Corepla e Conai sotto la lente dell’antitrust
L’Antitrust ha avviato un’istruttoria per presunto abuso di posizione dominante nei confronti diConai (Consorzio Nazionale Imballaggi) e Corepla (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclaggio ed il Recupero dei Rifiuti di Imballaggi in Plastica) a seguito di una segnalazione della società Aliplast, che ha denunciato comportamenti in violazione della normativa antitrust nel settore della gestione dei rifiuti derivanti da imballaggi in plastica, messi in atto dai due Consorzi.
Secondo Aliplast – riferisce l’antitrust – i Consorzi avrebbero posto in essere diversi comportamenti con il fine specifico di impedire il definitivo riconoscimento del sistema autonomo di gestione che fa capo ad Aliplast e, dunque, di escludere la stessa società dal mercato dell’organizzazione della gestione di tali rifiuti.
Conai avrebbe ostacolato l’ingresso del Sistema P.A.R.I nel mercato dell’organizzazione dell’avvio a riciclo dei rifiuti da imballaggi in plastica. In particolare, avrebbe adottato, anche a beneficio di Corepla, una serie di comportamenti strumentali di natura escludente, che avrebbero condizionato negativamente l’iter amministrativo per il rilascio dell’autorizzazione necessaria al Sistema P.A.R.I. ad operare come sistema autonomo di gestione.
La condotta risulterebbe volta a ostacolare l’accesso al mercato non solo del concorrente Aliplast ma potenzialmente anche di tutti i produttori di imballaggi in plastica secondari e terziari eventualmente intenzionati a presentare istanza di riconoscimento come sistemi autonomi.
Il provvedimento è stato notificato alle parti nel corso di alcune ispezioni effettuate in collaborazione con il Gruppo Antitrust del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza. L’istruttoria dovrà concludersi entro il 31 luglio 2015.
Aliplast è una società che opera nel settore della raccolta, stoccaggio, recupero e riciclo degli imballaggi in plastica. L’impresa ha costituito un sistema di gestione autonoma dei propri rifiuti di imballaggi denominato P.A.R.I., che consente di rendere tracciabili i propri imballaggi e di gestirne la raccolta ed il riciclo.
Articolo apparso il 25 luglio sul portale specializzato Polimerica.it
L’aggiornamento sulle vicende del sistema autonomo P.A.R.I. è contenuto nell’articolo a seguire (che riprendiamo sempre in forma integrale) apparso su Polimerica.it il 22 agosto 2014
PARI ottiene riconoscimento Minambiente
Il Sistema PARI, creato nel 2008 da Aliplast per gestire fuori dal circuito Conai i rifiuti da imballaggi flessibili in LDPE prodotti dalle aziende associate, ha ottenuto il riconoscimento in via definitiva dal Ministero dell’Ambiente. Il via libera è arrivato con il Decreto del Direttore di Settore Maurizio Pernice n. 5201/TRI/DI/R del 04 agosto 2014.
“Il riconoscimento arriva a conclusione di un travagliato iter iniziato nel maggio del 2008, che dopo vicissitudini varie, tra cui i noti contenziosi dinanzi al TAR del Lazio prima, ed al Consiglio di Stato poi, è stato preso in carico dalla Direzione per la Tutela del Territorio e delle Risorse Idriche nel Giugno del 2012, che è giunta finalmente a confermare come il Sistema PARI sia sempre stato, e sia tutt’ora, capace di garantire il raggiungimento degli obiettivi di riciclo e recupero imposti dalla norma (anzi di superarli)”, spiega Aliplast in una nota.
“Il Decreto – continua l’azienda trevigiana – contiene alcune prescrizioni volte, tra l’altro, a gestire l’eventuale conferimento di rifiuti afferenti al Sistema autonomo nel circuito delle raccolte differenziate, prevedendo la stesura di una convenzione che garantisca la copertura dei costi relativi da parte della stessa Aliplast, e ad assicurare il mantenimento di un efficace sistema di controllo sul corretto operato dell’azienda, prevedendo che l’azienda rendiconti al Ministero le misure adottate per adempiere a quanto richiesto”.
Ritenendo che Conai abbia volutamente ostacolato le attività del Sistema PARI, Aliplast ha denunciato nei mesi scorsi il Consorzio e Corepla all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato. La segnalazione è stata accolta dall’antitrust che ha avviato un’istruttoria per valutare se vi sia stato un abuso di posizione dominante (leggi articolo).
Con sede a Ospedaletto di Istrana, in provincia di Treviso, Aliplast ha iniziato la propria attività nel 1982 come azienda di raccolta e selezione di rifiuti di imballaggi in plastica, principalmente polietilene. Nel corso degli anni si è integrata a valle diventando prima riciclatore di materie plastiche e, in seguito,anche produttore di materiali da imballaggio in plastica rigenerata, specializzandosi nel trattamento di PE e PET.
Nel 2013 è arrivata a trattare oltre 65.000 tonnellate di rifiuti all’anno, presentandosi sul mercato con un’offerta completa, dal servizio di raccolta e gestione rifiuti, alla produzione e vendita di polimeri riciclati, fino alla produzione e commercializzazione di film e manufatti flessibili in PE-LD per imballaggi secondari e terziari per utilizzi in settori industriali quali edilizia, beverage, legno/arredo, nonché film rigidi in PET per la realizzazione di imballaggi quali contenitori e vaschette per alimenti (frutta, verdura, affettati, formaggi).
Rifiuti: dall’Antitrust una nuova spinta al rinnovamento
È del 4 luglio l’ultima segnalazione dell’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato al Parlamento ed al Governo, riguardante diverse proposte per la riforma dei meccanismi concorrenziali in Italia, che contiene diversi spunti anche per il settore Rifiuti. L’AGCM non è nuova a queste segnalazioni, riprendendo temi più volte evidenziati sin dal 2008, dal ruolo del sistema dominante (il Consorzio CONAI) fino ai requisiti tecnici imposti agli operatori che intendano agire in autonomia da questo.
Tra i temi indicati come prioritari, una revisione del ruolo del CONAI, che nel processo di riconoscimento dei sistemi autonomi viene chiamato a fornire il proprio parere, pur in evidente conflitto di interesse. Inoltre, l’Autorità punta il dito sugli obblighi imposti agli operatori che cercano di sviluppare questi sistemi, tenuti a garantire una capillare copertura del territorio nazionale, ed allo stesso tempo limitati a gestire i “propri” rifiuti, aspetto non solo discriminatorio, ma antieconomico, e privo di vantaggi sotto il profilo ambientale, posto che la gestione di rifiuti di imballaggi della medesima tipologia e impiego di quelli immessi al consumo porterebbe evidentemente a risultati migliori.
Nonostante questi handicap normativi, il Sistema PARI (sistema autonomo promosso da Aliplast S.p.A. per i propri imballi flessibili in LDPE) si avvicina al suo quinto compleanno, e rappresenta tutt’oggi il primo ed unico caso di liberalizzazione nel settore degli imballaggi flessibili, ed uno dei due soli sistemi attivi in Italia (l’altro, il consorzio CONIP, si occupa di cassette in plastica rigida).
Perdura di fatto da oltre 15 anni il monopolio del Sistema CONAI e di COREPLA, il Consorzio della filiera della plastica, e ciò con buona pace dei proclami che la politica – di ogni schieramento – ha fatto in questi anni circa la necessità di impiegare la libera concorrenza come strumento per l’evoluzione attiva del comparto, a beneficio tanto dell’economia quanto dell’ambiente.
Occorre quindi, in un momento storico in cui “rinnovare” ed “innovare” sono le parole d’ordine per il rilancio dell’economia, cogliere le opportunità che la liberalizzazione offre, tanto all’ambiente quanto all’economia: entrambi i sistemi autonomi in funzione raggiungono infatti un target di riciclo superiore al 60% di quanto immettano al consumo, a confronto con il 21% che COREPLA dichiara al netto dell’apporto del recupero energetico, e del riciclo dei cosiddetti “indipendenti”.
Un netto segnale di come la creazione di circuiti altamente specializzati permetta di valorizzare maggiormente le plastiche virtuose, raggiungendo già ad oggi gli ambiziosi obiettivi su cui si basano le più recenti strategie europee, che puntano al 45% di riciclo entro il 2020, ed ulteriori aumenti nel decennio successivo.
Le ricadute economiche dell’aumento del riciclo, unito all’azzeramento del ricorso alla discarica, sono evidenziate inoltre da diversi studi, l’ultimo dei quali, sviluppato da Althesys e presentato dallo stesso CONAI, quantifica in quasi 900 mila i posti di lavoro che a livello Europeo si verrebbero a creare, con un giro d’affari di oltre 100 miliardi di Euro.
Si focalizzerà su queste importanti opportunità il convegno organizzato dall’Associazione nazionale dei riciclatori di plastica ASSORIMAP a Roma per il prossimo 15 luglio, dal titolo “Italia verso Europa: l’economia circolare del riciclo della plastica tra regole e nuove opportunità di lavoro”. In questo contesto è stato chiesto ad Aliplast di presentare l’esperienza del Sistema PARI, quale eccellenza pionieristica della liberalizzazione, ma anche e soprattutto per focalizzare l’attenzione su come l’iniziativa privata possa rivestire un importante ruolo sociale di rilancio dell’economia e tutela dell’ambiente.
