Il deposito su cauzione è vantaggioso per l’ambiente e i Comuni

Il deposito su cauzione per le bevande è lo strumento più efficace e meno costoso per garantire un fine vita circolare degli imballaggi. Uno studio comparativo lo dimostra.

Mentre sempre più paesi considerano il deposito su cauzione applicato ai contenitori di bevande il mezzo più efficace per ridurre i rifiuti nell’ambiente e aumentare i tassi di riciclo, ci si interroga sempre più frequentemente, e in diversi paesi, sull’impatto che il sistema avrebbe sui Comuni che hanno in essere un programma di raccolta differenziata. Il principale argomento addotto dagli oppositori del sistema è che il cauzionamento, che riguarda la parte più pregiata degli imballaggi, danneggi economicamente  i Comuni. Questo perché,  a seconda del sistema in vigore nei singoli paesi, non incasserebbero i proventi che derivano dalla vendita di questa tipologia di imballaggi e/o il finanziamento che l’industria utilizzatrice di packaging eroga ai Comuni per sostenere la raccolta differenziata, in osservanza del principio della responsabilità estesa del produttore EPR.

In realtà gli studi internazionali che hanno valutato l’impatto economico di un’introduzione del deposito su cauzione, forniscono dei dati eloquenti che smentiscono questa obiezione, come vedremo,  anche se la rilevanza di questo argomento non viene messa in luce con la dovuta importanza nei vari studi. Tali studi sono infatti per lo più focalizzati sulla determinazione dei costi complessivi del sistema: ovvero costo delle RVM, costo della forza lavoro necessaria nei punti vendita della distribuzione organizzata, stima del valore economico degli spazi da destinare alle macchine o come depositi, costo della struttura centrale che deve gestire il sistema e relative  risorse umane necessarie, costo dei trasporti, e via dicendo.

Innanzitutto va spiegato che i contenitori di bevande soggetti al cauzionamento hanno un proprio circuito di consegna per lo automatizzato costituito da macchine di reverse vending (RVM).  Queste macchine, posizionate in genere presso i supermercati, erogano per ogni imballaggio conferito, un buono corrispondente al valore del deposito su cauzione in vigore da spendere nel supermercato. Siccome i contenitori per bevande rappresentano il 40% circa degli imballaggi totali, non doverli gestire significa per i Comuni risparmiare i costi che un loro avvio a riciclo comporta tra raccolta, trattamento e smaltimento. Vanno inoltre messi in conto anche i costi  smaltimento di quella quota di contenitori che non va a riciclo, ma ad incenerimento o discarica perché non intercettata dalla raccolta differenziata. E quindi quali sono i costi di pulizia del territorio per i Comuni  tra svuotamento dei cestini e rimozione del littering per questi contenitori che, nei paesi dove è in vigore il cauzionamento, ben difficilmente si trovano nell’ambiente. La percentuale dei rifiuti da imballaggio ascrivibili infatti ai contenitori per bevande nel rifiuto urbano viene stimata, nella maggioranza degli studi internazionali, intorno al 35/40% in peso. Ad esempio nelle Fiandre delle 7.500 tonnellate di rifiuti conferiti nei cestini o buttati nell’ambiente, che hanno generato nel 2013 un costo di oltre 60 milioni di euro per i Comuni, il 40% era costituito da bottiglie e lattine. Guardando invece al volume, che è un’altra variabile che influenza i costi delle raccolte, le lattine e le bottiglie di plastica  costituiscono il 30% del volume dei rifiuti abbandonati nei Paesi Bassi dove i contenitori di bevande in genere determinano il 50% del volume totale dei rifiuti.

Pertanto siccome la gestione dei contenitori per bevande rappresenta sia una fonte di entrate che di uscite per i Comuni è solamente un bilancio  economico completo che può stabilire se il gioco vale la candela. Uno studio recente europeo che vi presentiamo solamente da queste pagine per l’Italia, offre una base scientifica per stimolare un razionale dibattito sul tema.

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