Per “un mondo senza rifiuti” Coca Cola deve correre

Lo sconcerto e l’alto livello di preoccupazione causato dall’inquinamento da plastica nella pubblica opinione, un tema che mai prima degli anni 2017-2018 era stato coperto con regolarità dai media guadagnando le prime pagine, costringe i produttori di bevande a presentare misure più ambiziose.

Ecco che Coca Cola lancia il piano World Without Waste (WWW) che rappresenta un’estensione a livello globale del “Sustainability Action Plan for Western Europe”, presentato alla fine dell’anno scorso che ricalca gli impegni presi dalla Coca Cola nell’ambito dell’adesione al Global Commitment nel 2018 della Ellen McArthur Foundation (EMF) .

Per quanto riguarda l’obiettivo tutto sommato più semplice di portare al 25% la percentuale di contenuto riciclato delle bottiglie in PET entro il 2025 (rispetto al 50% del programma WWW) la strada rimane ardua. Nel rapporto del 2021 di monitoraggio sull’avanzamento degli impegni da parte degli oltre 500 tra aziende, governi e organizzazioni del Global Commitment si legge che la multinazionale è passata dal 9% di contenuto riciclato del 2018 all’11,5% del 2020. Arrivare al 25% entro il 2025 significa andare oltre ad un raddoppio in cinque anni. Un traguardo impossibile, a meno che la multinazionale non sciolga le riserve nei confronti dei sistemi cauzionali e contribuisca a farli diventare una realtà in tutti i paesi dove ancora mancano. Non solamente quindi, nei 35 mercati globali citati sul report che sono caratterizzati da una bassa disponibilità di PET post consumo.

La percentuale di riuso del packaging di Coca Cola è crollata dal 4% complessivo del 2019 all’1,7% del 2020, una tendenza al ribasso in linea con i risultati del settore delle bevande. Anche se i firmatari del Global Commitment (GC) non hanno fissato degli obiettivi di riuso, una maggiore quota di riuso significa raggiungere più facilmente l’obiettivo di raccolta riferito ai contenitori monouso tra bottiglie e lattine, e, indirettamente, una riduzione del consumo di materia vergine. A questo proposito la Coca Cola ha sottoscritto l’impegno a ridurre del 20% entro il 2025 la sua quota di utilizzo di plastica vergine calcolata in peso sulla base del consumo del 2019 (pari a 2.961 tonnellate) .

Va detto che la Pepsi Co – diretta concorrente di Coca Cola – essendosi impegnata nel poco ambizioso obiettivo del 5% di riduzione di polimero vergine ha più probabilità di raggiungere l’obiettivo. Tuttavia sul fronte del target di contenuto riciclato per le bottiglie in PET , con il suo attuale 5%, è molto più indietro della sua rivale (all’11,5%) rispetto al raggiungimento del target del 25% al 2025.

Per quanto riguarda invece l’obiettivo più sfidante del programma World Without Waste, di arrivare a raccogliere una quantità di imballaggi corrispondente all’immesso al consumo su base annuale, Coca Cola dovrebbe fare i salti mortali attivando tutte le possibili strategie a livello globale già accennate. In particolare dovrebbe aumentare la quota di bevande commercializzate in sistemi di vuoto a rendere con ricarica – soprattutto nei paesi privi di infrastrutture di raccolta e riciclo – e sostenere l’adozione di sistemi cauzionali e di infrastrutture per il riciclo e il riuso in tutti i suoi mercati. Nel Progression Report del GC si legge infatti che solamente circa il 60% del suo packaging viene raccolto per essere riciclato o ricaricato, e che per quanto riguarda le bottiglie in PET la percentuale scende sotto al 50%.

Coca Cola: perché 100 miliardi di bottiglie sono un problema

La Coca Cola vende più di 100 miliardi di bottiglie di plastica usa e getta ogni anno. A livello globale la multinazionale risulta essere il marchio più presente nei rifiuti da bevande dispersi nell’ambiente.

Un servizio del programma Panorama trasmesso dalla BBC nello scorso ottobreCoca-Cola’s 100 Billion Bottle Problem” ha indagato sullo stato dell’arte delle tre promesse fatte dalla multinazionale in occasione del lancio del suo ambizioso programma “World without waste” nel 2018.

Il servizio girato a Samoa nelle Filippine e in Uganda – due paesi che hanno gli stessi problemi di altri paesi privi di sistemi di raccolta e riciclo – si interroga se Coca Cola sia davvero sulla buona strada per mantenere gli impegni presi nel 2018. In particolare quelli che vanno oltre all’obiettivo di immettere al consumo entro al 2025 solamente imballaggi riciclabili, riusabili o compostabili.

Per quanto riguarda infatti gli obiettivi di raccogliere entro il 2030 una quantità di imballaggi per bevande equivalente all’immesso al consumo, e di produrre bottiglie in PET con un 50% di contenuto riciclato entro il 2025, la strada è ancora lunga.

Coca Cola immette al mercato ogni anno oltre 100 miliardi di bottiglie di plastica monouso a livello globale contribuendo ad aumentare la quantità di rifiuti plastici che si riversa nei mari e oceani quando le vendite avvengono in quei paesi privi di qualsiasi sistema di raccolta e gestione dei rifiuti.

Il documentario ripercorre la storia degli ultimi decenni che ha visto la Coca Cola e i suoi competitors, a partire da oltre mezzo secolo fa, dismettere gradualmente i sistemi di deposito cauzionale a favore dei più comodi e lucrativi sistemi basati su contenitori usa e getta; una scelta che ha permesso all’industria delle bevande di liberarsi dei costi connessi al sistema basato sulla ricarica delle bottiglie riutilizzabili.
Dalle bottiglie in vetro che Coca Cola commercializzava negli anni cinquanta applicando una cauzione di 2 cent si è passati così alle bottiglie in plastica e lattine monouso, con una conseguente esternalizzazione dei costi a discapito delle municipalità che hanno assistito ed un’esplosione del fenomeno del littering e dell’ambiente.
Il declino dei sistemi cauzionali di vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili è proseguito, decade dopo decade, dagli anni settanta ai giorni nostri. Da stime elaborate sui dati ricavabili dal dashboard alla base dello studio What we waste della piattaforma Reloop emerge che a livello europeo, solamente la Germania ha conservato una quota interessante di riuso vicina al 50% dell’immesso al consumo. La Germania, con i suoi oltre 83 milioni di abitanti rappresenta il più grande mercato al mondo di utenti serviti da un sistema cauzionale (dal 2003) che include sia le bevande commercializzate in bottiglie ricaricabili (in vetro e PET) che quelle commercializzate in imballaggi monouso in plastica, vetro e lattina.

Quanti imballaggi per bevande vende Coca Cola ogni anno

Dal servizio di Panorama emerge che ogni anno vengono vendute 470 miliardi di bevande in bottiglie di plastica, di cui un quarto è ascrivibile alla multinazionale.

La Coca Cola con il suo centinaio di marchi commerciali e 55 diverse marche di acqua in bottiglia, immette globalmente al consumo 3.500 bottiglie al secondo, che fanno 210.000 al minuto e che, commercialmente parlando, le garantiscono un profitto di circa 20 miliardi annui.

Da stime compiute da Panorama sulla base di dati resi noti da Coca Cola risulta che la metà delle bottiglie immesse al consumo, ovvero 156 miliardi di pezzi, sfuggono al riciclo a livello globale finendo in discarica, bruciate oppure disperse nell’ambiente. Una stima che la stessa multinazionale conferma, come vedremo più avanti.

