Rifiuti, i Comuni Virtuosi: «Soldi al riciclo e non agli inceneritori»
Abbiamo intervistato i promotori dell’iniziativa Ezio Orzes (assessore ambiente del Comune di Ponte nelle Alpi del direttivo dell’associazione) e Attilio Tornavacca (direttore di Esper)
Nel vostro dossier sull’accordo ANCI-CONAI sostenete che il contributo che il Conai riconosce ai Comuni per i costi di raccolta differenziata dei rifiuti è il più basso di Europa e comunque non in linea con i costi effettivi sostenuti. Quindi pensate che il lavoro svolto da Anci al tavolo di contrattazione in fase di accordo non ha favorito i propri associati?
«Pensiamo che i Comuni italiani non siano interessati ad assistere a polemiche sul lavoro svolto dai rappresentanti dell’ANCI per stabilire insieme al Conai le condizioni dell’ultimo accordo stipulato nel 2009. Quello che interessa ai Comuni virtuosi ed anche a tutti i Comuni che vogliono raggiungere elevati livelli qual-quantitativi di riciclo è di capire come uscire da una situazione che appare ormai insostenibile soprattutto quando si scopre che, mentre i Comuni spesso non riescono ad erogare i servizi essenziali a causa dei continui tagli di bilancio, il sistema Conai ha chiuso i propri bilanci con un utile di esercizio complessivo di 166 milioni di euro nel solo 2011 ed ha accumulato riserve per ben 317 milioni di euro nello stesso anno. Questi utili hanno consentito al sistema Conai di poter vantare il “merito” di aver ridotto di un ulteriore 30 % l’importo del Contributo Ambientale Conai a carico delle imprese nel 2012 rispetto al 2011 ma tali mancate spese non sono state ottenute grazie allo sforzo delle aziende che producono imballaggi (il Corepla sostiene ad esempio che “le plastiche miste sono in costante aumento e sono la frazione più critica da riciclare”) ma grazie allo sforzo enorme di tanti Comuni che, nonostante i tagli di bilancio, hanno continuato ad investire e sviluppare la RD domiciliare degli imballaggi e delle altre frazioni. Sarebbe quindi stato doveroso, da parte del sistema Conai, ridistribuire tali maggiori utili agli enti locali invece che penalizzarli oltre ogni limite tollerabile con l’ulteriore restringimento delle % di impurità tollerate per accedere ai corrispettivi stabiliti con l’ultimo accordo».
Il Conai sostiene che interviene con risorse proprie per garantire il ritiro degli imballaggi su tutto il territorio e per creare piattaforme di riciclo laddove non esistevano. Non credete che questi interventi dovrebbero rientrare tra i compiti del CONAI?
«Il Conai deve obbligatoriamente intervenire per garantire il ritiro dei materiali conferito da parte dei Comuni ma questo, anche secondo l’autorevole e vincolante parere dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, non implica che per poter svolgere tale ruolo il sistema debba continuare a godere di una posizione di monopolio nel proprio settore che risulta in contrasto con la decisione della Commissione CE del 20 aprile 2001, COMP D3/34493 dove si evidenzia che “la possibilità per produttori e distributori di ricorrere a sistemi alternativi ai consorzi di filiera attualmente esistenti potrebbe apportare migliori efficienze nei risultati complessivi della raccolta e del recupero”. A tale conclusione era giunta anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse (XIV legislatura) nella relazione finale del 15 febbraio 2006 dove si legge (p.44) che “un esame complessivo del sistema induce a registrare, accanto ad indubbie positività, alcune inefficienze dovute, probabilmente, alla posizione monopolistica dei consorzi”.
Va poi rammentato che il sistema Conai non “interviene con risorse proprie” ma con risorse garantite dallo stato che, dopo aver reso obbligatoria la costituzione del Conai ed il versamento del Contributo Ambientale Conai, invece di incamerare tale contributo ha deciso di affidare il compito di gestire tale risorse al mondo delle imprese produttrici di imballaggi per tramite del Conai. Il Governo si è però riservato il diritto di vigilare sul reale raggiungimento degli obiettivi previsti da parte del Conai e di intervenire allorquando l’ANCI ed il Conai non riescono a trovare un accordo (era già successo nel 1999 per il vetro).
Rispetto alla doverosa attività di verifica dell’operato del sistema Conai bisogna infine evidenziare che l’ISPRA, a 15 anni dall’istituzione del Conai, è ancora costretta a scrivere nell’ultimo rapporto che a causa “dell’incompleta e parziale informazione fornita dal Consorzio Conai… l’ISPRA non è in grado di monitorare in maniera efficace il ciclo di gestione dei rifiuti di imballaggio, validando i dati trasmessi dal CONAI, e soprattutto di verificare il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio fissati, oltre che dalla direttiva 94/62/CE, anche dall’articolo 11 della direttiva 2008/98/CE”».
Nella vostra proposta si dice che il CAC “deve essere commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio e favorendo gli imballaggi totalmente riciclabili con bassi costi ambientali energetici ed economici”. Da parte sua il Conai risponde che ha abbassato i costi per non mettere in difficoltà le aziende in questo periodo di crisi e che altrimenti i costi sarebbero stati spalmati sui consumatori finali. Del resto il CONAI rivendica anche il lavoro svolto per la “prevenzione” sugli imballaggi, che è un ruolo che devono svolgere per legge.
«Rispetto alla tesi secondo cui un aumento del CAC sarebbe negativo perché verrebbe poi spalmato sui consumatori finali, bisogna evidenziare che se il CAC venisse commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi (penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio), le uniche aziende che potrebbero veder salire leggermente i costi di produzione sono quelle che immettono in commercio imballaggi difficilmente riciclabili. Considerando che anche un CAC triplo rispetto a quello dell’attuale inciderebbe sul prezzo finale per una percentuale irrisoria (da 0,07 allo 0,21 % per gli alimentari e dallo 0,04 allo 0,12 % per quelli non alimentari) l’aumento, se opportunamente declinato secondo il modello francese, consentirebbe di avviare almeno un percorso di graduale introduzione del principio europeo “chi più inquina, più paga”. Le aziende e i consumatori che continueranno quindi a preferire imballi ad elevato impatto ambientale subiranno una leggera penalizzazione. Al contrario le aziende che già oggi stanno investendo risorse per rendere più facilmente riciclabili i propri imballaggi (e di conseguenza i consumatori che scelgono tali prodotti) con questo sistema riusciranno finalmente ad ottenere anche un parziale riconoscimento economico ai propri sforzi (grazie alla riduzione del CAC) mentre, con il sistema attuale, non vengono incentivate a sviluppare tali attività virtuose. Rispetto al lavoro svolto dal Conai per la prevenzione si deve registrare che i risultati ottenuti sono stati veramente deludenti visto che dal 2000 al 2011 gli imballaggi immessi al consumo sono aumentati del 4% (e perfino del 9 % per quanto riguarda gli imballi più problematici secondo l’UE cioè quelli in plastica). Alcuni operatori del settore hanno infatti evidenziato che la scelta del legislatore di porre in capo al Conai l’elaborazione ed applicazione del Programma generale per la prevenzione della formazione dei rifiuti di imballaggio non poteva produrre effetti diversi da quelli poi ottenuti poiché si affidava l’organizzazione delle iniziative per la riduzione del consumo degli imballaggi a perdere proprio ad un Cda composto quasi totalmente da rappresentanti delle imprese che producono imballaggi a perdere e che non potevano quindi evitare di tutelare innanzitutto gli interessi delle aziende che li avevano nominati. Non è probabilmente un caso se il Conai si è subito dichiarato contrario anche solo all’ipotesi di introdurre anche in Italia l’obbligo del cauzionamento per le bevande».
Come ritenete possibile aumentare il CAC alle aziende senza far ricadere i costi sui cittadini al momento dell’acquisto delle merci?
«Se fosse vero che un aumento del CAC determina automaticamente un aumento dei prezzi al consumo sarebbe vero anche il contrario e cioè che l’applicazione in Italia del CAC più basso a livello europeo avrebbe dovuto garantire al consumatore italiano un costo dei beni di consumo inferiore alla media europea (anche se questo si è tradotto inevitabilmente in costi più elevati della bolletta rifiuti a carico dei consumatori). Ma nonostante questo innegabile vantaggio per le imprese italiane, l’Italia è diventata uno dei paesi europei con l’Indice di Livello dei Prezzi (PLI) più elevato in Europa secondo Eurostat[1].
