A Roma il primo convegno nazionale dedicato ai Sistemi di Deposito Cauzionale

Si svolgerà a Roma nella mattinata del 7 giugno (dalle 10:15 presso la Sala Capranichetta, in Piazza di Montecitorio 125) il primo convegno nazionale dedicato ai Sistemi di Deposito Cauzionale aperto ai media e a tutti i portatori di interesse dal titolo: Il Sistema di Deposito Cauzionale: Allineare l’Italia alle esperienze europee per massimizzare la circolarità delle risorse

La diffusione indiscriminata delle plastiche e dell’usa e getta e la necessità di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei di raccolta selettiva e riciclo rendono necessario mettere in agenda l’adozione di un efficiente Sistema nazionale di Deposito Cauzionale o Deposit Return System (DRS) per gli imballaggi di bevande monouso. Le evidenze dai Paesi europei dove il sistema è in funzione forniscono abbondanti indicazioni sui risultati conseguibili e sugli elementi essenziali che caratterizzano un DRS di successo che possa garantire le prestazioni attese.

Il Sistema di Deposito Cauzionale prevede che il consumatore paghi una piccola cauzione all’atto dell’acquisto di una bevanda contenuta in un imballaggio monouso, e che poi tale cauzione sia restituita interamente al momento della restituzione dell’imballaggio vuoto presso un punto di raccolta. In sostanza, in un sistema DRS il consumatore compra il contenuto e prende in prestito l’imballaggio.

L’evento è organizzato dalla Campagna Nazionale “A Buon Rendere-molto più di un vuoto” promossa dall’Associazione Comuni Virtuosi e sostenuta dalle principali organizzazioni non governative nazionali che si occupano di ambiente e sostenibilità e da numerose altre di interesse locale.

La coalizione di “A Buon Rendere” si propone di produrre e condividere informazioni ed evidenze sul tema, sensibilizzare i vari pubblici e accompagnare il lavoro dei diversi soggetti interessati a velocizzare i tempi di approvazione di una legge nazionale sul Sistema Cauzionale.

I tempi per tale legge paiono d’altronde pienamente maturi: come confermano i risultati di una recente ricerca condotta da AstraRicerche commissionata dalla campagna, l’83% degli italiani ritiene necessario un Sistema Cauzionale anche nel nostro Paese.

IL CONVEGNO

L’evento del 7 giugno coinvolgerà relatori italiani e internazionali nell’esposizione e analisi di dati, performance ed esperienze provenienti da Paesi che già hanno un DRS in vigore, nonché nell’esposizione del quadro europeo di raccomandazioni, obiettivi vincolanti di raccolta e di presenza di contenuto riciclato (per le bottiglie in plastica) che rende i Sistemi Cauzionali misure ineludibili. L’obiettivo dell’evento è raccogliere le indicazioni necessarie per mettere a punto il Sistema Cauzionale più adatto alla realtà italiana, in grado di intercettare al più presto quei 7 miliardi di contenitori di bevande in plastica vetro e lattine che ogni anno sfuggono al riciclo, come emerge dallo studio “What we waste” della Piattaforma Reloop.

IL PROGRAMMA

Tra le relatrici e i relatori in presenza interverranno Enzo Favoino, Coordinatore Scientifico della campagna, Duccio Bianchi, fondatore di Ambiente Italia e Clarissa Morawski, Fondatrice e Amministratrice Delegata di Reloop, Piattaforma europea multi-stakeholder che promuove politiche e modelli di business basati sull’uso consapevole e circolare delle risorse. Reloop è uno dei partner internazionale della campagna insieme a Zero Waste Europe, EEB European Environmental Bureau, Surfrider Europe e Recycling Netwerk Benelux.

Intervengono invece in remoto due Responsabili del sistema svedese e lituano, rispettivamente Bengt Lagerman, Amministratore delegato di Returpack-Pantamera e Gintaras Varnas, Direttore generale di USAD. Segue l’ultima sessione Prospettive per l’Italia aperta agli interventi delle ONG aderenti alla campagna, Parlamentari, altri soggetti Istituzionali e imprenditoriali.

Modera l’evento Raffaele Lupoli, Direttore editoriale di EconomiaCircolare.com

I Sistemi Cauzionali, come verrà mostrato nel corso dell’evento, contribuiscono ad una maggiore circolarità nell’impiego delle risorse con benefici per l’ambiente e l’economia. Al contrario, posticipare delle soluzioni invece di anticiparle, genera costi ed incertezza che non aiutano le aziende” dichiara Silvia Ricci coordinatrice di A Buon Rendere”. “In particolare nella fase attuale, l’aumento dei prezzi delle materie prime, la crescente competizione sul mercato globale delle stesse, e l’impennata dei costi dell’energia, incidono negativamente sulla filiera del packaging; questo determina problemi crescenti nell’impiego di materie prime, cui il DRS darebbe una risposta solida e largamente sperimentata in Europa, come si è visto peraltro nel servizio di Report dello scorso 16 maggio sui problemi dell’approvvigionamento di vetro” conclude Enzo Favoino.

