Plastica: sostituirla è facile e comodo per tutti ma non basterà…
Sostituire la plastica con altri materiali senza eliminare o ridurre il consumo monouso rischia di spostare solamente gli impatti ambientali da una risorsa all’altra. Il modello di consumo attuale, fatto di pasti pronti dall’antipasto alla frutta, di cibo da asporto ordinato online, di prodotti che viaggiano da una parte all’altra del pianeta, di alimenti che devono avere una data di scadenza il più lontano possibile nel tempo, ha la responsabilità sul consumo smodato di plastica. E’ principalmente la plastica che, nel bene e nel male, ha reso possibile questo modello e ora sono diventati “una cosa sola”. Uscirne richiede ripensare i nostri stili di vita e i modelli economici che ci permettono di essere consumatori H24, e di diffidare sempre dei facili slogan.
Premetto che questo è un post scritto a due mani, nel senso che dopo una mia introduzione segue un articolo del giornalista David Burrows sugli ultimi trend del packaging ai tempi del plastic-free che ho deciso di tradurre perché ne condivido l’analisi e le considerazioni.
Mi riferisco al tema delle proposte di packaging che stanno arrivando dalle aziende in risposta a un comune sentire che ha messo la plastica sul banco degli imputati, e non solo quella dal ciclo di di vita breve. Che sia “giusto” o meno ci si è arrivati dopo un percorso di informazione, comunicazione (oltre che di inevitabili semplificazione e facili slogan) partito nel 2016, quando è uscito il primo rapporto The New Plastics Economy (NPE) della Ellen McArthur Foundation.
Il rapporto è stato il punto di partenza di un programma triennale di iniziative tra cui: la pubblicazione di “The NPE: Catalysing Action ” una road map con le strategie da perseguire per attuare un’economia circolare per la plastica, iniziative nazionali come i Plastic Pacts o internazionali come il Global Commitment , un impegno globale per prevenire rifiuti e inquinamento da plastica (alla fonte).
Da allora, sotto la spinta di campagne di informazione portate avanti dai media e associazioni ambientaliste, e di un’opinione pubblica sempre più preoccupata sulle conseguenze di una contaminazione ambientale da plastica, sono nate molteplici iniziative promosse da enti locali, aziende e altri svariati soggetti mirate alla plastica . Ho fatto il punto sulle iniziative italiane in due precedenti articoli che si trovano nella sezione “letture correlate” di questo post.
La preoccupazione che domina l’opinione pubblica sugli effetti dell’inquinamento da plastica non è solamente giustificata, ma difficilmente esauribile perché ci saranno sempre nuovi studi, con nuovi dati ed evidenza sul fenomeno ad alimentarla. L’ultimo studio reso noto pochi giorni fa ha rilevato che al largo delle Hawaii, nelle zone di gestazione dei pesci, la quantità di plastica presente nelle acque supera quella dei pesci di circa 7/8 volte. Se guardiamo alle concentrazioni di plastica trovate in alcune zone del nostro Mediterraneo risulta evidente che c’è ben poco da stare allegri, perché il fenomeno è ormai di portata globale.
Siamo arrivati, purtroppo, al momento in cui la natura ci presenta il conto di una situazione scappataci di mano già decadi fa quando, a fronte dei primi studi negli anni settanta sulla plastica in mare, nessuno è intervenuto, avendo tutti pesantemente sottovalutato la cosa. Per “tutti” mi riferisco alla mancata assunzione di responsabilità di soggetti come l’industria della plastica, che ha speso ingenti somme di denaro per contrastare ogni tipo di misura che potesse regolamentare o ridurre il consumo di plastica, l’industria dei beni di largo consumo e del retail, che non si sono preoccupate di immettere grandi quantità di plastica in paesi privi dei sistemi più basici di gestione dei rifiuti, l’industria delle bevande che si è opposta ai sistemi di deposito cauzionali e vuoto a rendere per i contenitori, sino ad arrivare al cittadino che abbandona i rifiuti dove capita.
La cosa più preoccupante, per coloro che hanno una chiara idea di quello che bisognerebbe fare da subito a livello di politiche nazionali e locali, e di cosa dovrebbe fare l’industria in attesa che tali politiche vengano tradotte in misure legislative, è che si sta facendo troppo poco e soprattutto non le azioni più giuste e urgenti.
Come si può leggere nell’ultimo rapporto di monitoraggio dei progressi compiuti dalle aziende che hanno aderito al Global Commitment (che conta oltre 400 membri) prevalgono soprattutto azioni di sostituzione della plastica nel packaging con altri materiali oltre che di miglioramento del grado di riciclabilità degli imballaggi in plastica (azione necessaria ma non risolutiva a se stante). Fatta eccezione per alcuni progetti, come la piattaforma di e-commerce Loop basata sull’impiego di imballaggi riutilizzabili, e di alcuni progetti pilota di vendita di prodotti sfusi da parte di retailers, ancora pochi sforzi sono stati fatti nella direzione di una prevenzione e riduzione dei rifiuti da imballaggio.
Questo trend indica che, a meno di non inserire le misure di contrasto alla plastica monouso in un programma che includa tutte le tipologie di imballaggio e materiali (cosa che non si sta facendo a partire dall’Italia concentrata sul plastic free) , si corre davvero il rischio di provocare un massiccio spostamento verso altri materiali con un possibile aumento degli impatti ambientali a livello di consumo di risorse ed emissioni di Co2. (1) Senza parlare dei potenziali effetti collaterali per le filiere del compostaggio e del riciclo che si trovano già a dover fronteggiare un incremento di manufatti che hanno sostituito le opzioni in plastica come gli imballaggi in poliaccoppiato difficilmente riciclabili per le cartiere e in bioplastiche compostabili per gli impianti di compostaggio. Impianti questi ultimi che non sono ancora attrezzati a gestire imballaggi, stovigliame, capsule da caffè e altri manufatti soprattutto qualora presenti oltre ad una certa soglia rispetto alle quantità di scarto organico, e che pertanto, subiranno le conseguenze di scelte ambientalmente insensate. Tra le conseguenze indesiderate un aumento del livello di confusione tra gli utenti ed operatori della filiera dell’organico ed un aumento dei conferimenti errati sia nel flusso delle plastiche fossili, che dell’organico. La scelta della Grande Distribuzione, capitanata da Federdistribuzione, di sostituire da subito o entro giugno 2020 lo stovigliame in plastica a scaffale (senza una concertazione con altri soggetti della filiera), ha dato/darà un contributo importante a questo fenomeno. Aggiornamento 22 gennaio 2020 : Uscito il documento di posizionamento di Utilitalia sulla gestione delle bioplastiche che ben riassume tutte le criticità che gli impianti di compostaggio incontrano nel momento attuale
Dalla lettura di media internazionali ho rilevato che esiste un ampio dibattito pubblico e un livello di informazione sui media più “avanzato” sul tema “plastica e dintorni” rispetto al nostro paese. Tra questi c’è il Regno Unito, probabilmente perché hanno un più alto consumo di piatti pronti e cibo/bevande da asporto (con maggiori rifiuti prodotti da questo flusso) oltre ad un sistema di gestione dei rifiuti da imballaggio poco performante. Su questa situazione, che contava sull’export di rifiuti da imballaggio per almeno il 60% del raccolto ha colpito pesantemente la chiusura dei porti a questi rifiuti da parte della Cina, e degli altri paesi asiatici che hanno seguito l’esempio della Cina.
Ecco perché ho deciso di proporvi una traduzione dell’articolo di David Burrows “The single-use substitution scandal “che, anche se contiene qualche riferimento alla situazione inglese, tratta di alcune dinamiche che non sono solamente rilevabili nel Regno Unito.
Anche quando afferma che “le imprese e i consumatori sono esposti a forme di greenwashing che derivano sia da iniziative da parte di alcune ONG che da “regolamentazioni anti-plastica” come si può evincere dagli esempi portati nell’articolo.
Silvia Ricci
The single-use substitution scandal
di David Burrows*
Ball Corporation, un fornitore di imballaggi in alluminio inizierà a costruire un impianto da $ 200 milioni (in sterline £ 155 milioni) in Georgia, Stati Uniti per produrre tazze monouso in alluminio.
Anche se non hanno ancora comunicato le quantità di tazze che verranno prodotte nel nuovo sito, saranno sicuramente quantità importanti.
Queste tazze verranno utilizzate un po’ ovunque: pub, università, ristoranti e mense e nella maggior parte dei casi sostituiranno i bicchieri o tazze di plastica. Seconda il comunicato stampa di Ball l’impiego di questi manufatti in alluminio è buona cosa, dato che “l’alluminio è il materiale di imballaggio per bevande più sostenibile e che lattine, bottiglie e tazze possono essere facilmente riciclate“.
Se uno si chiedesse chi ha stabilito che l’alluminio sia il materiale più sostenibile la risposta è Ball. Si evince anche dalle affermazioni del suo presidente e AD, John Hayes che dichiara “Stiamo sentendo sempre più clienti e consumatori che vogliono fare la cosa giusta per l’ambiente e hanno bisogno di più opzioni”.
Plastic free è uno slogan che funziona ma non sempre sottintende meno rifiuti
Continua a crescere il numero delle iniziative Plastic Free da parte di comuni e regioni che affermano di anticipare la direttiva Single Use Plastics vietando la commercializzazione di manufatti in plastica a favore di altri in bioplastica compostabile, che in realtà non sono permessi dalla stessa direttiva. Pubblichiamo l’intervista completa alla nostra responsabile campagne Silvia Ricci di cui è uscita una versione ridotta su Terra Nuova.it.
A distanza di dieci anni dal lancio della tua prima campagna nazionale “Porta la sporta” , che per prima ha fatto informazione sull’inquinamento da plastica dei mari collegandolo con gli stili di vita e di consumo usa e getta, che cosa è cambiato da allora?
La risposta non può essere univoca. E’ cambiato tantissimo a livello di percezione della gravità del problema con un’escalation incredibile negli ultimi due anni. Nonostante questa maggiore sensibilità i progressi conseguiti nella riduzione o nell’attenuazione del problema non sono, purtroppo, ancora rilevabili.