I motivi che hanno determinato questa situazione paradossale che smentisce quanto sostenuto dal Conai sono due: il CAC incide sui prezzi al consumo in Italia per una % irrisoria e cioè per lo 0,07% sui prodotti alimentari e per lo 0,04 % per i prodotti non alimentari; i prezzi al consumo sono determinati essenzialmente dalle politiche di vendita decise dalla grande distribuzione e dagli intermediari e quindi non ci si deve stupire se lo stesso prodotto italiano imballato in tetrapak (o altro materiale) costa di più in Italia (dove il CAC è di 6 € a tonnellata di imballaggio utilizzato) rispetto a quanto costa in Francia (dove il CAC è di 164 €/tonnellata cioè quasi 30 volte di più) poiché questa industria preferisce investire quello che risparmia in Italia (grazie al CAC quasi nullo) per essere più competitiva su un mercato estero (con buona pace delle aspettative dei nostri consumatori).
Per quanto riguarda la necessità di aumentare il CAC va innanzitutto rammentato che è stato lo stesso Conai, nell’audizione tenutasi il 14 settembre 2006, ad affermare che “… Negli ultimi anni quasi tutti i CAC delle diverse filiere sono rimasti sostanzialmente invariati … ma è evidente che, se la raccolta differenziata continua a crescere a buoni ritmi e soprattutto con un miglioramento dei risultati al Sud, andrà messo in preventivo un sostanziale incremento dei costi variabili con la conseguente necessità di aumentare i contributi per farvi fronte”».
Pensate a degli standard per commisurare il CAC alla effettiva riciclabilità?
«In relazione alla necessità di introdurre un nuovo sistema di classificazione dell’effettiva riciclabilità di un bene si deve evidenziare che, partendo dal presupposto che è il riciclatore il soggetto più qualificato per indicare quali sono gli imballaggi in plastica più (o meno) idonei al riciclo, EuPR (European Plastic Recyclers) ha avviato un progetto denominato Recyclass™ che verrà presentato alla Fiera Interpack 2014 di Düsseldorf. Si tratta di un sistema di classificazione, in prima battuta su base volontaria, utilizzabile in tutta Europa che attribuisce una classe di riciclabilità a un qualsiasi packaging in plastica tramite lettere dalla A alla G, sulla falsariga delle sette classi di efficienza energetica dell’UE per gli elettrodomestici. Oltre a venire adottato da Designers, Industria e Grande Distribuzione volontariamente tale sistema potrà essere a disposizione degli enti che gestiscono su base nazionale la gestione degli imballaggi (quali il Conai in Italia) che potranno disporre di un modello di riferimento utile per determinare quote differenziate di contributi ambientali per le aziende utilizzatrici di packaging: basse per gli imballaggi facilmente riciclabili, elevate per imballaggi meno riciclabili e molto elevate per quelli non riciclabili affatto[2].»
“Estendere e riconoscere ai comuni i contributi per tutti i materiali plastici effettivamente riciclabili”. Questa è una proposta che potrebbe essere molto ben compresa dai cittadini, che non capiscono perché un imballaggio o un bicchiere di plastica possa andare a riciclo e una forchetta o un giocattolo no. Credete che il sistema di selezione sia pronto per sostenerla?
«Alcune iniziative (in particolare in Veneto ed in Toscana) hanno già dimostrato la fattibilità tecnica del riciclo di tali materiali che va però sostenuta anche con lo sviluppo degli acquisti verdi non solo nella pubblica amministrazione, ma anche presso i privati. Proprio partendo dall’analisi degli oggetti che già i cittadini conferiscono “per errore” con gli imballaggi di plastica, il sindaco di New York ha recentemente esteso la raccolta della plastica a beni di plastica rigida come giocattoli e articoli casalinghi che verranno processati in un impianto di riciclo che si sta ultimando in città».
“Eliminare qualsiasi contributo del CONAI destinato all’incenerimento, e destinare i contributi a sostegno di cicli chiusi di recupero della materia con particolare attenzione alle frazioni plastiche residue”. Questa è una proposta che è molto in linea con la nostra linea editoriale, in quanto riteniamo che il sostegno al riciclo deve essere almeno di un euro/ton superiore a ciò che costa il recupero energetico (incentivi GSE compresi) e almeno del 50% di ciò che viene destinato alle RD (come da obiettivi di direttiva e di legge). Credete che sia verosimile ottenere questa proposta nel prossimo accordo?
«Se si considera che le risorse economiche necessarie a bruciare gli scarti dell’attività di selezione degli imballaggi (circa 26 milioni di euro all’anno) vengono attualmente destinate quasi esclusivamente ad impianti di incenerimento ed a cementifici collocati oltreconfine, si può ben comprendere che ormai anche in Italia si è sviluppato un largo consenso sulla proposta di avviare attività e tecnologie in ambito nazionale che possano consentire di creare nuovi e qualificati posti di lavoro invece di mandare letteralmente “in fumo” tale ingenti risorse».
Intervista di Greenreport.it del 5 luglio 2013
10 proposte per migliorare il riciclo in Italia – Intervista a due voci: Ezio Orzes e Attilio Tornavacca
Alla vigilia della presentazione del dossier dell’Associazione Comuni Virtuosi sull’accordo Anci-Conai, è andato in scena sulle pagine di Repubblica un botta e risposta tra l’ACV e il Consorzio Nazionale Imballaggi.
A prima vista il titolo dell’articolo di Repubblica potrebbe apparire fuorviante (“Carta e plastica, il giallo del riciclo ecco perché in Italia non conviene”). Ma fare la raccolta differenziata e riciclare risulta economicamente conveniente rispetto ad altre forme di trattamento e smaltimento rifiuti (discarica/incenerimento)?
Lo abbiamo chiesto ai promotori del dossier presentato lo scorso 2 luglio a Roma. «L’Associazione Comuni Virtuosi – risponde Ezio Orzes, Assessore all’ambiente di Ponte nelle Alpi e membro del direttivo dell’ACV – è stata fondata ed è formata proprio dai Comuni che hanno posto al centro della proprio azione amministrativa la raccolta differenziata spinta raggiungendo risultati quantitativi, qualitativi ed economici che fanno scuola anche all’estero. Il titolo, come spesso accade, risulta quindi effettivamente fuorviante ma il testo dell’articolo chiarisce bene quale è la posizione dell’Associazione: la raccolta differenziata spinta e di qualità è un dovere a cui siamo chiamati tutti (cittadini, istituzioni, aziende di raccolta e riciclaggio pubbliche e private ecc.). Questa azione però ha bisogno di essere maggiormente sostenuta anche dal sistema Conai in considerazione del fatto che lo stesso ha chiuso i propri bilanci con un utile di esercizio complessivo di 166 milioni di euro nel solo 2011 ed ha accumulato riserve per ben 317 milioni di euro nello stesso anno che potevano invece essere utilizzate per premiare i principali artefici di tale risultato e cioè gli enti locali che si sono impegnati maggiormente per incrementare ulteriormente i livelli di riciclaggio in Italia nel 2011».
«Per considerare correttamente la maggiore o minore convenienza delle diverse forme di trattamento – aggiunge Attilio Tornavacca, direttore della ESPER – non si deve considerare solo l’impatto economico a breve termine (in cui attualmente non sono adeguatamente inglobati i reali costi ambientali di alcune forme di smaltimento quali, ad esempio, i costi delle bonifiche) ma anche i costi ambientali a medio a lungo termine. Per orientare correttamente le proprie strategie l’Unione Europea ha infatti commissionato ad AEA Technologies uno studio teso a valutare gli impatti sul cambiamento climatico delle diverse opzioni di gestione dei RU in cui si dimostra che “la strategia raccolta differenziata dei RU seguita dal riciclaggio (per carta, metalli, tessili e plastica) e il compostaggio/digestione anaerobica (per scarti biodegradabili) produce il minor flusso di gas serra (-461 kg CO2 eq/t). Anche la termovalorizzazione dei rifiuti indifferenziati, nonostante la produzione di elettricità, comporti una trascurabile riduzione dell’emissione di gas serra rispetto allo smaltimento in discarica(-10 kg CO2 eq/t) che risulta comunque nettamente inferiore a quella ottenibile con il riciclaggio”».
10 proposte per migliorare il riciclo in Italia
Il dossier quali proposte formula al fine di migliorare il riciclo in Italia? «Le proposte sono dieci» spiega Ezio Orzes che riassume quelle più urgenti: «Per rendere meno costoso e più semplice il riciclaggio degli imballaggi l’Associazione propone di introdurre anche in Italia il modello francese di declinazione del CAC (Contributo Ambientale Conai ndr) che consentirebbe di avviare un percorso di graduale introduzione del principio europeo “chi più inquina, più paga”. Con questo sistema le aziende ed i consumatori che continueranno a preferire imballi ad elevato impatto ambientale subiranno una leggera penalizzazione. Al contrario le aziende che già oggi stanno investendo risorse per rendere più facilmente riciclabili i propri imballaggi (e di conseguenza i consumatori che scelgono tali prodotti) con questo sistema riusciranno finalmente ad ottenere anche un parziale riconoscimento economico per i propri sforzi (grazie alla riduzione del CAC) mentre, con il sistema attuale, non vengono incentivate a sviluppare tali attività virtuose. Per quanto riguarda la raccolta differenziata – ha continuato Ezio Orzes – l’Associazione chiede di triplicare l’entità dei contributi CONAI operando una progressiva riduzione dei costi operativi e di struttura del sistema Conai ed un riallineamento del CAC alla media europea (con le ulteriori riduzioni ora i contributi ambientali italiani sono tra più bassi in Europa). Per sostenere il riciclo di prossimità l’Associazione richiede al governo di introdurre una sistema di reale incentivazione dei prodotti realizzati con materiali riciclati a “km zero” anche attraverso l’introduzione di meccanismi premiali mediante la riconversione dei Certificati Verdi da incentivi per ridurre il costo del recupero energetico a incentivi per sostenere il riciclaggio ed il compostaggio in proporzione al risparmio di emissioni climalteranti effettivamente garantito».