COME PARTECIPARE

L’evento è aperto al pubblico ma per partecipare è necessario iscriversi entro il 4 giugno 2022 inviando una mail a: redazione@buonrendere.it. Il Convegno sarà trasmesso in diretta streaming sui canali social della Campagna “A Buon Rendere”: Linkedin e Facebook.

26 maggio 2022

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Report: “una bottiglia è per sempre”, ma non sempre disponibile

Un ottimo servizio di Report ha raccontato le difficoltà che stanno incontrando le aziende del settore vinicolo, e non solo, nell’approvvigionamento delle bottiglie di vetro, e quale potrebbe essere una soluzione che risponde agli interessi dell’economia e dell’ambiente

Nella prima parte del servizio andato in onda lo scorso lunedì 16 maggio è emerso un quadro critico per l’industria utilizzatrice di bottiglie di vetro, costretta in alcuni casi a sospendere le produzioni e a mettere in cassa integrazione gli addetti alle operazioni di imbottigliamento.
L’Italia, con i suoi 39 stabilimenti produttivi di vetro cavo, produce ogni anno circa cinque milioni di tonnellate di vetro, per un totale di dieci miliardi di contenitori, che generano un giro d’affari che si attesta intorno ai due miliardi e mezzo di euro.
Nonostante questi numeri, e il fatto che da due anni l’Italia sia leader europeo come quantità di vasi e bottiglie prodotte, siamo, insieme alla Francia, tra i primi paesi europei ad importare vetro cavo.
Alla domanda posta dalla giornalista Chiara De Luca a Marco Ravasi – Presidente del settore presso Assovetro – sul perché sia necessario importare un milione di tonnellate di vetro cavo, (il 20% del mercato totale) quando siamo top player nella sua produzione, Ravasi risponde “Questa è una domanda che dovrebbe fare agli acquirenti, e quindi all’ufficio acquisti dei nostri clienti”.

I fornitori dell’industria del vetro nazionale

Come racconta il servizio, il grosso delle nostre importazioni di vetro arriva da paesi come Turchia, Portogallo, Germania, dai paesi dell’Est, e in particolare dall’Ucraina. Un paese che, a causa del conflitto in atto, ha dovuto spegnere i suoi quattro forni ( di cui 3 danneggiati dai bombardamenti, e uno chiuso per motivi di sicurezza).
L’approvvigionamento di vetro cavo all’industria dell’imbottigliamento risente di un cortocircuito in cui gioca un ruolo importante anche l’aumento del costo del carburante. Una tempesta perfetta in cui aumenta la richiesta di vetro, che le nostre vetrerie non riescono a soddisfare, e quel poco vetro che si trova costa tantissimo perché è aumentato anche il costo del trasporto.
Una situazione che non può che non incidere anche sul prezzo finale al consumatore. Secondo Paolo Castelletti – Segretario Generale Unione Italiana Vini – una contrazione, o comunque un contingentamento nella disponibilità di vetro, con prezzi aumentati del 30% per i produttori, andrebbe ad incidere del 20-25% sul costo della prodotto al consumatore finale.
Nel servizio i produttori di vini, ma anche di liquori, lanciano l’allarme tramite UnionVini denunciando una situazione di produzioni non partite, prodotti pronti per l’imbottigliamento che restano stoccati in attesa di disponibilità del vetro, cassa integrazione, e persino un produttore di latte che ha dovuto passare dal vetro al cartone in poliaccoppiato. Con il boom di richieste di bottiglie in vetro che si verifica solitamente nei 3 mesi estivi da parte dell’industria delle passate di pomodoro, la situazione difficilmente potrà migliorare nel breve termine.
Exit strategy che viene dal passato

La seconda parte del servizio viene invece dedicata alle possibili soluzioni. Se è vero che il vetro è un materiale riciclabile all’infinito, e che anche da riciclato può sostituire la materia prima originale senza alcuna perdita di qualità, è però necessario che le bottiglie usate tornino velocemente nei cicli economici per essere riutilizzate o riciclate. Enzo Favoino che condivide con la sottoscritta il coordinamento della Campagna “A Buon Rendere – molto più di un vuoto” è stato intervistato nel servizio. La campagna che abbiamo lanciato lo scorso 4 marzo insieme ad oltre 15 associazioni nazionali partners sta raccogliendo nuove adesioni e presto vi annunceremo una nuova importante iniziativa.