Cartoni per bevande, come si riciclano in Italia

Come e dove vengono riciclati i cartoni per bevande in Italia? Quanti se ne riciclano? In quali impianti? Viaggio nel (difficile) riciclo dei cartoni per bevande

Silvia Ricci pubblicato precendentemente su Economiacircolare.com

Dal 2003 i cartoni per bevande in poliaccoppiato, in seguito a un protocollo di intesa tra Comieco e Tetra Pak, possono essere raccolti attraverso tre modalità:  a) congiuntamente con la raccolta differenziata della cartasenza una separazione a valle; b) congiuntamente con la carta con separazione a valle in piattaforma individuata da Comieco (che riceve un contributo economico calcolato in base alla presenza in percentuale dei brick nel flusso carta e cartone) per un invio dei cartoni per bevande verso le cartiere disponibili al riciclo del poliaccoppiato; c) congiuntamente al multimateriale (in genere con plastica e lattine) come avviene soprattutto in Toscana e nel Trentino, con un passaggio nel centro di selezione e la consegna presso le cartiere specializzate nel riciclo d questi cartoni.

Solo due cartiere in Italia specializzate per il riciclo dei brick

In quasi tutti i casi dopo essere stati raccolti (ed eventualmente selezionati), i cartoni per bevande vengono pressati in balle e spediti alle cartiere. In Italia abbiamo solamente due cartiere specializzate: la Cartiera Saci di Verona e Lucart, ex cartiera Lucchese parte di Lucart Group. Sull’attività della prima si trovano poche informazioni. Dall’intervento del proprietario della cartiera Saci e presidente di Assocarta (Associazione dei cartai italiani) di Verona,  Lorenzo Poli, ad un convegno del marzo 2019 si apprende che, oltre alla fibra, viene recuperata la plastica ma non la frazione di alluminio che, a seconda della tipologia di brick, rappresenta circa il 4% del peso totale.  “Da molti anni abbiamo investito per riciclare i cartoni per bevande e negli ultimi anni abbiamo anche sviluppato un impianto che consente, in aggiunta al riutilizzo della fibra contenuta, di pulire e preparare la plastica residua per essere riciclata da attori idonei”. La Lucart recupera, nel suo stabilimento di Borgo a Mozzano (LU), tutte le tre componenti dei cartoni per bevande. Lo stabilimento, unico in Italia, produce carta a marchio Fiberpack® al 100% derivante, appunto, dal recupero delle fibre di cellulosa presenti nei cartoni per bevande tipo Tetra Pak® . La componente di polietilene e alluminio recuperata si trasforma invece in un granulo di materiale omogeneo commercializzato a marchio Al.Pe.® che viene impiegato per la fabbricazione di manufatti vari per diversi settori: edilizia, arredo urbano, casalinghi, trasporto merci come nel caso dei pallet, contenitori vari come nel caso dei dispenser prodotti dal gruppo per la distribuzione di prodotti monouso per l’igiene.

Incertezza sui dati

Quante siano precisamente le quantità di cartoni per bevande immessi al consumo nel nostro paese è un dato disponibile nei rapporti pubblicati da Comieco solitamente consultati dagli addetti ai lavori. Nel Programma Specifico di Prevenzione Conai 2020, che riprendiamo più avanti, si evince che potrebbero essere 81.180 tonnellate/anno. Un numero che, secondo addetti del settore sentiti da Economiacircolare.com, potrebbe essere però più vicino alle 100.000 ton, dato che in parte viene confermato dalla rivista Italia Imballaggio, che nel numero di ottobre pubblica una tabella in cui risultano pari a 139.000 le tonnellate immesse al consumo nel 2019.

Un dato determinante per valutare l’impatto dei cartoni per liquidi (CPL in gergo) – e degli imballaggi in poliaccoppiato in genere – sul riciclo è quello riferito alla loro presenza in percentuale nella raccolta differenziata della carta e cartone.

Non è noto quanti cartoni per liquidi si trovino nelle oltre 2,4 milioni di tonnellate di carta provenienti dalla raccolta differenziata dei Comuni che vengono inviate a riciclo dal Comieco presso una delle 55 cartiere che usano carta da macero. Gli ultimi dati reperibili in rete, riferiti a oltre 10 anni fa, stimavano in circa l’1,8% la quantità dei brick nel flusso di carta e cartone. La percentuale riferita ai cartoni contenenti bevande – come vedremo più avanti – viene stimata da Comieco pari allo 0,72% nel 2021 e allo 0,88% nel 2022. (Aggiornamento al 2023 a fine articolo).

Nel pulper carta e brick non vanno d’accordo

La letteratura del settore considera opportuno non superare la soglia di tolleranza del 3-4% come presenza dei brick nel riciclo congiunto con la carta. Il motivo si trova in un’intervista del vice direttore generale di ComiecoRoberto Di Molfetta, a Italia Imballaggio risalente al periodo precedente al citato accordo tra Comieco e Tetra Pak del 2003: “In linea di principio non conviene riciclare i cartoni poliaccoppiati insieme a carta e a cartone provenienti da raccolta differenziata, a causa delle diverse caratteristiche di tali materiali in fase di riciclo”. Di Molfetta scende poi nel dettaglio: “Nel pulper, infatti, devono essere conferiti materiali omogenei, che richiedono tempi analoghi di lavorazione. In particolare, se il macero impiega pochi minuti a disfarsi nel pulper, per poi essere avviato a fasi di lavorazione successive, questo non avviene ai cartoni di poliaccoppiato, che rimangono praticamente integri, giacciono sul fondo e devono essere smaltiti come scarti (con un peso doppio rispetto a quello originario, a causa dell’assorbimento di acqua). Dato che lo strato di carta interno del poliaccoppiato è rivestito da film di polietilene, per questa tipologia di imballaggi sono necessari almeno 30-45 minuti per trasformare la carta in polpa”. Tempo che non va d’accordo con i tempi ordinari richiesti dalla carta mista (carta e cartoncino da imballaggio, cartoni e carta grafica, oltre che poliaccoppiati di vario): “Quest’ultima dopo una permanenza superiore ai cinque minuti si degraderebbe eccessivamente. In pratica, una lavorazione nel pulper che abbia una durata superiore di dieci volte rispetto al necessario, provocherebbe la disintegrazione quasi completa delle fibre, a tutto detrimento delle proprietà fisiche del prodotto finale ottenuto da tale miscela”. (Cicigoi, Rivista Italia Imballaggio, 2001).

Uno contro uno e mezzo

Come spiegava il referente di una cartiera del bolognese in un’intervista ad Altraeconomia di qualche tempo, fa la parte cellulosica dei cartoni in poliaccoppiato viene separata (in gergo delaminata) dalle frazioni in alluminio e polietilene grazie alla semplice azione centrifuga di un pulper ad alta densità, un “enorme frullatore” che miscela il materiale con acqua; generalmente senza aggiunta di alcun tipo di additivo chimico ma tramite l’azione meccanica dell’acqua e di una pala rotante che lo spappola.

Secondo stime dell’azienda, per ogni unità di peso di poliaccoppiato che entra nel pulper, se ne forma una e mezza di scarto a causa dell’assorbimento dell’acqua. Infatti, alla parte di fibre cellulosiche che non si spappolano (circa il 35%), si aggiungono la plastica e l’alluminio, che non si smembrano nel pulper. Tutto questo materiale, infine, raddoppia il proprio peso, a causa dell’acqua che trattiene. Se da una parte un impiego di componenti chimici potrebbe accelerare il processo di delaminazione – che non è necessario per gli altri tipi di macero – potrebbero verificarsi ripercussioni sul processo di depurazione causate da un maggiore inquinamento delle acque di lavorazione.

Altra criticità da gestire è quella del maggior consumo di energia ed acqua richiesti dai tempi di permanenza più lunghi del materiale all’interno del pulper.

L’acqua in brick invade il mercato. Ma è davvero meglio della plastica?