Il modello francese: alcune precisazioni
Come riportato in precedenza, l’ACV propone di introdurre anche in Italia il modello francese di declinazione del contributo ambientale. Nell’intervista di Repubblica al direttore generale Conai si legge che “non si possono paragonare Italia e Francia. Il consorzio Eco-Emballages non offre un servizio universale, decide autonomamente quali Comuni servire, non tratta tutti i materiali, ad esempio il vetro non lo raccoglie e opera sino al raggiungimento degli obiettivi”. Il quadro della situazione Oltralpe non sarebbe esattamente così. Spiega Attilio Tornavacca: «Chiunque consulti il sito di Eco-Emballages (l’omologo francese del Conai) può verificare che la percentuale di copertura della popolazione francese residente in comuni che hanno stipulato contratti con Eco-Emballages è pari al 98,5 % che va confrontata con l’81 % di percentuale media di popolazione residente in Comuni che hanno stipulato convenzioni con il sistema Conai. Solo per la plastica la percentuale arriva al 95 % nel 2011 come si può leggere a pag. 371 dell’ultimo rapporto ISPRA».
In Francia i Comuni non ricevono corrispettivi per la raccolta del vetro? «I Comuni francesi ricevono al contrario due tipi di corrispettivi per la raccolta del vetro – continua il direttore della Esper – il “prix de collecte et de tri” ed il “prix de reprise”. Il primo è il prezzo dei rifiuti da imballaggi in vetro che vengono conferiti nei centri di trattamento, ed è pagato da Eco-emballages alle autorità locali. l’ammontare di questa tariffa è di 4,4 €/tonnellata. Il secondo è il prezzo del rottame di vetro già realizzato, ed è pagato dalle vetrerie che producono vetro cavo (verre creux), quindi nuovi imballaggi in vetro, alle autorità locali invece che al sistema Conai come succede in Italia dove il Coreve fino al 2010 non ha mai evidenziato ricavi per la cessione del vetro ai propri soci ma al contrario solo dei costi (per questa ragione ha ricevuto un richiamo dall’AGCM). Questo prezzo ammontava a 22,2 €/t nel 2011 ed ammonta a 21,75 €/t nel 2013 poiché viene aggiornato annualmente tenendo d’occhio i prezzi applicati a livello europeo.
Giuseppe Iasparra –Eco dalle città
Resoconto della Conferenza stampa di presentazione del nostro dossier per un “nuovo Accordo Anci-Conai”
Si è tenuta martedì 2 luglio nella Sala Conferenze Stampa di Palazzo Montecitorio la presentazione delle proposte per il rinnovo dell’accordo Anci-Conai avanzate dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, sulla base del dossier realizzato in collaborazione con ESPER
Ha aperto i lavori Roger de Menech, sindaco del comune di Ponte nelle Alpi, Comune Riciclone di Legambiente oramai da tre anni consecutivi, affermando l’assoluta importanza di innescare un processo di contaminazione positiva, in grado di consolidare a diffondere a macchia d’olio l’“eccellenza” nel campo della gestione integrata dei rifiuti. Un significativo esempio di eccellenza portato da alcune realtà locali virtuose che si sono distinte per l’impegno nell’attuazione di pratiche ambientali particolarmente innovative. Ed è da queste esperienze che bisogna ripartire con slancio affinché i risultati quantitativi della RD siano sostenuti dalla qualità. Un tale percorso, se intrapreso capillarmente dai Comuni Italiani, non può che rianimare profondamente un contesto sociale, economico ed ambientale da tempo in difficoltà. Lo strumento principale di tale azione è la costruzione di professionalità che si esprimano puntualmente a livello locale, come nel caso del sistema di raccolta porta a porta.
Gianluca Fioretti, sindaco di Monsano (AN) e co-fondatore nel 2005 dell’Associazione nazionale Comuni Virtuosi, ha messo in evidenza le solide fondamenta su cui poggia il dossier redatto con il supporto tecnico di Esper: esso affronta concretamente un tema da tempo tenuto in sordina, quello della mancata equità nel rapporto tra Anci e Conai. Il disequilibrio tra le due parti si è tradotto nel corso degli anni in un mancato ritorno ai Comuni delle risorse investite nella RD, quindi in una perdita secca di ricchezza. “In visione della fase di rinegoziazione dell’accordo quadriennale – ha dichiarato Fioretti – è importante porre in evidenza alcune eccezionali opportunità che questo momento ci offre. Su tutte quelle di recuperare le ingenti risorse economiche derivanti dal recupero dei materiali e di concretizzare l’obiettivo della sostenibilità economica, sociale ed ambientale attraverso l’introduzione del sistema di raccolta porta a porta. Tale introduzione potrebbe contribuire alla creazione di circa 200.000 nuovi posti di lavoro. Questa realtà è a portata di mano, grazie anche all’attuale campagna nazionale di informazione per una nuova ed inedita apertura agli enti locali di tutta Italia.”
Ezio Orzes, assessore all’ambiente del comune di Ponte nelle Alpi sposta l’attenzione su una questione di fondamentale importanza: come fanno i Comuni a garantire livelli di qualità minimi di raccolta differenziata se sono costretti a pagarsi interamente da sé il servizio che offrono ai cittadini? “I Comuni si trovano drammaticamente sospesi tra due imperativi – ha detto Orzes – non più solo il raggiungimento di una certa percentuale di raccolta differenziata, bensì anche di una percentuale di effettivo recupero dei materiali. Il dossier tecnico dell’Associazione Nazionale dei Comuni Virtuosi svolge un’analisi accurata e propone soluzioni concrete e comprovate nei risultati sia a livello nazionale che internazionale”. Il primo dei temi affrontati dal dossier dell’Associazione è quello dei costi. Costi per i consumatori, per chi raccoglie e trasporta i rifiuti da imballaggio, per l’ambiente in termini di energia e materie prime sprecate, per i Comuni e i cittadini. Per ridurre tali costi è indispensabile rendere più costosa la produzione e l’immissione sul mercato di imballaggi con maggiore impatto sull’ambiente, ovvero riciclabili con maggior difficoltà. Ciò si può fare agendo sui Contributi Ambientali, ovvero su quella quota che le aziende produttrici di imballaggi pagano al Conai con l’obiettivo di farsi carico dei costi di raccolta e riciclo.
E’ Attilio Tornavacca, direttore di Esper (Ente di Studio per la Pianificazione Ecosostenibile dei Rifiuti) a sviluppare questo tema, dopo aver risposto all’obiezione fatta a mezzo stampa dal presidente del Conai circa la scarsa copertura dei servizi del consorzio francese sul territorio nazionale: EcoEmballages ha raggiunto nel 2012 una copertura della popolazione 98,5%, come affermato sul sito del consorzio francese.
Rapidamente di torna all’esperienza nazionale: “In Italia non solo la produzione degli imballaggi non è diminuita, ma è aumentata di 4 punti percentuali raggiungendo un picco nel 2007 – dichiara Tornavacca – Inoltre, la percentuale di gestione degli imballaggi ad opera del CONAI è sì aumentata negli ultimi anni, ma rappresenta in realtà solo 1/3 del totale dei rifiuti gestiti. Gli altri 2/3 sono coperti invece da sistemi indipendenti che non usufruiscono quindi dei CAC (contributi ambientali Conai).Il CAC della plastica in Italia è 4 volte più basso rispetto alla media europea. Se il Conai ha fatto dei suoi contributi ambientali bassissimi il suo fiore all’occhiello, è pur vero che dietro a tale convenienza per le imprese produttrici si cela la scarsità delle risorse che vengono destinate ai Comuni. Se da una parte i Comuni Italiani perdono importanti risorse a causa dei bassi contributi ambientali, dall’altra non hanno nemmeno il diritto di proprietà sui materiali conferiti negli impianti (e dunque il diritto di incamerare le risorse provenienti dalla loro vendita all’industria del riciclo pari in media a 52 euro/tonnellata), come avviene regolarmente ad esempio in Francia”.
