRA), contributi conai per la raccolta differenziata che coprono meno della metà di quanto servirebbe, e risorse finanziare sempre più scarse, diventa impossibile tenere botta senza “rivalersi” sui cittadini.

Che la soluzione del problema rifiuti passi da un diverso approccio basato sulla prevenzione e sulla condivisione equa delle responsabilità, per evitare che sia sempre il cittadino a pagare il conto finale, lo sostengono anche autorevoli accademici come il Prof. Tencati della Bocconi autore del libro “Prevenzione e innovazione per una economia della sostenibilità”. Cito una dichiarazione dell’autore in occasione della presentazione del libro e alcuni passi dello stesso. “Dobbiamo adottare una prospettiva in cui il sistema del riciclo e del recupero si salda con il sistema a monte per costruire un vero e proprio sistema della prevenzione. In questa prospettiva la leva fondamentale è l’innovazione”.  Secondo lo studio, che ha messo a confronto le politiche di prevenzione adottate da 11 paesi e 20 aziende, quelle più efficaci sono il frutto di interazioni estese ed intense, visioni strategiche condivise, strumenti e metriche comuni. “I risultati del processo di benchmarking – si legge ancora nello studio – confermano che le più avanzate politiche per la sostenibilità derivano da forme di collaborazione. Gli stessi interventi di prevenzione non possono essere affrontati, in maniera disarticolata e non coordinata, da attori singoli. E’ necessario sviluppare un modello di collaborative governance, che nasca dalla interazione, variamente configurata, tra le categorie di soggetti: soggetti pubblici, imprese, società civile”.

Per tornare al contributo che la nostra iniziativa vuole portare, per aprire un confronto costruttivo con gli attori del mondo industriale e distributivo, abbiamo individuato alcune azioni di partenza. Si tratta di azioni non esaustive, e non tutte estendibili su larga scala senza l’intervento di politiche ad hoc (che incentivino prodotti a basso impatto ambientale e applicazioni di share economy) ma qualcuno dovrà pur assumersi il compito di fare da apripista al cambiamento.

Le dieci azioni sono state ispirate dagli esiti di indagini merceologiche effettuate sul rifiuto indifferenziato e da visite effettuate presso gli impianti di selezione e riciclo dove si è potuto toccare con mano che vengono immesse al commercio in quote sempre maggiori alcune tipologie di imballaggi, (presentati a volte come il massimo della sostenibilità), che il cittadino raccoglie separatamente ma che poi, nel fine vita, si rivelano riciclabili soltanto in teoria. Pur essendo conteggiati tra gli imballaggi differenziati finiscono di fatto in discarica o negli inceneritori per diversi motivi.
Ai produttori e utilizzatori di imballaggi viene chiesto di immettere nel sistema produttivo una maggioranza schiacciante di imballaggi facilmente riciclabili in impianti di prossimità e di impiegare materia riciclata post consumo per generare nuovi prodotti al posto di materia vergine.
Ai produttori e alla Distribuzione Organizzata viene chiesto, tra  le altre cose, di impiegare esclusivamente imballaggi secondari e terziari riutilizzabili per la movimentazione delle merci e collaborare tra loro per creare e promuovere prodotti innovativi a basso impatto ambientale. Alla Distribuzione Organizzata con le mosse nove e dieci si chiede inoltre di ampliare l’assortimento di prodotti ecologici e l’offerta di quelle opzioni di acquisto sfuso o alla spina che permettano di riutilizzare anche l’imballaggio primario, portato da casa, comunicandone il vantaggio ambientale. Vedi MOSSE nr.9-10 della presentazione.

La chiave della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti è nelle risorse, non nel cassonetto

Nell’Ue un cittadino ne consuma 45 kg l’anno, negli Usa 90 kg: gli americani sono forse felici il doppio?