Il DRS di successo della Lituania

La Lituania, che ha avviato il suo Sistema Cauzionale nel 2016 (1) è uno dei 10 Paesi Membri ad avere in vigore tale sistema, a cui si aggiungono Norvegia e Islanda, che hanno politiche ambientali coordinate a quelle europee.
In soli tre anni la Lituania è riuscita a impedire l’emissione di 152 mila tonnellate di CO2 con una percentuale media di contenitori che vengono raccolti e riciclati che è passata da poco più del 30% del periodo precedente all’introduzione del Sistema Cauzionale, al 90% del 2018.
Come si vede nel servizio, tutti i supermercati che vendono bevande sono obbligati per legge a imporre un deposito che vale 10 centesimi di euro sul prezzo di vendita di ogni bevanda che viene venduta in bottiglia di vetro, plastica, o in lattina di alluminio.
I clienti possono recuperare il deposito (o cauzione) non appena conferiscono i contenitori vuoti negli appositi distributori automatici (detti anche RVM: Reverse Vending Machine) posizionati nei supermercati, e decidere se riscuotere la cauzione in denaro, o in buoni spesa.
Gli imballaggi conferiti nelle macchine vengono successivamente inviati a riciclo, oppure, nel caso delle bottiglie in vetro riutilizzabili e ricaricabili, agli imbottigliatori. Le bottiglie ricaricabili vengono igienizzate dopo ogni utilizzo e possono sostenere circa 10 rotazioni/riutilizzi ammortizzando così il costo di produzione.
Tra gli intervistati nel servizio che raccontano il sistema lituano seguendo il percorso degli imballaggi una volta intercettati dal sistema, ci sono Salius Galadauskas (Presidente del CDA di USAD, l’organizzazione no profit che amministra il Sistema di Deposito lituano) e Ruta Vainiene, Presidente dell’associazione dei rivenditori lituani.

Quest’ultima alla domanda della De Luca che chiede se il DRS incontri il favore della Distribuzione Organizzata risponde : “Sì, ma piace soprattutto ai consumatori lituani che amano questo sistema perché ne vedono gli effetti: ovvero strade, foreste, laghi e fiumi puliti.“. La Grande Distribuzione lituana, come avviene nei DRS che hanno adottato un modello di gestione centralizzata e un sistema di raccolta presso i rivenditori (return to retail) riceve dall’amministratore del sistema una commissione di gestione per ogni imballaggio raccolto a rimborso di tutte le spese sostenute nella fornitura di questo servizio.

E in Italia a che punto siamo ?

Per quanto riguarda la posizione della GDO italiana, che non si è ancora espressa pubblicamente rispetto all’adozione di un Sistema di Deposito nazionale, potrebbe esserci un’apertura da parte di Federdistribuzione.

Alla domanda posta dalla giornalista a Marco Pagani, Direttore Normativa e Rapporti Istituzionale di Federdistribuzione, sulla disponibilità da parte delle insegne GDO loro associate ad ospitare nelle loro strutture le RVM, Pagani risponde “ se effettivamente questa è la soluzione preferibile per raggiungere determinati obiettivi che andremo a definire, e le istituzioni andranno a individuare, assolutamente sì.”

Sul piano legislativo, come lamenta l’onorevole Penna, primo firmatario di un emendamento approvato all’interno del decreto semplificazione il luglio scorso (che aprirebbe la strada ad un Sistema Cauzionale), si è ancora in attesa dei decreti attuativi. Il termine dei 120 giorni entro il quale avrebbero dovuto essere emanati dal Ministero per la Transizione Ecologica MITE, sono già scaduti nel novembre scorso.

Il MITE interpellato da Report ha risposto che “sta perfezionando il decreto”. “Vedremo quanto impiegherà” commenta dallo studio il conduttore Ranucci . “Insomma, premesso che nella raccolta e nel riciclo del vetro siamo tra i più virtuosi, e raggiungiamo il 78% di tasso di riciclo . Ma potremmo arrivare al 90% se adottassimo il deposito cauzionale, come fa del resto la Lituania. Ora, il punto è questo: l’economia circolare ci consentirebbe di essere indipendenti dai fornitori esteri. Ma non ci manca solo il vetro, manca anche l’acciaio: i 70% lo importavamo dal Donbass, cioè da quella regione che rischia di essere la causa della terza guerra mondiale.” conclude Ranucci . E non si può che essere d’accordo.

In my opinion

Dopo aver visto questo servizio ho pensato che uno dei principali argomenti contro l’introduzione di un Sistema Cauzionale in Italia da parte di alcuni settori industriali, ma non solo, è che tali sistemi comporterebbero dei costi di avviamento e di gestione superiori a quelli dell’attuale sistema di raccolta differenziata, che verrebbero riversati sui consumatori.

Se è vero che un’affermazione del genere dovrebbe essere accompagnata da uno studio robusto che dimostri tale tesi, è altrettanto vero che l’aumento dei prezzi al consumo innescati da questa situazione – se non sapremo risolverla – peseranno di sicuro sulle tasche dei cittadini. E non poco.

