Uno a zero per il fronte ambientalista, in Olanda
Quando in Olanda la battaglia per il mantenimento del deposito su cauzione per le bottiglie di plastica grandi sembrava ormai persa arriva la notizia che rincuora il fronte ambientalista. Il deposito su cauzione non viene abolito e verranno organizzati dei canali di raccolta anche per le bottiglie piccole e le lattine.
Esultano anche i deputati del Partito del Lavoro (Partij van de Arbeid, PvdA) che si erano maggiormente opposti ad un’abolizione invocata invece dai liberali del VVD (parte dell’attuale coalizione di governo) insieme agli esponenti dei partiti Unione Cristiana (ChristenUnie) e Socialista (Socialistische Partij) favorevoli al mantenimento del deposito.
La notizia è arrivata in via ufficiale da Wilma Mansveld segretario del Ministero Infrastrutture e Ambiente attraverso una lettera inviata il 18 giugno alla seconda camera. La principale motivazione al mantenimento del deposito su cauzione è che l’industria utilizzatrice di packaging non ha rispettato gli adempimenti previsti dall’accordo quadro imballaggi “Raamovereenkomst Verpakkingen” con validità 2013-2022. Va detto che esiste un precedente in tal senso in quanto l’industria non ha mai rispettato gli accordi presi con governo e unione dei comuni olandesi VNG già all’interno delle precedenti edizioni dell’accordo quadro per gli imballaggi, e in particolare dal 2006.
Il dibattito acceso che si è scatenato nell’ultimo anno intorno alla decisione di abolire il cauzionamento tra le lobby del beverage e il variegato fronte contrario, ha ovviamente esercitato un discreto pressing sulla Mansveld che si è tradotto in questa decisione. Come abbiamo raccontato nella nostra piccola inchiesta in due puntate, anche se gli argomenti portati dal fronte pro-cauzionamento erano difficilmente contestabili, il finale non era per nulla scontato, anzi. Con questa decisione la Mansveld mantiene quella credibilità che avrebbe altrimenti perso nell’affossare uno dei principali strumenti del programma nazionale di gestione dei rifiuti “Van Afval Naar Grondstof VANG” ovvero “Da Rifiuti a Risorse”. Senza contare le innumerevoli esternazioni a favore dell’economia circolare di cui il Segretario è stato protagonista negli ultimi mesi.
Non è quindi casuale che Mansveld nell’apertura della sua lettera alla camera scriva : “I Paesi Bassi possiedono le conoscenze e l’ambizione per poter ulteriormente espandere la propria posizione di paese leader nel riciclaggio e nella riconversione delle materie prime preziose contenute nei rifiuti. Il governo attraverso il programma VANG lavora per accelerare un passaggio all’economia circolare con tre obiettivi in mente: la conservazione del nostro capitale naturale, il miglioramento della sicurezza nell’approvvigionamento delle risorse e materie prime e il rafforzamento della redditività dell’economia olandese. In un’economia circolare i cicli produttivi si autoalimentano e sono strutturati in sistemi ottimali che prevengono la formazione di rifiuti e emissioni nocive che impattano su uomo e ambiente oltre che a prevenire l’esaurimento delle materie prime. La forza che arriva dalla società verrà utilizzata per raggiungere questo obiettivo, in collaborazione con le parti interessate “.
ACCORDI RIMASTI SULLA CARTA
L’accordo quadro imballaggi in vigore dal 2013 conteneva una clausola secondo la quale sarebbe stato possibile per l’industria utilizzatrice di packaging e la grande distribuzione di liberarsi del cauzionamento solamente a condizione che avessero assolto a sette “prestazioni di garanzia”.
Come raccontato nei precedenti post il sistema di deposito su cauzione in Olanda riguarda i formati di bottiglie più grandi del mezzo litro. Le bottiglie piccole vengono invece raccolte insieme ad altre tipologie di imballaggi di plastica con un sistema di raccolta presente nei comuni chiamato Plastic Heroes che presenta però performances estremamente deludenti. Lo dimostrano le quantità di bottigliette disperse nell’ambiente insieme alle lattine. Al contrario delle 650.000 bottiglie grandi immesse al consumo ogni anno ne vengono invece intercettate dai supermercati percentuali che vanno dal 96 al 98% .
Tornando alla sette prestazioni di garanzia a capo dell’industria risulta che solamente una possa essere considerata raggiunta. Lo ha messo nero su bianco (anche) un parere legale di R. Hörchner avvocato esperto in materia di rifiuti che ha concluso che non sussiste una base giuridica per procedere all’abolizione del deposito.
L’analisi ha inoltre messo in luce: la mancanza di una concreta e misurabile riduzione e prevenzione, anche qualitativa, degli imballaggi immessi negli anni; nessun incremento del tasso di riciclo per le varie tipologie di plastica raccolta con il sistema Plastic heroes, nessun miglioramento relativo alla qualità della plastica raccolta che presenta scarti nelle partite che vanno dal 10 al 50%.
Lo studio lamenta inoltre la mancanza di qualsiasi dato e informazione disponibile pubblicamente su questioni come: quali destinazione prenda la plastica consegnata a Plastic Heroes; come e in quale misura viene impiegata la plastica riciclata proveniente dagli imballaggi in altri settori industriali; quali sono le percentuali di plastica effettivamente riciclate al netto degli scarti e del downcycling, etc.
COSA SUCCEDERA’ ORA
Oltre al fronte ambientalista sono diversi i partiti che vorrebbero estendere il cauzionamento a bottiglie piccole e lattine come avviene in Germania ma la Mansfeld non vuole spingersi così lontano. Per intercettare questi contenitori che vengono per lo più termovalorizzati, il segretario avrebbe intenzione di organizzare un sistema premiante che possa intercettarli attraverso una rete di centri di raccolta autorizzati sul territorio. Il progetto del sistema che verrà sviluppato in accordo con l’unione dei comuni olandesi VNG, l’Afvalfonds Verpakkingen (1) e l’associazione ambientalista Stichting Natuur & Milieu dovrà essere pronto per il prossimo autunno in modo da essere effettivo dal gennaio del 2016. I punti di raccolta che saranno dotati di macchine compattatrici (reverse vending) in grado di elargire i buoni o premi per chi conferisce i contenitori dovranno nascere nelle sedi di istituzioni sociali come scuole, centri sportivi e associazioni e non potranno essere gestiti da soggetti privati.
Si tratterebbe in sostanza di replicare su base nazionale alcune delle esperienze di successo in tal senso già esistenti a livello locale. Sulla base dei risultati ottenuti nel primo anno di sperimentazione del sistema dovrà essere affinato un piano che copra tutto il paese operativo dal gennaio 2018. Già dopo qualche giorno dalla presa di posizione della Mansveld sono arrivate da parte di osservatori esperti considerazioni che esprimono dubbio sull’impostazione di tale piano. Manca per ora una definizione degli obiettivi di intercettazione da raggiungere, così come sull’entità del partecipazione finanziaria del settore del beverage. Inoltre, non è ancora chiaro come e in quale misura questo piano risponderà allo scopo, attribuitogli dalla Mansveld, di contrastare tramite “un approccio nazionale al problema” la questione dei rifiuti abbandonati nell’ambiente. Siccome tutto si gioca su come il piano verrà elaborato e concretizzato, il passato insegna che tutto dovrà passare attraverso infinite discussioni con la lobby dell’industria del beverage.
Se quindi il governo con questa mossa è ben lieto di sottrarsi dalla contesa, e l’industria per ora si accontenta di evitare l’estensione del cauzionamento alle bottiglie piccole, come hanno reagito i Comuni che subiscono i costi causati dai rifiuti abbandonati ?.
Un portavoce dell’Associazione dei comuni olandesi (VNG) ha dichiarato che al momento, nonostante non ci sia nulla di concreto sul piatto, ripongono molte aspettative sul fatto di avere al tavolo tutti i soggetti responsabili di far partire il progetto.

IL PARERE DEL FRONTE AMBIENTALISTA
Il fronte ambientalista capitanato da Recycling Netwerk punta più in alto chiedendo una chiara regolamentazione e un’estensione per il deposito su cauzione sul modello di Germania e Norvegia. A maggior ragione perchè tecnicamente possibile considerato che le macchine compattatrici sono già predisposte per il conferimento degli altri formati.
Il Belgio, che ha un deposito su cauzione solamente per le bottiglie di birra, nell’ottica di una più ampia introduzione di un deposito, ha commissionato lo scorso anno uno studio esplorativo che ne quantificasse gli impatti economici che è uscito recentemente. Lo studio (fiammingo), estremamente articolato, ha analizzato i costi e i ricavi del sistema di deposito su cauzione ipotizzando 5 diversi scenari di attuazione realtivi a bottiglie in PET e lattine. Semplificando al massimo partendo dai costi del sistema che inciderebbero per un importo da 3,3 a 3,6 centesimi di euro le conclusioni sono che è possibile, con una gestione automatizzata ed efficiente arrivare, non solamente a dimezzare i costi, ma ad ottenere anche un guadagno di 2 centesimi per unità.