Inizia domani la sesta edizione annuale della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, che imperverserà per il Vecchio continente fino alla fine del mese, ma se volete iniziare a capirne davvero qualcosa l’ultimo posto dove guardare è il cassonetto della spazzatura. Potrà forse sembrare contro intuitivo, dopo anni e anni di comunicazione remante in senso contrario, ma è letteralmente così.
Basta pensarci un attimo per rendersi conto di quanto sia semplice la cosa: per mettere in piedi interventi sensati all’interno del vasto mondo dei rifiuti è necessario partire dalla fonte, ovvero da come utilizziamo le risorse materiali che vengono poi digerite nel nostro sistema economico e di consumo, trasformandosi in spazzatura.
Non è un caso se associazioni come quella dei Comuni virtuosi rilancino, in occasione di questa settimana, 10 mosse per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi e che queste abbiano tutte a che vedere con il mondo della produzione e della distribuzione, in modo da innovare prodotti e processi produttivi riprogettandoli in un’ottica di economia circolare: «Ai produttori e utilizzatori di imballaggi – sottolineano dall’Associazione – viene chiesto di immettere nel sistema produttivo una maggioranza schiacciante di imballaggi facilmente riciclabili in impianti di prossimità e di impiegare materia riciclata post consumo per generare nuovi prodotti al posto di materia vergine»

Come riassume l’Unione europea, è infatti necessario sapere che la nostra domanda di risorse naturali è sempre più elevata: si prevede, infatti, che le attività di estrazione di metalli, minerali e lo sfruttamento di risorse quali legname, terra e acqua dolce continuerà ad aumentare, fino a raggiungere un valore pari al 75% nei 25 anni compresi tra il 2005 e il 2030.

Il consumo annuo medio di risorse materiali dell’Ue a 27 è pari a circa 16 tonnellate pro capite, e l’Unione consuma più di quanto esporta. Nel 2010, l’Unione ha importato materiali per un volume pari al triplo delle esportazioni (sei volte superiore nel caso di combustibili e prodotti minerari).
Per la precisione, con un volume pari a circa 3 tonnellate pro capite all’anno l’Europa è il continente che registra il più elevato valore di importazioni nette di risorse. Forse anche per questo, non siamo comunque i più spreconi; se un cittadino africano consuma, in media, 10 kg al giorno di risorse, per un europeo le risorse arrivano a 45 kg (raggruppate in un’unica misura, ma ognuna con caratteristiche e scarsità ben diverse), e per un americano la quota addirittura raddoppia ancora a 90 kg. Direste dunque che un cittadino americano beneficia di un benessere individuale doppio a quello di un europeo? Ovviamente no, e questa è già un’importante risposta sul come le risorse naturali debbano e possano essere utilizzate in modo più efficiente (e dunque come anche i rifiuti prodotti possano ancora calare drasticamente).
Attualmente nell’Unione europea ciascun cittadino consuma 16 tonnellate di materiali all’anno, di cui 6 tonnellate vengono sprecate e la metà di esse finisce in discarica; ogni anno in Europa vengono prodotte circa 90 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, e nel mondo circa la metà del cibo prodotto viene sprecata. Un delitto contro l’umanità, come ricordato da ultimo anche da Papa Francesco, soprattutto se si pensa che la domanda mondiale di cibo, mangime e fibre alimentari potrebbe aumentare del 70% entro il 2050.
È in particolare su questi temi, così centrali ma al contempo dimenticati dalla vita di ognuno di noi, che si concentrerà in particolare l’edizione 2014 della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti.
Sprecare il cibo – sottolineano a Bruxelles – equivale a sprecare le risorse naturali impiegate nella sua produzione, come l’acqua, l’energia e il terreno; è uno spreco anche da un punto di vista economico, perché quel denaro è stato speso per nulla. Meno di un quarto degli alimenti attualmente oggetto di spreco in Europa e negli Stati Uniti basterebbe a sfamare gli 805 milioni di persone nel mondo che, secondo le stime, cronicamente soffrono la fame.

Luca Aterini tratto da Greenreport.it

SERR 2014: ritorna Meno Rifiuti più Benessere

Le 10 mosse verso una gestione sostenibile e circolare delle risorse. Ancora troppo spreco tra imballaggi che non vengono riusati, riciclati e articoli usa e getta evitabili. Se non affronteremo il problema dei rifiuti a partire dal modello economico che li genera, applicando politiche fiscali che incentivino le soluzioni in cima alla gerarchia di gestione dei rifiuti (prevenzione,riuso e riciclo) rischiamo di ritrovarci con discariche piene nel giro di due anni e di mancare il raggiungimento  degli obiettivi di riciclo comunitari.
Ritorna la nostra campagna Meno rifiuti più Benessere in 10 mosse che partecipa alla SERR – Settimana Europea per la riduzione dei rifiuti che prende il via sabato 22 novembre.
L’iniziativa, entrata nella sua terza edizione, sollecita il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 mosse per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi , promuovere soluzioni adatte all’uso multiplo (invece che usa e getta), ma soprattutto ad innovare prodotti e processi produttivi riprogettandoli in un’ottica di economia circolare.

