“Nuovo accordo ANCI-CONAI 2014-2018: riforma o conservazione?”
Pubblichiamo la presa di posizione dell’ATOR -Autorità d’ambito Torinese per il Governo dei Rifiuti- resa nota recentemente attraverso una presentazione dettagliata sullo stato dell’arte della raccolta differenziata dei consorzi del torinese.
Da tale analisi, perfettamente in linea con la situazione nazionale oggetto del nostro Dossier, emerge, conti alla mano, che un rinnovo delle condizioni del precedente accordo 2009-2013 avrebbe esiti devastanti per l’economia degli enti locali e non agirebbe da volano per lo sviluppo della Green Economy nostrana collegata alla RD e al recupero di materia.
“Nuovo accordo ANCI-CONAI: sarà possibile avviare una fase nuova e promuovere il recupero effettivo di materia per ridurre i costi del servizio ai cittadini o si deciderà di conservare il modello esistente?”
Se lo chiedono Paolo Foietta, presidente ATO-R, Associazione d’ambito torinese per il governo dei rifiuti, e Agata Fortunato, responsabile rifiuti della Provincia di Torino, all’interno del documento “Nuovo accordo ANCI-CONAI 2014-2018: riforma o conservazione?”.
Una parte significativa del documento ( cap.1.2 e 2- COREPLA e il riciclo della plastica) è riportata in questo post correlato.
SOMMARIO
1. IL RECUPERO DI IMBALLAGGI E IL SISTEMA CONAI
1.1 LA SITUAZIONE IN ITALIA
1.2 LA SITUAZIONE IN PROVINCIA DI TORINO
2. COREPLA ED IL RICICLO DELLA PLASTICA IN ITALIA ED IN PROVINCIA DI TORINO
3. PERCHÉ OCCORRE RIVEDERE RADICALMENTE L’ACCORDO ANCI – CONAI
3.1 IL CONTRIBUTO AMBIENTALE CONAI (CAC), IL PIÙ BASSO D’EUROPA, È INSUFFICIENTE PER SOSTENERE LA FILIERA DEL RECUPERO DI MATERIA
3.2 PER RIDURRE IL COSTO DELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA BISOGNA AUMENTARE IL CORRISPETTIVO CONAI “EFFETTIVAMENTE RESTITUITO”
3.3 PERCHÉ BISOGNA RISCRIVERE GLI ALLEGATI TECNICI DELL’ACCORDO ANCI CONAI
3.4 ELEMENTI ESSENZIALI PER UN NUOVO ALLEGATO TECNICO COREPLA
Fonte: Eco dale Città
Leggi anche: Polemica Ator-Conai al convegno sulla governance dei rifiuti di Beinasco (To)
2014 anno Ue della Green Economy, Realacci raccontaci quale piano per l’Italia
Caro Onorevole Realacci,
abbiamo letto l’articolo del 2 gennaio che riportiamo a seguito in forma integrale su Greenreport che si conclude con questa tua dichiarazione di intenti assolutamente condivisibile e apprezzabile «Trovare la chiave per affrontare la crisi mobilitando le migliori energie del Paese e scommettendo sulla green economy è anche l’obiettivo che si sono date le Commissioni Ambiente e Attività Produttive della Camera avviando un’indagine conoscitiva sulla green economy da concludere entro i primi mesi dell’anno, in modo da poter orientare anche le politiche del governo italiano per il semestre di presidenza europeo».
Vogliamo sottoporti un caso studio emblematico sullo stato dell’arte nel nostro paese del settore del riciclo, definito come un asse portante della Green Economy. Ci auguriamo che l’indagine conoscitiva che avete in programma come Commissione Ambiente e Attività Produttive consideri questo e altri casi di imprenditori, potenzialmente attori della Green Economy che stanno invece meditando di lasciare il paese.
Ci auguriamo che un progetto di rilancio nazionale della Green Economy non possa evitare di fornire delle risposte alle questioni che l’imprenditore in questione ha raccontato in una lettera aperta ai cittadini apparsa in cinque parti sul Sole 24 ore, nel disinteresse generale.
Questa situazione di sofferenza del settore del riciclo nazionale è stata ripresa dal Dossier che come ACV, Associazione Comuni Virtuosi, abbiamo presentato la scorsa estate per offrire un contributo all’interno dell’accordo ANCI-CONAI.
2014 anno Ue della Green economy, Realacci: «Straordinaria occasione e vi spiego perché»
2 gennaio 2014 Greenreport
Come aveva annunciato il commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, Il 2014 sarà “l’Anno europeo della green economy”: «Voglio che l’economia sia il tema della Settimana verde dell’anno prossimo e dedicheremo tutto il 2014 alla green economy, per rendere la nostra un’economia circolare, che vive in armonia con la natura. Se si usano le risorse in una maniera più efficiente si po’ anche ridurre l’inquinamento dell’aria. Il riciclo dei rottami d’acciaio può ridurre l’inquinamento di questo settore dell’87%. ‘E’ tutto collegato e la natura produce, usa e riutilizza, funziona in maniera circolare e niente viene sprecato: la green economy è questo».
Ed Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente della Camera ed anche del gruppo di lavoro congiunto sulla green economy, non poteva che iniziare il 2014 partendo da qui ricordando che «L’anno europeo dell’economia verde, proclamato dall’Ue per il 2014 quando cade anche il nostro semestre di turno di presidenza del Consiglio dell’Unione, non è solo uno stimolo per contrastare i mutamenti climatici, che abbiamo visto drammaticamente in azione in Sardegna, ma è una straordinaria occasione per rilanciare la competitività delle nostre imprese e l’economia a partire dalla green economy, e per offrire una prospettiva anche ai nostri giovani. Nel nostro Paese, come evidenziato dal rapporto GreenItaly2013 di Symbola e Unioncamere, già oggi esiste un’Italia green che è fatta dal 22% delle imprese, che crea occupazione e ricchezza, tanto che il 38% delle assunzioni complessive programmate nel 2013 si deve a queste realtà. Grazie a questa green Italy sono stati prodotti nel 2012 oltre 100 miliardi di valore aggiunto e vengono impiegati 3 milioni di green jobs. Che sono il motore dell’innovazione: il 61% delle assunzioni previste dalle aziende sempre nel 2013 nei settori della ricerca e sviluppo è coperto proprio da green jobs».
Realacci sottolinea che «Le nostre realtà green sono quelle più competitive, quelle che esportano di più ed innovano di più. Ma non solo. Sono anche le imprese che offrono più speranza ai giovani: il 36% delle assunzioni programmate nel 2013 dalle imprese green sono rivolte ad under 30 contro il 30% delle imprese non green. Dando segnali positivi anche sul fronte dei diritti: se guardiamo ai green jobs, tra le assunzioni a carattere non stagionale, l’incidenza delle assunzioni a tempo indeterminato è del 52%, mentre scende al 40,5% per le figure non connesse al settore green».
Il presidente della Commissione ambiente della Camera conclude: «Trovare la chiave per affrontare la crisi mobilitando le migliori energie del Paese e scommettendo sulla green economy è anche l’obiettivo che si sono date le Commissioni Ambiente e Attività Produttive della Camera avviando un’indagine conoscitiva sulla green economy da concludere entro i primi mesi dell’anno, in modo da poter orientare anche le politiche del governo italiano per il semestre di presidenza europeo».
Si fa presto a dire Green Economy
Pubblichiamo, come abbiamo fatto per le precedenti quatto parti, la quinta “puntata” di una lettera aperta ai cittadini da parte del proprietario di Aliplast, un’azienda che ricicla il 10% della plastica riciclata in Italia, per denunciare le criticità del settore e le conseguenze che ricadono su Enti Locali, cittadini e occupazione.
Per quanto a noi noto, a parte un articolo su Polimerica.it in occasione del primo annuncio, non vi è stata alcuna reazione o cenno di interesse da parte di giornalisti o testate, nè tantomeno alcun riscontro dal mondo politico.
Probabilmente in un altro paese, anche solamente in Francia, senza andare nel nord europa, un imprenditore che opera nel settore del riciclo, (definito asse portante della green economy), non avrebbe avuto bisogno di farsi sentire con queste modalità. Oppure avrebbe ricevuto un colloquio dal ministero di competenza già solamene dopo il primo annuncio apparso su un giornale economico importante come è il nostro Sole 24 ore.
