Sacchetti ortofrutta: una proposta alla GDO per superare l’impasse

Quando le indicazioni non arrivano dall’alto, le soluzioni vanno trovate dal basso. Ci facciamo pertanto promotori verso la GDO di una proposta che metterebbe nelle mani dei cittadini la decisione sul livello di protezione da adottare rispetto al paventato rischio di poter incorrere in tossinfezioni alimentari nel settore ortofrutta.

Passano i giorni da quando è scoppiata, ad inizio anno, la rivolta dei consumatori contro l’uso obbligatorio dei sacchetti biodegradabili e l’avvicinarsi della data del voto fa presumere che la questione andrà in sordina, levando il Ministero alla Salute dall’imbarazzante situazione di dover, nuovamente,  intervenire a levare le castagne dal fuoco, anche le proprie.
Negli ultimi giorni ha preso sempre più piede un prevedibile passaggio da parte della GDO dai sacchetti in plastica ai sacchetti in carta con finestra in PLA che vengono offerti gratuitamente, e non solo nel reparto ortofrutta. Alcune insegne come NaturaSì hanno annunciato sui loro profili social che presto metteranno a disposizione una soluzione riutilizzabile in alcuni punti vendita accanto ai sacchetti in carta. Anche Coop ha fatto sapere di avere l’intenzione di sviluppare una soluzione riutilizzabile per il settore ortofrutta, come si può leggere sulla sua rivista Consumatori .”Cercheremo soluzioni e materiali di confezionamento della merce fresca e sfusa che siano effettivamente riutilizzabili, a bassissimo costo per i consumatori e di maggior vantaggio per l’ambiente“, spiegano.
Tuttavia appare improbabile che la GDO autorizzi i clienti ad usare i propri sacchetti riutilizzabili, oppure ne commercializzi un proprio modello, sino a che  il Ministero alla Salute non si esprimerà definitivamente in merito. Le sanzioni sono troppo pesanti per correre rischi.
SALUTE IN PERICOLO?
Le ragioni di ordine sanitario che impedirebbero in Italia il riutilizzo nel settore dell’ortofrutta nei supermercati fanno acqua da tutte le parti e risultano incomprensibili ai cittadini. Già solamente il fatto che le misure di protezione per la salute pubblica, ammesso che siano necessarie,  non valgano per gli altri canali dove gli italiani acquistano l’ortofrutta, dal fruttivendolo sotto casa o nei mercati,  è un dato di fatto che ne indebolisce sia l’efficacia sia la credibilità.
Da una ricerca in rete sul come si sono espressi esperti del settore sulla misura, acquistano evidenza soprattutto gli interventi di Antonello Paparella, microbiologo alimentare e preside della Facoltà di Scienze e tecnologie alimentari dell’Università di Teramo. Tali interventi, a nostro parere, non rispondono i dubbi che nutre l’uomo comune in merito al diniego espresso dal segretario generale del ministero Giuseppe Ruocco.  “Il riutilizzo dei sacchetti ha affermato Ruocco determinerebbe infatti il rischio di contaminazioni batteriche con situazioni problematiche”

Innanzitutto non è chiaro da quale rischio si debbano tutelare i clienti dei supermercati. Da una parte Paparella allerta sui rischi di tossinfezioni alimentari che possono essere trasmesse (anche) dall’ortofrutta, e dall’altra sul rischio che i sacchetti riutilizzabili portati da casa possano essere vettori di microrganismi, anche patogeni che i clienti potrebbero introdurre nei reparti ortofrutta dei supermercati con rischi “che possono diventare incontrollabili”.
Dato per scontato che anche l’ortofrutta possa celare dei rischi per la salute, come evidenzia un recente documento del Ceirsa Piemonte ,non è chiaro in quale misura l’utilizzo di sacchetti monouso e di guanti potrebbero difendere i consumatori  dal contrarre eventuali tossinfezioni visto che, una volta arrivati a casa, gli stessi entrerebbero comunque in contatto con l’ortofrutta acquistata.

