Oltre sette miliardi di contenitori per bevande sprecati ogni anno in Italia

Oltre sette miliardi di contenitori per bevande sfuggono ogni anno al riciclo per finire dispersi nell’ambiente o smaltiti con il rifiuto indifferenziato. Uno spreco che potremmo ridurre del 75-80% adottando un sistema di deposito cauzionale.

L’Associazione Comuni Virtuosi anticipa i risultati riferiti all’Italia del Rapporto What we Waste curato dalla piattaforma europea no profit Reloop con il supporto di Break Free From Plastic e Changing Markets Foundation.

Il rapporto internazionale What we Waste, mette in luce numeri sconcertanti riferiti alle quantità di contenitori di bevande che sfuggono ogni anno ai sistemi di avvio a riciclo in 24 paesi dell’UE (1) , finendo anche nei corsi d’acqua e nei mari .

I numeri riferiti invece ai paesi europei e non considerati nel rapporto sono stati analizzati in questo articolo complementare: Oltre 41 miliardi di contenitori di bevande vengono sprecati in Europa ogni anno
I dati che emergono indicano chiaramente ai decisori politici la strada da percorrere e li invitano a prendere in seria considerazione gli impatti positivi dei sistemi di deposito cauzionali finalizzati al riciclo e al riuso (vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili). Questi sistemi, infatti, permettono di ridurre drasticamente lo spreco di risorse che impatta negativamente sulla crisi climatica. L’incentivo economico abbinato alla restituzione del contenitore da parte del consumatore – che recupera così l’importo della cauzione inclusa nel costo della bevanda – permette di intercettare oltre il 90% dei contenitori immessi al consumo. Insieme al rapporto i promotori dell’iniziativa mettono a disposizione dei decisori politici, attivisti e media un dashboard (in italiano “cruscotto”) consultabile online. Uno strumento che permette di ricavare informazioni altrimenti difficilmente accessibili e di effettuare simulazioni sullo stato dell’arte della gestione dei contenitori di bevande nei diversi paesi europei sulla base di dati aggiornati al 2019.

119 contenitori di bevande sprecati a livello pro capite in Italia
L’Associazione Comuni Virtuosi come membro della piattaforma Reloop, ha potuto accedere, attraverso questo strumento ad alcuni dati inediti per l’Italia che rivelano che i contenitori di bevande sprecati ogni anno sono oltre sette miliardi .
Un numero esorbitante che rapportato a livello pro capite corrisponde a 119 contenitori “buttati via” in media da ogni italiano all’anno: 98 bottiglie in PET, 12 bottiglie in vetro e 9 lattine.

Per i paesi come l’Italia che devono ridurre la dipendenza dalle materie prime e raggiungere gli ambiziosi target di raccolta e riciclo europei, accanto a questi dati negativi c’è però una buona notizia: la soluzione a questo spreco di risorse esiste già e porta con sé importanti opportunità ambientali ed economiche.

Nove imballaggi su dieci intercettati dai sistemi cauzionali per un effettivo riciclo o riuso
La necessità di raggiungere per le bottiglie di plastica obiettivi di raccolta del 90% previsti dalla Direttiva SUP al 2029 (77% entro il 2025 ) e di contenuto riciclato (almeno il 30% al 2030), stanno infatti spingendo i governi europei ad introdurre i sistemi di deposito (Deposit Return System DRS). Le performance di successo dei paesi, prevalentemente nel nord Europa, dove i sistemi di deposito sono in vigore da tempo sono caratterizzate infatti da tassi di raccolta media del 91% per gli imballaggi di bevande immessi sul mercato. Paesi che hanno implementato un DRS in tempi più recenti come la Lituania, dimostrano inoltre che è possibile raggiungere questi risultati di intercettazione media in tempi brevissimi.

Come emerge da simulazioni ottenibili dal cruscotto che accompagna lo studio , se l’Italia adottasse un DRS con le performance medie di riciclo dei sistemi di deposito attivi in Europa ridurrebbe del 75% lo spreco di imballaggi per bevande. I 7 miliardi di contenitori che sfuggono al riciclo si ridurrebbero a 1,7 miliardi con una quota media pro capite di 29 contenitori (figura nr. 2).

La riduzione più consistente si avrebbe per le bottiglie in PET che dai quasi 5 miliardi di unità non riciclate, scenderebbe a 974 milioni. Ovvero da quasi 100 bottiglie sprecate pro capite a sole 16.

I sistemi di deposito cauzionale si stanno velocemente diffondendo in Europa. Altri 12 paesi hanno già stabilito l’introduzione del sistema entro i prossimi quattro anni in relazione agli obiettivi imposti dalla SUP. In Italia ancora non se ne parla e la nostra associazione è stata l’unica realtà italiana ad avere fatto informazione sui sistemi di deposito cauzionali per bevande da almeno un lustro. Siamo stati anche gli unici ad avere portato all’attenzione del Governo – attuale e precedente – un elenco di proposte in materia di prevenzione dei rifiuti ed economia circolare, in cui i sistemi cauzionali e i modelli di riuso giocano un ruolo centrale”, ha dichiarato Silvia Ricci, responsabile Rifiuti ed Economia Circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi.

Vuoto a rendere per migliorare le performance ambientali dei sistemi cauzionali
Il rapporto contiene anche i dati sull’immesso al consumo dei contenitori di bevande venduti in regime di vuoto a rendere in Europa (refillables). Trattasi in prevalenza di bottiglie in vetro, ma anche in PET, come nel caso della Germania adatte all’uso multiplo. Per l’Italia nel 2019 tale quota si attestava sul 10,8 %. Se in aggiunta ad un sistema di deposito incrementassimo la quota italiana di bevande vendute in contenitori ricaricabili (con vuoto a rendere) – dall’attuale 10,8% al 25% – la quantità di imballaggi per bevande che sfuggono al riciclo si ridurrebbe dell’80% scendendo al di sotto del 1 miliardo e mezzo di unità.

Con un DRS e vuoto a rendere lo spreco di contenitori scende di 7 volte
Il rapporto attinge anche a 20 anni di dati che mostrano come, mentre la quota di mercato europea dei ricaricabili – come birra, bibite e bottiglie d’acqua – è crollata dal 47% al 21% in soli vent’anni, nello stesso periodo i contenitori monouso sono aumentati di oltre il 200%. Tuttavia, i paesi con sistemi di deposito cauzionali e con una quota di mercato di vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili superiore al 25% sono quelli che hanno ottenuto i risultati migliori in termini di dispersione degli imballaggi.
Lo spreco di di bottiglie e lattine è infatti sette volte più basso in questi Paesi rispetto a quelli che non hanno sistemi di deposito e di vuoto a rendere. Tra questi paesi, la Germania si distingue come la migliore della categoria, con una quota di ricaricabile del 55% e uno spreco limitato a soli 10 contenitori per persona all’anno.

Clarissa Morawski, CEO di Reloop, ha dichiarato:
I sistemi di deposito in cui il contenitore si recupera per essere riciclato o ricaricato riducono sostanzialmente le quantità di lattine e bottiglie che finiscono sprecate nell’ambiente, in discarica o negli inceneritori. I DRS riducono i costi di raccolta e pulizia ambientale degli enti locali, promuovono l’occupazione nell’economia circolare e riducono le emissioni di CO2. Dal punto di vista del consumatore, l’esperienza è la stessa. Se restituisci una bottiglia vuota, riavrai indietro l’importo del deposito pagato nel momento dell’acquisto della bevanda, indipendentemente dal fatto che il passaggio successivo sia il riempimento o il riciclaggio, senza sprechi e con un impatto ambientale nettamente inferiore “.
Conclude così Silvia Ricci dell’Associazione Comuni Virtuosi:
Ogni anno perso nel percorso di adozione di un sistema cauzionale significa caricare sull’ambiente miliardi e miliardi di contenitori che causano danni ambientali e costi evitabili alla fiscalità dei comuni sostenuta dai contribuenti. Implementare un sistema di deposito non significa dovere investire risorse finanziarie pubbliche perché sono i produttori e rivenditori di bevande a doversi fare carico del 100% dei costi di avviamento e gestione del sistema nell´ambito della loro responsabilitá estesa del produttore (2). Al governo spetta scrivere la legge che dovrà governare il sistema e monitorarne i risultati. Per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, con l’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, è necessario ridurre drasticamente il consumo di risorse. Per farlo serve un quadro legislativo coerente che introduca obiettivi di prevenzione e riuso obbligatori che incentivi modelli imprenditoriali sostenibili. Mi riferisco a modelli basati sul riuso in primis oppure ad altri modelli imprenditoriali indispensabili purché chiudano le catene del valore dei materiali e dei beni senza dispersioni e sprechi evitabili”.

