Chi si candida a salvare l’Italia?

Come dobbiamo avere cura della casa comune, quella che ci ospita nel percorso della nostra vita? Cosa significa oggi difendere un’ecologia integrale? La prima cosa da fare è capire che di questa terra non siamo proprietari, né dominatori. Non dobbiamo allora rovinarla, ferirla (come facciamo ripetutamente), ma rispettarla, tutelarla. Guardarla con meraviglia e stupore e non con gli occhi del consumatore e dello sfruttatore. Non è un grande parco giochi da cui trarre profitto, ma un luogo da cui trarre insegnamenti“. Papa Francesco

Che cos’hanno in comune una casa abusiva, una scossa di terremoto, un territorio lasciato in balia dell’incuria e della dimenticanza? Apparentemente nulla. Ma nell’Italia dei disastri annunciati mascherati da fatalità, le connessioni sono più che una semplice probabilità.

Ad un anno esatto dal sisma che ha ferito il centro Italia eccoci di nuovo a parlare di tragedia, distribuendo colpe e omissioni che con il senno di poi servono sempre e solo a rafforzare il senso di smarrimento e l’amaro in bocca, per una politica che proprio non intende assumersi le proprie responsabilità, diventando finalmente adulta.

Com’è possibile che una scossa del quarto grado della scala Richter possa provocare tanti e tali danni (alle persone, alle case) così com’è accaduto ad Ischia? Semplice: buona parte delle abitazioni colpite era abusiva, costruite laddove non sarebbe mai stato consentito, con materiali spesso inidonei e ben lontani dal rendere sicura una casa. La domanda che segue è facile e non troverà purtroppo risposta. Com’è stato possibile? Perché nessuno è intervenuto per tempo? Come mai le istituzioni locali (tutte) si sono sottratte nel loro compito di far rispettare le leggi?

Torniamo al terremoto di un anno fa. A che punto siamo con la messa in sicurezza del territorio? E con la ricostruzione? E, soprattutto, abbiamo un’idea di vivibilità sostenibile e concreta per i paesi e le comunità della dorsale appenninica?

Saltiamo alle scelte di medio periodo della politica nazionale. Com’è possibile che in un Paese che spende circa 23 miliardi di euro all’anno per la Difesa (missioni di guerra internazionali, corsa agli armamenti, mantenimento esercito, ecc.) non si riescano a trovare 9 miliardi (stima ISPRA) per rimettere in sicurezza persone, edifici e territori in mezza Italia?

Nella fiaba “I tre porcellini” di Jacobs Joseph il porcellino più grande ammonisce (invano) i due fratelli minori a costruire case più solide, anteponendo la sicurezza alle scorciatoie del tutto e subito… Ecco il punto, e la proposta. Tra meno di un anno andremo al voto per eleggere i rappresentanti del Parlamento. In campagna elettorale di tutto si parla e si ragione, tranne che di tematiche ambientali. Consumo di suolo, manutenzione, messa in sicurezza del patrimonio edilizio (pubblico e privato), sembrano essere argomenti tabù. La politica non ne parla perché sa che alla gente certi discorsi non interessano (qualcuno, in fondo, quelle case abusive le abita…).

Sarebbe quindi il caso di provare ad unire le forze, senza primogeniture o manie di protagonismo. Tutti insieme ai nastri di partenza, per una corsa contro il tempo finalizzata a “pretendere” dai partiti e da tutti i candidati che si presenteranno alle elezioni del 2018 di mettere al centro questi temi. Della lotta senza quartiere all’abusivismo edilizio e della cura del territorio dovremmo fare una bandiera, e sbatterla in faccia a partire dall’ultimo dei più anonimi dei deputati su fino ai ministri e al Presidente del Consiglio del prossimo Governo.

Sarebbe bello e utile e credo anche giusto se tutte le associazioni ambientaliste, le reti virtuose di comuni, le realtà locali che da anni si battono su questi temi, decidessero una buona volta di fare fronte comune, e attivassero una campagna unica e forte. Di sensibilizzazione e di pressione, di formazione alla bellezza e di confronto.

Per raccontare le cose belle che funzionano, i modelli, gli esempi, e pretendere che su questo la Politica si giochi un pezzo di gara al consenso. Strizzando l’occhio, per una volta, a chi va strizzato per davvero.