Non ci resta che chiederci quali siano le ragioni di fondo, e soprattutto chiederne conto ai nostri rappresentanti politici del governo, che dovrebbero occuparsene nei ministeri di competenza.
Le cinque parti del messaggio, apparse come annuncio a pagamento, si possono leggere cliccando qui per la prima parte, qui per la seconda/terza e qui per la quarta.
Caro Cittadino, è bene che tu sappia (parte quinta):
Sempre più spesso sentiamo dalla nostra politica nazionale la parola CAMBIAMENTO. Purtroppo questo viene associato ai cambi di persone nei diversi ruoli e non alle COSE da cambiare. Sentiamo molti dibattiti sempre focalizzati sul chi-comanda-con-chi e non sulle reali AZIONI da fare e sulle strategie da intraprendere che sono, invece, le vere risposte che oggi mancano all’appello dei cittadini e delle imprese.
In questi ultimi anni si è sempre più accentuata la mancanza di CHIAREZZA su ruoli, strategie, norme ed applicazione delle stesse nel contesto economico e questo è un requisito fondamentale per investire e per lavorare. In altre parole per far crescere il Paese.
Questo ambiente è il substrato ottimale per lo sviluppo delle rendite di posizione dei vari “orti e orticelli” che rappresentano l’esatto opposto dell’efficienza, che sottraggono risorse ai cittadini e all’economia nazionale e che si scioglierebbero come neve al sole se messi in competizione in contesti concorrenziali. Se a questo si aggiunge il fatto che manca totalmente un supporto all’impresa italiana che trova in quello che è il proprio Paese il principale ostacolo al suo sviluppo, allora si capisce perché la delocalizzazione sia all’ordine del giorno e gli investimenti stranieri in Italia siano solo un lontano ricordo.
Per quella che è la storia recente del nostro Paese non è possibile, oggi, fare impresa in Italia. Altro che incentivi alla Green Economy!
Esiste una specie di lobby anticoncorrenza che sta affossando il Paese e che si manifesta in molti settori dell’economia ed è stata capace di soffocare i primi timidi tentativi di apertura alla concorrenza (ricordate il decreto liberalizzazioni del fu Governo Monti?). Questo atteggiamento tiene in vita artificialmente strutture, enti ed imprese che in un contesto di libera concorrenza chiuderebbero i battenti in poco tempo.
Noi, nelle precedenti “puntate” abbiamo sollevato la questione della gestione – oggi di fatto monopolistica – dei rifiuti da imballaggi plastici che costerà al cittadino quasi 300 Milioni di Euro nel 2014 con risultati discutibili e, finora, inferiori ai minimi obiettivi fissati per legge. Questo è il nostro settore per cui questo è ciò che conosciamo e che vogliamo cambiare. Siamo convinti che se ognuno fa bene il proprio lavoro, con un occhio al proprio bilancio ed uno allo spirito di servizio verso il Paese, ci possano essere delle speranze di migliorare e di riprendere a crescere.
Il primo passo è, però, una scelta di campo e spetta alla (nuova?) politica. Vogliamo continuare a mantenere le rendite di monopolio oppure cambiamo davvero direzione ed iniziamo un percorso dove la selezione naturale in un contesto di libero mercato possa consentire ai soggetti più efficaci ed efficienti di creare ricchezza per loro e per il Paese?
Chi si proclama a favore del cambiamento batta un colpo.
Vi terrò aggiornati
Roberto Alibardi
http://www.aliplastspa.it
riciclaredavvero.wordpress.com
Da il “Sole 24 ore” del 23 dicembre 2013
Leggi anche: 2014 anno EU della Green Economy : Realacci raccontaci quale piano per l’Italia
Interrogazione Nuti-Vignaroli: Conflitti di interesse accordo ANCI-CONAI, Orlando intervenga
Riportiamo il comunicato stampa del Movimento 5 Stelle emesso a seguito dell’interrogazione parlamentare dei deputati Nuti e Vignaroli del 19 dicembre 2013 e il testo dell’interrogazione. Questa è la seconda interrogazione che ha come tema l’accordo Anci-Conai.
COMUNICATO STAMPA
L’accordo fra Anci e Conai per il prossimo quinquennio verrà rinnovato nei prossimi giorni. Per far sì che la trasparenza sia un capo saldo dell’accordo che mette in ballo cifre a nove zeri il MoVimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione al ministro dell ’Ambiente Andrea Orlando.
“Vogliamo sapere come è possibile che Filippo Bernocchi sia da un lato delegato rifiuti ed energia dell’Anci e dall’altro a libro paga Conai con diversi incarichi e – continua il primo firmatario dell’interrogazione Riccardo Nuti – non ci siano più organi preposti al controllo del sistema CONAI, monopolista del sistema di riciclaggio in Italia”.
“L’accordo ha una serie di punti discutibili: il Contributo Ambientale Conai più basso d’Europa (in barba al principio di “chi inquina paga”), la mancanza di trasparenza nella gestione delle aste dei rifiuti, uno dei motivi per cui piccole e medie imprese italiane del riciclo stanno chiudendo, gli scarsi riconoscimenti del corrispettivo versato ai Comuni che fanno la raccolta differenziata e più in generale una gestione economica da rivedere in cui si disperdono milioni di euro in pubblicità del marchio e nell’incenerimento di materiali in Italia ed Europa” commenta il deputato Stefano Vignaroli.
Roma, 20 dicembre 2013
TA 4/03013 CAMERA – TESTO ATTO
Interrogazione a risposta scritta 4-03013 presentato da NUTI Riccardo testo di Giovedì 19 dicembre 2013, seduta n. 141 NUTI e VIGNAROLI.
— Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. —
Per sapere – premesso che:
il decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, recepisce la direttiva europea 94/62/CE che impone ai Paesi dell’Unione europea il raggiungimento di obiettivi prefissati di riciclo e recupero dei rifiuti di imballaggio, inserendo nel nostro ordinamento il principio chiave del «chi inquina paga»,
ponendo dunque in capo ai produttori e agli utilizzatori di imballaggi l’onere del raggiungimento degli obiettivi nazionali; in particolare, si prevedeva la possibilità per produttori ed utilizzatori di organizzare le attività di raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio primari direttamente sulle superfici pubbliche, tramite il CONAI che poteva stabilire un accordo di programma quadro nazionale con l’ANCI al fine di garantire l’attuazione del principio di corresponsabilità gestionale tra produttori, utilizzatori e pubblica amministrazione, precisando l’entità dei costi della raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio da versare ai comuni.
Si ricorda che, secondo quanto previsto dalla direttiva europea citata, i comuni avrebbero avuto diritto a vedersi rimborsati interamente i costi della raccolta differenziata tramite l’intermediazione dell’ANCI;
il primo accordo tra ANCI e CONAI viene raggiunto nel 1999 e nel 2005 inizia ad occuparsi delle gestione dei rifiuti da imballaggio l’Autorità garante della concorrenza e del mercato che il 22 marzo 2005 ha avviato un’indagine conoscitiva ai sensi dell’articolo 12, comma 2, della legge 10 ottobre 1990, n. 287, conclusasi nell’agosto del 2008 in cui si evidenziavano, in relazione alle attività delle strutture direttive del CONAI, rischi di pregiudizio alla concorrenza derivanti dalla commistione dei ruoli di controllato e controllore esistenti in capo ai soggetti che si trovano a ricoprire incarichi gestionali sia nei consorzi di filiera che nel CONAI, cui come noto spetta la supervisione del sistema consortile generale;
successivamente è la FederAmbiente a denunciare, in data 26 ottobre 2006 in un’indagine conoscitiva promossa dalla VIII Commissione permanente della Camera dei deputati, e in data 20 settembre 2007 durante un’audizione promossa dinnanzi alla Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, i numerosi conflitti d’interesse che gravano sul sistema CONAI, mettendo in evidenza che il risultato di quella situazione erano i modesti trasferimenti finali in favore dei comuni;
nel 2001 Altero Matteoli, Ministro dell’ambiente pro tempore, decide di nominare Filippo Bernocchi, allora capogruppo di Alleanza Nazionale nel consiglio comunale di Prato, quale membro della commissione VIA grandi opere per il periodo 2002-2005, nonostante allora, come dimostra il suo curriculum vitae presente sul sito del Ministero, non vantasse alcuna significativa esperienza in campo ambientale. Tale nomina è stata più volte confermata fino all’ultimo rinnovo avvenuto nel 2011 con validità fino al 2014. Nel luglio 2009 viene nominato assessore a Prato con delega alle grandi opere producendo, ad avviso degli interroganti, un grosso conflitto di interessi tra il ruolo tecnico che ricopriva presso il Ministero dell’ambiente e la delega alle grandi opere nella giunta del comune di Prato;
nel maggio 2008, viene creata Ancitel Energia & Ambiente srl (società controlla da Ancitel Spa, a sua volta controllata dall’ANCI), e Bernocchi viene nominato presidente, carica che ricopre attualmente. L’anno seguente viene nominato direttore scientifico dell’Osservatorio enti locali sulla raccolta differenziata, creato in base all’accordo ANCI-CONAI (a cui egli stesso ha partecipato attivamente), finanziato dal CONAI e gestito dalla società di cui era appena diventato presidente, senza per questo ravvisare alcun conflitto di interesse. Infine nel 2011 Bernocchi viene nominato vicepresidente dell’ANCI, dall’allora presidente Sergio Chiamparino.
