L’imballaggio del futuro non può che essere riutilizzabile

Mentre i rifiuti da imballaggio continuano ad aumentare, complice un aumento dei cibi confezionati tra piatti pronti, prodotti di quarta gamma e confezioni sempre più piccole,  non appare all’orizzonte alcun piano di prevenzione che fissi obiettivi stringenti di riduzione, riuso e riciclabilità per il packaging.

Come forse non tutti sanno non esiste in Italia un sistema di leve fiscali che incentivi le aziende utilizzatrici di packaging a scegliere imballaggi facilmente riciclabili, o realizzati con materia prima seconda o, ancor meglio, riutilizzabili. Pertanto spesso accade, e non solamente in Italia,  che  siano esclusivamente le ragioni del marketing ad avere la meglio quando si tratta di progettare un nuovo imballaggio.

Tuttavia l’aggravarsi di problemi ambientali come l’inquinamento diffuso, il riscaldamento climatico e la scarsità di risorse naturali, solamente per citarne qualcuno, rende più urgente che mai l’abbandono dell’attuale sistema economico lineare a favore di un sistema economico circolare e rigenerativo. Il nostro modello produttivo e di consumo è prevalentemente basato sullo spreco dell’usa e getta se consideriamo che il 90% circa delle materie prime grezze utilizzate nei processi produttivi diventa rifiuto già in fabbrica e che l’80% dei prodotti viene buttato via entro i primi sei mesi di vita.

Il riuso dei materiali, oltre ad essere una componente essenziale delle politiche ambientali europee sull’efficienza delle risorse e del pacchetto per l’economia circolare,  è oggetto di iniziative pubbliche e di nuovi (o rivisitati) modelli di business perché offre nuove efficienze operative e scenari di crescita economica. Sono diversi gli studi usciti negli ultimi anni che hanno stimato il potenziale economico che può derivare da un’applicazione di modelli economici circolari e un impulso importante è stato dato, in particolare dagli studi pubblicati dalla Ellen McArthur Foundation in collaborazione con il McKinsey Center for Business and Environment.

Quale opzione di imballaggio può maggiormente rispondere ai criteri di circolarità se non l’imballaggio riutilizzabile? Il riutilizzo infatti allunga il ciclo di vita del packaging e garantisce un uso efficiente delle risorse visto che il consumo di materie prime viene significativamente ridotto.
Perchè non mettere quindi  a regime su larga scala, e incentivare attraverso leve fiscali, alcune delle esperienze di riutilizzo già messe in pratica da alcune aziende con ottimi risultati, e nonostante le barriere esistenti?.

L’industria del packaging riutilizzabile contribuisce alla costruzione di modelli di economia circolare che spingono ad una collaborazione proficua tutti gli attori della supply chain. Attraverso il riuso vengono mantenute più a lungo nel tempo  le prestazioni e il valore economico del packaging, si riducono i costi di approvvigionamento di nuovo materiale e si evita che gli imballaggi diventino rifiuti dopo un solo utilizzo.

La piattaforma europea Reloop ha pubblicato lo studio The Business Case for Reusable Packaging che analizza alcuni casi di successo internazionali del settore B2B che può essere scaricato qui.
La diffusione dell’imballaggio riutilizzabile, in Italia, è oggi particolarmente concentrata nel settore B2B (Business to Business) tra secondari e terziari: dalla cassetta in plastica per l’ortofrutta, all’interfalda per il trasporto delle bottiglie, ai pallet.
Per quanto riguarda il settore ortofrutta il 50% delle movimentazioni di merci nel settore della Grande Distribuzione avviene in cassette di plastica riutilizzabili quando, secondo il nostro partner tecnico EURepack si potrebbe facilmente arrivare ad una copertura del 75% interessando anche altri settori merceologici del fresco oltre all’ortofrutta. Un progetto importante per portare il sistema delle cassette ortofrutta riutilizzabili anche nei mercati rionali è in avanzata fase di sperimentazione a Torino.
Qualora ci fosse la volontà politica e aziendale, l’imballaggio riutilizzabile potrebbe conquistare nuove e importanti quote di mercato anche nel settore Business to Consumer (B2C). Abbiamo recentemente raccontato del progetto berlinese Tiffin Project, che prevede l’acquisto di cibo da asporto in un contenitore a rendere e delle misure legislative che renderebbero possibile un ritorno del vuoto a rendere per latte e bevande individuate da Reloop nel documento Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers. Persino per un settore come quello del commercio online, che poteva sembrare un contesto di difficile adozione per un sistema riutilizzabile, è attivo dal 2011 in Finlandia un progetto che ha dimostrato di poter essere implementato ovunque.

Il piano d’azione   The New Plastics Economy: Catalysing action realizzato dal  World Economic Forum e dalla Ellen MacArthur Foundation rivela che un’azione concertata da parte dell’industria potrebbe portare a riutilizzare o riciclare il 70% di tutti gli imballaggi in plastica che oggi non supera il 14%. La prima parola d’ordine del rapporto, che indica una strategia di transizione per l’industria globale delle materie plastiche mirata alle diverse tipologie di packaging, è la riprogettazione. La seconda parola d’ordine è il riuso che sarebbe proficuamente estendibile ad almeno il 20% in peso degli imballaggi sul mercato per un valore economico di circa 9 miliardi di dollari. Questo significa che un 20% degli imballaggi monouso può essere sostituita da opzioni riutilizzabili e da sistemi di erogazione basati su ricarica di prodotto, sia nel settore B2B che B2C. Le possibili applicazioni possono toccare tutti i settori dei beni di largo consumo, dall’alimentare, alla cosmetica, alla detergenza, ecc. Il primo nostro approfondimento sul piano NPE: Catalyzing Action dedicato a due delle 3 strategie: Riprogettazione e Riuso si trova qui.

REPACK L’IMBALLAGGIO RIUTILIZZABILE PER L’E-COMMERCE

Per affrontare anche in questo segmento l’aumento del packaging una start up finlandese ha lanciato nel 2011 Repack un sistema che rende possibile ricevere merce ordinata online confezionata con un imballaggio riutilizzabile. Le aziende che aderiscono al sistema sviluppano con RePack la tipologia e i formati più adatti alle merci che vendono. Al cliente che richiede un imballaggio riutilizzabile viene addebitato un piccolo importo/cauzione. Una volta che il cliente riceve l’ordine per ottenere l’accredito della cauzione deve rispedire l’imballaggio imbucandolo in una buca delle lettere senza nulla pagare (vedi video). Al momento la percentuale di restituzione delle confezioni arriva al 95%.
Gli acquisti effettuati con RePack vengono incentivati con un buono sconto che può essere speso presso le 21 aziende di E-commerce che hanno aderito alla piattaforma.
Gli imballaggi di RePack sono realizzati con materiale riciclato, e possono essere riusati almeno 20 volte. Uno studio LCA scaricabile dal sito ha stimato che l’impronta ecologica degli imballaggi riutilizzabili di RePack è del 50% inferiore rispetto ad equivalenti versioni monouso.  Anche in Italia dove lo shopping sulla rete è cresciuto e, a sentire l’Istat, ha conquistato un italiano su due, un sistema simile dovrebbe entrare di diritto in un piano di prevenzione rifiuti nazionale insieme all’adozione di imballaggi riutilizzabili in gran parte del comparto B2B. Tali provvedimenti devono avvenire a livello nazionale se davvero si vuole promuovere nuovi modelli di gestione dei rifiuti circolari e incidere sulle emergenze rifiuti di tante città, e a cominciare dalla capitale.

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