Aliplast ha raccolto l’invito, gli operatori sono pronti a raccogliere la sfida, la politica ed il sistema nazionale saranno altrettanto pronti a raccogliere l’opportunità?
Fonte : Comunicato Stampa Aliplast del 10 luglio 2014
Con “Make it Take it” chi inquina paghi il conto, anche per gli imballaggi
Il 30 di aprile, pochi giorni dopo la pubblicazione del nostro post “Una tabella di marcia per gli obiettivi di prevenzione e riciclo in ogni azienda” in cui vi raccontavamo dell’iniziativa di As you Sow mirata all’imballaggio di Capri Sun è partita una nuova “offensiva” più allargata molto più difficile da dribblare. Si tratta della campagna MAKE IT TAKE IT– Packaging waste meet your maker.
Al gruppo Kraft Foods, licenziatario per la produzione e commercializzazione di Capri Sun per il Nord America di propietà della tedesca WILD, viene contestato il contenitore non riciclabile. Si tratta di un tipo di imballaggio- in gergo tecnico stand up poach-, a forma di busta e composto da più strati di materiali diversi (anche sei o sette con varie funzioni tra alluminio, plastiche e carta).
In realtà questa bevanda alla frutta destinata ai ragazzi è nata in Germania nel 1969 ed è stata introdotta nel Nord America solamente nel 1981. Oggi è uno dei marchi internazionali più diffusi di frutta da bere. Viene prodotta in 17 paesi e commercializzata in oltre 100 nazioni con una quota di valore stimata intorno al 3% del mercato mondiale.
“IBRIDO MOSTRUOSO”
Inevitabile che l’imballaggio del noto marchio sia diventato l’emblema di una tipologia di packaging destinato alla discarica piuttosto che un esempio di eco design. Di pouch ne esistono però di vari tipi e misure per prodotti alimentari e non. Ecco in video l’analisi di pochi minuti che William McDonough ha dedicato a questo imballaggio durante una presentazione del suo ultimo libro Upcycle, il seguito di Cradle to Cradle.
Purtroppo questa tipologia di packaging, descritto da McDonough come un “ibrido mostruoso”, è in costante crescita.
Nel claim della campagna (Se) lo fai riprenditelo è racchiuso l’invito ai produttori a mettere in pratica la responsabilità estesa su tutto il ciclo di vita dei prodotti immessi al consumo. La campagna è co-fondata e coordinata da UPSTREAM e ha come partners: 5 Gyres, Clean Water Action, Green America, NRDC ( National Resources Defense Council), Plastic Pollution Coalition, Sierra Club Extended Producer Responsibility Team, Texas Campaign for the Environment, Waterkeeper Alliance e Eureka Recycling. Si tratta di associazioni e enti no profit impegnati nella salvaguardia delle risorse naturali, nella promozione di una gestione virtuosa dei rifiuti e lotta all’inquinamento.
La campagna mira ad informare la pubblica opinione sull’impatto ambientale dei vari di imballaggio in modo che i cittadini possano decidere di esercitare pressione sulle aziende di beni di consumo affinché immettano esclusivamente packaging sostenibile. Allo stesso tempo i cittadino sono invitati a sottoscrivere la petizione che esorta Kraft Foods a riprogettare la confezione utilizzando solo vetro o plastica o alluminio (come le principali marche concorrenti) oppure di assumersi la responsabilità per la raccolta e il riciclo post-consumo .
I COMMENTI DEI PARTNER DI MAKE IT TAKE IT
Matt Prindiville direttore di Upstream – co-fondatore e coordinatore della campagna: “Le aziende spesso progettano il packaging senza curarsi del fine vita dello stesso. Molti tipi di imballaggio, per lo più di plastica o costituiti da multistrati di materiali diversi, sono impossibili da riciclare o compostarestand-up-pouches-1; di conseguenza la maggior parte degli imballaggi finisce per essere sprecata in inceneritori e discariche, oppure va a depositarsi lungo le strade per poi spesso arrivare nei mari danneggiando gli habitat, e mettendo a repentaglio la vita della fauna selvatica terrestre e marina“.
Tim Brownell -CEO di Eureka Recycling :“Ogni anno 60.000 tonnellate di imballaggi passano attraverso il nostro Lab Zero -Waste e vediamo con i nostri occhi l’enorme spreco causato da questi imballaggi irrecuperabili. L’unico atto socialmente responsabile che le aziende devono intraprendere è cambiare il design del packaging per creare valore per le comunità “ .
Daniella Dimitrova Russo, co-fondatore e direttore esecutivo di Plastic Pollution Coalition: “ La crescente quantità di imballaggi è un problema che deve essere affrontato congiuntamente dai consumatori e produttori. Siamo ansiosi di vedere la nascita di soluzioni innovative che tengano conto della responsabilità estesa del produttore “.
Robin Schneider direttore esecutivo della Campagna “Texas for the Environment : “In questo momento storico è irresponsabile progettare prodotti per la discarica. E’ arrivato per Kraft il tempo di effettuare un cambiamento e di assumersi la responsabilità per quegli imballaggi che sono erroneamente progettati “.
Vai al video DESIGNED TO BE WASTE per approfondire l’argomento.
L’IMPEGNO DELL’ACV
L’Associazione Comuni Virtuosi, prima con la campagna di sensibilizzazione Porta la Sporta (lanciata nel 2009 contro l’utilizzo USA E GETTA) e poi nel suo naturale proseguimento con l’iniziativa MENO RIFIUTI PIU’ BENESSERE del 2012, è impegnata in modo continuativo a dare un contributo affinchè si verifichi una transizione verso un nuovo modello di gestione dei rifiuti come risorse. Tale impegno consiste nell’approcciare le aziende singolarmente o durante occasioni allargate ad altri portatori di interesse, come tavoli di lavoro o convegni centrati sulle tematiche di prevenzione dei rifiuti e/o di utilizzo efficiente delle risorse all’interno di modelli di economia circolare.
Riteniamo infatti che sia impensabile gestire una transizione di così vasta portata solamente occupandosi di fare la migliore delle raccolte differenziate possibile dei rifiuti urbani, come prevalentemente fatto sino ad oggi. Pertanto, senza perdere altro tempo (e come risposta alla necessità di rallentare il riscaldamento climatico), la transizione deve partire già nella fase della progettazione industriale e trovare piena realizzazione in un contesto di sistema dove governo, enti locali, aziende, distribuzione e società agiscano in sintonia rispetto agli obiettivi ambientali. E’ ormai assodato che tra le principali cause di produzione e aumento dei rifiuti ci siano la cattiva progettazione e l’obsolescenza programmata che caratterizzano la maggioranza dei beni immessi al commercio. Il coinvolgimento del mondo industriale rimarrà pertanto il punto fermo nello sviluppo delle nostre prossime iniziative.
Rispetto al flusso degli imballaggi Meno Rifiuti più Benessere chiede al mondo dell’industria e della distribuzione di aderiere a 10 mosse nel rispetto del PNPR (programma nazionale di prevenzione dei rifiuti) che deve essere redatto dalle regioni entro fine anno.
Siglato Accordo Quadro Anci-Conai, un’altra occasione persa?
Lo scorso sette aprile 2014 Conai e Anci hanno reso noto in un sintetico comunicato stampa congiunto di aver raggiunto un’intesa per la sottoscrizione dell’Accordo di Programma Quadro che regolamenterà la raccolta differenziata degli imballaggi nel prossimo quinquennio 1/4/14 – 31/3/19 da parte dei Comuni.
Dal comunicato parrebbe che oltre al “significativo” aumento dei corrispettivi l’accordo quadro non contenga alcuna delle richieste imprescindibili per cui la nostra associazione si è spesa lo scorso anno a partire dalla pubblicazione del Dossier redatto con la collaborazione di E.S.P.E.R.
In attesa di visionare il testo dell’accordo e gli allegati tecnici, per poter esprimere un parere circostanziato, non possiamo che valutare come altamente insufficienti gli aumenti dei contributi resi noti: + 10,6% per la plastica (che vale il 54% dei contributi CONAI) e un aumento medio tra il 16 e 17% per gli altri materiali.
Inoltre rispetto a quanto dichiarato da Corepla, e cioè che “l’incremento del 10,6 %, tenuto conto della mancata applicazione delle restrizioni delle fasce di qualità previste per il 2013 dall’accordo vigente, sale al 16,6%”, aspettiamo di leggere con attenzione l’allegato tecnico per capire se e come i costi di smaltimento della frazione estranea verranno addebitati.
I casi documentati nel nostro Dossier e lo studio successivamente presentato dall’ATOR3 riferito alla Provincia di Torino, avevano messo in evidenza l’insostenibilità economica e ambientale del precedente accordo che sottrae risorse economiche ai comuni e condiziona fortemente la possibilità degli stessi di raggiungere gli obiettivi di recupero di materia previsti dall’Europa e dalla Normativa Italiana.