Dai vagoni dell’alta velocità alle apparizioni durante alcuni eventi sportivi, fino a Ecomondo 2021: capita sempre più spesso di vedere le bottigliette di plastica da mezzo litro sostituite con i brick. Proviamo a capire quanto sono effettivamente riciclati e quanto sono sostenibili.

Silvia Ricci pubblicato su Economiacircolare.com

Dai vagoni dell’alta velocità alle apparizioni durante alcuni eventi sportivi, fino allo sbarco in pompa magna a Ecomondo 2021. Un mese fa, alla fiera di Rimini, l’azienda modenese Acquainbrick Srl ha “colonizzato” l’evento dedicato alla tecnologia green sostituendo in tutti gli spazi di ristoro le bottigliette di plastica da mezzo litro con il suo brick della stessa capienza, acquistabile al costo di due euro al pezzo. All’insegna del motto “Less plastic more life”, i contenitori azzurri hanno scalzato perfino il punto di erogazione d’acqua fresca presente nell’edizione 2019, mentre alle casse dei punti ristoro un cartello spiegava che i brick contenenti acqua di rubinetto “microfiltrata ad osmosi inversa” supportano la transizione ecologica.

L’acqua “personalizzata” riduce davvero l’impatto?

L’idea alla base del progetto commerciale di Acquainbrick, come ha raccontato durante un recente intervento a Tutto Food l’amministratore delegato Cristiano Creati, è quella di ridurre l’impatto ambientale dei gadget. L’azienda, entrata a far parte del gruppo LY Company, primo produttore al mondo di acqua in cartone, si pone l’obiettivo “di sostituire sempre di più le classiche bottigliette in plastica fossile con altrettanti contenitori di cartone offrendo alle aziende la possibilità di brandizzare un brick e avere un’acqua personalizzata”. “Oggi possiamo dire di essere il quarto polo produttivo di acqua in cartone in Italia, il primo con una produzione etica e coerente con la nostra mission: solo carta, no plastica e vetro nelle nostre linee di imbottigliamento” ha precisato in un’intervista l’AD Creati.

Ma è proprio così sostenibile questa opzione? Basta davvero sostituire un materiale con un altro per poter parlare di transizione ecologica?

Tutto riciclabile… ma è sufficiente?

Vediamo innanzitutto di cosa sono fatti questi contenitori. Si tratta di un poliaccoppiato, vale a dire un materiale a più strati: polietilene vegetale (HDPE 2 – 76% Plant-Based, si legge nella scheda tecnica), strato adesivo impermeabile, carta da foreste certificate e alluminio che protegge il liquido da luce, ossigeno e odori. Per chiuderlo, un tappo di plastica vegetale certificata. Sul proprio sito, l’azienda che propone bevande in imballaggi “on the go” (pensati cioè per essere utilizzati fuori di casa) racconta che “il contenitore di cartone è composto da oltre il 70% di materia prima di origine vegetale (72% per il volume 330ml, 76% per quello da 500ml) ed è completamente riciclabile”. Quello che l’azienda sa ma non è tenuta a comunicare, però, è che una volta raccolto separatamente – ammesso che ci si riesca, trattandosi di un prodotto che si usa mentre ci si sposta – difficilmente questo tipo di confezione sarà davvero riciclata, perché sono pochi nel nostro Paese gli impianti che lo fanno. Il riciclo di questi imballaggi, infatti, rappresenta una sfida per le cartiere convenzionali, come spieghiamo qui.

Al momento non risultano studi che attestino in modo inequivocabile che l’acqua in brick si possa considerare un’opzione “migliore” della bottiglia di plastica che si propone di sostituire. E seppure non volessimo considerare la necessità di ridurre il ricorso all’acqua imbottigliata in favore di quella “del sindaco”, resta il fatto che le bottiglie in PET, al contrario dei contenitori in poliaccoppiato, sono facilmente riciclabili e per giunta si possono ormai realizzare con plastica riciclata e percentuali minime di polimero vergine.

Leggi anche: Quanto si riciclano i cartoni per bevande in Europa?

Le aspettative di crescita degli obiettivi di riciclo

A questa si aggiunge un’altra considerazione: l’attuale tasso di raccolta differenziata di bottiglie in PET, che si attesta al 58%, è destinato ad aumentare sensibilmente nei prossimi anni. Gli obiettivi di raccolta imposti dalla direttiva SUP – il 77% entro il 2025 e al 2030 il 90% dell’immesso al consumo – e i target di contenuto riciclato obbligatorio per le bottiglie, spingeranno anche l’Italia ad adottare sistemi cauzionali, il cosiddetto Deposit Return System (DRS).

Lo stesso scenario è difficile da ipotizzare invece per la raccolta e il riciclo dei cartoni per bevande: come riporta nel suo ultimo Rapporto di sostenibilità (riferito al 2020) Tetra Pak – la cui produzione di cartoni in poliaccoppiato per bevande e alimenti rappresenta l’80% del mercato globale – solamente il 27% dei 183 miliardi di pezzi immessi al consumo a livello mondiale nel 2020 è stato riciclato. Ora il nuovo obiettivo del maggior fornitore di imballaggi per alimenti al mondo è arrivare in Europa al 70% di riciclo entro il 2025, e al 90% entro il 2030. Va registrato però che i precedenti obiettivi di riciclo non sono stati raggiunti, incluso l’auspicato raddoppio del tasso di riciclo globale, che avrebbe dovuto arrivare al 40% già nel 2020. Ammettiamo pure che si arrivi in Italia a riciclarne il 40% restano pur sempre sei cartoni su dieci 10 quelli che finiscono sprecati.

La risorsa carta, anche a seguito della sostituzione di imballaggi polimerici con opzioni a base cellulosica a parità di consumo – e all’esplosione del commercio online – sta già presentando il conto, come si può leggere in questo report di FERN : Unwrapping a disaster : the human cost of overpackaging.

L’industria della cellulosa e della carta, ricostruisce FERN, è uno dei maggiori inquinatori al mondo. Parliamo di circa tre miliardi di alberi che vengono abbattuti ogni anno per soddisfare la domanda di imballaggi, senza contare l’utilizzo massivo di acqua dolce necessario alla produzione e il consumo di energia richiesto, pari al 4% dell’energia globale usate sul pianeta. (ndr. aggiornamento 26 aprile 2023).

Il report parla di un lavoro durato “molti anni per sviluppare la raccolta e le infrastrutture per il riciclaggio costruendo partenariati efficaci a livello locale e regionale e un investimento complessivo pari a 23 milioni di euro (2012-2019) che ha contribuito a far crescere il numero degli impianti che riciclano i cartoni per bevande dai 40 del 2002 agli oltre 170 di oggi”. Ad oggi, però, i risultati parlano di un incremento di 3 punti percentuali in 5 anni.

Quanto si riciclano i cartoni per bevande in Europa?

Molto validi sotto tanti punti di vista, meno da quello del riciclo: i cartoni per bevande (in genere composti per il 75% di cartone, 21% di plastica o bioplastica e 4% di alluminio) sono difficili da riciclare. In Europa sono in grado di farlo solo 20 cartiere, in Italia due.

Di Silvia Ricci pubblicato precedentemente da EconomiaCorcolare.com

I cartoni per bevande sono imballaggi molto performanti sotto vari aspetti, oltre che leggeri, resistenti e facili da trasportare grazie al materiale multistrato composto da circa il 75% di cartone il 21% di plastica (o bioplastica) e il 4% di alluminio.

Questi strati di diversi materiali difficilmente separabili tra loro rendono complicato un loro riciclo nelle cartiere convenzionali non specializzate nel riciclo di questi imballaggi. Sono pochi gli impianti al mondo in grado di riciclarli efficacemente e in grado di recuperare e valorizzare tutte le tre componenti: 170 di cui 20 in Europa e due in Italia.