Nello stesso periodo Bernocchi, stando alle dichiarazioni dei redditi pubblicate dal sito web istituzionale del comune di Prato, ha visto aumentare sproporzionatamente il proprio reddito, passato da 273 mila euro del 2008 a 375 mila euro del 2011;
l’accordo quadro ANCI CONAI per il periodo 2009-2013 sottoscritto il 23 dicembre 2008 contiene, ad avviso degli interroganti, molti punti negativi, e tra questi uno risulta essere piuttosto ambiguo: il punto 7.2 lettera e) che stabilisce che ai componenti del comitato di coordinamento ANCI-CONAI spetta la possibilità di proporre al CONAI iniziative di formazione destinate a tecnici ed amministratori della pubblica amministrazione su tematiche relative alla gestione dei rifiuti urbani, con particolare riferimento ai rifiuti di imballaggio e per le quali il CONAI avrebbe messo a destinazione 250.000 euro annui, fino al 2013.
Di tale somma ha beneficiato in particolare la Scuola superiore della pubblica amministrazione locale che nel 2010 decide di assumere Bernocchi come docente annuale, oltre che come relatore (assieme al collega di Partito Nicola Nascosti) del ciclo di incontri sulla gestione degli imballaggi finanziato dal CONAI stesso. Per gli anni 2010 e 2011 Bernocchi è stato inoltre nominato coordinatore scientifico di un corso organizzato dalla Fondazione Promo P.A., anch’esso finanziato dal CONAI;
negli ultimi mesi sono arrivate critiche a Bernocchi non solo limitatamente ai conflitti di interessi sopra esposti. Altre sono arrivate nel mese di agosto del 2013 anche per la sua sistematica assenza al comune di Prato, di cui, come ricordato, è assessore. Inoltre, Bernocchi è stato criticato per la presunta vicinanza con gli avvocati esterni all’amministrazione, pagati, secondo alcuni troppo lautamente, per difendere il comune di Prato nella controversia legale con la società Estra, relativamente al bando per l’affidamento della distribuzione del gas, di cui lo stesso Bernocchi viene indicato come principale fautore;
molto recentemente, l’assessore con delega alle politiche del territorio e all’ambiente del comune di Ragusa, Claudio Conti, membro della giunta guidata dal sindaco del Movimento 5 Stelle, Federico Piccitto, ha inviato in data 2 settembre 2013 una lettera recante protocollo n. 66788 al presidente dell’ANCI, Piero Fassino, e al presidente della Commissione ambiente ANCI, Luigi Spagnoli, in cui afferma che oltre a ravvisare criticità insite nel testo dell’accordo, stando all’ultimo Accordo quadro siglato, Ancitel Energia & Ambiente srl, avrebbe ricevuto somme molto elevate da parte del CONAI per il monitoraggio dell’accordo e dei costi della raccolta differenziata degli imballaggi;
si ricorda, infine, che lo stesso decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, all’articolo 26, ha istituito, con funzioni di vigilanza sulle norme introdotte e sull’attività del sistema CONAI, l’Osservatorio nazionale rifiuti che, dopo aver proposto l’aumento del contributo ambientale CONAI e, soprattutto, aver deliberato nel 2008 l’avvio del primo sistema autonomo per la gestione dei rifiuti di imballaggio (cosiddetto sistema PARI), ha consegnato nel 2009 all’allora Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare pro tempore, Stefania Prestigiacomo, un rapporto in cui si
evidenziavano forte perplessità sull’accordo ANCI-CONAI.
Come risposta, il Ministro ha prima destituito tutti i vertici dell’Osservatorio e, dopo la nullità dell’atto da parte del TAR del Lazio con sentenza n. 32862 del 18 ottobre 2010, ha deciso, alla scadenza naturale del mandato dei vertici dell’Osservatorio, di non rinnovare l’incarico o di nominare nuovi membri, rendendolo di fatto non più operativo. Ad oggi, non esiste dunque un organismo di vigilanza sulle attività del sistema CONAI –:
se il Ministro, venuto a conoscenza dei fatti esposti in premessa, non intenda adottare tutte le iniziative di propria competenza adatte a rimuovere i casi di conflitto d’interesse per la parti di propria competenza;
se non ritenga di dover procedere alla nomina dei vertici dell’Osservatorio nazionale rifiuti, al fine di rendere nuovamente operativo un ente di vigilanza sull’applicazione delle norme di cui al decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e sull’attività del sistema ANCI-CONAI;
se non ritenga di dover assumere iniziative per modificare il sistema integrato di gestione dei rifiuti basato sul riciclo di imballaggio al fine di ottenere un sistema meno iniquo e più favorevole per i comuni italiani;
se non intenda procedere per rendere più trasparente e sorvegliare maggiormente le trattative attualmente in corso di finalizzazione per il rinnovo dell’accordo Anci-CONAI 2014-2018;
se non ritenga doveroso assumere iniziative per vincolare i soggetti individuati per condurre le trattative all’obbligo di non assumere, direttamente o indirettamente, incarichi o consulenze da parte del CONAI o dei consorzi di filiera per i successivi dieci anni.
NB: Questa è la seconda interrogazione parlamentare correlata ai temi che sono oggetto dell’accordo Anci-Conai. La precedente è stata presentata lo scorso luglio dai deputati Civati e De Menech. Per leggere il testo clicca qui.
L’ACV è contraria alla chiusura di un accordo ANCI-CONAI al ribasso
In previsione dell’incontro tra il Presidente di Anci Fassino e il Presidente della Commissione Ambiente Anci indetto per il 12 dicembre per definire la piattaforma di richieste che Anci porterà al tavolo della trattativa con il Conai, abbiamo ritenuto importante rendere pubblica la nostra posizione come Associazione Comuni Virtuosi ( ACV) .
In data 11 dicembre abbiamo pertanto inviato al Presidente Fassino e ai Membri della Commissione Ambiente di Anci un documento che ribadisce e puntualizza alcune nostre richieste che verrà diffuso tramite i nostri canali a partire da oggi.
I precedenti
Attraverso la presentazione di uno specifico Dossier redatto in collaborazione con E.S.P.E.R. l’Associazione Comuni Virtuosi ha indicato, motivandole alcune proposte da portare all’interno delle trattative per il nuovo accordo quadro Anci Conai.
Le proposte sono state sottoscritte da oltre 220 comuni e 4 consorzi per un totale di oltre 4.500.000 cittadini rappresentati. Il dossier e le sue principali proposte sono state oggetto di ben due interrogazioni parlamentari: la prima lo scorso luglio da parte degli onorevoli PD Civati e De Menech e la seconda il 19 dicembre da parte degli onorevoli Nuti e Vignaroli del Movimento 5 stelle.
Un membro dell’ACV ha partecipato agli incontri di tavolo tecnico all’interno della Commissione Anci Ambiente per dare un contributo alla discussione e per fare si che le proposte più rilevanti diventassero punti irrinunciabili del nuovo accordo quadro che avrebbe decorrenza dal prossimo gennaio 2014 e per la durata di quattro anni.