La soluzione da avanzare con forza è la triplicazione dei contributi ambientali, modulando i CAC sulla base della effettiva riciclabilità dell’imballaggio: continuando il paragone con oltralpe, EcoEmballages garantisce un bonus sul CAC per quelle imprese che incrementano le proprietà di riciclabilità degli imballaggi, mentre infliggono un malus per quelle imprese che producono imballaggi di difficile riciclabilità. Tale operazione inciderebbe sui prezzi di consumo solo per lo 0,07%. “Oltre ai problemi esposti fino ad ora – continua Tornavacca – i costi di selezione, ovvero le risorse assorbite dagli impianti che puliscono e preparano i materiali perché possano far maturare i corrispettivi Conai, erodono ulteriormente i ricavi per i Comuni: da 300 milioni di euro si passa a 166 milioni di euro. Tali costi di selezione variano anche lungo il territorio italiano, per cui nel Sud Italia questi possono superare di 10 volte quelli applicati in altre regioni del Nord Italia”.
Il direttore di Esper, dunque individua una soluzione in 3 punti:
1. Triplicazione CAC;
2. Svincolare i controllori dai portatori di interessi, facendo in modo che il responsabile dei controlli di qualità sui materiali conferiti non sia scelto dal Conai;
3. Proseguire con l’abolizione della Tares e la reintroduzione della tariffazione puntuale come stabilito dal Decreto Ronchi.
A sostegno dell’azione dell’Associazione Comuni Virtuosi interviene anche Legambiente, con Stefano Ciafani, responsabile scientifico: “Secondo il rapporto ISPRA ancora il 40% dei rifiuti va in discarica. Occorre ristabilire la gerarchia economica delle opzioni di gestione del ciclo dei rifiuti. L’incenerimento e il conferimento in discarica continuano ad essere troppo convenienti per i Comuni – ha dichiarato Ciafani – i quali si trovano costretti, per questioni di bilancio, a preferire l’opzione più inquinante a quella più virtuosa. Il conferimento in discarica dovrebbe quindi diventare l’opzione più costosa, ad esempio attraverso l’eliminazione del tetto massimo di 25 euro/tonnellata previsto dalla norma del 1995 sull’ecotassa. Occorre inoltre rimodulare il sistema degli incentivi anche in materia di recupero energetico e riciclaggio. Il suggerimento finale all’attuale Ministro dell’Ambiente, di rivedere profondamente la bozza del programma nazionale per la prevenzione”.
A Walter Regis di Assorimap, intervenuto a sottolineare come “gli attuali squilibri messi in luce dal dossier dei Comuni Virtuosi non siano da imputare ad una mancanza di competenze tecniche da parte delle aziende, bensì ad un sistema distorto di gestione dei rifiuti in cui un’imprenditoria monopolistica ha portato avanti gli interessi di pochi a discapito delle collettività”, ha fatto eco Alberto Ferro, di Federambiente. “Come esposto nel documento redatto a novembre scorso da Federambiente- ha dichiarato Ferro – esiste forte la necessità tanto di incentivare e proteggere la filiera di prossimità, quanto quella di evitare nel contempo che sia il cittadino ,in qualità di consumatore, contribuente e utente TIA, a farsi carico dei costi. E’ auspicabile che la prossima fase di revisione dell’accordo ANCI-CONAI non conservi alla lettera il contenuto del vecchio accordo e che all’opposto introduca una decisa e coraggiosa svolta. L’azione di polso da parte dei Comuni può contare su un supporto importante: il coinvolgimento del maggior numero di attori possibile, grazie al quale diventi possibile scardinare l’ormai obsoleta e squilibrata dicotomia tra comuni e consorzio”.
Paolo Cesco di Fise Unire, infine ha auspicato che l’‘intervento di bacinizzazione e localizzazione della filiera dei rifiuti deve confrontarsi con la possibilità effettiva di costruire impianti adeguati.”
Il video della conferenza di presentazione
Al Comune veneto di Rubano il montepremi di 20.000 euro di “Sfida all’ultima sporta”
I numeri della competizione: 6 mesi di monitoraggio sul consumo del sacchetto usa e getta in 13 Comuni con 159.236 cittadini coinvolti per 2.929.660 di acquisti effettuati “shopper free”.
Si è conclusa il 30 aprile la competizione nazionale “Sfida all’Ultima Sporta” promossa dall’Associazione Comuni Virtuosi, con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e dell’Anci che ha visto 13 Comuni gareggiare per ridurre il consumo dello shopper usa e getta.
Si tratta, in assoluto, della prima iniziativa realizzata: per sei mesi, nei Comuni partecipanti si è effettuato un puntuale monitoraggio degli acquisti effettuati con e senza sacchetto. Sono stati 180 i punti vendita coinvolti tra supermercati e negozi del piccolo commercio.
Il premio di 20.000 euro offerto complessivamente da sponsor come: Banca Marche (sponsor principale), Frà Production e Novamont Spa, va al Comune di Rubano, in provincia di Padova, che ha realizzato il miglior risultato come valore pro capite di acquisti realizzati senza cessione gratuita o onerosa di shopper.
Al Comune di Nonantola, in provincia di Modena, va invece il premio offerto da Fareraccolta.it per l’impegno e l’efficacia dell’azione che ha portato il Comune ad avere il più alto numero di esercizi, del piccolo commercio coinvolti, incluso il settore ambulante.
Le attività economiche – in collaborazione con l’Amministrazione Comunale – potranno aderire, a costo zero, a un progetto di marketing incentrato sull’incentivazione della raccolta differenziata. I cittadini riceveranno, a ogni conferimento di materiale in apposite macchine compattatrici, dei buoni spendibili nei negozi partecipanti al progetto.
I dati sul consumo di shopper
Interessanti i dati sul consumo dei sacchetti usa e getta rilevati durante i sei mesi, che testimoniano una realtà molto diversificata come consumo, anche all’interno di uno stesso comune.
Questi dati hanno fornito materiale e spunti per un piccolo studio scaricabile anche in formato pdf: monitoraggio_consumo_sfida_ultima_sporta.
Tra i negozi del piccolo commercio monitorati ci sono infatti alcuni casi, estremamente virtuosi, con una percentuale di vendite effettuate con cessione di shopper inferiore al 5 o 10 %, quando il sacchetto, per lo più biodegradabile e compostabile, è a pagamento.
Dove il sacchetto viene invece “omaggiato”, che purtroppo è ancora l’opzione prevalente nei negozi (e soprattutto nei mercati), ci sono casi in cui la percentuale di vendite con sacchetto arriva anche oltre all’80%.
Tra i supermercati, complice l’addebito dello shopper sullo scontrino, va decisamente meglio: con punti vendita dove l’88% degli acquisti è shopper free. Ma ci sono anche un paio di casi – su 22 punti vendita – dove ancora quasi la metà dei clienti si serve dell’usa e getta.
Il significato dell’iniziativa
“Questa iniziativa è stata pensata per dimostrare ai partecipanti che, per orientare i nostri stili di vita verso una maggiore sostenibilità ambientale, serve informazione e un lavoro di squadra a lungo termine. Essa ha consentito la misurazione del consumo di sacchetti e messo in evidenza le differenze, anche notevoli, esistenti tra un esercizio e l’altro in uno stesso Comune.
Alla luce di questi dati gli Enti locali potranno consapevolmente proseguire con iniziative mirate, che affrontino in modo più ampio la necessità di ridurre, attraverso la prevenzione, lo spreco connesso a una cattiva gestione delle risorse e conseguente eccessiva produzione di rifiuti.
E’ necessario fare il possibile per rallentare il degrado dei sistemi naturali del pianeta per le future generazioni e investire nell’educazione ambientale.
Ecco perché il montepremi andrà a beneficio della scuola locale, un settore pubblico in cui si è invece progressivamente disinvestito,” spiegano gli organizzatori.
Grande soddisfazione a Rubano
“Siamo stati sin da subito entusiasti circa l’iniziativa” – chiosa l’assessore all’ambiente Lorenzo Segato –“ ci siamo divertiti a metterci in gioco coinvolgendo i cittadini, le scuole e gli esercizi commerciali del Comune. Siamo molto soddisfatti di avere vinto il monte premi messo disposizione dagli sponsor, che useremo per effettuare interventi necessari per migliorare la sicurezza statica degli edifici scolastici. Inoltre, questo premio ci permetterà di sbloccare altre risorse – già in nostro possesso – con le quali pensiamo di acquistare attrezzature scolastiche utili sia per migliorare l’offerta scolastica ma anche per conservare in modo corretto il cibo avanzato nelle mense, rendendolo disponibile per i più bisognosi. Continueremo sempre a lavorare per una sensibilizzazione ambientale sul territorio, prima di tutto per ridurre i rifiuti e poi per differenziarli sempre meglio“.