Per meglio chiarire come non possano essere considerati “significativi” gli aumenti annunciati ricordiamo che i corrispettivi che i Comuni ricevono dal Conai coprono solamente il 28,7 e 32% dei costi sostenuti dai Comuni, come documentato da studi realizzati dalla Provincia di Torino e Anci Lombardia (vedi approfondimento a fondo pagina).
La richiesta di cui Fassino, come Presidente Anci, si è fatto portavoce verso il Conai nel dicembre scorso (anche a seguito dei nostri appelli), è stata quella di aumentare l’impegno del Conai dai 312 milioni elargiti ai Comuni nel 2012 ai 450 milioni l’anno.
Come ACV avevamo indicato 150 milioni in più rispetto ai 321 milioni del 2012 come aumento minimo , anche se ancora molto lontano dal coprire i costi della RD degli imballaggi. Tali costi infatti ammonterebbero ad almeno 858 milioni se si effettua una proiezione nazionale sui costi medi pro capite calcolati da ISPRA nel suo Rapporto Rifiuti 2013 (pag. 17-18 Dossier) .
In realtà da una nostra elaborazione (pag.18 del Dossier) che si basa sulla media dei costi pro capite rilevati in 5 consorzi piemontesi nel 2012, i costi sostenuti dai Comuni per la RD degli imballaggi risulterebbero pari a circa 1 miliardo e 600 milioni come totale nazionale. Circa sei volte di più di quanto riconosciuto dal Conai ai Comuni nel 2011.
Se il Conai fosse in grado di garantire ai Comuni italiani un livello di contributi in linea con i casi esaminati dal Dossier di paesi europei come Francia, Spagna, Olanda, Portogallo nessuno avrebbe da obiettare sul fatto che le aziende italiane paghino il contributo ambientale più basso d’Europa (il 25% circa della media EU). Al contrario i corrispettivi che ricevono i Comuni italiani sono attualmente un terzo di quelli portoghesi e i più bassi in assoluto se comparati con quelli dei quattro paesi esaminati.
Lo stesso commento vale anche per la scelta di non imporre, così come avviene in molti altri paesi europei, un contributo ambientale maggiorato per le aziende che immettono imballaggi non, o difficilmente riciclabili, che oggi vengono raccolti e contabilizzati da Conai per essere avviati all’incenerimento.
Se il Conai fosse stato in grado di ottenere una progressiva prevenzione e una riconversione ecologica della produzione di imballaggi, anche in assenza di leve economiche, gli avremmo riconosciuto il merito. Ma il dato che colloca l’Italia tra i primi posti in Europa per consumo pro capite di imballaggi, e il fatto che gli imballaggi progettati in modo da pregiudicarne il riciclaggio siano in aumento, dimostra che le politiche di prevenzione sin qui adottate non sono state così efficaci, soprattutto per la plastica.
Guardando agli altri paesi europei più evoluti -che hanno delle performance di riciclo migliori delle nostre- dove i Comuni non devono neanche occuparsi della raccolta degli imballaggi e dove vige una libera concorrenza tra soggetti qualificati (che si traduce in costi più bassi per i cittadini), la situazione italiana risulta incomprensibile oltre che anacronistica.
Abbiamo un consorzio privato senza scopo di lucro che opera in una posizione di monopolio, che non è soggetto ad alcun controllo da parte di un organismo superiore, che riscuote il contributo ambientale di tutti gli imballaggi immessi dalle aziende utilizzatrici ( e risparmia così sui corrispettivi di quelle partite di imballaggi che i Comuni gestiscono fuori dalla convenzione anci-conai), che incassa anche i proventi della vendita dei materiali dei Comuni (circa 200 milioni nel 2011) e che corrisponde ai Comuni in media meno di un terzo di quanto spendono. Il Conai afferma che il modello italiano viene visto con “interesse in Europa per i risultati ottenuti a fronte di minori costi per il sistema delle imprese della media europea“. Dubitiamo che i Comuni di paesi europei prima citati accetterebbero di passare al nostro sistema per vedere peggiorare i propri bilanci (e non solo), al contrario dei nostri Comuni!.
Le esigenze dei Comuni Virtuosi, che sono quelle di ridurre i costi del servizio ai cittadini facendo della raccolta differenziata spinta uno strumento per arrivare al recupero effettivo di materia, di creare occupazione locale valorizzando economicamente i materiali raccolti non trovano risposte nel contesto che si andrebbe a riproporre qualora i nostri timori trovassero conferma nei contenuti di questo nuovo Accordo Quadro al 2019.
Il rinnovo dell’AQ Anci-Conai secondo l’ACV e gli oltre 200 comuni e Consorzi che hanno sottoscritto le nostre richieste, doveva diventare anche l’occasione per dare attuazione alla corretta gerarchia di gestione dei rifiuti che vede l’opzione del riciclo prioritaria a quella dell’incenerimento.
Soprattutto per la plastica, la percentuale di riciclo del 26% imposta dalla legge viene raggiunta e superata da Corepla solamente in virtù delle quantità di plastica gestite dal settore del riciclo indipendente, fatto di aziende che lavorano sul libero mercato senza ricevere alcun contributo.
La Commissione Europea ci chiamerà a breve a più che raddoppiare le percentuali e quantità di riciclo della plastica. Quanto costerà ai Comuni e al cittadino raggiungere questo obiettivo nella situazione attuale, senza possibilità di incidervi con scelte diverse, seppur nella convinzione che impiegare materie prime per imballaggi e prodotti per poi distruggerli (e importare nuovamente materie prime) sia assolutamente folle sotto l’aspetto ambientale, ma soprattutto economico.
Abbiamo già a disposizione molti studi che dimostrano che il riciclo, paragonato alla produzione con materia prima vergine, offra importanti vantaggi ambientali in termini di risparmio energetico e riduzione delle emissioni di CO2, sociali in termini di maggiore occupazione, ed economici. Uno studio recente realizzato da Bio Intelligence Services per PRE ipotizza che un aumento dell’attuale tasso di riciclo dall’attuale media europea dal 26% al 62% permetterebbe la creazione di oltre 360.000 nuovi posti di lavoro in Europa e 47.000 in Italia.
Ritorneremo sull’argomento non appena sarà disponibile il testo dell’accordo e tutti gli allegati tecnici. Quello riferito alla plastica è previsto per giugno.
APPROFONDIMENTO
L’Osservatorio Rifiuti della Provincia di Torino (che nel 2012 ha raggiunto il 51 % di RD) ha effettuato un accurato monitoraggio dei costi di raccolta fin dal 2007. Nel 2011 la quota di costi di raccolta dei soli imballaggi coperta grazie ai corrispettivi riconosciuti dal Conai risulta pari al 28,7 %.
Elaborazione su 5 consorzi piemontesi
Se si analizzano infatti i costi di raccolta dei principali materiali da imballaggio rilevati presso 5 consorzi piemontesi che operano la gestione unitaria del servizio di raccolta (quindi con maggiori economie di scala)- raggiungendo o superando almeno il 55 % di RD-, si possono rilevare i costi medi di raccolta procapite riportati nella tabella a pag.18 del Dossier. In questo caso la proiezione a livello nazionale di tali costi di raccolta (escludendo il legno per cui si può stimare un costo di almeno 100 milioni di euro) ammontano a circa un miliardo e 600 milioni di euro cioè circa 6 volte di più di quanto riconosciuto dal Conai ai Comuni nel 2011. Si chiede di triplicare l’entità dei corrispettivi CONAI (che nel 2011 rappresentavano meno di un terzo dei costi di RD degli imballaggi e diventerebbero meno di un sesto allorquando i Comuni Italiani raggiungeranno l’obiettivo minimo di RD stabilito dal D.lgs 152/06 per la fine del 2012).

L’ANCI Lombardia (dove nel 2012 la % di RD è pari al 51,5 %) scrive che «Il D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. all’art. 224, punto 3h pone a carico dei produttori e utilizzatori di imballaggi i cd. “maggiori oneri per la raccolta differenziata”; ma tali costi sono invece prevalentemente sostenuti dai Comuni. Lo studio congiunto ANCI-CONAI sui costi della raccolta (punto 7.2 a, dell’AQ 09), presentato a Prato nel febbraio u.s., è stato inspiegabilmente accantonato, occorre invece un confronto serio sui suoi risultati. La definizione dei maggiori oneri deve quindi assumere un ruolo centrale nella piattaforma del nuovo accordo … la restituzione attuale da parte del CONAI è pari a 5,58 €/ab.anno, ovvero circa il 32 % dei costi sostenuti dai Comuni»
Si può riciclare più plastica, anche in Italia
Plastics Recyclers Europe ha recentemente pubblicato uno studio, realizzato da Bio Intelligence Services, che valuta su scala europea l’impatto dell’innalzamento del tasso di riciclo della plastica ad un livello superiore al 60%. Oggi la media europea si attesta attorno al 26%.