E’ altrettanto vero che la crisi energetica e delle materie prime è solamente all’inizio, e serve ripensare in chiave circolare e di autosufficienza tutte le nostre filiere. La cosiddetta transizione ecologica è un’esigenza squisitamente economica, oltre che ambientale. Anche aspettare e dilazionare le potenziali soluzioni ha un costo che dovremmo cominciare a quantificare. Ecco che il “bagno di sangue” ripreso dai media in un intervista al Ministro Cingolani, potrebbe invece essere imputabile all’inazione.

Silvia Ricci

Sul tema vetro trovi altri post sul sito della nostra campagna “A Buon Rendere – molto più di un vuoto” :

Vetro: crescono raccolta e riciclo ma si deve importare quello che finisce smaltito

Bottega a corto di vetro torna al vuoto a rendere

I produttori di birra in Belgio alle prese con la carenza di bottiglie di vetro

Germania: i produttori di birra invitano i consumatori a rendere velocemente le bottiglie vuote

(1) La Lituania ha implementato un sistema di deposito dei contenitori nel febbraio 2016, con Užstato Sistemos Administratorius (USAD) che amministra il sistema. L’USAD è un’organizzazione senza scopo di lucro composta da tre soggetti interessati all’industria delle bevande: l’Associazione lituana dei birrifici, l’Associazione delle imprese commerciali lituane e l’Associazione lituana dei produttori di acqua minerale naturale.

La Città metropolitana di Torino aderisce alla nostra Campagna “A Buon Rendere -molto più di un vuoto”

La Città metropolitana di Torino, una delle più grandi aree metropolitane italiane per estensione e per numero di abitanti è stata la prima autorità locale ad avere aderito alla campagna “A Buon Rendere” con un decreto a firma del consigliere delegato all’ambiente Gianfranco Guerrini.


“Con la nostra adesione – ha spiegato il consigliere Guerrini – intendiamo sostenere l’introduzione di un sistema di raccolta efficiente dei contenitori per bevande monouso che permette di intercettare oltre il 90% dei contenitori immessi al consumo. Il successo del sistema è dovuto al versamento di un piccolo deposito aggiunto al prezzo di vendita delle bevande che vengono vendute in contenitori di plastica, vetro e alluminio. Il deposito viene successivamente restituito al cittadino nel momento in cui il contenitore viene correttamente riconsegnato: solitamente presso i supermercati. Un aiuto concreto alla lotta contro la dispersione dei rifiuti da imballaggi per bevande sul territorio”.

Accogliamo con grande soddisfazione l’adesione della Città Metropolitana di Torino” dice Enzo Favoino, Coordinatore Scientifico della Campagna. “E’ un passo importante, perché allarga il fronte dei partner in direzione delle Amministrazioni Locali, che riteniamo essere in prospettiva tra i maggiori beneficiari della istituzione di uno schema nazionale di deposito cauzionale. Le esperienze da tempo consolidate all’estero” conclude Favoino “dimostrano che l’introduzione del deposito cauzionale causa una immediata minimizzazione del littering, che costituisce una voce di spesa rilevante per le Amministrazioni Comunali, e consente una ottimizzazione operativa dei sistemi di raccolta, grazie alla riduzione dei volumi conferiti nei flussi tradizionali“.

Con l’importante adesione della Città Metropolitana prende così il via con il botto una prevista attività di informazione e sensibilizzazione mirata agli enti locali affinché acquistino consapevolezza sui reali vantaggi di ordine ambientale ed economico che l’adozione di una sistema nazionale di Deposito Cauzionale per imballaggi monouso per bevande può apportare loro.
Sono infatti proprio gli enti locali, e in particolare le grandi città, ad essere sempre più in affanno nel dovere gestire – a fronte di bilanci rosicati – il consistente aumento di rifiuti causati da nuovi stili di vita. Dall’incremento dell’e-commerce al consumo on- the – go di alimenti e bevande, che purtroppo si traduce in cestini stradali stracolmi, abbandono indiscriminato dei rifiuti, problemi di igiene e costi complessivi di gestione ordinaria e straordinaria dei rifiuti che schizzano alle stelle.
I Sistemi Cauzionali applicati ai contenitori di bevande – ma anche ad altri contenitori per il consumo da asporto – offrono una soluzione dai risultati a brevissimo termine per un flusso dei rifiuti importanti che rappresenta in volume il 40% dei rifiuti da imballaggio presenti nel littering così nei cestini stradali. Questi sistemi d rappresentano altresì “l’uovo di colombo” per mettere efficacemente e concretamente a capo dei produttori/utilizzatori di imballaggi monouso (ei soggetti che ne traggono il maggiore vantaggio economico) , la gestione ed il finanziamento del fine vita degli stessi.