Nonantola pronta a partire con FareRaccolta
Soddisfazione anche a Nonantola per il riconoscimento all’impegno ottenuto con la collaborazione di Geovest, società interamente pubblica che gestisce il servizio raccolta rifiuti su 11 Comuni del modenese e del bolognese.
“Siamo pronti a partire con questo nuovo progetto di marketing a cui daremo il dovuto risalto e informazione non appena saranno definiti tutti gli aspetti operativi. Approfitteremo come Amministrazione Comunale dell’occasione di coinvolgimento del tessuto produttivo e commerciale che l’adesione a FareRaccolta comporta, sia per migliorare la raccolta differenziata a livello qualitativo che per sensibilizzare operatori commerciali e cittadini sulle buone pratiche di prevenzione del rifiuto” commenta Ornella Bonacina, Assessore all’Ambiente.
Approfondimenti
I partecipanti alla Sfida
I comuni che si sono messi in gioco: Inzago MI, Vanzago VA, Caronno Pertusella VA ,Vaprio D’Adda MI , Chiampo VI, Noventa PD, Rubano PD, Teolo PD, Nonantola MO, Sorbolo PR, Prata PN, Azzano Decimo e Corridonia MC.
Il progetto di “Porta la Sporta”
L’iniziativa è promossa all’interno del progetto di Porta la Sporta che dal 2009 mira a diffondere consapevolezza tra i diversi soggetti: pubblici, aziendali, del settore no profit e semplici cittadini sull’urgenza di cambiare modelli di consumo incompatibili con un pianeta dalle risorse finite.
Per uscire dall’attuale modello di economia lineare, basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse che non tiene conto dei tempi di rigenerazione necessari ai sistemi naturali, va invertita totalmente la rotta senza perdere altro tempo prezioso.
Non ci sono alternative possibili in un pianeta che si avvia ad ospitare nove miliardi di abitanti. Bisogna andare verso un nuovo modello di economia “circolare”, dove non ci sia produzione di scarti ed inquinamento, ma materiali che restano il più a lungo possibile all’interno di diversi cicli economici caratterizzati dalla massima efficienza. I prodotti del futuro vanno pertanto concepiti in modo che possano essere condivisi, riutilizzati, riparati e riciclati (in modo efficiente).
Comunicato stampa 30 maggio 2013
Il consumo dello shopper “usa e getta” dipende dal venditore
Il consumo dello shopper “usa e getta” dipende dal venditore
Questo è in estrema sintesi l’insegnamento tratto dai sei mesi di monitoraggio sul consumo di sacchetti nei 13 comuni che hanno fatto a gara per ottenere il minore consumo possibile di sacchetti “usa e getta”, partecipando alla competizione Sfida all’ultima sporta che si è svolta dal novembre 2012 ad aprile 2013.
E’ il propietario o il direttore del punto vendita a creare, direttamente o indirettamente (con le istruzioni o l’informazione impartite al personale) il livello di consumo.
La sensibilizzazione ambientale del personale e dei clienti ha dimostrato di avere un suo peso (con risultati variabili a seconda se occasionale o continuativa), ma pare essere soprattutto l’omaggio dei sacchetti usa e getta ad alimentare un’abitudine che la maggior parte dei clienti sarebbe disponibile a cambiare.
Sono stati oltre 180 i punti vendita coinvolti tra supermercati e negozi del piccolo commercio che hanno fornito nei sei mesi i dati delle vendite effettuate con o senza cessione di sacchetto usa e getta. Gli esiti hanno testimoniato una realtà molto diversificata come consumo, anche all’interno di uno stesso comune e di uno stesso genere merceologico.
Negozi del piccolo commercio
Tra i livelli di consumo registrati nei negozi del piccolo commercio si va da una percentuale di vendite effettuate con cessione di shopper inferiore al 5 o 10 %, a casi in cui la percentuale di vendite con sacchetto arriva anche oltre all’80%.

Da un’indagine effettuata per individuare le cause di performance così diverse tra gli esercizi, è risultato che nei negozi dove il sacchetto veniva fornito a pagamento la percentuale di vendite effettuate con cessione di shopper andava da un 5% ad un 30% circa sul totale.
Per contro nei negozi con un alto smercio di sacchetti il sacchetto non veniva solamente omaggiato, ma fornito automaticamente anche senza richiesta da parte del cliente.
Per rendere l’idea di quanto può divergere il consumo da un punto vendita all’altro, anche all’interno di uno stesso gruppo merceologico e stesso Comune, ecco l’eloquente caso studio che ha messo a confronto la performance di tre panifici.
- Nel panificio A dove i sacchetti sono a pagamento i clienti hanno preso l’abitudine di portarsi una borsa riutilizzabile da casa o a prendere direttamente in mano il sacchetto del pane.
- Nel panificio B i sacchetti NON sono a pagamento ma l’addetto alle vendite si è impegnato molto nella comunicazione dell’iniziativa (posizionando la locandina in
modo ottimale e spiegando ai clienti la posta in palio). Inoltre come regola nell’esercizio i sacchetti NON vengono forniti automaticamente ma solamente su specifica richiesta del cliente. - Nel panificio C i sacchetti NON sono a pagamento, vengono forniti automaticamente anche se non richiesti. Inoltre la comunicazione ai clienti (anche durante i sei mesi del l’iniziativa) è stata minimale.
Supermercati
Tra i supermercati, complice l’addebito dello shopper sullo scontrino, è andata decisamente meglio con la metà dei punti vendita che si è piazzata con una percentuale di acquisti “shopper free” compresa tra l’80 e l’88% degli acquisti.
Sono solamente 3 su 19 i punti vendita dove ancora quasi la metà dei clienti si serve dell’usa e getta. Nonostante il fatto che il sacchetto usa e getta venga fatto per lo più pagare in tutti i supermercati ci sono alcune variabili che entrano in gioco a determinare il livello di consumo osservate durante i mesi dell’iniziativa (ma rilevabili in qualsiasi pdv).
- Leva economica : l’intransigenza nel fare sempre pagare il sacchetto è determinante. Alcuni clienti alle casse chiedono appositamente e sistematicamente uno o più sacchetti quando la cassiera ha già chiuso il conto. A seconda dell’esito saranno portati a ripetere.
- Formazione/informazione : rispetto al punto sopra la formazione del personale e la chiarezza delle istruzioni da parte della direzione fa la differenza. C’è un fraintendimento di fondo che si registra nel nostro paese: e cioè che l’essere cortesi verso il cliente significhi regalar loro i sacchetti ( che di fatto è l’opzione più svantaggiosa per l’azienda e l’ambiente).
- Comunicazione: una comunicazione ben visibile alle casse che mette a confronto il prezzo dei sacchetti usa e getta con quello delle borse riutilizzabili, unita a un posizionamento in verticale -o comunque di maggiore visibilità- per le borse riutilizzabili, si sono rivelate modalità complementari efficaci per una riduzione dei sacchetti monouso
Il riciclo in Italia conviene? Botta e risposta Comuni Virtuosi – Conai su Repubblica
Alla vigilia della presentazione del dossier dell’Associazione Comuni Virtuosi sull’accordo Anci-Conai, sulle pagine di Repubblica botta e risposta tra l’ACV e il Consorzio Nazionale Imballaggi –
Poco conveniente per chi si affanna a recuperare buste di plastica e bottiglie dalla spazzatura, troppo per chi quegli imballaggi li produce e li immette sul mercato. Un dossier di Esper realizzato per conto dell’Associazione comuni virtuosi mette in discussione l’intero sistema italiano della raccolta e del riciclo dei contenitori. Non solo barattoli di vetro e plastica, ma anche brik di cartone, lattine di alluminio, scatole in legno e acciaio. Sistema che ha il suo baricentro nel consorzio nazionale Conai, ente privato senza scopo di lucro nato con il decreto Ronchi del 1997.
Analogo a quelli esistenti in Francia e Spagna, ma molto meno vantaggioso per le nostre amministrazioni locali. Esper ha spulciato le relazioni di bilancio consuntivo 2012 del Conai e dei 6 consorzi di filiera che vi aderiscono. Viene fuori che su 813 milioni di euro di ricavo complessivo nel 2011, solo 298 milioni sono stati riconosciuti ai comuni. «È appena il 37 per cento — si lamenta Ezio Orzes, uno dei curatori della ricerca e assessore all’ambiente di Ponte alle Alpi dove la raccolta differenziata è al 90% — quando in Francia la stessa quota che viene riconosciuta ai comuni da Eco-Emballages (il corrispettivo francese del Conai) supera il 90% delle proprie entrate, contribuendo così a migliorare il servizio offerto dagli enti locali ai cittadini. Perché così poco in Italia? E dove va a finire il resto?».