La cosiddetta “storia di successo dell’Italia” nella riduzione dei sacchetti usa e getta che continuiamo a leggere sui media è poco più di una vittoria di Pirro. Se il consumo di sacchetti di plastica si è più che dimezzato , nei supermercati -dove si è verificata la maggiore riduzione- abbiamo ancora un 35% circa di consumo di sacchetti monouso biodegradabili (nei supermercati) con quote di molto maggiori nei mercati e negozi del piccolo commercio.
Questi sacchetti, seppur biodegradabili negli impianti di compostaggio (1) sono pur sempre costituiti da un 60/70% di plastica fossile, oltre alla componente di matrice vegetale.
La battaglia contro l’usa e getta è invece tutt’altro che vinta nei negozi del piccolo commercio, così come nei mercati all’aperto, dove le sporte riutilizzabili, quando va bene servono a contenere altri sacchetti e non sono certamente prevalenti rispetto agli shopper monouso. Fortunatamente, con il provvedimento dello gennaio 2018 che ha inserito l’obbligo di battere sullo scontrino il costo per i sacchetti in bioplastica, ci sono alcune catene di abbigliamento che hanno iniziato a fare pagare i sacchetti di plastica di un certo spessore e con manici a fagiolo che sono ancora permessi (ma non quelli di carta ahimè). Ci sono invece altri settori, come quello delle farmacie che hanno introdotto si i sacchettini ultraleggeri compostabili dal gennaio 2018 facendoli pagare per qualche mese, ma poi, visto la mancanza di controlli, hanno smesso, con tanti saluti all’effetto disincentivante che ne poteva scaturire. Ci sono paesi invece come l’Olanda che hanno recepito diversamente l’indicazione europea di ridurre i sacchetti monouso imponendo agli esercizi una cessione onerosa dei sacchetti sia in plastica che bioplastica con un costo consigliato di 25 cent che ha ridotto effettivamente il consumo di shopper monouso un pò in tutti i settori.
Se guardiamo al consumo complessivo di imballaggi degli ultimi anni va detto che è aumentato di almeno 2-3 punti percentuali ogni anno. Non sono previsti ad oggi cambiamenti nel trend perché sono i nostri stili di vita e di consumo che continuano ad andare da tutta altra parte rispetto ad una riduzione dello spreco.
Per fare un paio di esempi di consumi ad alto tenore di imballaggio in crescita c’è tutto il settore del cibo e bevande “on the go”, con piatti pronti acquistati come asporto oppure ordinati online per un consumo domestico.
Aumenta anche l’offerta e il consumo nei supermercati di cibo di qualunque tipo pronto al consumo, spesso in monoporzioni, e aumenta anche nel settore ortofrutta il ricorso al confezionamento, sia in plastica che in cartoncino. Non si fa fatica a credere ai risultati di uno studio di un paio di anni fa di Bocconi (1) che aveva evidenziato uno scenario al 2030 in cui l’aumento degli imballaggi, arrivava ad essere più del doppio delle quantità che sarebbe stato possibile ridurre mettendo in campo tutte le possibili azioni di prevenzione e riduzione.
Figurarsi cosa possiamo aspettarci se non mettiamo in campo alcuna misura di prevenzione e con la prospettiva di avere, con l’aumento delle raccolte differenziate al sud, maggiori quantità di imballaggi senza valore commerciale post consumo tra plastiche e imballaggi in poliaccoppiato che vengono raccolte per poi finire prevalentemente smaltite in qualche modo.
Non dimentichiamo che oltre alla questione ambientale e sanitaria qui entra anche in gioco la sostenibilità economica del sistema di gestione degli imballaggi attuali che pesa sui bilanci dei comuni.
Infatti i costi di gestione dei rifiuti da imballaggio li pagano, per una percentuale intorno all’80% i comuni attraverso le bollette dei rifiuti dei cittadini mentre solamente una percentuale intorno al 20% è a carico dei produttori/utilizzatori di imballaggi, come ha quantificato l’ultima Indagine sui rifiuti dell’Antitrust. Questo significa meno risorse per i comuni da impiegare in altri progetti di interesse pubblico.
Cosa bisognerebbe fare per non perdere questa battaglia contro rifiuti evitabili come quelli da usa e getta ?
Come non mi stanco mai di ripetere, e soprattutto in un momento in cui si identifica in un materiale come la plastica la “causa di tutti i mali”, bisogna agire soprattutto sulle cause, e non solamente sui sintomi come amiamo fare, se non vogliamo perderci in soluzioni palliative che ci allontanano dalle vere soluzioni.
La plastica monouso è stata la chiave di volta per tanti cambiamenti, nel “bene” quando utilizzata per beni durevoli che hanno permesso di ridurre il consumo di risorse naturali sensibili e nel “male” come utilizzo monouso non governato e regolamentato in modo che non finisse sprecata e/o dispersa nell’ambiente.
La plastica è stata la soluzione ideale come applicazione nel packaging per mettere in soffitta i sistemi di vuoto a rendere per le bevande, che nei decenni dagli anni settanta in poi, hanno subito un inesorabile declino in tutto il mondo. Con la sua straordinaria leggerezza, versatilità e ottime prestazione per garantire la conservazione dei prodotti la plastica ha reso possibile lo sviluppo del sistema attuale di consumo alimentare globalizzato che commercializza e movimenta miliardi di containers da una parte all’altra dei due emisferi. Siamo arrivati così a considerare normali situazioni che hanno effetti letali sull’ambiente e contribuiscono al surriscaldamento climatico. Mi riferisco a bere l’acqua delle Alpi in Giappone o a mangiare in Europa le mandorle e prugne della California, o le pere dell’Argentina, anche quando abbiamo produzione nostrane per gli stessi prodotti.
Abbiamo così creato in ogni nazione delle monoculture che sfruttano all’inverosimile i territori e i lavoratori al punto che anche le certificazioni di sostenibilità perdono di credibilità.
Come possono esistere coltivazioni sostenibili in un pianeta che già nei primi 5 / 6 mesi dell’anno ha già esaurito il budget annuale di risorse naturali e continua per i restanti mesi dell’anno ad estrarre, produrre rifiuti ed inquinamento bruciando le risorse delle future generazioni? Il Global Footprint Network insieme al WWF si occupa di misurare il grado di consumo di risorse che avviene nei diversi paesi che determina ogni anno la data in cui si finiscono le risorse naturali a disposizione denominata Overshoot day . In Italia l’Overshoot day è caduto il 15 maggio scorso.
Questo scenario preoccupante ci dovrebbe far comprendere che per agire sull’inquinamento da plastica bisogna agire contemporaneamente su più fronti e che è necessario un quadro legislativo sistemico per evitare provvedimenti disomogenei che determino spostamenti degli impatti ambientali su altri piani o producano effetti collaterali. Non ci si può aspettare che l’industria vada contro ai propri interessi senza obblighi di legge o altre misure che incentivino una produzione e una commercializzazione dei beni più sostenibile.
Allo stesso modo non si può pretendere che cittadini spesso sprovvisti di nozioni ambientali di base impieghino tempo ed energie per “andare contro il sistema” nell’approvvigionarsi, tanto per fare un esempio, di detersivi alla spina o trovare dei modi per evitare le mille forme di consumo monouso.
La direttiva sulle plastiche monouso (Single Use Plastics – SUP) che dovrà essere recepita entro luglio 2021, e il recepimento in corso delle direttive del pacchetto sull’economia circolare relative ai rifiuti, introducono delle novità interessanti che potrebbero cambiare gli scenari attuali di gestione dei rifiuti. Mi riferisco in particolare all’obbligo per gli stati membri di predisporre dei sistemi di riutilizzo e riparazione dei beni, all’aumento dei target di riciclo, al previsto rafforzamento dei sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR ) che dovranno sostenere i reali costi di avvio a riciclo dei propri imballaggi, e agli obiettivi di raccolta delle bottiglie in plastica che dovranno arrivare al 90% rispetto all’immesso al 2029, con un’obiettivo intermedio del 77% al 2025.
Due iniziative circolari dalle Fiandre per sconfiggere l’usa e getta
Quando si ragiona sulla necessità di prevenire e ridurre i rifiuti e in particolare quelli in plastica si arriva alla conclusione che serve un ripensamento di quei modelli di consumo e di stili di vita che spingono inevitabilmente verso un maggiore consumo di imballaggi e prodotti usa e getta. Iniziative e progetti di diminuzione dell’impatto dei prodotti monouso da parte di istituzioni o aziende hanno possibilità di successo solamente a determinate condizioni.
Nonostante sia aumentata negli ultimi due anni la consapevolezza ambientale nell’opinione pubblica, trainata dall’evidenza dell’inquinamento da plastica e del riscaldamento climatico, nella vita reale evitare il consumo usa e getta è quasi impossibile, perché spesso non ci sono alternative a disposizione che siano facili da adottare.
Al momento le risposte che arrivano dal settore industriale e commerciale all’opinione pubblica preoccupata dall’inquinamento da plastica dell’ambiente, si concentrano soprattutto su azioni di sostituzione dei materiali plastici presenti nei prodotti con altri materiali.
Non incontrano ancora il favore delle aziende, azioni come sviluppare sistemi e iniziative che prevengano il consumo usa e getta basate sul riuso e condivisione dei beni, oppure sul modello del “product as a service” che vengono presumibilmente vissute come “missione impossibile” . A dire il vero ci sono dei piccoli segnali di speranza che racconteremo in un prossimo post.
Rispetto alla sostituzione di materiali nel packaging è particolarmente preoccupante la decisione di grandi marchi dell’acqua in bottiglia di passare alle lattine aumentando la quantità di packaging per unità di prodotto: per avere il mezzo litro di bevanda della bottiglietta di plastica ci vogliono due lattine.
Indubbiamente cambiare un materiale è la decisione più semplice e immediata, sia quando intrapresa dalle aziende che si adeguano alle richieste dei clienti -anche quando sono consapevoli che la scelta non comporta vantaggi a livello di emissioni di Co2- che quando la decisione diventa il motore di un’ordinanza o iniziativa Plastic Free.
