La plastica siamo noi, ovvero il nostro modello di consumo
La plastica siamo noi, che partecipiamo a vario titolo e con un diverso contributo e grado di responsabilità, a un modello ormai anacronistico basato sullo spreco di risorse a discapito delle generazioni future.
Un modello ben lontano dall’essere sostenibile quello attuale se applichiamo la definizione uscita dal rapporto Brundtland (1)e che ci vede tutti coinvolti. I cittadini in primis che hanno un rapporto schizofrenico con la plastica, perché se da un lato la “detestano” – e giustamente – per l’inquinamento ambientale, dall’altro non vogliono rinunciare alle comodità che la versatilità e la funzionalità del materiale permettono.
Poi vengono i decisori aziendali che, in assenza di un contesto legislativo (Responsabilità Politica ahimè, qui non ancora pervenuta) che guidi verso modelli di economia circolare (ovvero sistemi che prevedono di cicli di utilizzo sostenibili). Invece di ripensare prodotti e modelli di commercializzazione/erogazione i grandi marchi rispondono al sentiment antiplastica con “false soluzioni”, pur di non perdere vendite e fatturato.
Ed ecco che entra in gioco tutta la narrazione sui materiali ecosostenibili che lo sarebbero, prevalentemente, perché si biodegradano, e in misura minore perché si riciclano all’infinito, come l’alluminio e il vetro. Non per nulla si trovano da due a tre volte in più lattine nel littering rispetto alle bottigliette di plastica negli ultimi anni…Peccato che gli stessi produttori di lattine siano i più grandi oppositori dei sistemi di deposito con cauzione che ridurrebbero il littering e la dispersione della plastica nell’ambiente. O meglio speriamo di poterne parlare al passato visto la recentissima apertura ai sistemi espressa da portavoce del settore. D’altronde nessuno è più in grado di confutare, alla luce di tanti casi di successo esistenti che i sistemi di deposito non siano uno degli strumenti più potenti per creare un’economia circolare per i contenitori di bevande (di qualunque tipo) e riportare in auge il vuoto a rendere con refill. Che cosa sta facendo la politica per promuovere il riuso e il riciclo?
Non è ancora dato saperlo ma quello che è certo è che nel DDL n. 1721, “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2019” recentemente approvato al Senato, (e che ora passa all’esame della Camera) è stato approvato un emendamento per aggiungere i bicchieri in plastica alla lista di articoli che dovranno essere vietati dalla Direttiva SUP. “Nel DDL ci sono misure importanti a tutela dell’ambiente, come quella che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti” dichiara infatti il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Questo nonostante il fatto che la direttiva SUP preveda per i bicchieri solamente una riduzione nel consumo, e che la stessa vieti, insieme alle plastiche tradizionali, anche le bioplastiche (per quella decina di prodotti che bandisce).
Sondaggi internazionali degli ultimi due anni, e lo studio SCELTA (2) in Italia, hanno evidenziato che la biodegradabilità/compostabilità – e quindi i materiali che sulla carta la dichiarano – viene percepita come un vantaggio ambientale persino a discapito della durevolezza e della potenzialità di riuso che questa caratteristica permette. Siamo arrivati la punto in cui “scomparire” è preferibile a durare. Forse perché così scompare la prova di un consumo o di una scelta “insostenibile” ? A ricordarci con la loro presenza che stiamo sbagliando qualcosa, visto che la natura non li produce, sono proprio i rifiuti, che li vogliamo lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Figli di questo “approccio ex post” che salta a piè pari le azioni prioritarie della gerarchia europea come prevenzione e riuso (azioni reali e misurabili) rispetto a riciclo/compostaggio ( dati spesso poco affidabili e trasparenti nei metodi di rilevazione da qui l’azione europea che si propone di definire sistemi di calcolo omogenei nei paesi membri) sono le innovazioni che agiscono sui materiali e non sul sistema che dovrà accoglierli: dalla paper bottle agli imballaggi in bioplastiche e poliaccoppiati.
Invece di risolvere i problemi che abbiamo con le plastiche, e decidere (applicazione per applicazione) quale sia il materiale che “funzioni meglio” in uno specifico sistema/contesto, oppure decidere di dematerializzare il packaging ove possibile, finiamo per buttare il bambino (ovvero la plastica) con l’acqua sporca. Per poi magari andare a fare con altri materiali gli stessi errori fatti con la plastica.
Queste sono alcune immagini di ipermercati che rappresentano quello che è diventato il nostro modello di consumo. Quindi non sono le immagini a slogan plastic-free che girano sui social, prese chissà dove, su cui indignarsi.
Dalle banane sbucciate in vaschetta del Marocco, all’uovo fritto in vaschetta, ai 12 acini di uva confezionati in astuccio di plastica della tradizione spagnola di fine anno. Solo per citare l’oggetto delle più recenti condivisioni avvenute su facebook.
Parliamo di noi invece e chiediamoci se il problema è solamente la plastica, o se invece il problema siamo noi, che vorremmo salvare capra e cavoli (ovvero non rinunciare alle comodità di avere un pasto pronto in pochi minuti) cullandoci in comodi alibi per i quali la colpa è sempre di qualcun altro. In questo caso dei produttori di alimentari o dei supermercati.

I supermercati come appreso da loro referenti registrano già da qualche anno – e quindi ben prima che arrivasse la pandemia– una progressiva diminuzione degli acquisti di prodotti freschi fatti al taglio nei banchi interni a favore di un acquisto degli stessi prodotti confezionati nei banchi frigo. Parliamo ormai di un 70% di acquisti fatti dai banchi frigo self service e di un 30% ai banchi assistiti. Solamente al sud questo tendenza non si è ancora registrata considerato che il 70% degli acquisti di alimenti freschi avviene ancora presso ai banchi interni. Una conferma su questo trend arriva da un’indagine del Panel Ismea Nielsen di cui riporta il Fatto Quotidiano che rivela che nei primi nove mesi del 2020 a fare da traino fino a giugno sono stati i prodotti a largo consumo confezionati (+7,8%), a fronte di una crescita della spesa dei prodotti sfusi del 4,8%. Il 70,6% della spesa delle famiglie è costituita da prodotti confezionati.
Come anticipato nella premessa i materiali “sostenibili” non possono o smettono di esistere in cicli di consumo insostenibili. Chi asserisce il contrario – dal fronte della politica a quello ecologista e ambientalista – o di ambiente ne capisce poco, oppure sta difendendo gruppi di interesse che vogliono conquistare la fetta di mercato della plastica.
I supermercati, per avere in assortimento tutta la vasta gamma di cibi freschi (dall’antipasto alla frutta) che il mercato richiede (3) devono approvvigionarsi di migliaia di banchi frigo con un impatto sulle emissioni di gas climalteranti che non potrà che peggiorare una situazione che è già drammatica. Ho cercato dati sull’impatto della refrigerazione in termini di emissioni climalteranti e credo si possa ipotizzare che aggiunga a spanne un aggravio di emissioni del 4% , includendo il trasporto. Uno studio dell’ Università di Manchester che ha comparato le emissioni di Co2 causate dei sandwich venduti dalla GDO inglese con quelle dei panini fatti in casa ha rilevato che l’impronta complessiva di carbonio di un panino, a seconda degli ingredienti, tra produzione della materia prima e processi produttivi vale dal 37%-67% dell’impatto complessivo. Se il materiale impiegato per il confezionamento pesa per l’ 8.5 %, l’impatto dovuto al trasporto e alla refrigerazione nei negozi, è responsabile di ben un quarto dell’impronta di carbonio complessiva di un panino. Va tenuto conto dell’effetto che sulla richiesta di energia avrà anche il maggiore ricorso al condizionamento nelle abitazioni private man mano che le temperature aumenteranno.
Va detto che l’informazioni ambientale verso i cittadini è inesistente su questo fronte. Infatti l’impatto che questo modello di consumo ha sul consumo di risorse, produzione di inquinamento e rifiuti viene notevolmente sottostimato, quando non sottaciuto.
Non viene quasi mai evocato quando si parla, ad esempio, di dover ridurre le emissioni climalteranti del 55 % al 2030 (obiettivo europeo ) che il Politecnico di Milano dice comporti tagliare altri 94 milioni di tonnellate di CO2. (4)
“Serve dunque – ha ribadito Chiesa –raddoppiare la potenza installata per l‘eolico e aumentare di quasi tre volte quella per il fotovoltaico“.
