The Ocean Cleanup: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare

Tutto comincia nel 2011, quando Boyan Slat è ancora un adolescente. Durante un’immersione in Grecia si trova davanti a un’immagine che lo colpisce profondamente: sott’acqua ci sono più sacchetti di plastica che pesci. Questo episodio viene raccontato da Slat come l’inizio di un’ossessione che pochi anni dopo, lo porterà a tentare una delle più ambiziose iniziative internazionali per affrontare il problema della plastica negli oceani.
Nel 2013 Slat fonda The Ocean Cleanup, con l’obiettivo di liberare gli oceani dalla plastica galleggiante, intervenendo sulla plastica che è già dispersa in mare in un primo tempo, e su quella che continua ad arrivare attraverso i fiumi negli ultimi anni.
L’idea conquista rapidamente l’attenzione internazionale. Nel 2012 il suo intervento al TEDx diventa virale, trasformando un’intuizione adolescenziale in un progetto che riceve un’attenzione globale. Nel 2014 una campagna di crowdfunding lanciata da Slat raccoglie 2,2 milioni di dollari grazie a oltre 38.000 sostenitori in 160 Paesi.

Una raccolta fondi di successo

Indubbiamente a partire dal suo primo TEDx, Boyan Slat ha dimostrato di essere molto bravo e convincente nel vendere un’idea.

Nonostante molte delle previsioni evocate nella sua presentazione iniziale non si siano avverate, The Ocean Cleanup ha avuto un incredibile successo nella raccolta fondi. In una singola campagna di raccolta fondi nei sei mesi fino a maggio 2017, ad esempio, ha raccolto oltre 32 milioni di dollari. L’organizzazione vanta inoltre numerose partnership con aziende globali, tra cui banche, compagnie di navigazione e importanti marchi di bevande analcoliche. Beneficia anche del sostegno di filantropi e sponsor governativi. Non è stato possibile trovare informazioni complete su quanti finanziamenti abbia ricevuto il progetto ma il totale raccolto potrebbe superare di parecchio i 200 milioni di euro.

Dall’idea sulla carta alla realtà del contesto oceanico
Dopo avere realizzato uno studio di fattibilità di 528 pagine per dimostrare alla comunità scientifica che intervenire sul Great Pacific Garbage Patch, una delle maggiori aree di accumulo di rifiuti plastici del Pacifico, fosse tecnicamente fattibile il progetto ha dovuto affrontare la parte più difficile: trasformare l’idea in un dispositivo capace di funzionare in uno degli ambienti più estremi del pianeta.

I primi esperimenti rivelarono da subito quanto fosse difficile catturare la plastica in mare aperto. Il primo grande dispositivo, il System 001, soprannominato “Wilson” nasce come un sistema passivo progettato per sfruttare il movimento naturale del vento e delle onde composto da una barriera, lunga circa 600 metri, che avrebbe dovuto fluttuare attraverso l’oceano. Ma dopo pochi mesi il sistema viene danneggiato dalle sollecitazioni meccaniche, mentre una parte della plastica intercettata riesce a sfuggire.

Il problema principale del dispositivo viene individuato nella velocità del processo di intercettazione: quando la barriera utilizzata per catturare i rifiuti si muoveva alla stessa velocità della plastica galleggiante, il dispositivo non riusciva a concentrarla e catturarla efficacemente.

Gli ingegneri abbandonarono di conseguenza l’approccio passivo con il nuovo System 002, introdotto nel 2021 e chiamato “Jenny”. Si trattava di una barriera lunga circa 800 metri trainata da due navi con una lunga tasca al centro della rete, dove i rifiuti potevano essere convogliati e accumulati. I risultati di intercettazione migliorano in quanto il traino permetteva di creare quella differenza di velocità necessaria per intercettare la plastica

Tra la fine del 2021 e il 2022, i responsabili del progetto rendono noto che oltre 153 tonnellate di plastica state recuperate con successo a bordo della nave madre.

