Solo il riuso ci salverà dal soffocare in un mare di rifiuti

Il riuso è una delle strategie più efficaci per ridurre il consumo di risorse, i rifiuti, il littering e le emissioni di Co2, anche per gli imballaggi.

La direttiva europea “Single Use Plastics” tesa a vietare o ridurre l’utilizzo di alcuni articoli monouso in plastica ha concluso il suo iter con il terzo incontro dell’ultima fase detta Trilogo il 18 dicembre scorso. Si attende a brevissimo il testo del documento finale.
Tra i 10 articoli monouso oggetto della direttiva che dovranno essere banditi e sostituiti con alternative più sostenibili ci sono diversi manufatti che possono essere riprogettati, qualora un loro utilizzo fosse davvero indispensabile, e altri che possono essere sostituiti da prodotti riutilizzabili che adempiono alla stessa funzione.

Sicuramente quest’ultimo è il caso dei contenitori usa e getta per cibo e bevande che fanno parte di questa carrellata di casi studio che dimostrano che è possibile, oltre che conveniente, sostituire il consumo usa e getta con opzioni durevoli. I vantaggi che ne conseguirebbero non sarebbero solamente di ordine ambientale e sanitario ma anche di ordine economico, con minori spese di gestione rifiuti a carico delle comunità, e benefici anche a livello occupazionale con la nascita di nuove imprese innovative come questi casi studio ben dimostrano.
I rifiuti derivati dal consumo di bevande da passeggio tra tazze e bicchieri, così come di stoviglie o contenitori per il cibo da asporto – consumato per strada o a domicilio- rappresentano un flusso di rifiuto urbano che è destinato a crescere e che richiede pertanto politiche di prevenzione urgenti.

Nonostante prevenzione e riuso siano le azioni prioritarie della gerarchia europea di gestione dei rifiuti quando si prendono in esame gli impegni presi dalle aziende internazionali aderenti al programma The New Plastics Economy NPE della Fondazione Ellen McArthur EMF, non si trova riscontro di quest’ordine di priorità.
L’impegno di massima che accomuna le aziende che si sono espresse ad oggi , consiste nel rendere tutti gli imballaggi utilizzati: riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Tuttavia le misure rese si qui rese note sono fortemente sbilanciate verso il riciclo e si delinea la tendenza a rimpiazzare le plastiche tradizionali con alternative bio-based.
Inoltre tra le aziende che aderiscono al programma prima citato e che hanno firmato il New Plastics Economy Global Commitment, lanciato sempre dalla EMF non compare alcuna multinazionale del settore fast food come McDonald, Burger King, o delle caffetterie come Starbucks, Costa Coffee, ecc.

Il piano di azione del programma NPE intitolato “Catalysing Action”, uscito nel 2017, aveva identificato in un 20% (in peso ) la percentuale di imballaggi in plastica monouso immessi al consumo che poteva essere sostituita, sia nel settore B2B che B2C, da imballaggi riutilizzabili, con benefici (anche) di ordine economico,
Quali sono le ragioni per cui il riuso non “sfonda” nel settore dei beni di largo consumo nonostante l’opinione pubblica sia preoccupata, come mai prima d’ora , sugli impatti della plastica nell’ambiente?
Se da una parte possono esserci dei pregiudizi rispetto al riuso, che può venire associato (ingiustamente come vedremo) a pratiche “antiquate” del passato, dall’altra ci sono le difficoltà da parte industriale sul dovere ridisegnare gli attuali modelli industriali e di commercializzazione dei prodotti e servizi che sono basati sull’utilizzo del monouso. L’ostacolo maggiore è di ordine economico in quanto gli attuali modelli sono basati sull’esternalizzazione dei costi del fine vita dei prodotti.
Quello che è certo è che per spingere le aziende verso modelli di economia circolare non si sono rivelate determinanti ad oggi adesioni a protocolli o sottoscrizioni di impegni di natura volontaria. Servirebbe pertanto un quadro legislativo a livello europeo che rendesse economicamente conveniente per le aziende progettare prodotti e servizi circolari. Ma allo stesso tempo servirebbe l’applicazione di misure che impongano per legge obiettivi separati di prevenzione, riuso, riciclo e contenuto di materia riciclata, da applicare alle diverse categorie di imballaggi e beni introdotti sul mercato.
Alla luce di quanto premesso, questi casi studio che andiamo a presentare assolvono all’importante funzione di dimostrare la fattibilità di nuovi modelli di consumo sostenibili e di ispirare i decisori politici a sostenere a livello locale e nazionale misure di legge che possano fare diventare mainstream queste esperienze ancora “di nicchia”. Come si potrà leggere alla sezione Bevande e Cibo da Asporto due cittadine, Amsterdam in Europa e Berkeley in California, hanno messo a sistema le opzioni riutilizzabili con appositi ordinanze (la seconda) e sotto forma di requisiti obbligatori per ottenere il permesso di usare spazi pubblici durante manifestazioni e eventi di varia natura (la prima).

Interessante è altresì l’approccio di Tubinga che tassa il consumo di usa e getta.