La maggior parte delle analisi fatte da soggetti e studi vari sulle cause che impediscono o ritardano un’affermazione dei sistemi di riuso ( di cui abbiamo parlato anche in precedenti post sul tema), concorda sul fatto che sia indispensabile approvare un quadro legislativo a favore dell’economia circolare che obblighi o renda economicamente vantaggioso per le aziende aderire a sistemi di riuso piuttosto che incentrati sul monouso. Come sostenuto dalla piattaforma multi-stakeholder Reloop, alla quale l’associazione comuni virtuosi afferisce, per rendere prevenzione e riuso appetibili come adozione andrebbero fissati degli obiettivi di prevenzione e riuso vincolanti per legge, e per tutte le diverse tipologie di imballaggi e contenitori monouso. Inoltre per andare oltre al paradigma del consumo usa e getta, accanto alla riorganizzazione dei processi di produzione e di erogazione dei beni, serve una rivoluzione culturale. Il riuso viene visto da una parte dell’opinione pubblica come una pratica un po’ triste di un passato in cui non esistevano tutte le tipologie di prodotto e le comodità che oggi ci permettono di fare acquisti in qualsiasi momento e luogo, senza doversi organizzare in alcun modo.
Negli ultimi tempi sono stati emanati diversi bandi o iniziative che mettono a disposizione risorse economiche per progetti di economia circolare destinati a ridurre il consumo di plastica, e questo è un’ottima cosa. Tuttavia, anche per i progetti più innovativi e meritevoli vale la regola che devono poter stare sul mercato una volta finita la fase sperimentale, con sbocchi di mercato per i prodotti o servizi sviluppati o la prospettiva di poterli acquisire nel breve termine.
Vediamo in questo post i casi studio di due progetti fiamminghi di cui uno è già stato attivato e uno è in fase di preparazione sempre grazie a finanziamenti destinati all’economia circolare.
Billie Cup un versatile bicchiere riutilizzabile
Billie Cup è un progetto che ha potuto essere lanciato a Gand grazie a Circular Flanders – Fiandre circolari, una piattaforma collaborativa per promuovere l’economia circolare che riunisce governo, enti locali, aziende e altri soggetti della società civile, del mondo della ricerca e della consulenza.
Il governo delle Fiandre ha definito l’economia circolare una delle sette “priorità di transizione” nel piano “Vision 2050, a long-term strategy for Flanders” e ha affidato all’OVAM (l’Agenzia pubblica per la gestione dei rifiuti delle Fiandre) il compito di fondare l’ente che ora viene gestito da un team dedicato all’interno dell’agenzia.
Nel 2018 sono stati 53 in totale i progetti di economia circolare che hanno ricevuto il sostegno del governo fiammingo attraverso questa organizzazione che definisce “esecutori circolari” gli imprenditori che si mettono in gioco.
Sono 20 gli esercizi commerciali di Gand che sono partiti con la sperimentazione della Billie Cup, nell’ambito di un’iniziativa denominata Maggio plastic-free. La Billie Cup è una tazza riutilizzabile che può servire per l’asporto di varie tipologie di alimenti e bevande come caffè, zuppe, succhi e gelati.
La tazza può essere prelevata in uno dei venti esercizi pagando 1 euro di deposito ed essere restituita in qualunque altro esercizio partecipante per recuperare l’importo della cauzione. E’ inoltre possibile acquistare una tazza provvista di coperchio per 1,50 euro che rimane di proprietà.
Il sistema non è una assoluta novità per la cittadina poiché la Billie cup è già stata testata con successo lo scorso anno durante l’evento annuale Gentse Feesten, che dura una decina di giorni. I fondatori del progetto sono stati entusiasti di potere partire con un progetto a lungo termine nella città in cui sono nati ma con l’ambizione di poterlo espandere in tutto il Belgio.
Per aiutare la diffusione della tazza la città di Gand ha investito nell’acquisto e nella distribuzione gratuita di 5000 pezzi della Billie cup realizzando un’edizione limitata con lo skyline della città. L’assessore alle politiche ambientali e climatiche Tine Heyse, che ha appoggiato in pieno l’iniziativa ha affermato “Le tazze usa e getta costituiscono uno spreco di materie prime e di rifiuti considerato che non vengono riciclate. Inoltre, spesso intasano i cestini della spazzatura e finiscono a terra. Siamo quindi molto soddisfatti dell’arrivo di un’alternativa riutilizzabile e sostenibile come la Billie Cup”.
Sul sito dell’iniziativa si possono trovare le informazioni sugli esercizi aderenti a Gand e anche ad Anversa. L’idea dei promotori è quella di estendere il servizio anche in altri ambiti come in uffici, ospedali, cinema, università, stazioni di servizio e stazioni ferroviarie .
Deliveround: dai ristoranti preferiti una consegna circolare
Avere un pasto consegnato a casa in un contenitore riutilizzabile è ancora un ipotesi fantascientifica un po’ovunque nel mondo. Tuttavia non ci vorrà ancora molto prima che diventi una realtà, almeno in Belgio. Per rendere possibile questo servizio Deliveroo società specializzata nella consegna di piatti pronti ordinati online, la città di Hasselt e l’ONG Recycling Netwerk Benelux stanno lavorando ad un progetto che verrà lanciato il prossimo anno.
Il progetto presentato nel maggio scorso dai tre soggetti prima citati sarà il primo nel suo genere attivato in Belgio, ma anche a livello europeo. Infatti ancora nessuno dei principali servizi di consegna di pasti pronti a domicilio si serve di contenitori riutilizzabili, nonostante il fatto che i contenitori monouso utilizzati in tutto il mondo, vengano ben difficilmente riciclati o compostati.
Considerando che la richiesta per i piatti pronti da asporto continua a crescere, così come sta avvenendo d’altronde anche per il commercio elettronico in generale, è quanto mai necessario trovare rapidamente delle soluzioni che evitino sia lo spreco dei contenitori usa e getta, che i relativi costi di smaltimento, che ricadono sui comuni e sui cittadini attraverso le bollette dei rifiuti.
“Come creare un sistema efficiente e competitivo di contenitori riutilizzabili. Quali sono le modifiche da apportare al prodotto, al sistema di consegna in modo che la logistica di consegna e di ritorno avvengano correttamente e in modo semplice per i ristoratori, per chi consegna i piatti e per i fruitori del servizio”. Queste sono le domande alle quali Recycling Network Benelux, organizzazione ambientalista impegnata nella riduzione dei rifiuti, ha cercato di rispondere nelle fasi di sviluppo di Deliveround. Perché, come ha affermato il project manager dell’iniziativa Inge Luyten “non è possibile creare un’economia circolare senza coinvolgere le aziende. “
Il servizio di consegna Deliveroo è accessibile attraverso un’applicazione che collega i potenziali clienti con i ristoranti della città. Rodolphe Van Nuffel, portavoce di Deliveroo ha spiegato così le ragioni per cui hanno voluto essere partner di questo progetto pilota : “Deliveroo ha cambiato radicalmente il modo in cui le persone consumano i pasti potendo ordinare ordinare quando vogliono dai migliori ristoranti della città. Con questo progetto unico vogliamo contribuire attivamente a un cambiamento ancora più ampio verso una maggiore sostenibilità. Il ruolo positivo che possiamo giocare come azienda in crescita è quello di permettere ai nostri ristoranti clienti di fare scelte più rispettose dell’ambiente.”
Secondo Joost Venken, delegato all’ambiente, la sostenibilità e l’economia circolare del comune di Hasselt, la città è il laboratorio naturale di questa sperimentazione “Siamo già stati pionieri nell’eliminazione dell’usa e getta durante manifestazioni come quella dedicata al liquore Jenever (tenutasi con bicchierini riutilizzabili) e le feste del parco Amuse. Siccome il nostro obiettivo è quello di passare da un’economia lineare a un’economia circolare, in cui nulla viene sprecato, Deliveround si inserisce perfettamente in questa nostra ambizione. ”
“E’ assolutamente necessario promuovere nelle persone la consapevolezza che la plastica usa e getta è un problema globale e va evitata” aggiunge Laurence Libert, responsabile delle politiche dei rifiuti di Hasselt. “Iniziative come il Maggio Plastic free fanno parte di una più ampia campagna di sensibilizzazione sui rifiuti che nei prossimi anni si concentrerà in modo sempre più deciso non solo sui residenti ma anche sui visitatori e gli esercizi commerciali. Pertanto siamo felici di sostenere questa sperimentazione che sposa perfettamente gli obiettivi di riduzione delle nostre politiche sui rifiuti . ”
Anche per questo progetto il finanziamento ne ha consentito il prossimo avvio è arrivato nel 2018 da Circular Flanders.
Insegnamenti da portare a casa
Gli insegnamenti da trarre da queste due esperienze fiamminghe, confrontandole eventualmente con le iniziative nazionali Plastic free analizzate in un precedente articolo , sono essenzialmente tre:
- Finanziamenti : i finanziamenti per fare decollare le iniziative di riduzione rifiuti e di economia circolare sono necessarie ma ci deve essere un importante coinvolgimento e interessamento da parte della politica nazionale e locale in modo che i progetti non vadano a morire una volta esauriti i fondi, ma al contrario acquistino economie di scala e possano propagarsi.
- Riduzione Rifiuti : i progetti di riduzione dei rifiuti da usa e getta non possono focalizzare solamente una tipologia di materiale, come viene fatto ora prevalentemente in Italia, perché si finirebbe per spostare solamente il problema (che è il consumo usa e getta) su altri flussi di materiali e loro filiera di gestione del fine vita. Tutto questo senza una reale riduzione nel consumo di risorse, di produzione di rifiuti e delle relative spese di gestione. (1)
- Pianificazione sistemica : mentre le ordinanze o progetti sulla carta si possono scrivere in poco tempo lo stesso non può dirsi per iniziative che per essere attuate richiedono una pianificazione attenta che tenga conto dei tempi fisiologici necessari per raggiungere gli obiettivi da parte di tutti i soggetti coinvolti. A maggior ragione quando si tratta di iniziative che apportano dei cambiamenti negli stili di vita e modalità di consumo ormai consolidati nelle persone e che richiedono il coinvolgimento di diversi soggetti, come abbiamo visto in questi due casi studio dalle Fiandre. Quindi, fissare obiettivi intermedi e crescenti con relative tappe per arrivarci sul breve e lungo termine è la ricetta madre contro un possibile fallimento, che rischierebbe di minare la credibilità futura e la fiducia dei cittadini nei confronti dei soggetti promotori delle iniziative siano essi privati che pubblici.