Ci rivolgiamo quindi a voi: Legambiente, WWF, Greenpeace Italia, FAI, Borghi Autentici, Recosol, Agenda 21 Italia, Salviamo il Paesaggio, e il lunghissimo elenco di realtà più o meno nazionali, più o meno locali, che su questi argomenti più e meglio di noi stanno facendo, concretamente, la differenza. Ci state? Scriveteci qui: info@comunivirtuosi.org. Incontriamoci, parliamone, costruiamo insieme una piattaforma comune. Noi ci siamo.

Marco Boschini, Associazione Comuni Virtuosi

Rigenerazione urbana e tutela del paesaggio

Per dotare Modugno (BA) del Piano Urbanistico Generale (P.U.G.), strumento che regola il governo e l’uso del territorio a livello locale in coerenza con i principi e gli indirizzi della Regione Puglia, la Giunta Comunale guidata dal sindaco Nicola Magrone ha deliberato l’adozione di un apposito atto di indirizzo per l’avvio del procedimento.

Un nuovo piano urbanistico è previsto dalla Regione Puglia sin dal 2001 (Legge Regionale n. 20 del 2001), per dare alle città scelte più adeguate mutate condizioni culturali, politiche legislative, strategie operative. Tuttavia, nel Comune di Modugno non sono mai state avviate le procedure per il Piano Urbanistico Generale, un piano maggiormente orientato a garantire la sostenibilità ambientale, sociale, economica dello sviluppo del territorio, considerando quest’ultimo una risorsa da tutelare e valorizzare.

La delibera approvata oggi dalla Giunta Comunale definisce in modo semplice e chiaro gli obiettivi generali espressione della volontà politica dell’amministrazione e le modalità di costruzione del Piano Urbanistico secondo un programma di tipo partecipativo, con la previsione di adeguate forme di coinvolgimento della popolazione e di cooperazione istituzionale con i vari soggetti pubblici.

Il Piano dovrà perseguire, secondo le intenzioni dell’amministrazione, l’obiettivo di passare da un’urbanistica di espansione edilizia spesso di bassa qualità ad azioni che si prefiggono alta qualità urbana, territoriale e ambientale, principalmente connesse col recupero e la riqualificazione dell’esistente e la salvaguardia e riqualificazione ambientale e paesistica degli spazi aperti e pubblici (piazze e strade). Il P.U.G. è ispirato al disincentivo del consumo di suolo, alla calibrazione dell’offerta di nuove residenze sulle effettive necessità dei residenti e delle famiglie, e punta al miglioramento della qualità del patrimonio edilizio residenziale, alla conservazione dell’antico (in particolare del centro storico) e di ciò che costituisce tradizione e identità dei luoghi, alla rigenerazione urbana, all’abitare sostenibile, all’offerta di edilizia residenziale sociale, a facilitare la soluzione dei problemi abitativi per i soggetti più deboli, alla ricucitura dei tessuti urbani periferici, al contenimento dei consumi energetici.

Il P.U.G. non si limita tuttavia a obiettivi di natura urbanistica ma se ne pone altri, di riflesso, anche nel settore ambientale e della valorizzazione dei beni culturali: 1) la valorizzazione delle risorse ambientali, paesistiche, culturali, museali, archeologiche, con politiche di valorizzazione del patrimonio territoriale mettendo in relazione le politiche locali con quelle dei paesi limitrofi anche per la riorganizzazione del sistema territoriale delle aree boschive, dei centri storici, della rete del trasporto pubblico, della viabilità, sentieristica, corridoi verdi e multifunzionali di connessione fra paesi; 2) la rinaturalizzazione del paesaggio per l’intero territorio laddove nuovi insediamenti hanno determinato un sistematico degrado, attraverso interventi di incremento del verde e della vegetazione; 3) la riqualificazione del sistema agricolo attraverso l’incentivazione dell’agricoltura biologica, della produzione autoctona e dello sviluppo di strutture di commercializzazione e trasformazione dei prodotti locali, riaffermando così la funzione di protezione ambientale del sistema agricolo come presidio fondamentale del territorio a garanzia dell’equilibrio idrogeologico e dei sistemi ambientali extraurbani.