COMMERCIO ON LINE

I rifiuti da imballaggio derivanti dalla crescita del commercio online stanno diventando un flusso importante nel rifiuto urbano. Si tratta in prevalenza di imballaggi in cartone e di involucri a maggioranza plastica. La città di San Francisco ha quantificato in 100 tonnellate di imballaggi in cartone la quantità giornaliera prodotta in più dal commercio online.
Secondo una stima effettuata da LimeLoop incrociando i dati provenienti da SPS, FedEx e UPS sarebbero circa 165 miliardi i pacchi che vengono spediti ogni anno negli Stati Uniti che equivale ad utilizzare come materia prima oltre un miliardo di alberi. Anche se non tutti i pacchi sono in cartone questa stima rende l’idea delle proporzioni di un fenomeno in continua crescita.
Amazon con il suo programma Prime ha spedito nel 2017 ben cinque miliardi di ordini a livello internazionale.
I rifiuti prodotti dall’e-commerce stanno diventando un problema sempre più grande anche perché il sistema di logistica attuale coinvolge più fornitori di servizi e processi rispetto al sistema di vendita al dettaglio del passato. Prima di internet la catena di vendita al dettaglio tradizionale aveva prodotti che venivano gestiti in media cinque volte attraverso movimentazioni altamente meccanizzate con l’uso di pallet e di carrelli elevatori. Ora i prodotti tendono a essere gestiti manualmente e potenzialmente possono essere gestiti 20 volte o di più (1). Per garantire che le merci arrivino in perfette condizioni poi si ricorre spesso al sovra-imballaggio, con il risultato che abbiamo un sistema sempre più efficiente ma allo stesso tempo insostenibile.

LA GREEN BOX DI JD.COM
Il primo rivenditore online di una certa importanza che ha introdotto un tipo di imballaggio riutilizzabile è JD.com (abbreviazione di JingDong ), il più grande rivenditore online B2C in Cina e che occupa il terzo posto come volume di affari nella classifica mondiale.
I suoi oltre 300 milioni di clienti attivi acquistano in media 26 articoli all’anno. JD.com, che fornisce un servizio simile a quello di Amazon, ha investito molto nella logistica e nelle infrastrutture per garantire che le merci vengano consegnate lo stesso giorno se ordinate entro le ore 11:00. Il 90% degli ordini che riceve viene mediamente consegnato entro 24 ore.
I clienti di JD.com possono scegliere da qualche settimana di ricevere in una scatola riutilizzabile di colore verde gli acquisti che richiedono un imballaggio di piccola o media dimensione. Questa scatola che può essere riutilizzata sino a 10 volte e può essere restituita al momento della consegna. I clienti che scelgono la “scatola verde” riutilizzabile vengono premiati con i punti fedeltà “Jingdou” che valgono come buoni per tutti i prodotti presenti sul catalogo di di JD . Le scatole riutilizzabili vengono ora impiegate per la spedizione di prodotti come gioielli, cellulari, orologi, cosmetici e prodotti per la cura della pelle, ad eccezione del cibo fresco..
Secondo JD, il programma può fare risparmiare 32,5 milioni di RMB (circa 4.680.400 milioni di dollari) all’anno, qualora il 10% degli ordini totale utilizzasse le nuove confezioni.
Grazie all’adozione di queste scatole JD prevede di ridurre l’uso di imballaggi di 10 miliardi di pezzi entro il 2020.
Il servizio viene offerto gratuitamente, e l’opzione riutilizzabile può essere selezionata in fase di ordinazione. Il servizio, che ha preso il via a Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, si espanderà a Chengdu e in altre cinque città per arrivare entro la fine del 2018 a servire 20 città.

REPACK SOLUZIONI PERSONALIZZATE

Tuttavia il primo servizio di fornitura di imballaggi riutilizzabili per il commercio online è stato sviluppato nel 2011 dall’azienda finlandese RePack.
RePack offre alla aziende di commercio online la gestione completa di un servizio di packaging riutilizzabile che si serve della tecnologia Rfid per tracciare il percorso dei propri imballaggi. I clienti delle aziende che aderiscono al sistema possono selezionare in fase di ordinazione l’opzione riutilizzabile senza aggravi economici. Quando l’imballaggio viene reso attraverso un servizio postale prepagato a RePack i clienti ricevono premi e sconti che ne incentivano il ritorno che attualmente si attesta su un indice del 95%.
Quando arrivano al punto di raccolta gli imballaggi vengono controllati, igienizzati e inviati alle aziende partner. Il servizio è attivo in Finlandia, Olanda e Germania, potenzialmente in tutta Europa, ed è in corso un progetto pilota negli USA con un primo rivenditore online. Gli imballaggi che sono realizzati in polipropilene da riciclato possono essere riutilizzati per circa 20 volte e possono essere personalizzati come dimensioni e portata del carico a seconda delle esigenze delle aziende. Uno studio LCA scaricabile dal sito ha stimato che l’impronta ecologica degli imballaggi riutilizzabili di RePack è del 50% inferiore rispetto ad equivalenti versioni monouso.
In attesa che il settore dell’e-commerce si converta all’imballaggio riutilizzabile ci sono nuove soluzioni proposte da aziende e start-up.
Per citarne due abbiamo una busta riutilizzabile prodotta da Limeloop che può usata sino 2.000 volte realizzata a partire da cartelloni pubblicitari in materiale plastico e The Box una scatola tecnologica prodotta dalla start-up Living Packets che può essere brandizzata. The Box può portare sino a 5 chili di peso, è provvista di un sistema di monitoraggio ambientale che trasmette in tempo reale dati come: posizione, temperatura, umidità, urti e informazioni di apertura. Permette inoltre tramite una fotocamera integrata la visualizzazione a distanza dei contenuti. Un sistema di tenuta automatico per i prodotti elimina la necessità di materiali come il pluriball e un display di indirizzo elettronico elimina la necessità di etichette adesive.

 

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