Il modello a cui fare riferimento si legge nello studio è quello scandinavo o tedesco non quello olandese giudicato “relativamente inefficiente”. Tra i motivi addotti figurano una limitata automatizzazione che richiederebbe un maggior numero di compattatori presenti presso i supermercati rispetto ad ora (almeno il doppio) e maggiori quantitativi raccolti includendo quindi i formati più piccoli delle bottiglie attualmente esclusi. Il fronte si augura che qualora il sistema venga prossimamente introdotto nelle Fiandre, come potrebbe accadere, il fatto arrivi a costituire un precedente che il Governo olandese non potrà comunque ignorare.
(1) l’ente che gestisce il fondo finanziato dall’industria per la gestione del fine vita degli imballaggi paragonabile al Conai.
Apre ad Amsterdam Instock, un ristorante anti-spreco
Apre ad Amsterdam dopo un anno di gestione sperimentale Instock un ristorante dove il menù è realizzato a partire da prodotti alimentari che non possono più essere venduti nei supermercati.
L’idea è nata ed è stata realizzata da quattro dipendenti della catena leader della grande distribuzione olandese Albert Heijn. Quotidianamente il camioncino elettrico di Instock fa il giro dei punti vendita della catena per raccogliere prodotti che sono difficilmente commerciabili per motivi estetici, perché vicini alla data di scadenza oppure perchè presentano confezioni danneggiate anche se sono a lunga scadenza.
“Quando le persone sentono parlare di spreco alimentare, pensano subito che ci si riferisca a cibo non più commestibile” dice Freke van Nimwegen uno dei quattro fondatori di Instock riferendosi alle reazioni dei clienti. “Una volta che spieghiamo ai nostri clienti che si tratta di cibo ancora ottimo e che soddisfa tutti i requisiti della sicurezza alimentare le reazioni dei più sono entusiaste”
Ristoratori per caso
“Avviare un ristorante non rientrava nei nostri obiettivi”, continua van Nimwegen, “Volevamo fare qualcosa per lo spreco di cibo visto che un terzo del cibo prodotto a livello mondiale viene buttato. Abbiamo pensato a come poter sensibilizzare le persone su questa problematica e così io e i miei tre colleghi abbiamo presentato all’azienda un business plan che sarebbe poi diventato la base del progetto di Instock“.
Ufficialmente, i quattro imprenditori sono ancora dipendenti del gigante della distribuzione “Si tratta di una speciale combinazione perché, anche se è Albert Heijn che paga il nostro stipendio, il ristorante funziona con le proprie entrate. E’ fondamentale per noi che l’attività stia sulle proprie gambe. Credo che questo progetto possa rappresentare un’esempio di come fare imprenditoria sociale ” conclude van Nimwegen.
Menù a sorpresa
Quale può essere il menù della cena che consiste in tre portate è ogni giorno una sorpresa. Dipende da cosa raccoglie il camioncino nel suo giro quotidiano presso le filiali. Anche i fornitori di Albert Heijn occasionalmente aiutano con qualche fornitura omaggio. Come Heineken che destina al ristorante i fusti di birra avanzati nei vari festival.
Fonte : Trouw.nl
Notizia pubblicata nell’ambito della nostra collaborazione con Gdoweek nel numero 14 della versione digital. Neo-imprenditoria sociale contro lo spreco alimentare.
Leggi anche sempre a proposito di riduzione dell’impatto ambientale ad Amsterdam : Tra arte e serra un progetto di condivisione energetica.
Olanda primo paese al mondo che abolisce il deposito su cauzione ?
Uno dei migliori sistemi di raccolta e riciclo al mondo per le bottiglie in PET ha le ore contate ? Mentre altre nazioni vorrebbero introdurre il deposito su cauzione sulle bottiglie di bevande, l’Olanda potrebbe essere il primo paese al mondo che se ne libera…
Sui media olandesi non si fa mistero che la probabile abolizione del sistema sia il coronamento di 15 anni di intenso lavoro di lobby da parte dell’industria del beverage. La decisione doveva essere presa già lo scorso anno, come abbiamo visto nella prima parte della nostra piccola inchiesta pubblicata a febbraio. Da allora in Olanda si sono susseguiti accesi dibattiti sui media, pubblicazioni di studi e anche due sondaggi dagli esiti discordanti, come vedremo. Tra pochi giorni si riunirà la seconda camera per affrontare la questione e il segretario di stato, Wilma Mansveld dovrà presto assumersi l’onere della decisione. Un ruolo cruciale potrebbero giocarlo i socialdemocratici del Partito del Lavoro (Partij van de Arbeid, PvdA) che hanno una posizione critica rispetto all’abolizione. Tuttavia il PvdA è al governo con i liberali del VVD, il partito del primo ministro Rutte, accaniti oppositori del cauzionamento. Contrari invece all’abolizione del sistema sono il piccolo partito conservatore Unione Cristiana (ChristenUnie) e il Partito socialista (Socialistische Partij, SP).
Plastica nell’ambiente che finisce nei corsi d’acqua e raggiunge il mare
Viene stimato che il 50% dei rifiuti abbandonati nell’ambiente in Olanda sia costituito da plastica. A rivelare quali siano gli imballaggi più presenti nell’ambiente c’è anche l’iniziativa olandese Trash Hunters che organizza operazioni di pulizia sul territorio. Su 12.000 rifiuti raccolti il 99,84% è costituito da contenitori per bevande fuori dal deposito su cauzione e solamente lo 0,16% da bottiglie grandi.
In Olanda il deposito su cauzione per le bottiglie di plastica da 1,5 lt ha fatto si che ne venissero recuperate il 95% per dare vita a nuove bottiglie. I vuoti vengono riportati ai supermercati dove apposite macchine chiamate Reverse Vending Machine (RVM) restituiscono agli utenti 25 centesimi di cauzione per ogni bottiglia conferita.
Non supera invece il 20% la percentuale di intercettazione (e avvio al riciclo) per le bottiglie piccole (e lattine) che vengono invece conferite ai sistemi di raccolta differenziata domiciliari o stradali del programma di raccolta denominato Plastic Heroes. Si tratta di un dato di fatto che dovrebbe essere letto in modo inequivocabile a favore dell’estensione del cauzionamento a bottiglie piccole e lattine (voluto dalla maggioranza dei Comuni), come avviene in Germania e Norvegia. Non certamente a favore di una sua abolizione. Ma, se avrete la pazienza di seguirci in questa storia, vi racconteremo come la pressione esercitata dalle lobby del beverage a diversi livelli, sia riuscita a condizionare da qualche anno le decisioni del governo olandese in materia di politiche di packaging.