Ma siamo seri, crediamo davvero di potere ricoprire l’Italia e il mondo di pale eoliche, pannelli fotovoltaici ed altre tecnologie per poi sprecare tutto il risparmio energetico che potremmo conseguire da misure come l’efficientamento energetico degli edifici (e simili ) per poi andare ad alimentare modelli come questo? E per i 10 miliardi di abitanti che diventeremo ?
(1) Il rapporto Brundtland nel 1987 definisce come sostenibile un modello di sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. (WCED,1987)
(2) SCELTA Sviluppare la Circular Economy facendo Leva sulle Tendenze di Acquisto Gruppo di Lavoro della Scuola Superiore Sant’Anna.
(3) Monoporzioni, è boom di acquisti dal formaggio alla frutta
Boom del confezionato, verdura regina della Gdo
(4) Politecnico di Milano, l’Italia deve tagliare 94 milioni di tonnellate di CO2
La vera sfida green? È ripensare la produzione, non sostituire i materiali
Evitare del tutto il ricorso a imballaggi monouso dovrebbe essere la direzione da intraprendere, per aziende e governi. Invece si continua a preferire la via più facile, ovvero quella di mantenere intatto il modo di impacchettare i prodotti. Per quali motivi? Il nostro approfondimento su un dibattito sempre più centrale
di Silvia Ricci per Economiacircolare.com
Diciamolo chiaramente: per la maggior parte delle imprese sostituire il materiale dei loro imballaggi è meglio che ridurli, perché permette loro di non ripensare radicalmente il prodotto e il suo packaging, mentre invece una diversa modalità di somministrare il prodotto potrebbe evitare del tutto il ricorso a imballaggi monouso. Così, quando le aziende, pressate dall’attenzione dell’opinione pubblica e a volte da nuove norme, si trovano a dover mettere mano al packaging, la via più facile è indubbiamente quella di cambiare materiale mantenendo intatto il modo di impacchettare i prodotti, e quindi il modello di business e i relativi processi produttivi.
Se si asseconda la pancia
Concentrarsi solamente sul cambio di materiale (in genere dalla plastica alle bioplastiche o altri materiali, tra cui quelli a base cartacea) significa poter mantenere i processi produttivi e la rete di commercializzazione esistenti, senza potenziali aggravi economici derivanti da ripensamenti più radicali. Si preferisce dunque limitarsi a sostituire solamente il materiale, cosa che a grandi linee comporta un aggravio di costi stimati attorno al 25-30%. Questa scelta, però, quasi mai è accompagnata da una seria valutazione dei benefici effettivi per l’ambiente in termini di analisi del ciclo di vita (Lca). Quasi mai ci si chiede se, applicato a quella specifica realtà e a quello specifico prodotto, il nuovo packaging inquini di più o di meno rispetto a quello vecchio: ciò che conta è che appaia green agli occhi del consumatore, quindi in linea di massima che non sia di plastica.
Come si può vedere dal recente studio SCELTA, promosso da Conai con la Scuola Sant’Anna di Pisa, in Italia ma anche all’estero. una giustificata attenzione all’inquinamento da plastica ha portato le persone a credere che il problema ambientale dovuto al monouso si risolva sostituendo la plastica e non cambiando il modello di consumo, che va invece nella direzione di produrne sempre di più.
Le aziende assecondano questa richiesta che arriva dalla “pancia” dei consumatori senza porsi il problema della compatibilità di questi materiali con le infrastrutture di raccolta e trattamento dell’organico esistenti sui territori, né di che fine faranno i loro packaging green dal Nord al Sud dove gli impianti di compostaggio mancano. E, ancora, non ci si interroga neppure sulla reale capacità degli utenti di differenziare correttamente un imballaggio in bioplastica compostabile, quasi sempre identico a uno in plastica tradizionale. Il rischio è quello di contaminare sia la filiera delle plastiche tradizionali sia quella dello scarto organico. Esistono già in commercio, infatti, confezioni in bioplastica compostabile usate da marche di pasta o per prodotti a base di latticini.
Costruire una reale alternativa
La convenienza e le comodità di uno stile di consumo usa e getta hanno conquistato le nostre società più benestanti al punto che solamente ora (e soprattutto per via della plastica) si comincia a capire quali siano le conseguenze ambientali di questa opzione, tra rifiuti generati e risorse (che non sono infinite) sprecate ogni giorno.
Bene dunque affrontare gli effetti collaterali di una cattiva gestione della plastica usa e getta, ma è importante non perdere la visione d’insieme sugli impatti che il consumo di risorse ha sull’ambiente e sulla crisi climatica. Dobbiamo insomma evitare l’errore di risolvere il problema dell’inquinamento da plastica finendo per spostare l’impatto su altre risorse.
Quando e come la plastica si ricicla te lo dice RecyClass
Per andare oltre agli slogan di riciclabilità che poi non si traducono in effettivo riciclo esiste uno strumento a disposizione dei decisori del packaging che non lascia spazio al greenwashing.
Negli ultimi due anni o poco più, per la plastica, è come se si fosse aperto il vaso di Pandora.
La plastica, che ha alimentato al meglio un modello di consumo basato sull’usa e getta per alcune delle sue caratteristiche – tra cui la convenienza e la versatilità – sta diventando la vittima sacrificale dello stesso sistema che non vuole cambiare.
I vari soggetti industriali che hanno avuto un ruolo determinante nel sostituire, 50-60 anni fa, i “perfetti” sistemi circolari basati sul principio della Responsabilità Estesa del Produttore – come i sistemi di cauzionamento – stanno ora trovando delle “scappatoie” per non cambiare il modello di consumo.
Nonostante le recenti Direttive Europee sui rifiuti come la SUP Single Use Plastics (Considerando 2) richiedano ai paesi membri di non limitarsi a sostituire gli articoli in plastica con altre opzioni monouso, le ultime tendenze del packaging stanno proprio andando verso una sostituzione dei materiali. I grandi marchi approfittando di buchi interpretativi presenti nel testo della Direttiva stanno cercando di trarne vantaggio in modo da non dover ripensare i prodotti oggetto della Direttiva e/o gli attuali modelli di commercializzazione dei prodotti. Come hanno allertato lo scorso febbraio Zero Waste Europe e la Piattaforma Reloop in un documento congiunto .
Siccome però non possiamo al momento fare a meno della plastica, a meno che non cambiamo drasticamente l’attuale modello di consumo dobbiamo puntare anche sull’opzione del riciclo che permette di ridurre il consumo di risorse, l’inquinamento ambientale da plastica e il volume dei rifiuti.
Per farlo al meglio dobbiamo partire dalla progettazione degli imballaggi e per le plastiche abbiamo a disposizione uno strumento di straordinaria efficacia che non lascia spazio al greenwashing e rende più circolare l’utilizzo delle plastiche.
Si tratta di RecyClass un sistema di valutazione della riciclabilità degli imballaggi in plastica che, sulla falsariga delle classi energetiche per gli elettrodomestici, attribuisce ad un imballaggio una classe che va dalla A alla F a seconda del grado di riciclabilità.
Il responsabile di RecyClass, Paolo Glerean, ha seguito il progetto della federazione europea dei riciclatori Plastics Recyclers Europe fin dagli esordi e crede molto nella possibilità che questo strumento contribuisca ad armonizzare le linee guida finalizzate al riciclo, anche in considerazione del fatto che il “problema plastica” – ma sarebbe meglio dire “problema monouso” – è emerso nella sua dimensione attuale soltanto da pochi anni.
Un mio articolo che riassume i punti salienti di questo progetto che è l’oggetto di questa lunga intervista lo trovate su Economiacircolare.com
–Per cominciare puoi descriverci in cosa consiste a grandi linee RecyClass: da chi è stato ideato, lanciato e con quale scopo.
L’idea di RecyClass è nata nel 2010 da un dialogo-confronto tra me e Roberto Alibardi, fondatore di Aliplast spa. Ci chiedevamo, allora, come poter classificare gli imballaggi in plastica in base a quanto riciclabili fossero. Da quel dialogo è scaturito un embrione di progetto che ho presentato ad un incontro di Plastics Recyclers Europe, associazione della quale Aliplast era appena entrata a far parte. Con mia sorpresa, il neo-presidente Ton Emans ha subito colto l’importanza dell’idea e mi ha affiancato seduta stante alcuni riciclatori molto esperti, mettendomi a capo di una task-force per realizzare questo progetto. Nel 2014 è stato lanciato da Plastics Recyclers Europe il tool online www.recyclass.eu che consente – gratuitamente – di valutare la classe di riciclabilità di un imballaggio in plastica, dalla A (classe migliore) alla F (classe peggiore). L’utente riceve anche l’informazione di quali parti/componenti dell’imballaggio ne hanno causato un’eventuale declassamento, dando modo all’utente di capire su quali parti concentrarsi per migliorare.