Attraverso le 10 mosse accompagnate da esempi concreti contenuti viene chiesto ai produttori e utilizzatori di imballaggi  di immettere nel sistema produttivo una maggioranza schiacciante di imballaggi facilmente riciclabili in impianti di prossimità e di impiegare materia riciclata post consumo per generare nuovi prodotti al posto di materia vergine.
Ai produttori e alla Distribuzione Organizzata viene chiesto, tra  le altre cose, di impiegare esclusivamente imballaggi secondari e terziari riutilizzabili per la movimentazione delle merci e collaborare tra loro per creare e promuovere prodotti innovativi a basso impatto ambientale.

Alla Distribuzione Organizzata si chiede inoltre di ampliare l’assortimento di prodotti ecologici e l’offerta di quelle opzioni di acquisto sfuso o alla spina che permettano di riutilizzare anche l’imballaggio primario, portato da casa, comunicandone il vantaggio ambientale. (mosse 9-10)

Le dieci azioni sono state ispirate dagli esiti di ripetute indagini merceologiche effettuate sul rifiuto residuo o indifferenziato condotte nei comuni dell’associazione e da visite effettuate presso gli impianti di selezione e riciclo da parte di tecnici e amministratori comunali. Seguendo il viaggio dei flussi di imballaggi raccolti in modo differenziato si è potuto toccare con mano che vengono immesse al commercio in quote sempre maggiori alcune tipologie di imballaggi, (presentati a volte come il massimo della sostenibilità), che il cittadino raccoglie separatamente ma che poi, nel fine vita, si rivelano riciclabili soltanto in teoria. Pur essendo conteggiati tra gli imballaggi differenziati finiscono di fatto in discarica o negli inceneritori per diversi motivi.
In alcuni casi l’ostacolo al riciclo è rappresentato da componenti del packaging come etichette coprenti o sleeve, additivi opacizzanti, adesivi, parti difficilmente rimovibili, abbinamenti di materiali eterogenei. ( mossa 3 )

In altri casi l’ostacolo risiede invece nell’assenza, a livello nazionale e/o locale, di una filiera di raccolta dedicata e finalizzata al riciclo meccanico. Rientrano in questa casistica anche alcuni imballaggi di nuova generazione, tra poliaccoppiati e bioplastiche che, come nel caso del PLA, non possono andare a riciclo insieme ai flussi di altre plastiche come il PET poichè ne pregiudicano il riciclo.
Chi progetta, produce o utilizza imballaggi, seppur innovativi sotto altri aspetti, non può esimersi dal considerare il contesto locale di raccolta, selezione e riciclo in cui l’imballaggio concluderà il suo ciclo di vita poiché anche questa fase determina l’impronta ambientale complessiva. Se tale contesto non è pronto ad accogliere un determinato imballaggio, chi decide comunque di adottarlo dovrebbe assumersene i costi (attualmente a carico della comunità) secondo i principi europei di “chi inquina paga” e della “responsabilità estesa del produttore”.

Per calare nella realtà questi principi la nostra associazione ha richiesto, in occasione della firma dell’accordo quadro Anci Conai recentemente siglato, di far pagare un contributo ambientale più alto agli imballaggi difficilmente riciclabili, di far arrivare maggiori risorse ai Comuni che attualmente ricevono meno della metà di quanto servirebbe loro per gestire le raccolte differenziate e di destinare i fondi che Corepla spende per l’incenerimento della plastica a supporto del settore del riciclo. In particolare per il riciclo delle plastiche miste che costituiscono ormai il 60% degli imballaggi in plastica raccolti