Altri ancora sono gli obiettivi che si potranno raggiungere sotto il profilo dello sviluppo economico e occupazionale. Il P.U.G. punterà infatti a diversificare le attività economiche e produttive favorendo i sistemi economici a base locale e lo sviluppo di servizi avanzati di interesse generale, per le attività produttive, per la commercializzazione dei prodotti tipici. La valorizzazione del patrimonio territoriale potrà alimentare l’innovazione del sistema dell’artigianato, del commercio e della piccola impresa insieme con la riqualificazione della zona artigianale in funzione delle nuove esigenze di produzione e commercializzazione. Il Piano tuttavia può costituire soprattutto l’opportunità per la creazione di un sistema del turismo con l’offerta di servizi, di strutture e di ospitalità nelle aree di pregio ambientale, paesistico, storico e archeologico, per lo sviluppo di un turismo escursionistico, ambientale e culturale.

Allo scopo di individuare o accertare i reali bisogni del territorio, attuali e futuri, la formazione del P.U.G. sarà scandita dalle tappe tipiche di un progetto aperto, dove potranno emergere esigenze non definibili a priori, valutandone le ricadute in termini complessivi sul tessuto socio-economico e sul più ampio contesto territoriale. Il Piano sarà dunque partecipato, discusso e costruito in un procedimento di formazione che sarà di supporto alle scelte dell’amministrazione comunale attraverso percorsi di inclusione e di ascolto delle esigenze dei cittadini, delle associazioni, delle categorie professionali, degli operatori economici nei diversi settori produttivi, della scuola e dei cosiddetti “portatori di interessi” diffusi. All’interno di un tale percorso anche i cittadini dovranno essere ben informati del processo di PUG, delle scelte dell’amministrazione e delle sue finalità. Per questo saranno previsti momenti di formazione e informazione sugli aspetti e le regole principali del piano. La partecipazione dei cittadini nella formazione del Piano andrà intesa come partecipazione attiva, cioè di collaborazione attraverso la promozione di idee concrete e fattibili. Sarà cura del Comune di Modugno attivare adeguati strumenti informativi anche avvalendosi delle moderne tecnologie di comunicazione.

Il prossimo passo del Comune di Modugno sarà la pubblicazione del bando di gara per l’affidamento dei servizi attinenti all’ingegneria e all’architettura per la redazione del P.U.G.

PER APPROFONDIRE

Atto indirizzo

Delibera di giunta

Fame di suolo

Una maggiore sensibilità ambientale e il rallentamento dell’economia non hanno frenato la fame di suolo di città e regioni italiane, che in soli sei mesi sono riuscite a utilizzare 5mila nuovi ettari di territorio, come se in pochi mesi si fossero costruire 200mila villette. Ormai l’Italia ha un suolo impermeabilizzato che è pari all’estensione di tre sue regioni, Campania, Liguria e Molise messe insieme, tre volte e mezzo l’estensione dell’Autostrada del Sole, e ancora una volta nel consumo sono in prima fila le grandi città, Torino e Roma su tutte, ma anche molti piccoli centri hanno messo a segno un poco invidiabile record. A confermare il drammatico dato è l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), nell’aggiornamento del suo report su questo argomento, che tiene conto di quanto successo tra novembre 2015 e maggio 2016 e vede il totale italiano attestarsi sul 7,64% nazionale.

A livello regionale, è proprio la Lombardia la regione con più suolo utilizzato, con quasi 309mila ettari pari al 12,9% del totale, seguita dal Veneto col 12,2% (quasi 224mila ettari) e dalla Campania col 10,7% (145mila ettari): da questo punto di vista, le zone più virtuose sono Sardegna, col 3,7% e 90mila ettari consumati, la Basilicata col 3,4% e la Valle d’Aosta col 2,9%, anche il Piemonte come regione fa molto meglio di Torino, con il 6,9% di territorio sfruttato. A livello provinciale, l’incremento maggiore di suolo consumato si è avuto nei sei mesi interessati a Treviso, con 180 ettari, seguita da Salerno, Roma, Viterbo e Vicenza, mentre in termini assoluti Monza e Brianza risulta la provincia con la percentuale più alta di consumo di suolo rispetto al territorio amministrato (oltre il 40%), seguita da Napoli e Milano (oltre il 30%), Trieste, Varese e Padova.
Ma come è stato consumato questo ulteriore suolo? in primo luogo sono state costruite o ampliate aree urbane “a bassa densità”, vale a dire dove si trovano centri abitati ma con ancora molti spazi non utilizzati, che è quindi più facile “inglobare” nella città: questo dato corrisponde al 23,1% del totale tra 2015 e 2016, incluse le strade locali e urbane. Il 22,3% dei cambiamenti nelle grandi aree urbane riguarda proprio l’aumento di densità delle popolazione, mentre il 27,9% del territorio utilizzato ha visto sorgere nuove aree industriali e commerciali.
Grave la situazione anche si guarda alla qualità del suolo perduto, visto che in generale il 23,2% si trova nella fascia costiera entro i 300 metri dal mare, mentre l’11,8% è in aree classificate come pericolose per quanto riguarda le frane e un altro 11,2% in zona a rischio idraulico. Ma il territorio è una ricchezza anche economica, non solo per l’uso che se ne può fare ma per i servizi ecosistemici che offre: secondo gli esperti di ISPRA e SNPA (Sistema nazionale per la protezione ambientale), infatti, tra i 630 e i 910 milioni di euro l’anno è il costo determinato dal venir meno di funzioni che il suolo impermeabilizzato non può più svolgere, in primo luogo la produzione agricola (oltre la metà del totale), la protezione dall’erosione, l’infiltrazione dell’acqua, lo stoccaggio del carbonio e la qualità degli habitat.
Fonte: La Stampa