Silvia Ricci

Per altri articoli sull’argomento vai allo speciale sui sistemi di deposito per contenitori di bevande curato con EconomiaCircolare.com

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(1) Trattasi dei dati riferiti a 24 Stati membri che rappresentano il 99,5% della popolazione dell’UE, esclusi Malta, Cipro e Lussemburgo. Anche Islanda e Norvegia, membri dell’EFTA, utilizzano sistemi di deposito cauzionali.

(2) Ai sensi dell’ articolo 178-ter del TUA, che recepisce nell’ordinamento nazionale i requisiti minimi in materia di responsabilità estesa del produttore introdotti dall’art. 8-bis della Direttiva 851/2018, i costi relativi all’intercettazione e avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggio dovranno essere interamente in capo ai produttori (in deroga almeno l’80%) e non a carico dello Stato o degli enti locali.

Quando il cibo da asporto incontra i contenitori riutilizzabili

Una notizia importante che ci arriva da oltre confine è che anche in tempi di pandemia il settore dell’asporto può avvalersi di contenitori riutilizzabili in sicurezza. In Gran Bretagna l’associazione City to Sea promuove l’opzione #contactless nelle caffetterie , mentre negli Usa Just Salad ha in uso una procedura simile per i suoi piatti pronti. Anche in Italia qualcosina si muove su questo fronte.

Di Silvia Ricci uscito su EconomiaCircolare.com

L’emergenza sanitaria ha comprensibilmente messo in secondo piano altre emergenze ambientali, incluse quelle connesse all’aumento della produzione di rifiuti. Le misure per contrastare il Covid hanno rallentato, se non fermato, centinaia di progetti nazionali o locali, in particolare quelli che riguardano la sostituzione di contenitori e altri accessori monouso nel settore della ristorazione da asporto, che sono già da tempo nel mirino delle direttive europee. Intanto la domanda di alimenti confezionati e pronti al consumo continua a crescere e il ricorso al cibo da asporto nei periodi di lockdown è letteralmente esploso.

Lo scossone prodotto dalla pandemia è l’occasione per vedere con più chiarezza i limiti e i rischi insiti nel modello di consumo e negli stili di vita attuali, aprendo la strada alla riflessione sulle opportunità di cambiamento che possono scaturire da una migliore organizzazione della società, del lavoro, della mobilità, della burocrazia. L’innovazione digitale nella pubblica amministrazione e la possibilità di lavorare da casa, ad esempio, sono due delle “conquiste” che nessuno prima che scoppiasse la pandemia immaginava potessero arrivare così velocemente.

Anche davanti a sfide come quella della neutralità climatica al 2050, così come sul fronte della prevenzione della produzione dei rifiuti c’è la possibilità di non perdere questo atteggiamento proattivo individuando soluzioni innovative e sistemiche che possano avere applicazioni su larga scala.

Guardando ai 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il numero 12 in particolare, promuove un modello di consumo e di produzione sostenibile. Per superare il dilagare dell’usa e getta c’è l’impegno espresso a “ridurre in modo sostanziale la produzione di rifiuti attraverso la prevenzione, la riduzione, il riciclo e il riutilizzo”. E c’è un obiettivo temporale: il 2030, anno entro il quale bisogna anche “incoraggiare le imprese, in particolare le grandi aziende multinazionali, ad adottare pratiche sostenibili e a integrare le informazioni sulla sostenibilità nei loro resoconti annuali”.

Il monouso non offre maggiore protezione

La pandemia ha portato con sé misure che si sono poi rivelate eccessive, come la disinfezione ambientale di strade e spiagge da parte dei Comuni e l’utilizzo di guanti per uscire a fare la spesa da parte dei cittadini. La paura che il contatto con le superfici portasse il contagio si diffondeva insieme agli studi che rilevavano il permanere del coronavirus su oggetti e arredi per più giorni, anche perché non si precisava che la carica virale non fosse sufficiente a farci ammalare.

Successivamente sono poi arrivate rassicurazioni dal fronte medico, riprese dal ministro della Salute Roberto Speranza nel corso di un’audizione dello scorso anno sulla sicurezza delle stoviglie riutilizzabili che, al contrario dei manufatti monouso, si possono lavare seguendo i più elevati standard di igiene.

Il caffè da asporto diventa “contactless”

L’organizzazione ambientalista inglese City to Sea si è attivata per evitare che le numerose caffetterie del Regno Unito sospendessero, sull’esempio di Starbucks, l’utilizzo di tazze riutilizzabili per le bevande da asporto. L’iniziativa #ContactlessCoffee nasce dalla consapevolezza delle dimensioni del problema rifiuti: secondo un recente studio di Science, ogni anno a livello globale 250-300 miliardi di tazze monouso finiscono smaltite o abbandonate nell’ambiente.

Per spingere i coffee shop britannici ad accettare il sistema di ritiro delle tazze riutilizzabili, City to Sea ha promosso una semplice procedura che evita contaminazioni incrociate mentre si riempie la tazza del cliente. Come si può vedere dalle istruzioni diffuse attraverso il sito e tramite un video, il barista versa il caffè da una tazza in ceramica nella tazza che il cliente appoggia su un vassoio senza bisogno di toccarla. Il vassoio viene poi igienizzato prima che un altro cliente lo usi nella stessa modalità.

City to Sea ha anche istituito una task force intersettoriale per valutare e gestire al meglio le questioni legate all’impiego di sistemi riutilizzabili durante la pandemia da Covid-19 che conta più di 20 organizzazioni, tra cui Starbucks, Sustainable Restaurant Association e Zero Waste Scotland.

Leggi anche: Se tazze e bicchieri diventano un servizio, la rivoluzione dei sistemi di riuso

Contenitori da asporto riutilizzabili per prevenire lo spreco di risorse

Per spingere i coffee shop britannici ad accettare le tazze riutilizzabili portate dai clienti, City to Sea ha promosso una semplice procedura che evita contaminazioni incrociate mentre si riempie la tazza del cliente. Come si può vedere dalle istruzioni diffuse attraverso il sito e tramite un video, il barista versa il caffè da una tazza in ceramica nella tazza che il cliente appoggia su un vassoio senza bisogno di toccarla. Il vassoio viene poi igienizzato prima che un altro cliente lo usi nella stessa modalità.

City to Sea ha anche istituito una task force intersettoriale per valutare e gestire al meglio le questioni legate all’impiego di sistemi riutilizzabili durante la pandemia da Covid-19 che conta più di 20 organizzazioni, tra cui Starbucks, Sustainable Restaurant Association e Zero Waste Scotland.

Per tanti americani il cibo surgelato pronto da scaldare, così come quello da asporto, è un’abitudine che produce ogni anno montagne di rifiuti, per lo più smaltiti in discariche e inceneritori. Per permettere ai propri clienti di ordinare piatti pronti ma con un contenitore riutilizzabile, la catena Just Salad, con base a New York, sta sperimentando uno modello a rifiuti zero denominato Green Bowl Program.

Just Salad, che oggi conta 41 ristoranti negli Stati Uniti e 4 a Dubai, aveva già lanciato nel 2006 un servizio da asporto con contenitori riutilizzabili. Per ridurre ulteriormente la produzione di questi rifiuti, che si aggira intorno ai 100.000 kg l’anno, nel 2020 la catena ha anche eliminato l’uso di ciotole monouso per il consumo ai tavoli.

Sacchetti ortofrutta riutilizzabili: boom all’estero e al palo in Italia

A distanza di tre anni dal provvedimento entrato in vigore nel gennaio del 2018 che vietando l’utilizzo dei sacchetti sottili in plastica ha finito per vietare anche i sacchetti riutilizzabili, tutto tace.

Nessun ulteriore chiarimento o ripensamento è arrivato infatti da parte dei due ministeri, che si sono defilati dopo essersi rimpallati la decisione se ammettere o meno i sacchetti riutilizzabili almeno nel reparto ortofrutta.