Partecipiamo nuovamente e con convinzione alla SERR, la campagna che più di ogni altra promuove la prevenzione dei rifiuti, con questa nostra iniziativa che ha la particolarità di portare direttamente al tavolo del mondo produttivo e distributivo il punto di vista degli enti locali e dei cittadini. I comuni si trovano a pagare dei servizi per la raccolta dei rifiuti e imballaggi che sono in continuo aumento. Stiamo aspettando da anni una strategia nazionale per i rifiuti che, attraverso normative e politiche fiscali lungimiranti, metta al centro la prevenzione dei rifiuti e una loro valorizzazione come risorse. Intanto cittadini e enti locali devono subire le conseguenze di un modello produttivo che prevalentemente esternalizza i costi relativi al ciclo di vita dei prodotti fabbricati (fine vita incluso), senza avere alcuna voce in capitolo. Qualcuno dovrà pur cominciare ad assumersi la responsabilità per il proprio ruolo. Ai comuni  spetta il compito di realizzare una raccolta differenziata spinta e di qualità, ma, siccome il riciclo è un processo industriale, il ruolo che l’industria assume scegliendo di adottare una progettazione responsabile o meno, è imprescindibile” spiega Silvia Ricci responsabile campagne dell’ACV. “Abbiamo rilevato nei comuni dell’associazione dove la raccolta differenziata supera il 70-80% che i cittadini hanno sviluppato una maggiore attenzione e spirito critico rispetto alle caratteristiche di beni e imballaggi. Vogliono lecitamente sapere se il loro impegno va a buon fine e non vedono di buon occhio il fatto che un imballaggio non sia riciclabile. A maggior ragione dove vige la tariffazione puntuale non hanno piacere di veder crescere il rifiuto indifferenziato”.  

-Nell’immagine un’esempio applicativo di RecyClass un sistema di etichettatura che valuta il grado di riciclabilità degli imballaggi per la plastica (mossa 6)

L’articolo su Adkronos.com : Rifiuti in Ue 20 milioni di tonnellate di plastica all’anno per produrre imballaggi

 

Plastica, la riciclabilità si valuta con RecyClass

Evitare che le materie plastiche non siano altro che rifiuti conviene, ed è ormai necessario.Lo testimoniano fonti sempre più numerose. Strumento utile a tal fine è RecyClass

Nell’ambito  corso della fiera annuale di InterPack 2014 a Düsseldorf, a maggio è stato lanciato ufficialmente RecyClass, un sistema di valutazione della riciclabilità degli imballaggi di plastica. Sviluppato da Plastic Recyclers Europe (PRE), l’associazione che raggruppa l’80% dell’industria europea del settore del riciclo di materie plastiche.
Durante la conferenza di presentazione “Let’s work together on plastics packaging design”, l’allora commissario europeo per l’Ambiente, Janez Potočnik attraverso un video intervento ha espresso un concetto chiave che, anche se ampiamente noto quanto disatteso, dovrà guidare il modus operandi delle aziende manifatturiere. “Il riciclaggio inizia nella fase di progettazione del prodotto. La sostenibilità della plastica si concretizza attraverso una migliore progettazione dei prodotti realizzati con materie plastiche”.
Temi come l’eco design e l’applicazione di modelli di economia circolare nella progettazione di prodotti e cicli produttivi diventeranno sempre più ricorrenti nelle prossime comunicazioni “verdi” della Commissione Europea.

LO STATO DELLE COSE
In un pianeta con il 60% dei servizi ecosistemici fortemente degradato sfide ambientali come il riscaldamento climatico, l’aumento della popolazione con oltre tre miliardi di nuovi consumatori della classe media da qui al 2050 richiedono infatti cambiamenti radicali del business as usual e degli stili di vita e di consumo dei cittadini. Altrimenti i rischi sono altissimi.
Ad esempio, lo studio delle Nazioni Unite “Valuing plastic“ redatto da Plastic Disclosure Project -presentato a Nairobi il 23 giugno scorso- ha calcolato in 75 miliardi di dollari l’impatto finanziario annuale derivato dall’utilizzo della plastica da parte delle imprese. Oltre il 30% di questi costi viene causato dalle emissioni di gas serra relative ai processi di estrazione e il trattamento delle materie prime. Tra gli effetti, invece, a valle dell’attuale gestione della plastica il costo riferito al solo inquinamento marino viene quantificato in almeno 13 miliardi di dollari.
Dunque, la plastica è il materiale sul quale si deve prioritariamente intervenire dal momento che si tratta anche del materiale più usato negli imballaggi e quello che viene meno riciclato in assoluto. In Europa siamo al 26% come media.
Se si considera che i target di riciclo comunitari al 2020 per i materiali (50% di riciclo sull’immesso al consumo) verranno innalzati, è evidente che la prevenzione in fase di progettazione rappresenta la precondizione per poter raggiungere l’obiettivo. Per gli imballaggi si parla di un nuovo target di riciclo intorno al 70% per la plastica e del 80% per gli imballaggi costituiti da altri materiali.