COSA DICE L’ACCORDO QUADRO RELATIVO AGLI IMBALLAGGI
Come abbiamo già raccontato nel primo post che racchiude le vicende che hanno preceduto gli sviluppi attuali, nel 2012 è stato sottoscritto un accordo quadro sugli imballaggi ( Raamovereenkomst Verpakkingen ) tra l’unione dei comuni olandesi, Vereniging van Nederlandse Gemeenten (VNG) e le industrie utilizzatrici di imballaggio, alla presenza dell’allora segretario di stato all’ambiente Joop Atsma (CDA). L’accordo quadro con validità 2013-2022 recitava sul punto del cauzionamento che lo stesso avrebbe potuto essere soppresso nel 2014 qualora l’industria fosse stata in grado di adempiere ad alcune richieste, già presenti nel precedente accordo del 2006, ma ancora inevase. Tra le così definite “prestazioni di garanzia” figuravano: il raggiungimento della soglia di un minimo di 90 tonnellate di plastica riciclate (escluso il flusso derivante dal sistema del cauzionamento), la sostituzione degli imballaggi in PVC, la sospensione della distribuzione gratuita di sacchetti nei supermercati, il posizionamento di contenitori presso tutti i supermercati con superficie di vendita superiore ai 200 metri quadrati, il 20% come percentuale minima di plastica riciclata nella produzione di bottiglie più grandi del mezzo litro, etc. Un’ispezione del ministero delle Infrastrutture e Ambiente VROM del 2014 ha dichiarato che le prestazioni di garanzia fossero state raggiunte basandosi prevalentemente sulle dichiarazioni dell’ Afvalfonds Verpakkingen, (1) ovvero il Fondo per i rifiuti da imballaggio. Siccome però la realtà dei fatti ha smentito le conclusioni dell’ispezione una decisione in merito è stata rimandata dalla Seconda Camera al 2015. A fare chiarezza sulla questione ha contributo la presentazione, avvenuta nel maggio del 2014, di un parere legale a cura di R. Hörchner avvocato esperto nel settore rifiuti commissionato da Recycling Netwerk, un fronte ambientalista che include diverse associazioni tra cui Greenpeace Olanda. Lo studio di Hörchner, di cui è uscita la versione aggiornata l’11 giugno 2015, ha messo in luce le incongruità alla base dell’accordo sugli imballaggi anche sotto il profilo legislativo e fornito lo stato di (non) avanzamento lavori rispetto a quasi tutti gli impegni assunti nell’accordo dall’industria. Il primo maggio 2015 è stata presentata un’interrogazione parlamentare dai deputati del partito socialista SP della seconda camera composta da 36 domande sulle attuali criticità della gestione della plastica raccolta dal sistema Plastic Heroes (2). Come si legge anche nello studio legale il flusso di plastiche miste raccolte da Plastic heroes è in minima parte riciclabile e viene in buona parte termovalorizzato. Le percentuali di scarto, da notizie che arrivano dagli operatori del riciclo, arrivano sino al 50% del raccolto a causa della sua cattiva qualità. Nel determinare le parcentuali di scarto incidono, sia problematiche di natura igienica, che dovute alla presenza di grandi quantità di contenitori non idonei al riciclo, come i poliaccoppiati oppure contenitori realizzati in plastica, ma con caratteristiche progettuali che ne impediscono il riciclo (additivi, coloranti, etichette coprenti, etc.) Manca inoltre qualsiasi informazione su cosa succeda alla plastica una volta consegnata a Plastic heroes. Anche il sistema di calcolo della percentuale di plastica riciclata adottato da Afvalfonds, secondo il parere legale, è in contrasto con la normativa europea in quanto vengono considerate come riciclate le quantità consegnate agli impianti di riciclo, senza tenere conto delle alte percentuali di scarto prima menzionate di queste partite. Il 25 maggio scorso il programma di attualità Brandpunt del canale televisivo KRO ha mandato in onda un servizio sulla vicenda dove esponenti di Recycling Netwerk, hanno dimostrato che nei supermercati gli imballaggi in PVC continuano ad essere presenti in quantità in contrasto con quanto asserito dall’Afvalfonds.
GLI OPPOSITORI
Il fronte contrario al cauzionamento comprende i produttori e utilizzatori di packaging che afferiscono alla Confederazione delle Industrie Alimentari FNLI con Coca Cola in testa e le catene di supermercati come Albert Hijn. Non è mistero che la Coca-Cola voglia sbarazzarsi del cauzionamento, non solo nei Paesi Bassi, ma in tutto il mondo. In Australia la Coca Cola con altre aziende associate all’Australian Beverages Council ha combattuto nei tribunali l’introduzione del deposito in alcune province. Ma anche in Olanda nulla è stato lasciato di intentato, come abbiamo già scritto nel precedente post. Non è un caso che già nel rapporto di sostenibilità del 2013 di Coca Cola non vi fosse alcuna menzione del sistema. Altre insegne come le tedesche Lidl e Aldi che si erano dichiarate a favore del cauzionamento si sono allineate sulle posizioni dell’industria dietro ad un compenso. Dai loro siti sono così scomparse le notizie inerenti al successi ottenuti con i loro macchinari. Le due insegne avevano reso la raccolta così efficiente utilizzando RVM di ultima generazione al punto da riuscire a guadagnare circa 3 centesimi a bottiglia.
Nel settembre e ottobre del 2014 sono apparsi diversi articoli (3) sui media che riportavano di pressioni sulle due insegne da parte del direttore dell’Afvalfonds Verpakkingen (1). Come ha rivelato P+ People, Planet Profit Lidl e Aldi hanno ricevuto un compenso economico per cessare la loro attività di raccolta al momento opportuno. Non è stato facile vincere le resistenze della direzione dei due discount tedeschi. Per raggiungere l’obiettivo una delegazione dell’associazione di categoria dei supermercati, il Centraal Bureau Levensmiddelen (CBL), a cui afferiscono tutte le insegne, si è recata in Germania . Le trattative sono state guidate dall’ex direttore di CBL e lobbista dell’industria del tabacco Theo Roos accompagnato dal direttore della Coca-Cola Olanda, John Brands.
L’azione avvenuta sotto la regia dell’Afvalfonds Verpakkingen per eradicare il dissenso, è stata definita “ricattatoria” dai media e da altri portatori di interesse del riciclo, mentre secondo l’ente si è trattato di una “normale compensazione” per le mancate entrate delle insegne. Con quali fondi venga sovvenzionata tale compensazione non è stato reso noto.

MANIPOLAZIONE SUI COSTI DEL SISTEMA
L’azienda produttrice di compattatori Tomra si è da sempre opposta ad un’abolizione del cauzionamento che, ovviamente, danneggerebbe proprie vendite. Nonostante Tomra sia un soggetto di parte, (alla stregua dell’Afvalfonds peraltro), sono state le argomentazioni a sostegno del cauzionamento presentate dall’azienda a dimostrare l’infondatezza di quelle della controparte. In particolare l’argomentazione preminente che attribuisce al sistema costi insostenibili e inefficienza.
Tomra ha commissionato nel marzo del 2014 uno studio ad un ente terzo che ha svelato come un precedente studio, prodotto da un consulente vicino all’industria del beverage per il governo, avesse fornito dei costi doppi rispetto a quelli reali. E pensare che proprio sulla base dei dati presenti in quel primo studio, poi rivisti in più riprese dallo stesso consulente dopo le contestazioni, si è costruita la campagna di comunicazione finalizzata alla cancellazione del sistema !
Ovviamente Afvalfonds non ha gradito lo studio e ha trovato, nell’ottobre del 2014, il modo di rivalersi con Tomra. Ecco come è avvenuto in questa estrema sintesi della vicenda: Afvalfonds mette ogni anno a disposizione 20 milioni di euro, attraverso il programma Nederlands Schoon per il finanziamento di attività inerenti alla raccolta differenziata dei comuni. Il comune di Apeldoorn si è visto negare un finanziamento, prima approvato da Nederland Schoon, per l’installazione di un compattatore per bottigliette piccole come parte di un programma didattico. Il direttore dell’Afvalfonds si è recato da Tomra per rimarcare che finanziamenti finalizzati all’acquisto di loro macchine sarebbero potuti avvenire a condizione che l’azienda cessasse ogni attività a favore del cauzionamento. Quando la vicenda è stata resa nota da Tomra il deputato Yasemin Cegerek (PvdA) ha fatto un’interrogazione parlamentare sull’accaduto al segretario di stato all’ambiente Mansveld.
I costi del sistema di cauzione per i supermercati dipendono da molteplici fattori che vanno dalle spese di affitto, logistica, automatizzazione, personale impiegato e gestione adottata per il conteggio dei vuoti. Mediamente il sistema di cauzione incide di circa 5,5 centesimi per bottiglia. Se però vengono conteggiate come entrate i 2 centesimi che si incassano dalla vendita della plastica e 1,25 centesimi ( incidenza a bottiglia dell’importo totale di 8,6 ml di euro incassati dal sistema per gestire il 5% del totale bottiglie immesse che non vengono restituite) il costo scende a 2,25 cent a bottiglia. (4)
MAGGIORI COSTI PER I COMUNI
Ogni anno vengono immesse 650 milioni di bottiglie grandi intercettate al 95% dal sistema di cauzionamento. Stimando che senza l’incentivo della cauzione ne venga conferito il 55% nella raccolta di Plastic Heroes e il 45% finisca nell’indifferenziato uno studio di Recycling Netwek (4) ha cercato di quantificare i costi aggiuntivi per i Comuni. Sulla base del dato di fatto che i costi nella raccolta della plastica sono determinati dai volumi degli imballaggi più che dal peso lo studio quantifica in oltre 18 milioni di euro i costi aggiuntivi per le comunità. Nei calcoli rientrano il 15% di contributo in più calcolato sulla base del peso del 55% di bottiglie grandi che si aggiungeranno alla raccolta della plastica che i Comuni riceveranno da Afvalfonds. Rientrano anche i 5 milioni di euro di contributi promessi per gestire lo smaltimento del 45% di bottiglie che finiranno nell’indifferenziato. (5) In merito ai contributi che dovrebbero arrivare ai Comuni (come stabilito dall’accordo quadro) nello studio legale si legge che questi ultimi non hanno ricevuto nel 2013 e 2014 tutti i 20 milioni di euro all’anno che Nederland schoon (1) doveva loro elargire per progetti di contrasto all’abbandono dei rifiuti. Se poi si considera che ripulire i luoghi pubblici dai rifiuti, secondo uno studio di Deloitte del 2010, costa oltre 193 milioni di euro, di cui la maggior parte è a carico dei Comuni, appare evidente come il cauzionamento possa fare la differenza. Principalmente per questo motivo i Comuni olandesi si erano infatti espressi (nel giugno del 2011) al 94% favorevoli, non solamente a mantenere il cauzionamento, ma ad estenderlo ad altri formati di contenitori per bevande. Dello stesso parere si era espresso l’ente NVRD l’associazione che raggruppa il 90%dei Comuni e delle aziende pubbliche e private che gestiscono i rifiuti.