Lo scopo iniziale era – ed in parte è ancora – quello di supportare con uno strumento semplice le aziende medio-piccole, che rappresentano la spina dorsale dell’economia europea, nel processo di miglioramento della riciclabilità dei loro imballaggi. Solitamente queste aziende non hanno delle risorse interne specializzate in imballaggi e sono lasciate a loro stesse in queste scelte. Con una discreta sorpresa, fin da subito dopo il lancio abbiamo capito che il maggiore interesse verso lo strumento veniva manifestato da grossi brand i quali, usandolo, capivano quanto le loro nozioni sul riciclo delle materie plastiche non fossero propriamente connesse alla realtà.
Dopo qualche anno in cui il dialogo tra il team di RecyClass ed i grossi brand/converters si era fatto particolarmente intenso, abbiamo deciso di professionalizzare questo servizio, creando una piattaforma (RecyClass Platform), assumendo delle risorse altamente specializzate e preparate ed impiegandole a tempo pieno su due aspetti-obiettivi fondamentali: uniformare le linee-guida sugli imballaggi in plastica in Europa e dare a queste una solida base scientifica, eliminando quindi via via i pareri soggettivi sul tema per sostituirli con dai basati su test scientifici che replicano in scala laboratorio quanto avviene in un processo di riciclo e di ri-trasformazione del riciclato in un nuovo prodotto. Questa evoluzione ha visto e vede compartecipare molti importanti brands, provenienti da diverse aree del mercato, ma anche produttori di tecnologia e di materie prime, oltre a grandi trasformatori. Lo strumento online conta più di tremila utenti attivi.

La spesa del futuro si fa SBALLATA
Chissà che grazie alla partenza di un nuovo progetto Spesa Sballata non si riesca anche in Italia avere esperienze diffuse di acquisto senza imballaggi grazie all’uso di contenitori riutilizzabili. per dare attuazione all’art. 7 del Decreto Clima”, che prevede che ai clienti sia “consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.»
La possibilità di acquistare con contenitori riutilizzabili portati da casa, o messi a disposizione dal rivenditore a fronte di una cauzione, sia per prodotti alimentari che non alimentari, è diventata all’estero una pratica che negli ultimi due anni è letteralmente esplosa.
Non è ancora così in Italia, e non è un problema di tecnologia quanto di cultura e di legislazione. Basta guardare alle potenzialità offerte dai modelli di riuso dei contenitori che sono già una realtà consolidata e matura anche da noi grazie alle nuove tecnologie che permettono di affidare la gestione logistica e di sanificazione anche ad enti terzi. Ad esempio nel settore degli imballaggi/contenitori riutilizzabili ad uso industriale e commerciale.
LA SITUAZIONE IN ITALIA
Fatta eccezione per le possibilità di acquisto sfuse offerte da un decennio dai negozi zero waste o rete botteghe sfuse “indipendenti”, sparsi per la penisola, e da piccole catene come Negozio Leggero oppure la new entry VivoGreen a Terni, la normativa per la sicurezza alimentare nazionale (più restrittiva che in altri paesi EU) ha frenato molte iniziative in fase nascente.
Solamente un gruppo della DO in Italia : Moderna Distribuzione ha ad oggi avviato una sperimentazione di vendita assistita ai banchi interni che permette l’impiego di contenitori dei clienti e che coinvolge da circa un anno 8 punti vendita in totale: 6 punti di Sigma, uno di Ecu e uno di Economy. Un progetto fortemente voluto dall’AD Buna Lami di cui abbiamo raccontato qui.

Finalmente si aggiunge in questo panorama “poco affollato” un progetto strutturato che potrebbe dare una spallata a tanti pregiudizi esistenti anche in Italia sulla maggiore sicurezza alimentare del contenitore monouso rispetto a quello riutilizzabile. (1)
Succede a Varese e provincia con la Spesa Sballata: un progetto che vede 33 Famiglie impegnate per la durata di un anno nell’acquisto di prodotti alimentari utilizzando propri contenitori che è stato presentato questa mattina alla stampa.
Le Famiglie potranno acquistare con contenitori riutilizzabili ai banchi di vendita assistita (panetteria, pescheria, gastronomia, macelleria) dei supermercati coinvolti e anche nei reparti ortofrutta. Una buona notizia dal momento che il provvedimento che nel 2018 imponeva la vendita esclusiva di sacchetti leggeri biodegradabili/compostabili ha indirettamente reso impossibile l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili. La GDO fatta eccezione per i negozi di NaturaSi. non ha ancora “sdoganato” l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili nei punti vendita, come avviene in altri paesi europei. Alle Famiglie coinvolte dalla sperimentazione è stato fornito un kit composto da contenitori riutilizzabile in plastica rigida, sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta e una sporta durevole. Il kit di sopravvivenza al monouso che abbiamo promosso oltre 10 anni fa con la nostra iniziativa Porta la Sporta, la prima a raccontare in quegli anni di attività al grande pubblico (2009-2014) sul problema della plastica nell’ambiente collegandolo al nostro modello di consumo.
Il valore aggiunto del progetto Spesa Sballata è che va oltre allo slogan Plastic Free a cui si sono ispirate molte iniziative nazionali imperniate sulla sostituzione dei materiali monouso e che si allinea così alle indicazioni contenute nella Strategia UE sulle Plastiche, e in particolare a vero spirito della Direttiva Europea sulle Plastiche Monouso ( considerando 2) che dovrà essere recepita a livello nazionale entro il 3 luglio del 2021.(1)
Il progetto è partito nel febbraio 2020 grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia ed è culminato con la partenza, 10 giorni fa, della sperimentazione che avrà luogo in 9 punti vendita delle due insegne della GDO. I dipendenti dei punti vendita accompagneranno l’attività fornendo supporto alle Famiglie partecipanti che potranno usufruire di buoni sconto.
La sperimentazione che durerà fino a fine aprile 2021 darà modo alle Famiglie di monitorare e misurare con attenzione il potenziale impatto positivo che l’acquisto di prodotti sfusi potrà avere sulla quantità di rifiuti da imballaggio usa e getta prodotta da ciascun nucleo.
I punti vendita Coop che aderiscono al progetto si trovano a: Busto Arsizio (viale Repubblica e viale Duca d’Aosta), Malnate, Varese, Laveno Mombello per un totale di 5 supermercati. Mentre per Carrefour aderiscono i punti vendita di Gallarate in viale Carlo Noè, di Varese in via Sanvito Silvestro e poi di Cocquio Trevisago e Tradate per un totale di 4 supermercati.
L’elemento interessante, e probabilmente chiave, che potrebbe permettere la partenza di altre esperienze simili, è stata la collaborazione con ATS Insubria per la redazione delle Linee guida Sanitarie per acquisti in contenitori riutilizzabili, che garantissero, anche in tempo di COVID 19, il rispetto delle norme igienico-sanitarie insieme alle buone prassi ambientali.(2)
Questo progetto permette finalmente di dare attuazione alla possibilità di fare la spesa con contenitori propri, puliti, idonei ad uso alimentare e con coperchio che in teoria sarebbe possibile in Italia dallo scorso dicembre, grazie all’approvazione della legge 12/12/2019 n. 141, il cosiddetto “Decreto Clima”. Il decreto all’art. 7 prevede che sia consentito ai clienti : « utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.» Il testo include poi anche una disposizione “di salvaguardia” per garantire che la pratica si svolga in sicurezza: «L’esercente può rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei».
“Il Covid incide non tanto sul rischio aggiuntivo per il consumatore, quanto piuttosto perché il contenitore potrebbe essere potenziale veicolo di contaminazione dall’esterno all’interno – spiega Enzo Favoino, referente scientifico del progetto, tecnico e ricercatore presso la Scuola Agraria del Parco di Monza in un’intervista a Economiacircolare.com -, ma la soluzione c’è già. Così come per il nostro progetto Spesa Sballata, per l’interno del contenitore ci pensa il consumatore e per l’igienizzazione dell’esterno ci pensa l’addetto al banco prima di posare il contenitore sul piatto della bilancia o sul bancone. Si tratta di una soluzione transitoria, certamente, ma anche il problema del Covid è temporaneo”. Molti però non sanno neppure che esiste il decreto Clima, figurarsi l’art.7 e i due commi.