Le criticità

Il recente studio “Recycling of multilayer composite packaging: the beverage carton” commissionato da Zero Waste Europe a Eunomia ha messo in luce le diverse criticità che andrebbero affrontate qualora si volesse garantire ai cartoni per bevande lo stesso tasso di riciclo della carta. I quattro Paesi esaminati nello studio (Germania, Inghilterra. Svezia e Spagna) hanno sistemi di raccolta dalle diverse performance che sono rappresentativi dello stato dell’arte del riciclo dei cartoni per bevande in Europa.

La Germania ha tre impianti di riciclo specializzati nel riciclo dei brick che forniscono una copertura nazionale, il Regno Unito e la Svezia ne hanno uno e per la Spagna non è stato possibile trovare questa informazione. La capacità annua dello stabilimento britannico è di 25.000 tonnellate a fronte di un immesso al mercato di 60.000 tonnellate di brick per bevande e di una raccolta che ha intercettato solamente il 48% dell’immesso al consumo. In Germania secondo i dati forniti (2017) dall’agenzia per l’ambiente Umweltbundesamt (UBA) le tonnellate immesse sul mercato sono state pari a 176.100 a fronte di una intercettazione dell’87,4% nel 2020 .

Nei Paesi analizzati, nonostante siano attivi in qualche misura sistemi di raccolta “dedicati” ai brick, questi vengono per lo più raccolti insieme alla carta e cartone e inviati quindi anche a cartiere non attrezzate, che hanno processi di riciclo troppo brevi: si tratta di processi di ammollo e spappolamento che durano dai 2 ai 4 minuti, mentre per separare gli strati che formano i cartoni per bevande ne servirebbero almeno 20. La penuria di cartiere specializzate combinata alla loro insufficiente copertura geografica e alle perdite di processo rappresentano uno dei fattori che incidono negativamente sul tasso di riciclaggio dei cartoni in ciascun Paese.

L’impianto tedesco

La frazione di polimero e alluminio che attualmente nei Paesi studiati non viene riciclata, viene   solitamente  inviata ad incenerimento. In Germania, l’unico Paese che ha un obiettivo nazionale di riciclo per i cartoni di bevande stabilito dall’agenzia per l’ambiente Umweltbundesamt (UBA) si comincerà a valorizzare almeno una parte di questa frazione.  Con l’apertura del nuovo impianto di riciclo Palurec, infatti, come riporta un media specializzato, i produttori di cartoni per bevande sono “ora in grado di trasformare oltre il 50% dei componenti in plastica e alluminio dei cartoni per bevande in Germania in materie prime secondarie commerciabili per un’ampia gamma di applicazioni industriali. Finora, questa miscela plastica-alluminio è stata utilizzata nell’industria del cemento come combustibile secondario a basse emissioni”.

L’Italia ha bisogno di un sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi monouso per bevande

Al fine di accelerare la transizione verso un’economia circolare e facilitare il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo, l’Associazione nazionale Comuni Virtuosi insieme a: A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace, Kyoto Club, LAV, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Marevivo, Pro Natura, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, WWF e Zero Waste Italy, chiede l’introduzione di un efficiente sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi per bevande monouso in Italia.

Come sta avvenendo in molti Paesi europei, dal luglio scorso anche in Italia viene discussa l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi monouso per bevande (in plastica, alluminio e vetro). Il dibattito nasce dall’esigenza di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei imposti dal pacchetto economia circolare ed in particolare dalla direttiva sulla plastica monouso – SUP, con lo scopo di ridurre la dispersione delle plastiche nell’ambiente e gli effetti dannosi correlati che colpiscono la biodiversità.
La direttiva SUP impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 (con un obiettivo di raccolta intermedio del 77% entro il 2025) e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie in plastica per bevande).

Questi obiettivi sono raggiungibili unicamente attraverso l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale, unico modello di raccolta selettiva al mondo capace di raggiungere tassi di intercettazione e riciclo così elevati con benefici ambientali ed economici.
Per questo motivo un fronte di quindici Organizzazioni no profit nazionali che condividono l’obiettivo di preservare la natura, combattere la dispersione dei rifiuti nell’ambiente e favorire la transizione ecologica si è unito per rivolgere un appello al Governo ed alle istituzioni, all’industria e alla società civile per accelerare un processo decisionale che porti anche in Italia all’introduzione di un sistema cauzionale efficace ed efficiente.

Un fronte trasversale ai portatori di interesse si è già espresso a livello europeo a favore dei sistemi cauzionali. Organizzazioni come Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe (ZWE) hanno recentemente sollecitato l’Unione europea a riconoscere il ruolo chiave dei sistemi di deposito cauzionale nel facilitare la transizione verso un’economia circolare, richiedendo di inserire nella revisione della direttiva UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio delle linee guida che contengano i “requisiti minimi” per lo sviluppo di sistemi di deposito cauzionali efficaci.

​ Come funziona un sistema di deposito cauzionale (deposit return systems – DRS)
​ L’interesse nei confronti di tali sistemi è cresciuto enormemente negli ultimi anni anche a livello globale: attualmente 291 milioni di persone al mondo hanno accesso a sistemi di deposito per il riciclo, e questo numero aumenterà di altri 207 milioni entro la fine del 2023.
Il sistema di deposito massimizza la raccolta selettiva degli imballaggi per bevande incentivando la partecipazione dei consumatori attraverso il pagamento di una cauzione che viene aggiunta al prezzo di vendita del prodotto (in Europa solitamente tra i 10 ed i 25 centesimi di euro), la quale viene restituita nella sua totalità al momento del conferimento dell’imballaggio vuoto da parte del consumatore.

I sistemi DRS sono attivi in dieci Paesi europei (Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Islanda, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) e raggiungono tassi di intercettazione e riciclo che superano il 90%. Ulteriori tredici Paesi si stanno accingendo ad introdurre il deposito nei prossimi quattro anni.(1)

Perché l’Italia ha bisogno di un sistema di deposito cauzionale

Con i suoi quasi ottomila chilometri di coste l’Italia è, dopo l’Egitto e prima della Turchia, il maggior responsabile di sversamento di rifiuti plastici nel Mediterraneo.(3)

Un sistema di deposito cauzionale sugli imballaggi per bevande permetterebbe al paese di ridurre sensibilmente l’inquinamento ambientale, di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo prima citati, e di favorire il perseguimento di obiettivi di riuso per una reale transizione verso un’economia più circolare.
Secondo un recente studio di Reloop Platform, in Italia oltre 7 miliardi di contenitori per bevande sfuggono al riciclo ogni anno, uno spreco che potrebbe essere ridotto del 75-80% attraverso l’introduzione di un sistema di deposito efficiente. Inoltre, l’attuale sistema di raccolta differenziata del PET permette un’intercettazione solo del 58%, ben lontano dall’obiettivo del 90% imposto dalla direttiva SUP.


Nel decreto Semplificazioni del luglio 2021 è stato inserito uno specifico emendamento che apre all’introduzione di un sistema di deposito anche in Italia. Il Ministero della transizione ecologica in collaborazione con il Ministero dello sviluppo economico si trovano adesso a dover redigere i decreti attuativi per l’introduzione di tal sistema.
Auspichiamo dunque che i ministeri competenti nel definire le caratteristiche di un sistema di deposito nazionale vogliano ispirarsi alle esperienze europee di maggiore successo che vedono sistemi cauzionali di portata nazionale, obbligatori per i produttori di bevande e che coprono tutte le tipologie di bevande nelle diverse dimensioni commercializzate in bottiglie di plastica, vetro e lattine. Trattasi di sistemi cauzionale regolati e gestiti da un ente no profit formato e finanziato dai produttori di bevande che opera in modo da raggiungere gli ambiziosi obiettivi di raccolta e riciclo stabiliti dal Governo organizzando un modello di raccolta conveniente e facilmente accessibile dai consumatori in cui l’importo della cauzione è un elemento chiave per raggiungere e mantenere tali obiettivi.