Durante gli incontri che hanno avuto luogo dopo l’estate sono emerse alcune difficoltà su vari fronti. Tra le difficoltà in seno all’Anci abbiamo registrato un diverso interesse e differenza di vedute tra i comuni, in genere i più grandi, che solitamente hanno basse performance di RD e i comuni, in genere meno grandi, che si sono impegnati con successo in una riduzione consistente del rifiuto indifferenziato. Seppur con qualche eccezione i primi risultano più inclini ad accettare un accordo “poco premiante” che non li penalizzi sul breve periodo, piuttosto che prepararsi ad accogliere la sfida, e a fare quel balzo di qualità e quantità come RD, che li ripagherebbe con risparmi sempre più ingenti nel tempo sui costi del conferimento in discarica o ad incenerimento.
Altre difficoltà riguardano alcune posizioni di chiusura trapelate in particolare dai due consorzi COREVE e COREPLA (che rappresentano il vetro e la plastica) verso le proposte che la Commissione Ambiente ANCI ha ritenuto di dover presentare.
Plastica e vetro, come è facile capire, rappresentano, anche economicamente, la fetta più grossa della trattativa ed evidentemente la posizione dei consorzi è influenzata da pesanti condizionamenti del mercato di settore. Il Corepla in particolare ha presentato una piattaforma, a nostro avviso inaccettabile, che, se accolta, finirebbe per premiare le gestioni meno efficienti e favorire di fatto l’incenerimento rispetto al recupero della materia, ribaltando nella sostanza, le linee di indirizzo dell’UE.
La necessità di ridefinire in modo profondo e radicale l’Accordo nazionale Anci-Conai è dimostrato dal fatto che a partire dal 2011 i quantitativi conferiti dai Comuni nell’ambito dell’accordo quadro sono diminuiti mentre in precedenza erano sempre aumentati.
Per gli imballaggi in carta i Comuni che negli ultimi tre anni sono usciti dall’Accordo quadro hanno ottenuto ricavi spesso raddoppiati. La necessità di ridefinire in modo profondo e radicale l’Accordo nazionale Anci-Conai è dimostrato dal fatto che a partire dal 2011 i quantitativi conferiti dai Comuni nell’ambito dell’accordo quadro sono diminuiti mentre in precedenza erano sempre aumentati.
Per gli imballaggi in carta i Comuni che negli ultimi tre anni sono usciti dall’Accordo quadro hanno ottenuto ricavi spesso raddoppiati.
Il motivo principale che ha determinato questa situazione paradossale era già stato individuato nel 2008 dall’Antitrust con il rapporto IC26affermava che la RD degli imballaggi è “una risorsa economica che i Comuni italiani non riescono a sfruttare e che potrebbe invece, con un opportuno ricorso al mercato, garantire ai cittadini un servizio di raccolta migliore e tariffe più basse… Al riguardo, giova sottolineare una volta di più come le somme riconosciute ai Comuni ai sensi dei diversi allegati tecnici dell’Accordo ANCI-CONAI costituiscano i corrispettivi per le attività di raccolta su suolo pubblico poste in essere dagli enti locali, finanziate dall’importo complessivo del CAC (il cui versamento è in ultima istanza riconducibile agli utilizzatori finali), e non vanno in alcun modo intese quali prezzo dei rifiuti da imballaggio presi in carico dai Consorzi. Ove, come auspicato nel paragrafo precedente, si mantenesse la proprietà in capo ai Comuni, questi potrebbero direttamente contrattare con i soggetti riciclatori eventualmente interessati la cessione dei rifiuti.”
Negli ultimi anni il valore di mercato dei materiali conferiti dai Comuni italiani al sistema Conai è arrivato a superare i 200 milioni di euro (anche se l’Antitrust ritiene che alcuni consorzi non abbiano cessato di conferire gratuitamente ai propri associati una parte consistente di quanto gestito). Questi introiti, secondo l’Antitrust, dovevano essere incassati dai Comuni italiani ed invece hanno determinato un enorme avanzo di bilancio del sistema Conai (nel 2011 erano già 317 milioni i fondi a riserva dei consorzi di filiera e del Conai).
Per l’ACV è quindi indispensabile che nel nuovo Accordo quadro siano riconosciuti pienamente ai Comuni italiani, i valori di mercato dei materiali conferiti e che il corrispettivo venga riconosciuto solo per rimborsare i costi di raccolta degli imballaggi (come succede nel resto d’Europa), o i maggiori oneri di raccolta come stabilito in Italia a seguito dell’emanazione del Dlgs 152/2006.
Sulla base delle nostre richieste più significative in sospeso, e considerando già accolta quella riferita all’istituzione di enti di controllo terzi sulla qualità dei materiali conferiti- riteniamo che l’Anci debba assumere una posizione forte e chiara sui seguenti punti che l’ACV considera imprescindibili:
1. Aumento dei corrispettivi: al fine di ottenere la sostanziale copertura dei maggiori oneri per la raccolta differenziata, assicurando la più ampia copertura dei costi realmente sostenuti dai Comuni per la raccolta, trasporto e selezione di imballaggi e frazioni merceologiche similari. Si ritiene che per determinare l’ammontare dei maggiori oneri non si possa attualmente prescindere dai dati di costo degli imballaggi presentati dall’ISPRA nell’ultimo rapporto. Tali dati dimostrano che la differenza tra quanto i Comuni pagano per raccogliere gli imballaggi e quanto percepiscono è di almeno 550 milioni di euro (858 milioni di costo e 312 di corrispettivi Conai nel 2011).
Si ritiene che la soglia minima accettabile per la chiusura del nuovo accordo AQ ANCI CONAI NON POSSA ESSERE inferiore ai 150.000.000 €/anno in più rispetto a quanto erogato complessivamente nel 2012 dai consorzi in favore dei comuni.
2. Aumento del CAC. La richiesta di aumentare il CAC risponde all’esigenza, per noi inderogabile, di mettere a disposizione dei Comuni quanto loro spetta per farsi carico delle RD degli imballaggi, oltre che per pagare lo smaltimento degli imballaggi non riciclabili in aumento visto la mancanza di leve fiscali che li penalizzino alla fonte. Nei paesi EU a noi più vicini riportati nel nostro Dossier come Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi; ad un cac più alto pagato dalle aziende utilizzatrici di imballaggi corrispondono corrispettivi più alti per i comuni. Ai Comuni italiani arrivano come corrispettivi degli importi pari a un terzo di quanto ricevono quelli portoghesi e i più bassi in assoluto tra quelli dei 4 paesi presi in esame nel confronto con l’Italia.
Qualora il Conai fosse in grado di corrispondere ai Comuni i corrispettivi necessari in linea con quanto viene mediamente speso nel nostro paese per la RD, senza aumentare il cac in modo generalizzato, siamo disponibili a riformulare o archiviare la richiesta.
3. Rimodulazione del CAC in relazione alla effettiva riciclabilità degli imballaggi. Considerato che gli imballaggi per i comuni sono sempre un costo e che questo costo è attualmente solo in parte coperto dai contributi CONAI, l’obiettivo dei comuni dovrebbe tendere a ridurre il numero di imballaggi in circolazione e ad aumentarne progressivamente la riciclabilità. A tal fine le parti si impegnano a partire dal 1 gennaio 2015 a prevedere la rimodulazione del CAC, che deve essere commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi penalizzando le frazioni perturbatrici del riciclaggio (che implicano aumento dei costi di selezione), favorendo gli imballaggi totalmente riciclabili con bassi costi ambientali energetici ed economici e l’eco-design dei prodotti, limitando l’immissione a mercato di prodotti non riciclabili. I criteri per la rimodulazione del CAC saranno definiti entro il 1 luglio 2014 da una Commissione tecnica congiunta Anci-CONAI. L’ACV ritiene fondamentale e qualificante l’inserimento del principio, come sopra formulato, nell’accordo quadro in discussione. Tali proposte risultano in linea con il Piano Triennale di prevenzione dei rifiuti recentemente presentato dal Ministero dell’Ambiente che stabilisce la necessità “ dell’introduzione di sistemi fiscali o di finanziamento premiali per processi produttivi ambientalmente più efficienti e a minor produzione di rifiuto”, per la “riduzione dell’impatto che gli imballaggi possono avere sull’ambiente attraverso il miglioramento della riciclabilità degli stessi”.
4. L’ACV non è disponibile ad avvallare nessun accordo che premi economicamente in misura maggiore l’avvio all’incenerimento rispetto al recupero della materia.
5. L’ACV non è disponibile ad avvallare nessun accordo che penalizzi economicamente le gestioni virtuose in linea con gli obbiettivi UE e nazionali, (che hanno una percentuale di RD oltre al 65% ed una elevata qualità dei materiali raccolti) rispetto alle gestioni meno efficienti.