SONDAGGI ADDOMESTICATI
Con un sondaggio ad hoc commissionato a un’azienda leader del settore, e l’incarico di gestire la comunicazione all’agenzia Burson Marsteller dello scorso mese, il lavoro di lobbing dell’industria è passato all’ultima fase che prevede “l’addomesticamento” dell’opinione pubblica. Quando le multinazionali in profonda crisi di immagine hanno avuto bisogno di un agenzia di comunicazione alla quale affidare una “missione impossibile” si sono affidate ai servizi di Burson Marsteller. Come racconta il giornale De Trouw l’agenzia internazionale ha difeso per 25 anni l’industria del tabacco Philip Morris in una campagna contro gli studi sugli effetti cancerogeni del fumo di due agenzie come lo IARC e l’ EPA. In questo documento scaricabile dal sito dell’Università della California si può leggere il piano di attacco congegnato che prevedeva di trascinare le controparti in tribunale “sue the bastards”.
D’altronde il motto del fondatore della agenzia di comunicazione Burson Marsteller è “Perception is reality”. Liberamente tradotto e contestualizzato in questa vicenda significa che quello che conta, ancora più della realtà dei fatti, è la percezione che il pubblico può averne. Non è chiaro se questo approccio abbia guidato o influenzato la formulazione delle domande del sondaggio che TNS Nipo ha condotto su incarico di Plastic Heroes. Le conclusioni del sondaggio, – in contrasto con quelle di un sondaggio del 2011, sempre di TNS Nipo-, sono state che 7 olandesi su 10 sarebbero favorevoli all’abolizione del cauzionamento. Il metodo adottato è stato aspramente criticato. Per farla breve ai 1.035 intervistati è stato chiesto se fossero favorevoli a conferire le bottiglie grandi con il resto della plastica. Nessun accenno al fatto che la scelta effettuata sarebbe stata interpretata come un si o un no rispetto all’opzione se mantenere o meno il cauzionamento. I risultati sono stati smentiti da quelli di un sondaggio effettuato subito dopo da Radar TV del broadcaster Avrotros che dispone di un TestPanel che conta 30.000 persone. Solamente il 19% degli intervistati si è espresso positivamente sull’abolizione del cauzionamento.
Leggi come è andata a finire nell’aggiornamento : Uno a zero per il fronte ambientalista, in Olanda
NOTE
(1) L’Afvalfonds Verpakkingen, ente corrispondente al nostro Conai, riceve dalle aziende dei contributi destinati a sostenere la raccolta degli imballaggi ed è strutturato in quattro organizzazioni: Nedvang (monitoraggio sul mercato del packaging e percentuali di riciclaggio), Kunststof Hergebruik B.V. (logistica selezione e vendita della plastica raccolta), Nederland schoon (campagne di prevenzione sul littering da packaging) e il Kennisinstituut Duurzame Verpakken (Netherlands Institute for Sustainable Packaging). Proprio sulla nascita di quest’ultima creatura “indipendente” finanziata dall’Afvalfonds che ha il compito di dettare al governo l’agenda sulle politiche del packaging ha raccontato il nostro precedente post sull’argomento.
(2) Le principali questioni riguardano:
-La mancanza di informazione e dati su quante bottiglie di PET, vengono raccolte, dove finiscono, a chi vengono vendute, quante vengano bruciate, finiscono all’estero e per quali produzioni vengano impiegate ( ad esempio per produrre tessuti di pile) e con quanta aggiunta di plastica vergine, quale percentuale di scarto, etc.
-La qualità del materiale raccolto per il riciclo. Mentre Il flusso di bottiglie raccolte con il cauzionamento garantisce un approvvigionamento costante di materia di qualità per produrre altre bottiglie. Questa qualità crollerà definitivamente quando le bottiglie di PET verranno conferite con la plastica sporca. I riciclatori obbligati ad accettare le balle di PET proveniente da plastic heroes dall’industria del beverage lamentano perdite di materiale dovute agli scarti che vanno dal 10 al 50% delle partite.
-Come riuscirà l’industria a mantenere l’accordo preso con il governo che prevede che le nuove bottiglie di PET contengano (da 3 anni) almeno il 25% di granulo riciclato proveniente da altre bottiglie ? Il Partito socialista stima che con il PET proveniente dal sistema Plastic Heroes si arrivi a produrre non più del 2/3% delle bottiglie immesse sul mercato.
-Perché le aziende non hanno raggiunto la percentuale di 25% di PET riciclato in nuove bottiglie. Il rapporto di monitoraggio sugli obiettivi dell’accordo quadro del packaging ha rilevato che la percentuale di riciclato in otto produttori si aggirava sul 10,7% (contrariamente a quanto dichiarato da Afvalfonds) e mancano i dati su 2013-2014. Perchè viene richiesta una percentuale di plastica riciclata così bassa quando la Coca Cola in Germania ha lanciato la linea Life con bottiglie di PET provenienti al 100% da granulo riciclato.
(3) Tra le uscita dei Media (in olandese):
–Qualunque cosa per una nazione senza deposito su cauzione
–Tomra: il direttore dell’Afvalfonds ci ricatta
(4) Costi e Benefici del cauzionamento resi noti dal sito della campagna “Un vero eroe sceglie il deposito su cauzione”
(5)Le conseguenze economiche per i Comuni Factsheet (in olandese)
Politica dei rifiuti da riciclare (solamente in Francia ?)
Le politiche di riciclaggio in Francia alle prese con un aumento dei costi molto più veloce rispetto ai risultati. E gli obiettivi di riciclo non saranno raggiunti nel 2016, riporta l’associazione dei consumatori UFC Que Choisir. Nell’ultimo rapporto l’associazione dei consumatori UFC Que Choisir ha messo il naso nella nostra spazzatura e quello che si respira non è “profumo di rose”.
Il disegno di legge pagato dalle famiglie per la gestione dei rifiuti è aumentato di € 1,2 miliardi di euro ovvero il 24% di aumento dal 2008 al 2012 ( calcolato sul prezzo di vendita dei prodotti e la tassa di raccolta dei rifiuti) arrivando a toccare i 6,5 miliardi di euro, senza un miglioramento degno di nota del tasso di riciclo.
“La Francia ricicla appena il 23% dei suoi rifiuti contro il 60% che viene incenerito o avviato in discarica, -sottolinea l’UFC Que Choisir in una presentazione del suo studio- In queste condizioni, non è chiaro come raggiungere l’obiettivo del 50% di riciclaggio fissato dalla strategia Europa 2020 “. Per dovere di cronaca la Francia ricicla il 67% degli imballaggi domestici e dovrà raggiungere il 75% nel 2016 (e il 50% al 80% per i rifiuti elettrici ed elettronici).
Conflitto d’interesse
Di chi la colpa? In primo luogo, dell’organizzazione complessiva del settore. Non perché manchino risorse finanziarie messe a disposizione dagli “inquinatori”, (vale a dire i produttori e i distributori che immettono prodotti sul mercato), attraverso il pagamento di un eco-contributo (che si riflette nel prezzo di vendita di prodotti) secondo il principio di “chi inquina paga” adottato nel 1992. Ma questi “inquinatori” delegando a delle eco-organizzazioni gli obblighi riferiti alla gestione del fine vita dei loro rifiuti, e l’incasso degli eco-contributi (1) che servono per gestirli, ne diventano di fatto azionisti e finanziatori. Esiste quindi un conflitto di interessi all’interno delle eco-organizzazioni, che non hanno alcun interesse a ridurre il loro volume di business attraverso attività di prevenzione per ridurre il volume dei rifiuti da trattare, rileva UFC Que Choisir.
Lo Stato, che ha deciso il funzionamento del sistema, ha la sua parte di responsabilità. Il controllo delle eco-organizzazioni è inefficace perché è condiviso da cinque agenzie governative i cui ruoli non sono chiari, mentre le multe sono ridicole: appena 30.000 euro in caso di mancato raggiungimento dell’obbiettivo di riciclaggio assegnato loro dal governo, per fare un esempio … Gli “inquinatori” non sono inoltre abbastanza controllati,: “Dal 5% al 10% delle tonnellate di imballaggi immessi sul mercato non sono oggetto di alcun eco-contributo” afferma l’associazione, che ritiene sia necessario demandare ad un unico organo il controllo e la regolamentazione dell’attività degli eco-organismi.