Alcuni ad esempio sostengono che dovrebbe esserci un decreto applicativo che standardizzi la procedura o magari la tipologia dei contenitori ammessi, ma basta leggere l’articolo 7 del decreto e si vede che è autoapplicativo. Non c’è scritto che entro tot mesi il ministero dell’Ambiente o della Salute emaneranno altri provvedimenti”.

GLI ATTORI DEL PROGETTO
Il progetto che durerà sino a fine 2021 si è potuto realizzare grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia, che hanno attivato i punti vendita per la sperimentazione. Una scelta non casuale quella di queste due catene di supermercati, partendo dall’impegno che Coop ha sempre dimostrato sui temi ambientali e sociali (come la campagna “dall’olio all’olio” per citarne una) e da Carrefour che ha già portato avanti la medesima sperimentazione in altri paesi europei (Francia, Spagna, Belgio e Polonia), oltre che Taiwan.

Il progetto Spesa Sballata, finanziato da Fondazione Cariplo nel Bando Plastic Challenge 2019, vede come capofila Cooperativa Totem in partnership con Provincia di Varese – Osservatorio Provinciale Rifiuti e Green Schools, Scuola Agraria del Parco di Monza con ARS ambiente come partner tecnico e infine il Comune di Varese.
Provincia di Varese si è distinta per aver accompagnato i propri Comuni nel raggiungimento di ambiziosi risultati di buona gestione rifiuti ed iniziative di sostenibilità lungo tutto l’ultimo decennio, quali il progetto Green Schools, la partecipazione costante alla Settimana Europea di Riduzione dei Rifiuti e dal 2018 il progetto Famiglie Sballate;
Enzo Favoino, referente scientifico di progetto per la Scuola Agraria del Parco di Monza, e coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, è attivo da tempo a livello internazionale e locale per lo sviluppo ed il consolidamento delle pratiche di raccolta differenziata, compostaggio, e prevenzione rifiuti, contribuendo a definire le politiche e strategie UE di settore.
Il Comune di Varese che, a partire dal progetto Plastic free, sta attivando numerose iniziative su questi temi, tra cui, oltre a Spesa Sballata, anche il progetto europeo Life RethinkWaste.
Il logo di progetto, apposto sui contenitori in uso alle Famiglie, è stato realizzato lo scorso anno scolastico dalla classe terza 3G2 Indirizzo Grafico del Liceo Artistico Statale Candiani Bausch di Busto Arsizio, assistiti dalla prof.ssa Alessia Recupero, in attività di Alternanza Scuola Lavoro.
Per restare aggiornati sul progetto si può seguire la pagina Facebook appositamente creata.
Note
(1) Direttiva SUP – Considerando (2): “La presente direttiva promuove approcci circolari che privilegiano prodotti e sistemi riutilizzabili sostenibili e non tossici, piuttosto che prodotti monouso, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Tale tipo di prevenzione dei rifiuti è in cima alla gerarchia dei rifiuti di cui alla direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio […]”
(2) In proposito, è opportuno sottolineare che l’attuale congiuntura sanitaria non incide negativamente, contrariamente a quanto spesso si ritiene e comunica, sulle opportunità di impiego di oggetti ed imballaggi riusabili. In effetti, le evidenze scientifiche ci segnalano che, lungi dall’essere “barriera di protezione”, è proprio il monouso che, aumentando il turnover di materiali che dall’esterno entrano nella nostra vita quotidiana, è maggiormente incline a moltiplicare i percorsi di contagio. In realtà, sia il monouso che il riusabile vanno soggetti agli stessi principi, condizioni e pratiche di igiene: ma il riusabile, essendo in genere “personale” (e massimamente nel caso dei contenitori per acquisti!), diminuisce, anziché aumentare, l’evenienza di contagi dall’esterno. Enzo Favoino
Come ridurre i rifiuti dai prodotti monouso. Un vademecum per i Comuni
È disponibile online la guida realizzata da Anci Emilia Romagna che vuole supportare gli enti locali che intendono ridurre i rifiuti derivanti dall’utilizzo di prodotti in plastica monouso e altri materiali. In coerenza con il paradigma dell’economia circolare.
È stato recentemente pubblicato sul sito di ANCI-Emilia Romagna un vademecum realizzato dall’ente per supportare i Comuni nella definizione e implementazione di strategie locali di riduzione dei rifiuti dal titolo “Ridurre i rifiuti da prodotti in plastica monouso… e non solo in plastica”.
Il vademecum presenta una metodologia e un percorso per i Comuni che vogliono ridurre i rifiuti derivanti dall’utilizzo di prodotti in plastica monouso e altri materiali coerente con il paradigma dell’economia circolare e con le disposizioni e lo spirito della direttiva SUP (direttiva UE 2019/904 sulle Single use plastics, le plastiche monouso) sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Detta così sembrerebbe cosa ovvia e banale ma così non è se guardiamo alle iniziative plastic free intraprese da aziende e istituzioni di varia natura che sono state lanciate dal 2018 ad oggi.
Quasi tutte le iniziative, incluse le circa 120 ordinanze emesse dai Comuni a partire dal 2018, hanno perso di vista l’obiettivo primario richiamato dalla direttiva SUP ovvero la riduzione dei rifiuti alla fonte e la conseguente pressione sul consumo di risorse naturali promuovendo e spesso obbligando la sostituzione dei prodotti monouso realizzati in plastica “tradizionale” (ovvero da fonti fossili) con altri prodotti monouso realizzati a partire da materiali “alternativi”, in particolare prodotti in materiale biodegradabile/compostabile.
Anche l’iniziativa più recente, resa nota della regione Sicilia (disegno di Legge n. 311 del 28-09-2018 approvato dall’Assemblea il 13 ottobre 2020) , non si discosta sostanzialmente dalle precedenti come impostazione. Secondo questo disegno di legge che rende la Sicilia una Regione plastic free verranno impiegati fondi comunitari e i proventi delle royalty delle società petrolifere “per finanziare gli imprenditori che scelgono di convertire gli impianti di produzione di plastica in impianti di produzione di bioplastiche o materie prime rinnovabili” come da dichiarazione data alla stampa da Giusi Savarino, la deputata del gruppo Diventerà Bellissima che presiede la commissione Ambiente.
In concomitanza con l’aumento delle iniziative plastic-free, si legge nel manuale redatto dall’Emilia Romagna, si è assistito a una rapida crescita di domanda e offerta di tali prodotti sul mercato (in particolare dei prodotti in plastica compostabile), trainata dalla percezione diffusa che i prodotti monouso in bioplastica siano da considerarsi ambientalmente virtuosi in quanto “bio” e smaltibili insieme alla frazione organica dei rifiuti urbani.
Non per nulla, come si legge in una nota, si è scelto di utilizzare nel manuale la definizione “no monouso”, anche se ha meno appeal di plastic free, quella attualmente in voga in quanto più precisa e meno soggetta ad interpretazioni. Questo utilissimo manuale guida gli amministratori passo passo nello sviluppo in house di un programma “no-monouso”, da costruire insieme ai principali stakeholders del territorio, in grado di conseguire obiettivi misurabili di riduzione dei rifiuti, di riduzione nel consumo di risorse naturali e dei relativi impatti sull’ambiente, tra cui l’abbandono dei rifiuti. Inoltre si vuole generare un impatto culturale/educativo che possa tradursi in un’evoluzione culturale permanente.

Il vademecum può essere applicato e declinato nelle diverse realtà costituite da piccoli, così come da grandi centri urbani, tenendo conto delle specificità dei tessuti economici e sociali e della disponibilità degli stakeholder a diventare parte attiva del programma.
“In attesa del recepimento nazionale della direttiva europea sulle plastiche monouso abbiamo ritenuto opportuno fornire ai Comuni uno strumento di semplice consultazione per affrontare il tema a livello locale. Nel documento evidenziamo la necessità di definire adeguate misure di policy in grado di incentivare, semplificare, favorire e promuovere l’adozione di comportamenti e prassi operative in linea con una precisa gerarchia che affermi il primato delle azioni di prevenzione rispetto a quelle volte alla sostituzione dei prodotti in plastica monouso con altri prodotti monouso” spiega Paolo Azzurro, primo autore del vademecum.