La scelta errata di un sindaco pregiudica il futuro di un intero territorio

Tra il 1990 e il 2006 i 19 Paesi membri UE hanno cementificato terreni agricoli contraendo la loro produzione interna annua… Per compensare questa perdita sono state convertite ad agricoltura centinaia di migliaia di ettari naturali e semi-naturali (boschi, praterie, etc.) in Paesi africani, Sud americani e Nord americani.

L’Egitto, nostro fornitore di grano, già nel luglio 2013 era in forte sofferenza per incapacità a soddisfare pienamente la domanda interna, ma nello stesso istante navi cariche di cereali salpavano dai suoi porti alla volta dell’Europa affamata e sprecona, oltre che incapace – da anni – di soddisfare la propria domanda interna, anche per via del fatto che si è contratta, sotto la scure del cemento, la superficie agraria utile.

La domanda che oggi deve informare l’inizio di ogni progetto di territorio è se possiamo permetterci di continuare a cementificare i terreni più agricoli del mondo (come la Pianura Padana) e mettere a repentaglio la sovranità alimentare delle genti di altri paesi assieme agli equilibri di pace internazionali.

La distanza tra la decisione urbanistica del sindaco del comune più piccolo d’Italia e una crisi internazionale è molto più corta di quanto siamo convinti.

Paolo Pileri – “Che cosa c’è sotto” (Altreconomia)

LA SCHEDA DEL LIBRO

Chi difende un prato salva tutto il suolo

Chi difende un prato salva tutto il suolo”: un libro per la terra.

Non lo fa nessuno”: questo si sentiva dire Matilde Casa, sindaco di Lauriano (TO), quando proponeva qualcosa di innovativo per il suo piccolo Comune.

Poi un giorno arrivano la querela e il rinvio a giudizio. La sua colpa? Aver impedito la costruzione di “quaranta belle villette”, trasformando un terreno edificabile in agricolo. Una vicenda incredibile che avrà un “lieto fine” ma che suscita molte (e amare) riflessioni.

Il libro – un lavoro a più mani – parte proprio da questa storia.

Matilde Casa racconta la propria difficile esperienza nel suo aspetto giudiziario e umano e la “solitudine amministrativa” che ha vissuto. Paolo Pileri, urbanista e militante del suolo, affronta il tema della cronica “disgiunzione” italiana tra politica e saperi esperti, la cui vittima designata è proprio il suolo.

Per tentare infine una sintesi. Come ricongiungere l’elaborazione accademica sul tema alle scelte delle pubbliche amministrazioni?

Le proposte finali che ne scaturiscono sono tanto radicali quanto chiare: forgiare una cultura ambientale e civica nelle scuole, all’università, nella formazione politica; invitare i piccoli Comuni a cooperare; restituire allo Stato – perché centrale – la responsabilità sui temi legati al suolo; pungolare il legislatore perché adotti gli strumenti più efficaci a difendere i terreni dal cemento.

Con la prefazione di Luca Mercalli, appassionato difensore del suolo.

LA SCHEDA

Il nuovo PSC a (sotto) zero consumo di suolo

E’ in programma martedì 7 marzo, alle 10.30, a San Tiburzio l’inaugurazione della mostra dedicata al nuovo Piano Strutturale Comunale di Parma alla luce della recente approvazione in consiglio comunale.