Come abbiamo raccontato in precedenti post su questa questione siamo ancora fermi ad una circolare del 2018 del Ministero alla Salute, chiamato ad esprimersi dal Ministero all’Ambiente allora presieduto da Galletti, che ha escluso di fatto la possibilità di utilizzare sacchetti che non fossero monouso, onde prevenire gravi rischi sanitari.

Neanche l’ex ministro all’Ambiente Sergio Costa, che è stato il primo ad entrare nel dettaglio di possibili azioni che i singoli possono compiere nel quotidiano per ridurre l’impatto ambientale della plastica con le iniziative Plastic-free, non ha voluto o potuto prendersi a cuore la questione.

L’Italia rimane così l’unico paese al mondo dove è obbligatorio usare esclusivamente sacchetti monouso (e guanti) nel settore ortofrutta dei supermercati. Nonostante non sia mai stata presentata alcuna evidenza scientifica che dimostri che queste misure abbiano prodotto benefici in termini di minori tossinfezioni nella commercializzazione dell’ortofrutta. Quello che è certo è che le fonti di tossinfezioni documentate derivano invece dai prodotti, più che dal contenitore. Anche quando confezionati.

Neanche la “sfida” di buon senso lanciata da NaturaSì che ha adottato sacchetti riutilizzabili per ortofrutta e per il pane nei suoi punti vendita è servita per provocare qualche reazione. Si rimane pertanto appesi in una tipica situazione pilatesca all’italiana dove si lasciano gli operatori commerciali nel limbo delle possibili interpretazioni. Con il risultato che non si procede ad alcun controllo (ad esempio sulla battitura a scontrino del costo del sacchetto) e i provvedimenti legislativi possono essere disattesi senza conseguenze. Ora si sono aggiunti ai punti vendita di NaturaSì sei punti vendita di Sigma, di cui uno a Bologna e altri cinque in provincia di Modena. Lo stesso gruppo che ha aperto ai clienti la possibilità di utilizzare contenitori portati dai clienti nei reparti assistiti.

Assodato che prevenzione e riuso sono strategie portanti dei modelli di business circolari non sarebbe questa un’occasione di intervento facile facile per le Direzioni per l’Economia Circolare, istituite nei Ministeri proprio per creare una task force interdisciplinare che promuova una exit strategy dai vecchi modelli di business lineari?

Il consumo di imballaggi non è diminuito

Considerando che i sacchetti leggeri e ultraleggeri in plastica usati all’interno dei reparti dei supermercati e nei negozi di alimentari sono stati sostituiti con opzioni in carta e bioplastica compostabile non può essersi verificata una riduzione del consumo. Non è pertanto possibile affermare con rigore scientifico che dal 2018 ad oggi questa sostituzione di materiale abbia comportato dei benefici per l’ambiente in termini di riduzione di rifiuti evitabili ed emissioni di CO2. In compenso quello che studi di settore hanno rilevato è stato un aumento del consumo complessivo di packaging nel settore alimentare dovuto ad un maggiore consumo di cibi freschi pronti al consumo spesso in monoporzione. Nel settore ortofrutta è aumentata sia la quota di ortofrutta comprata confezionata che il consumo di ortofrutta di IV gamma come ad esempio le buste di insalata e spinaci già lavate o le vaschette di frutta a cubetti pronta al consumo.

Cessione onerosa obbligatoria dei sacchettini non sempre avviene

Se la maggior parte dei punti vendita della GDO addebita ormai per i sacchetti compostabili un importo inferiore al prezzo di acquisto che va da 0,01 a 0,02 € , altri rivenditori fuori dal circuito della distribuzione organizzata cedono ormai questi sacchetti ultraleggeri “gratuitamente”.

Non addebitare il costo dei sacchetti ai clienti, come avviene nella quasi totalità delle farmacie, del commercio ambulante, e in misura minore nei negozi di prossimità, significa non disincentivare il consumo usa e getta. Significa soprattutto non avere chiaro che dobbiamo decarbonizzare gli stili di vita e i modelli di consumo attuali perché non sono compatibili con l’obiettivo della neutralità climatica al 2050. Per non parlare dell’impegno sul fronte del perseguimento dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese) entro il 2030 e in particolare per gli obiettivi nr. 12 (Consumo e sviluppo responsabili) e 13 (Lotta al cambiamento climatico).

FRANCIA AVANGUARDIA DEL RIUSO

Decisamente un’altra attenzione stanno guadagnando i modelli di riuso nella vicina Francia dove la quota di mercato riferita alle vendite di prodotti sfusi è aumentata del 40% tra il 2018 e il 2019.

Nel 2020 la Francia contava già oltre 560 negozi specializzati nella vendita di prodotti sfusi, ma se il disegno di legge sul clima e la resilienza che ha ottenuto il via libera dall’assemblea nazionale il 29 marzo verrà approvato anche al senato, questa modalità di acquisto potrebbe conoscere un vero boom negli anni a seguire. La Francia diventerà il primo paese a rendere la vendita sfusa materia di legge, anche se gli operatori commerciali e i grandi marchi non ne sono entusiasti per paura di perdere gli spazi conquistati a scaffale e le vendite correlate.

L’articolo 11 al Titolo 1 del DDL intitolato “Consumare” impone infatti ai negozi di oltre 400 mq di dedicare alla vendita di prodotti sfusi il 20% della superficie di vendita entro il 2030. Il testo prevede inoltre che gli imballaggi riutilizzabili possano essere forniti dal cliente che diventa il soggetto responsabile dell’igiene e dell’idoneità degli stessi. Dal canto suo il rivenditore può rifiutarli qualora non conformi.

Obiettivo del DDL è quello di supportare i cittadini nelle loro scelte di consumo sostenibile quotidiane attraverso misure che riguardano l’educazione ambientale, la pubblicità (come riduzione e regolamentazione del greenwashing), l’etichettatura ambientale obbligatoria e l’economia circolare.

Presentato da Barbara Pompili, Ministro della Transizione Ecologica, il testo del DDL prevede che i punti vendita coinvolti debbano dedicare almeno il 20% della loro superficie di vendita a prodotti venduti senza imballaggio oppure utilizzare altre metriche di rendicontazione come il numero di referenze di prodotti venduti sfusi versus confezionati, oppure in termini di percentuali di fatturato di prodotti venduti sfusi e non, che possano dimostrare il rispetto della legge. L’obbligo riguarda sia i punti vendita con servizio assistito che self service, e anche il settore del commercio online. Questo obbligo coprirebbe inoltre tutti i prodotti di consumo per l’uso quotidiano, ad eccezione dei medicinali e prodotti che non possono essere venduti sfusi per motivi di salute e sicurezza. Inoltre, per scoraggiare l’uso di bicchieri usa e getta, il disegno di legge prevede che i venditori di bevande da asporto debbano praticare prezzi più bassi sulle bevanda vendute in contenitori riutilizzabili quando forniti dai consumatori.

“I DRS sono il futuro”. Una radiografia globale dei sistemi di deposito

Dal rapporto Global deposit book 2020 pubblicato dalla piattaforma Reloop emerge che entro la fine del 2023 i sistemi di deposito cauzionale per i contenitori di bevande serviranno almeno 500 milioni di persone. Oggi sono 291 milioni. Un’analisi ragionata di performance e potenzialità

Di Silvia Ricci da Economiacircolare.com

Sono passati 50 anni da quando, nel 1970, entrò in vigore in Canada, nella Colombia Britannica, il primo sistema cauzionale per contenitori di bevande monouso obbligatorio per legge. E oggi, tra le oltre 40 le giurisdizioni che hanno adottato un DRS, Deposit Return System (o scheme), ci sono la maggior parte delle province canadesi, quasi tutti gli Stati dell’Australia, 10 Paesi europei, 10 Stati americani, Israele e parte dei Caraibi. Un totale di 291 milioni di persone “servite”, con la prospettiva –  stando alle stime del “Global deposit book 2020: an overview of deposit systems for one-way beverage containers” della piattaforma Reloop – di arrivare quasi al doppio nel giro di tre anni, per la precisione a 500 milioni di persone raggiunte entro fine 2023. E secondo le previsioni del californiano Container Recycling Institute (CRI), gli effetti delle legislazioni europee e degli impegni volontari intrapresi dall’industria potrebbero spingere sino ad 1 miliardo il numero delle persone servite da un sistema di deposito entro il 2030.