Dichiarazioni che non convincono alcuni studiosi piuttosto scettici che fecero notare come i rifiuti intercettati fossero troppo puliti e ben conservati per essere rimasti a galleggiare nel Pacifico per molti anni. Obiezioni che vengono affrontate dai responsabili di The Ocean Cleanup sostenendo che la scarsa disponibilità di nutrienti e la bassa esposizione ai raggi UV nell’area di accumulo dei rifiuti plastici spiegano l’assenza di crescita biologica e di fenomeni di biofouling (microorganismi, alghe e piccoli animali) sulla plastica.

Successivamente venne introdotto il Sistema 002B, che includeva, tra le altre cose, un compattatore di plastica a bordo e fu ipotizzata sul sito del progetto la possibilità di poter passare ad un sistema 03, tre volte più grande del prototipo 002 da 800 metri in grado di essere prodotto su larga scala.

“Una flotta di sistemi del tipo 002 richiederebbe più di 50 unità per ripulire completamente il GPGP, mentre con l’aumento di scala e l’ottimizzazione dell’efficienza complessiva del Sistema 03, le nostre simulazioni suggeriscono che potrebbe essere possibile ripulire l’intero GPGP con sole 10 unità.”

A questo proposito però interviene Alistair McIlgorm dell’Australian National Centre for Ocean Resources and Security, che, intervistato da ABC News AU nel 2023 , dichiara :”Il problema principale è che le due imbarcazioni necessarie costano dai 15.000 ai 20.000 dollari al giorno. Per riciclare plastica di basso valore, non è sostenibile“.

Una tecnologia non priva di interrogativi
Secondo i critici, la rimozione della plastica dagli oceani può essere costosa, dannosa per gli animali marini e distogliere l’attenzione dalle politiche di gestione dei rifiuti necessarie per fermare i rifiuti alla fonte. Infatti, in molte delle zone dove opera l’organizzazione i principali responsabili dello sversamento in mare sono paesi che non hanno ancora sviluppato infrastrutture di raccolta efficaci.

Indubbiamente rimuovere i rifiuti plastici quando riciclabili e quindi prima che si degradino e frammentino ulteriormente, previene gli effetti negativi per l’ambiente e la salute. Come è ormai universalmente noto, la plastica che permane nell’ambiente per anni può degradarsi progressivamente in particelle sempre più piccole: microplastiche che in determinate condizioni possono essere successivamente rilasciate e ingerite dall’insieme degli organismi marini (neuston) che vivono sulla superficie del mare.

Ad esempio alcune specie, come la Velella velella e le chiocciole marine del genere Janthina, possono rischiare di essere intercettate dai sistemi di raccolta, nonostante siano state introdotte soluzioni come la cosiddetta safety hatch, una sorta di apertura di sicurezza che permette agli organismi di uscire dai dispositivi.
Un altro elemento da considerare è l’impronta ambientale delle operazioni. Le navi utilizzate per il traino consumano carburante e producono emissioni. Secondo le stime riportate nel progetto, due navi possono arrivare a generare circa 600 tonnellate di CO₂ al mese.

A questo si aggiungono i costi operativi molto elevati citata da McIlgorm: lavorare per settimane in mare aperto, a migliaia di chilometri dalla terraferma, può richiedere decine di migliaia di dollari al giorno per ogni nave.
L’interrogativo principale non è semplicemente quanta plastica si riesca a raccogliere, ma quanta se ne possa rimuovere rispetto alle risorse impiegate e alle emissioni e agli impatti complessivi prodotti dall’operazione.

Se uno studio del 2025 commissionato da The Ocean Cleanup al biologo Matthias Egger “Net Environmental Benefit Assessment” conclude che i benefici associati alla pulizia del Great Pacific Garbage Patch superano gli impatti ambientali associati all’intervento, di diverso parere, tuttavia, risulta la ricerca scientifica.