Politiche dei rifiuti da riciclare
Inoltre, è chiaro che lo Stato non ha fatto nulla per ridurre al minimo il volume dei rifiuti prodotti prima ancora di parlare di riciclaggio. “Per la prevenzione viene speso a livello pro capite solamente l’1% all’anno “, afferma l’UFC Que Choisir. Non esiste un’incentivazione che porti il mercato a sviluppare materiali riciclabili e una penalizzazione per quelli che non lo sono (2). Sulle confezioni di imballaggi, piuttosto che un logo chiaro e univoco su tutti i prodotti per indicare ai consumatori se la confezione è riciclabile o meno, coesistono una miriade di loghi, a volte dal significato oscuro per il consumatore.”
Come l’indagine di UFC Que Choisir attesta, i consumatori sono piuttosto confusi: il 59% degli intervistati ritiene che il logo dal tondo verde contenente una freccia circolare chiamato il “punto verde “significhi che la confezione sia riciclabile. (Forse perché la freccia richiama il concetto di economia circolare). In realtà il logo significa solamente che è stato pagato per il prodotto un eco-contributo ad un eco-organizzazione … Per quanto riguarda i “cassonetti gialli” per i rifiuti riciclabili, il 30% non è di colore giallo. Altrettanto importante, i loghi non sono apposti sul 100% degli imballaggi o dei prodotti. Secondo l’indagine condotta in 64 dipartimenti, “solo il 6% dei 80 prodotti analizzati dall’associazione indica quali parti dell’imballaggio siano riciclabili. Questo non aiuta il consumatore a fare una scelta informata al momento dell’acquisto “.
In breve, la conclusione è chiara: è urgente riciclare politica di prevenzione dei rifiuti.
Fonte: articolo di Myriam Chauvot “Gestion des déchets : une politique inefficace selon l’UFC Que Choisir” apparso su LesEchos.fr il 23 aprile 2015
NB: non si è fatta attendere la replica di EcoEmballages scaricabile dal loro sito.
-Un secondo intervento critico sulla gestione degli imballaggi in Francia è arrivata dal documentario « Recyclage, les points noirs du business vert » difffuso il 28 aprile scorso da France 5 che ha provocato la replica del direttore di EcoEmballages Éric Brac de La Perrière. Vai al nostro post.
NOTE
(1) La gestione degli imballaggi in Francia è simile alla nostra con l’istituzione di uno eco-organismo (EcoEmballages) che, come il nostro Consorzio Conai, incassa un contributo ambientale ( CAC= Contributo Ambientale Conai) dalle aziende che immettono e utilizzano imballaggi sul mercato da corrispondere ai Comuni per coprire i costi sostenuti per la raccolta differenziata degli imballaggi.
(2) In realtà dal 2012 EcoEmballages, (a differenza del nostro paese dove il contributo si base sulla base del peso del materiale immesso), avrebbe adottato per la quantificazione del contributo ambientale un sistema di bonus-malus che penalizza e incentiva gli imballaggi a seconda del loro grado di riciclabilità. Il contributo ambientale che viene pagato avrebbe dovuto riflettere le caratteristiche qualitative dell’imballaggio. Non è stato possibile rintracciare studi o relazioni (disponibili sul web) che offrano commenti o informazioni. Pertanto il tempo trascorso confermerebbe alcune indiscrezioni sulla reale incisività/potenzialità del sistema che parrebbe sia stato “edulcorato” e modificato prima di entrare in pratica. La versione 2014 scaricabile qui e lo strumento on line a disposizione dei produttori TREE per valutare il costo ambientale dei propri imballaggi.
Riciclo: i lati oscuri di un business verde
Il 28 aprile scorso è stato trasmesso su France 5 il documentario Recyclage: Les points noir du business vert che ha svelato alcuni retroscena del mondo del riciclo e gestione dei rifiuti che il cittadino comune non conosce. In Francia così come negli altri paesi europei. Dal conflitto di interesse che esiste in Francia (così come in Italia) di una gestione e finanziamento della raccolta differenziata degli imballaggi affidata a degli organismi che, essendo di fatto finanziati dalle aziende, non possono andare contro gli interessi di chi li sostiene. Inquietante la parte del documentario dedicata al riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche sul piano ambientale e sanitario. Anche nel nostro paese c’è pochissima informazione sulle attività dei consorzi che si occupano di RAEE e non esiste un organismo che controlli le attività dei consorzi che si occupano di riciclo.
Riciclo: i punti oscuri di un business verde
Rifiuti differenziati e riciclati significa conservare risorse per un mondo più pulito. Dietro a queste belle ambizioni si nascondono ancora disastri ambientali e sanitari per la cui risoluzione le autorità manifestano impotenza…
Dei 500 kg di rifiuti prodotti da ciascun francese ogni anno, meno del 40% viene riciclato. In Germania e in Austria, il tasso raggiunge il 60%. Perché, le nostre prestazioni sono così scarse? Per scoprirlo, Liza Fanjeaux e Anaïs Cordoba hanno condotto l’indagine avvalendosi del contributo di una manciata di soggetti chiave del settore. Tra conflitti di interesse e ricerca del profitto, le ragioni abbondano.
Tutto era cominciato bene, quando, nel 1991, sotto la guida di giganti del settore aziendale, venne stato lanciato dall’allora ministro all’Ecologia Brice Lalonde, il punto verde di “Eco-Emballages”. Contrariamente a quanto il marchio suggerirebbe questa etichetta verde non significa che tutti i prodotti sui quali viene apposta possano essere riciclati. Il pittogramma indica che per il prodotto è stato pagato un contributo economico che verrà devolto alle autorità locali che si occuperanno della gestione del suo fine vita. Se, ad esempio, il cartone che avvolge una confezione di yogurt viene conferito in un contenitore errato l’intero contenuto può venire rifiutato dal riciclatore. Si stima che un 20% dei contenitori per la carta e il cartone non vengano così’ riciclati. Un vantaggio per la collettività degli azionisti di Eco-Emballages. Di fatto tante più tonnellate vengono raccolte per il riciclo dalle comunità urbane, tanto più esse devono mettere le mani al portafoglio. “La vera logica di EcoEmballages, spiega il giornalista Olivier Guichardaz è quella di limitare i costi. […] Da 20 anni, afferma nel documentario, tengono il piede sul freno per fare in modo di pagare il meno possibile. Mentre le industrie che aderiscono a Eco-Emballages dovrebbero contribuire a finanziare la gestione dei rifiuti da parte dei comuni nella misura dell’80%, il contributo loro versato, in relazione al peso degli imballaggi copre poco più del 50% dei costi che i comuni sostengono!“.
Veleni rimessi in libertà
Recuperare le materie prime contenute nei prodotti che noi buttiamo non è sempre un buon affare per gli specialisti di riciclaggio. “In qualsiasi momento, un industriale può diventare arbitro della contesa tra materia vergine e materia riciclata”, ricorda Sébastien Petithuguenin, vice direttore generale di Paprec Group, industria leader del settore indipendente del riciclaggio. Accade così che più basso è il prezzo del petrolio, meno conveniente diventa produrre con plastica riciclata. Allo stesso modo non è sempre redditizio riciclare i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, il famoso D3E. Recuperarne rame, oro, alluminio, nichel o palladio contenuti è certamente una manna. Ma questi apparecchi contengono anche prodotti tossici: il mercurio negli schermi piatti, la diossina nei cavi elettrici, l’arsenico nelle schede elettroniche … I tubi catodici dei nostri vecchi televisori sono imbottiti di piombo. Gli operatori che si occupano del riciclo di apparecchiature elettroniche in condizioni di sicurezza inadeguate, possono avere livelli di piombo nel sangue quattro volte superiori rispetto ai livelli tollerabili! Sono circa 200 i siti aziendali che sono stati sul territorio a seguito di bancarotte o chiusi per motivi sanitari . Queste montagne di rifiuti tossici a cielo aperto rappresentano una grave minaccia per l’ambiente. Nonostante siano sempre più i cittadini e i gruppi ambientalisti che sensibilizzano in prima linea le autorità pubbliche, questi casi estremi non sembrano eccessivamente preoccupare le autorità in questione: per 400 aziende specializzate nel riciclaggio, c’è solamente un unico controllore …
Testo tratto dalla presentazione del documentario dal sito di France 5
-Ecco il comunicato stampa di replica del direttore generale di EcoEmballages che difende l’operato dell’ente che, al pari del nostro Conai, si occupa in Francia del sostegno finanziario e operativo ai comuni per la raccolta differenziata degli imballaggi. Nel documentario viene fatto accenno ad uno scandalo finanziario che ha visto l’ente protagonista nel 2008.