Silvia Ricci Referente Rifiuti ed Economia Circolare dell’ACV dichiara:  “L’associazione Comuni Virtuosi è da tempo convinta che i sistemi cauzionali siano una necessità ineludibile e una opportunità per porre fine allo spreco di sette miliardi di contenitori di bevande che sfuggono ogni anno al riciclo nel nostro paese. Materiali preziosi che invece di alimentare come materie prime seconde nuovi cicli economici e diventare nuovi contenitori, finiscono abbandonati per strada, dispersi nell’ambiente ad alimentare la zuppa di plastica che è diventato il nostro Mediterraneo. Che si ponga urgentemente fine a questo spreco conviene a tutti : ne guadagna il decoro delle città , i cittadini che pagano i costi della rimozione del littering con le bollette dei rifiuti, ne guadagna l’occupazione verde che deriva dall’aumento dei volumi da inviare al riciclo e al riuso, invece che a smaltimento, con una maggiore produzione di emissioni ed inquinamento evitabile.”

Enzo Favoino, ricercatore della Scuola Agraria del parco di Monza e Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe e coautore della scheda tecnica di accompagnamento all’Appello, dichiara: “l’Italia e l’Europa negli ultimi lustri hanno fatto passi importanti nella crescita quantitativa della raccolta differenziata, del riciclo e del compostaggio. Tuttavia, l’agenda sulla Economia Circolare impone ora un cambio di passo, mettendo al centro la determinante fondamentale del miglioramento della qualità dei materiali differenziati e dello stimolo al riuso; il tutto, diminuendo la dispersione di materiali monouso nell’ambiente, una crisi globale deflagrata nella agenda mondiale negli ultimi anni e su cui tanto ci siamo impegnati a livello di studi di settore e di promozione di pratiche efficaci . Tutti obiettivi che possono trovare uno strumento fondamentale nel deposito cauzionale, definito secondo i criteri che ne hanno già mostrato l’efficacia in altri Paesi UE”

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I vantaggi dei sistemi di deposito in breve (11 punti) >>>

Raccolta differenziata e DRS: convivenza possibile anche in Italia

Un sistema di deposito cauzionale per bevande non è alternativo ad un sistema di raccolta domiciliare per imballaggi. Al contrario i due sistemi si integrano e completano a vicenda con vantaggi ambientali ed economici per tutti i soggetti coinvolti: Comuni, cittadini, rivenditori e produttori di bevande, aziende del riciclo e della green economy.

Nel precedente post ho raccontato perché l’emendamento approvato nel Decreto Semplificazioni si propone di aprire la strada all’introduzione di un sistema di deposito cauzionale ( Deposit Return System) per i contenitori monouso di bevande, e perché le preoccupazioni espresse dalla GDO e Federdistribuzione siano “ingiustificate” guardando a cosa succede nei paesi membri dove i DRS sono già stati implementati.

Guardando ai sistemi di deposito già in vigore in altri Paesi non è più necessario inventarsi nulla perché dall’esperienza e dai risultati ottenuti dagli oltre dieci sistemi di deposito in vigore prevalentemente nel nord Europa è possibile ricavare quali sono gli elementi chiave di cui tenere conto nel disegnare un sistema di deposito moderno e adatto alla nostra realtà. I Paesi che hanno fatto scuola sono gli scandinavi Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca e Islanda che hanno sistemi di deposito consolidati da decenni. Senza dimenticare anche l’esempio della Germania che è il paese con il numero più alto di utenti: 83 milioni. Oppure la Lituania, Paese dove è entrato in vigore un DRS nel 2016, che ha dimostrato come anche un paese con un’intercettazione piuttosto modesta per gli imballaggi di bevande ( ad esempio prima del 2016 si raccoglieva solo il 34% delle bottiglie in PET) possa balzare in meno di due anni ad un 91,9% di intercettazione media per i contenitori di bevande soggetti al sistema.

Aggiornamento 2022: si aggiungono ai paesi europei con un Sistema Cauzionale la Lettonia e la Slovacchia.

GLI ELEMENTI CHIAVE DI UN DRS EFFICACE

Un DRS moderno e capace di raggiungere alti di livelli di raccolta e di riciclo deve avere : 1)una portata nazionale, 2) un valore del deposito sufficientemente alto da incentivare la restituzione da parte dei consumatori, 3) coprire tutte le tipologie di contenitori di bevande (dal vetro, alla plastica, alle lattine), 4) ed infine essere facilmente accessibile e adottabile dagli utenti (sistema di conferimento “return-to-retail”).
Il modello di conferimento del riscatto della cauzione che si è dimostrato efficace e più apprezzato nei sondaggi dei paesi che hanno scelto questo modello è quello del ritorno al rivenditore (return-to-retail) che consente ai consumatori di non cambiare le proprie abitudini di acquisto. Peraltro il più diffuso in Europa. Infine per quanto riguarda la Governance il modello più adottato in Europa è quello Centralizzato che viene considerato il più trasparente ed equo per tutti gli attori coinvolti. In questi modelli, il flusso di materiale, denaro e dati è controllato da un’organizzazione centralizzata senza scopo di lucro (no profit) di comproprietà dei produttori di bevande e della distribuzione organizzata. L’industria delle bevande finanzia e gestisce il sistema nell’ambito della responsabilità estesa del produttore (principio EPR) al fine di raggiungere gli obiettivi di raccolta selettiva imposti per legge al minor costo possibile.

COME FUNZIONA E SI FINANZIA UN DRS

Sono i produttori di bevande a finanziare il sistema attraverso un contributo EPR (Extended producer responsibility) versata per ogni contenitori immessi al consumo. Altre entrate dell’operatore di sistema derivano dalla vendita degli imballaggi venduti ai riciclatori e dal 10% dei depositi non riscattati. Venendo alle caratteristiche dell’operatore di sistema il modello prevalente in Europa è quello centralizzato in cui un ente no profit, costituito generalmente da produttori e distributori di bevande sovraintende a tutte le attività perseguendo gli obiettivi di raccolta decisi dalla legislazione che ne sancisce l’entrata in vigore. L’operatore di sistema deve poter garantire una gestione trasparente con processi di clearing dei dati e tecnologie di raccolta affidabili.

RACCOLTA DIFFERENZIATA E DRS CONVIVENZA POSSIBILE ?

Una credenza diffusa soprattutto tra gli Enti locali è quella che un sistema di deposito per gli imballaggi di bevande crei dei contraccolpi negativi al finanziamento della raccolta differenziata degli imballaggi.

Come prima osservazione va detto che sono le esperienze internazionali ad avere dimostrato che i sistemi di deposito cauzionale e i sistemi di raccolta differenziata (Rd) come il nostro (regolato dall’Accordo quadro Anci-Conai) sono complementari. Mentre il sistema Rd continua ad operare per tutti gli imballaggi, il DRS si focalizza su quelli per bevande monouso che sfuggono alla differenziata, senza creare costi aggiuntivi per Comuni e cittadini. Infatti, avere meno rifiuti da gestire per gli enti locali, sia nelle raccolte domiciliari che nei servizi di pulizia stradali (che includono lo svuotamento dei cestini) significa risparmi economici importanti. Condizione che permette loro di rivedere i contratti in essere con i loro gestori dei rifiuti. Da non dimenticare che un DRS riduce in modo importante la dispersione degli imballaggi nell’ambiente per la cui rimozione i Comuni spendono cifre importanti, a seconda della tipologia di intervento, non rimborsate dal Conai. Per i cittadini infine, un DRS significa avere meno imballaggi da gestire in casa e bollette dei rifiuti più leggere. Il recente rapporto What we waste della piattaforma Reloop ha quantificato in oltre 7 miliardi di unità gli imballaggi per bevande che sfuggono alla raccolta differenziata in Italia.