(1) Soprattutto nelle situazioni in cui entra in vigore un divieto per un determinato prodotto senza la predisposizione di alternative a disposizioni dei cittadini come è stato fatto con l’ordinanza di Berkeley . Quando invece si promuove una sostituzione di manufatti in plastica con manufatti in bioplastica ( non permessi peraltro dalla Direttiva plastiche monouso) o altri materiali sempre monouso come i derivati dalla cellulosa, andrebbe fatta anche una valutazione sugli impatti ambientali delle alternative che si propongono. Non è casuale se il programma inglese WRAP all’interno di un opuscolo di supporto all’iniziativa The Plastic Pact dal titolo Eliminating problem plastics ricorda che tutte le azioni e le scelte che si possono compiere nell’eliminare i manufatti i plastica devono evitare possibili conseguenze indesiderate insite nelle eventuali sostituzioni come un aumento dell’impatto ambientale.
Nei prossimi post racconteremo anche di questa iniziativa denominata La Tasse lanciata nel Quebec:
Quebec businesses go green with drinking cup deposit-return project
L’Italia del plastic-free è pronta al recepimento della Direttiva?
Nella prima parte di questo articolo abbiamo spiegato cosa prevede la nuova direttiva europea sulle plastiche monouso (cosiddetta SUP, Single Use Plastics), quali sono gli oggetti e gli imballaggi che vengono messi al bando e il fatto che il divieto sia esteso anche alle plastiche biodegradabili e compostabili. In questa seconda parte vogliamo quindi spingerci oltre e analizzare come l’Italia si stia preparando al recepimento della direttiva, se le iniziative “plastic- free” sono coerenti con le indicazioni contenute nella direttiva e quali sono le reazioni dei comparti industriali interessati dal divieto che riguarda le stoviglie monouso in materie plastiche.
Nonostante la direttiva SUP sia stata accolta con entusiasmo nel nostro paese, c’è più di un legittimo sospetto che non ne siano state pienamente comprese le misure e il potenziale che essa racchiude per un superamento del consumo monouso e per una transizione verso modelli di economia circolare. Qualche dubbio in tal senso nasce infatti dall’analisi dei provvedimenti contenuti nelle numerose iniziative Plastic Free da parte di Atenei, Regioni, Comuni, Associazioni di categoria e altri soggetti che si susseguono negli ultimi mesi. Quasi ogni giorno vengono rese note nuove iniziative che, ricordiamo, si ispirano alla “Plastic Free Challenge” l’iniziativa collegata alla campagna #Iosonoambiente di cui si è fatto promotore il Ministro Costa.
Tra le misure oggetto della maggior parte delle ordinanze Plastic Free, che interessano oltre 100 comuni, c’è un comune denominatore che consiste nel divieto di utilizzo e distribuzione di stoviglie, bicchieri e posate in plastica. A seconda dei casi questo provvedimento può arrivare anche al divieto di vendita di questi manufatti da parte di negozi e supermercati e interessare anche tutto il territorio comunale, oppure solo determinate aree cittadine, determinati uffici pubblici, servizi gestiti dal comune come le mense scolastiche o eventi e manifestazioni.
Entrando nel merito dei prodotti interessati dalle ordinanze si può inoltre rilevare che una parte di esse vietano l’utilizzo o la vendita di prodotti che rientrano tra i 10 che la direttiva bandisce (ad esempio cannucce o mescolatori per bevande), e altre si spingono oltre includendo invece prodotti come bottiglie, bicchieri, bicchierini da caffè con palette e altri contenitori monouso che non sono invece soggetti a restrizioni d’uso da parte della direttiva.
In quasi tutti questi casi l’amministrazione comunale dichiara, impropriamente di “anticipare la Direttiva SUP” che dovrà essere recepita negli ordinamenti normativi dei paesi membri entro la metà del 2021. (In Italia entro il 3 luglio del 2021). Questa affermazione si ritrova praticamente in tutte le comunicazioni inviate ai media dai soggetti prima citati, e non risparmia neanche le regioni, dalle quali sarebbe legittimo aspettarsi una maggiore precisione quando si entra nel merito di provvedimenti legislativi.
Come si può leggere in un articolo di e-gazette.it sulle iniziative Plastic Free Andrea Netti, esperto di diritto amministrativo afferma “Il 47% dei provvedimenti analizzati include erroneamente i bicchieri tra i prodotti monouso in plastica da abolire e ancora il 52% vuole abolire anche le bottiglie d’acqua quando la Direttiva UE richiede invece nuovi requisiti di fabbricazione”.
Un rischio insito in queste ordinanze “fai da te” , sicuramente motivate da nobili intenti, è quello di esporre le amministrazioni a ricorsi al TAR da parte dei soggetti economici colpiti dai vari divieti, e di alimentare, allo stesso tempo, la confusione dei cittadini e degli operatori commerciali con provvedimenti che cambiano a seconda dei confini comunali.
Resta in qualche modo sorprendente il fatto che, ad oggi, non ci sia stato alcun intervento istituzionale (o di qualche altro ente autorevole) che abbia “contestato” questa interpretazione, o almeno espresso qualche dubbio sul fatto che le iniziative Plastic Free non siano sempre coerenti con le indicazioni della direttiva SUP. Probabilmente sono i recentissimi accadimenti, che vedremo più avanti, a offrire una chiave di lettura che chiarisce questa situazione.
Biodegradabile e compostabile: la confusione regna
Con l’avvento delle bioplastiche, termini prima raramente utilizzati nel quotidiano come biodegradabile, compostabile e ultimamente anche biobased, sono diventati sempre più ricorrenti nel linguaggio comune. Facendo una ricognizione sui social è facile rilevare che anche chi fa uso di questi aggettivi ha una conoscenza approssimativa del loro significato, non conosce la differenza tra compostabile e biodegradabile, e tende a ritenere che un bene marchiato compostabile possa biodegradarsi in natura.
Neanche i testi delle ordinanze e i relativi comunicati aiutano a fare chiarezza, poiché gli aggettivi biodegradabile e compostabile [1] vengono usati alternativamente, come se fossero sinonimi. (In realtà la biodegradabilità va considerata come una caratteristica del materiale mentre la compostabilità è un attributo proprio di un manufatto). Raramente la comunicazione fatta ai cittadini sui manufatti compostabili chiarisce che la biodegradazione avviene solamente all’interno di impianti di compostaggio industriale e/o viene accompagnata dalla citazione della norma di riferimento EN 13432 che definisce le condizioni standard per poter classificare un manufatto come compostabile.

Allo stesso tempo, da quando la plastica è nell’occhio del ciclone, questi aggettivi hanno assunto in modo automatico una valenza positiva, e a prescindere dal prodotto al quale vengono attribuiti. Non per nulla il marketing aziendale si sta adeguando a questo nuovo sentire nella scelta dei materiali per vecchi e nuovi prodotti/imballaggi, in modo da sfruttarne il potenziale vantaggio competitivo. L’impressione è che si voglia “cogliere l’attimo” senza una valutazione del ciclo di vita delle nuove proposte rispetto alle precedenti che vanno a rimpiazzare, e soprattutto senza voler entrare nel merito di quali siano le conseguenze del loro fine vita sui sistemi esistenti di avvio a riciclo dei vari flussi di rifiuti. Il fatto che le ordinanze balneari Plastic Free proibiscano stoviglie, posate o bicchieri in plastica ma ammettano le versioni biodegradabili e compostabili si presta a rafforzare questa interpretazione errata, piuttosto che confutarla.
[1] Un materiale biodegradabile deve, per definirsi tale secondo la normativa europea, degradarsi per almeno il 90% entro 6 mesi, in componenti elementari : Co2 e acqua mentre un manufatto compostabile , oltre che essere di materiale biodegradabile deve sottostare ad altri tre requisiti (vedi foto) per potersi dichiarare compostabile.
Cosa prevede veramente la direttiva Ue sulle plastiche monouso
È appena stata approvata la versione definitiva della direttiva Ue sulle plastiche monouso. Alcuni prodotti e imballaggi usa e getta in plastica saranno vietati a partire dal 2021, divieto che viene esteso anche alle bioplastiche. Vengono anche previsti regimi di responsabilità estesa del produttore per alcuni prodotti non ancora coperti e nuovi obiettivi di raccolta e riciclo per le bottiglie di plastica.
Parte prima
Il 21 maggio 2019 è stata approvata nella sua versione definitiva la direttiva dell’Unione europea UE 2019/904 sulle materie plastiche monouso (detta anche direttiva SUP, Single Use Plastics). Proposta a maggio dell’anno scorso nell’ambito della Strategia europea sulle materie plastiche, la direttiva Ue per la riduzione della plastica monouso è arrivata alla fine del suo iter dopo appena otto mesi. La pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea è avvenuta il 12 giugno e pertanto entrerà in vigore il 3 luglio. Da quel momento gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la legislazione nel loro ordinamento nazionale.
La direttiva mira a prevenire e contrastare i rifiuti marini e si basa sulla legislazione dell’Ue già esistente. Ma si spinge oltre e stabilisce norme più severe per i tipi di prodotti e di imballaggi che rientrano tra i dieci prodotti inquinanti più spesso rinvenuti sulle spiagge europee. Le nuove norme vietano, con decorrenza al 2021, l’utilizzo di determinati prodotti in plastica usa e getta per i quali esistono alternative in commercio.