-Leggi anche: Politica dei rifiuti da riciclare (solamente in Francia ? )

Guarda il documentario: Recyclage: Les points noir du business vert
Rifiuti, dal Cdr al Css: ovvero come provare ad aggirare l’effetto Nimby
L’Italia è il paese delle mille leggi, che poi si moltiplicano in migliaia di interpretazioni e contraddizioni. La legislazione legata alla gestione corretta dei rifiuti non è da meno, e il caos normativo è anche lessicale. L’esempio più conosciuto al grande pubblico è quello della tassa/tariffa sulla spazzatura, che cambia nome quasi con la stessa frequenza dei governi. Ma anche le definizioni legate ai rifiuti cambiano alla velocità della luce, come nel caso del Cdr, il combustibile (destinato agli impianti di termovalorizzazione) derivato dai rifiuti, che sta lentamente lasciando il passo al Css (combustibile solido secondario). Gli addetti ai lavori giurano che la differenza è tanta (e tecnicamente parametri e processi effettivamente non sono uguali), e ieri a Firenze è stato promosso anche un convegno ad hoc, al quale avrebbe dovuto partecipare anche il ministro dell’Ambiente Galletti, che invece alla fine non si è presentato.
Organizzato dal consorzio Ecocarbon (che promuove lo sviluppo delle opportunità derivate dal ‘Css combustibile’) e dall’associazione ambientalista Amici della Terra, il convegno puntava di fatto a sdoganare (dal punto di vista ambientale) e far crescere (dal punto di vista politico-economico) l’utilizzo del Css in sostituzione del carbon coke nei cementifici, per la produzione di cemento e clinker.
In questo quadro si inserisce la novità rappresentata dal Css, così come previsto dal decreto Clini (n. 22 del 14 marzo 2013): «Non essendo più rifiuto e avendo invece specifiche molto stringenti sia sul piano della composizione che dei possibili campi di utilizzo – ha spiegato il presidente di Ecocarbon, Camillo Piazza –, il Css non può che essere considerato un prodotto e quindi la sua produzione rappresentare una forma di riciclo di materia». Tanto che Ecocarbon propone una revisione della famosa gerarchia europea per al corretta gestione dei rifiuti, inserendo l’utilizzo del Css subito dopo il riciclo di materia e subito prima il recupero di energia.
Nessuno può mettere in dubbio che l’utilizzo del Css nei cementifici consenta una riduzione degli impatti ambientali che invece produce il carbon coke, ma è anche vero che quella di Ecocarbon (anche il nome è tutto un programma) ricorda da vicino un’altra strategia, legata ad un altro acronimo: lo Sra, utilizzato come agente riducente nell’acciaieria austriaca Voelstalpline, che Corepla annovera tra le forme di riciclo di materia nei suoi resoconti annuali.
Ma alla fine, perché tutto questo interesse? La risposta ce la dà l’Istat, che nel rapporto 2014 su “Popolazione e ambiente: comportamenti, valutazioni ed opinioni” dimostra come esista un abisso di consenso, e quindi di agibilità politica, tra l’idea di avere vicino alla propria casa un termovalorizzatore (il camino nuovo dedicato ai rifiuti) e quella di avere un impianto termico storico come un cementificio o una centrale termoelettrica (tipicamente uno degli impianti che potrebbero bruciare, pardon utilizzare, Css). «Certo, il sapere che nella centrale termoelettrica o nel cementificio – si legge nella strategia di Ecocarbon – venisse utilizzato un combustibile proveniente da rifiuti alzerebbe probabilmente il grado di preoccupazione, che però assai difficilmente potrebbe anche solo avvicinare quello elevatissimo che contraddistingue la presenza di un termovalorizzatore».
Articolo di Jacopo Carucci –Greenreport.it
Plastica a riciclo zero
Uno sgambetto alla ‘green economy’- Il direttore dell’associazione dei riciclatori, Walter Regis, spiega l’anomalia italiana
La busta del supermercato, la bottiglia di bibita, la confezione dello snack. Imballaggi in plastica che ci passano per le mani ogni giorno e che altrettanto velocemente destiniamo al bidone della raccolta differenziata più vicino. Ma in Italia il senso civico non basta a sottrarre i rifiuti a discariche e termovalorizzatori. Stando ai dati ufficiali consultabili dall’ultima relazione ufficiale sulla gestione del Corepla, il consorzio nazionale per la raccolta il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, nel 2013 in Italia sono stati immessi a consumo 2 milioni di imballaggi in plastica, ma a fronte di una raccolta al 75% soltanto il 38,6% degli imballaggi viene riciclato, mentre una quota di poco inferiore, il restante 36,8%, viene destinato a recupero energetico. In altre parole tre quarti della produzione viene differenziata, per poi essere divisa pressoché equamente tra incenerimento e trattamento negli impianti della filiera del riciclo. Le cause sono spesso a monte, nella qualità della raccolta nella natura dei materiali, spesso difficili da separare o da trattare.
Ma c’è di più. Walter Regis, direttore di Assorimap (Associazione Nazionale dei Riciclatori e Rigeneratori di Materie Plastiche) ci dice che i problemi partono dalla raccolta che paga “una gestione non professionale, per come è organizzata. Sicuramente inadeguata alla realizzazione di un’economia circolare”. E secondo Regis “Il motivo per cui il sistema non è adeguato sta negli interessi di chi rappresenta il polimero vergine in Italia, che vede nel riciclato un concorrente”. E in effetti produttori e importatori di materia prima, imprese produttrici hanno una posizione dominante all’interno del consiglio di amministrazione del Corepla. Un assurdo se si pensa che è lo stesso consorzio che in teoria dovrebbe gestire e incentivare il riciclo dei materiali, poco meno di un conflitto di interessi a voler pensar male. E Walter Regis lo dice chiaro e tondo: “Il Corepla è in mano ai produttori di materia prima e ai produttori di beni, quindi soggetti che hanno interessi opposti allo sviluppo del riciclato che è materia concorrente al polimero vergine”.
D’altra parte chi, messo in posizione di poter gestire le regole del gioco, danneggerebbe i propri affari? Senza dubbio in Italia qualche anomalia c’è. Nel resto del mondo a determinare i destini di questo mercato sono le quotazioni del greggio.
Dopo una caduta libera iniziata nel giugno scorso e che ha toccato il suo picco negativo poco più di un mese fa, a marzo, quando il barile è sceso sotto i 50 dollari, tra Europa e Stati Uniti le imprese che trattano plastica riciclata sono andate in crisi e più di uno stabilimento ha chiuso i battenti. Secondo l’analisi condotta dal ‘Wall Street Journal’, infatti, all’inizio dell’anno sul mercato d’oltreoceano la plastica vergine costava il 15% in più di quella riciclata, ma i rapporti si sono ribaltati fino a rendere la materia riciclata più costosa del 7% rispetto alle resine di nuova produzione. Ad aprile il prezzo del petrolio ha iniziato a risalire e con esso quello dei suoi sottoprodotti. L’esempio statunitense, di fatto, dimostra quanto facilmente le leggi del libero mercato da sole entrino in conflitto con lo sviluppo di un’economia sostenibile, ma in Italia il comportamento dei flussi di mercato sfugge a qualsiasi analisi oggettiva.
Walter Regis, infatti, ci spiega che nel nostro Paese “il prezzo del polimero riciclato insegue il valore del polimero vergine. Con il crollo del petrolio sia le resine nuove che quelle riciclate hanno raggiunto i loro valori minimi, molto vicini tra loro, e a queste condizioni sul mercato sarà sempre il polimero vergine il più appetibile”. Questo perché oltre un certo limite il riciclato non può scendere: è pur sempre un prodotto industriale e deve rispondere al rapporto di economicità tra investimenti e ricavi. Investimenti che consistono soprattutto nei costi di trattamento per la produzione di una materia prima seconda, come vengono definiti i materiali lavorati per essere reimmessi nel ciclo produttivo, che viene derivata da rifiuti.
Anche su questo punto il Corepla ha delle responsabilità, poiché i consorzi obbligatori del Conai in virtù dell’ultimo accordo stipulato con l’Anci, associazione comuni italiani, pagano le amministrazioni comunali in proporzione alla sola quantità di rifiuti raccolti, senza considerare la qualità e l’eventuale tasso di contaminazione dei materiali differenziati. Il che per i riciclatori significa lavorare di più e rischiare di produrre un riciclato meno appetibile sul mercato.