La mappa dei paesi che hanno detto sì

Giunto alla terza edizione, il report Global deposit book curato da Reloop, piattaforma multi-stakeholder che promuove modelli di economia circolare, è un utile strumento per capire come sono strutturati questi sistemi, come vengono finanziati e quali livelli di recupero possono raggiungere. Il rapporto offre una panoramica completa sui sistemi cauzionali per contenitori monouso in vigore. Per ciascuna giurisdizione approfondisce il quadro legislativo (come base giuridica del sistema), l’ambito del programma (quali formati e categorie di bevande copre), il valore del deposito e altre commissioni, l’operatore di sistema (l’entità responsabile della gestione), il sistema di rimborso della cauzione applicata sui contenitori di bevande e dei tassi di intercettazione relativi a questi ultimi.

Questa terza edizione del rapporto rispetto alle precedenti uscite nel 2016 e 2018 include anche una sezione non esaustiva dedicata a 6 Paesi in cui è già stato adottato un atto legislativo con indicazione dell’entrata in vigore (salvo posticipazioni dell’ultima ora).

Negli ultimi due o tre anni, governi di tutto il mondo hanno annunciato di volere adottare un DRS e per dare il polso della situazione segue un elenco complessivo di Paesi  –  in progress e passibile di variazioni –  in cui l’iter legislativo è già concluso/iniziato oppure in cui il governo ha espresso un supporto ad un DRS espresso supporto ai sistemi di deposito cauzionali (non ancora tradotto in atti legislativi) che include: Giamaica (2021), Scozia (2022),  Romania (2022), Portogallo (2022), Slovacchia (2022) , Lettonia (2022), Malta (2022), Nuova Zelanda (2022), Singapore (2022), Turchia (2023),Victoria (2023), Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord (2023-2024).

Più recentemente, nel settembre 2020, la ministra dell’Ambiente austriaca ha annunciato piani per un sistema di deposito per contenitori di bevande monouso in plastica e metallo, sebbene manchino ancora dettagli specifici circa l’iter legislativo e quindi la probabile data di attuazione.

All’opinione pubblica piace il deposito su cauzione

Nella premessa del rapporto si legge che, contrariamente a quanto l’industria delle bevande cercherebbe di far credere, questi sistemi hanno storicamente goduto di un ampio sostegno da parte dell’opinione pubblica che è stato riscontrato anche nei Paesi dove saranno adottati.

Un sondaggio condotto nel 2020 in Austria ha infatti rilevato che l’83% degli austriaci è favorevole a un DRS e il 93% concorda che i produttori di plastica dovrebbero farsi carico della gestione anche finanziaria degli imballaggi una volta diventati rifiuti. Un sondaggio simile condotto in Romania nell’agosto 2020 ha mostrato che il 96% dei romeni è favorevole all’introduzione di un DRS.

Aggiornamento 2022 : In Italia un sondaggio commissionato dalla nostra campagna “A Buon rendere -molto più di un vuoto” ha mostrato che l’83% degli italiani è favorevole ad un DRS anche nel nostro paese.

Benefici per gli enti locali e occupazione

Sempre nella premessa si legge che i sistemi di deposito hanno dimostrato di poter apportare benefici agli enti locali in termini di risparmio sui costi di gestione del fine vita degli imballaggi coperti dal sistema – di cui non devono più occuparsi – ma anche in termini di efficacia nel ridurre i rifiuti. Secondo uno studio del 2018 dell’agenzia australiana Csiro, negli Stati coperti da un DRS in Australia i rifiuti da contenitori di bevande abbandonati nelle zone costiere erano ridotti del 40% rispetto alle quantità rilevate in Stati non coperti da un DRS. In Olanda. a distanza di un anno dall’introduzione di un Sistema Cauzionale per le bottigliette in plastica, si è registrata una loro riduzione nel littering pari al 65%.

Un altro aspetto a favore dei sistemi di deposito è l’impatto positivo sull’occupazione, fattore che diventa particolarmente rilevante in un momento in cui tutti i Governi nel mondo sono alle prese con la pandemia e devono investire ingenti risorse per aiutare la ripresa economica.

In Europa è la Direttiva Sup, Single-Use Plastics con gli obiettivi di raccolta e riciclo vincolanti per le bottiglie in plastica del 90% al 2029 (e l’obiettivo intermedio del 77% al 2025) a rendere ineluttabile per i Paesi membri un ricorso ai sistemi di deposito, ritenuta di fatto l’unica opzione nota in grado di raggiungere tali obiettivi.

Sistemi cauzionali: perché servono agli enti locali

I comuni sono diffidenti nei confronti dei sistemi cauzionali per i contenitori di bevande principalmente perché temono di perdere gli introiti legati alla raccolta differenziata. Ma a conti fatti non è così: l’opzione dei DRS fa risparmiare

Di Silvia Ricci da Economiacircolare.com

Gli esperti di sistemi cauzionali lo sanno bene: appena il governo centrale o la società civile ipotizzano l’adozione di un sistema di deposito cauzionale, gli enti locali alzano le barricate insieme alle loro associazioni di riferimento. Il primo istinto è quello di chiusura, per la paura di perdere gli introiti che arrivano dalla vendita di imballaggi di valore recuperati con la raccolta differenziata, come le bottiglie in PET e le lattine. Un timore in realtà poco giustificato, dal momento che i sistemi di raccolta domiciliari per gli imballaggi hanno costi che generalmente superano di gran lunga quanto si ricava dalla vendita dei materiali ai riciclatori.

Le campagne in Olanda e Belgio
Solamente in Olanda, dove esiste dal 2005 un DRS (Deposit Return System o Scheme) “a metà”, nel senso che interessa solamente le bottiglie di plastica con formato a partire da un litro, si è creato un fronte che unisce il 99% dei comuni, tutti schierati a favore di un DRS il più ampio possibile. Il merito va a Recycling Netwerk Benelux, che ha lanciato nel 2017 l’iniziativa Statiegeld Alliantie: i comuni di Olanda e Belgio, insieme ad associazioni e organizzazioni molto attive, hanno saputo sensibilizzare e coinvolgere sul tema governi, media e cittadini. Dal prossimo luglio rientreranno nel sistema DRS le bottigliette di formato inferiore al litro, mentre il 3 febbraio il ministero dell’Ambiente olandese ha annunciato la partenza del DRS anche per le lattine dal 31 dicembre 2022. Il deposito sarà di 15 centesimi di euro e si punta a raccoglierne 2 miliardi l’anno, in modo da arrivare a raccoglierne il 90% entro il 2024. La decisione è arrivata dopo che i produttori non avevano rispettato il tempi previsti per ridurre del 70% la presenza di lattine nel littering, i rifiuti dispersi nell’ambiente. Al contrario, le rilevazioni compiute dal governo durante il primo semestre del 2020 hanno registrato un aumento del 19% rispetto al 2016-2017 e le lattine rinvenute tra i rifiuti abbandonati sono tre volte più numerose delle bottigliette in plastica. Motivo per cui molti comuni hanno aderito alla campagna Yes we can, che con il suo gioco di parole chiedeva ai politici olandesi e belgi di introdurre rapidamente un deposito, promuovendola nel loro territorio.

Ridurre le lattine disperse nell’ambiente significa, peraltro, evitare il ferimento e talvolta la morte di migliaia di animali e capi di bestiame in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Francia e altri Paesi dove le lattine che finiscono nei prati di pascolo. Ragione per cui, tra le altre organizzazioni che aderiscono alla Statiegeld Alliantie, c’è anche l’associazione degli allevatori.

Superare le diffidenze iniziali 

Nonostante ci siano differenze anche consistenti tra i vari Paesi, i corrispettivi economici che i regimi di Epr nazionali (Extended producer responsability, ovvero la responsabilità estesa del  produttori) elargiscono alle municipalità europee per finanziare la raccolta differenziata per conto dei produttori e utilizzatori di imballaggi, non bastano di fatto a coprire i costi che queste ultime sostengono.