“Il documento fornisce un ampio ventaglio di esempi di possibili misure da implementare nei diversi ambiti di intervento e propone un lungo elenco di casi di successo con particolare attenzione alle iniziative basate sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili che hanno dimostrato sul campo la propria efficacia sia dal punto di vista tecnico/operativo che economico” conclude Azzurro.
Il documento è stato integrato a valle dell’emergenza sanitaria da Covid-19 con alcune considerazioni relative al suo impatto sulla diffusione di sistemi basati sull’impiego di contenitori riutilizzabili.
Per avere un assaggio del vademecum questo è l’indice dei contenuti:
Guida alla lettura
Introduzione
Una gerarchia per le misure di contrasto al monouso
Contenitori riutilizzabili e rischi igienico-sanitari alla luce dell’emergenza COVID-19
Uno sguardo ai prodotti in plastica biodegradabile e compostabile
Progettare una strategia “NO monouso”
Definire gli obiettivi
Scegliere l’approccio
Identificare le misure
Conclusioni
Il potere del riuso – Schede progetti
Silvia Ricci articolo pubblicato su Economiacircolare.com
Il documento a cura di ANCI Emilia-Romagna con il contributo di ATERSIR e il supporto di EIT Climate Kic è scaricabile in due versioni:
Vademecum per i Comuni e schede progetti – Versione estesa (4.985kB – PDF)
Vademecum per i Comuni – Versione sintetica (4.116kB – PDF)
Gli accordi volontari come i Plastic Pact funzionano?
Cresce il numeri di paesi e regioni che adottano un Plastic Pact per ridurre l’impatto della plastica sull’ambiente. Quali sono le caratteristiche e i risultati ottenuti ad oggi da questi accordi di natura volontaria ?
Anche gli Stati Uniti hanno aderito alla rete internazionale di paesi dove è stato sottoscritto un Plastic Pact PP per ridurre l’inquinamento da plastica che vede tra gli altri la partecipazione di Regno Unito, Francia, Cile, Paesi Bassi, Portogallo, Sud Africa e più recentemente la Polonia.
Anche l’Italia aderendo all’European Plastic Pact si è formalmente impegnata in questo tipo di accordo , anche se non sono arrivate dallo scorso marzo notizie in merito.
L’iniziativa dei Plastic Pact nazionali così come il Global Commitment sono parte dell’impegno della EMAF Ellen MacArthur Foundation per promuovere un’economia circolare della plastica che ha preso il via nel 2016 con la pubblicazione del report The New Plastics Economy e del programma triennale di iniziative correlate. L’annuncio è stato dato il 20 agosto scorso in occasione dell’evento virtuale di GreenBiz Circularity 2020.
L’iniziativa degli USA che vede più di 60 firmatari tra cui aziende, agenzie governative, ONG, università, organizzazioni professionali e società di investimento sarà coordinata da The Recycling Partnership TRP, con il sostegno del World Wildlife Fund (WWF).
Sulla falsariga degli impegni presi dai partecipanti ai PP già operativi i firmatari si adopereranno entro il 2025 per :
- Definire un elenco di imballaggi in plastica considerati come problematici o non necessari entro il 2021, e adottare misure idonee ad una loro eliminazione entro il 2025;
- Assicurare che tutti gli imballaggi in plastica siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili ;
- Intraprendere azioni ambiziose per riciclare o compostare efficacemente il 50% degli imballaggi in plastica;
- Raggiungere una percentuale media del 30% di contenuto riciclato o di contenuto bio-based prodotto responsabilmente.

I progressi compiuti dagli aderenti al Patto rispetto a questi obiettivi verranno resi noti su base annuale. Sarà il WWF a monitorarli attraverso un’applicazione denominata ReSource: Plastic Footprint Tracker, che attraverso una metodologia standard misurerà il consumo di plastica dei firmatari.
Gli aderenti al Plastic Pact rappresentano un po’ tutta la filiera della plastica degli USA e includono importanti stakeholder del settori dei rifiuti e del riciclo come Solid Waste Association of North America (SWANA), Institute of Scrap Recycling Industries (ISRI), National Waste Recycling Association (NWRA), Eureka Recycling, Balcones Resources, EcoCycle , APR Association of Plastic Recyclers . Tra le aziende figurano multinazionali come Colgate-Palmolive Company, Danone North America, Coca-Cola Company, Clorox Co., and Mars Inc.Target, Walmart, Aldi , Nestlé, Unilever USA, organizzazioni come Consumer Brands Association, Terracycle, Closed Loop Partners, cittadine come Austin e Phoenix e altri soggetti.
Colpo di scena: Coca-Cola, Pepsi, Nestlé appoggiano un sistema di deposito Europeo
Finalmente dopo decenni di dura opposizione ai sistemi di deposito per i contenitori di bevande le grandi multinazionale del beverage, insieme a dozzine di altri produttori di bevande stanno ora perorando per un’introduzione di sistemi di deposito (DRS: Deposit Return Systems) in tutti gli stati membri. L’Associazione Comuni Virtuosi accoglie con grande soddisfazione questa importante, quanto inevitabile, svolta intrapresa dall’industria delle bevande.
La dichiarazione è arrivata attraverso un comunicato pubblicato ieri sul sito di Euractiv da parte di due associazioni europee del settore : la EFWB che rappresenta più di 500 produttori europei di acqua in bottiglia, e l’UNESDA Soft Drinks Europe, che rappresenta i produttori di bibite che operano in Europa, tra cui Coca-Cola, Pepsico, Danone, Nestlé Waters e Red Bull.
Nella lettera aperta le associazioni dicono di voler massimizzare la raccolta e il riciclaggio di tutti gli imballaggi per bevande: dal vetro, cartone, lattine alle bottiglie in PET. Per queste ultime la direttiva UE sulla plastica monouso (SUP), richiede che ne venga raccolto entro il 2029 il 90% , con un obiettivo intermedio del 77% al 2025. La direttiva SUP stabilisce inoltre che le bottiglie in PET per bevande devono contenere il 25% di contenuto riciclato entro il 2025 e fino al 30% nel 2030.
Per raggiungere questi obiettivi, le due associazioni di categoria rimarcano che l’Europa avrà bisogno di sistemi di raccolta per gli imballaggi altamente efficaci. Se guardiamo alle prestazioni di raccolta e riciclo delle bottiglie per bevande in PET nei paesi membri risulta improbabile che tutti saranno in grado di raggiungere gli obiettivi definiti dalla direttiva.
“La EFWB e l’UNESDA ritengono che sistemi di deposito (DRS) ben progettati potrebbero essere la chiave per un veloce raggiungimento degli obiettivi europei – e un numero crescente di Stati membri dell’UE sta arrivando alla stessa conclusione e sta valutando una loro introduzione. Ha affermato Hans van Bochove, Vicepresidente senior per gli affari pubblici e le relazioni con il governo dei partner europei di Coca-Cola che concorda anche sul fatto che “un DRS ben progettato consentirebbe all’UE di raggiungere i suoi obiettivi di raccolta per le bottiglie per bevande più rapidamente e garantirebbe anche il rPET di qualità alimentare che le nostre le industrie hanno bisogno. Oltre a garantire un riciclo a ciclo chiuso un DRS ridurrebbe anche la quantità di materiali vergini necessari, abbassando così l’impronta di CO2 dell’UE contribuendo così al raggiungimento dei suoi obiettivi per il clima ” .
Le due associazioni affermano che un sistema efficiente di deposito deve soddisfare alcuni importanti criteri di progettazione: dovrebbe avere una portata nazionale, dovrebbe essere il più ampio possibile coprendo tutte le categorie di bevande ed essere istituito e gestito dall’industria coinvolta dal sistema attraverso un’organizzazione no-profit. Inoltre, un DRS dovrebbe essere conveniente per il consumatore, accompagnato da una chiara comunicazione sull’ammontare del deposito/cauzione e relativi scopi e prevedere una rete di facile accesso per la restituzione dei vuoti e relativi depositi. Il meccanismo della cauzione dovrebbero incentivare una cultura del recupero e infine un DRS dovrebbe garantire ai produttori di bevande l’accesso a materiale riciclato per un utilizzo a ciclo chiuso (cioè da bottiglia a bottiglia).

Sempre secondo le due associazioni di categoria la Commissione Europea potrebbe svolgere un ruolo importante nel rendere i sistemi di deposito una realtà sviluppando ad esempio delle linee guida per una loro attuazione.