E proprio della qualità del loro polimero i riciclatori italiani hanno fatto un vanto. O almeno hanno ci hanno provato come ci spiega ancora Walter Regis: “In circa dieci anni, dal 2004 ad oggi, il comparto del riciclo nel nostro Paese ha raggiunto una dimensione industriale, mentre la produzione di polimero vergine è calata. In queste condizioni sarebbe stato naturale rivolgersi a noi, ma nonostante il riciclato italiano risponda a standard di qualità altissimi, le potenzialità del nostro prodotto continuano ad essere ignorate. C’è bisogno di cambiare il quadro d’insieme perché a queste condizioni il mercato è drogato”.
Articolo di Giuseppe De Stefano L’Indro.it
Leggi anche sul tema : Se l’industria italiana del riciclo muore
Rifiuti, non è tutto oro quel che è bio
Ci sono buone ragioni per pensare che nel prossimo futuro, ancor più che nel presente, lo sviluppo dell’Italia sia legato a doppio filo col prefisso bio. Se la farmaceutica italiana è da primato mondiale (recentemente superata solo dall’India nella produzione di principi attivi), è anche merito delle biotecnologie; nell’industria, specialmente quella interpretata in chiave green, il biotech nostrano presenta numerosi campioni. Anche nell’agricoltura italiana c’è eccellenza bio, ma in questo caso sta per biologico ed è tutta un’altra storia.
Nonostante tutte queste medaglie, o meglio per continuare a incamerarne altre facendo davvero del biotech uno dei driver per lo sviluppo italiano, è però altrettanto importante riconoscere e migliorare gli attuali limiti. Meritoria in tal senso l’analisi recentemente diffusa da Adnkronos sugli imballaggi biodegradabili e compostabili, di cui da sempre anche greenreport si occupa.
Dopo l’introduzione di bottiglie, shopper e stoviglie “biodegradabili”, il tema torna oggi alla ribalta della cronaca in vista del prototipo che la Granarolo presenterà in occasione dell’Expo: una bottiglia per il latte «compostabile al 100% in 12 settimane, non ancora in commercio».
Tralasciando il deleterio fenomeno dei materiali spacciati truffaldinamente nel mondo come bioplastiche senza averne le caratteristiche, è qui interessante soffermarsi sull’intero ciclo di vita degli imballaggi più propriamente bio. Tutti nascono da un nobile presupposto: offrire un sostituto a un materiale oggi indispensabile – la plastica, o meglio alcuni tipi di plastiche –, producendo oggetti da fonti rinnovabili (vegetali) piuttosto che da idrocarburi. Considerando però gli imballaggi lungo l’intero ciclo vita, purtroppo i bilanci ambientali ed economici non sempre sono così cristallini.
Come spiega all’Adnkronos Massimo Centemero – direttore del Cic, Consorzio italiano compostatori – a oggi «nessuno si è preoccupato del fine vita di questi materiali», e «non tutti gli impianti sono strutturati per ricevere tutte le tipologie di manufatti compostabili». Sul territorio troppo spesso mancano «le condizioni tecniche, tecnologiche e operative» per trattarli, e questi materiali finiscono per inficiare non solo sulla qualità del compost ottenibile (fattore già molto spesso problematico), ma anche su altre catene di valore.
«Come Revet – spiega in un caso concreto il portavoce dell’azienda toscana, Diego Barsotti – abbiamo effettuato una campionatura sui bioshopper nel 2010, che erano risultati essere il 15% del totale degli shopper. Quando i bioshopper vengono erroneamente conferiti nei contenitori della plastica, le macchine selezionatrici lo leggono come plasmix, che viene poi avviato a riciclo nell’impianto di Revet Recycling e lì, dopo la triturazione e il lavaggio, viene scartato. Non esiste una soglia di tolleranza, ma uno spreco di risorse: il costo della raccolta e della selezione da parte di Revet, il costo della triturazione e lavaggio da parte di revet recycling, il costo dello smaltimento (in discarica o a recupero energetico) da parte di revet recycling. Stimiamo che tale percentuale di bioshopper sia confermata ancora oggi», e così materiali progettati per dare una svolta sostenibile al mondo degli imballaggi finiscono spesso in discarica o a termovalorizzazione.
Senza dimenticare che, come sottolinea Silvia Ricci, responsabile campagne dell’associazione Comuni virtuosi, «il Pla che finisce nel flusso del Pet in quantità oltre ad una certa percentuale contamina irrimediabilmente intere partite». Uno spreco di materia doppio. Meglio dunque rinunciare in toto a questi materiali? Gli assolutismi sono e rimangono tra i nemici più acerrimi della sostenibilità, e Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla (il Consorzio per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica), mostra anzi di puntare forte sul settore: «Abbiamo in cantiere – annuncia oggi proprio all’Adnkronos – delle iniziative, che a breve renderemo pubbliche, per destinare risorse, abbastanza consistenti, al mondo degli imballaggi biodegradabili e compostabili». Vero è che nel settore occorre ancora, in Italia, migliorare non solo la risposta industriale ma anche la comunicazione al cittadino, e infine rendere più funzionali le filiere dedicate coi gestori locali. Certo rimane un paradosso lo stanziare fondi solo per le bioplastiche, quando ancora non ce ne sono per il riciclo di segmenti critici delle plastiche tradizionali (come quelle eterogenee, riciclate in pochi centri virtuosi e altrimenti destinate a incenerimento).
«Concludendo con una riflessione generale – chiosa Ricci – forse in questo momento i cittadini sono più interessati a sostenere quelle scelte aziendali sostenibili che sono in grado di comprendere e di valutare per gli effetti positivi che possono essere dimostrati e misurati su comunità e ambiente lungo l’intera filiera. Questa è la sfida della sostenibilità che le aziende dovrebbero cogliere». E questo è anche il nostro auspicio.
Articolo di Luca Aterini- Greenreport.it

Bio bottiglie? Il riciclo è un problema. Impianti non ancora pronti
Riciclare imballaggi 100% compostabili. Il compito spetta agli impianti di compostaggio ma i produttori pagano al Conai il servizio. Ecco cosa succede, quando un produttore di imballaggi decide immettere sul mercato prodotti biodegradabili e compostabili al 100%. Succede già con shopper e stoviglie, con la Bio Bottle della Sant’Anna e adesso succederà anche con il latte e la nuova bottiglia della Granarolo compostabile al 100% in 12 settimane, non ancora in commercio. Il prototipo, infatti, verrà presentato in occasione dell’Expo. Vedi aggiornamento*
La storia è questa. I produttori di imballaggi pagano al sistema Conai un contributo ambientale che rappresenta la forma di finanziamento attraverso la quale il Consorzio Nazionale Imballaggi ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per i maggiori oneri della raccolta differenziata, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti di imballaggi. Solo che questi tipi di imballaggi che sono compostabili e che quindi sono conferiti nell’umido, non vengono smaltiti dal sistema Conai ma dagli impianti di compostaggio.
Insomma, “lo shopper paga il contributo Conai ma lo ricicla il Cic”, afferma all’Adnkronos, Massimo Centemero, direttore del Cic, Consorzio italiano compostatori. Ma non è questo l’unico elemento di perplessità su questi nuovi tipi di imballaggi. Quello delle bioplastiche “è sicuramente un settore affascinante ma non tutti gli impianti sono strutturati per ricevere tutte le tipologie di manufatti compostabili”. Secondo il direttore del Cic, “mancano le condizioni tecniche, tecnologiche e operative”.
Purtroppo, sottolinea il direttore del Cic, “nessuno si è preoccupato del fine vita di questi materiali”. Quando si immette sul mercato un nuovo materiale per Centemero, “bisogna invece considerare tutta la filiera: dalla produzione alla vendita fino al fine vita”. Si tratta di “costruire un sistema, possibilmente insieme ai riciclatori della parte organica”. Prima di conferire questi imballaggi nell’umido, dunque, il consiglio è: “verificare con l’ente gestore di zona se l’impianto accetta quel tipo di materiale”.
Ma cosa succede se quella bio bottiglia, compostabile al 100% ma dalle fattezze identica ad una normale bottiglia realizzata in PET, finisce nel sacchetto della plastica? Finisce a recupero energetico, ovvero alla termovalorizzazione ed ecco che si perde il valore ambientale del prodotto. “Le macchine selezionatrici, spiega Diego Barsotti, responsabile comunicazione Revet, che raccoglie, seleziona e avvia a riciclo plastiche, acciaio, alluminio, vetro, poliaccoppiati (come il Tetra Pak) di gran parte della Toscana, “individuavano tali bottiglie come materiale da scartare e avviare a recupero energetico”. Si tratta di “uno spreco di risorse perché il materiale, viene raccolto, trasportato e selezionato per poi andare a recupero energetico”.