Saranno il business e le persone che determineranno la velocità della transizione verso un’Europa più verde?
Recentemente abbiamo pubblicato notizia sugli esiti dello studio Global Compact Paper delle Nazioni Unite che ha intervistato mille Ceo a livello internazionale per avere la misura dell’impegno delle aziende nell’affrontare le sfide della sostenibilità globale.
Nonostante il fatto che le questioni socio-ambientali siano ritenute importanti per il futuro delle loro attività dal 93% dei Ceo, risultano pochi i progressi fatti rispetto al precedente rilevamento avvenuto nel 2010. Oltre due terzi dei Ceo intervistati ammette che le aziende non stiano facendo abbastanza.
Per avere un commento autorevole sullo scenario che è emerso dallo studio abbiamo cercato il Professore Marco Frey che, oltre ad essere presidente della Fondazione Global Compact Italia é Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, direttore del gruppo di ricerca sulla sostenibilità (SuM) della Scuola Sant’Anna e Direttore di Ricerca allo IEFE (Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente).
1) Professore quale è il suo commento sugli esiti del GC paper ? Che cosa può spingere i CEO a passare all’azione e superare gli ostacoli interni?
E’ evidente che dall’indagine di Accenture emerge che i CEO sentono di trovarsi in una situazione di stallo: largamente consapevoli dell’importanza di valorizzare strategicamente i temi della sostenibilità, ma anche frenati dalla mancanza di un supporto sistematico da parte delle istituzioni. Per qualcuno un importante vincolo è costituito anche dalla limitata spinta ricevuta dai consumatori verso soluzioni più sostenibili.
Eppure se guardiamo all’Europa un recente studio di Eurobarometer ci mostra che i cittadini sono consapevoli che il primo attore che può spingere le imprese ad essere più socialmente responsabili sono loro stessi, con particolare riferimento ai comportamenti di acquisto. Le istituzioni, un tempo al primo posto in questo ruolo di stimolo, sono ora scivolate al terzo posto, precedute anche dai manager che possono spingere le proprie imprese ad innovare nella prospettiva della sostenibilità. Questo accresciuto ruolo dei cittadini/consumatori e dei manager è coerente con quanto recentemente dichiarato da Janez Potočnik, che “Saranno il business e le persone che determineranno la velocità della transizione verso un’Europa più verde”. In questa occasione neppure dal Commissario all’ambiente viene citata l’azione dei governi che invece l’industria spesso invoca come priorità. Per quanto riguarda il superamento degli ostacoli interni, la modalità più efficace è quella di far sì che la sostenibilità sia un driver dell’innovazione di prodotto, di processo e di sistema. Le imprese sulla frontiera dell’innovazione, che guardano ai mercati globali, sono perfettamente consapevoli che l’orientamento alla sostenibilità è un elemento di potenziamento delle loro capacità. Ciò necessariamente richiede una buona dose di proattività per incontrarsi in una logica di partnership con quegli altri attori che saranno a loro volta in movimento.
2) Quanto seriamente verranno presi in Italia gli scenari che l’IPCC prospetta nel Sommario per i Decisori Politici (SPM) per il nostro paese?
Purtroppo in Italia non siamo molto attenti alle segnalazioni che provengono dall’IPCC. In parte forse questo dipende dalla scarsa accoglienza che ormai caratterizza le comunicazioni in materia di riscaldamento globale, in parte necessariamente ripetitive, in parte percepite come lontane nello spazio e nel tempo. Eppure ciò che l’IPCC ci dice ha una grande rilevanza per il nostro futuro: si pensi solo all’inserimento dell’Italia e dei Paesi del Mediterraneo tra le zone in cui nei prossimi decenni si ridurrà la piovosità ed aumenterà la siccità. E’ quindi è necessario che nei prossimi mesi ci si impegni per riprendere tutta una serie di elementi presenti non solo nel Sommario per i Decisore Politici, ma anche nella parte di analisi del rapporto.
Silvia Ricci
Leggi anche: Pochi i progressi sul fronte della sostenibilità globale
Chi più inquina più paghi, anche nel mondo del riciclo
Pubblichiamo la seconda e terza parte della lettera aperta del proprietario di Aliplast, un’azienda che ricicla il 10% della plastica riciclata in Italia, ai cittadini. Nel messaggio, pubblicato come annuncio a pagamento sul Sole 24 ore, vengono denunciate le criticità del settore e le conseguenze che ricadono su Enti Locali e cittadini. La prima parte si può leggere qui. La quarta qui e la quinta qui.
Caro Cittadino è bene che tu sappia.. (parte seconda)
……in questo Paese tutti siamo consapevoli che molte sono le cose che non vanno; sembra però subentrare una buia rassegnazione che ci impedisce di reagire, di cambiare per quanto possibile. Da anni la mia azienda raccoglie materiale considerato “nulla”, cioè il rifiuto di plastica da imballaggi, lo ricicla e produce nuovi imballaggi in una catena continua che è la VERA catena virtuosa anche in base alle priorità indicate dalle direttive europee.
Nel nostro piccolo abbiamo diminuito la dipendenza da importazioni di origine petrolifera e ridotto l’impatto ambientale di questi imballaggi e ciò senza MAI aver ottenuto NESSUN AIUTO o supporto da chicchessia. Esiste il sistema CONAI, che attraverso il suo consorzio di filiera COREPLA ha il compito di gestire il fine vita degli imballaggi in plastica.
Il COREPLA si finanzia con un contributo che ognuno di noi paga, probabilmente inconsapevolmente, facendo la spesa ogni giorno. Il contributo è fissato in modo arbitrario, senza un confronto con un libero mercato, oggi in 110 Euro alla tonnellata (sarà 140 euro dal 01.01.14 ed è stato in passato anche 195 euro), cioè circa 280 Milioni di Euro stimabili per il 2014. Questi soldi dovrebbero servire a raggiungere gli obiettivi di riciclo imposti dalla legge cioè il 26% di riciclo in materia (plastica che torna plastica) sull’immesso al consumo.
In realtà, leggendo l’ultima relazione sulla gestione di COREPLA (quella per l’anno 2012), si evince che questi soldi vengono spesi per riciclare meno del 20% e per recuperare una minima parte degli imballaggi immessi sul mercato, vale a dire che questo Ente (praticamente un monopolio obbligatorio per legge) non raggiunge l’obiettivo per il quale noi tutti (attraverso i produttori di imballaggi) paghiamo questi soldi.
Ma c’è di più: gli obiettivi ambientali stabiliti dalla legge vengono raggiunti e superati solo se all’attività (pagata da noi) di COREPLA si aggiungono i dati dei riciclatori indipendenti, cioè delle aziende come Aliplast che svolgono il loro lavoro sul libero mercato, senza ottenere nessun riconoscimento dal sistema.
Inoltre COREPLA fa pagare alle aziende il contributo sugli imballaggi secondari e terziari (relativi al circuito Commercio e Industria; quelli che servono a trasportare le merci), nel 2012 ammontava a circa 77 Milioni di Euro, senza occuparsi minimamente della loro gestione a fine vita; COREPLA ne recupera solo 11.000 tonnellate su 731.000 per le quali percepisce il contributo; e i soldi che tutti noi paghiamo come vengono spesi?
Non basta. Se un’azienda come la mia che dimostra in modo oggettivo e trasparente di raccogliere e riciclare molto più di quanto immette sul mercato – inclusa la prevalenza degli imballaggi propri – ed è quindi nelle condizioni di uscire dal sistema attraverso l’unico strettissimo varco lasciato da un quadro normativo che dovrebbe aprire ed incentivare la libera concorrenza mentre, di fatto, costruisce e salvaguarda monopoli, si trova sempre ostacolata dal monopolista… …che poi si accredita gratuitamente i risultati del nostro lavoro senza i quali non riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi, imposti per legge, per i quali i cittadini lo pagano! Con il progetto P.A.R.I., Aliplast ha fatto risparmiare alle imprese sue clienti e, di conseguenza, ai consumatori loro clienti finali, diversi milioni di Euro in quattro anni, facendo DAVVERO il lavoro che COREPLA non fa come dovrebbe (o che fa molto parzialmente) ma per il quale percepisce la totalità del contributo.