Rappresentano un’eccezione la Germania e la Svezia, dove vige un “modello  duale” dal nome del sistema tedesco (Duales system Deutschland – DsD) avviato a partire dal 1991. In questo modello, i soggetti che producono rifiuti da imballaggio sono obbligati a organizzare per proprio conto un sistema di intercettazione dei rifiuti derivanti dai “propri” imballaggi immessi sul mercato e a gestire le successive operazioni finalizzate al recupero di materia e di energia. In questo caso, i costi di raccolta e avvio a riciclo/recupero/smaltimento sono sostenuti per intero dalle organizzazioni che per conto delle imprese ottemperano agli obblighi in materia di responsabilità estesa del produttore.

Sistemi di deposito su cauzione: la via obbligata che conviene anche all’Italia

I sistemi di deposito cauzionali di bottiglie e altri imballaggi di bevande consentono di raggiungere altissime percentuali di raccolta differenziata. Sono un’opportunità per l’economia circolare, creano lavoro e fanno risparmiare gli enti locali. Ecco perché convegno a tutti, anche a chi oggi li ostacola

di Silvia Ricci per Economiacircolare.com

Troppi imballaggi dispersi nell’ambiente e la preoccupazione per l’inquinamento ormai pervasivo da plastica hanno riacceso l’interesse per i sistemi di deposito su cauzione, nei quali chi compra una bevanda in bottiglia o in lattina paga un piccolo extra che gli sarà restituito quando avrà riportato indietro il contenitore. Questa tipologia di raccolta selettiva nota come DRS (Deposit Return System o Scheme) consente di recuperare i contenitori di bevande monouso, ma si può anche applicare ai modelli di riuso e consente in maniera semplice ed efficace di ridurre i rifiuti da imballaggio dispersi nell’ambiente, il cosiddetto littering, e al tempo stesso di immettere i materiali così “salvati” nel ciclo produttivo.

La piccola cauzione, tipicamente tra i 5 e i 25 centesimi di euro, che si applica al prezzo di vendita delle bevande serve a impegnare il consumatore a riportare il contenitore vuoto presso un punto vendita per consentirne il riciclaggio. Una pratica che le persone più grandi d’età ricordano bene: fino agli anni Sessanta del secolo scorso, infatti, anche nel nostro Paese era molto diffuso il vuoto a rendere, applicato alle bottiglie di vetro per latte, acqua minerale ed altre bevande.

Il passaggio al monouso? È a carico della collettività

Questa modalità di commercializzazione a “ciclo chiuso” e senza produzione di rifiuti ha subito un lento e inesorabile declino con l’avvento della bottiglia in PET, il polietilene tereftalato prodotto interamente da petrolio o gas metano, e anche della lattina in alluminio. Con il loro avvento, i produttori di bevande si sono liberati dei costi di gestione del vuoto a rendere. Per recuperare il vetro e gestire tutta la filiera su scala locale, infatti, servivano importanti investimenti finanziari: i magazzini per lo stoccaggio, gli impianti di lavaggio e sanificazione dei vuoti, la rete logistica, i concessionari che producevano per i vari marchi e via dicendo.

È accaduto così che, ricorrendo a imballaggi in plastica o alluminio monouso, i produttori abbiano potuto ampliare il mercato di riferimento (non dovendo più gestire la raccolta localmente) riducendo sia i costi per le infrastrutture appena citate, sia quelli di gestione del fine vita dei propri prodotti. Oneri e onori sono così passati ai governi locali e ai contribuenti dei Paesi in cui le bevande venivano immesse al consumo: da quel momento il costo di ciò che accadeva alla bottiglia o al flacone monouso dopo l’utilizzo non è più stato un problema di chi ne produceva il contenuto, ma è finito a carico della collettività.

Tempo di soluzioni : la responsabilità estesa del produttore

Parallelamente all’allarme legato al cambiamento climatico e all’eccessivo sfruttamento di risorse, si è via via affermato, soprattutto a livello comunitario, il principio della responsabilità estesa del produttore (in sigla inglese Epr, Extended producer responsability), in virtù del quale chi produce e commercializza un bene deve farsi carico dei costi del suo avvio a riciclo. Questo importante cambiamento ha riportato l’attenzione sulle potenzialità dei sistemi cauzionali e non a caso tanti Paesi, in Europa e non solo, hanno iniziato a introdurli.

D’altro canto, non si intravedono all’orizzonte altre soluzioni e strumenti di efficacia comparabile. Dove sono stati adottati, infatti, i DRS hanno dimostrato di riuscire a ridurre, se non prevenire, la dispersione di contenitori di bevande nell’ambiente, a reimmettere in nuovi cicli economici i recipienti senza perdita di risorse preziose e valore economico, creando al contempo occupazione verde. Questi sistemi consentono di raggiungere percentuali di differenziata altrimenti impossibili, dal momento che persino in Paesi con i sistemi di raccolta differenziata più performanti – come nel caso del Giappone e della Svizzera – si superi di poco un tasso di raccolta e riciclo dell’80% per i contenitori di bevande.

Come dicevamo, in Europa sono state le ultime legislazioni europee sui rifiuti a portare alla ribalta i sistemi di deposito su cauzione, e a stemperare, quando non neutralizzare, la storica opposizione da parte dell’industria delle bevande e di altri gruppi di interesse ai sistemi cauzionali. Di fatto sia le direttive sui rifiuti del pacchetto Economia Circolare recentemente recepite dagli Stati membri – in Italia con il decreto legislativo 116 del 2020 – sia quelle in via di recepimento come la direttiva Single-use plastics (nota come direttiva Sup) hanno il potenziale per produrre cambiamenti epocali. 

Leggi anche: Sistemi Cauzionali perché servono agli Enti Locali

Olanda: in arrivo un deposito anche per le lattine

Anche le lattine di bevande dal 31 dicembre del 2022 verranno incluse nel sistema di deposito per bevande olandese . La lunga battaglia dell’ampio fronte a favore dei depositi cauzionali ha portato a casa un secondo risultato importante con questa nuova decisione presa dal governo olandese lo scorso 3 febbraio.

Una prima vittoria per i fautori dei sistemi cauzionali c’era stata con la decisione presa dal governo olandese nel 2020 di includere nel sistema di deposito le bottigliette con formato inferiore al litro. Come unico caso al mondo il sistema di deposito entrato in vigore nel 2005 includeva solamente le bottiglie in plastica superiori al litro. Nonostante il fatto che il 94% delle bottiglie coperte da deposito rispetto all’immesso venissero raccolte e riciclate, mentre le bottigliette di piccolo formato e le lattine disperse nell’ambiente creassero costi ed inquinamento evitabili, ci sono voluti oltre 16 anni per arrivare a questa decisione. Addirittura c’è stato un momento nel 2015 in cui l’industria delle bevande aveva quasi convinto il governo a cancellare il sistema esistente.

Il sistema di restituzione del deposito ridurrà il numero di lattine disperse nell’ambiente dal 70 al 90%. Questa è una grande vittoria per l’ambiente ”, affermano in un comunicato stampa congiunto le sei organizzazioni ambientali che si sono spese a favore di un sistema di deposito, e in particolare nell’ultimo decennio: Recycling Netwerk, Stichting De Noordzee, Plastic Soup Foundation, Plastic Soup Surfer, Greenpeace e Natuur & Milieu.

Una buona parte del merito va riconosciuta all’infaticabile azione di pressing politico e industriale esercitata dalle Ong prima citate, sforzi che sono poi confluiti nel 2017 nella coalizione Statiegeld Alliantie (Alleanza per un sistema cauzionale) che ha riunito i diversi portatori di interesse tra cui : i comuni (99% favorevoli), l’associazione degli allevatori e coltivatori LTO Nederland, l’associazione dei consumatori Consumenten Bond.

La preoccupazione per l’inquinamento da plastica cresciuta negli ultimi anni nell’opinione pubblica, unitamente all’urgenza di trovare delle soluzioni ha dato nuova forza alle iniziative del fronte ambientalista che recentemente aveva coinvolto decine di enti locali e associazioni di varia natura nella campagna mirata alle lattine YES WE CAN . Campagna molto sentita e partecipata dalla categoria degli allevatori particolarmente colpita dall’abbandono di lattine nei campi che causa il ferimento di 12.000 mucche ogni anno a seguito dell’ingestione di frammenti di lattine, di cui 4.000 circa non sopravvivono.