In un’economia che prevalentemente importa materie plastiche da fuori Europa, raccogliere e riciclare localmente più plastica invece di sotterrarla o distruggerla rappresenta il modo per ottenere delle ricadute positive sul territorio per l’ambiente, l’economia e la gestione delle risorse.
Lo studio ha calcolato che l’aumento dal 26% al 62% della percentuale di riciclo permetterà la creazione di oltre 360.000 nuovi posti di lavoro, l’utilizzo di plastiche riciclate al posto di plastiche vergini consentirà notevoli risparmi alle industrie di trasformazione, valutabili in 4,5 Miliardi di Euro/anno.
Nell’ambito italiano la dipendenza da produttori di materie plastiche vergini provenienti dall’estero è ancora maggiore; adottando lo stesso modello presentato nello studio, si può stimare che un uso ottimale delle risorse che consenta di spostare il tasso di riciclo dall’attuale 25% al 62%, permetterebbe di creare 47.000 nuovi posti di lavoro.
L’Italia attualmente distrugge il 75% delle plastiche in discariche o inceneritori, plastiche che debbono poi essere riacquistate prevalentemente all’estero quando si potrebbero invece in buona parte ottenere da un approccio virtuoso al riciclo nazionale.
Lo studio ed i suoi risultati sono stati presentati da Assorimap e Plastics Recyclers Europe al recente Consiglio Nazionale della Green Economy, corredati dall’indicazione dei quattro pilastri che possono realmente consentire di raggiungere questi obiettivi, ovvero:
1) Maggiore attenzione e incentivazione concreta alla progettazione fatta in funzione del fine vita (eco-design), soprattutto dell’imballaggio che rappresenta il 40% del totale in peso della plastica utilizzata;
2) Maggior cura e attenzione alla raccolta e alla corretta separazione tra plastica ed altri materiali; per specifici flussi di materiali la creazione di circuiti dedicati può consentire migliori performances qualitative, quantitative e di costo rispetto ad una raccolta generalista che inquina i materiali di maggior valore e richiede costi di selezione importanti;
3) Fissazione di obiettivi di riciclo più elevati, non meno del 60% rispetto all’attuale 26% sui soli imballaggi;
4) Divieto di conferire plastiche in discarica: i nove Paesi europei più performanti sono quelli in cui tale divieto esiste.
Assorimap ( Associazione Nazionale Riciclatori e Rigeneratori di Materie Plastiche) e Plastics Recyclers Europe PRE confermano il loro pieno supporto ai decisori ed ai policy makers, fornendo anche il supporto di concreti strumenti quali, ad esempio, Recyclass™ lo strumento per la valutazione del livello di riciclabilità degli imballaggi plastici che è stato presentato lo scorso maggio 2014 ad Intepack con il sostegno delCommissario EU all’Ambiente Janez Potocnik.
Comunicato stampa PRE e Assorimap del 10 aprile 2014
Leggi anche l’articolo di Polimerica.it.
La plastica della discordia. Continua il braccio di ferro ANCI-Conai sui corrispettivi
Le trattative per la definizione dell’Accordo Quadro Anci-Conai 2014-2018 sono ancora in corso. Il precedente Accordo è scaduto il 31 Dicembre 2013, ma per consentire di raggiungere un’intesa sul suo aggiornamento ne era stata concordata la proroga fino al 31 marzo.
Per capire il punto della questione è utile ricostruire brevemente il funzionamento del sistema. Nel nostro Paese, il recupero degli imballaggi provenienti dalla raccolta differenziata avviene principalmente attraverso il sistema Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), che si basa sull’attività di sei Consorzi di filiera che rappresentano diverse tipologie di materiale (CiAl – alluminio, Comieco – carta, Corepla – plastica, Coreve – vetro, Icrea– acciaio, Rilegno – legno).
I Consorzi di filiera hanno la funzione di coordinare, organizzare e incrementare il ritiro dei rifiuti di imballaggi raccolti dal servizio pubblico, la raccolta dei rifiuti di imballaggi delle imprese industriali e commerciali, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti di imballaggi, la promozione della ricerca e dell’innovazione tecnologica finalizzata al recupero e riciclaggio.
Il meccanismo istituito prevede che i Consorzi associno i produttori e gli utilizzatori di imballaggi, i quali versano al Conai un contributo ambientale (conosciuto come CAC) per ogni tonnellata di imballaggi immessa al consumo. Quando gli imballaggi raccolti attraverso la differenziata vengono consegnati ai consorzi di filiera, ai Comuni viene “restituito” il CAC attraverso i corrispettivi Conai. Ed è proprio intorno a quest’ultimo passaggio che è scaturito, negli ultimi mesi, un acceso dibattito.
L’Associazione Nazionale Comuni Virtuosi, nel 2013, ha infatti redatto un dossier, in collaborazione con E.S.P.E.R., nel quale ha indicato, motivandole, alcune proposte da portare all’interno delle trattative per il nuovo Accordo Quadro Anci Conai. Le proposte sono state sottoscritte da oltre 220 comuni e 4 consorzi, per un totale di oltre 4.500.000 di cittadini rappresentati.
“La necessità di ridefinire in modo profondo e radicale l’Accordo nazionale Anci-Conai – si legge sul sito dell’associazione – è dimostrato dal fatto che a partire dal 2011 i quantitativi conferiti dai Comuni nell’ambito dell’accordo quadro sono diminuiti mentre in precedenza erano sempre aumentati. Per gli imballaggi in carta i Comuni che negli ultimi tre anni sono usciti dall’Accordo quadro hanno ottenuto ricavi spesso raddoppiati. Il motivo principale che ha determinato questa situazione paradossale era già stato individuato nel 2008 dall’Antitrust con il rapporto IC26 affermava che la RD degli imballaggi è “una risorsa economica che i Comuni italiani non riescono a sfruttare e che potrebbe invece, con un opportuno ricorso al mercato, garantire ai cittadini un servizio di raccolta migliore e tariffe più basse…”.
E ancora: “negli ultimi anni il valore di mercato dei materiali conferiti dai Comuni italiani al sistema Conai è arrivato a superare i 200 milioni di euro (anche se l’Antitrust ritiene che alcuni consorzi non abbiano cessato di conferire gratuitamente ai propri associati una parte consistente di quanto gestito). Questi introiti, secondo l’Antitrust, dovevano essere incassati dai Comuni italiani ed invece hanno determinato un enorme avanzo di bilancio del sistema Conai (nel 2011 erano già 317 milioni i fondi a riserva dei consorzi di filiera e del Conai)”.
Su queste premesse, l’Associazione nazionale Comuni Virtuosi chiede che nel nuovo Accordo quadro siano riconosciuti pienamente ai Comuni italiani “i valori di mercato dei materiali conferiti e che il corrispettivo venga riconosciuto solo per rimborsare i costi di raccolta degli imballaggi (come succede nel resto d’Europa), o i maggiori oneri di raccolta come stabilito in Italia a seguito dell’approvazione del Decreto Legislativo 152/2006”.
L’Associazione ritiene inoltre che ANCI (l’Associazione Nazionale Comuni Italiani), che siede al tavolo delle trattative, debba assumere posizione su alcuni punti imprescindibili, come l’aumento dei corrispettivi, l’aumento del CAC, la rimodulazione del CAC in relazione alla effettiva riciclabilità degli imballaggi.
In linea con l’approccio adottato, l’Associazione ha infine ribadito più volte di non essere disponibile ad avvallare nessun accordo che premi economicamente, in misura maggiore, l’avvio all’incenerimento rispetto al recupero della materia, né che penalizzi economicamente le gestioni virtuose in linea con gli obiettivi europei e nazionali (che hanno una percentuale di RD oltre al 65% ed una elevata qualità dei materiali raccolti) rispetto alle gestioni meno efficienti.
Sulle prospettive del nuovo Accordo è intervenuto, nei mesi scorsi, anche l’ATO Rifiuti Torinese: il direttore Paolo Foietta ad inizio 2014 ha infatti sottoscritto con l’Associazione nazionale Comuni Virtuosi un appello ad Anci ed al suo presidente Piero Fassino, sindaco di Torino, con la richiesta di evitare di chiudere l’accordo al ribasso: “I comuni italiani devono portare a casa da questo accordo risorse aggiuntive, almeno 150.000.000 €/anno in più rispetto a quanto erogato loro complessivamente nel 2012, per coprire anche se ancora solo parzialmente, i costi reali che gli stessi sostengono per le raccolte, il trasporto e la selezione di imballaggi”.
Tema sul quale Foietta è tornato anche pubblicamente, durante un convegno organizzato a fine gennaio a Beinasco (TO) da Covar 14 ed ACR+, e nel quale ha accusato Conai di avere accantonato negli anni milioni di euro: “Corepla, in particolare, ha messo da parte 223 milioni. Risorse sottratte ai comuni, che anzi, per poter avere i contributi, hanno dovuto affrontare sempre maggiori costi di prepulizia per cercare di rientrare nelle fasce di qualità stabilite”.