Stando alle cifre riportate, un comune italiano che consegna ai centri Conai una tonnellata di carta ottiene un assegno da 42 euro, contro i 179 della Francia, i 108 del Belgio, i 135 del Portogallo. Stessa disparità per la plastica: 291 euro a tonnellata in Italia, 596 in Francia, addirittura 782 in Portogallo. Idem per l’alluminio: 443 euro da noi, 605 in Belgio. Va meglio con il vetro: 39 euro a tonnellata, 38 euro in Francia (ma 47 in Portogallo). Dunque un sindaco italiano che investe risorse pubbliche nell’organizzazione della raccolta differenziata vede rientrare meno soldi che il collega francese, portoghese o belga.

Conviene spiegare i meccanismi del sistema consortile Conai, riconosciuto a livello internazionale come uno dei più efficaci: l’anno scorso su 11 milioni di tonnellate di imballaggi finiti nel cestino ne sono stati riciclati 7,1 milioni, il 63,9 per cento. Le filiere del riciclo di carta, vetro, acciaio, legno, alluminio e plastica si alimentano economicamente con la vendita all’asta di una parte dei materiali (nel 2011 il ricavo è stato di 221 milioni di euro) e con i contributi ambientali, i cosiddetti «Cac», che ogni produttore o importatore di merce imballata deve versare per legge al Conai (592 milioni di euro nel 2011). «I contributi dovrebbero servire per disincentivare la produzione di contenitori inquinanti — spiega ancora Orzes — invece quelli in vigore in Italia sono i più bassi d’Europa, quattro volte inferiori rispetto alla media».
Il confronto con l’estero, ancora una volta, ci vede in difetto. In Francia per una tonnellata di carta e cartone prodotta si versano 160 euro, in Italia appena 6. Per l’alluminio il contributo medio nella Ue è di 174 euro a tonnellata, da noi 45 euro.

E che ci sia qualche rotella che non gira come dovrebbe negli ingranaggi Conai lo dimostra anche il fatto che nel 2012 diversi comuni hanno scelto di non rinnovare la convenzione e di gestire direttamente il riciclo degli imballaggi, soprattutto quelli di legno e carta che hanno un grande valore sul mercato delle materie prime. Non solo: 225mila “utilizzatori” (aziende, punti vendita, enti) sono usciti dal consorzio, a fronte di 20 mila nuove adesioni. «Ora che l’Anci dovrà rinegoziare l’accordo quadriennale con Conai — dice Gianluca Fioretti, presidente dell’Associazione comuni virtuosi — noi facciamo una proposta: triplicare i contributi Cac riducendo al contempo i costi operativi del sistema Conai. Solo così impegnarsi nella raccolta differenziata diventerà davvero conveniente».
“Ma qui la raccolta è più capillare recuperiamo 3 imballaggi su 4”
La replica del direttore del Conai: non abbiamo fini di lucro
Assurdo fare paragoni con gli altri paesi europei, il sistema consortile italiano garantisce un servizio universale e recupera 3 imballaggi su 4 di quelli immessi al consumo». Il direttore generale del Conai Walter Facciotto non ci sta a finire nel mirino delle polemiche.
Perché solo il 37% dei vostri ricavi ritorna ai comuni?
«A me non risulta. Nel 2012 abbiamo incassato 364 milioni di contributi ambientali e ne sono stati riconosciuti agli enti locali 312. Molto oltre la percentuale del dossier» (1).
E però ci sono anche i ricavi della vendita dei materiali. Se il Conai è senza fini di lucro, perché quei soldi non tornano sul territorio come in Francia?
«Non si possono paragonare Italia e Francia. Là il consorzio Eco-emballage non offre un servizio universale, decide autonomamente quali comuni servire, non tratta tutti i materiali, ad esempio il vetro non lo raccoglie, e opera sino al raggiungimento degli obiettivi di riciclo. Noi garantiamo il ritiro da tutti i comuni convenzionati, da Lampedusa al Trentino. È chiaro che i nostri costi operativi e di logistica sono più alti».
Ma i contributi dei produttori sono tra i più bassi d’Europa.
«Non vogliamo gravare oltremodo sulle aziende già in difficoltà né sui consumatori. Al Conai nessuno fa soldi. Quello che rimane in più in cassa, funge da riserva nei momenti di crisi».
(1) La quota più grande delle entrate del Conai che il Direttore cita è quella riferita al Cac. A queste entrate vanno tuttavia aggiunti i ricavi delle vendite degli imballaggi che i comuni consegnano alle piattaforme Conai e le quote associative delle aziende che aderiscono al sistema. Il calcolo sulla percentuale dei ricavi del consorzio devoluta ai comuni viene giustamente calcolata sulle entrate totali.
Articolo di Fabio Tonacci – La Repubblica del 1 luglio 2013
Sfida all’ultima sporta: a Ponsacco il premio di 3.000 euro
Va alla squadra di Ponsacco in provincia di Pisa il premio di 3.000 euro offerto da Banca Marche.
Partita a dicembre si è conclusa a fine aprile, dopo cinque mesi, la competizione di Sfida all’ultima Sporta dedicata alle scuole che ha visto circa 10.000 ragazzi di 20 comuni gareggiare con entusiasmo.
Per cinque mesi sono stati pazientemente raccolti da insegnanti, genitori, e referenti comunali gli scontrini di supermercato senza addebito di shopper usa e getta portati a scuola dai ragazzi che valevano come punti.
Per raccogliere quanti più scontrini possibili i ragazzi hanno coinvolto amici e parenti e trasmesso un messaggio importante: basta “usa e getta” quando si fa la spesa perché costa davvero poco abituarsi a portare una sporta riutilizzabile.
Gli scontrini raccolti sono stati complessivamente 224.439. La squadra di Ponsacco formata da 376 ragazzi ne ha collezionati ben 24.507 che corrisponde a 65,18 scontrini a testa. Seguono al secondo e al terzo posto Pomezia RM e Santa Maria a Monte PI rispettivamente con un valore pro capite di scontrini raccolti pari a 59,77 e 59,41.
Barbara Giannini, Assessore all’Ambiente di Ponsacco commenta così la vittoria “ Conoscevo la campagna e quando ho visto la proposta per le scuole della “Sfida all’ultima sporta” mi è sembrata una buona occasione per lanciare un messaggio positivo alla cittadinanza, attraverso i nostri ragazzi.
L’esperienza è stata più che positiva da tanti punti di vista, e l’entusiasmo che i ragazzi hanno dimostrato, è stato sufficiente per ripagarci di tutto il lavoro fatto.
Vorrei ringraziare Banca Marche per lo sforzo fatto nella costituzione dell’importante montepremi, con il quale hanno lanciato un sassolino tra la nostra cittadinanza, dando il via ad un onda di buone abitudini a tutela del territorio, che ancora mostra i suoi effetti malgrado il termine della sfida.”
Abbiamo ricevuto dall’Assessore Giannini anche i complimenti per il nostro lavoro che pensiamo di esserci meritarci in pieno. Soprattutto per il lavoro di controllo della montagna di scontrini arrivati con corriere in tre scatole! Ci è ovviamente dispiaciuto non aver potuto premiare tutti le scuole partecipanti, ma la coperta era stretta.
Ci auguriamo di essere riusciti con l’aiuto delle insegnanti a fare toccare con mano ai ragazzi, e attraverso loro, alle famiglie che cambiare stili di vita spreconi che fanno male all’ambiente si può fare, basta volerlo!
Ecco le squadre partecipanti in ordine di arrivo che ringraziamo per essersi messe in gioco:
Ponsacco PI – Pomezia RM – Santa Maria a Monte PI – Sassocorvaro PS – Melendugno LE – Massa Marittima GR – Ponte nelle Alpi BL- Pratolino Vaglia FI – Airuno LC – Saronno VA – Illasi VR – Rubano PD – Zola Predosa BO – Furtei CA, Segariu CA, Villamar VS – Chiampo VI – Rivalta TO – Castellabate SA – Ferrandina MT – Nonantola MO – Pompei NA.
PS: A proposito di raccolta differenziata… gli scontrini non si conferiscono con la carta ma si buttano nell’indifferenziato!
Se l’industria italiana del riciclo muore
Pubblichiamo la quarta parte della lettera aperta ai cittadini di Aliplast un imprenditore del settore del riciclo della plastica. Nel messaggio, pubblicato come annuncio a pagamento sul Sole 24 ore, vengono denunciate le criticità del settore e le conseguenze che ricadono su Enti Locali, cittadini e occupazione. La prima parte si può leggere qui. La seconda e terza qui. La quinta qui.
Caro Cittadino, è bene che tu sappia (parte quarta):
In giorni di protesta come quelli che stiamo vivendo dobbiamo chiederci quali sono i valori nei quali investire come Paese. Sicuramente l’industria ha sempre supportato la crescita ed il benessere degli Italiani e ce ne stiamo accorgendo ora più che mai, quando l’industria stessa è stata portata al collasso.