La direttiva prevede inoltre l’introduzione di misure che entrano in vigore con date differenziate rispetto al recepimento della direttiva come:
Regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcuni prodotti tra i quali: tazze da caffè, contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo, filtri di sigarette, palloncini, reti da pesca, salviette umidificate. Per tali prodotti le attività di raccolta a fine vita e di pulizia che devono essere finanziate dai produttori (sia come attività di raccolta a fine vita che di pulizia). A seconda del prodotto, tra gennaio 2023 e il 31 dicembre 2024 debbono essere soddisfatti gli obblighi aggiuntivi;
Obiettivi di raccolta e riciclo per le bottiglie: i paesi membri dovranno raccogliere separatamente da altri flussi il 77% di quanto immesso al consumo entro il 2025 e il 90% entro il 2029;
Obiettivi di riduzione per i prodotti monouso in plastica e poliaccoppiato (carta più pellicola in plastica o bioplastica) considerati ancora non facilmente sostituibili come bicchieri e tazze da passeggio e contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo (e loro eventuali tappi o coperchi). Gli obiettivi di riduzione vengono demandati ai paesi dell’UE, così come le misure per raggiungerli tra possibilità di restrizioni all’uso e promozione di alternative riutilizzabili, con o senza incentivazioni economiche;
Contenuto di materiale riciclato obbligatorio: a partire dal 2025, le bottiglie in plastica dovranno contenere un minimo del 25% di materiale riciclato, percentuale che salirà al 30% nel 2030;
Tappi e coperchi solidali con il contenitore per le confezioni di bevande in plastica (al più tardi cinque anni dopo l’entrata in vigore della direttiva i tappi dovranno essere non separabili dal contenitore);
Etichettatura obbligatoria per prodotti come filtri di sigaretta, bicchieri di plastica, assorbenti e salviette umidificate, per informare i consumatori sugli impatti negativi in caso di abbandono nell’ambiente e fornire indicazione sul corretto smaltimento (due anni dopo l’entrata in vigore della direttiva);
Attività di informazione e sensibilizzazione ambientale destinate ai consumatori rispetto all’utilizzo dei prodotti che possono comprendere anche le informazioni presenti sul prodotto.
Alcune di queste misure possono interessare contemporaneamente un determinato prodotto. Per fare un esempio chiarificatore, le bottiglie in plastica sono soggette ad obiettivi di raccolta vincolanti, ad avere una quantità minima di materia riciclata, ad avere tappi solidali con i contenitori e a regimi EPR che finanzino sia i costi di raccolta e avvio a riciclo che i costi di pulizia ambientale e di campagne di sensibilizzazione.
Quali sono i materiali e i prodotti vietati al 2021
Come introdotto, la direttiva prende di mira i dieci prodotti in plastica più inquinanti per affrontare l’emergenza dei rifiuti marini. Ecco che allora diventa fondamentale evitare che questi prodotti per i quali esistono alternative, vengano sostituiti da prodotti omonimi realizzati con altri polimeri che non si biodegradano velocemente in mare. Già nel 2015 il Rapporto delle Nazioni Unite “Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, Concerns and Impacts on Marine Environments” aveva allertato che l’adozione diffusa di prodotti etichettati come ‘biodegradabili’ non avrebbe ridotto in modo significativo i volumi di plastica che entrano negli oceani e i rischi connessi per gli ambienti marini.
Il rapporto evidenziava infatti che la biodegradazione completa della plastica si verifica in condizioni che raramente sussistono negli ambienti marini. Successivamente, il 5 dicembre 2017, l’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente ha adottato una Risoluzione sui rifiuti marini e sulla microplastica coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile sanciti dalle Nazioni Unite che mira, entro il 2025, a prevenire e ridurre in modo significativo l’inquinamento marino di ogni tipo. Ora i paesi europei hanno la possibilità di andare oltre ai limiti di questi accordi e risoluzioni globali che non hanno natura vincolante per i governi che li sottoscrivono, agendo direttamente sulle fonti di produzione di questi rifiuti marini che arrivano però dalla terraferma.
La direttiva SUP dice esplicitamente all’art. 3 che gli unici polimeri esclusi dal suo campo di applicazione sono quelli naturali, non modificati chimicamente (1). Le plastiche biodegradabili e compostabili siano esse derivate da fonti rinnovabili (totalmente o parzialmente) che di origine fossile, rientrano tra i polimeri modificati chimicamente e quindi fra i materiali vietati. Nel caso delle stoviglie non sono ammesse al pari della plastica e bioplastica neanche i manufatti realizzati in materiale poliaccoppiato o laminato composto da carta e da un rivestimento in materiale plastico.(2)
Ecco l’elenco dei prodotti o imballaggi soggetti al divieto:
– Bastoncini cotonati per la pulizia delle orecchie;
– Posate (forchette, coltelli, cucchiai, bacchette)
– Piatti (sia in plastica che in carta con film plastico)
– Cannucce
– Mescolatori per bevande
– Aste per palloncini (esclusi per uso industriale o professionale)
– Contenitori con o senza coperchio (tazze, vaschette con relative chiusure) in polistirene espanso (EPS) per consumo immediato (fast-food) o asporto (take-away) di alimenti senza ulteriori preparazioni
– Contenitori per bevande e tazze sempre in EPS
– Tutti gli articoli monouso in plastica oxo-degradabile (3)
Il littering è il sintomo di un problema
Come visto prima i bicchieri in plastica e in poliaccoppiato come le tazze da passeggio e i contenitori per cibo da asporto pronto al consumo sono esclusi dal divieto di commercializzazione ma rientrano tra i prodotti per i quali la direttiva chiede misure ambiziose di riduzione nel consumo o sistemi di EPR.
Questi manufatti largamente usati per contenere bevande fredde e gelati, oltre che calde e vari tipi di cibo da asporto e snack, vengono spesso abbandonati nell’ambiente e, quando va bene, intasano i cestini stradali.
Questo fenomeno dimostra che non abbiamo solamente un problema di plastica ma di modello di consumo che vede sempre più prodotti alimentari confezionati in porzioni monodose che oltre ad essere ad alto rischio di dispersione nell’ambiente hanno un maggiore impatto di packaging rispetto al prodotto contenuto in confezioni più grandi.
Prima parte dell’analisi sulla Direttiva SUP realizzata da Silvia Ricci, nostra responsabile campagne e Andrea Degl’Innocenti giornalista di Italia che Cambia.
Segue la seconda parte qui.
(1) Art. 3: «plastica»: il materiale costituito da un polimero quale definito all’articolo 3, punto 5), del regolamento (CE) n. 1907/2006, cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze, e che può funzionare come componente strutturale principale dei prodotti finiti, a eccezione dei polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente. In aggiunta leggasi il Considerando 11 **
(2) «prodotto di plastica monouso»: il prodotto fatto di plastica in tutto o in parte, non concepito, progettato o immesso sul mercato per compiere più spostamenti o rotazioni durante la sua vita essendo rinviato a un produttore per la ricarica o riutilizzato per lo stesso scopo per il quale è stato concepito;
(3)«plastica oxo-degradabile»: materie plastiche contenenti additivi che attraverso l’ossidazione comportano la frammentazione della materia plastica in microframmenti o la decomposizione chimica;
** Considerando 11
I prodotti di plastica monouso possono essere fabbricati a partire da un’ampia gamma di materie plastiche. La plastica è di solito definita come un polimero cui possono essere stati aggiunti additivi. Questa definizione comprenderebbe tuttavia taluni polimeri naturali. I polimeri naturali non modificati, ai sensi della definizione di «sostanze non modificate chimicamente» di cui all’articolo 3, punto 40, del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio (13), non dovrebbero essere inclusi nella presente direttiva poiché sono presenti naturalmente nell’ambiente. Pertanto, ai fini della presente direttiva, la definizione di polimero di cui all’articolo 3, punto 5, del regolamento (CE) n. 1907/2006 dovrebbe essere adattata e dovrebbe essere introdotta una definizione distinta. La plastica fabbricata con polimeri naturali modificati o con sostanze di partenza a base organica, fossili o sintetiche non è presente in natura e dovrebbe pertanto rientrare nell’ambito di applicazione della presente direttiva. La definizione adattata di plastica dovrebbe pertanto coprire gli articoli in gomma a base polimerica e la plastica a base organica e biodegradabile, a prescindere dal fatto che siano derivati da biomassa o destinati a biodegradarsi nel tempo.
Leggi anche il commento di Linda Maestri “Direttiva SUP e guerra ai rifiuti di plastica: il problema è la plastica o il rifiuto?”
Una sorta di Bignami sulla SUP con tutte le scadenze temporale previste da alcune misure contenute negli articoli si trova qui.
La rivincita del sacchetto riutilizzabile ortofrutta nella GDO parte dal Belgio
Le iniziative che prevedono il riuso delle varie tipologie di imballaggi sono molto poco diffuse perché richiedono un cambio nelle modalità di approvvigionamento di alimenti e bevande che avvengono quasi esclusivamente attraverso contenitori monouso. Cominciano però a farsi strada dei casi studio che fanno scuola e che vogliamo raccontarvi, a partire da questo della catena di supermercati Colruyt Group in Belgio che per prima ha eliminato completamente i sacchetti ortofrutta usa e getta a favore di un’opzione riutilizzabile.
Colruyt Group è stata una delle sette insegne in Belgio tra cui Delhaize e Carrefour che, oltre un anno fa, ha testato per qualche mese l’introduzione di sacchetti riutilizzabili nel settore ortofrutta come parte di un’iniziativa promossa da Comeos, l’associazione nazionale del commercio, per ridurre il consumo dei sacchetti monouso.
Il progetto iniziale di Comeos prevedeva l’introduzione di un sacchetto riutilizzabile nel settore ortofrutta per favorire il passaggio ad una cessione onerosa dei sacchetti monouso che sarebbe diventata obbligatoria, prevenendo eventuali contestazioni da parte dei clienti.
La sperimentazione deve aver convinto il gruppo Colruyt a fare di più, visto che la scelta di offrire solamente sacchetti riutilizzabile per l’acquisto di ortofrutta, resa nota qualche giorno fa, è molto più radicale.
150 MILIONI DI SACCHETTI EVITATI
Quando tutti i punti vendita delle insegne del gruppo (Colruyt, Bio-Planet, Spar, OKay, OKay Compact) si adegueranno alla nuova disposizione si potrà arrivare all’eliminazione di 150 milioni di sacchetti all’anno che rappresenta il consumo attuale.
Saranno una cinquantina i punti vendita che dal 19 giugno non offriranno più sacchetti monouso in plastica nelle Fiandre e in bioplastica nella regione di Bruxelles e nella Vallonia. Tutti gli altri negozi seguiranno dal prossimo ottobre. I clienti potranno ricevere gratuitamente un primo set gratuito di 5 sacchetti riutilizzabili.
