Mercati Circolari : serve volontà politica

Rendere circolare la logistica e l’economia che sta dietro ai mercati rionali? Si può fare. Lo ha dimostrato Oikos con una sperimentazione presentata a Torino durante la Settimana Europea per la Riduzione dei rifiuti del 2016.

Al fine di diminuire i rifiuti dovuti agli imballaggi del settore ortofrutticolo, e contestualmente ridurre i costi della tassa rifiuti ai commercianti, il Sistema Oikos introduce cassette pieghevoli e riutilizzabili. Il sistema è in grado di abbattere del 70% i rifiuti derivanti dagli imballi del settore ortofrutticolo come ci racconta Alberto Lucchese, General Manager di Oikos .
In cosa consiste il progetto Oikos ?
il progetto e la sperimentazione che ne è conseguita deriva da una best practice esistente. L’utilizzo di cassette in polipropilene a sponde richiudibili, riutilizzabili e lavabili è una pratica consolidata nella GDO. Questo sistema ha praticamente soppiantato la cassetta monouso nel reparto ortofrutticolo, garantendo vantaggi sotto ogni punto di vista: logistico, ambientale ed economico. Questa best practice  è entrata nel mondo della distribuzione circa 30 anni fa. Negli ultimi vent’anni in Italia, il sistema è stato adottato da Auchan, Carrefour, Pam, Conad e poi si è allargato a macchia d’olio, tant’è che queste cassette sono in uso anche nelle catene più piccole della GDO.
Otto anni fa ho pensato alla possibilità di coinvolgere un mondo come quello dei mercati ortofrutticoli di vendita all’ingrosso che serve pubblici come quelli degli ambulanti, piccoli dettaglianti, mense e ristoranti e che non ha una struttura verticistica e piramidale come quello della grande distribuzione.

Tutto ciò dopo un’indagine sulla movimentazione di merci dei mercati italiani verso quelli spagnoli. Ho scoperto che fra le due realtà c’è un’enorme differenza, rappresentata in particolare dal fatto che in Italia abbiamo un numero di mercati generali  che è quattro volte quello della Spagna. Quindi con diseconomie di scala ed inefficienze evidenti, nonostante una differente conformazione morfologica dei Paesi e una diversa concentrazione delle attività commerciali. Trattandosi di numeri e volumi enormi ho voluto analizzare quali potessero essere gli impatti qualora fosse stato possibile estendere ai mercati italiani l’adozione di queste cassette riutilizzabili. Il riuso non è altro che una best practice dell’economia circolare che, in questo caso genera sicuramente economie di scala e di efficienze e che, se gestito al meglio in tutte le varie fasi garantisce ad una cassetta un ciclo di vita anche lungo 10 anni.
A quei tempo il mercato italiano dei mercati generali ortofrutticoli, muoveva circa un miliardo e seicento milioni di colli all’anno. Tuttavia vista la difficile tracciabilità e certificabilità dei dati, stiamo parlando di una stima in difetto, probabilmente nell’ordine del 10-15%. Questo numero incredibile di colli che possono essere in legno, in cartone o in plastica monouso, possono, ovviamente, essere avviati a riciclo, ma con costi in termini economici e ambientali molto più elevati di quelli generati da un riuso.
Tre università Leeds (1), Stoccarda  e Bologna in tre diversi studi indipendenti sull’efficientamento delle filiere attraverso l’utilizzo delle cassette riutilizzabili, hanno dimostrato che la cassetta in plastica in materiale vergine, adatto ad essere utilizzato come imballaggio primario, che viene lavato, sanificato e riutilizzato, apporta vantaggi sotto tutti i punti di vista. “Tramite l’utilizzo della metodologia LCA (Life cycle analysis), è stato possibile esaminare il consumo equivalente di energia (in kwh) durante la fase di gestione dei sistemi di imballaggio considerati, rilevando che la cassetta CPR system favorisce un risparmio di circa 1,3 kwh51 rispetto all’imballo monouso di cartone, per ogni movimentazione eseguita (…). Attualmente il risparmio energetico superiore a 1,2 kwh rispetto alle cassette di cartone monouso e di circa 0,4 kwh rispetto alle cassette di plastica a sponde fisse per movimento consentirebbe complessivamente di avere a disposizione energia pari a circa 40 milioni di kwh 52 (nel caso di in cui l’attuale livello raggiunto da CPR system pari a circa 80 milioni di movimenti annuali sostituisca circa il 30% per entrambi i sistemi posti a confronto). Allo stesso tempo, tale sostituzione di un parco di cassette di cartone di circa 24 milioni di unità permetterebbe un risparmio di materia prima pari a quella prodotta da circa 60 mila alberi” si legge nella ricerca bolognese. (2)
Quindi nel rispetto della circolarità le nostre cassette arrivano ai produttori che le riempiono poi passano attraverso il grossista che le cede al dettagliante. Quest’ultimo riporta le cassette al centro logistico presso il mercato all’ingrosso dove va a rifornirsi tutti i giorni senza disagi o particolari accorgimenti. Con questo sistema l’impatto complessivo è ridotto rispetto alla gestione di imballaggi monouso, che comportano  l’invio a smaltimento con costi elevatissimi a carico delle amministrazioni pubbliche.