Contestazioni respinte fermamente da Luca Piatto, responsabile dell’Area Rapporti con il Territorio per Conai, che era presente tra il pubblico e ha ricordato come “negli anni passati è accaduto che alcuni consorzi di filiera siano andati in deficit, avendo sostenuto maggiori costi rispetto ai ricavi. Dal 2009 tale situazione è stata aggravata dalla crisi economica. Per questa ragione nel 2010 sono stati aumentati i CAC (contributi ambientali) e questo ha determinato maggiori ricavi rispetto ai costi sostenuti, che in parte sono stati usati per ripianare l’esposizione degli anni precedenti, in parte per sostenere l’aumento dei conferimenti da raccolta differenziata negli anni successivi”.
Il tema, quindi, resta bollente e genera grande attenzione, per gli interessi economici coinvolti, soprattutto tra i Comuni. Ma non soltanto.
“Per capire il lavoro che c’è dietro la raccolta dei materiali differenziati – spiega Fiorenzo Borlasta, direttore di Cosmo S.p.A., società pubblica che gestisce rifiuti urbani nell’area del Monferrato casalese – occorre ragionare su alcuni dati: nel caso degli imballaggi in plastica, ad esempio, un carico di questo materiale, che è estremamente leggero, pesa circa una tonnellata. Ma occorrono circa sei ore di lavoro per arrivare a riempire uno dei nostri camion per la raccolta rifiuti. A questi costi di raccolta si aggiunga il costo del lavoro successivo di prepulizia manuale ed i conti sono presto fatti”.
Un lavoro, quello di prepulizia, irrinunciabile. Allo stato attuale, infatti, secondo quanto previsto dall’Accordo in fase di rinnovo, il corrispettivo per la plastica prevede un sistema a fasce: se nel materiale conferito a Corepla sono presenti impurità in misura inferiore al 4% il contributo ammonta a circa 300 euro a tonnellata, se le impurità sono ricomprese tra il 4 ed il 15% diminuisce a 190 euro, se si supera il 15% il materiale viene declassato e non vengono riconosciuti corrispettivi.
“Visti i riflessi sul nostro lavoro – aggiunge Borlasta – seguiamo con estrema attenzione l’evoluzione della trattativa. La nostra associazione di categoria, Federambiente (Federazione Italiana Servizi Pubblici Igiene Ambientale), ci tiene costantemente aggiornati e ci conferma una volta di più come le maggiori problematiche riguardino il riconoscimento di maggiori corrispettivi per la raccolta degli imballaggi in plastica, sul quale parrebbe che Anci e Conai si siano arenati”.
Non ci resta che attendere la fine della giornata per capire come evolveranno le cose e se, e soprattutto se e come, la trattativa verrà chiusa.
Marina Maffei*
* Avvocato, consulente del Consorzio Casalese Rifiuti
Tratto da Greenews.info
Rifiuti, una miniera d’oro che i Comuni dimenticano
I Sindaci si lamentano dei tagli statali, ma la gestione efficiente dell’immondizia è ancora lontana. Eppure, volendo, i rifiuti potrebbero generare (oltre all’ambiente pulito) occupazione e risorse per le casse comunali.
Perdita di controllo sul servizio, tassa ancora calcolata sui metri quadrati, poco impegno per la raccolta differenziata nonostante faccia risparmiare. I sindaci d’Italia si lamentano dei tagli statali, ma la gestione efficiente dell’immondizia è ancora lontana…
Cambiano i governi, ma continuano i tagli ai Comuni. Eppure, se le proteste degli enti locali sono spesso legittime, i sindaci non sempre mettono lo stesso impegno nel rendere più efficienti servizi e gestioni, per recuperare da lì qualche risorsa in più. Emblematico è il caso dei rifiuti, che possono rivelarsi, a seconda dei casi, una voce di costo o un generatore di risorse, risparmi e occupazione. Oggi in Italia la raccolta differenziata è al 40%. Se non mancano i casi virtuosi (1.300 municipi hanno già raggiunto l’obiettivo del 65%, spostato dal ministro Orlando a fine 2020 nell’ultimo collegato Ambiente), il quadro generale rimane negativo, con punte al Sud di poche unità (Messina per esempio è al 6%) e performance scarse nelle grandi città (solo sette centri con più di 200mila abitanti superano la soglia del 30%).
A sentire l’Anci, le responsabilità dei sindaci sono limitate: “Le cause riguardano la confusione normativa, perché la legge non delinea bene le competenze, e la mancanza di infrastrutture, dovuta a una carente programmazione regionale”, dice Filippo Bernocchi, delegato Rifiuti ed Energia di Anci. Eppure, le storie positive sono sotto gli occhi di tutti, anche al Sud. “E’ una questione di volontà politica”, riflette Rossano Ercolini, vincitore nel 2013 del prestigioso Goldman Prize per il suo impegno contro gli inceneritori e a favore del riciclo. “Mentre le strade di Napoli erano invase dai rifiuti, a Salerno è partita la raccolta differenziata porta a porta, quella che dà i maggiori risultati”, passando in pochi anni dal 13% al 69%. E se i detrattori fanno spesso notare che i sistemi di raccolta a domicilio sono costosi per le amministrazioni, e di riflesso per i cittadini che si vedono aumentare la bolletta, i dati dimostrano il contrario. Un’elaborazione dell’associazione dei Comuni virtuosi sui dati 2011 dell’Arpa Veneto, per esempio, ha dimostrato come il costo medio del servizio per abitante nei comuni della regione con raccolta porta a porta sia di circa 102 euro, contro i quasi 180 dei municipi in cui si utilizzano i cassonetti stradali.
Risparmiare sulla gestione dei rifiuti è possibile quindi, senza diminuire i servizi: “Il segreto sta nel puntare su un forte aumento della raccolta differenziata e sulla riduzione”, sottolinea Giorgio Del Ghingaro, primo cittadino di Capannori, il comune della lucchesia con 45mila abitanti che nel 2013 ha superato l’80% di raccolta differenziata. “Smaltire un chilo di rifiuti indifferenziati in discarica costa circa 2 euro, il doppio di quanto costa avviare al riciclo 1 chilo di rifiuti differenziati”. E anche la riduzione, che può essere promossa con interventi spesso poco costosi, “dalle case dell’acqua alla vendita di prodotti alla spina, fino al recupero e riuso di arredamento ed elettrodomestici buttati a favore dei più bisognosi”, dà ottimi risultati: “In cinque anni abbiamo visto diminuire di un terzo i rifiuti e assunto 55 persone per il servizio di raccolta, senza nessun aumento di spesa per il cittadino”.
E non è l’unico caso. Ezio Orzes, assessore all’Ambiente di Ponte nelle Alpi, il comune nel bellunese primo della classe in fatto di raccolta differenziata, con una percentuale che sfiora il 90%, racconta: “Per lo smaltimento dei rifiuti in discarica, nel 2008 spendevamo 450mila euro l’anno. Adesso, grazie a una forte riduzione, solo 40mila. I soldi risparmiati li abbiamo trasferiti da una voce di costo improduttivo all’occupazione, assumendo altre dieci persone per servizi di igiene urbana. E tuttavia, risparmiamo l’11% rispetto a cinque anni fa”.
Da sempre, la via più efficace per abbattere i chili di spazzatura è intervenire sul portafoglio, modulando la bolletta in base alla produzione effettiva di rifiuti. In quest’ottica, nelle intenzioni del decreto Ronchi (varato nel lontano 1997), la tariffazione puntuale avrebbe dovuto gradualmente sostituire la tassa rifiuti, passando da un calcolo dell’importo basato sulla superficie dell’abitazione a uno sulla quantità dei rifiuti prodotti, attraverso una fase intermedia, quella della tariffa “parametrica”. Oggi, i Comuni che hanno applicato un sistema a tariffa sono, secondo l’Ispra, 1.347, meno di due municipi su 10. I motivi sono tanti e svelano, dietro una questione apparentemente burocratica, molte dinamiche di un settore in cui sono in gioco molti soldi.
“Un po’ per inerzia e un po’ per la sottovalutazione dei vantaggi conseguibili con il passaggio alla tariffazione puntuale – spiega Attilio Tornavacca, esperto di rifiuti e direttore dell’istituto Esper –, molti Comuni hanno continuato ad applicare la vecchia TARSU, oppure hanno introdotto la TIA parametrica, anche se già fin dall’emanazione del decreto Ronchi veniva previsto l’obbligo, poi prorogato, di passare alla tariffa puntuale fin dal 1999. La gran parte dei Comuni ha quindi deciso di mantenere un sistema più semplice e comodo per chi deve incassare la tassa per coprire i costi di igiene urbana, ma molto iniquo per gli utenti virtuosi che riescono a ridurre i rifiuti non riciclabili. La tassa calcolata sui metri quadri si basa infatti su un imponibile facilmente quantificabile, mentre per l’attuazione del regime tariffario puntuale c’è bisogno di un maggiore impegno dal punto di vista organizzativo e di eliminare i cassonetti per passare alla raccolta porta a porta, l’unica che consente realmente il conteggio degli svuotamenti di ogni singola utenza. La stessa Anci ha chiesto per dieci anni la proroga della tassa rifiuti”, bloccando di fatto ogni evoluzione verso un sistema più efficiente. I Comuni che hanno applicato la tariffa puntuale, infatti, “sono sempre quelli che oggi ottengono i risultati più alti di raccolta differenziata e le bollette più basse per le famiglie. Analizzando la situazione piemontese, abbiamo calcolato che con la tariffazione puntuale diminuiscono del 19% i costi per i cittadini e aumenta del 21% la raccolta differenziata”, continua Tornavacca.