Un recente studio del laboratorio Ref ricerche ha quantificato in almeno 1 miliardo di euro il costo totale nazionale di gestione dei rifiuti da imballaggio a carico dei Comuni a fronte di 654 milioni di euro di corrispettivi ricevuti dal Conai nel 2020.

Nonostante questa evidenza la prima reazione degli enti locali nei confronti di un DRS è di chiusura, per la paura di perdere gli introiti che arrivano dalla vendita di imballaggi di valore recuperati con la raccolta differenziata. Un timore che però gli stessi Comuni, una volta realizzato come funziona un DRS ed i suoi vantaggi, riconoscono come ingiustificato. Principalmente perché i sistemi di raccolta domiciliari per gli imballaggi –che i Comuni finanziano in larga misura– hanno costi che generalmente superano di gran lunga quanto i Comuni incassano dai consorzi Conai in base ad un Accordo Quadro (Anci -Conai). Il contributo economico definito come “maggiore onere” che un Comune riceve dai consorzi per finanziare la raccolta differenziata degli imballaggi è basato infatti sul peso dei materiali conferiti alle piattaforme Conai, che può venire ulteriormente ridotto dalla presenza di frazione estranea in percentuale (ovvero quegli articoli conferiti che non sono imballaggi). Ad esempio la bacinella e lo spazzolino da denti nel sacco della plastica, oppure la stoviglia in ceramica o lo specchio conferito con gli imballaggi in vetro.

La tesi sulla perdita di imballaggi nobili e preziosi come valore post consumo è confutata dal fatto che i Comuni non vengono remunerati in base alle tipologie di imballaggi conferiti (bottiglie piuttosto che involucri vari, vasetti o vaschette). Prendendo il caso della plastica, le preziose bottiglie in Pet rappresentano una minuscola frazione percentuale degli imballaggi in plastica delle raccolte differenziate.

In conclusione avere meno quantità di imballaggi da gestire per i Comuni, non si riduce solamente all’avere meno costi, ma anche a liberare risorse ed energie che possono essere impiegate nel miglioramento della raccolta di altri flussi di imballaggi e non solo, penso, ad esempio, ai rifiuti da asporto e da commercio online. Ma anche in attività di prevenzione e promozione dei sistemi di riuso che nel nostro Paese stanno a zero, e che invece fornirebbero soluzioni “upstream”, ovvero a monte del problema rifiuti.

IL NUOVO ORIZZONTE DELL’ EPR CAMBIA LE CARTE IN TAVOLA

Tornando alla questione dei costi della raccolta differenziata degli imballaggi per i Comuni è evidente che, parallelamente alla scrittura dei decreti attuativi, si dovrà trovare un allineamento con l’attuale normativa ambientale e con il recepimento della direttiva Ue 852/2018 che rivoluzionerà lo scenario attuale.

Entro il gennaio del 2023 l’Italia (il termine per gli Stati membri era il 2024) dovrà istituire regimi di responsabilità estesa del produttore per tutti gli imballaggi conformi all’art.8 e all’art. 8bis della direttiva 2008/98/CE recepita nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 116/2020. Per l’Italia significa passare dal sistema attuale basato sulla “responsabilità condivisa” a una più propriamente “estesa”, ove i produttori sono chiamati a farsi carico dei costi della raccolta differenziata dei propri rifiuti, ai costi del loro trasporto e del trattamento, necessari al raggiungimento dei target di riciclo, alle ulteriori attività necessarie per garantire la raccolta e la comunicazione dei dati, e ad una congrua informazione ai consumatori.

E’ altamente ipotizzabile che quando i produttori di bevande dovranno coprire anche i costi derivanti dalla dispersione dei loro imballaggi nell’ambiente, come prevede la direttiva Sup, propenderanno per un sistema di deposito.

Anche se non è un’operazione facile comparare sistemi di gestione degli imballaggi diversi tra loro, un documento prodotto dalla piattaforma Reloop (che unisce produttori, distributori, riciclatori, istituzioni accademiche e varie associazioni non governative),intitolato Factsheet: Economic Savings for Municipalities, ha comparato 32 studi internazionali che hanno preso in esame i costi e i benefici seguiti all’adozione di un sistema cauzionale, rilevando che in tutti i casi si sono verificati risparmi consistenti per gli enti locali.

Se poi volessimo considerare anche l’aspetto ambientale dei DRS versus i sistemi di raccolta domiciliare, una delle obiezioni che capita di sentire è quella che i primi sarebbero maggiormente impattanti, è utile precisare che studi LCA hanno quantificato in un -28% le emissioni di CO2 di un DRS per bevande quando comparato ad un sistema di raccolta domiciliare».

Per informazioni aggiornate sui Sistemi Cauzionali visita il sito della nostra campagna “A Buon Rendere -molto più di un vuoto” e in particolare la pagina “I Sistemi di Deposito Cauzionali

Silvia Ricci

Europa: la marcia inarrestabile dei sistemi cauzionali per bevande

Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe : È ora di riconoscere il ruolo dei sistemi di deposito cauzionale (DRS) nel raggiungimento di un’economia circolare per gli imballaggi per bevande monouso nell’Unione europea

E’ stato diffuso oggi il comunicato congiunto (segue in formato integrale) in cui Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe chiedono all’Unione europea di facilitare la transizione dell’industria delle bevande verso la circolarità, sviluppando un quadro giuridico per la creazione di efficienti sistemi di deposito cauzionale (deposit refund systems – DRS) per gli imballaggi delle bevande.

Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe (ZWE) sollecitano l’Unione europea a riconoscere il ruolo dei sistemi di deposito cauzionale e a sostenere l’istituzione di requisiti minimi per tali sistemi nella revisione della direttiva UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio. Le organizzazioni ribadiscono inoltre il loro pieno impegno a collaborare con i responsabili politici e gli stakeholder locali nell’implementazione di un sistema di raccolta efficiente a livello industriale in tutta l’Unione europea.

Accelerare la transizione verso un’economia circolare, come stabilito dal piano d’azione dell’UE per l’economia circolare, è un obiettivo collettivo, e i sistemi di deposito cauzionale fanno parte della soluzione al fine di rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili e riciclabili entro il 2030. Inoltre, la direttiva UE sulla plastica monouso impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie per bevande).

Date le attuali prestazioni di raccolta in tutta l’Unione, è improbabile che molti Stati membri raggiungano gli obiettivi prefissati. Questo è il motivo per cui sosteniamo i sistemi di deposito cauzionale (DRS) ben progettati come una delle opzioni più efficienti per raggiungere gli obiettivi di raccolta e di contenuto riciclato fissati nella direttiva UE sulla plastica monouso, ma anche come un’opportunità per creare un sistema di riciclaggio a circuito chiuso che garantisca che il materiale venga restituito e riciclato in nuovi contenitori per bevande”, dice Nicholas Hodac, direttore generale dell’UNESDA.

“I sistemi DRS non solo hanno raggiunto alti tassi di raccolta per gli imballaggi delle bevande nei paesi in cui sono stati introdotti, ma hanno anche il vantaggio di fornire materiale riciclato di alta qualità adatto al contatto con gli alimenti in un unico flusso pulito. Possono inoltre contribuire agli obiettivi climatici dell’UE, riducendo per esempio l’impiego di materiali vergini grazie al circuito chiuso che permette che tutti i materiali raccolti vengano riciclati senza dispersioni. Tuttavia, nonostante i loro eccellenti risultati, la legislazione dell’UE sugli imballaggi e i rifiuti d’imballaggio non affronta in alcun modo i sistemi di deposito cauzionale, né garantisce il riciclaggio a circuito chiuso per i materiali che possono entrare a contatto con gli alimenti, continua Patricia Fosselard, segretario generale di NMWE.