SACCHETTI 100% RIUTILIZZABILI E SOSTENIBILI
I sacchetti adottati, realizzati in poliestere, possono sopportare senza problemi un carico sino a 4 kg e sono estremamente resistenti all’usura, come è risultato dai test effettuati dalla società Bureau Veritas. Possono essere facilmente lavati sia a mano che in lavatrice a 30 gradi.
La scelta è caduta sul sacchetto di poliestere dopo che uno studio LCA (analisi del ciclo di vita) ne ha certificato un minore impatto ambientale rispetto all’opzione del sacchetto in carta monouso e del sacchetto riutilizzabile in cotone.
Dopo 9 utilizzi il sacchetto in poliestere risulta già più sostenibile di uno in carta (usato una sola volta).
I sacchetti sono provvisti di un codice a barre che ha la funzione di detrarre il peso di circa 37 gr. del sacchetto dal peso del prodotto ortofrutticolo che contiene.
RIDUZIONE IMPRONTA AMBIENTALE
Questa iniziativa rientra nel piano complessivo di riduzione dell’impronta ambientale dell’azienda attivo da tempo, che, nella parte che concerne i rifiuti (diretti e indiretti) si concentra soprattutto su una loro prevenzione e riduzione, oltre che nell’utilizzo privilegiato di materie prime che siano rinnovabili, riusabili, riciclabili, e derivate dal riciclo. Il gruppo è convinto che i clienti apprezzeranno questa iniziativa che si inquadra nel perseguimento di due dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs ) delle Nazioni Unite che sono : Consumo e Produzione Responsabili (12) e Lotta contro il Cambiamento Climatico (13).
RIUSO RESTA UN MIRAGGIO IN ITALIA
A oltre un anno dalla partenza del decreto che ha reso obbligatorio l’utilizzo di sacchetti biodegradabili nella GDO che ha avuto come effetto collaterale uno scambio di circolari da parte dei ministeri dell’ambiente e alla salute che nei fatti ha impedito ai supermercati di dare il via libera al riutilizzo dei sacchetti ortofrutta. Non è arrivata alcuna nuova circolare chiarificatrice dal Ministero della Salute che, chiamato ad esprimersi dal precedente ministro all’Ambiente Galletti, ha emesso un primo parere ingarbugliando ulteriormente la situazione. Restiamo al punto in cui, in nome di chissà quali rischi sanitari, il riuso dei sacchetti non è permesso ed è invece aumentato il consumo di ortofrutta confezionata dopo che la GDO ha aumentato la quantità di referenze confezionate rispetto a prima del divieto per intercettare i clienti che non vogliono acquistare sfuso.
Neanche la “sfida” di buon senso lanciata nel giugno del 2018 da NaturaSì che, con l’appoggio di Legambiente, ha adottato sacchetti riutilizzabili per ortofrutta ( e anche per il pane) è bastata per provocare qualche reazione dai ministeri.
Non c’è ancora alcuna traccia delle misure legislative volte a prevenire e ridurre i rifiuti da usa e getta annunciate dal Ministro Costa nelle sue prime interviste che vadano a interessare produttori ed utilizzatori di imballaggi.
Come questa vicenda ci ha infatti insegnato non sarà possibile sviluppare sviluppare nel nostro paese sistemi di riuso dei contenitori sino a che non verranno inserite delle deroghe alla legislazione sulla sicurezza alimentare vigente, utilizzando strumenti come la manleva per sollevare gli esercizi che accettano di somministrare prodotti nei contenitori portati da casa da eventuali (alquanto improbabili) tossinfezioni causate dai contenitori. Un’apposita etichetta che contrassegna questo tipo di acquisto potrebbe essere successivamente sviluppata e utilizzata a livello nazionale.
Intanto stanno nascendo in altri paesi europei tra cui la Francia* diverse iniziative in cui è permesso l’uso di contenitori riutilizzabili portati da casa, anche per alimenti come carni e gastronomia, che a noi restano precluse.
* In Francia l’AFSCA ha espresso parere favorevole al riuso dei contenitori
Mercati Circolari : serve volontà politica
Rendere circolare la logistica e l’economia che sta dietro ai mercati rionali? Si può fare. Lo ha dimostrato Oikos con una sperimentazione presentata a Torino durante la Settimana Europea per la Riduzione dei rifiuti del 2016.
Al fine di diminuire i rifiuti dovuti agli imballaggi del settore ortofrutticolo, e contestualmente ridurre i costi della tassa rifiuti ai commercianti, il Sistema Oikos introduce cassette pieghevoli e riutilizzabili. Il sistema è in grado di abbattere del 70% i rifiuti derivanti dagli imballi del settore ortofrutticolo come ci racconta Alberto Lucchese, General Manager di Oikos .
In cosa consiste il progetto Oikos ?
il progetto e la sperimentazione che ne è conseguita deriva da una best practice esistente. L’utilizzo di cassette in polipropilene a sponde richiudibili, riutilizzabili e lavabili è una pratica consolidata nella GDO. Questo sistema ha praticamente soppiantato la cassetta monouso nel reparto ortofrutticolo, garantendo vantaggi sotto ogni punto di vista: logistico, ambientale ed economico. Questa best practice è entrata nel mondo della distribuzione circa 30 anni fa. Negli ultimi vent’anni in Italia, il sistema è stato adottato da Auchan, Carrefour, Pam, Conad e poi si è allargato a macchia d’olio, tant’è che queste cassette sono in uso anche nelle catene più piccole della GDO.
Otto anni fa ho pensato alla possibilità di coinvolgere un mondo come quello dei mercati ortofrutticoli di vendita all’ingrosso che serve pubblici come quelli degli ambulanti, piccoli dettaglianti, mense e ristoranti e che non ha una struttura verticistica e piramidale come quello della grande distribuzione.
Tutto ciò dopo un’indagine sulla movimentazione di merci dei mercati italiani verso quelli spagnoli. Ho scoperto che fra le due realtà c’è un’enorme differenza, rappresentata in particolare dal fatto che in Italia abbiamo un numero di mercati generali che è quattro volte quello della Spagna. Quindi con diseconomie di scala ed inefficienze evidenti, nonostante una differente conformazione morfologica dei Paesi e una diversa concentrazione delle attività commerciali. Trattandosi di numeri e volumi enormi ho voluto analizzare quali potessero essere gli impatti qualora fosse stato possibile estendere ai mercati italiani l’adozione di queste cassette riutilizzabili. Il riuso non è altro che una best practice dell’economia circolare che, in questo caso genera sicuramente economie di scala e di efficienze e che, se gestito al meglio in tutte le varie fasi garantisce ad una cassetta un ciclo di vita anche lungo 10 anni.
A quei tempo il mercato italiano dei mercati generali ortofrutticoli, muoveva circa un miliardo e seicento milioni di colli all’anno. Tuttavia vista la difficile tracciabilità e certificabilità dei dati, stiamo parlando di una stima in difetto, probabilmente nell’ordine del 10-15%. Questo numero incredibile di colli che possono essere in legno, in cartone o in plastica monouso, possono, ovviamente, essere avviati a riciclo, ma con costi in termini economici e ambientali molto più elevati di quelli generati da un riuso.
Tre università Leeds (1), Stoccarda e Bologna in tre diversi studi indipendenti sull’efficientamento delle filiere attraverso l’utilizzo delle cassette riutilizzabili, hanno dimostrato che la cassetta in plastica in materiale vergine, adatto ad essere utilizzato come imballaggio primario, che viene lavato, sanificato e riutilizzato, apporta vantaggi sotto tutti i punti di vista. “Tramite l’utilizzo della metodologia LCA (Life cycle analysis), è stato possibile esaminare il consumo equivalente di energia (in kwh) durante la fase di gestione dei sistemi di imballaggio considerati, rilevando che la cassetta CPR system favorisce un risparmio di circa 1,3 kwh51 rispetto all’imballo monouso di cartone, per ogni movimentazione eseguita (…). Attualmente il risparmio energetico superiore a 1,2 kwh rispetto alle cassette di cartone monouso e di circa 0,4 kwh rispetto alle cassette di plastica a sponde fisse per movimento consentirebbe complessivamente di avere a disposizione energia pari a circa 40 milioni di kwh 52 (nel caso di in cui l’attuale livello raggiunto da CPR system pari a circa 80 milioni di movimenti annuali sostituisca circa il 30% per entrambi i sistemi posti a confronto). Allo stesso tempo, tale sostituzione di un parco di cassette di cartone di circa 24 milioni di unità permetterebbe un risparmio di materia prima pari a quella prodotta da circa 60 mila alberi” si legge nella ricerca bolognese. (2)
Quindi nel rispetto della circolarità le nostre cassette arrivano ai produttori che le riempiono poi passano attraverso il grossista che le cede al dettagliante. Quest’ultimo riporta le cassette al centro logistico presso il mercato all’ingrosso dove va a rifornirsi tutti i giorni senza disagi o particolari accorgimenti. Con questo sistema l’impatto complessivo è ridotto rispetto alla gestione di imballaggi monouso, che comportano l’invio a smaltimento con costi elevatissimi a carico delle amministrazioni pubbliche.
Parliamo dei numeri e della sperimentazione…
Durante la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR)in cui abbiamo sperimentato il sistema presso due mercati torinesi (Madama Cristina e Crocetta) abbiamo potuto misurarne i benefici più importanti. Riparametrando i numeri ottenuti dalla sperimentazione (durata una sola settimana) su un intero anno e supponendo la partecipazione di 1000 ambulanti, otterremmo questi numeri:
-Emissioni CO2 : -4.160 t
-Consumo energetico : -15.322.667 Kwh
-Alberi salvabili : + 26.358
-Rifiuto eliminabile in Kg. : – 6.565 t
Per dare una dimensione visiva, se il 10% dei colli trattati dal Mercato Agro-alimentare di Torino passasse alla cassetta riutilizzabile risparmieremmo un numero di alberi tale da poter fare un filare continuo fra Torino e Napoli. Se la percentuale salisse al 25% potremmo arrivare a Kiev; col 60% arriveremmo a Riyadh in Arabia Saudita. Questi dati sono stati confermati dal Comune di Torino in una conferenza stampa.