Parliamo dei numeri e della sperimentazione…
Durante la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR)in cui abbiamo sperimentato il sistema presso due mercati torinesi (Madama Cristina e Crocetta) abbiamo potuto misurarne i benefici più importanti. Riparametrando i numeri ottenuti dalla sperimentazione (durata una sola settimana) su un intero anno e supponendo la partecipazione di 1000 ambulanti, otterremmo questi numeri:
-Emissioni CO2 :  -4.160 t
-Consumo energetico : -15.322.667 Kwh
-Alberi salvabili : + 26.358
-Rifiuto eliminabile in Kg. :  6.565 t

Per dare una dimensione visiva, se il 10% dei colli trattati dal Mercato Agro-alimentare di Torino passasse alla cassetta riutilizzabile risparmieremmo un numero di alberi tale da poter fare un filare continuo fra Torino e Napoli. Se la percentuale salisse al 25% potremmo arrivare a Kiev; col 60% arriveremmo a Riyadh in Arabia Saudita. Questi dati sono stati confermati dal Comune di Torino in una conferenza stampa.
Quindi il sistema è oggi in uso a Torino?
No. Purtroppo alle parole non sono seguiti i fatti. Gli utilizzatori si sono rivelati estremamente rigidi rispetto a cambiamenti ed innovazioni che possano influire, seppur minimamente, sulle loro abitudini ed il Comune non ha gli strumenti legislativi per incidere sul tema. Oppure  quand’anche li avesse non li applica. Penso alle sanzioni per abbandono rifiuti e al tacito consenso verso strutture parallele che recuperano e rivendono in nero le cassette utilizzate (è stato definito un “welfare alternativo”). Ma soprattutto il Comune non ha la possibilità di legiferare perché l’utilizzo delle cassette riutilizzabili diventi un “suggerimento spinto”. Ho provato anche ad interagire a livello legislativo, facendo una proposta di legge regionale e incontrando più e più volte i rappresentanti comunali, ma non siamo riusciti a venirne a capo. Ho interagito, e sto interagendo, anche con alcuni parlamentari per la presentazione di un disegno di legge sull’incentivazione del riutilizzabile e sulla disincentivazione dell’usa e getta, su stile nordeuropeo, ma i tempi sono lunghissimi.
Solo Torino è stata coinvolta dalla sperimentazione?
Si, solo Torino. Ma questo non significa che la notizia non sia girata. Sono stato chiamato da Roma, da AMA. Abbiamo fatto incontri con l’assessore Montanari, una persona con i piedi per terra e decisamente esperta sui temi della gestione sostenibile dei rifiuti. Sono stati estremamente colpiti dal progetto, che gli è piaciuto molto. Ma il problema legislativo è sempre presente.
E’ stata tentata la via dell’incentivazione economica?
La giunta Fassino a Torino aveva approvato una delibera che garantiva uno sconto di 4 centesimi su ogni cassa movimentata e quindi sottratta al monouso. L’idea alla base era che per ogni cassa movimentata dal nostro sistema il Comune avrebbe garantito un incentivo di 4 centesimi agli ambulanti. Oikos avrebbe potuto fornire al Comune i dati di movimentazioni e quindi utilizzo del sistema da parte di ogni dettagliante per una modulazione della relativa bolletta dei rifiuti. Avrebbe dovuto diventare una best practice virale, ma si è arenato tutto lì.
