Imballaggi : il riciclo per la plastica (e altri materiali) da solo non basta

I marchi leader dei beni di largo consumo si impegnano a rendere tutti gli imballaggi utilizzati riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Che cosa significa in concreto alla luce degli impegni resi noti? E ancora quali sono i limiti legati agli accordi volontari, quali sono le azioni che le aziende non intraprendono e cosa andrebbe fatto da parte dei governi ?

Fioccano negli ultimi mesi gli impegni annunciati dalle aziende per rendere più sostenibili i propri imballaggi e in particolare quelli in plastica, un materiale sempre più sotto i riflettori per gli effetti devastanti sull’ambiente causati da una pessima gestione della sua versione usa e getta.
La pervasività dell’inquinamento da plastica documentata negli ultimi anni da diversi studi che hanno rilevato la presenza di microplastiche a qualsiasi profondità e latitudine degli oceani, negli organismi marini, piuttosto che nei suoli , nelle bevande e nelle acque che beviamo, è diventata una nuova fonte di preoccupazione per l’opinione pubblica.
Non a caso le edizioni 2018 di eventi come la Giornata Mondiale della terra dello scorso 22 aprile e la Giornata Mondiale dell’ambiente del 5 giugno, sono entrambe dedicate al fenomeno dell’inquinamento da plastica.
Movimenti internazionali come il fronte Break Free From Plastic e Greenpeace hanno aumentato negli ultimi tempi la pressione sull’industria affinché ponga un limite all’immissione al consumo di manufatti usa e getta, con diverse iniziative. A seguito delle operazioni di pulizia effettuate dai volontari di Break free from plastic sono stati campionati i rifiuti raccolti e stilate delle classifiche delle aziende in base alle marche maggiormente rappresentate. L’immagine a fianco è riferita alle Filippine.

In Europa si è concluso dopo tre anni l’iter che ha portato, con il voto del Parlamento Europeo dello scorso 18 aprile, all’approvazione definitiva del pacchetto per l’Economia Circolare. Lo scorso 16 febbraio la Commissione Europea aveva adottato la sua prima Strategia sulla plastica  e recentemente è trapelata una proposta di Direttiva UE in bozza che punta ad eliminare o a limitare  il consumo di vari articoli monouso in plastica responsabili del littering e dell’inquinamento dei mari.

Ci sono insomma le condizioni per fare si che le misure contenute nel pacchetto per l’economia circolare vengano colte dall’industria come un’occasione per ripensare in chiave circolare i processi industriali , affrontando quelle cause ed inefficienze responsabili della perdita del valore economico del packaging ( e beni) a fine vita.

Per l’industria della plastica non si tratta solamente di raggiungere gli obiettivi di riciclo per il packaging (rispettivamente il 50% e 55% al 2025 e 2030) ma di abbandonare la logica di produzione e consumo lineare “take-make-dispose” che distrugge in un solo utilizzo il 95% del valore economico dei manufatti in plastica.
La maggior parte delle aziende che hanno reso note le misure intraprese per ridurre l’impatto e le quantità di plastica utilizzata sono noti brand di multinazionali che hanno aderito al programma triennale The New Plastics Economy della Fondazione Ellen McArthur (EMF) e partecipato alla stesura del Piano di azione NPE: Catalysing Action pubblicato ad inizio 2017.
Una buona parte degli impegni annunciati dalle aziende è infatti riconducibile ad azioni indicate nel piano, il primo nel suo genere che, entrando nel dettaglio delle diverse tipologie di packaging in plastica, propone tre strategie basate su riprogettazione, riuso e riciclo da adottare per ciascuna tipologia.

Vediamo a grandi linee dove si concentrano maggiormente gli impegni presi dalle aziende rispetto al packaging, e a seguire la nostra analisi.
L’impegno di massima annunciato dalle oltre 11 aziende aderenti al programma the New Plastics Economy , e  da altre aziende come vedremo, consiste nell’utilizzo esclusivo di imballaggi riusabili, riciclabili e compostabili al 2025.
Alcune aziende si sono spinte ad eliminare tutti gli imballaggi e/o parti di imballaggio di dimensioni ridotte che possono più facilmente finire nell’ambiente e nei mari, e a utilizzare un solo tipo di polimero nella produzione degli imballaggi per rendere più semplice la differenziazione, avere flussi di ottima qualità e nelle quantità necessarie perché il riciclo sia economicamente sostenibile.  Altre, come Werner & Mertz(detergenti) , si sono impegnate ad utilizzare solamente plastica riciclata per il packaging entro il 2025.