Dobbiamo salvaguardare le attività ed i settori che usano in modo ottimale le risorse. L’Europa – e l’Italia in particolare – ha un’economia basata sulla trasformazione delle materie prime che, sempre più spesso, vengono da Paesi extraeuropei. E’ antieconomico ed ambientalmente folle pensare di trasformare queste materie prime in prodotti per poi distruggerli, dovendo re-importare nuove materie prime per la produzione di nuovi prodotti analoghi.
Questo è ancor più vero se consideriamo gli imballaggi in plastica, vista la loro breve vita utile. In Europa si usano ogni anno circa 20.000.000 di tonnellate di plastica per produrre imballaggi!
Se importiamo delle risorse da fuori Europa, almeno cerchiamo di riutilizzarle all’interno dell’Europa una volta arrivate a fine vita!
Per questo il Parlamento Europeo e la Commissione Europea hanno intenzione di più che triplicare l’obiettivo di riciclo delle plastiche al 2020 e stanno mettendo a punto le migliori strategie per farlo.
Del resto il riciclo, paragonato alla produzione di materia prima vergine, offre evidenti vantaggi ambientali (riduzione delle emissioni CO2 e saving energetico), sociali (il moltiplicatore di posti di lavoro è molto più elevato) ed economici (con un valore aggiunto che è più legato al territorio).
Cosa facciamo noi in Italia?
L’Italia è stata – nella seconda metà del secolo scorso – la culla del riciclo della plastica e, a tutt’oggi, ha delle industrie di eccellenza sia nel riciclo vero e proprio che nelle tecnologie ad esso correlate.
Tuttavia la gran parte delle aziende medio-piccole che svolgevano numerose questo mestiere e che erano la spina dorsale di questo settore, sono state spazzate via dalle condizioni impossibili di lavoro; questo numero è destinato a crescere, coinvolgendo anche le eccellenze.
Perché?
1. Un costo energetico (principale voce di costo del settore) assolutamente sproporzionato rispetto a quello pagato dai competitor esteri (ma nemmeno in sede di fissazione di sgravi sulle accise per l’industria ci si è ricordati del nostro settore); negli anni le aziende di riciclo plastica, pur garantendo benefici ambientali, hanno dovuto pagare in bolletta le agevolazioni per gli inceneritori (che distruggono, non riciclano!) e per pannelli solari installati nei campi agricoli!
2. Una normativa che è giustamente severa nella tutela dell’ambiente ma è troppo spesso farraginosa e contraddittoria per gli operatori e l’industria del riciclaggio e dei trasformatori, obbligandoli a sostenere dei costi addizionali rispetto ai concorrenti dei Paesi Europei vicini, i Governi dei quali addirittura strizzano l’occhiolino alle nostre aziende con condizioni fiscali di favore (oltre ai minori costi energetici) perché spostino le loro aziende appena fuori confine! E il Paese assiste, impotente, a queste fughe, a questo impoverimento.
3. Una gestione monopolistica dei rifiuti plastici da imballaggi – che costituiscono la parte rilevante della materia prima da cui il settore parte – con l’aggravante per questi monopoli di non aver valorizzato con i contributi pagati dai consumatori le imprese di riciclo che concretamente assicurano un reale fine vita ai rifiuti. Anzi la gestione monopolistica sembra aver spesso adottato politiche con finalità e risultati opposti, ad esempio incenerendo buona parte della plastica per raccogliere e selezionare la quale sono stati spesi molti soldi dei consumatori.
Se l’industria italiana del riciclo muore – e oggi sta morendo – domani chi si curerà dei nostri rifiuti? Ci sarà qualcuno che continuerà a chiedere denaro per seppellirli in qualche discarica? Per incenerirli? O nella migliore delle ipotesi qualche operatore estero verrà a raccoglierli – facendosi pagare e sfruttando il nostro territorio – per poi riciclarseli a casa propria spostando così all’estero posti di lavoro e investimenti che, invece, potremmo tenere qui, se solo si volesse? Pensiamo di lasciarli sfruttare come materia prima i rifiuti italiani la cui raccolta costa denaro a noi consumatori e cittadini per creare economia altrove?
Se intendiamo dare RISPOSTE SERIE e LUNGIMIRANTI dobbiamo cambiare velocemente strategia come Paese ed allinearci a quanto stanno facendo Paesi a noi vicini. Per la nostra esperienza nel settore e per quanto nelle nostre capacità siamo pronti a supportare chiunque voglia dare VERAMENTE un nuovo corso alla nostra economia.
Ci crediamo davvero, stiamo spendendo soldi di tasca nostra, non denaro pubblico, per convincere tutti di questo.
In un Paese senza materie prime come il nostro, il riciclo delle plastiche deve diventare la vera nuova chimica nazionale.
Speriamo di non essere i soli a volere il vero cambiamento.
Vi terrò aggiornati
Roberto Alibardi
Da “Il Sole 24 Ore ” di lunedì 16 Dicembre 2013
Leggi anche: 2014 anno Ue della Green Economy, Realacci raccontaci quale piano per l’Italia
La parola alla Bio Bottiglia: intervista al Presidente Acqua Sant’Anna, Alberto Bertone
“Noi stiamo investendo molto in ricerca, ma non possiamo sostituirci alle società di smaltimento dei rifiuti, che dovrebbero essere dotate di impianti in grado di riconoscere e separare i diversi materiali. La tecnologia va avanti in tutto il mondo” risponde così il Presidente Bertone sulla questione degli impianti di compostaggio che non riconoscono le biobottiglie
Della bottiglia biodegradabile Sant’Anna avevamo già scritto (qui): ci aveva incuriosito il fatto che la bottiglia ecosostenibile fosse accompagnata dalla scritta “Può essere conferita nell’organico”. Dopo una serie di telefonate con vari consorzi eravamo arrivati a questa conclusione: la biobottiglia non va buttata con la plastica, come ricordato da Corepla, ma è a tutti gli effetti compostabile – certificata C.I.C. – anche se capita che degli impianti di compostaggio la “rimbalzino” scambiandola per una normale bottiglia – ammissione dello stesso CIC.
Stiamo cominciando a creare rifiuti più intelligenti di noi!
La Bio Bottle è realizzata in PLA (acido polilattico) con il brevetto Plastica vegetale Ingeo della multinazionale statunitense Nature Works, che produce il biopolimero a partire dall’amido di mais. E’ stata presentata al pubblico attraverso una campagna pubblicitaria in “sei lezioni” in cui vengono spiegate le ragioni di questa scelta aziendale:
1. Per il futuro del tuo bambino
2. Perché costa meno del vetro
3. Perché produrla costa meno all’ambiente
4. Perché risparmiare petrolio salva l’ambiente
5. Perché è una scelta sostenibile
6. Perché è un’impresa italiana che guarda a tutto il mondo
Per conoscere “l’alieno verde” più da vicino abbiamo fatto un po’ di domande ad Alberto Bertone, Presidente e Amministratore delegato Fonti di Vinadio Spa – Acqua Sant’Anna, che ci ha gentilmente inviato via mail le risposte che trovate qui sotto.
Presidente, sul Vostro sito abbiamo trovato come indicazione di conferimento fine vita della Bio Bottle “Può essere conferita nella raccolta differenziata dell’organico. Per maggiori chiarimenti rivolgiti al locale gestore della raccolta rifiuti”. Per quale ragione è stato inserito l’invito a chiedere maggiori chiarimenti alle aziende di raccolta locali?
Perché in Italia non c’è uniformità nel trattamento dei rifiuti, questo vale non solo per la nostra Bio Bottle ma per tutti i rifiuti. Le società che si occupano di smaltimento dei rifiuti sono gestite a livello territoriale, comunale o provinciale, ognuna lavora con un proprio metodo, per cui abbiamo nel nostro Paese situazioni molto disomogenee.
Nel corso di un’intervista con il Consorzio Italiano Compostatori ci è stato segnalato che in Italia molti impianti di compostaggio sono dotati di un sistema automatico di selezione in ingresso del materiale che non è in grado di riconoscere le bottiglie in bioplastica come elementi compostabili; di conseguenza la Bio Bottle conferita nella raccolta dell’umido potrebbe essere scartata come frazione estranea e avviata a smaltimento in discarica. Sono stati fatti dei monitoraggi da S.Anna per sapere in percentuale quante biobottiglie finiscono effettivamente compostate?
Noi siamo produttori di acqua e stiamo facendo grandi investimenti in ricerca e sviluppo, ma non possiamo sostituirci alle società che si occupano dello smaltimento dei rifiuti. Mediamente esse dovrebbero essere dotate di impianti in grado di riconoscere e separare i diversi materiali. Questa dovrebbe essere la norma per tutte, ma purtroppo non è così. Ce ne sono alcune in cui la separazione viene fatta addirittura a mano. Anche per questo abbiamo voluto sulla nostra etichetta suggerire al consumatore di informarsi presso l’azienda locale che si occupa dello smaltimento rifiuti. La vera necessità è che nel nostro Paese si uniformi il metodo di raccolta e smaltimento e che tutte le società preposte si adeguino dal punto di vista tecnologico. La tecnologia va avanti in tutto il mondo e anche noi dobbiamo uniformarci verso lo sviluppo.