Infatti alcuni studi critici reperibili in rete come Moving from symptom management to upstream
plastics prevention: The fallacy of plastic cleanup technology
che hanno analizzato le tecnologie di rimozione della plastica arrivano a formulare altre conclusioni : Queste tecnologie di rimozione della plastica possono mitigare temporaneamente l’accumulo di plastica a livello locale, ma servono azioni politiche basate su dati concreti ed evidenze scientifiche per garantire che siano fattibili e che i benefici ecologici superino i costi. Per ridurre l’inquinamento da plastica in modo efficiente ed economico, le politiche dovrebbero dare priorità alla regolamentazione e alla riduzione della produzione a monte piuttosto che alla bonifica dell’inquinamento a valle.

Nello studio si trova un capitoletto che menziona la tecnologia dei Seabin presenti in qualche area portuale italiana. ” Molti porti in tutto il mondo utilizzano tecnologie di cattura della plastica come Seabins, che rimuovono i detriti galleggianti dalla superficie del mare pompando acqua in un dispositivo a contenitore. Una valutazione scientifica ha dimostrato che catturano quantità irrisorie di plastica (0,0059 kg al giorno) ma quantità sostanziali di alghe. Per ogni quattro pezzi di plastica, i Seabins catturano un organismo, il 73% dei quali moriva dopo due giorni“.

La nuova fase, dagli oceani ai fiumi

Un secondo filone delle attività di The Ocean Cleanup di intercettazione della plastica si è spostato progressivamente dagli oceani ai fiumi avvalendosi di Interceptor sistemi progettati per intercettare i rifiuti direttamente nei corsi d’acqua prima che raggiungano mari ed oceani.
Il primo prototipo viene costruito nel 2017 e nel 2019 viene installato a Giacarta, in Indonesia. Da allora la tecnologia viene progressivamente sviluppata e replicata in diversi Paesi. L’obiettivo dichiarato è intervenire sui circa 1.000 fiumi che, secondo le stime utilizzate dal progetto, rappresentano la parte più significativa del flusso di plastica che raggiunge gli oceani.
Il nuovo corso dal 2025 ha abbracciato quindi un approccio più a monte sviluppando il 30 Cities Program, presentato nel giugno 2025 alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani di Nizza. L’obiettivo annunciato dal nuovo programma rimane ambizioso: arrivare a fermare entro il 2030 fino a un terzo dell’inquinamento da plastica trasportato dai fiumi, concentrando gli interventi nelle città e nelle aree urbane che contribuiscono maggiormente al problema, in particolare nel Sud-est asiatico e nelle Americhe.

Per trasformare questo progetto in realtà nel marzo 2026 The Ocean Cleanup ha ottenuto 121 milioni di dollari da The Audacious Project, nell’ambito di un finanziamento complessivo di 350 milioni di dollari necessario per questa nuova fase della missione. Le risorse finanziano una prima serie di interventi in nove aree strategiche dove lo sversamento nei fiumi è ingente a causa della mancanza di sistemi di raccolta dei rifiuti urbani: Barranquilla in Colombia, Santo Domingo nella Repubblica Dominicana, Mumbai in India, Jakarta, Denpasar e Tasikmalaya in Indonesia, Kuala Lumpur in Malesia, Città di Panama e la Baia di Manila nelle Filippine.

Nel 2025 sono stati installati l’Interceptor 016 a Kingston Bay, in Giamaica, e l’Interceptor 022 sul Rio Abajo a Città di Panama, realizzato in collaborazione con Marea Verde. Sul fiume Klang, in Malesia, è stata inoltre inaugurata una nuova struttura destinata allo smistamento immediato dei rifiuti estratti dal corso d’acqua.