Il segretario di Stato per le infrastrutture e la gestione delle risorse idriche Stientje van Veldhoven (D66) aveva deciso nel 2020 per un cauzionamento per le bottigliette di plastica poiché, non solamente l’industria non era riuscita a ridurre del 70% (come minimo) la quantità di bottigliette presente nel littering –come pattuito rispetto ai valori del periodo 2016-2017– ma si era verificato un incremento. A seguito delle mozioni dei parlamentari Jan Paternotte (D66) e Carla Dik-Faber (ChristenUnie) il governo aveva inoltre deciso nell’aprile 2020 di imporre lo stesso target di riduzione alle lattine, con scadenza al 2021.

Quando però i dati di monitoraggio del governo hanno rilevato già nella prima metà del 2020 un aumento del 19% delle lattine nel littering , e uno studio commissionato dallo stesso governo ha concluso che la presenza di lattine e bottiglie nel littering (rifiuti dispersi nell’ambiente) si riduce del 70-90% solo con i sistemi cauzionali, si è chiusa l’ultima finestra di negoziazione possibile anche per le lattine.

Ecco perché la richiesta arrivata al governo da più parti di anticipare la decisione sull’inclusione delle lattine nel sistema cauzionale prima delle elezioni (marzo 2021) ha avuto un esito favorevole.

La dimissionaria segretario di stato del Ministero alle Infrastrutture e alla gestione delle acque Stientje van Veldhoven ha dichiarato in un video pubblicato sul profilo twitter e facebook che è entusiasta di avere potuto realizzare un provvedimento che rappresenta una grande svolta per l’ambiente e che le è stato di grande aiuto l’enorme sostegno che le è arrivato dalla società, e in particolare da campagne come Yes we can che hanno reso evidente che gli olandesi fossero a favore di un sistema di deposito. Concludendo che questo tipo di impegno che arriva dalla società è qualcosa di cui la politica ha bisogno per agire.

Nel video che segue – tradotto e sottotitolato da EconomiaCircolare.com – Stientje van Veldhoven , ministro responsabile del provvedimento si dichiara entusiasta e grata del sostegno e della spinta arrivata dalla società civile che ha portato all’estensione del sistema di deposito.

Il modello di sistema cauzionale che probabilmente verrà adottato In Olanda per la restituzione dei contenitori (e il ritiro della cauzione) non dovrebbe interessare il circuito Horeca (bar e ristoranti) ma avvenire nella modalità return-to-retail (ovvero ritorno al rivenditore) già operativa dal 2005 presso i supermercati per le bottiglie di formato superiore al litro.

Non è ancora noto se i settori dei latticini e dei succhi (quando confezionati in lattina) resti fuori dal sistema di deposito come è stato deciso quando confezionati in bottiglie di plastica. Le organizzazioni ambientaliste, e soprattutto i comuni, sottolineano tuttavia che sarebbe necessario che tutte le tipologie di imballaggi per bevande fossero coperti da un cauzionamento, incluse le “pouch” buste che si ritrovano frequentemente nel littering.

L’esempio della vicina Germania

L’esempio della vicina Germania è seguito con molto interesse in Olanda. Per rispondere ai dubbi dei consumatori e per motivi di ordine economico e ambientale lo scorso 20 gennaio il governo tedesco ha deciso di includere nel sistema di deposito nazionale tutti i contenitori per bevande entro il 2022. Il criterio che regolerà l’obbligo di adesione al sistema sarà l’imballaggio come tipologia di contenitore, e non più l’appartenenza ad una specifica categoria di bevande come è stato ad oggi. La distinzione che verrà abolita in Germania ( ma ancora attuale in altri sistemi di deposito) permetteva ad esempio di distinguere tra bevande gassate e non, ragione per cui i succhi di frutta non gassati e altre tipologie di bevande venivano esclusi del cauzionamento. Dal prossimo anno oltre a tutti i tipi di succhi di frutta anche il settore vinicolo e dei cocktail a basso grado alcolico verranno assoggettati al sistema, indipendentemente dal fatto che siano confezionati in vetro, cartone, lattina o plastica. Per i prodotti a base di latticini il tempo di adeguamento concesso è un pò più lungo ma dovrà concludersi entro il 2024. Il caso del prossimo sistema di deposito che dovrà entrare in vigore in Scozia già riflette questa nuova impostazione e vengono indicate le tipologie di imballaggio incluse nel sistema e non il contenuto.

La lenta marcia verso un sistema di deposito completo

Un ristretto ma influente gruppo di membri dell’industria alimentare e delle bevande olandese, è riuscito sistematicamente ad eludere per decenni ogni decisione e legislazione sul packaging, con particolare riferimento all’ampliamento del sistema di deposito introdotto nel 2005 che copre, come anticipato in apertura, solamente le bottiglie di formato superiore al litro.

Le tattiche che sono state utilizzate in Olanda dall’industria delle bevande – tra cui tentare di ritardare l’introduzione di qualche misura a loro sfavore con promesse (puntualmente disattese) o addossare le responsabilità industriali su altri soggetti– si ritrovano negli esempi portati nel Rapporto Talking Trash dello scorso anno per descrivere tre strategie comuni alle multinazionali dei prodotti di largo consumo : Delay-Distract-Derail.

La cronostoria degli eventi, e alcuni retroscena inediti per l’Italia, che hanno caratterizzato il contesto olandese di opposizione ai sistemi cauzionali, li avevamo raccontati in una serie di post nel 2015.

Un ruolo importante nel determinare il corso degli eventi – sino alla svolta dell’ultimo anno– lo ha avuto l’insediamento del governo Rutte che ha contribuito ad innescare un processo di depotenziamento del ministero all’ambiente. A seguito delle politiche di rigore introdotte da Rutte il ministero all’Ambiente, dal 2010 in poi, si è spogliato di tutti quei dirigenti e funzionari esperti in grado di resistere e rispondere alle azioni di lobbying delle multinazionali del beverage, che hanno esercitato da allora una maggiore influenza sulle politiche relative agli imballaggi, e non solo.

Segue la cronostoria degli eventi.

La plastica siamo noi, ovvero il nostro modello di consumo

La plastica siamo noi, che partecipiamo a vario titolo e con un diverso contributo e grado di responsabilità, a un modello ormai anacronistico basato sullo spreco di risorse a discapito delle generazioni future.

Un modello ben lontano dall’essere sostenibile quello attuale se applichiamo la definizione uscita dal rapporto Brundtland (1)e che ci vede tutti coinvolti. I cittadini in primis che hanno un rapporto schizofrenico con la plastica, perché se da un lato la “detestano” – e giustamente – per l’inquinamento ambientale, dall’altro non vogliono rinunciare alle comodità che la versatilità e la funzionalità del materiale permettono.

Poi vengono i decisori aziendali che, in assenza di un contesto legislativo (Responsabilità Politica ahimè, qui non ancora pervenuta) che guidi verso modelli di economia circolare (ovvero sistemi che prevedono di cicli di utilizzo sostenibili). Invece di ripensare prodotti e modelli di commercializzazione/erogazione i grandi marchi rispondono al sentiment antiplastica con “false soluzioni”pur di non perdere vendite e fatturato.

Ed ecco che entra in gioco tutta la narrazione sui materiali ecosostenibili che lo sarebbero, prevalentemente, perché si biodegradano, e in misura minore perché si riciclano all’infinito, come l’alluminio e il vetro. Non per nulla si trovano da due a tre volte in più lattine nel littering rispetto alle bottigliette di plastica negli ultimi anni…Peccato che gli stessi produttori di lattine siano i più grandi oppositori dei sistemi di deposito con cauzione che ridurrebbero il littering e la dispersione della plastica nell’ambiente. O meglio speriamo di poterne parlare al passato visto la recentissima apertura ai sistemi espressa da portavoce del settore. D’altronde nessuno è più in grado di confutare, alla luce di tanti casi di successo esistenti che i sistemi di deposito non siano uno degli strumenti più potenti per creare un’economia circolare per i contenitori di bevande (di qualunque tipo) e riportare in auge il vuoto a rendere con refill. Che cosa sta facendo la politica per promuovere il riuso e il riciclo?

