Tre capitali e quattro governi del nord Europa si alleano per l’Economia Circolare

Londra, Amsterdam e Copenhagen uniscono le forze per sviluppare insieme progetti improntati all’economia circolare.
L’impegno che ha contraddistinto le tre capitali europee nel portare avanti “progetti circolari” in vari ambiti ha portato a questa partnership internazionale che, sulla base delle best practice e competenze singolarmente maturate, potrebbe dare vita ad interessanti progetti innovativi di cui speriamo potervi dare presto conto.

Una città che promette di fare molto bene sotto il profilo della collaborazione è sicuramente Amsterdam, che, come vi abbiamo recentemente raccontato, ha già inserito l’economia circolare come parte integrante del suo programma di sostenibilità. Lo dimostra anche il premio di Capitale dell’innovazione 2016 (iCapital) assegnatole in questi giorni dalla Commissione Europea per il suo approccio olistico all’innovazione incoraggiato attraverso la creatività, il pragmatismo e la collaborazione.
Il primo progetto che coinvolgerà le tre capitali avrà come obiettivo lo sviluppo di un piano per incrementare la percentuale di recupero della plastiche nel rifiuto urbano. Diversi rapporti hanno recentemente denunciato la preoccupante situazione in cui versano mari ed oceani infestati da grandi quantità di plastica, al punto che in assenza di azioni globali intraprese dai governi, si arriverà in pochi anni ad avere nelle acque più plastica che pesce. In particolare il rapporto The New Plastic Economy della Ellen McArthur Foundation ha quantificato in una cifra tra gli 80 e i 120 miliardi di dollari il danno economico derivante dall’attuale cattiva gestione della plastica.

LWARB  (London Waste and Recycling Board) il gestore per i rifiuti della capitale inglese aveva d’altronde già individuato la plastica come uno dei cinque flussi di rifiuti più impattanti su cui intervenire nel suo rapporto “Verso un’economia circolare” dello scorso anno. LWARB, che ha tra i suoi compiti la riduzione dei rifiuti e l’incremento del riuso e riciclo, è in procinto di presentare una tabella di marcia per implementare l’economia circolare a Londra basata sullo studio. Oggetto del piano di intervento, oltre alle plastiche, ci sono i rifiuti di origine alimentare, tessile, edile e da RAEE.
Matthew Pencharz, vice sindaco di Londra con delega all’ambiente e l’energia, si è augurato, al pari dei suoi colleghi danesi e olandesi, che la partnership porti ad un successivo sviluppo di nuovi progetti improntati all’uso sostenibile delle risorse in altre aree di interesse comune.

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Un Green Deal di interesse transfrontaliero per Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre

Un altro progetto collaborativo su base volontaria inaugurato recentemente è l’International Green Deal on the North Sea Reasouces Roundabout, un accordo sottoscritto da Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre per la creazione di un mercato dinamico per le risorse secondarie in Europa. Si tratta di un’iniziativa decisiva per affrontare gli ostacoli normativi esistenti ed esplorare il pieno potenziale del mercato unico europeo nella transizione verso un’economia circolare.

L’accordo è stato sottoscritto il 6 marzo scorso dai Ministri, Associazioni industriali e ONG appartenenti ai quattro governi che si impegnano ad agevolare lo scambio commerciale delle materie prime seconde attraverso i rispettivi territori nazionali.

Non è casuale che uno dei quattro governi sottoscrittori del Green Deal sia quello delle Fiandre che detiene la migliore performance di riciclo esistente in Europa.
L’Europa ha individuato la necessità di andare verso un’economia circolare che si fonda su un uso preminente delle risorse secondarie. Una delle barriere che i paesi incontrano nell’utilizzo delle materie  prime seconde, visto la natura transfrontaliera della maggior parte delle catene di valore dei prodotti, sono le diverse normative nazionali in materia di rifiuti. Le aziende che vogliono aumentare il riciclaggio o utilizzare più risorse secondarie per sostituire la dipendenza dalle risorse primarie (e ridurre le emissioni di gas serra delle produzioni) incontrano ostacoli nella negoziazione internazionale delle materie prime seconde che vengono considerate in modo diverso dalle normative di riferimento di ciascun paese.

Le conseguenze sono che alcuni materiali post consumo, che potrebbero invece avere sbocchi commerciali, finiscono tra i rifiuti. Un esempio tra tutti è il compost prodotto dai rifiuti organici urbani che una volta riconosciuto come fertilizzante, invece che rifiuto, potrebbe essere commercializzato oltre confine senza problemi.

Il ministro dell’ambiente olandese Sharon Dijksma ha così commentato l’accordo:
Per rendere la nostra economia più verde, è necessario che le aziende leader nel campo della sostenibilità trovino le opportunità per innovare. Questo è esattamente ciò che questo Green Deal si propone di realizzare. Ridefinendo ciò che costituisce una risorsa, e allo stesso tempo, allineando la definizione tra i paesi vicini, si semplificheranno le cose per le imprese. Ne beneficeranno l’ambiente e l’economia dei paesi della regione del Mare del Nord “.
Il rafforzamento di un’economia circolare in cui i rifiuti sono utilizzati come una risorsa è una priorità della Presidenza olandese della UE che si concluderà a giugno.

Un gruppo di lavoro formato da rappresentanti del governo e associazioni industriali dei quattro governi collaborerà per cinque anni allo sviluppo di quelle opzioni che possano eliminare gli ostacoli legislativi prima citati lavorando su un numero massimo di dieci flussi di materiali.
Oltre al compost, i primi sforzi saranno diretti a trovare uno sbocco per il PVC che attualmente non viene riciclato. Le stime degli operatori del settore parlano di una disponibilità di circa 100 milioni di tonnellate di PVC dismesse ogni anno che qualora avviate a riciclo potrebbero garantire l’occupazione di 8000 persone.

Non resta che augurarsi che questa iniziativa “dal basso” volta a semplificare la normativa sui rifiuti possa ispirare altri Stati membri e costituire un valido stimolo per accellerare quei processi di allineamento normativo necessari  per una diffusione dell’economia circolare in Europa.
Secondo i calcoli della Commissione Europea, una più rapida transizione verso un’economia circolare permetterebbe alle imprese europee di risparmiare ogni anno 600 miliardi di euro di costi di produzione, che si tradurrebbe in un aumento di fatturato pari all’ 8%. Inoltre si verrebbero a creare 580.000 posti di lavoro ed un beneficio ambientale con 450 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 risparmiate ogni anno.

Inevitabile provare un profondo smarrimento se si guarda a come invece l’Italia sta affrontando- o meglio ignorando- la crisi ambientale e delle risorse e il riscaldamento climatico, senza un piano strategico. Nonostante esista un’ampia letteratura recente che dimostri che non solo è possibile ma addiritura economicamente conveniente coniugare la protezione dell’ambiente (la fonte della nostra economia) con una crescita sostenibile. Le priorità del governo, come le recenti cronache svelano, sembrano per lo più essere quelle di accontentare i vari quartierini di interesse privato.