Non sono contro il sistema CONAI, ma da storico riciclatore della plastica italiana vorrei trovare il modo di far sì che esso funzioni in modo appropriato, senza storture e sprechi, facendo in modo che venga ricompensato chi fa il lavoro veramente, a partire dai Comuni che non ottengono un corrispettivo adeguato al loro lavoro, seguendo una politica di VERA prevenzione che inizia da una progettazione degli imballaggi consapevole di quello che dovrà essere il loro fine vita. Il consorzio COREPLA è sempre stato ed è tuttora di fatto governato dai produttori di materie plastiche vergini che hanno l’interesse opposto al riciclo e questo è probabilmente il motivo per il quale la prevenzione non viene fatta e si preferisce incenerire le plastiche (anche provenienti da raccolta differenziata spinta!).
Visto che la Commissione Europea ci chiamerà a breve a più che raddoppiare le quantità di riciclo (non incenerimento!), quanto costerà alle imprese e al cittadino raggiungere questo obiettivo col sistema attuale, posto che sia in grado di farlo? Il mio richiamo vorrebbe attirare l’attenzione del legislatore e delle autorità di Governo verso dei possibili cambiamenti che facciano progredire il Paese, passando da gestioni rette da monopoli statici e costosi ad una concorrenza libera tra soggetti qualificati come avviene nei Paesi europei più evoluti. Sappiamo che la plastica è ormai parte integrante della nostra società ed è un mezzo talvolta insostituibile per garantire la nostra qualità di vita ma dobbiamo dare risposte serie, qualificate e moderne alla gestione del suo fine vita, soprattutto negli imballaggi che rappresentano il 40% di tutte le plastiche usate in Europa ogni anno.
Da “Il Sole 24 Ore” di lunedì 2 Dicembre 2013 – annuncio a pagamento –
Caro Cittadino, è bene che tu sappia (parte terza)
….nonostante la presenza e l’impegno di molte realtà di eccellenza italiane il nostro Paese sta precipitando nel baratro. Se non iniziamo, seriamente e da subito, a premiare i meriti di “sostanza” invece di difendere i soliti “orti e orticelli”, diventeremo una periferia del mondo da cui altri Paesi attingeranno manodopera e beni a pochi soldi.
Non c’è da aver paura della concorrenza, anzi, dobbiamo essere consapevoli che questa può creare benefici per la collettività (avete visto ad esempio cosa è successo, seppure tardi, nella telefonia mobile?), a patto che il mercato (anche quello dove c’è la presenza pubblica) sia gestito in un contesto di regole chiare ed uguali per tutti con una reale apertura alla concorrenza.
Ho scelto di parlare della gestione dei rifiuti da imballaggi plastici perché sento di aver creato col Gruppo Aliplast un caso di eccellenza italiana, che sta soffrendo proprio della difesa di qualche “orto” al di là di ogni ragionevolezza. Oggi le aziende produttrici di imballaggi in plastica – e a cascata i consumatori, cioè tutti noi – pagano nel prezzo dei beni acquistati un contributo ambientale (si chiama CAC) che finanzia un unico ente monopolista, il CONAI (per gli imballaggi in plastica il COREPLA). Il CONAI può cambiare l’ammontare di questo contributo (280 Milioni di Euro pronosticabili nel 2014 per la plastica) a sua discrezionalità: le aziende di fatto non hanno altra scelta se non pagare!
Un Paese civile ed attento a non bruciare le proprie risorse dovrebbe, piuttosto, consentire alle aziende di organizzarsi anche in modo diverso, con strutture – anche consortili – qualificate e riconosciute che operino in competizione tra loro, con le stesse regole, proprio per creare efficienza e ottimizzare costi e ricavi e quindi, alla fine, far pagare meno al cittadino consumatore. Quindici anni fa, invece, il legislatore italiano ha scelto di costituire un unico consorzio per ogni materiale, così gli imballaggi in plastica hanno – a tutt’oggi – un unico ente monopolista chiamato a gestire un insieme di materiali molto diversi tra loro per tipologia d’uso, logistica di raccolta, filiere di riciclo.
Perché non evolvere, invece, verso un sistema diverso, dove le imprese possano SCEGLIERE tra le diverse possibilità offerte loro da più operatori (qualificati e riconosciuti) sul libero mercato, quella che meglio si addice al proprio fabbisogno? Questa competizione realizzerebbe l’efficacia e l’efficienza di cui noi tutti abbiamo bisogno (soprattutto come imprese e cittadini).
Come in ogni gara occorrono due cose fondamentali: delle REGOLE chiare e paritarie ed un ARBITRO perché vengano rispettate. Oggi abbiamo già un arbitro e si chiama CONAI; però in questo momento sembra non svolgere, nel senso di cui sopra, il proprio ruolo. Andrebbe invece trasformato da passivo cassiere di un contributo a reale ed attivo motore per la promozione della concorrenza, della competizione e della diffusione delle “migliori pratiche”.
Mancano totalmente, in questo settore, le regole per una reale ed effettiva apertura alla concorrenza, e questo è un compito della politica ed un problema cui il legislatore deve porre rimedio. Non credo ciò sia difficile per un governo che vuole un Paese civile, competitivo, in crescita, evitando che si crei disoccupazione o, come si diceva, di diventare una “periferia” del mondo. Occorre però chiederci se ci sia una VERA volonta’ al riguardo.
Credo fermamente che solo con questo cambio di scenario potremo ottenere una gestione dei rifiuti più efficace ed efficiente, con percentuali di riciclo maggiori e costi inferiori mentre sarà dimostrato come mettere tutto insieme come facciamo oggi può essere solo l’anticamera dell’incenerimento che distrugge risorse e basta.
Ci stiamo ancora cullando (a parole) sul principio “chi inquina paga”: è ora che, a venti anni dalla prima normativa europea sugli imballaggi, si inizi a far pagare molto chi inquina molto e meno chi inquina meno.
Vi terrò aggiornati
Roberto Alibardi
http://www.aliplastspa.it
riciclaredavvero.wordpress.com
Da “Il Sole 24 Ore” di lunedì 09 Dicembre 2013
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Rifiuti, ecco chi frena e impedisce il cambiamento
Il miglior antidoto all’ecomafia, e in genere alla criminalità ambientale, è la buona politica. Ciò vale per tutti i settori, vale anche per il ciclo dei rifiuti. Un tema, questo, che appassiona solo quando si fa emergenza, quando ci sono già le barricate, e solo allora si mette in scena il solito copione: da una parte i cittadini che non vogliono la discarica o l’impianto di turno, dall’altro gli amministratori, gli imprenditori o comunque coloro che vogliono fare ingoiare il rospo. I buoni da una parte, i cittadini, i cattivi dall’altra, gli inquinatori.
Ma questo è solo l’epilogo di una lunga storia, e quando si è arrivati a quel punto, sulle barricate, vuol dire che i primi hanno già perso, anche se se ne sono accorti solo adesso. Mi spiego. Tanto per cominciare, la peggiore politica è quella di non scegliere, di lasciare andare le cose, non affrontare i problemi. Questo porta dritti al solito modello oligopolista che lascia intatti i rapporti di potere, le rendite di posizione, scaricando l’inefficienza sulla comunità e l’ambiente. In questo vecchio sistema impostato sulle discariche le rendite parassitarie sono tante e nessuna esce allo scoperto. Nulla accade per caso e nella distrazione collettiva si costruiscono le premesse per consolidare le battaglie di retroguardia. Martedì 18 novembre, ad esempio, s’è consumata una di queste battaglie, nell’indifferenza collettiva.
Il campo era offerto da un convegno organizzato da Legambiente dal titolo “Ridurre e riciclare prima di tutto” tenuto a Roma, proprio di fronte Montecitorio, la sede del Parlamento. Il tema è caldo, ma un convegno sui rifiuti ha lo stesso appeal di una coda in autostrada e nessun giornalista, o quasi, si fa vivo (solo una manciata di agenzie). Ci sono i principali protagonisti delle future politiche di gestione dei rifiuti, sono loro che spiegheranno da che parte andrà l’Italia, ma è un discorso tra intimi, tra iniziati. Assenti pure il plotone dei cronisti di razza, infallibili sulle visure camerali dei monnezzari, smascheratori impietosi dell’avidità umana, dell’empietà del dio-denaro, gli idoli dei comitati e degli avvelenati. Ma non c’è sangue qui, solo chiacchiere, pensano. Si sbagliano. L’idea alla base dell’incontro è invece forte: stanare gli stakeholders e fargli dire pubblicamente da che parte stanno nelle future politiche sui rifiuti urbani.