Per rendere gli interventi più efficaci andava capito come si muovono i rifiuti all’interno di ciascun fiume per individuare il punto migliore in cui installare le barriere. L’organizzazione ha sviluppato lo Smart River Survey, un sistema di analisi e mappatura dei corsi d’acqua che combina droni, telecamere ad alta sensibilità supportate dall’intelligenza artificiale, tracciatori GPS, i cosiddetti drifters, e sistemi di raccolta dati. Non esistendo un’unica soluzione valida ovunque: le infrastrutture devono essere progettate in funzione della conformazione del corso d’acqua, delle correnti, della quantità e del tipo di rifiuti e, sempre più, della frequenza degli eventi meteorologici estremi spesso difficili da prevedere.

A questo proposito l’Interceptor 020, installato sul fiume Cisadane danneggiato da forti tempeste, è tornato operativo nel maggio 2025 dopo essere stato modificato con l’aggiunta di due barriere successive lungo le sponde e con una nuova strategia che consente di trasferire e smistare direttamente a terra i rifiuti raccolti.

Altro caso emblematico è quello dell’Interceptor 004, operativo sul fiume Ozama dal 2020 nella Repubblica Dominicana che -nonostante avesse catturato in 5 anni 300 tonnellate di rifiuti plastici – è stato poi trasformato in un’aula galleggiante dedicata all’educazione ambientale. Questo perché al suo posto sono state realizzate nuove infrastrutture per una gestione dei rifiuti da parte delle autorità locali.

Anche se non è stato possibile conoscere i dettagli sulle infrastrutture per la raccolta messe in piedi dalle autorità locali – e su chi si è fatto carico di progettarne e finanziarne i costi – è evidente che intercettare i rifiuti nei fiumi e mari per poi trattarli sia molto più dispendioso che raccoglierli dove vengono prodotti. Un altro punto poco chiaro è dove siano finite le tonnellate intercettate dal progetto.

Quante tonnellate sono state rimosse

Quante sono le tonnellate di plastica intercettate e quanto hanno inciso sull’inquinamento da plastica degli oceani considerate le tonnellate di rifiuti plastici che entrano ogni giorno in mari e oceani?

Secondo i dati forniti dal sito del progetto nei primi anni di attività sul campo sino al 2023 , l’approccio combinato oceanico e fluviale ha rimosso circa 19.000 tonnellate complessive.
Per capire il peso dei due sistemi di intercettazione oceanico e fluviale nel 2022 sono state catturate nel Great Pacific Garbage Patch circa 153 tonnellate, mentre gli Interceptor sui fiumi che vedremo più avanti ne hanno raccolte 840 tonnellate.
Nel dicembre del 2024 si è arrivati – sempre da quello che si legge sul sito – ad intercettare 20.000 tonnellate che sono diventate oltre 25.000 tonnellate nel 2025 anno record come risultati.

Il totale complessivo dichiarato dall’organizzazione a fine 2025 ammonta a più di 45.000 tonnellate.

La destinazione della plastica raccolta
Un altro punto debole è quello della destinazione della plastica raccolta a causa della degradazione causata dalla permanenza in mare che ne rende difficile un riciclo.

Non sono disponibili sul sito dati sulle quantità di plastica effettivamente lavorate e trasformate in pellet destinati al riciclo, cosa che fa pensare che solamente piccole quantità sia no state utilizzate per operazioni di facciata. Tra i progetti di valorizzazione della plastica intercettata descritti sul sito figurano, ad esempio, la realizzazione nel 2020 di una linea di occhiali da sole di design prodotti con plastica recuperata dal Great Pacific Garbage Patch, il cui ricavato è stato destinato a finanziare le attività del progetto, e una collaborazione con l’industria automobilistica per utilizzare parte della plastica recuperata nella realizzazione degli interni del bagagliaio di alcuni veicoli Kia. Un’altra iniziativa ha riguardato invece il settore musicale: la plastica intercettata nel fiume Las Vacas, in Guatemala, è stata impiegata per realizzare i vinili di un’edizione limitata di un album dei Coldplay.