Ma oltre all’Anci, ad aver messo i bastoni tra le ruote sono state anche le società proprietarie degli inceneritori e delle discariche: “Questi impianti – continua Tornavacca – hanno bisogno di essere alimentati in modo costante e con elevati quantitativi di rifiuti. Se la raccolta differenziata supera un certo livello, i rifiuti da smaltire in discarica o bruciare diminuiscono e si è costretti a cercarli altrove, anche a costo di ridurre le tariffe di conferimento e quindi gli utili di gestione, come fanno i termovalorizzatori del Nord Europa”. Un meccanismo amplificato nei casi in cui è la stessa azienda a gestire il servizio di raccolta differenziata e lo smaltimento, come avviene in molti comuni italiani: “Si viene spesso a creare un conflitto di interessi: se la raccolta differenziata aumenta oltre il livello previsto quando era stato progettato l’impianto, si determina inevitabilmente una sensibile riduzione degli utili di gestione dell’inceneritore”. E le stesse lobby sono riuscite anche a ottenere incentivi sulla produzione di energia dalla combustione di rifiuti, paragonata alle altre fonti rinnovabili, gravando sulle bollette elettriche dei cittadini.
“L’ignoranza della politica e importanti lobby dell’industria sporca hanno ingessato la gestione dei rifiuti, orientandola verso lo smaltimento piuttosto che in direzione del riciclo”, riflette Ercolini. Producendo molte distorsioni. Come ammette lo stesso Bernocchi, “in molti casi, attraverso l’esternalizzazione della gestione dei rifiuti, i Comuni hanno perso il controllo del servizio”. La maggior parte delle amministrazioni, per pigrizia, ignoranza, mancanza di professionalità e sotto la pressione di interessi forti, ha deciso di chiudere gli occhi e non cercare, in tempi di magra per gli enti locali, di razionalizzare il servizio. Vedi il caso dei corrispettivi “per i maggiori oneri della raccolta differenziata”: i Consorzi per la raccolta e il riciclo dei diversi tipi di imballaggi, coordinati da Conai, vendono i materiali alle aste e versano ogni anno ai Comuni aderenti un contributo fisso, stabilito in un accordo quinquennale con Anci. Secondo Bernocchi, “su 8.092 Comuni, però, solo 176, i più accorti, riscuotono direttamente questi contributi”. Tutti gli altri delegano le aziende rifiuti, senza neanche chiedere conto dei flussi di cassa e dell’ammontare di queste somme, elementi che invece dovrebbero essere considerati nel negoziare il pezzo del servizio. “Molte amministrazioni non sono ancora a conoscenza degli aspetti economici positivi per loro. Nei prossimi anni ci impegneremo per una maggiore comunicazione su questo”, dice Walter Facciotto, direttore generale di Conai, che raccoglie produttori e utilizzatori di imballaggi.
Per la nuova convenzione 2014-18, le trattative dovrebbero concludersi a fine marzo, ma i punti critici rimangono molti. A partire proprio dai contributi che, secondo alcune Anci regionali e l’Associazione Comuni virtuosi, di cui fanno parte una settantina di municipi, sono troppo bassi: “Per una bottiglia di plastica, in Italia il corrispettivo è di 0,3 centesimi, contro i 5 centesimi della Germania e addirittura gli 11 della Norvegia. Chiediamo che i contributi vengano allineati al resto d’Europa e modulati in base all’effettiva riciclabilità degli imballaggi immessi sul mercato. Inoltre, Conai versa ai Comuni solo il 36% dei propri introiti, mentre nel sistema francese si arriva al 92%”, spiega Ezio Orzes, membro del direttivo dell’associazione, che però non è stata ammessa dall’Anci a prendere parte al tavolo dei negoziati, mentre il ministro dell’Ambiente Orlando per ora non ha preso posizioni.
Il Collegato ambiente varato dal Consiglio dei ministri a novembre scorso ha rimandato al 2020 l’obiettivo di raccolta differenziata al 65% (che corrisponde più o meno al target del 50% di riciclo posto dall’Unione europea) e previsto un sconto sulla tassa per lo smaltimento in discarica – per pagare solo il 20% dell’ecotassa, basterà raggiungere il 35% di differenziata entro il 2014, il 45% a fine 2016 e il 65% a fine 2020 –, accanto ad addizionali per i municipi inadempienti. Obiettivi alla portata di tutti. Purtroppo, però, se gli amministratori non raggiungeranno neanche questi target molto ammorbiditi, a rimetterci saranno ancora una volta i cittadini.
Articolo di Veronica Ulivieri da La Stampa Tuttogreen
Un Appello congiunto al presidente dell’ANCI Piero Fassino da ATOR e Associazione Comuni Virtuosi
La trattativa per l’Accordo Quadro ANCI-CONAI tenga conto delle reali esigenze dei Comuni: un Appello congiunto al presidente dell’ANCI Piero Fassino da ATOR e Associazione Comuni Virtuosi
Il sistema che ha regolamentato ad oggi i rapporti tra i Comuni Italiani e i consorzi di filiera nella raccolta differenziata degli imballaggi, attraverso l’Accordo Quadro tra Anci e Conai, non regge più e deve essere radicalmente rivisto.
Lo dimostrano i dati contenuti nel Dossier curato da ESPER e diffuso l’anno scorso dall’Associazione Comuni Virtuosi ed il Rapporto dall’ATOR Torinese, che hanno messo in evidenza l’insostenibilità economica e ambientale dell’accordo in scadenza, che sottrae risorse economiche ai comuni, e condiziona fortemente la possibilità degli stessi di raggiungere gli obiettivi di recupero di materia previsti dall’Europa e dalla Normativa Italiana.
Le notizie che arrivano dal tavolo della trattativa per il nuovo Accordo quadro ANCI-CONAI non sono rassicuranti; si leggono comunicati stampa e dichiarazioni di Corepla e di rappresentanti dell’ANCI sostanzialmente coincidenti nelle strategie e nella sostanza, che confermerebbero il vecchio modello che consideriamo iniquo ed inefficace.
Per questo serve da parte di ANCI un cambio di passo e l’espressione di posizioni chiare e trasparenti: le esigenze reali dei Comuni devono essere portate e sostenute al tavolo di trattativa e il CONAI non può più ignorare le legittime istanze di un numero sempre crescente di Comuni, Consorzi ed ATO, che attendono risposte da troppo tempo.
I Comuni Italiani devono portare a casa da questo accordo risorse aggiuntive, almeno 150.000.000 €/anno in più rispetto a quanto erogato loro complessivamente nel 2012, per coprire anche se ancora solo parzialmente, i costi reali che gli stessi sostengono per le raccolte, il trasporto e la selezione di imballaggi.
La scelta di CONAI, e dei consorzi di filiera, di tenere irragionevolmente basso il contributo ambientale pagato dai produttori degli imballaggi immessi sul mercato, che è attualmente tra i più bassi d’Europa, e di non considerare nella quota da distribuire ai Comuni i ricavi dalla vendita dei materiali, non può essere pagata dai Comuni e dai cittadini.
E questo vale anche per la scelta di non imporre, così come avviene in molti altri paesi europei, un contributo ambientale maggiorato per chi immette imballaggi non, o difficilmente, riciclabili, che oggi vengono raccolti e contabilizzati da Conai per essere avviati all’incenerimento. E’ questa la ragione per cui, in Italia, non si è messa in moto una progressiva prevenzione e una riconversione ecologica della produzione di imballaggi.
Consideriamo inoltre inaccettabile che negli Allegati Tecnici delle trattative, si persegua una omologazione verso il basso delle differenti esperienze, che annulla le soluzioni più avanzate presenti nei diversi territori e produce costi aggiuntivi che incidono solo su Comuni e cittadini; l’accordo deve invece assumere e tutelare le diverse esperienze attraverso regole chiare verificate da controlli sulle fasce di qualità di soggetti terzi condivisi.
Ci appelliamo a Lei, Presidente Fassino, perché oggi, il ciclo integrato di gestione dei rifiuti, i Comuni, le famiglie hanno bisogno di sostegno e non si può continuare a penalizzare economicamente le gestioni virtuose dei Comuni che già ora raggiungono gli obiettivi Europei,premiando l’incenerimento invece del recupero della materia.
Occorre invece, nel rispetto della legge, mettere fine all’insostenibile pratica di scaricare l’extra-costo (economico ed ambientale) della raccolta del rifiuto da imballaggio sulle comunità.