Quindi il sistema è oggi in uso a Torino?
No. Purtroppo alle parole non sono seguiti i fatti. Gli utilizzatori si sono rivelati estremamente rigidi rispetto a cambiamenti ed innovazioni che possano influire, seppur minimamente, sulle loro abitudini ed il Comune non ha gli strumenti legislativi per incidere sul tema. Oppure quand’anche li avesse non li applica. Penso alle sanzioni per abbandono rifiuti e al tacito consenso verso strutture parallele che recuperano e rivendono in nero le cassette utilizzate (è stato definito un “welfare alternativo”). Ma soprattutto il Comune non ha la possibilità di legiferare perché l’utilizzo delle cassette riutilizzabili diventi un “suggerimento spinto”. Ho provato anche ad interagire a livello legislativo, facendo una proposta di legge regionale e incontrando più e più volte i rappresentanti comunali, ma non siamo riusciti a venirne a capo. Ho interagito, e sto interagendo, anche con alcuni parlamentari per la presentazione di un disegno di legge sull’incentivazione del riutilizzabile e sulla disincentivazione dell’usa e getta, su stile nordeuropeo, ma i tempi sono lunghissimi.
Solo Torino è stata coinvolta dalla sperimentazione?
Si, solo Torino. Ma questo non significa che la notizia non sia girata. Sono stato chiamato da Roma, da AMA. Abbiamo fatto incontri con l’assessore Montanari, una persona con i piedi per terra e decisamente esperta sui temi della gestione sostenibile dei rifiuti. Sono stati estremamente colpiti dal progetto, che gli è piaciuto molto. Ma il problema legislativo è sempre presente.
E’ stata tentata la via dell’incentivazione economica?
La giunta Fassino a Torino aveva approvato una delibera che garantiva uno sconto di 4 centesimi su ogni cassa movimentata e quindi sottratta al monouso. L’idea alla base era che per ogni cassa movimentata dal nostro sistema il Comune avrebbe garantito un incentivo di 4 centesimi agli ambulanti. Oikos avrebbe potuto fornire al Comune i dati di movimentazioni e quindi utilizzo del sistema da parte di ogni dettagliante per una modulazione della relativa bolletta dei rifiuti. Avrebbe dovuto diventare una best practice virale, ma si è arenato tutto lì.
La stessa norma la sto riproponendo a livello regionale e nazionale. Perché i vantaggi che un’amministrazione ottiene dal passaggio di una cassetta dal monouso al riutilizzabile, sono molto più ampi di quei 4 centesimi. Quando abbiamo fatto l’esperimento durante la SERR, il Comune per smaltire un chilo di rifiuto spendeva, tutto compreso circa 27/28 centesimi. Il passaggio al riuso non cancella totalmente il costo, perché i servizi essenziali rimangono, ma già solo togliere il costo dell’incenerimento sono 12 centesimi al chilo. E il rifiuto di cartone e di legno non può essere riciclato o riutilizzato, perché contaminato dal contenuto. Per la plastica il problema è un altro perché viene completamente raccolta dal sistema “parallelo”, che lo raccoglie abusivamente e lo rivende in nero ai produttori locali che le riutilizzano. E la plastica, l’unico materiale che potrebbe essere riciclato e che rappresenterebbe un valore per l’amministrazione, viene sottratta da questo meccanismo.
Credo fortemente nell’economia circolare. Ci ho lavorato prima da professionista e ora sono temi che tratto da imprenditore. Purtroppo siamo ben lontani dal trovare delle soluzioni. Pare evidente che gli italiani abbiano bisogno di un obbligo, di una coercizione. L’esempio è quello delle cinture di sicurezza: le avevamo sulle nostre auto dagli anni ’70, ma abbiamo iniziato ad utilizzarle quando siamo stati obbligati a farlo. Probabilmente bisognerebbe fare la stessa cosa con il riutilizzabile. O forse sarebbe sufficiente semplicemente rispettare le norme vigenti.
Questo articolo è stato pubblicato nel Volume “Verso un’Economia realmente Circolare ” a cura di ESPER e Associazione Comuni Virtuosi.
(1)An extended life cycle analysis of packaging systems for fruit and vegetable transport in Europe
(2) Impatto ambientale e imballaggi – Una valutazione comparativa nella filiera ortofrutticola (pag 135)
Aggiornamento : altri studi LCA mirati alle diverse tipologie di imballaggi commerciali si trovano in alla pagina Studi e Ricerche del sito del Conai e del Politecnico di Milano.
Nota a cura della Redazione
-Nella GDO il sistema di cassette riutilizzabili è stato adottato, oltre che per l’ortofrutta anche nel settore delle carni rosse e del pesce (solamente presso Unicoop tirreno) . Manca ancora all’appello il settore delle carni bianche anche se parrebbe che qualcosa sia stia muovendo a partire dalla seconda metà del 2020.
-Nei mercati circolari non dovrebbe esistere neanche lo spreco di cibo, oltre che di imballaggi. Le poche esperienze di recupero invenduto dell’ortofrutta un minimo strutturate che esistono sul territorio nazionale andrebbero promosse da tutti i comuni in tandem con questa iniziativa per gli imballaggi. Delegare alla responsabilità o alla sensibilità dei soli cittadini un compito così difficile come quello della prevenzione e riduzione dei rifiuti senza costruire un sistema che spinga tutti i portatori di interesse (governo per la parte legislativa e settori industriale e distributivo) a lavorare nella stessa direzione, rappresenta una delle ragioni di maggiore insuccesso nella battaglia dei rifiuti (che stiamo perdendo).
Leggi anche :
How Global Trends Are Shaping the Urgency for Reusable Packaging Systems
Product Reuse is the Key to Waste Prevention – New EEA-report
Design Sistemico per il Policy Making: la regione Piemonte verso un’economia circolare
Come può il Design Sistemico e la condivisione di buone pratiche aiutare i policy maker a sviluppare politiche in supporto alla transizione verso un’Economia Circolare? Da questa domanda è partito il progetto RETRACE Interreg Europe, acronimo di “A Systemic Approach for REgions TRAnsitioning towards a Circular Economy”. Il progetto, coordinato da Silvia Barbero del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino e finanziato dal bando Europeo Interreg Europe, ha preso avvio il 1 Aprile 2016 e avrà una durata di quattro anni (2016-2020) coinvolgendo 8 partner pubblici e privati e oltre 70 stakeholder di 5 Paesi Europei (Italia, Spagna, Francia, Romania e Slovenia).
Nell’ambito del progetto RETRACE, la Regione Piemonte è giunta a definire un Piano d’Azione Regionale che include 5 azioni che, nel breve e medio periodo, affrontano la sfida dell’Economia Circolare in termini di fondi per lo sviluppo, di policies e governance e di promozione culturale.
Una collana di 3 pubblicazioni, edite dalla Casa Editrice Umberto Allemandi, racconta la metodologia e l’analisi dei sistemi regionali (“Systemic Design Method Guide for Policymaking: A Circular Europe on the Way”), le buone pratiche europee di Economia Circolare (“Good Practices Guide: Systemic Approaches for a Circular Economy”) e la progettazione delle policy actions regionali (“Policy Road Map. A Systemic Approach For Circular Regions”).
Tutte disponibili online per il download gratuito:
VOL 1 “Systemic Design method guide for policymaking, A circular Europe on the way”
VOL 2 “Good Practices Guide: Systemic Approaches for A Circular Economy”
VOL 3 “Policy Road map , A systemic approach for Circular Regions “
Leggi anche Design Sistemico per riprogettare il domani
Direttiva Ue sulla plastica monouso: “Ora gli stati membri vadano oltre al plastic free”
La direttiva approvata dal Parlamento europeo sulla plastica monouso getta le basi per grossi cambiamenti nella progettazione, imballaggio e utilizzo dei beni di consumo, introducendo divieti su molti oggetti di plastica usa e getta e concetti come la responsabilità estesa del produttore su molti altri. Riusciranno gli stati membri a recepire correttamente la direttiva e anzi a cogliere l’occasione per andare oltre il plastic free e introdurre misure per il riuso, la riduzione a monte dei rifiuti, il superamento dell’usa e getta? Ne abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi.
Intervista di Andrea Degl’Innocenti
Qualche settimana fa abbiamo parlato con Silvia Ricci, dello stato dell’arte nella gestione degli imballaggi in plastica. L’abbiamo ricontattata per entrare più nel dettaglio della direttiva sulle plastiche monouso o Single Use Plastics (SUP) recentemente approvata dal Parlamento europeo.
In particolare ci interessa avere un suo parere su quali sono le luci e le ombre del provvedimento europeo e su cosa si potrebbe fare da subito per preparare il terreno per il miglior recepimento possibile. Il tema degli imballaggi e dell’usa e getta in genere è infatti uno dei cavalli di battaglia dell’ACV, oltre che che oggetto di proposte a decisori politici e aziendali, a partire dal lancio della campagna Porta la Sporta che ha informato sul marine litter collegandolo agli attuali stili di vita già dieci anni fa.
Parliamo della direttiva SUP: qual è la tua valutazione complessiva?
L’Europa con questa direttiva ha fornito una prima risposta importante che mancava per affrontare un’emergenza mondiale come l’inquinamento da plastica che, soprattutto negli ambienti marini e acquatici in genere ha assunto dimensioni allarmanti. Nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL (Center for International Environmental Law), l’atteggiamento negazionista adottato in primis dall’industria della chimica e plastica ha avuto la meglio. Pertanto, decadi dopo, il problema si è ripresentato, amplificato dal boom di produzione plastica che è passato dai dei 35 milioni di tonnellate del 1970 ai 348 milioni di tonnellate del 2017 e ci è stato “servito sul piatto” , nel senso letterale del termine.