L’antico oratorio di San Tiburzio si conferma luogo ideale per la partecipazione, in esso, infatti, dopo il successo della rassegna dedicata a sei progetti per la rigenerazione urbana della città, verrà allestita una mostra incentrata sul nuovo Piano Strutturale Comunale, con la presenza di diversi pannelli illustrativi.

Nell’ambito delle iniziative legate al “Forum permanente per lo sviluppo di politiche territoriali integrate”, il sindaco Federico Pizzarotti, l’assessore all’Urbanistica e Lavori Pubblici Michele Alinovi ed il dirigente del settore pianificazione e sviluppo del territorio del Comune, Dante Bertolini parleranno di: “Nuovo Piano Strutturale Comunale 2030: una scelta coraggiosa per lo sviluppo consapevole del nostro territorio”.

Da mercoledì 8 marzo sarà possibile presentare le osservazioni al nuovo Piano Strutturale Comunale, per 60 giorni. Da qui l’esigenza di promuovere i contenuti di un Piano certamente innovativo, in modo da coinvolgere tutti i portatori di interesse presenti sul territorio. Il Comune, poi, attraverso le controdeduzioni alle osservazioni fornirà una risposta per ogni osservazione presentata.

L’incontro sarà l’occasione, da parte dell’assessore ai Lavori Pubblici, Michele Alinovi, per presentare il calendario degli incontri previsti nei vari Quartieri in cui si parlerà anche del Piano Triennale delle Opere Pubbliche, con investimenti complessivi che si aggirano sui 138 milioni di euro, nel triennio 2017 – 2019.

Al centro dell’incontro di martedì 7 marzo a San Tiburzio saranno le linee che hanno informato il nuovo Piano Strutturale Comunale che ha tenuto conto degli indirizzi più attuali in tema di sviluppo urbanistico puntando sulla rigenerazione della città esistente, per dire no al consumo di suolo agricolo e per valorizzare la qualità ambientale del sistema urbano, con particolare attenzione alla sicurezza del territorio e dei cittadini e per promuovere una rete diffusa di servizi tendo conto delle eccellenze produttive e della competitività.

La mostra sul nuovo Piano Strutturale Comunale sarà aperta martedì 7 marzo, con la conferenza stampa di presentazione alle 10.30, fino a mercoledì 15 marzo, dal lunedì al venerdì delle 16.30 alle 19.30, sabato e domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30.

Gli incontri nei vari Quartieri si terranno tutti alle 21 e vedranno la partecipazione dell’assessore Alinovi, del dirigente del settore pianificazione e sviluppo del territorio del Comune, Dante Bertolini, e dei progettisti incaricati.

Il calendario degli incontri è il seguente: lunedì 13 marzo Parma Centro e Oltretorrente, nell’oratorio di San Tiburzio; giovedì 16 marzo per il quartiere Lubiana, San Lazzaro e Cittadella, al Centro Giovani Federale; lunedì 20 marzo per il quartiere San Leonardo e Cortile San Martino, alla Casa nel Parco; giovedì 23 marzo per il quartiere Pablo, San Pancrazio, Golese, nel Centro Civico di Via Marchesi; lunedì 27 marzo per il quartiere Montanara, Molinetto e Vigatto al Centro Giovani Montanara.

“Rigenerazione urbana” è la parola chiave e l’obiettivo strategico principale che sta alla base delle politiche di pianificazione e sviluppo del territorio. Con il consumo di suolo a saldo zero – ci racconta l’Assessore Alinovi – realizziamo una città che promuove la riqualificazione edilizia, la rigenerazione urbana, la valorizzazione del territorio agricolo, la sostenibilità ambientale e una politica dei servizi diffusa, rilanciando inoltre il settore dell’edilizia sostenibile e dell’agricoltura innovativa, senza rinunciare alla competitività del territorio e delle sue eccellenze produttive”.

Il piano si caratterizza per una drastica riduzione del consumo di suolo agricolo per oltre 4 milioni di mq, e intende valorizzare il territorio agricolo periurbano e l’agricoltura innovativa. “Un piano in grado di promuovere la tutela dell’ambiente e del paesaggio – continua Alinovi -, la sicurezza del territorio dal punto di vista sismico, energetico, idrogeologico. Un piano orientato verso una politica dei servizi diffusa per una “città senza periferie”. Un piano che vuole essere una scelta coraggiosa per lo sviluppo consapevole del nostro territorio“.