Le chiediamo per questo di ascoltare le esigenze dei territori, evitando una nuova sottoscrizione al ribasso dell’ Accordo Quadro ANCI-CONAI.
Paolo Foietta e Gianluca Fioretti
Comunicato stampa: 4 febbraio 2014
Ai Comuni più risorse dalla differenziata
Piero Fassino convoca a Roma i sindaci di tutta Italia. Il 29 gennaio discutono della crisi della finanza locale. Il presidente Anci pare ignorare la proposta dell’Associazione dei Comuni virtuosi che potrebbe garantire entrate per 450 milioni di euro, dalla revisione dell’Accordo quadro per la raccolta degli imballaggi. Il dossier su Altreconomia di dicembre 2013
Mercoledì 29 gennaio i Comuni italiani si incontrano a Roma. L’Anci -Associazione nazionale dei Comuni italiani- ha convocato i soci per discutere iniziative di pressione sul governo perché “riscriva la finanza comunale”.
“Secondo le analisi Anci, mancano tra il miliardo e il miliardo e mezzo. Eppure, l’associazione non fa pressioni per modificare l’accordo sulla raccolta differenziata e il riciclo degli imballaggi -dalla plastica al vetro, passando per l’alluminio e la carta-, firmato con il Conai (Consorzio nazionale degli imballaggi), che potrebbe portare ai Comuni fino a 450 milioni di euro” racconta ad Ae Luca Fioretti, sindaco di Monsano (Ancona) e presidente dell’Associazione Comuni virtuosi, che ha elaborato un dettagliato dossier evidenziando possibili modifiche all’Accordo quadro, che è scaduto a dicembre 2013.
Gli imballaggi, infatti, rappresentano quasi un quarto dei rifiuti prodotti dalle famiglie italiane, 7,13 milioni di tonnellate su 29,9 milioni (di queste, il 46 per cento sono state riciclate), e in Italia gli enti locali che si adoperano per una corretta raccolta differenziata ricevono in cambio, a parziale copertura dei costi, un corrispettivo massimo (teorico) di poco più di 72 euro, quasi un terzo della Francia, o della Spagna o del Portogallo, come descrive l’approfondimento pubblicato su Altreconomia a dicembre 2013.

“Se fino a questo momento non è stato trovato l’accordo, lo si deve senz’altro all’azione dell’Associazione, che è riuscita a portare le proprie rivendicazioni anche dentro il gruppo di lavoro tecnico Anci-Conai. Tra le nostre rivendicazioni ci sono l’aumento del corrispettivo (ovvero quanto il Conai riconosce al Comune per tonnellata di imballaggio differenziato), del contributo ambientale (ovvero quello corrisposto da tutti i soggetti che producono, utilizzano e trasformano imballaggi), l’inserimento di premialità basate sulla qualità dei materiali raccolti” spiega Fioretti. Che aggiunge: “Abbiamo posto anche una questione di trasparenza, in merito alle società incaricate dei controlli sulla qualità dei materiali e su alcuni soggetti delegati a trattare per conto dei Comuni il rinnovo dell’accordo quadro”.
In due occasione, l’Associazione dei Comuni virtuosi ha scritto a Pietro Fassino, presidente dell’Anci. La prima in autunno, senza ottenere risposta. La seconda in gennaio, ottenendo in cambio dichiarazioni “in politichese -spiega Fioretti-: Fassino ci ha spiegato che l’Anci sta facendo tutto il possibile, che ‘sarà nostra cura di…’, ma rispetto alla proposte concrete, e in particolare a quelle sulla trasparenza, non ha fatto cenno”.
Eppure, aggiunge Fioretti, il dossier e la proposta dell’Associazione comuni virtuosi sono sostenuti da “oltre 200 delibere di giunta, da parte di Comuni in tutta Italia, anche città importanti come Padova o Ancona. Quello che chiediamo all’Anci è rispetto nei confronti di questi enti locali. Parliamo di un accordo delicato, ma i Comuni sono alla canna del gas. E oltre a un riscontro economico, dato che le misure che noi proponiamo potrebbero portare quasi mezzo miliardo di euro in più all’anno nelle casse degli enti locali, ci premono altri fattori: l’impatto ambientale, la qualità dei controlli”.
Nel novembre 2008 era stato da poco rinnovato l’Accordo quadro, siglando quello scaduto a dicembre 2013. Delegato a trattare per conto dell’Anci era Filippo Bernocchi, assessore a Prato. Che in un virgolettato apparso sulla rivista Regioni&Ambiente spiegava che “il problema della raccolta differenziata è anche un problema di risorse. 8 miliardi di euro all’anno vengono spesi dai Comuni per la RD e il contributo Conai è una cifra minima nel totale delle spese sostenute dai Comuni”.
Da allora niente è cambiato. Bernocchi tratta per conto dell’Anci anche il nuovo Accordo quadro. I Comuni non hanno risorse adeguate per una efficace raccolta differenziata degli imballaggi.
Luca Martinelli –Altreconomia
Nuovo accordo ANCI-CONAI 2014-2018: la situazione in Provincia di Torino”
Pubblichiamo la presa di posizione dell’ATOR -Autorità d’ambito Torinese per il Governo dei Rifiuti- resa nota recentemente attraverso una presentazione dettagliata sullo stato dell’arte della raccolta differenziata dei consorzi del torinese.
Da tale analisi, perfettamente in linea con la situazione nazionale oggetto del nostro Dossier, emerge, conti alla mano, che un rinnovo delle condizioni del precedente accordo 2009-2013 avrebbe esiti devastanti per l’economia degli enti locali e non agirebbe da volano per lo sviluppo della Green Economy nostrana collegata alla RD e al recupero di materia.
“Nuovo accordo ANCI-CONAI: sarà possibile avviare una fase nuova e promuovere il recupero effettivo di materia per ridurre i costi del servizio ai cittadini o si deciderà di conservare il modello esistente?”
Se lo chiedono Paolo Foietta, presidente ATO-R, Associazione d’ambito torinese per il governo dei rifiuti, e Agata Fortunato, responsabile rifiuti della Provincia di Torino, all’interno di un documento che si trova scaricabile in pdf alla sezione ALLEGATI in fondo pagina.
Pubblichiamo a seguito una parte significativa del documento priva delle tabelle e note bibliografiche che si trovano nella versione integrale.
1.2 LA SITUAZIONE IN PROVINCIA DI TORINO
Nel 2013 L’Associazione d’Ambito Torinese per il Governo dei Rifiuti (ATOR) ha condotto la prima indagine sistematica, in Italia, sul recupero di materia dalla Raccolta Differenziata.
Lo studio ATOR3 per la formazione di una struttura societaria integrata approvato il 15 novembre 2013 da tutti i Consorzi ed i Comuni dell’ Ambito Torinese ha misurato per la Provincia di Torino il valore del ritorno economico del recupero di materia ed ha valutato le diverse possibilità di crescita di tali risorse, essenziali per il ciclo integrato dei rifiuti.
Al 2012, sulla quantità complessiva di 1.054.016 tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Provincia di Torino, il 50,30% sono state raccolte in modo differenziato pari a 523.929 tonnellate di materia (imballaggi, organico e altro); di queste 191.827 tonnellate sono state raccolte nella Città di Torino e ben 332.102 tonnellate all’esterno della Città di Torino.
Gli imballaggi raccolti attraverso la Raccolta Differenziata, carta, plastica, vetro, acciaio, alluminio e legno sono 305.342 tonnellate; di queste 217.644 tonnellate sono state valorizzate e conferite ai consorzi di filiera CONAI (171.344 t) ed a soggetti indipendenti (46.300 t).
Certamente si può fare di più e meglio, aumentando la quantità avviata al recupero e riducendo frazione estranea e scarti.
Sul fronte della valorizzazione dei materiali da raccolta differenziata (plastica, carta, vetro, acciaio, alluminio e legno), si registrano nel 2012, a livello di Provincia, ricavi per 15,7 milioni di €, a cui vanno sottratti circa 2 milioni di € di costi di selezione/stoccaggio, in gran parte dovuti alle operazioni di prepulizia della plastica.
Dei 15,7 milioni di € introitati dalla cessione dei materiali derivanti dalla raccolta differenziata, 13 milioni di € (al lordo dei costi dell’attività di prepulizia, prevalentemente per la frazione plastica) sono ascrivibili ai corrispettivi dalle diverse filiere del CONAI; circa 2,7 milioni di € derivano invece da circuiti di valorizzazione extra CONAI.
I corrispettivi derivanti dalla valorizzazione della raccolta differenziata corrispondono quindi mediamente a meno di 6 €/anno per abitante, una cifra assolutamente inadeguata per coprire il differenziale del costo della raccolta differenziata rispetto al costo di gestione dei rifiuti indifferenziati.
Raddoppiare la quantità di materia avviata al recupero è assolutamente possibile e consentirebbe di introitare 12 €/anno/ab, cioè circa 27 milioni di €/anno, a fronte dei 13 attuali.