La stessa norma la sto riproponendo a livello regionale e nazionale. Perché i vantaggi che un’amministrazione ottiene dal passaggio di una cassetta dal monouso al riutilizzabile, sono molto più ampi di quei 4 centesimi. Quando abbiamo fatto l’esperimento durante la SERR, il Comune per smaltire un chilo di rifiuto spendeva, tutto compreso circa 27/28 centesimi. Il passaggio al riuso non cancella totalmente il costo, perché i servizi essenziali rimangono, ma già solo togliere il costo dell’incenerimento sono 12 centesimi al chilo. E il rifiuto di cartone e di legno non può essere riciclato o riutilizzato, perché contaminato dal contenuto. Per la plastica il problema è un altro perché viene completamente raccolta dal sistema “parallelo”, che lo raccoglie abusivamente e lo rivende in nero ai produttori locali che le riutilizzano. E la plastica, l’unico materiale che potrebbe essere riciclato e che rappresenterebbe un valore per l’amministrazione, viene sottratta da questo meccanismo.
Credo fortemente nell’economia circolare. Ci ho lavorato prima da professionista e ora sono temi che tratto da imprenditore. Purtroppo siamo ben lontani dal trovare delle soluzioni. Pare evidente che gli italiani abbiano bisogno di un obbligo, di una coercizione. L’esempio è quello delle cinture di sicurezza: le avevamo sulle nostre auto dagli anni ’70, ma abbiamo iniziato ad utilizzarle quando siamo stati obbligati a farlo. Probabilmente bisognerebbe fare la stessa cosa con il riutilizzabile. O forse sarebbe sufficiente semplicemente rispettare le norme vigenti.

Questo articolo è stato pubblicato nel Volume “Verso un’Economia realmente Circolare ” a cura di ESPER e Associazione Comuni Virtuosi.

(1)An extended life cycle analysis of packaging systems for fruit and vegetable transport in Europe

(2) Impatto ambientale e imballaggi – Una valutazione comparativa nella filiera ortofrutticola (pag 135)

Nota a cura della Redazione

-Nella GDO il sistema di cassette riutilizzabili è stato adottato, oltre che per l’ortofrutta anche nel settore delle carni rosse e del pesce (solamente presso Unicoop tirreno)  . Purtroppo non è ancora “entrato nelle grazie ” dei produttori di carni bianche. Questo vale anche per il settore BIO, segno che la sostenibilità non è ancora percepita come un valore che deve toccare tutti gli aspetti produttivi e distributivi di un’azienda.

-Nei mercati circolari non dovrebbe esistere neanche lo spreco di cibo, oltre che di imballaggi. Le poche esperienze di recupero invenduto dell’ortofrutta un minimo strutturate che esistono sul territorio nazionale andrebbero promosse da tutti i comuni in tandem con questa iniziativa per gli imballaggi. Delegare alla responsabilità o alla sensibilità dei soli cittadini un compito così difficile come quello della prevenzione e riduzione dei rifiuti senza costruire un sistema che spinga tutti i portatori di interesse (governo per la parte legislativa e settori industriale e distributivo)  a lavorare nella stessa direzione, rappresenta una delle ragioni di maggiore insuccesso nella battaglia dei rifiuti (che stiamo perdendo).

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