Sull’esempio di quanto avvenne con la pubblicazione delle linee guida guida sui requisiti minimi per i regimi di EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) che sviluppata e adottata nella revisione del 2018 della direttiva quadro sui rifiuti. Questi orientamenti potrebbero essere sviluppati come parte del lavoro della Commissione nei prossimi mesi per l’attuazione del piano d’azione per l’economia circolare e dei fondi di ripresa ( o Recovery Funds) dell’UE.
“Si tratta di una svolta storica“, ha affermato Recycling Netwerk Benelux una delle Ong più attive in Europa nella promozione dei sistemi di deposito, che, come la nostra associazione Comuni Virtuosi, aderisce alla piattaforma europea Reloop per la promozione dell’economia circolare, con particolare focus sui sistemi di riuso. “Cinque anni fa, tutti i produttori di bevande erano ancora tradizionalmente contrari a un deposito sulle bottiglie di plastica. Di conseguenza, alcuni governi europei hanno dimostrato una certa riluttanza ad attuare questa misura ambientale. Ora che le stesse società coinvolte chiedono un sistema di deposito, non c’è più motivo di esitare. Un sistema di deposito con cauzione riduce la quantità di bottiglie di plastica disperse nell’ambiente dal 70 al 90 percento. Per i governi di paesi come Francia, Spagna e Belgio, questo deve essere il segnale di partenza per introdurre finalmente una legislazione nazionale ” .
Non ci sono dubbi sul fatto che senza la pressione esercitata dagli obiettivi imposti dalla Direttiva SUP (Single Use Plastics) recepita negli ordinamenti nazionali degli stati membri entro il 3 luglio 2020, non avremmo assistito a questa “improvvisa” capitolazione di resistenze industriali che hanno dominato gli scenari internazionali per decenni. Questa svolta era d’altronde inevitabile perché non esistono di fatto altri strumenti oltre ai DRS che possono portare in meno di due anni la percentuale di intercettazione oltre al 90%. Lo dimostra il caso lituano , l’ultimo stato europeo ad avere introdotto un sistema di deposito qualche anno fa.

L’ITALIA A CHE PUNTO E’ ?
Venendo all’Italia l’obiettivo di intercettazione del 77% al 2025 per le bottiglie in PET rimane piuttosto sfidante. Questo nonostante l’entrata in campo di Coripet. Senza una legge nazionale che imponga un sistema di deposito con una cauzione che imposta sul prezzo di vendita delle bevande, è tutto più complicato, sia per la parte operativa che richiederebbe l’installazione in tempi brevi e capillarmente su tutto il territorio di un numero sufficiente di macchine di Reverse Vending, che sul versante della sostenibilità economica. Nei sistemi di deposito nazionali ci sono diverse facilitazioni per i partecipanti tra i quali un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti che attinge ad un fondo creato dalle fee ricevute dai produttori per i contenitori di bevande che non sono rientrati nel sistema. Questo importo milionario riferito a depositi che non hanno potuto essere restituiti agli utenti (relativi al 10% circa della quantità di contenitori immessi annualmente sul mercato ) viene ripartito ogni anno tra i soggetti che partecipano al sistema.(1) Anche l’importo della cauzione che in Italia non viene applicata non essendoci una legge ha di fatto un peso importante nel successo del sistema. Come si è visto dai paesi dove i sistemi di deposito sono in vigore da anni, se è troppo bassa ci sono meno probabilità che i contenitori vengano restituiti, se è troppo alta può offrire sponda a vari tipi di frodi. Un sistema di deposito è costoso ma i casi dei paesi in cui è stato adottato dimostrano che si ripaga da se’ e che tutti i portatori di interesse ne traggono vantaggi anche economici.
Un requisito di fondamentale importanza (come indicato anche da EFWB e UNESDA) è che un sistema di deposito includa tutti i tipi di contenitori come le bottiglie in vetro e le lattine ( che ormai sono circa 3 volte più numerose delle bottiglie nel littering e cestini stradali). Altrimenti c’è il rischio concreto che i produttori di bevande confezionino una parte dei loro prodotti su tipologie di contenitori non coperte da un DRS, vedi, ad esempio, le sperimentazioni sulla paper bottle di Carlsberg o l’utilizzo di cartoni da parte di alcune marche di acqua in bottiglia.
Ma questo lo vedremo più avanti perché in Italia una discussione e un confronto sui sistemi di deposito non è, sorprendentemente, neanche iniziata. I pochi articoli che si leggono in italiano che entrano un minimo nel dettaglio di questi sistemi si trovano su questo sito.
Tuttavia con questa svolta “epocale” da parte dei produttori di bevande, è necessario che il governo italiano prenda in mano la questione e dia l’incarico all’ISPRA, ad ARERA, o ad altra organizzazione indipendente e accreditata, di redarre un primo studio che delinei costi e benefici di quale potrebbe essere il modello di deposito più adatto per il nostro paese. si può fare partendo da un’analisi di quelli esistenti e di quelli in divenire per quanto riguarda la legislazione e il modello adottato, che serva da base per lo sviluppo di una legge nazionale. Non è più necessario partire da zero, esiste ormai una solida evidenza da cui attingere.
Con una decina di paesi europei che hanno da tempo in vigore un sistema di deposito per bottiglie di plastica e lattine, e 11 governi europei che hanno deciso di introdurre o espandere il proprio sistema nazionale sarebbe il caso di non dormire sugli allori di alcune nostre performance di recupero di materia.
Sempre se non vogliamo correre il rischio di diventare in questa classifica europea il fanalino di coda. Siamo già stati “sorpassati a sinistra” da Romania, Grecia e Turchia.
Silvia Ricci
Immagine in evidenza credit : Deposit Return Systems (DRS) Manifesto ZeroWaste Europe
(1) Video: come funzionano i sistemi di deposito (italiano)
Perché non possiamo insistere con modelli di consumo basati sull’usa e getta
Progettare un nuovo imballaggio senza ripensare tutto il ciclo di vita del prodotto, applicando opzioni innovative a basso impatto di carbonio può rivelarsi per le aziende un’occasione persa sotto l’aspetto ambientale ed economico. Cambiare invece l’approccio al packaging andando oltre ad una pura sostituzione del materiale per trovare nuove modalità per fare arrivare i prodotti ai propri clienti può aprire la strada a progetti innovativi in linea con la crisi climatica e di risorse che dobbiamo affrontare.
Quando si tratta di ridurre i rifiuti di plastica, e non si cercano scappatoie come la sostituzione della plastica con altri materiali, il riciclaggio è la strategia su cui si focalizzano gli impegni della maggior parte delle aziende
che lavorano alla sostenibilità del packaging.
Questo perché lavorare sulla riciclabilità, reale o presunta che sia, è di fatto la strategia più semplice da perseguire perché permette alle aziende di non cambiare il modello di business e/o processi produttivi. Condizione che rende più che accettabile per le aziende investire risorse nella ricerca e sviluppo di nuovi materiali che sostituiscano la plastica, e persino sostenere un aumento medio nel costo del packaging del 25-30%, come da stime di esperti del settore. Al contrario, applicare strategie di prevenzione e riuso per il packaging, può comportare in molti casi un ripensamento del prodotto stesso e/o dei modelli di produzione e commercializzazione. Oltre a richiedere il coinvolgimento degli altri attori della filiera di riferimento con il relativo carico di lavoro che rende ogni operazione doppiamente complessa.
Va detto che la crescente attenzione da parte delle aziende alla riciclabilità o compostabilità del packaging è storia recente, che va soprattutto interpretata come una risposta delle aziende alla crescente preoccupazione sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica nell’opinione pubblica. In seconda battuta gioca un ruolo importante l’approssimarsi dell’entrata in vigore delle nuove direttive europee del pacchetto Economia Circolare e della Direttiva SUP sulle plastiche monouso. Resta da vedere se i governi le recepiranno conservandone lo spirito e gli obiettivi che vanno nella direzione di un cambiamento dell’attuale modello di consumo, oppure cederanno alle pressioni dei gruppi di interesse. Eventualità poi non così remota come hanno allertato recentemente la Piattaforma Reloop e Zero Waste Europe sulla base di uno studio di Eunomia Research and Consulting.
LIMITI DEL RICICLO
Sebbene il riciclo sia un’opzione preferibile alle varie opzioni di smaltimento, perché permette di produrre uno stesso bene con minori emissioni climalteranti e un ridotto consumo di materie prime ed energia, è evidente che non possiamo affidarci a questa sola strategia . Ma questo vale sia per la plastica che per tutti i materiali di cui facciamo un solo utilizzo.