In conclusione molti sono gli interrogativi sollevati da questo progetto che non trovano risposta anche se uno su tutti predomina : quante infrastrutture per la raccolta e il riciclo, inclusi sistemi di deposito cauzionali si sarebbero potuti realizzare con i fondi raccolti dal progetto The Ocean Cleanup nei paesi maggiormente responsabili dello sversamento di plastica in mare?

Sicuramente l’obiettivo fissato dall’organizzazione di eliminare il 90% della plastica galleggiante dagli oceani entro il 2040 appare un’utopia se consideriamo stime che indicano che circa 11 milioni di tonnellate di plastica ( Nazioni Unite) entrano ogni anno negli ecosistemi acquatici del pianeta.

Le stime specifiche sulla quantità che raggiunge effettivamente gli oceani variano sensibilmente a seconda della metodologia utilizzata.


Bibliografia:

What happened to The Ocean Cleanup — the system that would rid the oceans of plastic? (2023)

Oops, cleaning the Great Pacific Garbage Patch was probably a bad idea (2022)

Here’s What Went Wrong With Boyan Slat’s Ocean Cleanup Project (2019)

An Engineering Wunderkind’s Ocean Plastics Cleanup Device Hits A Setback (2019)

Too good to be true? The Ocean Cleanup Project faces feasibility questions (2016)

Articoli critici usciti dal 2023 in poi :

Oltre al primo articolo elencato sopra dal 2023 a oggi sono stati pubblicati diversi studi scientifici peer-reviewed e articoli di analisi critica che esaminano l’efficacia, l’impatto ecologico e la sostenibilità economica delle tecnologie di The Ocean Cleanup (in particolare i sistemi da traino offshore in mare aperto come System 002 e System 03).

Ecco una sintesi dei principali filoni critici e breve descrizione dei contenuti :

  1. Regolamentazione e impatto ecologico (Studio Falk-Andersson et al., settembre 2023): Pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science & Technology (ACS), lo studio intitolato “Cleaning Up without Messing Up” sottolinea come l’assenza di un quadro normativo internazionale sulle tecnologie di pulizia ad alto mare rischi di causare danni ambientali involontari (come il bycatch e le emissioni delle navi). Gli autori chiedono che ogni progetto sia soggetto a valutazioni obbligatorie di impatto ambientale (EIA) e del ciclo di vita prima dello scalaggio.
  2. Rapporto della Royal Society su plastica ed ecosistemi (2024): La Royal Society britannica evidenzia che la plastica galleggiante in superficie nei vortici oceanici costituisce soltanto una frazione minima (circa il 2%) di tutta la plastica presente nei mari. Il rapporto ribadisce che la pulizia in mare aperto priva di un blocco drastico della produzione e dei rilasci a terra (“chiudere il rubinetto”) rischia di rivelarsi un’operazione poco efficiente sotto il profilo dei costi e delle energie impiegate.
  3. Impatto sul neuston e catture accidentali (Dr.ssa Rebecca Helm / The Revelator, 2023–2024): Ecologi ed oceanografi marini hanno analizzato le immagini e le relazioni sui campionamenti del Great Pacific Garbage Patch, evidenziando che le grandi reti da traino catturano inevitabilmente importanti quantità di neuston (piccoli organismi invertebrati che vivono sulla superficie dell’acqua) e fauna locale, che costituiscono il fondamento delle catene alimentari oceaniche. Helm ha partecipato allo Studio prima citato Moving from symptom management to upstream plastics prevention: The fallacy of plastic cleanup technology
  4. Impronta di carbonio ed efficienza costi-benefici (Eco-Business, 2024): Inchieste e analisi di settore hanno sollevato perplessità sul consumo di combustibili fossili legato all’impiego continuativo di navi da traino ad alta stazza in mare aperto, mettendo a confronto l’elevato costo operativo giornaliero delle operazioni oceaniche rispetto all’efficienza e al costo ridotto degli interventi sui fiumi mediante Interceptor.