Non è ancora dato saperlo ma quello che è certo è che nel DDL n. 1721, “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2019” recentemente approvato al Senato, (e che ora passa all’esame della Camera) è stato approvato un emendamento per aggiungere i bicchieri in plastica alla lista di articoli che dovranno essere vietati dalla Direttiva SUP.  “Nel DDL ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti” dichiara infatti il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Questo nonostante il fatto che la direttiva SUP preveda per i bicchieri solamente una riduzione nel consumo, e che la stessa vieti, insieme alle plastiche tradizionali, anche le bioplastiche (per quella decina di prodotti che bandisce).

Sondaggi internazionali degli ultimi due anni, e lo studio SCELTA (2) in Italia, hanno evidenziato che la biodegradabilità/compostabilità – e quindi i materiali che sulla carta la dichiarano – viene percepita come un vantaggio ambientale persino a discapito della durevolezza e della potenzialità di riuso che questa caratteristica permette. Siamo arrivati la punto in cui “scomparire” è preferibile a durare. Forse perché così scompare la prova di un consumo o di una scelta “insostenibile” ? A ricordarci con la loro presenza che stiamo sbagliando qualcosa, visto che la natura non li produce, sono proprio i rifiuti, che li vogliamo lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Figli di questo “approccio ex post” che salta a piè pari le azioni prioritarie della gerarchia europea come prevenzione e riuso (azioni reali e misurabili) rispetto a riciclo/compostaggio ( dati spesso poco affidabili e trasparenti nei metodi di rilevazione da qui l’azione europea che si propone di definire sistemi di calcolo omogenei nei paesi membri) sono le innovazioni che agiscono sui materiali e non sul sistema che dovrà accoglierli: dalla paper bottle agli imballaggi in bioplastiche e poliaccoppiati.

Invece di risolvere i problemi che abbiamo con le plastiche, e decidere (applicazione per applicazione) quale sia il materiale che “funzioni meglio” in uno specifico sistema/contesto, oppure decidere di dematerializzare il packaging ove possibile, finiamo per buttare il bambino (ovvero la plastica) con l’acqua sporca. Per poi magari andare a fare con altri materiali gli stessi errori fatti con la plastica.

Queste sono alcune immagini di ipermercati che rappresentano quello che è diventato il nostro modello di consumo. Quindi non sono le immagini a slogan plastic-free che girano sui social, prese chissà dove, su cui indignarsi.

Dalle banane sbucciate in vaschetta del Marocco, all’uovo fritto in vaschetta, ai 12 acini di uva confezionati in astuccio di plastica della tradizione spagnola di fine anno. Solo per citare l’oggetto delle più recenti condivisioni avvenute su facebook.

Parliamo di noi invece e chiediamoci se il problema è solamente la plastica, o se invece il problema siamo noi, che vorremmo salvare capra e cavoli (ovvero non rinunciare alle comodità di avere un pasto pronto in pochi minuti) cullandoci in comodi alibi per i quali la colpa è sempre di qualcun altro. In questo caso dei produttori di alimentari o dei supermercati.

I supermercati come appreso da loro referenti registrano già da qualche anno – e quindi ben prima che arrivasse la pandemia– una progressiva diminuzione degli acquisti di prodotti freschi fatti al taglio nei banchi interni a favore di un acquisto degli stessi prodotti confezionati nei banchi frigo. Parliamo ormai di un 70% di acquisti fatti dai banchi frigo self service e di un 30% ai banchi assistiti. Solamente al sud questo tendenza non si è ancora registrata considerato che il 70% degli acquisti di alimenti freschi avviene ancora presso ai banchi interni. Una conferma su questo trend arriva da un’indagine del Panel Ismea Nielsen di cui riporta il Fatto Quotidiano che rivela che nei primi nove mesi del 2020 a fare da traino fino a giugno sono stati i prodotti a largo consumo confezionati (+7,8%), a fronte di una crescita della spesa dei prodotti sfusi del 4,8%. Il 70,6% della spesa delle famiglie è costituita da prodotti confezionati.

Come anticipato nella premessa i materiali “sostenibili” non possono o smettono di esistere in cicli di consumo insostenibili. Chi asserisce il contrario – dal fronte della politica a quello ecologista e ambientalista – o di ambiente ne capisce poco, oppure sta difendendo gruppi di interesse che vogliono conquistare la fetta di mercato della plastica.

I supermercati, per avere in assortimento tutta la vasta gamma di cibi freschi (dall’antipasto alla frutta) che il mercato richiede (3) devono approvvigionarsi di migliaia di banchi frigo con un impatto sulle emissioni di gas climalteranti che non potrà che peggiorare una situazione che è già drammatica. Ho cercato dati sull’impatto della refrigerazione in termini di emissioni climalteranti e credo si possa ipotizzare che aggiunga a spanne un aggravio di emissioni del 4% , includendo il trasporto. Uno studio dell’ Università di Manchester che ha comparato le emissioni di Co2 causate dei sandwich venduti dalla GDO inglese con quelle dei panini fatti in casa ha rilevato che l’impronta complessiva di carbonio di un panino, a seconda degli ingredienti, tra produzione della materia prima e processi produttivi vale dal 37%-67% dell’impatto complessivo. Se il materiale impiegato per il confezionamento pesa per l’ 8.5 %, l’impatto dovuto al trasporto e alla refrigerazione nei negozi, è responsabile di ben un quarto dell’impronta di carbonio complessiva di un panino. Va tenuto conto dell’effetto che sulla richiesta di energia avrà anche il maggiore ricorso al condizionamento nelle abitazioni private man mano che le temperature aumenteranno.

Va detto che l’informazioni ambientale verso i cittadini è inesistente su questo fronte. Infatti l’impatto che questo modello di consumo ha sul consumo di risorse, produzione di inquinamento e rifiuti viene notevolmente sottostimato, quando non sottaciuto.

Non viene quasi mai evocato quando si parla, ad esempio, di dover ridurre le emissioni climalteranti del 55 % al 2030 (obiettivo europeo ) che il Politecnico di Milano dice comporti tagliare altri 94 milioni di tonnellate di CO2. (4)

Serve dunque – ha ribadito Chiesa –raddoppiare la potenza installata per l‘eolico e aumentare di quasi tre volte quella per il fotovoltaico“.

Ma siamo seri, crediamo davvero di potere ricoprire l’Italia e il mondo di pale eoliche, pannelli fotovoltaici ed altre tecnologie per poi sprecare tutto il risparmio energetico che potremmo conseguire da misure come l’efficientamento energetico degli edifici (e simili ) per poi andare ad alimentare modelli come questo? E per i 10 miliardi di abitanti che diventeremo ?

(1) Il rapporto Brundtland nel 1987 definisce come sostenibile un modello di sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. (WCED,1987)

(2) SCELTA Sviluppare la Circular Economy facendo Leva sulle Tendenze di Acquisto Gruppo di Lavoro della Scuola Superiore Sant’Anna.

(3) Monoporzioni, è boom di acquisti dal formaggio alla frutta

Boom del confezionato, verdura regina della Gdo

(4) Politecnico di Milano, l’Italia deve tagliare 94 milioni di tonnellate di CO2

La vera sfida green? È ripensare la produzione, non sostituire i materiali

Evitare del tutto il ricorso a imballaggi monouso dovrebbe essere la direzione da intraprendere, per aziende e governi. Invece si continua a preferire la via più facile, ovvero quella di mantenere intatto il modo di impacchettare i prodotti. Per quali motivi? Il nostro approfondimento su un dibattito sempre più centrale

di Silvia Ricci per Economiacircolare.com

Diciamolo chiaramente: per la maggior parte delle imprese sostituire il materiale dei loro imballaggi è meglio che ridurli, perché permette loro di non ripensare radicalmente il prodotto e il suo packaging, mentre invece una diversa modalità di somministrare il prodotto potrebbe evitare del tutto il ricorso a imballaggi monouso. Così, quando le aziende, pressate dall’attenzione dell’opinione pubblica e a volte da nuove norme, si trovano a dover mettere mano al packaging, la via più facile è indubbiamente quella di cambiare materiale mantenendo intatto il modo di impacchettare i prodotti, e quindi il modello di business e i relativi processi produttivi.