Attualmente tappo e fascetta della Bio Bottle non sono realizzati in materiale biodegradabile, e non possono dunque essere conferiti nell’organico. Qual è il corretto conferimento di questi due elementi?
Come per tutte le bottiglie in plastica, anche per Sant’Anna Bio Bottle tappo e fascetta si smaltiscono attualmente nella plastica. Stiamo lavorando per realizzare al più presto anche queste due parti con un materiale bio, come abbiamo già fatto con l’etichetta, che non è più di carta o altra plastica ma in Pla come la bottiglia.
La Vostra azienda ha lavorato, o sta ancora lavorando, assieme ad Amiat per valutare il comportamento delle bio bottiglie in$discarica. Le sperimentazioni sono già arrivate a qualche risultato?
Con Amiat abbiamo svolto le analisi di compostaggio, ed è emerso che Bio Bottle si biodegrada in 8 settimane, ovvero in meno di 60 giorni. Abbiamo effettuato test anche presso impianti di altre società: quelle dotate delle migliori tecnologie sono in grado di separare Pet e Pla. Questa dovrebbe essere la norma per ogni impianto.
Prima di essere messa sul mercato la Bio Bottle è stata sottoposta a dei test per escludere la possibilità che il polimero con cui è stata realizzata rilasciasse sostanze nell’acqua? Se sì, quale ente è stato incaricato di svolgere le analisi?
Sì, con gli enti preposti ad emettere la certificazione di idoneità dei prodotti alimentari.
Nel materiale informativo sulla Bio bottle è stata fatta una comparazione tra i barili di petrolio necessari per la produzione di bottiglie in biopolimero e bottiglie in plastica tradizionale: “650 milioni di bottiglie Sant’Anna Bio Bottle (stima in relazione alla produzione media annua di bottiglie Sant’Anna) permettono un risparmio di 176.800 barili di petrolio con cui riscaldare per un mese una città di 520.000 abitanti e riducono le emissioni di CO2 pari a un’auto che compia il giro del mondo per 30.082 volte in un anno”. Il risultato è notevole. Come azienda intendete proseguire nella commercializzazione di entrambe le tipologie di bottiglia o in prospettiva l’obiettivo è passare a quella compostabile come unica scelta?
Sarà il mercato a decidere. Continueremo a produrre secondo la richiesta del mercato. Oggi abbiamo dato al consumatore la possibilità di scegliere il contenitore per lui più idoneo. Si stanno nettamente profilando due tipologie diverse di consumatore: quello più “tradizionale”, che continua a preferire il Pet, e quello più moderno e lungimirante, che preferisce un packaging meno impattante per l’ambiente senza rinunciare alla qualità del prodotto. Quest’ultimo sta crescendo, ce lo dicono i numeri, in grande crescita, delle vendite di Bio Bottle.
Se consideriamo l’intero ciclo di vita delle due bottiglie, prendendo dunque in considerazione non la sola produzione ma anche il riciclaggio – ovviamente nell’ipotesi che il consumatore si comporti in modo responsabile e non getti il prodotto nell’indifferenziato – continua ad essere più ecosostenibile la Bio Bottle rispetto alla bottiglia di plastica tradizionale?02 agosto, 2011
Senza dubbio Bio Bottle, perché oltre ad essere compostabile, è prodotta con un materiale riciclabile sia meccanicamente che chimicamente. Per sua natura dunque offre più possibilità di smaltimento e riciclo rispetto agli altri materiali esistenti.
Articolo di Elena Donà Eco dalle città
02 agosto, 2011
Dopo i sacchetti, le bio-bottiglie compostabili. Ma gli impianti sono attrezzati?
Ha cominciato la S.Anna, ma potrebbero arrivarne altre: sebbene nessun decreto (né comunicato stampa) lo imponga, anche le bottiglie seguono la via dei sacchetti, e inaugurano la bioplastica. E ricomincia il tormentone: dove si buttano? Nell’organico, ma spesso di lì tornano in discarica
Bottiglia biodegradabile del marchio S. Anna: “L’unica al mondo che sparisce in soli 80 giorni”. Dove però, bisogna ancora capirlo bene.
La Bio Bottle è realizzata in Plastica vegetale Ingeo (PLA, acido poli-lattico), e i produttori assicurano che si biodegrada completamente – o almeno al 90% – in 80 giorni negli appositi siti di compostaggio, rispettando dunque gli standard previsti dalla norma UNI EN 13:432, l’incubo di tutti i produttori di sacchetti additivati. “Può essere conferita nella raccolta differenziata dell’organico” scrivono sul sito della S. Anna, informazione che ci viene confermata anche dal servizio qualità dell’azienda, interpellato telefonicamente. “Può”. E perché non “deve”?
E infatti la faccenda è più complicata. “Queste bottiglie hanno superato gli standard previsti, e dunque ottenuto il marchio CIC – ci spiega Massimo Centemero, Direttore tecnico del Consorzio Italiano Compostatori – ma questo purtroppo non significa che vengano realmente riciclate nel compost. Non tutti gli impianti sono attrezzati per riconoscere il nuovo materiale, che finisce spesso per essere scartato assieme al sovvallo. Bisogna ricordare che la selezione non è manuale, ma avviene in modo automatico. Gli impianti di compostaggio sono stati progettati per smaltire l’umido, non le bottiglie, e dunque è logico che questi oggetti vengano riconosciuti come frazioni estranee dai rilevatori: e come tali vanno a finire in discarica”.
Qualcosa devono aver fiutato anche in S.Anna, e infatti nella scheda tecnica del nuovo prodotto si legge anche Per maggiori chiarimenti rivolgiti al locale gestore della raccolta rifiuti.
“Che è la stessa risposta che do io quando mi viene chiesto – commenta Centemero – Dipende dagli impianti. Purtroppo compostabile non significa automaticamente “Ok, conferitela nell’umido”.
Insomma, ecco che la bottiglia più verde del mondo rischia di finire in discarica per il resto dei suoi giorni, che saranno anche solo ottanta, ma certo non è una fine eco-gloriosa.
Un dubbio risolto
Qualche settimana fa ci aveva incuriosito un articolo pubblicato da Revet S.p.a. in cui si accennava ad una conferma scritta di Corepla ad una ditta toscana che aveva richiesto chiarimenti sul corretto conferimento delle bottiglie in PLA. “Plastica” rispondeva Corepla, secondo l’articolo. (La ditta era Publiambiente, che ci ha poi gentilmente mostrato la risposta del consorzio, specificando oltretutto la propria neutralità sulla questione).
In data 21 giugno il Presidente del Consorzio Giuseppe Rossi dichiarava invece a Repubblica che “Se si diffondesse l’uso di bottiglie in bioplastiche (Pla) si rischierebbe di inquinare il flusso della raccolta differenziata della plastica (non sono compatibili con il riciclo del Pet) e occorrerebbe prevedere una selezione specifica a valle della raccolta”.
Perplessi e confusi abbiamo chiesto spiegazioni al direttore Comunicazione di Corepla, Gianluca Bertazzoli, che ci ha confermato quanto dichiarato dal Presidente. “Il flusso di PLA all’interno del riciclo del PET è un problema serio – afferma Bertazzoli – come quello dei sacchetti di plastica. Quando la normativa è lacunosa si rischia di creare danni gravi, e sul concetto di biodegradabile c’è sempre più confusione. E’ vero che queste bottiglie pagano il contributo a Conai ma non si possono determinare i conferimenti solo su base fiscale”.
Insomma, le biobottiglie sono una novità che ha creato una certa confusione nell’aria, soprattutto a causa dell’aspetto contributivo, ma il contrordine compagni è arrivato: non buttare le bottiglie in Pla nella plastica.
In conclusione…
“Il corretto conferimento dei materiali biodegradabili è una questione di grande importanza commenta Centemero – Per questo CONAI e il CIC hanno istituito un gruppo di lavoro comune per arrivare ad una soluzione. Se oggi i prodotti in plastica biodegradabile sono ancora in percentuali minime rispetto all’immesso al consumo, è facile prevedere un’impennata nei prossimi anni, e dovremo essere preparati ad affrontarla. Purtroppo in assenza di regole chiare si assisterà ad un proliferare di falsi, come è già capitato anche per i sacchetti, e il rischio è che si crei una nuova categoria di rifiuti, che non sono riciclabili in nessun modo”.
Tratto da Eco dalle città
22 giugno, 2011