A partire dalla Strategia europea per la plastica nell’economia circolare del 2018 sino ad arrivare alla Direttiva SUP (904/2019 – Art. 9) , i Sistemi Cauzionali vengono indicati dalla Commissione Europea come misure di rilievo da adottare dagli Stati Membri per raggiungere i target di raccolta vincolanti per le bottiglie in plastica monouso per bevande al 2025 e al 2029 (rispettivamente il 77% e il 90%).

I rifiuti, anche quando trattasi di materiali pregiati rappresentano sempre un costo per la collettività che supera abbondantemente il corrispettivo che i Comuni ricevono dal Conai a parziale compensazione dei costi sostenuti per una loro raccolta differenziata. Meno flussi di rifiuti da gestire per i Comuni significa risparmiare risorse e tempo che possono essere dedicate al miglioramento dei servizi a vari livelli. Questa è una lezione che hanno imparato, un pò tutti i comuni e anche all’estero, realizzando che la maggioranza degli enti locali non ha al proprio interno le competenze e le risorse necessarie per operare nel mondo dei rifiuti e/o per supervisionare o controllare le aziende a cui affidano la gestione dei propri rifiuti e la valorizzazione delle materie prime seconde ” aggiunge Silvia Ricci, che affianca Favoino nel coordinamento della campagna.
L’iniziativa di sensibilizzazione europea a cui ci siamo maggiormente ispirati è stata in particolare quella olandese, promossa da una coalizione composta da un ampio e variegato fronte di soggetti, guidata dalla Ong : Recycling Netwerk Benelux , uno dei partner internazionale della nostra campagna. Un elemento chiave che ha contribuito a fare approvare dal governo olandese anche se in due tappe, un ampliamento dell’imperfetto Sistema Cauzionale esistente (per le sole bottiglie in plastica grandi ) è stato proprio il sostegno delle provincie e del 98% dei Comuni olandesi”.

L’orizzonte al 2025 vede un cambio di paradigma rispetto ai soggetti che devono sostenere i costi della raccolta differenziata degli imballaggi.

La Direttiva 852/2018, recepita nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 116/2020, prevede che entro la fine del 2024 tutti gli Stati membri dovranno istituire regimi di responsabilità estesa del produttore per tutti gli imballaggi conformi all’art.8 e all’art. 8bis della direttiva rifiuti (Direttiva 2008/98/CE).

Si dovrà pertanto passare in Italia da una “responsabilità condivisa” a una più propriamente “estesa”, ove i produttori sono chiamati a farsi carico dei costi della raccolta differenziata dei propri rifiuti, ai costi del loro trasporto e del trattamento, necessari al raggiungimento dei target di riciclo, alle ulteriori attività necessarie per garantire la raccolta e la comunicazione dei dati, e ad una congrua informazione ai consumatori. Attualmente con il vigente regime di Responsabilità Condivisa del Produttore che regola l’accordo quadro Anci-Conai, questi costi ricadono per la maggior parte sugli enti locali che si occupano di organizzare e finanziare la raccolta differenziata attraverso i gestori da loro delegati.

Quando i produttori di bevande si troveranno a dover coprire dal 2025 i costi prima citati, aggravati dai costi derivanti dalle pulizie ambientali degli imballaggi dispersi nell’ambiente, come prevede la direttiva SUP, potrebbero preferire di partecipare ad un Sistema di Deposito Cauzionale da loro finanziato e gestito insieme ai rivenditori di bevande.

La Città metropolitana di Torino
La città metropolitana di Torino è una delle più grandi aree metropolitane italiane per estensione e popolazione (6.827 km2 – popolazione circa 2.247.780 abitanti, di cui 890.000 residenti nella Città di Torino). Istituita con la legge nº 56 del 7 aprile 2014 e operativa dal 1º gennaio 2015, è subentrata alla provincia di Torino della quale ha mantenuto i confini.
La Città Metropolitana di Torino è composta da un elevato numero di Comuni (312), 143 dei quali sono Comuni di Montagna e per lo più piccoli e piccolissimi centri: l’80% dei comuni ha meno di 5.000 abitanti e il 36% ha meno di 1.000 abitanti. Il territorio è composto per il 52% da zone montane, per il 21% da colline e per il 27% da pianura.
Le Città metropolitane italiane sono autorità di “secondo livello”, governate da organi politici eletti tra i Sindaci e i consiglieri dei Comuni compresi nell’area metropolitana.

Starbucks: il Santo Graal esiste da sempre e si chiama riuso

Secondo il responsabile sostenibilità di Starbucks è necessario mettere in pista una nuova strategia per evitare che le iconiche tazze del gruppo onnipresenti tra i rifiuti non vengano più identificate come il simbolo di una società usa e getta.