L’aumento della popolazione e del livello di benessere nei paesi dalle economie emergenti spinge inesorabilmente verso l’alto i consumi, aumenta i ritmi di prelievo di tutte le risorse, accelerando così la distruzione degli ambienti naturali e della biodiversità.
Se consideriamo che la produzione mondiale di plastica è destinata a quadruplicare entro il 2050 (e non solamente per il settore del packaging) è evidente che per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili si deve schiacciare l’acceleratore sulla prevenzione a tavoletta, e a più livelli.
Nel caso della plastica dobbiamo pertanto ridurre al massimo il suo consumo usa e getta e riciclarla tutta perché impiegare plastica riciclata fa risparmiare circa il 61% delle emissioni di gas ad effetto serra rispetto all’utilizzo di plastica vergine.
Questo perché, secondo un recente studio dell’Imperial College quasi due terzi delle emissioni totali di gas climalteranti dovute alla produzione di un manufatto in plastica avvengono durante la fase di estrazione e produzione delle resine. La restante parte delle emissioni (pari ad 1/3) è determinata dalla fase di produzione e smaltimento del manufatto.

Sostituire la plastica con alternative biodegradabili può sembrare in prima battuta un’opzione più sostenibile, se non fosse che anche queste risorse non possono considerarsi illimitate. Un loro utilizzo a pari quantità di consumo richiesta dalla sostituzione delle stesse applicazioni in plastica tenendo conto del trend attuale di maggior consumo di prodotti confezionati significa produrre maggiori impatti ambientali su altri fronti. Ad esempio il crescente consumo di biomasse —che soddisfa la domanda proveniente da più settori come si può vedere dall’infografica— contribuisce, anche attraverso il fenomeno detto IULC Indirect Land Use Changes (cambiamento indiretto dell’uso del suolo) alla deforestazione e conseguente perdita di biodiversità.

©EU, 2019
Un recente studio dell’Imperial College commissionato da Veolia “Examining Material Evidence the Carbon Fingerprint” ha comparato le valutazioni sul ciclo di vita (LCA) di una settantina di imballaggi di diversa tipologia e materiale. Le prestazioni relative ai diversi imballaggi in termini di emissioni di gas climalteranti rivelano che un puro cambio di materiale non equivale ad un impatto ambientale minore senza interventi sul ciclo di utilizzo di un manufatto.
IL PROBLEMA E’ IL MODELLO DI CONSUMO
Le aziende che hanno sostituito gli imballaggi in plastica non lo hanno fatto, —come verrebbe logico pensare— sulla base di valutazioni del ciclo di vita e di utilizzo delle varie opzioni di packaging. Né tanto meno hanno tenuto conto delle diverse infrastrutture di raccolta e riciclo presenti sui mercati ove l’opzione veniva introdotta, oppure degli sbocchi di mercato per le materie prime seconde originate. Come accennato in apertura le decisioni che hanno portato ad un cambio di packaging sono state spesso intraprese, in risposta al “sentiment plastic free” dell’opinione pubblica che il marketing aziendale ha cavalcato come vantaggio competitivo. Con il risultato che le nuove opzioni non sempre si sono rivelate migliorative sotto il profilo ambientale. Oppure prive di un maggiore impatto economico sul sistema di avvio a riciclo del packaging, che è finanziato in larga parte dai contribuenti. Oltre all’aumento medio del 3% annuo circa nel consumo di imballaggi che le relazioni dei consorzi Conai registrano (quasi) ogni anno ci sono anche studi di settore che riportano nel dettaglio i segmenti di prodotto dove il consumo di alimenti confezionati aumenta. Per quanto riguarda il settore ortofrutta cresce il consumo di prodotto confezionato a peso fisso che rappresenta il 47% del totale venduto dalla Gdo, di prodotti di IV gamma e di Primi Piatti Pronti Freschi (classificati come Ecr -ovvero le zuppe e tutte le loro declinazioni) che vengono principalmente venduti nello scaffale refrigerato. Ad esacerbare l’impatto del packaging c’è l’aumento nelle vendite dei formati monodose che riguarda tantissimi prodotti freschi. La tendenza nei paesi avanzati da anni ormai va in direzione di una costante riduzione dei formati, di pari passo con un’evoluzione sociale che riguarda tanto la dimensione dei nuclei familiari, quanto le abitudini, le modalità e le occasioni di consumo.
Olanda: in arrivo un sistema di deposito per le bottigliette di plastica
Entro il primo luglio 2021 anche le bottigliette di plastica saranno soggette ad un sistema di deposito e ad una cauzione di 15 cent. Ogni anno nei Paesi Bassi vengono vendute 1 miliardo di bottigliette di plastica di cui si stima finiscano nell’ambiente una quantità tra i 50 e 100 milioni di pezzi.
Aggiornamento : Olanda: in arrivo un deposito anche per le lattine
In controtendenza con altri paesi dove la partenza di un sistema di deposito su cauzione per contenitori di bevande è stato posticipata (1) a causa della pandemia da Covid-19 l’Olanda ha deciso di implementare al 2021 l’attuale sistema di deposito in vigore per le bottiglie in plastica di formato superiore al litro includendo anche tutti i formati più piccoli.
Dietro a questa decisione annunciata il 24 aprile scorso c’è stato il lavoro ai fianchi del governo olandese da parte di alcune associazioni (ambientaliste e non solo) che per due decenni lo hanno spronato e bloccato quando nel 2015 stava per smantellare il sistema di deposito esistente per le bottiglie superiori al litro. Una sintesi sui decenni di resistenza dell’industria delle bevande e dei loro alleati, tra cui la GDO, ve lo abbiamo raccontato solo noi per l’Italia attraverso la pubblicazione di 3 articoli su questo sito.
Nel corso degli anni, i supermercati e i produttori di bevande olandesi, nel tentativo di evitare un’estensione del cauzionamento sono riusciti ripetutamente a rimandarlo accettando accordi quadro con il governo che prevedevano vari obiettivi tra cui una riduzione di bottiglie di plastica e lattine nei rifiuti stradali e l’aumento delle percentuali di riciclo. La strategia è stata quella di prendere tempo ben sapendo che non avrebbero mai potuto mantenere le promesse.
Lo stesso copione si è ripetuto sino ad oggi considerato che i soggetti prima citati non hanno centrato obiettivi similari contenuti nell’ultimatum ricevuto anche da Stientje van Veldhoven (D66) attuale Segretario di Stato per le infrastrutture e la gestione delle acque con delega all’ambiente (2017-2019).
In una lettera inviata al parlamento del marzo del 2018 Van Veldhoven aveva ribadito che qualora non fosse stato raggiunto per le bottigliette in plastica l’obiettivo di riciclo del 90% sull’immesso al consumo, abbinato ad una riduzione del 70-90% delle bottigliette disperse nell’ambiente ( ndr.di seguito littering) avrebbe annunciato nell’autunno del 2020 (senza ulteriori deroghe) la partenza di un sistema di deposito,
Nei due anni di rilevamento sulla presenza di contenitori per bevande nel littering , affidato nel 2018 a Rijkswaterstaat (la direzione generale per i Lavori pubblici e la gestione delle acque), è emerso che le bottigliette sono aumentate del 7% e le lattine del 16% .
Questa situazione ha fatto si che in una successiva lettera al parlamento del 27 settembre 2019, il segretario di stato dichiarasse di voler anticipare alla primavera del 2020 la decisione sull’entrata in vigore di un deposito basandosi sui dati poco confortanti del terzo rilevamento. Alla luce dei dati in negativo anche per il quarto rilevamento effettuato di Rijkswaterstaat lo scorso febbraio, il governo non ha potuto fare altro che confermare l’entrata in vigore di un sistema di deposito per le bottigliette a partire dal 1 luglio 2021. All’industria è stato così concesso poco più di un anno che corrisponde all’arco di tempo che la stessa industria aveva quantificato come necessario per organizzare un sistema di deposito.
Va detto che i nuovi target di raccolta/riciclo per le bottigliette previsti dalla Direttiva Single Use Plastic (77% al 2025 e 90% al 2029) che rendono inevitabile il ricorso ai sistemi di deposito, hanno avuto un peso importante in questa decisione.
Tuttavia nonostante nell’ultimo anno la maggioranza del Parlamento olandese si fosse espressa a favore di un’estensione del deposito alle lattine, il Ministro Van Veldhoven ha deciso di concedere un anno di tempo all’industria per raggiungere gli stessi obiettivi che la stessa industria aveva mancato per le bottigliette ( 90% di raccolta e riciclo sull’immesso al consumo e riduzione del 70/90% delle lattine nel littering).