Se si asseconda la pancia
Concentrarsi solamente sul cambio di materiale (in genere dalla plastica alle bioplastiche o altri materiali, tra cui quelli a base cartacea) significa poter mantenere i processi produttivi e la rete di commercializzazione esistenti, senza potenziali aggravi economici derivanti da ripensamenti più radicali. Si preferisce dunque limitarsi a sostituire solamente il materiale, cosa che a grandi linee comporta un aggravio di costi stimati attorno al 25-30%. Questa scelta, però, quasi mai è accompagnata da una seria valutazione dei benefici effettivi per l’ambiente in termini di analisi del ciclo di vita (Lca). Quasi mai ci si chiede se, applicato a quella specifica realtà e a quello specifico prodotto, il nuovo packaging inquini di più o di meno rispetto a quello vecchio: ciò che conta è che appaia green agli occhi del consumatore, quindi in linea di massima che non sia di plastica.

Come si può vedere dal recente studio SCELTA, promosso da Conai con la Scuola Sant’Anna di Pisa, in Italia ma anche all’estero. una giustificata attenzione all’inquinamento da plastica ha portato le persone a credere che il problema ambientale dovuto al monouso si risolva sostituendo la plastica e non cambiando il modello di consumo, che va invece nella direzione di produrne sempre di più.

Le aziende assecondano questa richiesta che arriva dalla “pancia” dei consumatori senza porsi il problema della compatibilità di questi materiali con le infrastrutture di raccolta e trattamento dell’organico esistenti sui territori, né di che fine faranno i loro packaging green dal Nord al Sud dove gli impianti di compostaggio mancano. E, ancora, non ci si interroga neppure sulla reale capacità degli utenti di differenziare correttamente un imballaggio in bioplastica compostabile, quasi sempre identico a uno in plastica tradizionale. Il rischio è quello di contaminare sia la filiera delle plastiche tradizionali sia quella dello scarto organico. Esistono già in commercio, infatti, confezioni in bioplastica compostabile usate da marche di pasta o per prodotti a base di latticini.

Costruire una reale alternativa
La convenienza e le comodità di uno stile di consumo usa e getta hanno conquistato le nostre società più benestanti al punto che solamente ora (e soprattutto per via della plastica) si comincia a capire quali siano le conseguenze ambientali di questa opzione, tra rifiuti generati e risorse (che non sono infinite) sprecate ogni giorno.

Bene dunque affrontare gli effetti collaterali di una cattiva gestione della plastica usa e getta, ma è importante non perdere la visione d’insieme sugli impatti che il consumo di risorse ha sull’ambiente e sulla crisi climatica. Dobbiamo insomma evitare l’errore di risolvere il problema dell’inquinamento da plastica finendo per spostare l’impatto su altre risorse.

Quando e come la plastica si ricicla te lo dice RecyClass

Per andare oltre agli slogan di riciclabilità che poi non si traducono in effettivo riciclo esiste uno strumento a disposizione dei decisori del packaging che non lascia spazio al greenwashing.

Negli ultimi due anni o poco più, per la plastica, è come se si fosse aperto il vaso di Pandora.
La plastica, che ha alimentato al meglio un modello di consumo basato sull’usa e getta per alcune delle sue caratteristiche – tra cui la convenienza e la versatilità – sta diventando la vittima sacrificale dello stesso sistema che non vuole cambiare.

I vari soggetti industriali che hanno avuto un ruolo determinante nel sostituire, 50-60 anni fa, i “perfetti” sistemi circolari basati sul principio della Responsabilità Estesa del Produttore – come i sistemi di cauzionamento – stanno ora trovando delle “scappatoie” per non cambiare il modello di consumo.
Nonostante le recenti Direttive Europee sui rifiuti come la SUP Single Use Plastics (Considerando 2) richiedano ai paesi membri di non limitarsi a sostituire gli articoli in plastica con altre opzioni monouso, le ultime tendenze del packaging stanno proprio andando verso una sostituzione dei materiali. I grandi marchi approfittando di buchi interpretativi presenti nel testo della Direttiva stanno cercando di trarne vantaggio in modo da non dover ripensare i prodotti oggetto della Direttiva e/o gli attuali modelli di commercializzazione dei prodotti. Come hanno allertato lo scorso febbraio Zero Waste Europe e la Piattaforma Reloop in un documento congiunto .

Siccome però non possiamo al momento fare a meno della plastica, a meno che non cambiamo drasticamente l’attuale modello di consumo dobbiamo puntare anche sull’opzione del riciclo che permette di ridurre il consumo di risorse, l’inquinamento ambientale da plastica e il volume dei rifiuti.

Per farlo al meglio dobbiamo partire dalla progettazione degli imballaggi e per le plastiche abbiamo a disposizione uno strumento di straordinaria efficacia che non lascia spazio al greenwashing e rende più circolare l’utilizzo delle plastiche.
Si tratta di RecyClass un sistema di valutazione della riciclabilità degli imballaggi in plastica che, sulla falsariga delle classi energetiche per gli elettrodomestici, attribuisce ad un imballaggio una classe che va dalla A alla F a seconda del grado di riciclabilità.

Il responsabile di RecyClass, Paolo Glerean, ha seguito il progetto della federazione europea dei riciclatori Plastics Recyclers Europe fin dagli esordi e crede molto nella possibilità che questo strumento contribuisca ad armonizzare le linee guida finalizzate al riciclo, anche in considerazione del fatto che il “problema plastica” – ma sarebbe meglio dire “problema monouso” – è emerso nella sua dimensione attuale soltanto da pochi anni.

Un mio articolo che riassume i punti salienti di questo progetto che è l’oggetto di questa lunga intervista lo trovate su Economiacircolare.com

Per cominciare puoi descriverci in cosa consiste a grandi linee RecyClass: da chi è stato ideato, lanciato e con quale scopo.

L’idea di RecyClass è nata nel 2010 da un dialogo-confronto tra me e Roberto Alibardi, fondatore di Aliplast spa. Ci chiedevamo, allora, come poter classificare gli imballaggi in plastica in base a quanto riciclabili fossero. Da quel dialogo è scaturito un embrione di progetto che ho presentato ad un incontro di Plastics Recyclers Europe, associazione della quale Aliplast era appena entrata a far parte. Con mia sorpresa, il neo-presidente Ton Emans ha subito colto l’importanza dell’idea e mi ha affiancato seduta stante alcuni riciclatori molto esperti, mettendomi a capo di una task-force per realizzare questo progetto. Nel 2014 è stato lanciato da Plastics Recyclers Europe il tool online www.recyclass.eu che consente – gratuitamente – di valutare la classe di riciclabilità di un imballaggio in plastica, dalla A (classe migliore) alla F (classe peggiore). L’utente riceve anche l’informazione di quali parti/componenti dell’imballaggio ne hanno causato un’eventuale declassamento, dando modo all’utente di capire su quali parti concentrarsi per migliorare.
Lo scopo iniziale era – ed in parte è ancora – quello di supportare con uno strumento semplice le aziende medio-piccole, che rappresentano la spina dorsale dell’economia europea, nel processo di miglioramento della riciclabilità dei loro imballaggi. Solitamente queste aziende non hanno delle risorse interne specializzate in imballaggi e sono lasciate a loro stesse in queste scelte. Con una discreta sorpresa, fin da subito dopo il lancio abbiamo capito che il maggiore interesse verso lo strumento veniva manifestato da grossi brand i quali, usandolo, capivano quanto le loro nozioni sul riciclo delle materie plastiche non fossero propriamente connesse alla realtà.
Dopo qualche anno in cui il dialogo tra il team di RecyClass ed i grossi brand/converters si era fatto particolarmente intenso, abbiamo deciso di professionalizzare questo servizio, creando una piattaforma (RecyClass Platform), assumendo delle risorse altamente specializzate e preparate ed impiegandole a tempo pieno su due aspetti-obiettivi fondamentali: uniformare le linee-guida sugli imballaggi in plastica in Europa e dare a queste una solida base scientifica, eliminando quindi via via i pareri soggettivi sul tema per sostituirli con dai basati su test scientifici che replicano in scala laboratorio quanto avviene in un processo di riciclo e di ri-trasformazione del riciclato in un nuovo prodotto. Questa evoluzione ha visto e vede compartecipare molti importanti brands, provenienti da diverse aree del mercato, ma anche produttori di tecnologia e di materie prime, oltre a grandi trasformatori. Lo strumento online conta più di tremila utenti attivi.