Quando nel 2018 Starbucks®, in collaborazione con Percassi, aprì la Roastery di piazza Cordusio a Milano lanciammo come comuni virtuosi un appello insieme a WWF Italia, #GreenpeaceItalia, #ZerowasteEU e Reloop Platform affinché non venissero usate tazze monouso per il consumo all’interno delle caffetterie che avrebbero aperto da li a poco tempo. La proposta era di adeguarsi al nostro modello di vivere i bar e bere il caffè e di adottare quindi stoviglie riusabili (tazze e bicchieri), sia per bevande calde che fredde. Il primo passo di un cambiamento rispetto al modello internazionale della catena del caffè che avrebbe potuto aprire la strada del riuso anche per il consumo on-the- go, sull’esempio della catena di caffetterie indipendente Boston Tea Party BTP che dal 2018 ha abolito totalmente la distribuzione di tazze monouso anche per l’asporto.

Una scelta che, vista a quasi 4 anni di distanza – nonostante le perdite economiche e di clienti del primo semestre – non ha impedito a BTP di aprire altre 3 caffetterie che hanno resistito alla pandemia. Sono ormai quasi 800.000 le tazze risparmiate all’ambiente riportate dal contatore ambientale.

A che punto siamo con Starbucks in Italia ?

Tornando all’iniziativa del 2018 l’allora AD ci disse che rispetto alla nostra proposta se ne poteva parlare in un secondo tempo, ma da allora poco è successo. Nella Roastery di piazza Cordusio a Milano si usano per il consumo interno tazze e bicchieri lavabili ma non risulta che avvenga lo stesso negli altri 13 punti aperti da Percassi. Anche se in alcune caffetterie vengono messe a disposizione tazze/bicchieri riutilizzabili, il monouso prevale.

Soltanto recentemente Starbucks Italia ha annunciato che presso il nuovo format con asporto in auto (drive thru) a Erbusco (Brescia), nell’ambito di una nuova partnership tra Percassi e Q8 sarà possibile avere uno sconto di 20 centesimi sul prezzo delle bevande quando acquistate con una propria tazza riutilizzabile.

Lo scorso 15 marzo è uscito un articolo dettagliato su CNN Businesses dove il responsabile sostenibilità di Starbucks Michael Kobori rilascia delle dichiarazioni molto interessanti quanto tardive rispetto a quanto poteva già essere in pista da ben oltre un decennio.

Kobori si rallegra e dispiace allo stesso tempo sul dato di fatto che le iconiche tazze monouso del gruppo sono onnipresente e al tempo stesso siano diventate però un simbolo onnipresente di una “società usa e getta”.

Le tazza come tutti i contenitori on the go vengono infatti spesso disperse nell’ambiente, o sprecate nei cestini stradali che diventano spesso la corsia preferenziale per discariche o inceneritori. Una parte potrebbe essere riciclata, ma la riciclabilità non impedisce che finiscano comunque in discarica. La soluzione migliore? “Eliminare la tazza monouso“, ha affermato Kobori definendo questa opzione “il Santo Graal”.

Noleggiare la tazze con programmi Borrow-A-Cup

Entro il 2025, l’azienda vuole che ogni cliente sia in grado di usare facilmente la propria tazza o di prendere in prestito una tazza di ceramica o riutilizzabile quando ordina da Starbucks. Questo obiettivo apre la strada all’introduzione di molteplici programmi in cui i clienti prendono in prestito tazze a disposizione nei punti vendita della catena a fronte di un pagamento di un deposito che viene successivamente restituito riportando la tazza.

Starbucks sta anche progettando — si legge nell’articolo — di permettere ai clienti di usare le loro tazze personali in ogni Starbucks negli Stati Uniti e in Canada, anche quando ordinano in anticipo o usano il drive-thru, entro la fine del prossimo anno. Questo non significa che bicchieri di carta o plastica spariranno, ma che l’opzione verrà resa meno attraente e ovvia. Sono in corso test del programma borrow a cup in diverse cittadine, come a Seattle l’anno scorso. Secondo Amelia Landers, che dirige il team per la sostenibilità del packaging di Starbucks, questi programmi – attivi in almeno 20 diverse formule e in 8 diversi mercati – rappresentano la strategia più promettente, anche se l’incoraggiamento ai clienti nel portare la propria tazza viene egualmente perseguito.

Una tipologia di tazze testate nei pilota sono quelle realizzate in polipropilene leggero, riciclabile a fine vita e adatte per oltre 100 cicli di utilizzo. I clienti che le adottano pagano un deposito di 1 euro che viene loro restituito una volta consegnata la tazza ad un dispositivo automatizzato. In questo programma l’utente viene incentivato ad usare questo opzione grazie ad uno schema di premialità. La gestione delle tazze come raccolta, lavaggio e approvvigionamento delle caffetterie viene in alcuni programmi affidata ad una società terza in modo da non caricare il personale di quella parte del processo.

Milano: l’acqua del Sindaco diventa “à porter” in brick “ecologici e sostenibili”

L’iniziativa del Comune di Milano con l’acqua del Sindaco imbottigliata “à porter”, comoda e sostenibile, da consumare ovunque” fa a cazzotti con l’ecologia e la sua opportunità in un modo così evidente, che solamente (o quasi) il marketing dietro al lancio non è stato in grado di capire e prevedere.