Intanto il Ministro ha chiesto agli organi competenti di predisporre le necessarie misure legali per essere in grado di rispettare le tempistiche previste per un eventuale deposito anche per le lattine.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che le lattine possano sfuggire ad un cauzionamento poiché l’evidenza sull’impatto ambientale delle lattine è arrivata al Parlamento forte e chiara attraverso due mozioni (2). Gli stessi parlamentari ritengono la misura indispensabile per evitare che i produttori di bevande passino dall’impiego di bottiglie alle lattine più di quanto non stiano già facendo.
I dati di vendita confermano una crescita per le lattine in Olanda. Nel 2018 sono state vendute 1,5 miliardi di lattine 155 milioni di pezzi in più rispetto al 2016 secondo l’organizzazione Recycling Netwerk
Tutti i rilevamenti compiuti da Rijkswaterstaat hanno riscontrato che la quantità di lattine nel littering è mediamente oltre il doppio di quella delle bottigliette.
In Olanda è operativo dal settembre del 2016 Dirk Groot un’attivista dal nome di battaglia Zwerfinator che ha raccolto e registrato le tipologie di contenitori di bevande trovate disperse nell’ambiente in 45 comuni. Le elaborazioni effettuate da Zwerfinator sulla base di questi rilevamenti sono state incluse negli ultimi rapporti governativi per la loro attendibilità accanto ai rilevamenti ufficiali .
Dall’inizio della sua attività sino al primo trimestre del 2020 Zwerfinator ha raccolto 51.331 pezzi percorrendo un totale di 1414 km dai quali emerge che la quantità di lattine nel littering è 2,7 volte quella delle bottiglie.

In attesa di un piano per gestire la crisi del riciclo di carta e cartone perché il consumo aumenta…
Mentre Unirima ha lanciato dal giugno scorso diversi allarmi a intermittenza che denunciano la crisi del riciclo della carta con rischio di paralisi totale, c’è chi rassicura che la situazione è “sotto controllo” e che eventuali costi non ricadranno sugli utenti dei servizi. Qualche dubbio sorge invece nel leggere anche sulla stampa straniera quali congiunture internazionali e nazionali sono necessarie per vedere la luce in fondo al tunnel. In particolare c’è da chiedersi se nel nostro paese abbiamo un piano per gestire l’emergenza e una gestione circolare della risorsa carta, che significa non solamente riciclo spinto, ma anche riduzione del consumo con l’azzeramento degli sprechi.
Non abbiamo solamente un problema con la plastica perché anche con la carta non siamo messi particolarmente bene. Il rischio di paralisi totale per il comparto è alimentato dall’azione combinata di tre fattori: dai mercati ormai saturi che non possono più accogliere carta e cartone che arrivano dalla raccolte differenziate e dai circuiti commerciali, dallo stop ( o quasi) delle esportazioni di carta da macero che assorbivano il surplus nazionale di carta raccolta (1,5 milione di tonnellate) che le nostre cartiere non riescono a trattare, e dalla mancanza di cartiere rispetto a quelle che servirebbero. Sono diversi gli articoli usciti sia a livello locale che nazionale dallo scorso dicembre che si sono occupate della situazione. Anche Ricicla.TV ha girato alcuni servizi presso le aziende affiliate a Unirima che si trovano più o meno nelle stesse condizioni di difficoltà dei F.lli Palmieri srl che appaiono in uno dei servizi. Emblematico è il caso dei tovaglioli di carta colorata che si vedono in questo servizio che introduce il tema della qualità della carta raccolta, un prerequisito importante per trovare acquirenti come vedremo più avanti.
Va detto che non siamo in presenza di un problema recente perché il mercato europeo aveva infatti già vissuto una crisi simile a quella attuale negli anni novanta, anche se non di questa portata, che si era poi risolta in circa un anno, con la possibilità di esportare il surplus di carta e cartone raccolti in Europa in Cina e o in altri paesi asiatici.

Da quando però la Cina ha chiuso le frontiere all’importazione di carta, plastica ed altri materiali che le arrivavano dai paesi con economie sviluppate, l’equilibrio si è rotto. La situazione è precipitata anche in Italia tanto che Unirima (Unione Nazionale Imprese Recupero e Riciclo Maceri) ha lanciato l’allarme attraverso tre comunicati stampa e tre audizioni parlamentari avvenute lo scorso anno che non hanno ancora avuto riscontro da parte dei portatori di interesse istituzionali. L’ultimo comunicato del 25 novembre è stato recapitato anche al Ministro dell’Ambiente, alle Commissioni Ambiente di Camera e Senato, all’Anci e alla Conferenza Stato Regioni per sollecitare la presa in carico di un problema che sta avendo delle ripercussioni economiche e ambientali a vari livelli.
Lo scorso dicembre in un’ intervista apparsa sul Fatto Quotidiano il direttore generale di Unirima Francesco Sicilia aveva precisato che “Si sta bloccando il flusso di entrata e di uscita dai siti – aggiunge – e siamo arrivati quasi al limite della capacità di stoccare e qualche impianto ha già iniziato a scrivere ai Comuni. Diversi contratti con la grande distribuzione sono bloccati”. Il timore è che si arrivi alla sospensione dei conferimenti delle raccolte differenziate negli impianti, con effetti molto negativi sulla tenuta economica delle imprese. Il paradosso è che stiamo parlando di un settore che rappresenta uno dei principali cardini dell’economia circolare italiana “con tassi di riciclaggio elevatissimi, raggiunti con anni di anticipo rispetto agli obiettivi previsti dalle direttive europee”.
Più recentemente si sono tenuti gli stati generali del settore che hanno riunito a Bologna, all’incontro organizzato da Unirima tutti i players più importanti a livello nazionale. A rappresentare il Lazio c’erano il presidente dell‘Azienda Romana Maceri Giuliano Tarallo che è anche presidente nazionale di Unirima e Pio Savoriti del gruppo Sama Marketing, principale realtà del settore in provincia di Frosinone e tra le prime in Italia e vice presidente di Unirima che ha spiegato che senza questi sbocchi, ovvero export ed impianti, il settore rischia di essere schiacciato. A rischio sarebbero 5.000 posti di lavoro in Italia, molti dei quali sono nel Lazio. Si sta quindi interrompendo, almeno nel settore della carta, quel meccanismo virtuoso chiamato economia circolare e tutto, secondo Unirima, nel colpevole silenzio della politica, che nonostante tre audizioni parlamentari non ha ancora messo mano al dossier. “L’industria italiana ed europea non può sopportare il terzo anno consecutivo queste condizioni di mercato – spiega Giuliano – abbiamo bisogno di interventi immediati. Urgono provvedimenti che favoriscano l’export per bilanciare domanda ed offerta”. (1)
Sia Assocarta che Comieco hanno commentato sui media lo scorso dicembre che “la capacità europea di riciclo della carta aumenterà di 5,7 milioni di tonnellate nel 2019-2021 e coprirà, da sola, i due terzi dell’export europeo in Cina” . Anche in Italia secondo Assocarta entreranno in funzione con 3 nuove cartiere ( di cui una già attiva) che potranno assorbire buona parte del surplus di raccolta: oltre un milione di tonnellate su 1,5.
Il presidente di Comieco Amelio Cecchini ha rassicurato che nonostante il momento problematico il Consorzio è comunque preparato per garantire il riciclo del materiale e assicurare i ritiri ai Comuni senza conseguenze sui consumatori. Infatti sottolinea Cecchini : “Sono fasi che possono registrarsi e siamo abituati ad affrontarle. E si tratta di congiunture destinate a variare. La stessa Cina tornerà a comprare. Questi momenti (…) ci danno anche la conferma che il sistema consortile rappresenta per l’Italia un salvagente.”
Non essendo stati forniti ulteriori dettagli su quale sia il piano per gestire l’emergenza dei prossimi 6/8 mesi, prima che la capacità di riciclo di nuove cartiere e altre misure che il settore della carta propone a livello europeo sortiscano effetti, sarebbe importante capire come pensa Comieco di poter “agire come un salvagente” per i Comuni. e soprattutto per quanto tempo, qualora l’emergenza interessasse un pò in tutto il paese. Intanto diversi comuni della nostra associazione, e non solo, stanno pagando per poter “liberarsi” del materiale raccolto con prezzi intorno ai 40 – 50 Euro a tonnellata.