Il segreto di Pulcinella

Il cortocircuito di una norma che parla di stop al consumo di suolo e produce il risultato esattamente opposto. Nell’articolo di Luca Martinelli per Altreconomia svelato uno dei tanti segreti di Pulcinella: la politica degli annunci è molto diversa dalla pratica delle azioni concrete.

Il TAR della Lombardia ha bocciato una variante urbanistica che rendeva “non edificabili” alcune aree della città. Secondo il giudice amministrativo, la legge regionale lombarda contro il “consumo di suolo” limiterebbe, nei fatti, il diritto degli enti locali di pianificare il territorio. Anche quando gli interventi vanno a ridurre le superficie urbanizzibili. Ecco perché il caso potrebbe arrivare di fronte alla Corte Costituzionale.

La legge lombarda “per la riduzione del consumo di suolo” (la numero 31 del 2014) non è efficace, perché -secondo la lettura che ne ha dato Paolo Pileri dalle pagine di Altreconomia- non “tutela” ma “trasforma” i terreni liberi. E lo ha dimostrato, alla prima prova dei fatti, un ricorso al TAR contro una variante urbanistica che avrebbe limitato il consumo di suolo approvata dal Comune di Brescia, ed è stata bocciata.

L’amministrazione del diciassettesimo Comune più abitato del Paese (quasi 200mila abitanti, con una densità abitativa simile a quella di Roma), infatti, aveva “osato” ridurre -con una delibera del luglio del 2015- l’edificabilità nell’area del Parco di San Polo, ri-classificando alcuni lotti, di proprietà di Francesco Passerini Glazel e di Maria Annunciata Passerini Glazel Pagano, che per questo avevano fatto ricorso al Tribunale amministrativo regionale.

In particolare, sarebbero venuti a mancare quei terreni edificabili necessari a far ricadere un diritto a costruire immobili per una superficie pari a 40.168,99 metri quadrati -palazzine per un numero complessivo di 400 appartamenti da 100 metri quadrati l’uno-. Con la variante di riduzione, il Comune in particolare è andato a trasformare quattro “lotti”: due sono stati classificati come “aree agricole di cintura”; uno inserito tra le “aree di salvaguardia e mitigazione ambientale”; l’ultimo, invece, è destinato ad ospitare infrastrutture pubbliche (il parcheggio al servizio della metropolitana).

Per il TAR, che a metà gennaio 2017 ha diffuso la propria sentenza, il Comune di Brescia non poteva approvare quella variante. Non può -secondo la legge regionale- esercitare il proprio “diritto a pianificare”, come sottolinea ad Altreconomia il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono.

Il motivo? In attesa che la Regione completi le direttive regionali in merito all’applicazione della legge del 2014, si è di fronte a una moratoria, un periodo transitorio che di fatto congela la potestà pianificatoria dei Comuni. Per dirla con i giudici, “da un lato, non è possibile programmare nuovo consumo di suolo, dall’altro non è possibile cancellare i piani attuativi previsti dal PGT (Piano di governo del territorio, ndr) per la sola ragione che comportano consumo di aree agricole o di aree libere”. La moratoria dura 30 mesi, e ha l’effetto -spiega Del Bono- di “annullare di fatto l’azione urbanistica di un ente per un intero mandato amministrativo, che dura 5 anni”.

A questo proposito, Legambiente Lombardia, in una nota a commento della sentenza, specifica come “il piano territoriale regionale attuativo della legge, che nell’intenzione del legislatore avrebbe dovuto stabilire l’obiettivo regionale di riduzione del consumo di suolo, è al palo: ad oltre due anni dall’approvazione della legge, infatti, non è ancora all’ordine del giorno delle Commissioni del Consiglio Regionale. Eppure avrebbe dovuto essere lo strumento da approntare rapidamente per dar modo a tutte le province e, a cascata, ai comuni della Lombardia, di adeguare i rispettivi strumenti urbanistici agli obiettivi, peraltro molto poco ambiziosi, di limatura delle previsioni di nuovo consumo di suolo”.