La Commissione europea può giocare un ruolo cruciale nel colmare questa lacuna, sviluppando dei requisiti minimi per aiutare gli Stati membri dell’Unione fornendo un indicazione per l’istituzione di nuovi ed efficienti sistemi di deposito cauzionale. “Tali requisiti minimi dovrebbero basarsi su quelli per i regimi di responsabilità estesa del produttore stabiliti nella direttiva quadro sui rifiuti. L’istituzione di questa guida a livello dell’UE potrebbe aiutare a garantire che l’infrastruttura dei sistemi DRS in tutti gli Stati membri , ospiti ove possibile, anche gli imballaggi riutilizzabili, in linea con gli obiettivi dell’UE in materia di prevenzione e riutilizzo dei rifiuti di imballaggio. Con una rapida adozione di questi requisiti minimi, siamo sicuri che possiamo muoverci più velocemente verso il raggiungimento degli obiettivi dell’economia circolare e del clima“, dice Joan Marc Simon, direttore di Zero Waste Europe.

NMWE, UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe ritengono che qualsiasi nuovo sistema di deposito cauzionale dovrebbe essere sviluppato ed istituito sulla base di alcuni principi base per quanto riguarda la sua portata geografica, i materiali in cui sono realizzati i contenitori di bevande inclusi nel sistema, la sua governance, la convenienza, l’incentivazione del consumatore e l’accesso dei produttori ai materiali riciclati.

Segue Allegato – Principi chiave per la creazione di nuovi ed efficienti sistemi di deposito cauzionale per gli imballaggi per bevande

Alla scoperta dei Drs: cosa prevede il deposito cauzionale del decreto Semplificazioni

In Europa diversi Paesi hanno già introdotto o stanno per introdurre sistemi di deposito cauzionali per incentivare la raccolta selettiva di imballaggi monouso per bevande. Quali scenari si aprirebbero per l’Italia? Intervista a Silvia Ricci, Comuni Virtuosi-Reloop: «Non è in programma un ritorno del vuoto a rendere in Italia»

Fonte : Greenreport

Gli imballaggi costituiscono una frazione minima dei rifiuti che generiamo ogni anno in Italia (il 7% nel 2020), ma rappresentano i protagonisti assoluti – assieme all’organico – della raccolta differenziata, conquistandosi il centro dell’attenzione pubblica e politica, che si interroga su come gestirli al meglio nella fase di post-consumo. Duole notare che a oltre vent’anni dall’introduzione delle raccolte differenziate nel nostro Paese, uno dei principali problemi sotto il profilo dell’igiene urbana sia ancora costituito dall’abbandono nell’ambiente di rifiuti da imballaggio – in primis in plastica – da parte di pochi, incivili cittadini.

Come provare a migliorare? In molti altri Paesi i sistemi di deposito cauzionale (Deposit return system, Drs) sono già presenti e funzionanti o in fase d’introduzione: in Europa i Drs sono invece già attivi in dieci Stati – e un’altra dozzina sta programmando d’introdurli entro il 2024 –, incentrando il meccanismo sul recupero di una frazione degli imballaggi come i contenitori di bevande (bottiglie e lattine). Le configurazioni possibili dei Drs sono varie, legate anche agli specifici sistemi di raccolta e gestione rifiuti adottati nei diversi Paesi interessati, e ora anche l’Italia si appresta a ritentarne l’introduzione. Resta da individuare un modello che possa ben adattarsi al contesto locale guardando ai sistemi di maggiore successo europei. Ne parliamo con Silvia Ricci, responsabile Rifiuti ed economia circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi, a sua volta membro della piattaforma europea Reloop.

Nel decreto Semplificazioni, convertito in legge un mese fa, è stato inserito uno specifico emendamento proposto da Salvatore Penna (M5S) che aprirebbe la strada anche in Italia ad un sistema Drs per i contenitori di bevande monouso. Molti media hanno titolato che si tratterà di un sistema di vuoto a rendere con ricarica dei contenitori, come già avviene per una quota residuale del mercato dell’acqua minerale in vetro e della birra, è così?

«L’emendamento in oggetto non si prefigge di introdurre un sistema di vuoto a rendere, anche se la confusione è comprensibilmente nata da alcuni passaggi del testo che richiamano al “riutilizzo”, che però deve essere inteso come reimpiego dei materiali raccolti e non come ricarica degli stessi imballaggi. Il fine del sistema di deposito cauzionale proposto è quello di massimizzare il processo di raccolta selettiva ed il riciclo dei contenitori di bevande monouso in vetro, plastica e in metallo (lattine). Un indizio in tal senso si trova nel passaggio dell’emendamento che indica come oggetto del cauzionamento gli “imballaggi in vetro, plastica e metallo”. Di fatto un sistema di ricarica per i contenitori di bevande funziona in genere con le sole bottiglie in vetro, con l’eccezione della Germania dove si ricaricano anche le bottiglie in PET, le quali però devono essere più spesse degli imballaggi classici in PET in modo da garantire più riutilizzi. Non vi sono invece esperienze legate al riutilizzo / ricarica di lattine in alluminio.

A questo punto i due ministeri che citi dovranno collaborare alla scrittura dei decreti attuativi che definiranno insieme alla portata nazionale e all’obbligatorietà per i produttori di bevande di partecipare al sistema altri aspetti chiave della regolamentazione del sistema tra cui: i) quali sono i contenitori e le tipologie di bevande soggette al sistema, ii) il modello di conferimento degli imballaggi, che avviene principalmente presso la distribuzione / i rivenditori (return -to- retail), iii) l’importo del deposito, il quale viene pagato come piccolo sovrapprezzo dal consumatore quando si acquista la bevanda e restituito nella sua totalità al momento della riconsegna del contenitore presso i supermercati e rivenditori. E infine iv) quali sono gli obiettivi di raccolta che questa tipologia di raccolta selettiva nota come Drs (Deposit Return System) dovrà conseguire, v) le caratteristiche che dovrà avere l’operatore del sistema (solitamente un soggetto costituito da produttori di bevande e distributori) e gli adempimenti ai quali il sistema dovrà assolvere sotto il controllo ed il monitoraggio del Governo, o di un’agenzia governativa designata».

Quindi le preoccupazioni sollevate dalla grande distribuzione organizzata (Gdo) in occasione di recenti articoli non sono totalmente giustificate?

«Per quello che ho avuto modo di leggere, anche se le reazioni sono per lo più riferite ad un sistema di vuoto a rendere volto al riutilizzo, il quale presenta sfide differenti rispetto ad un sistema Drs, si può evincere che le preoccupazioni della nostra GDO siano simili a quelle già riscontrate in altri paesi europei quando si parla di DRS. Preoccupazioni che, nei paesi in cui il sistema è già stato introdotto, sono sfumate non appena la GDO ha realizzato che i temuti costi aggiuntivi di un Drs (infrastruttura di raccolta, spazio commerciale dedicato) venivano ampiamente compensati dai vantaggi economici, diretti ed indiretti, ed ambientali derivanti dal sistema di deposito. In un sistema “return-to-retail” spetta alla grande distribuzione attrezzare aree idonee dove istallare ed operare i sistemi automatizzati di raccolta (in inglese reverse vending machine RVM).