L’iniziativa presentata dall’assessora all’Ambiente Elena Grandi del Comune Di Milano con il presidente e direttore di MM in occasione della Giornata mondiale dell’acqua di martedì scorso ha suscitato un certo sconcerto. Anche nella sottoscritta che ritiene mettere la firma a questa iniziativa sia controproducente e nonostante la stima che si possa nutrire nei confronti dell’assessora Grandi certamente in buona fede. Non si era infatti mai visto un’Amministrazione Comunale promuovere l’acqua del Sindaco imbottigliandola per poi presentarla come un’iniziativa ideata per “valorizzare la qualità dell’acqua cittadina da oggi consumabile ovunque, comoda e a km zero” come si può leggere sul sito del comune.

Non è chiaro se questo impianto di riempimento dalla potenzialità di 2.000 cartoni/ora opererà a pieno ritmo nella produzione di brick in poliaccoppiato (500 o 250 ml) definiti “completamente riciclabili e prodotti in modo ecosostenibile“. L’acqua confezionata da MM per il momento – si legge sul sito – sarà destinata alla Protezione civile per la distribuzione alla cittadinanza in caso di guasto o interruzione localizzata del servizio e, se richiesto, potrà essere distribuita nel corso di eventi particolari sul territorio milanese come le ‘week’, i concerti, le manifestazioni culturali e sportive nonché essere utilizzata per i bisogni interni degli uffici del Comune di Milano e delle sue controllate. Il layout della confezione in cartone ha inoltre il vantaggio di essere completamente personalizzabile in funzione dell’iniziativa o dell’utilizzatore finale. Anche se l’operazione non ha carattere commerciale, questa precisazione suona un pò curiosa. O forse, anche inquietante in quanto si allinea all’ultimo trend di gadgettizzazione di un bene comune come è alla fine l’acqua, e la sua disponibilità. Dopo mesi di siccità preoccupante serve decisamente presentare altri piani concreti per preservarne la disponibilità futura e adottare una diversa narrativa nella comunicazione se si vuole ottenere il contributo dei cittadini.

La strada verso l’inferno è spesso lastricata di buone intenzioni

Questa iniziativa del Comune di Milano, come ho avuto modo di commentare su Linkedin, – per rimanere in tema, fa “acqua da tutte le parti” – e provo a spiegare il perché.
In prima battuta le iniziative di promozione dell’acqua del Sindaco hanno sempre fatto leva sugli aspetti ambientali positivi connessi alla mancata produzione di rifiuti, e di risparmio sulle emissioni di gas ad effetto serra, che si ottengono proprio evitando l’acqua in bottiglia. Impiegando infatti contenitori riutilizzabili si mette in pratica l’opzione ambientalmente più vantaggiosa che, anche secondo la gerarchia EU è quella che non produce rifiuti .

Il riuso vince quando la progettazione è sistemica

Uno studio pubblicato nel 2020 dell’Università di UtrechtReusable vs single-use packaging che ha comparato gli esiti di 11 studi LCA che avevano misurato a loro volta gli impatti ambientali di opzioni monouso versus corrispettivi riutilizzabili ha mostrato il vantaggio ambientale connesso all’impiego dei diversi contenitori riutilizzabili. Non credo che nessuno abbia l’intenzione di controbattere perché lo studio dice chiaramente che la filiera deve essere a corto raggio o comunque entro un certo range chilometrico. Non va infatti progettato solamente l’imballaggio “sostenibile” ma il sistema in cui lo stesso esplica il suo ciclo di vita che deve essere craddle to craddle, se vogliamo parlare di reale sostenibilità.

Plastifree un claim fuorviante che ha creato più danni che cultura

Perché non mettere i milanesi in condizione di fare maggior uso delle migliaia di borracce regalate loro negli ultimi anni che rischiano di rivelarsi inutili gadget, acquistati oltretutto anche con risorse finanziarie pubbliche. Soldi che potevano essere meglio impiegati installando nuovi punti di refill nei luoghi di maggior passaggio sull’esempio delle ferrovie olandesi ma anche dell’aeroporto Schipol.

Quante sono le borracce che vengono ancora usate con frequenza? Perché i cittadini contribuenti che bevono l’acqua del rubinetto senza produrre rifiuti e riducono il loro impatto ambientale dovrebbero sovvenzionare indirettamente iniziative del genere?
Purtroppo questa iniziativa, al contrario di quanto gli ideatori si sono augurati credo vada in tutt’altra direzione di una sensibilizzazione al consumo dell’acqua potabile. La pubblicità occulta viene d’altronde praticata perché funziona, e la foto del brick manda un messaggio eloquente, che va ben oltre alle parole di contorno e alle intenzione dei proponenti, mandando un evidente assist ad un gruppo di interesse. Promuovere l’acqua del rubinetto verso i cittadini non può certamente coincidere con un allungamento della filiera del suo consumo e un evidente aggravio sul prelievo di risorse e del livello di emissioni (evitabili).