“Il percorso che ha portato il Comune di Brescia ad adottare la variante del Parco di San Polo era stato avviato nel 2014, prima dell’approvazione della legge regionale -racconta ad Ae Emilio Del Bono-: quando abbiamo iniziato il nostro percorso amministrativo ci siamo resi conto che dal Dopoguerra tutti gli strumenti urbanistici approvati a Brescia inserivano nuove superfici lorde di pavimento, ed abbiamo voluto agire in contrapposizione, anche perché le dinamiche demografiche della città e quelle del mercato immobiliare ci portavano a fare considerazioni di questo tipo”.
Spiega Del Bono che grazie una serie di varianti -una delle quali è quella oggetto del ricorso dei Passerini Glazel- il Comune di Brescia ha ridotto del 42% la superficie lorda di pavimento realizzabile secondo il PGT del 2012, da 1.122.740 metri quadrati a 650.000 mq, e contemporaneamente è andato ad incentivare gli interventi di riqualificazione e rigenerazione del patrimonio esistente abbattendo gli oneri di urbanizzazione per questo tipo di interventi, fino a un massimo dell’80% in alcuni quartieri della città.

Oltre al ricorso già deciso a metà gennaio, sulle varianti urbanistiche del Comune di Brescia ne pendono altri: complessivamente, sono 38. Contro la prima sentenza, però, l’ente ha deciso di presentare appello di fronte al Consiglio di Stato, “considerando che la legge regionale presenti anche profili di incostituzionalità -sottolinea Del Bono, che è avvocato ed è stato parlamentare per tre legislature-. La domanda che poniamo è questa: una Regione può limitare i diritti di un Comune al punto da annullare la facoltà di intervenire sulla pianificazione? Ciò non rappresenta un’invasione di campo?”.

Secondo Paolo Pileri, professore associato di pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano, editorialista di Altreconomia a autore del libro “Che cosa c’è sotto”, “è possibile immaginare che i giudici del TAR abbiamo tuttavia voluto offrire ai colleghi del Consiglio di Stato un assist, scegliendo in modo accurato le parole da usare, e richiamando nelle quindici pagine della sentenza alcune delle definizioni contrarie al buon senso e alla natura che discendono dall’applicazione della legge regionale sul consumo di suolo. Se una legge è fuorviante o ambigua, il suolo non lo salva”.

Pileri cita alcuni esempi: “È scritto che ‘la definizione normativa di consumo di suolo […] ha carattere formale, ossia prende in considerazione il territorio non sulla base dello stato dei luoghi ma per la qualifica che ne è stata data dalla zonizzazione’, ma non è vero che un campo coltivato è una palazzina solo perché così lo designa il PGT. O, ancora, che ‘…alle aree urbanizzate sono assimilate le aree urbanizzabili (ossia quelle che, seppure di fatto ancora libere, sono idonee, secondo la disciplina urbanistica, a ospitare diritti edificatori)’, anche perché i diritti edificatori non esistono senza un piano attuativo approvato o una concessione rilasciata”.

C’è, infine, un ultima nota: “Il consumo di suolo non è un concetto naturalistico ma giuridico” si legge nella sentenza. Come aveva scritto nell’aprile dello scorso anno Paolo Pileri sulle pagine di Altreconomia, “la superficie urbanizzata e quella urbanizzabile diventano invece nella legge, di fatto, dei sinonimi”, e le motivazioni della sentenza lo confermano: consumo di suolo è definito dalla trasformazione, per la prima volta, di una superficie agricola da parte di uno strumento di governo del territorio. Non servono cantieri, né ruspe.

La città consumata. Come la pensiamo sullo stadio della Roma

Un milione di metri cubi in area con vincoli per realizzare uno Stadio dove gli interessi di pochi prevalgono sulle utilità per tutti e la Città si trasforma da Citta da abitare a suolo da sfruttare.

Su terreni non di proprietà pubblica e con vincoli paesaggistici per la vicinanza del Tevere in area a rischio idraulico per la presenza del fosso del Vallerano si deroga, in deroga alle norme del piano regolatore si vuole realizzare “un complesso che occuperà 125 ettari di suolo” per un investimento totale di 1,5 miliardi euro di cui solo 400 mila per lo stadio da 60.000 posti.

Nonostante tutto, il progetto viene dichiarato dal comune di interesse pubblico con deliberazione Consiglio comunale di Roma Capitale n. 132 del 22 dicembre 2014, facendo riferimento alla c.d. legge sugli stadi (legge n. 147/2013, in realtà norme introdotte nella legge finanziaria statale): tuttavia l’art. 1, comma 304°, lettera a, della legge n. 147/2013 afferma testualmente: “lo studio di fattibilità non può prevedere altri tipi di intervento, salvo quelli strettamente funzionali alla fruibilità dell’impianto e al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa e concorrenti alla valorizzazione del territorio in termini sociali, occupazionali ed economici”.