Se il recupero di materia fosse tale da portare a introiti di 20 €/anno/ab, obiettivo raggiungibile solo attraverso un diverso Accordo ANCI – CONAI, si potrebbero introitare quasi 50 milioni di €/anno (35 in più rispetto alla situazione attuale), riducendo in modo significativo il costo del servizio.
2. COREPLA ED IL RICICLO DELLA PLASTICA IN ITALIA ED IN PROVINCIA DI TORINO
La filiera più importante della raccolta differenziata di Imballaggi è rappresentata dalla Plastica (COREPLA), che vale il 54% del totale dei contributi CONAI; nel 2012 la raccolta della plastica è stata in Italia di 693.000 tonnellate, per un valore di 174 milioni di contributi erogati.
In attuazione dell’Accordo ANCI-CONAI, ora in scadenza, i Comuni sono obbligati a conferire a COREPLA i rifiuti plastici da raccolta differenziata ma non ricevono da questa un corrispettivo adeguato a copertura dei maggiori oneri per la raccolta differenziata pur avendola attivata e realizzata, a causa della qualità della raccolta stessa, che viene misurata e verificata esclusivamente da COREPLA.
Negli anni le fasce di qualità sulla base delle quali COREPLA attribuisce o meno il corrispettivo alla raccolta sono andate progressivamente restringendosi, ma al contempo non sono state fornite ai Comuni risorse per sostenere il reale miglioramento della qualità della raccolta; questo ha determinato in molti territori italiani il ricorso ad una onerosa pre-pulizia della plastica, prima del conferimento presso gli impianti di selezione convenzionanti COREPLA;
questa prassi determina un minor costo per COREPLA, ma un inaccettabile aggravio dei costi per i Comuni e quindi per i cittadini, ( dato che la pulizia del materiale può essere effettuata contestualmente alla selezione) , la perdita della tracciabilità dei flussi e un maggiore impatto ambientale (trasporto, lavorazione dei rifiuti).
Dove non si ricorre alla pre-pulizia della plastica raccolta differenziatamente, sempre più spesso ai comuni non viene riconosciuto alcun corrispettivo, nonostante COREPLA abbia preso in carico gli imballaggi conferiti e li abbia valorizzati economicamente.
Anche in Provincia di Torino la filiera della plastica è la più importante tra le filiere CONAI rappresentando circa il 56% del totale dei corrispettivi erogati; vengono raccolte poco meno di 50.000 tonnellate di plastica; 31.252 t sono conferite al consorzio COREPLA, per un corrispettivo totale di 7,2 milioni di € cui vanno sottratti i costi di selezione e smaltimento scarti, che non è stato possibile determinare in maniera univoca, ma che si può stimare superino i 2 milioni di € (quasi il 30% del valore del corrispettivo).
Sul territorio provinciale la plastica viene raccolta con modalità diverse: da sola tramite raccolta monomateriale (Bacino 18- Città di Torino, Bacino 16 e CISA) e tramite raccolta multimateriale plastica-metallo nei restanti bacini (ACEA, ACSEL, CCS, COVAR 14, ASA e SCS).
Il consorzio CADOS, gestione CIDIU, è passato nel corso del 2009 e fino a febbraio 2011 alla raccolta multimateriale, per poi tornare alla raccolta monomateriale.
La raccolta multimateriale è stata avviata, nel territorio della Provincia di Torino a partire dal 2006, promossa da un apposito Protocollo d’intesa4 che ha consentito lo sviluppo di una metodologia operativa trasparente e ha portato al raggiungimento di risultati quantitativamente eccellenti e qualitativamente adeguati.
Tale metodologia, caratterizzata da tracciabilità e costante monitoraggio, attraverso analisi svolte per la prima volta da società terza, titolata e riconosciuta a livello nazionale (IPLA SpA, società interamente pubblica della Regione Piemonte), ha permesso una riduzione dei costi di raccolta ed una migliore valorizzazione economica dei metalli rispetto alla tradizionale raccolta del metallo insieme al vetro.
Nonostante in diverse occasioni, anche pubbliche, il Consorzio abbia riconosciuto la validità del sistema messo in pratica sul territorio torinese, non ha mai di fatto incentivato il suo sviluppo, permettendo di replicarlo su altri territori, ma incomprensibilmente ha ostacolato questo percorso, inserendosi di prepotenza in un rapporto privatistico tra piattaforma e convenzionato, disincentivando negli anni la raccolta multi-materiale, che a prescindere dall’eccellenza territoriale risulta la meno costosa e più efficace per i Comuni.
4- La Provincia di Torino ha promosso la sottoscrizione di due protocolli d’intesa con Consorzi di Bacino, Aziende pubbliche di Gestione e la piattaforma di selezione per la gestione della frazione di rifiuti di imballaggio in plastica provenienti dalla raccolta differenziata: DGP 583-564357/2007 sottoscritto il 7/6/2007 (Provincia di Torino, ATO-R, IPLA, DEMAP, Consorzi di Bacino COVAR14 e CCS, Aziende ACSEL, SCS) e DGP 683-48593/2009 sottoscritto il 12/1/2010 (Regione Piemonte, Provincia di Torino, ATO-R, DEMAP, Consorzi di
Bacino COVAR14 e CCS, Aziende ACEA, ACSEL, ASA, CIDIU, SCS).
7- Almeno in riferimento alla realtà torinese questa scelta è sembrata davvero incomprensibile; pare quasi che l’obiettivo di COREPLA non sia raccogliere la maggior quantità di plastica ad un costo ragionevole, avviandola ad un effettivo recupero di materia, ma di intervenire sulla scelta dei modelli di raccolta differenziata adottati dai comuni.
Per raggiungere elevati quantitativi di raccolta COREPLA ha esteso la raccolta della plastica a frazioni non effettivamente recuperabili per cui alla crescita della quantità non è corrisposto un analogo risultato in termini di recupero di materia: si è passati dalla raccolta dei soli contenitori per liquidi (acqua, bibite, flaconi, …) ad altre categorie di imballaggi plastici (sacchetti, vaschette, reggette, contenitori vari, ….), fino alla recente introduzione di piatti e bicchieri monouso in plastica e degli imballaggi in bioplastica.
Il progressivo aumento delle tipologie di imballaggi conferibili nella raccolta della plastica ha prodotto una notevole confusione che è spesso causa della scarsa qualità della raccolta (per buona parte la frazione estranea rinvenuta nella raccolta è costituita da oggetti in plastica non riconosciuti dal CONAI).
La metà della raccolta, costituita da imballaggi misti (vaschette, reggette, film di piccole dimensioni, piatti e posate, ecc.), a seguito della selezione viene avviata non a riciclo, bensì all’incenerimento; tale scelta è difficilmente condivisibile sia dal punto di vista economico che da quello ambientale.
Oggi in Provincia di Torino la frazione estranea media è pari al 20-25%; del materiale conferito a COREPLA e solo il 50% è destinato a effettivo riciclo; il restante 50% è rappresentato dalla frazione estranea e da imballaggi non valorizzabili che sono inviati al recupero energetico, in impianti fuori provincia. Quindi solo la metà della plastica raccolta in modo differenziato viene effettivamente avviata al recupero di materia.
Per contro, nella filiera della plastica continua l’anacronistica distinzione fra imballaggio e manufatto: la riciclabilità (e di conseguenza quello che dovrebbe essere chiesto ai cittadini di raccogliere) non dipende e non deve dipendere (come invece accade oggi, ma fortunatamente non per tutte le filiere) dalla funzione che l’oggetto ha svolto prima di diventare rifiuto ma dal materiale di cui è composto. Mentre mandiamo a smaltimento molti rifiuti che avrebbero già oggi una filiera di riciclo (ad esempio manufatti in PE, PP o PET), molto di quanto chiediamo ai cittadini di raccogliere in modo differenziato diventa Frazione Estranea (F.E.), costituisce un extra-costo per i comuni e viene avviato dai consorzi di filiera (soprattutto COREPLA) a recupero energetico.
SOMMARIO
1. IL RECUPERO DI IMBALLAGGI E IL SISTEMA CONAI
1.1 LA SITUAZIONE IN ITALIA
1.2 LA SITUAZIONE IN PROVINCIA DI TORINO
2. COREPLA ED IL RICICLO DELLA PLASTICA IN ITALIA ED IN PROVINCIA DI TORINO
3. PERCHÉ OCCORRE RIVEDERE RADICALMENTE L’ACCORDO ANCI – CONAI
3.1 IL CONTRIBUTO AMBIENTALE CONAI (CAC), IL PIÙ BASSO D’EUROPA, È INSUFFICIENTE PER SOSTENERE LA FILIERA DEL RECUPERO DI MATERIA
3.2 PER RIDURRE IL COSTO DELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA BISOGNA AUMENTARE IL CORRISPETTIVO CONAI “EFFETTIVAMENTE RESTITUITO”
3.3 PERCHÉ BISOGNA RISCRIVERE GLI ALLEGATI TECNICI DELL’ACCORDO ANCI CONAI
3.4 ELEMENTI ESSENZIALI PER UN NUOVO ALLEGATO TECNICO COREPLA
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