Oceani di plastica: l’industria della plastica lo sapeva dagli anni settanta

Secondo un recente rapporto l’industria della plastica era informata, e almeno dagli anni 70, circa l’impatto della propria produzione sugli oceani. Da allora, e per decenni, la strategia adottata è stata quella di negare l’evidenza e le proprie responsabilità combattendo qualsiasi tipo di regolamentazione che potesse avere un potenziale impatto negativo sul consumo di packaging.

Un nuovo rapporto del Center for International Environmental Law (CIEL)- presentato il 5 dicembre scorso- ha indagato sul grado di  conoscenza da parte dell’industria delle materie plastiche circa l’inquinamento causato dalla dispersione della plastica negli oceani.
Con il rapporto  “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” , terzo della serie Fueling Plastics  CIEL ha voluto fornire una risposta circonstanziata  alla domanda : quanto tempo fa l’industria è venuta a conoscenza dei problemi causati dai loro prodotti e cosa ha fatto a riguardo?.

L’inquinamento dovuto alle plastiche in mare desta estrema preoccupazione perché i polimeri si degradano in tempi lunghissimi e si accumulano nell’ambiente in quantità che crescono in relazione alla crescita delle quantità immesse al consumo (trend in aumento).

Gli scienziati hanno scoperto il problema dell’inquinamento da plastica nei mari per la prima volta negli anni 50, poco dopo l’impiego  di plastica derivata dal petrolio nella produzione di beni di largo consumo.
Secondo il rapporto le industrie chimiche e petrolifere erano (o avrebbero dovuto essere) consapevoli dei problemi causati dai loro prodotti, almeno dagli anni 70.(1)

La reazione dell’industria della plastica, una volta venuta a conoscenza degli ingenti danni al patrimonio naturale che i loro prodotti avrebbero arrecato è stata coerente con le strategie contenute nel documento Big Oil Denial Playbook  sui cambiamenti climatici: negare, confondere l’opinione pubblica e combattere regolamentazione e altre soluzioni efficaci per una riduzione dell’usa e getta da parte dei governi. Nonostante l’evidenza scientifica dell’inquinamento continuasse a crescere ” ha affermato Steven Feit ,  principale autore della serie di Fueling Plastics di CIEL.

Mentre l’industria ora riconosce il problema, i produttori di materie plastiche si assumono la responsabilità della sola dispersione nell’ambiente dei pellet, o nurdle (i granuli di polimeri usati per produrre manufatti di plastica), imputando ad altri soggetti la responsabilità per la dispersione di tutte le altre tipologie di rifiuti di plastica.

La narrazione secondo cui i consumatori hanno la responsabilità primaria dell’inquinamento da plastiche è un falso mito diffuso ad hoc dai responsabili delle relazioni pubbliche dell’industria petrolchimica che si perpetua negli anni” – aggiunge Feit – “I cambiamenti che possono arrivare dal fronte dei consumatori nella gestione dei rifiuti non risolveranno da soli il problema, poiché la produzione di plastica viene alimentata con centinaia di miliardi di dollari dall’industria petrolchimica. Per prevenire il marine litter abbiamo bisogno di un trattato globale e vincolante che regoli l’inquinamento causato dalle plastiche durante tutto il loro ciclo di vita“.

Fonte: comunicato stampa CIEL

In concomitanza con l’uscita dello studio  si è conclusa, il 6 novembre scorso, la terza sessione dell’United Nations Environmental Assembly (UNEA) a Nairobi  che ha prodotto una risoluzione per affrontare il problema del Marine Litter e delle microplastiche. La risoluzione concordata all’unanimità, chiede una maggiore azione “per prevenire e ridurre in modo significativo l’inquinamento marino di ogni tipo” entro il 2025.  La risoluzione incoraggia l’uso di sistemi di deposito su cauzione per affrontare il fenomeno in crescita dell’inquinamento da plastica nei mari e gli effetti negativi sulla biodiversità marina.

CAMPAGNE DI PULIZIA : LUCI ED OMBRE

La strategia di comunicazione dell’industria che sposta l’attenzione dalle scelte industriali e conseguenze correlate sul fine vita dei prodotti alle (sole) azioni dei cittadini e delle comunità, è stata messa a regime, decadi fa, con la creazione delle prime iniziative di sensibilizzazione contro l’abbandono di rifiuti e di pulizia ambientale che sono nate proprio su iniziativa dell’industria, delle bevande in primis (e non dei governi locali come si potrebbe pensare).

In Europa un articolo di qualche tempo fa ha rivelato i conflitti di interesse esistenti all’interno del Clean Europe Network   una piattaforma paneuropea che – come si legge sul suo sito–  riunisce le organizzazioni attive nel campo della prevenzione dell’abbandono dei rifiuti per condividere esperienze, know-how, migliori pratiche e ricerca al fine di migliorare la prevenzione all’abbandono dei rifiuti l’UE.

Rimane legittimo chiedersi quale politiche di prevenzione potrà mai portare avanti un network il cui segretario generale ricopre anche la stessa carica presso Pack2Go che si occupa di lobby a favore dell’industria del packaging.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti nasce nel 1956  Keep America Beautiful KAB  , la campagna più nota e longeva per promuovere il concetto che sono i cittadini gli unici responsabili dell’abbandono dei rifiuti. Tra i suoi fondatori c’è Philip Morris a rappresentare quella parte consistente di rifiuto disperso nell’ambiente che sono i mozziconi di sigarette. Keep America Beautiful  è stata ideata e lanciata dai due principali soggetti industriali principali  “inventori” del contenitore “usa e getta”: “The American Can Company” e la “Owens-Illinois Glass” con l’adesione di oltre 20 aziende del settore che hanno beneficiato di questa opzione.

L’intera campagna fu pertanto finanziata da quelle corporazioni responsabili, con il passaggio di un sistema di vuoto a rendere per gli imballaggi che non produceva rifiuti, ad uno “a perdere”, dove i costi del fine vita degli imballaggi ricadono per lo più su municipalità e contribuenti. Quando poi le bottiglie “usa e getta” cominciarono a diventare una parte consistente del littering, le corporazioni coniarono lo slogan “packages don’t litter, people do”.  Ancora oggi  i produttori e utilizzatori di packaging (e loro consorzi) -sia che si parli di abbandono di rifiuti che di basse intercettazioni di rifiuti da imballaggio a fine vita-  si chiamano fuori, come se non avessero un ruolo primario da giocare nella soluzione di problemi.

Non per sollevare cittadini “incivili” o comuni inefficienti nella gestione dei rifiuti dalle loro responsabilità, ma non si possono risolvere problemi ambientali complessi che hanno origine nel modello industriale, mettendo delle toppe ex post. L’economia circolare parte dalla progettazione sistemica di un bene proprio per evitare che materiali tecnici come la plastica finiscano nella biosfera, e soprattutto nei mari. Chi se non l’industria si è inventata l’uso delle microsfere di plastica nei detergenti ? Chi se non l’industria ha dismesso un sistema funzionante di vuoto a rendere per pura convenienza economica, internalizzando gli utili ed esternalizzando i costi?

Chi causa il problema deve essere parte della soluzione e questo significa per l’industria assumersi oggi la responsabilità di cambiare modello di business.

 

(1) Plastics in the marine environment

 

 

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