Chi sono? l’Anci (Associazione dei comuni italiani), il Conai (Consorzio nazionale imballaggi), Federambiente (l’associazione di imprese e consorzi nel settore dei rifiuti urbani), la Confindustria, il Ministero dell’Ambiente e alcuni imprenditori del settore, come la Revet. Legambiente rovescia sul tavoli i dati sullo stato dell’arte e fa alcune proposte, a partire da serie politiche di riduzione. I dati Ispra dicono che l’Italia continua a smaltire troppi rifiuti in discarica: nel 2012 è finito sotto terra il 39% dei rifiuti urbani, cioè 11,7 milioni di tonnellate, 196 kg per abitante in un anno. 186 sono le discariche attive, nonostante la normativa europea preveda che questa diventi un’opzione residuale. Male.
Una gestione che rischia di costare moltissimo al paese se non si interverrà in tempi rapidi. La Commissione europea ha infatti avviato diverse procedure d’infrazione sulle discariche e se l’Italia non intraprenderà le bonifica spenderà in multe più di quanto spenderebbe per concludere le operazioni di risanamento ambientale delle aree in cui insistono gli impianti. A livello regionale di raccolta differenziata, la Campania con il suo 41,5% fa meglio di Toscana, Lazio e di tutto il resto del sud. La proposte clou di Legambiente è un nuovo sistema di incentivi e disincentivi per fare in modo che prevenzione e riciclo risultino più convenienti, anche economicamente, rispetto al recupero energetico e allo smaltimento in discarica.
Come? Tartassando lo smaltimento in discarica, eliminando gli incentivi per il recupero energetico dai rifiuti, incentivando il riciclaggio perché diventi più conveniente del recupero energetico, promuovendo serie politiche di prevenzione con il principio “chi inquina paga”. Per di più l’Associazione chiede che si ponga rimedio alla scelta del ministero dell’Ambiente di prorogare i termini entro cui i Comuni sono obbligati a raggiungere gli obiettivi di differenziata. Questo avrebbe come conseguenza una sorta di condono per le multe sullo smaltimento in discarica, premiando così i peggiori. I mandanti politici di questa specie di condono?
È chiaro che stanno in quella sala, a cominciare dall’Anci. Sin dall’inizio, quindi, la proposta di Legambiente viene isolata, anche se sarebbe l’unico modo, a conti fatti, per evitare nuove discariche, nuovi inceneritori, nuovi conflitti sociali, nuovi guai con l’Ue. Ma né il mondo dei Comuni (Anci), né quello delle imprese (Federambiente, Confindustria e Conai) sono disposti a cedere il passo. È la battaglia di retroguardia. I giocatori escono subito allo scoperto.
L’Anci, per bocca del suo responsabile rifiuti Filippo Bernocchi conferma la giustezza di questa sorta di condono per i comuni non virtuosi, e che è parimenti giusto guardare all’incenerimento (lo chiamano recupero energetico), spesso più conveniente economicamente per le casse dei Comuni; alla prima obiezione del Presidente di Legambiente, se ne va sbattendo la porta.
Daniele Fortini di Federambiente (in linea con Confindustria) è d’accordo con Bernocchi sul condono e sull’opzione incenerimento, visto che su questa stanno puntano paesi come il Regno Unito e tutti i paesi dell’Est Europa, che fanno concorrenza spietata; considerando pure del tutto legittimo l’incentivo Cip6 agli inceneritori, posto che i gestori sosterrebbero altissimi costi per gli elevati standard ambientali esistenti in Italia (e non altrove); di contro, ammette che le entrate dell’ecotassa regionale sullo smaltimento in discarica fino a oggi sono servite solo per appianare i debiti, sanità e trasporti su tutti, quindi a che serve aumentarla (sic)?.
Pure il direttore del Conai spiega in maniera diplomatica che loro fanno il possibile, che il sistema tariffario premiale ipotizzato serve a poco e che tra le opzioni della loro mission c’è anche l’incenerimento.
L’unico a sostenere le proposte di Legambiente è Valerio Caramassi di Revet, azienda toscana di riciclo, che ha rilanciato sugli incentivi fiscali ed economici per le attività di riciclo e sui cosiddetti acquisti verdi da parte della pubblica amministrazione (Green public procurement). Eccolo dunque il vero conflitto, quello tra gli interessi collettivi e quelli di parte, che provano solo a salvare se stessi, facendo resistenza passiva, inchiodando l’Italia alle solite pessime performance.
Un conflitto segnato sin dall’inizio, a danno dei primi, e che anche questa volta s’è giocato senza spettatori e senza testimoni, che si rifaranno vivi solo alla prossima barricata. Scommettiamo?
Antonio Pergolizzi Coordinatore Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente
Dal Blog Ecomafie – Tuttogreen La Stampa
Lettera aperta di un imprenditore del riciclo ai cittadini
Premessa
Con la nostra iniziativa “ Per un nuovo accordo Anci Conai “ abbiamo evidenziato quali fossero gli aspetti dell’accordo in scadenza che penalizzano i Comuni e il raggiungimento di migliori standard qualitativi (oltre che quantitativi) della raccolta differenziata RD attraverso la pubblicazione di uno specifico Dossier.
L’ Associazione Comuni Virtuosi ha collaborato con la Commissione Ambiente dell’Anci affinchè alcune delle proposte contenute nel Dossier – che riteneva di vitale importanza per il futuro della raccolta differenziata in Italia – potessero arrivare al tavolo delle trattative con il Conai.
Tali proposte sono finalizzate ad aumentare le risorse economiche a sostegno della raccolta degli imballaggi che i Comuni ricevono dal Conai (ma che coprono meno di un terzo di quanto i comuni spendano) e a rimuovere altri ostacoli che hanno determinato una gestione poco trasparente di alcuni passaggi del ciclo di gestione dei materiali da imballaggio dal momento della raccolta differenziata in poi.
La necessità di raggiungere i tassi di riciclo di materia al 50% e la gestione dei rifiuti come risorse che ci chiede l’Europa, nonché l’urgenza di fare partire la green economy per il comparto del riciclo, richiedono misure urgenti a sostegno degli Enti locali e dell’economia dei territori.
Un recente studio elaborato per la Commissione Europea stima che la piena attuazione della legislazione UE sui rifiuti consentirebbe di risparmiare 72 miliardi di euro l’anno, aumenterebbe di 42 miliardi di euro il fatturato annuo dell’industria della gestione e del riciclaggio dei rifiuti e creerebbe oltre 400 000 posti di lavoro entro il 2020. Purtroppo il ddl contenente una serie di misure ambientali appena approvato dal Consiglio dei ministri, e presentato dal ministro Andrea Orlando come “un primo passo” per i settori della green economy dell’economia italiana, non contiene le risposte che servirebbero per una transizione italiana verso una società del riciclo e dell’uso efficiente delle risorse.
Mentre Governi lungimiranti come quello francese o della Scozia stanno puntando sull’economia circolare per una prevenzione dei rifiuti ed una loro gestione eco efficiente ( per affrontare al contempo il riscaldamento climatico) noi siamo al censimento degli inceneritori …
Vi sottoponiamo la denuncia del proprietario di Aliplast, un’azienda che ricicla il 10% della plastica riciclata in Italia, in una lettera aperta apparsa ieri a pagamento sul Sole 24 ore, che rivela la situazione in cui versa il suo settore.
Caro Cittadino, è bene che tu sappia (parte prima):
… ho fondato e dirigo un’azienda che oggi occupa più di 400 persone con il suo indotto, senza mai aver beneficiato di finanziamenti pubblici, che crea dai rifiuti un volume d’affari in Italia di quasi 100 Milioni di Euro l’anno e produce anche in questo momento valore aggiunto da ciò che altri considerano solo un costo, magari facendolo pagare alla collettività. La mia azienda ricicla – in Italia – più del 10% di tutta la plastica riciclata nel nostro Paese. Questo permette di far risparmiare ogni anno più di 120.000 tonnellate di emissioni di CO2 rispetto a quanto avverrebbe con produzioni realizzate in materie plastiche vergini. Non basta, questa attività utilizza buona parte del materiale plastico riciclato per produrre gli stessi imballaggi plastici che ha raccolto e riciclato; alla fine della loro vita li raccoglie e ricicla nuovamente. E’ presa quale esempio di “circular economy” da numerose aziende estere che tentano di imitare questo modello.