Forse sarebbe invece più utile fare informazione sanitaria come negli USA , dove il CDC ( Centers for Disease Control & Prevention -Department of Health and Human Services) pubblica delle linee guida su come acquistare e trattare  l’ortofrutta senza alcun accenno alla necessità di usare un sacchetto. In altri paesi l’uso dei guanti in plastica nel settore ortofrutta non è neanche previsto.
E’ quindi comprensibile che le argomentazioni a giustificare il provvedimento non possono che suscitare l’ilarità che si legge sui social; perché i supermercati non sono ambienti sterili e perché  i luoghi dove si contraggono le maggiori infezioni sono proprio i luoghi dove si va a curarsi come gli ospedali.
Come si fa poi a ritenere questo “allarmismo” giustificato quando in altri paesi europei e non, viene permessa nei supermercati l’adozione di sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta: dalla Svizzera, alla Germania al Belgio ?
Se il ministro della Salute ritiene di dover difendere la sua posizione dovrebbe, come minimo,  spiegare in modo articolato e possibilmente con evidenza scientifica, da quali dei rischi prima citati ci può proteggere un sacchetto monouso. Allo stesso tempo andrebbero chiarite  le responsabilità in materia di igiene e rischio sanitario che sono di competenza dei supermercati e negozi che vendono sfuso (dove iniziano e dove finiscono) e quelle che ricadono sui cittadini. Chiarendo anche se questi ultimi sono liberi nei supermercati di scegliere come proteggere la propria salute o meno. Se si vuole promuovere il riuso degli imballaggi è necessario rivedere la regolamentazione di pertinenza.

COME VENIRNE FUORI?

Quando le indicazioni non arrivano dall’alto, le soluzioni vanno trovate dal basso. Pertanto ci facciamo promotori verso la GDO di una proposta che metterebbe nelle mani dei cittadini la decisione sul livello di protezione da adottare rispetto al paventato rischio di incorrere in tossinfezioni alimentari nel settore ortofrutta.
La soluzione consiste nel mettere a disposizione dei clienti che non vogliono servirsi di un sacchetto monouso, sia esso in bioplastica che in carta, un cestino dove trasportare alle casse l’ortofrutta pesata sulle bilance senza involucri e di un supporto dove attaccare le etichette.
Una volta pagato l’ortofrutta i clienti possono decidere se trasportare l’ortofrutta sino a casa con borse a rete, cesti, cassette ripiegabili, etc.
Questa soluzione è stata sviluppata da un supermercato di Sirolo e merita di essere adottata ed implementata al meglio. I cestini visibili nella foto possono diventare dei trasportini provvisti di manici, impilabili e soggetti ad una cauzione come avviene per i carrelli.
La necessaria e regolare sanificazione dei cestini potrebbe essere gestita sia in house che essere affidata ai poolers che già movimentano le cassette ortofrutta riutilizzabili per le insegne della GDO. Dubitiamo che il Ministero alla Salute possa esprimere veti o obiezioni all’utilizzo di “cestini ad uso interno” in quanto l’ortofrutta in esposizione già si trova all’interno di cassette riutilizzabili.
Allo stesso tempo la GDO potrebbe già da ora sviluppare un proprio modello di sacchetto riutilizzabile ortofrutta da mettere in vendita accanto alle proprie borse,  in modo che i clienti possano riempirli con l’ortofrutta acquistata con il cestino, ma anche utilizzarli per altri acquisti alimentari.
In attesa che si possa arrivare anche in Italia alle soluzioni di buon senso adottate negli altri paesi, la GDO potrebbe venire incontro ai clienti che vogliono ridurre il proprio impatto ambientale senza rinunciare alle comodità di acquisto offerte dai supermercati. Ma allo stesso tempo, attraverso un’offerta un’offerta più green potrebbe influenzare le scelte di acquisto dei clienti meno consapevoli della necessità di risparmiare risorse preziose.
Come abbiamo proposto nei precedenti aggiornamenti sull’argomento l’opzione che maggiormente risponde alle urgenze dei tempi che stiamo vivendo è un sacchetto riutilizzabile realizzato con plastica riciclata. Come delineato nella recente Strategia per la plastica, oltre a  ridurre la produzione di plastica usa e getta è necessario arrivare a riciclare o riusare tutti gli imballaggi  ma anche trovare uno sbocco post consumo per la plastica da riciclo. La Cina ha chiuso le frontiere agli scarti di plastica prodotti dal mondo intero e prima
Essendo disponibili in commercio diverse tipologie di filati derivati da nylon o poliestere da riciclo – anche Made in Italy – saremmo in grado di fare partire una produzione nazionale a filiera corta replicabile anche negli altri paesi da portare in Europa come esempio. Ci auguriamo di non doverci trovare a raccontare l’ennesimo caso di best practice ideata in Italia ma poi realizzata oltre confine.

 

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