La Coca Cola, oltre a raddoppiare la percentuale di PET riciclato nelle sue bottiglie ed arrivare ad almeno il 50%, ha preso più recentemente un impegno piuttosto sfidante all’interno del Sustainability Action Plan for Western Europe: di collaborare cioè con partner locali e nazionali affinché venga raccolta ogni anno una quantità di contenitori  pari a quella che immette al consumo.
Nestlé conta di raggiungere l’obiettivo  utilizzando quelle plastiche che vengono maggiormente riciclate ed evitando l’impiego di packaging in poliaccoppiato, composto cioè da materiali eterogenei difficilmente riciclabile (multilayer flexible packaging) .

In Europa Nestlè punta ad utilizzare complessivamente  nelle sue marche di acqua in bottiglia un 25% di PET da riciclo mentre Danone con Evian ha annunciato che entro il 2025 immetterà al commercio solamente bottiglie prodotte al 100% con plastiche riciclate .

Nel frattempo l’European Federation of Bottled Waters (EFBW), associazione che rappresenta a livello europeo i produttori di acqua in bottiglia ,di cui Mineracqua è parte, ha annunciato gli obiettivi da raggiungere entro il 2025. L’impegno al 2025 è articolato su quattro punti:  a) raccogliere il 90% di tutte le bottiglie in plastica immesse al consumo; b) arrivare al 25% di utilizzo di  PET riciclato (rPET) nella produzione di bottiglie di nuove bottiglie; c)  innovare e investire ulteriormente nell’eco-design dei contenitori per favorire il riciclo e nella ricerca di plastiche di origine rinnovabile; d) sensibilizzare i consumatori per prevenire la creazione di rifiuti, sostenendo iniziative che incoraggino la corretta selezione e lo smaltimento degli imballaggi a fine vita. In realtà non c’è nulla di “coraggioso” in questa dichiarazione poiché si tratta di raggiungere degli obiettivi che sono già compresi nella bozza di direttiva europea e che diventeranno vincolanti e perché le multinazionali aderenti hanno dichiarato di voler utilizzare maggiori quantità di contenuto riciclato nelle bottiglie rispetto al 25%.

Nel piano “Ambition 2030” Procter & Gamble rivela i nuovi target per il packaging dei suoi principali marchi ( tra cui Always, Ariel, Dawn, Fairy, Febreze, Head & Shoulders, Pantene, Pampers) attuabili in due tappe. Entro il 2025  il 95% del suo packaging sarà riciclabile o riutilizzabile mentre per la restante parte del 5%  ( la più problematica a causa dei formati e materiali interessati) si dovrà aspettare il 2030.

Tra gli impegni annunciati da Unilever prendiamo in considerazione quello più sfidante, che riguarda il riciclo delle bustine o sachet usate per commercializzare monodosi di prodotti di detergenza e cosmetica nei paesi a più basso reddito,  dove, purtroppo,  diventano una tipologia di rifiuto spesso abbandonata nell’ambiente.
Queste bustine in poliaccopiato appartengono a quel segmento di packaging (circa il 30% dell’immesso al consumo  secondo il piano Catalysing Action) che non viene riciclato e necessita pertanto di una radicale riprogettazione.  La decisione di Unilever, che per ora pare puntare al riciclo una nuova tecnologia di riciclo denominata CreaSolv Process technology, invece che ad una riprogettazione, si presta per evidenziare alcuni lati deboli della scelta come vedremo più avanti.
Per testarne la sostenibilità economica Unilever si è dichiarata  intenzionata ad aprire un impianto pilota in Indonesia che, con 1.300  tonnellate di rifiuti scaricati in mare  ogni anno è uno dei cinque paesi asiatici responsabili del 55% della plastica che finisce negli oceani.

 

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