Sono orgoglioso di essere italiano ma non posso ulteriormente sopportare, anche come imprenditore, quello che vedo accadere; in estrema sintesi:
• Subisco un costo energetico praticamente doppio rispetto ai miei competitor esteri. Il Governo concede sgravi per le imprese energivore ma… si “dimentica” del comparto del riciclo delle materie plastiche che permette enormi risparmi di emissioni CO2 e savings energetici rispetto alla produzione di plastiche vergini;
• Davanti a modelli virtuosi dal punto di vista ambientale che fanno anche risparmiare il cittadino, il nostro Paese continua a preferire e supportare sistemi monopolistici per la gestione dei rifiuti da imballaggio che, tra l’altro, chiedono un sacco di denaro ai cittadini senza dimostrare di raggiungere i minimi risultati richiesti dalla legge, annichilendo iniziative quali la mia. Nei Paesi evoluti, invece, viene incentivata e sostenuta l’apertura del mercato a molteplici operatori messi tra loro in concorrenza con regole paritarie;
• Vedo che la Commissione Europea sta discutendo come creare nuovi posti di lavoro e benefici ambientali attraverso l’aumento drastico degli obiettivi di riciclo, mentre in Italia stiamo ancora chiedendoci come fare a costruire nuovi termovalorizzatori e/o aumentare una raccolta differenziata di rifiuti plastici che non tiene però conto del loro effettivo recupero, anzi togliendo l’opportunità ai pochi volenterosi di fare impresa nel nostro Paese, cioè di creare occupazione e realtà innovative, e sempre a spese del cittadino!
E’ per il mio orgoglio di essere italiano che ho ingaggiato, nell’interesse non solo mio, una battaglia chiedendo che queste cose cambino, ma concretamente e velocemente, per non essere costretto a trasferire la mia attività all’estero.
Vi terrò informati
Roberto Alibardi – Aliplast s.p.a.
L’articolo Il disagio dei riciclatori è apparso su Polimerica.it
Per leggere la seconda e terza parte clicca qui. Per leggere la quarta qui. La quinta qui.
Leggi anche : 2014 anno UE della Green Economy: Realacci raccontaci quale piano per l’Italia
“Meno Rifiuti – Più Benessere” 2013- Al via il recapito dell’appello alle Aziende e alla Distribuzione Organizzata
Meno Rifiuti piu’ Benessere in 10 mosse ritorna con la seconda edizione 2013 per sollecitare il mondo della produzione e della distribuzione a compiere 10 azioni nel breve e medio termine per ridurre l’impatto ambientale di imballaggi, promuovere soluzioni adatte all’uso multiplo ma soprattutto ad innovare attraverso la progettazione di beni e servizi in un’ottica di economia circolare.
L’iniziativa partecipa alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti che si terrà dal 16 al 24 novembre.
Per coinvolgere e informare anche i consumatori l’iniziativa focalizza gli imballaggi dei beni di largo consumo che, insieme agli articoli usa e getta, diventano quel genere di rifiuto con cui si deve fare i conti quotidianamente e li invita a firmare la petizione collegata all’appello.
La novità della seconda edizione consiste nella partenza di una comunicazione personalizzata alle maggiori aziende dei prodotti di largo consumo del settore alimentare, della cosmetica e detergenza, nonché le principali insegne della Distribuzione Organizzata, che continuerà con il 2014.
Ai responsabili delle Aziende, più o meno virtuose sotto l’aspetto ambientale, verrà chiesto di rendere noto il proprio impegno rispetto alle 10 mosse, sia per i progetti attuati che per quelli in fase di pianificazione. Le adesioni ed i relativi dettagli verranno pubblicati in una pagina dedicata del sito.
“L’invito all’azione che Meno Rifiuti più Benessere rappresenta nei confronti delle aziende, va oltre ai contenuti delle 10 mosse, sia sotto l’aspetto ambientale che partecipativo – afferma Silvia Ricci, responsabile Campagne dell’Associazione comuni virtuosi (Acv). Sotto l’aspetto ambientale poiché l’impatto complessivo di un prodotto non è limitato al solo packaging, come la prima mossa evidenzia. Sotto l’aspetto partecipativo perché riuscire a coinvolgere le aziende a comunicare pubblicamente il proprio, impegno come avviene all’estero, non è una modalità alla quale le aziende italiane sono avvezze” continua Ricci.
“Come ACV abbiamo però coinvolto con successo un buon numero di gruppi della Grande Distribuzione con la campagna Porta la Sporta. Quest’ultima iniziativa, pensata per ridurre l’impatto ambientale ma anche economico che i rifiuti da imballaggio e articoli usa e getta hanno per le casse comunali, dovrebbe essere una palla che le aziende colgono al balzo per dimostrare che quanto pubblicato nel bilancio di sostenibilità si riflette nella prassi aziendale. Questa iniziativa rappresenta oltre 3000 cittadini che hanno firmato la petizione, 300 enti locali e diverse associazioni. L’ascolto del cliente , la collaborazione con le organizzazioni non profit e con gli enti locali (a favore di obiettivi comuni e a beneficio dei territori ) sono argomenti che sono di casa nei bilanci di sostenibilità. Pertanto non possiamo che essere fiduciosi di ricevere prima o poi un cenno di riscontro alle comunicazioni che stiamo inviando alle aziende e che proseguiranno anche nel prossimo anno” conclude Silvia Ricci.
Le dieci mosse
La prima mossa chiede di ripensare e innovare i prodotti verso una maggiore sostenibilità partendo da un diverso approccio nella fase di progettazione. Ovvero di utilizzare una metodologia di progettazione chiamata Design Sistemico che concepisce un prodotto come parte di un sistema con cui interagisce, e per tutto il suo ciclo di vita. I sistemi a cui ispirarsi sono quelli della natura dove il concetto di rifiuto non esiste perché ogni output di un processo diventa un input, o una risorsa, per nuove attività. Una sua applicazione eliminerebbe la necessità di dover intervenire successivamente per risolvere effetti collaterali negativi per uomo e ambiente.
Già dalla fase di progettazione di un bene o di un imballaggio la scelta di un materiale piuttosto che un altro inciderà su tutte le fasi a monte del processo: dall’estrazione delle materie prime, alla produzione di energia utilizzata per estrarle e lavorarle, ai trasporti, etc.
Questa scelta sarà allo stesso tempo determinante quando il prodotto dovrà essere smaltito. L’azienda che studia un nuovo prodotto non può quindi esimersi dal considerare come lo stesso potrà essere recuperato, riciclato o riutilizzato una volta che terminerà la sua funzione primaria.
Le mosse successive chiedono non solamente una prevenzione quantitativa degli imballaggi ma anche una prevenzione del loro impatto ambientale. E quindi la progettazione di imballaggi ridotti all’essenziale, totalmente riciclabili e privi di quelle componenti che ne impediscono un riciclaggio eco efficiente (etichette sleeve, additivi, opacizzanti e altri abbinamenti di materiali eterogenei difficilmente separabili).
E ancora l’utilizzo di materie prime seconde provenienti dal riciclo per realizzare nuovi imballaggi, l’applicazione di sistemi di etichettatura che comunichino il grado di riciclabilità degli stessi e l’introduzione di sistemi di vuoto a rendere per le bevande.
Infine una maggiore presenza nell’assortimento di prodotti ecologici adatti all’uso multiplo e possibilità di acquisto sfuso e alla spina nei punti vendita della Grande Distribuzione con diffusione capillare su tutto il territorio promossi da una comunicazione abbinata che ne comunichi il vantaggio ambientale.
Hanno sottoscritto il documento circa 300 enti locali e aderito associazioni nazionali come Greenaccord, Fare Verde, MDF- Movimento Decrescita Felice, Slow Food Italia, Cittadinanza Attiva, Altroconsumo e l’Associazione Borghi Autentici d’Italia.
Enti locali e associazioni nazionali e locali vengono inviate a sottoscrivere l’appello inviando una mail ai riferimenti presenti sulla pagina dell’iniziativa dove si trovano anche le indicazioni utili alle Aziende che vorranno aderire.
Anche i singoli cittadini vengono inviati a firmare la petizione di supporto che ha raggiunto oltre 3000 firme e a diffonderla attraverso i loro contatti e social media.
Comunicato stampa 12 novembre 2013