Peccato che nel progetto gli interventi slegati dalla realizzazione dello stadio e dei servizi strettamente funzionali (Business Park) ammontano a ben l’86% del progetto, con un’evidente distorsione della finalità di legge. Una volumetria complessiva prevista in progetto che ammonta a mc. 974.000, su una superficie di mq. 49.000 (stadio) + mq. 336.000 (Business Park), a fronte dei circa mc. 300.000 desumibili dal vigente P.R.G.

Ecco perché questa idea di Città venduta, umiliata dagli interessi particolari, contrasta con le nostre sensibilità di luogo in cui l’abitare è tutelare i beni comuni per restituirli alle generazioni future.

Siamo per la Città dove si afferma una relazione equilibrata tra uomo e natura e la Comunità si prende carico della tutela del suolo e delle acque, impedendo le speculazioni che tentano di nascondersi dietro alla pratica dello sport.

Bengasi Battisti, Presidente dell’Associazione Comuni Virtuosi

Riqualificare è meglio che cementificare

È Regalbuto (EN) il primo comune della provincia di Enna a sfruttare le ultime norme sull’urbanistica emanate dalla Regione Siciliana, presentando uno studio di dettaglio per il centro storico, zona omogenea A, che permettono a Regalbuto di aprire un nuovo rilancio dell’edilizia.

Dopo undici anni di attesa a seguito della attuazione del piano Regolatore del Comune di Regalbuto, che prevede un vasto centro storico definito Zona A, senza l’adozione di un piano particolareggiato, l’Amministrazione Bivona, ha posto come obiettivo prioritario della propria azione amministrativa la realizzazione di un piano di dettaglio che potesse permettere demolizione e ricostruzione anche in zona centro storico per favorire l’edilizia, riutilizzare gli immobili in centro evitando l’allargamento verso le zone esterne del paese che oltre al consumo del suolo determinano, un elevato dispendio di risorse pubbliche in termini di servizi.

“È un obiettivo prioritario che la nostra Amministrazione riesce a portare a compimento con un notevole sforzo in termini di risorse e tempo – dichiara il Sindaco di Regalbuto Francesco Bivona – Il lavoro concluso egregiamente dall’ufficio urbanistica del comune e durato oltre un anno con l’immediata approvazione della Soprintendenza che nella sua nota ha evidenziato l’egregio lavoro svolto, ha permesso innanzitutto di schedare tutti gli immobili del centro con fotografie e schede di supporto e classificarle secondo secondo le condizioni reali, diversificandole in monumentali, qualificate e non qualificate. In quest’ultime, che sono la maggior parte degli immobili in centro storico sarà possibile intervenire con demolizioni e ricostruzioni che permetteranno il graduale riutilizzo di molte abitazioni abbandonate in centro”. 

Lo studio di dettaglio presentato nell’ultimo consiglio comunale del 23 dicembre da parte della Giunta e dell’ufficio urbanistica, sarà pubblicato per 30 giorni per eventuali osservazione ed approvato definitivamente nella prossima seduta di consiglio comunale. Il Sindaco Bivona ha richiesto comunque un incontro formale anche con gli studi tecnici locale per ulteriori riflessioni migliorativi dello studio. “Un plauso va fatto al nostro ufficio urbanistica che ha lavorato con impegno con grande professionalità. Questo strumento consentirà nella zona del centro storico la reale possibilità di recupero di manufatti fatiscenti che al di là del riuso determineranno anche un maggiore patrimonio sia privato, sia in termini di gettito pubblico. Con questo studio – conclude il Sindaco Bivona – atteso da troppi anni, e che risolve realmente molte problematiche riscontrate per l’attività edile in zona centro storico, abbiamo posto le basi per il riavvio dell’edilizia locale, nella speranza che l’iniziativa privata adesso faccia la propria parte.”

Come trenta campi da calcio

Il Comune di Rivalta di Torino riporta alla destinazione agricola oltre 272 mila metri quadrati, l’equivalente di 30 campi da calcio.

Lo prevede la variante strutturale del piano regolatore approvata dal consiglio comunale della città guidata dal sindaco Mauro Marinari della lista civica ‘Rivalta Sostenibile’.

La variante riguarda l’area sud Sangone che comprende circa il 50% dell’intera estensione comunale, e riduce il consumo di suolo del 47% delle aree previste edificabili e non ancora costruite. E’ prevista la riduzione del 12% di abitanti teorici di un piano che prevedeva una crescita di più di 7.000 nuovi residenti.

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