Alla Grande Distribuzione viene infatti corrisposta dall’operatore del sistema di deposito una commissione di gestione per ogni contenitore riscattato. Tale commissione indennizza la distribuzione per quanto riguarda i costi complessivi della raccolta: da quelli relativi agli investimenti nell’infrastruttura per la raccolta, al personale impegnato nel riscatto manuale o automatico (pulizia e svuotamento delle RVM), ad altri costi inerenti agli spazi commerciali adibiti alla consegna degli imballaggi come riscaldamento, connessione internet e elettricità.

Diversi studi internazionali hanno dimostrato che la distribuzione organizzata e i negozi dove i consumatori riportano gli imballaggi hanno tutti beneficiato di un aumento del traffico e delle vendite. Un’indagine sul comportamento dei consumatori fatta in Svezia, Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi ha evidenziato che i consumatori tendono a fare i propri acquisti dove c’è un’efficiente struttura di restituzione e che potendo utilizzare per i propri acquisti l’importo della cauzione riscattata spendono in media di più (dal 15% dei finlandesi al 52% degli olandesi) in quegli esercizi.

La commissione di gestione ha infatti un ruolo fondamentale per il corretto funzionamento di un sistema di deposito che viene solitamente negoziata in seno all’operatore del sistema di cui la Grande Distribuzione deve essere parte attiva ».

Con l’e-commerce troppi imballaggi usa e getta. Ma ora arrivano le startup del riutilizzo

La pandemia ha intensificato le vendite online, che a loro volta hanno aumentato di molto la produzione di rifiuti da imballaggio usa e getta. Ma in giro per il mondo sono sempre più numerose le realtà che offrono soluzioni riutilizzabili: dalle buste con le chiusure a cerniera ai contenitori con sensori gps.

di Simone Fant e Silvia Ricci per economiacircolare.com

Il Covid-19 è stato il definitivo trampolino di lancio per le vendite online. Secondo le stime di un rapporto dell’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) pubblicato il 3 maggio, il balzo dell’e-commerce tra le restrizioni di movimento causate dalla pandemia, ha aumentato la quota delle vendite online globali dal 16% al 19% nel 2020. Il Regno Unito ha visto il picco più marcato nelle transazioni online con un aumento del 7,5 %; così anche per Cina (4,2%) e Stati Uniti (3%). Le vendite online B2C per le 13 principali aziende del mondo hanno toccato il record di 2,9 trilioni di dollari nel 2020. Cifre da capogiro che hanno messo in crisi i punti vendita fisici e arricchito quelli digitali, esacerbando i problemi nel gestire i rifiuti da imballaggio usa e getta.

Confezionare i beni che consumiamo per il trasporto via corriere, infatti, comporta un utilizzo di materiali decisamente maggiore rispetto agli acquisti fatti direttamente in negozio che include anche i materiali di protezione. Gli effetti sull’ambiente causati dalla continua crescita degli imballaggi usa e getta, che siano di carta, cartone, plastica o polistirolo, si è acuito e le previsioni non sembrano delle più rosee. Secondo le stime del Global E-commerce Plastic Packaging Market, nel 2020 il mercato globale degli imballaggi in plastica per l’e-commerce è stato valutato 10,26 miliardi di dollari e si prevede che raggiungerà i 21,78 miliardi di dollari entro il 2026.

Anche nel settore dell’e-commerce si stanno facendo strada alcune soluzioni riutilizzabili, prevalentemente in materiali plastici in varie dimensioni poiché leggeri e facilmente igienizzabili. Si tratta di opzioni adatte a varie tipologie di prodotto che, comparate a quelle monouso, hanno un minore impatto sull’ambiente ma anche sul budget delle aziende perché sul medio e lungo termine vengono a costare di meno.

Sistema centralizzato e decentralizzato

Il riutilizzo degli imballaggi anche nell’e-commerce rappresenta un processo a ciclo chiuso, circolare, dove l’imballaggio non viene sprecato in un singolo viaggio, ma conserva le sue funzioni senza perdere di valore all’interno di cicli di vita che possono anche durare anni.

Da un recente studio  The Rise of Reusable Packaging: Understanding the Impact and Mapping a Path to Scale di Fashion for Good, in collaborazione con l’università di Utrecht e la Sustainable Packaging Coalitionmirato al mondo della moda, emerge che l’impiego di imballaggi riutilizzabili nelle spedizioni al posto del monouso possono portare a importanti riduzioni nelle emissioni di CO2 e nel consumo dei materiale in peso. Lo studio fa anche luce sul numero e la natura della variabili che possono influenzare drasticamente l’impatto ambientale tra le quali le distanze di trasporto, i tassi di restituzione e i tipi di imballaggio utilizzati.

Alcune delle opzioni più comuni di packaging usate nel commercio online (buste in plastica e in cartone) sono state valutate attraverso un’analisi LCA per misurare le emissioni di CO2 equivalenti associate a ciascuna opzione ipotizzando una spedizione di uno stesso bene. In generale i risultati hanno evidenziato che le comuni buste in LDPE (polietilene a bassa intensità) d uso singolo devono oltre tre quarti delle emissioni di carbonio alla fase di lavorazione delle materie prime – indicazione che rafforza la scelta di realizzarle con un alto contenuto di materiale riciclato.

Nel caso degli imballaggi riutilizzabili, una proporzione molto maggiore (tra il 40% e il 60%) delle  emissioni derivano invece dalla fase di trasporto, considerato che le emissioni riferite alla fase di fabbricazione del bene vengono ripartite ( e quindi ammortizzate) su molteplici usi. Da un confronto degli impatti ambientali di un ciclo d’uso tra un imballaggio in cartone (monouso), una busta in LDPE (polietilene a bassa densità) monouso e una riutilizzabile (sempre in LDPE) emerge che :

  • le buste riutilizzabili gestite con un sistema centralizzato (ovvero rese a un unico centro per le operazioni di controllo e igienizzazione prima di essere rimesse in distribuzione presso i rivenditori che ne fanno uso) causano il 39% in meno di emissioni di carbonio per ciclo di utilizzo rispetto a buste  monouso dello stesso materiale con il 30% di contenuto riciclato;
  • le buste riutilizzabili in un sistema decentralizzato (ovvero quando rese al centro di distribuzione dei prodotti da cui partite) causano il 72% di emissioni di carbonio per ciclo in meno rispetto a una busta monouso in LDPE realizzata con il  30% di contenuto riciclato;
  • l’imballaggio riutilizzabile ha l’82% in meno di emissioni di carbonio per ciclo rispetto a una busta in LDPE vergine.
  • in tutti i casi si genera l’87% in meno di rifiuti di plastica (in peso) quando si utilizzano buste riutilizzabili piuttosto che monouso (indipendentemente dal contenuto di materiale riciclato con cui possono essere state realizzate)

“L’imballaggio riutilizzabile è una leva chiave per ridurre l’impatto della plastica anche nel settore della moda. Ci auguriamo che i risultati di questo studio servano a convincere il settore che la circolarità è realizzabile oggi e a utilizzarli come toolkit per tracciare il proprio percorso e scalare soluzioni più sostenibili delle attuali”, afferma Katrin Ley, amministratore delegato di Fashion for Good.

Vista dal lato del cliente la differenza tra gestire un imballaggio monouso o riutilizzabile si presenta nel momento in cui ha esaurito la sua funzione e invece di essere “buttato”  viene chiesto al destinatario di restituire l’imballaggio, tramite posta o altra modalità di consegna. Nel modello centralizzato l’imballaggio viene reso a un nodo logistico aggiuntivo, come anticipato, dove viene pulito e ricondizionato quando necessario, che non coincide con il centro di distribuzione del bene che ha trasportato. Successivamente viene inviato ai centri di distribuzione che fanno capo ai rivenditori online, e il ciclo ricomincia.