CLASSI DI RICICLABILITA’ 
La piattaforma sviluppata da PRE permette ai progettisti di packaging di valutare la classe di riciclabilità di un particolare tipo di imballaggio, sia esistente che in fase di progettazione, in pochi passi consultando il tool online del sito recyclass.eu. Dopo essersi registrati si può accedere alla procedura e inserire i dati richiesti circa l’imballaggio che si vuole testare. A fine procedura l’utente riceve il responso sulla classe di riciclabilità che va dalla lettera A alla F. Un imballaggio facilmente riciclabile ottiene una “ A” mentre un imballaggio che non è riciclabile e può essere smaltito solamente nei termovalorizzatori o in discarica ottiene una “F”.
Il programma evidenza inoltre i punti critici del design e della composizione dell’imballaggio, cambiando i quali è possibile migliorare la classe di riciclabilità. Se l’utente intendesse usare questo risultato per differenziare il proprio prodotto/imballaggio dovrà far certificare la propria valutazione da un auditor accreditato, secondo uno schema europeo in corso di creazione; in questo caso potrà poi fregiarsi di un apposito logo da apporre all’imballaggio certificato.

LE VIRTU’ DEL SISTEMA IN DETTAGLIO
Abbiamo chiesto a Paolo Glerean di Aliplast, coordinatore europeo del progetto, ulteriori precisazioni su RecyClass.

Paolo_GlereanPerché avete sviluppato questo sistema?
Oggi si assiste a un continuo aumento della complessità del packaging, che viene principalmente progettato tenendo conto dell’aspetto estetico, oltre che delle caratteristiche necessarie per garantire la shelf life e un’ottimizzazione in fase di trasporto e stoccaggio. Quello di cui si tiene pochissimo conto è del suo fine vita, elemento che porta a supporre che l’imballaggio venga spesso progettato senza alcuna conoscenza della sua riciclabilità.
Uno studio recente commissionato a Bios Intelligence Service indica il potenziale economico che potrebbe generarsi in Europa e in Italia. Se in Europa, si raccogliesse e si riciclasse localmente più plastica, passando dall’attuale tasso medio di riciclo del 26% al 62% ,si creerebbero 360.000 posti di lavoro in più, mentre i risparmi ottenibili sono valutabili in 4,5 miliardi di euro/anno per le industrie di trasformazione qualora utilizzassero plastiche riciclate al posto di plastiche vergini. Lo scopo è quello di far salire nella scala di priorità dei progettisti il valore della riciclabilità dell’imballaggio plastico, dando ai progettisti uno strumento concreto per misurarla e migliorarla.

Su quale know-how si basa RecyClass? Quali gli altri campi di applicazione?
Si basa sulle migliori tecnologie di selezione/riciclo disponibili applicate agli attuali canali di riciclo esistenti in Europa, sulle linee guida di design per il riciclo esistenti e su come operano attualmente i mercati del riciclaggio. Il lavoro di classificazione fatto in base al grado di riciclabilità degli imballaggi potrebbe essere particolarmente interessante per i “Collection Schemes”, ovvero gli enti che gestiscono su basi nazionali la raccolta degli imballaggi. La determinazione delle classi di riciclo di RecyClass potrebbe costituire un criterio oggettivo utile anche per definire le soglie per le quote differenziate di contributo ambientale.
Chi immette imballaggi al consumo più riciclabili potrebbe pagare quote più basse. Al contrario chi immette imballaggi meno riciclabili o non riciclabili affatto, potrebbe pagare quote più elevate come già avviene in alcuni paesi europei.
Questo consentirebbe di incentivare concretamente tutti verso l’utilizzo di imballaggi più riciclabili. Il fatto che ciò avvenga con un unico standard europeo di valutazione permetterebbe un’uniformità di trattamento nel mercato unico europeo, con evidenti vantaggi.

Articolo di Silvia Ricci tratto da GDOWEEK nr.12 del 5 settembre 2014