Nel 2011, spiega Barsotti, “abbiamo effettuato una campionatura delle bottiglie in PLA (Acido Polilattico) nel momento di maggiore diffusione delle biobottle, che all’epoca sono risultate essere il 2% del totale delle bottiglie”. Adesso, però, “stimiamo che la percentuale di biobottle sia molto calata, di solito ne troviamo quantità significative soltanto in caso di promozioni e sconti offerte dai grandi centri commerciali”.
Secondo Silvia Ricci, responsabile campagne dell’associazione Comuni virtuosi che ha promosso una specifica campagna sugli imballaggi ‘Meno rifiuti più risorse in 10 mosse‘, questo dimostra che “non esistono materiali buoni e cattivi ‘a prescindere’ con cui realizzare imballaggi poiché dipende dall’impatto ambientale complessivo. Un ruolo fondamentale nella valutazione del ciclo di vita delle varie tipologie di imballaggi, soprattutto quando si parla di eco design, è il contesto in cui avviene il fine vita”. Se venisse a crearsi un sistema in cui la raccolta separata del PLA o altro ‘nuovo’ materiale sarà attuabile, ben venga. Ai comuni – conclude Ricci –già non vengono corrisposte le risorse necessarie per fare le raccolte differenziate attuali, figurarsi se potranno mai essere messi nelle condizioni economiche per affrontare il crescente aumento della complessità degli imballaggi”. **
Tratto da Adnkronos.com del 17 aprile 2015
Aggiornamento: l’introduzione di questo imballaggio è stata sospesa per motivi di sostenibilità economica.

Il nostro contributo integrale : “Vista dalla prospettiva degli enti locali che devono occuparsi della raccolta differenziata degli imballaggi il PLA presenta alcune criticità ancora irrisolte che chi progetta nuovi imballaggi parrebbe non conoscere. A partire dai dubbi che nutre il cittadino quando si tratta differenziare la plastica, quando spesso non riesce ancora a distinguere tra un imballaggio e un bene di plastica (spazzolino da denti, bacinella, ecc). Ma anche presupponendo che un marchio o altra indicazione apposta sull’imballo, possa aiutare il cittadino a distinguere tra bioplastica e plastica, poco cambierebbe allo stato attuale, come Barsotti e Centemero hanno raccontato. Inoltre il PLA che finisce nel flusso del PET in quantità oltre ad una certa percentuale contamina irrimediabilmente intere partite. Qualsiasi sistema di raccolta separata per un qualsiasi nuovo materiale che si dovesse aggiungere ai flussi esistenti dovrebbe essere, non solamente tecnicamente attuabile ma anche “pagarsi da solo”. Altrimenti finisce per diventare motivo di ulteriori oneri economici per gli enti locali. Per il latte o l’acqua minerale abbiamo già delle opzioni come il vetro o il PET trasparente ancora non sviluppate come potenziale (di intercettazione e riciclo o riuso locale) che, almeno per il consumo nazionale, potrebbero funzionare a ciclo chiuso creando un’economia non delocalizzabile sul territorio. Rispetto alla dichiarazione di Granarolo che -Il materiale non deriva da prodotti vegetali utilizzati per soddisfare il fabbisogno alimentare e di conseguenza non intacca la catena alimentare umana- il tubero cassava (manioca/tapioca) nella varietà amara** che viene usata per ricavarne il biopolimero prevede comunque l’utilizzo di terreno agricolo e va ad incrementare il fenomeno del cambio indiretto d’uso del suolo (Iluc): cioè quando si producono colture per biocarburanti o usi non alimentari laddove prima si coltivavano prodotti agricoli destinati all’alimentazione. Concludendo con una riflessione generale che esula da questo specifico caso : forse in questo momento i cittadini sono più interessati a sostenere quelle scelte aziendali sostenibili che sono in grado di comprendere e di valutare per gli effetti positivi che possono essere dimostrati e misurati su comunità e ambiente lungo l’intera filiera. Questa è la sfida della sostenibilità che le aziende dovrebbero cogliere.”
Leggi anche: Rifiuti non è tutto oro quel che è bio
Rifiuti, lo “strano caso” delle plastiche miste all’italiana
Ieri a Roma proposte e contraddizioni nell’incontro organizzato da Corepla e Legambiente: “O le plastiche miste si termovalorizzano direttamente o, se si continua a raccoglierle separatamente, se ne deve incentivare anche il riciclo”
Definire una strategia nazionale per garantire l’aumento della quantità e della qualità della raccolta differenziata degli imballaggi in plastica e la massimizzazione del loro riciclo, anche grazie all’implementazione di politiche di prevenzione. E’ la proposta di Legambiente e Corepla presentata e discussa ieri mattina a Roma con i principali soggetti istituzionali e operatori del settore nell’ambito del convegno Un cluster d’eccellenza nazionale: il riciclo della plastica, cui sono intervenuti tra gli altri Giorgio Quagliuolo (presidente Corepla), Vittorio Cogliati Dezza (presidente Legambiente), Ermete Realacci (presidente commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei deputati).
In realtà i lavori del convegno non sono cominciati nel migliore dei modi: all’ingresso alcuni volontari dell’associazione Laboratorio Ambiente di Milano distribuivano un volantino dal titolo emblematico (“Corepla, bruciare la plastica è meglio che riciclarla?”) e dai contenuti difficilmente contestabili (“Il rapporto di sostenibilità di Corepla scrive chiaramente che oggi in Italia la metà della plastica raccolta in modo differenziato finisce nei termovalorizzatori”). I saluti registrati del ministro dell’Ambiente Galletti non hanno migliorato l’atmosfera, parlando per esempio di prodotti anziché di imballaggi e (la raccolta differenziata riguarda solo gli imballaggi, e non le materie plastiche in generale!), e confondendo rifiuti e raccolta differenziata.
Del resto da parte di Corepla le carte sono state subito scoperte dal vicepresidente Antonello Ciotti. «Il deficit di catena del riciclo degli imballaggi plastici che hanno un valore di mercato è circa 208 euro. Invece il deficit di catena del recupero energetico degli imballaggi misti (plasmix) costa oltre 500 euro. Se noi riuscissimo a non far transitare dal circuito Corepla questa frazione mista, potremmo liberare risorse per intercettare tutte le plastiche nobili che oggi non riusciamo a differenziare e riciclare». Il presidente di Corepla Giorgio Quagliuolo lo ha ribadito poco dopo: la nostra mission è riciclare, ma ci sono materiali che non sono riciclabili e che quindi è meglio termovalorizzare che mettere in discarica.
Sono invece rimaste inevase le domande rivolte ad «addetti ai lavori e addetti alle narrazioni» da parte di Valerio Caramassi, presidente di Revet e Revet Recycling, aziende che riciclano in Toscana proprio una parte cospicua di quella frazione di plastiche miste generalmente considerate non riciclabili. «Se è vero che il mercato di riciclo delle plastiche e i suoi soggetti sottostanno alle leggi dello Stato e nella fattispecie al 152, mi spiegate perché l’accordo Anci/Conai e Corepla si occupa solo di una parte della filiera? Il 152 si rifà al principio della responsabilità condivisa (ben diversa dalla responsabilità estesa del produttore, vigente in Europa) e agli obiettivi di legge, che sono il 65% di raccolta differenziata e il 50% di riciclo. Perché allora l’accordo Anci/Conai del 2014 ha contrattato esclusivamente i maggiori oneri della raccolta differenziata, escludendo dalla contrattazione i 2/3 della filiera, cioè selezione e riciclo?». La seconda questione posta da Caramassi riguarda l’allocazione delle risorse: «Chi detiene asset impiantistici per il recupero energetico, riscuote 2 volte. La prima volta da chi gli porta il materiale, cioè il Corepla, e la seconda volta dal Gse, grazie ai 5,8 miliardi l’anno che il Mise ha assegnato alla termovalorizzazione nel decreto sulle biomasse, equiparando appunto le plastiche alle biomasse. Ma se voi avete un gruppo di topi e da una parte gli mettete il formaggio e dall’altra parte il suonatore di mandolini, dove volete che vadano? E tutto questo mentre gli incentivi che la toscana aveva messo per sostenere gli acquisti verdi, sono stati bloccati dall’autority perché considerati ‘aiuti di stato’». «Allora o si fa come tutti gli altri paesi – ha concluso Caramassi – dove le plastiche miste le termovalorizzano direttamente, oppure se noi le vogliamo raccogliere separatamente non si possono separare in casa, raccogliere, selezionare sugli impianti e poi ritrasportarli a un inceneritore. Delle due l’una: o si smette di raccoglierle separatamente, oppure se si vuole continuare a raccoglierle separatamente, occorre che il legislatore preveda di incentivare il riciclo almeno quanto è incentivata la termovalorizzazione».