Tuttavia alcune misure presentate nella prima versione del testo sono state edulcorate nell’ultima stesura e cercherò di spiegare perché, complessivamente, non le ritengo commisurate alla reale gravità del fenomeno. Non dimentichiamoci che l’impatto della plastica sull’ambiente è destinato ad aumentare visto che anche la produzione plastica aumenta, trainata dall’aumento della popolazione mondiale e da un maggiore benessere nei paesi in via di sviluppo. Molto dipenderà pertanto dal recepimento che i paesi membri dovranno formalizzare all’interno dei propri quadri legislativi. Questa direttiva potrebbe diventare un’importante opportunità per ripensare il modello lineare che caratterizza la gestione degli imballaggi – non solo in plastica – introducendo azioni di prevenzione e riuso che sono indispensabili per alleggerire il carico che i prodotti usa e getta hanno sull’ambiente, riducendo al contempo le emissioni climalteranti che sono associate a tutti i processi produttivi, a prescindere dai materiali.
Quali sono i punti di forza di questa direttiva ?
Ritengo sicuramente positivo il divieto di vendita sul mercato comunitario (ai sensi dell’articolo 5 a partire dal 2021) di quegli articoli usa e getta che sono diventati rifiuti pervasivi sia in contesti urbani che in natura rappresentando circa la metà di tutti i rifiuti marini trovati sulle spiagge europee (per numero). Si tratta di: cotton fioc, posate (coltelli, cucchiai, forchette, bacchette e agitatori), piatti, cannucce, aste per palloncini, contenitori in plastiche oxo-degradabili e in polistirene espanso (EPS) per alimenti e bevande (e relativi coperchi) sia per consumo in loco che da asporto.
Inoltre l’istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR, ai sensi dell’articolo 8) per alcuni di questi prodotti non ancora coperti da tali schemi è a mio avviso la misura determinante per favorire la prevenzione, l’eco design e la riduzione di prodotti superflui, di cui una parte può essere sostituita con opzioni riutilizzabili. Principalmente perché questi regimi prevedono che siano i produttori a sostenere i costi di raccolta e avvio a riciclo di tali prodotti a fine vita nonché delle attività di pulizia ambientale e di sensibilizzazione verso i cittadini. Parliamo di articoli come, ad esempio, involucri di snack dolci e salati, salviette umidificate, assorbenti e prodotti a base di tabacco contenenti plastica (entro il gennaio 2023 per la maggior parte degli articoli). Inoltre ritengo importante che la presenza di materie plastiche venga notificata sull’etichetta del prodotto insieme all’informazione sugli impatti ambientali e alle opzioni appropriate di smaltimento.
Infine sono favorevole alla misura che riguarda i criteri di progettazione degli articoli SUP che, all’articolo 6, stabilisce che coperchi e contenitori debbano essere fissati al contenitore in modo da non venire dispersi nell’ambiente. Ma anche evitare di finire nello scarto degli impianti di selezione a causa delle ridotte dimensioni, aggiungerei. Peccato che l’entrata in vigore sia stata posticipata dal 2021 al 2024. Va detto che i paesi che hanno in vigore il deposito su cauzione offrono già una soluzione alla dispersione dei tappi, con tassi di intercettazione di bottiglie (e tappi) che possono andare oltre al 90% dell’immesso.
Per quanto riguarda invece prodotti contenenti plastica come i mozziconi di sigaretta e gli attrezzi da pesca l’obbligatorietà di adesione ad un un regime di responsabilità estesa con monitoraggio e raggiungimento di obiettivi nazionali di raccolta avrebbe dovuto arrivare già molto, molto tempo fa. Ma meglio tardi che mai…
Quali sono invece le ombre della direttiva? Quali misure avresti voluto vedere incluse sin dalla prima stesura?
In prima battuta non avere fissare in sede europea delle obiettivi obbligatori di riduzione per contenitori per alimenti e bevande. Avere previsto la possibilità per i paesi dell’UE di adottare restrizioni di mercato per questi manufatti, senza proporre obiettivi, rischia di non stimolare i governi centrali e locali a prendere misure legislative in merito. Ma soprattutto di non incentivare le aziende che utilizzano questi contenitori a dismetterli a favore di alternative più sostenibili già collaudate. Basta guardare impegni annunciati dalle grandi catene del fast food per diminuire l’impatto dei propri contenitori per notare che generalmente si limitano all’eliminazione delle cannucce. Oppure a sostituire la plastica con altri materiali usa e getta che, seppur riciclabili o compostabili, vengono poi gestiti con l’indifferenziato. Solamente la catena di caffetterie inglese Boston Tea Party ha, coraggiosamente, eliminato lo scorso anno tutti i contenitori monouso e introdotto tazze da asporto riutilizzabili. Il proprietario della catena ha raccontato di essersi chiesto cosa poteva fare per non lasciare alle future generazioni un pianeta di spazzatura e di avere fatto la scelta maggiormente responsabile, nella totale consapevolezza di incorrere in un’importante riduzione del fatturato (che si è poi verificata). Abbiamo fatto un appello a Starbucks in collaborazione con Zero Waste Europe, Greenpeace e WWF Italia prima che aprisse il primo locale a Milano, coinvolgendo anche la Giunta di Milano che ha dimostrato di apprezzare il gesto, senza che però l’appello venisse colto nella sostanza.
Pertanto in assenza di provvedimenti, che per ora stanno prendendo alcune città come Berkeley, Amsterdam e Tubinga, che spiegherò a seguire, questo flusso di rifiuti, insieme ai rifiuti derivati dal commercio online, continuerà a crescere così come i costi ambientali ed economici collegati a carico delle comunità.
In seconda battuta penso sia stato un errore madornale ritardare di 4 anni il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta separata del 90% per le bottiglie di bevande (articolo 9) che, dal 2025 slitta al 2029, anche se è stato fissato un obiettivo intermedio del 77% di intercettazione entro il 2025.
Una scadenza più vicina avrebbe spinto i paesi EU ad attivarsi per introdurre al più presto un sistema di deposito per tutti i contenitori di bevande, seguendo gli esempi di successo dei 10 paesi europei dove il sistema è già rodato e nei quali nessuno vorrebbe più tornare indietro. Come ho raccontato recentemente la Lituania che ha implementato un sistema di deposito in tempi da record, ha raggiunto in meno di un anno oltre il 70% di intercettazione (obiettivo intermedio del 2025), per attestarsi al 92% in due anni, testimonia come la volontà politica possa risolvere dei problemi convertendoli in opportunità economiche.
Infine considero l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato per le bottiglie entro il 2025, per passare al 30% al 2030, alquanto modesto, considerato che gli impegni annunciati da alcune multinazionali dell’acqua in bottiglia, ma anche di prodotti per la detergenza, sono molto più ambiziosi.
Lo scorso anno Bar le Duc (United Soft Drinks) è stata la prima marca di acqua minerale ad optare in Olanda per bottiglie realizzate con il 100% di plastica da riciclo. Evian di Danone ha annunciato che raggiungerà lo stesso obiettivo entro il 2025 e Coca-Cola porterà al 50% la percentuale di contenuto riciclato nelle sue bottiglie al 2030.
E’ olandese il padre della gerarchia di gestione dei rifiuti
Compie ottantacinque anni quest’anno l’olandese Ad Lansink, un tempo professore e parlamentare, che nel ’79 ha ideato la gerarchia di gestione dei rifiuti. E’ difficile che lo si conosca al di fuori del suo paese natale e dei convegni internazionali di settore.
Eppure, quasi tutti coloro che bazzicano nel settore dei rifiuti si sono imbattuti nel suo lavoro che ha contribuito a plasmare lo sviluppo delle politiche di gestione dei rifiuti per oltre 30 anni, in Europa e non solo.
La “scala di Lansink” : uno strumento per pensare i rifiuti
Lansink definisce un ordine preferenziale nella gestione dei rifiuti che vede al primo posto l’opzione più rispettosa per l’ambiente e all’ultimo posto la più impattante e quindi dannosa. Concretamente la produzione di rifiuti va evitata attraverso tutte le possibili azioni di prevenzione.
Quanto va necessariamente prodotto, tra beni durevoli o imballaggi, deve poter essere riutilizzato e riciclato a fine ciclo di vita. L’incenerimento con recupero di energia e lo smaltimento in discarica sono le opzioni da evitare e ridurre il più possibile.
L’aspetto più interessante dell’intuizione di Lansink è il fatto che non si sia basata su strumenti di valutazione scientifica -come l’analisi del ciclo di vita delle varie opzioni- ma che sia frutto di una visione lungimirante e quanto mai di attualità che mette al centro la scarsità di risorse dovuta ai limiti fisici del pianeta che impone un loro uso efficiente.
La caratteristica della gerarchia dei rifiuti è la sua semplicità. Da pedagogo Lansink deve sicuramente aver aver avuto ben chiara l’importanza di presentare le idee in un formato semplice e facile da ricordare . La scala è stata utile nell’influenzare un pubblico ben più vasto di quello dei decisori politici, i primi destinatari del messaggio.
Biografia
Gerhardus Wilhelmus Adrianus Josephus( ‘Ad ‘) Lansink nasce ad Arnhem una grande città olandese sulle rive del fiume Nederrijn.
Laureatosi in matematica e scienze all’Università di Utrecht , diventa poi docente di chimica e biochimica presso l’Università della città di Nijmegen dove stabilisce la sua residenza.
Lansink, attivo nel partito cattolico popolare viene prima eletto membro del consiglio comunale di Nijmegen nel 1970 per poi approdare in parlamento nel 1977 dove inizia ad occuparsi di energia e ambiente .
Nel 1979 presenta in parlamento una mozione con oggetto quella che sarebbe diventata nota come ‘ La scala di Lansink ‘ : una presentazione schematica dell’ordine di preferenza applicabile alla gestione dei rifiuti.
La mozione viene approvata e la scaletta diventa uno strumento fondamentale nella definizione della politica dei rifiuti olandese, fiamminga e successivamente della comunità europea.
In anni più recenti è stato uno degli oppositori del progetto della linea ferroviaria Betuweroute (il progetto d’infrastruttura olandese più costoso nella storia della nazione ) ed è stato per un certo tempo il presidente della commissione Ambiente della Federazione Gederland.
Segue un’intervista a Lansik, sempre del 2014, organizzata da BeWasteWise.
Per saperne di più sulle connessioni che intercorrono tra Gerarchia dei Rifiuti e Economia Circolare secondo Lansik ecco il link al suo ultimo libro : Challenging Changes – Connecting Waste Hierarchy and Circular Economy