Tempo di sostanziare i green claims evitando il greenwashing
L’iniziativa europea sui #GreenClaims è nata proprio perché i consumatori non sono in condizione di distinguere più il “falso dal vero” e per proteggerli serve una regolamentazione degli stessi che devono essere sostanziati, Sia per fugare ogni sospetto di greenwashing che per una leale concorrenza tra le imprese. C’è stata anche in Italia una sentenza del Tribunale di Gorizia che cita l’articolo 12 del Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale, secondo cui “la comunicazione commerciale che dichiari o evochi benefici di carattere ambientale o ecologico deve basarsi su dati veritieri, pertinenti e scientificamente verificabili”.

Non esistono di fatto materiali sostenibili in cicli di utilizzo insostenibili.

In questo caso abbiamo un ente locale che fa una scelta, a mio avviso in contraddizione con la sua missione ambientale, e che non può pertanto limitarsi a dichiarare, o fare intendere come fanno le imprese commerciali, che i cartoni in poliaccoppiato (detti brick) siano una scelta più sostenibile rispetto ad altre confezioni poiché “riciclabili e prodotti in modo ecosostenibile.”
Uno studio LCA commissionato da Tetra Pak del 2020 menzionato in un precedente articolo “Comparative Life Cycle Assessment of Tetra Pak® carton packages and alternative packaging systems for beverages and liquid food on the European market”a cura dell’Ifeu ha rilevato che i cartoni escono vincenti in una sola delle 8 categorie di impatto analizzate, che è quella del potenziale di riscaldamento globale. Non escono invece totalmente vincenti nelle altre 7 categorie di impatto prese in considerazione dalla maggioranza degli studi LCA. Pesa anche sui risultati per certi aspetti il dato di fatto che i poliaccoppiati sono difficili da riciclare nelle cartiere non specializzate e che pertanto i brick conoscono una percentuale di riciclo a livello globale piuttosto modesta: 27% nel 2020.

Venendo alle conclusioni, lascia perplessi l’idea di fondo sposata dall’iniziativa milanese di considerare l’acqua come un gadget a marchio proprio, che sta diventando popolare negli ultimi tempi. Un trend che fa largo uso della narrazione fuorviante sui cosiddetti “materiali sostenibili”, un’eredità delle campagne plastic free che è stata però sapientemente capitalizzata dalle aziende produttrici di materiali concorrenti della plastica allo scopo di trarne un vantaggio competitivo.

Una narrazione che ha saputo fare presa sul cittadino medio che si è quasi convinto che la plastica sia una sfida ambientale più temibile degli effetti del riscaldamento climatico, e che sostituendo un materiale monouso invece che modificare i modelli di consumo, si possa salvare capra e cavoli.

Una narrazione che ha fatto evidentemente presa anche a Milano e anche presso l’azienda che ha l’appalto dei punti di ristoro a Ecomondo dove i brick hanno rimpiazzato altri contenitori, e persino l’unico punto presente di acqua alla spina dell’edizione precedente del 2019.

In conclusione penso che le aziende sono ovviamente libere di vendere ciò che è lecito vendere se i consumatori acquistano, e vinca il migliore, ma per favore anche basta con queste narrazioni da “benefattori dell’ambiente”. Non se ne può più.

Silvia Ricci

(pubblicato precedentemente sul mio blog di Polimerica.it)

DRS: 83% of Italians support the introduction of a Deposit Return System on single-use beverage packaging

Launched last friday , “A Buon Rendere – molto più di un vuoto“, is the first national Campaign calling for a Deposit Return System -DRS in Italy.

Lead as a coordinated effort by the National Association Comuni Virtuosi, the campaign is supported by all major national non-governmental organisations wotking on environment and sustainability, and several others of local interest, that already signed, last November, a joint call  to the Draghi government and Minister Cingolani to speed up the introduction of an effective DRS. Among them: A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace Italia, Italia Nostra, Kyoto Club, LAV, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Marevivo, Pro Natura, Retake, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, WWF Italia and Zero Waste Italy.

Italy, like other European countries without a DRS, needs such a scheme in order to meet the European collection and recycling targets and to sensibly reduce pollution of its seas, countryside and cities. Under this scheme, a small deposit added on the sale price of beverage containers – which is entirely returned to consumers when a bottle/can is returned to a collection point –, guarantees for high collection rates (average rate in EU: 91%) in line with EU targets.

A step in the right direction

In the “Act on Simplification” of July 2021 (a Decree aiming at regulatory simplification in many areas), a specific amendment was inserted, which opens the way for the introduction of a Deposit Return System in Italy. As stipulated in the amendment, the Ministry of Ecological Transition (Italian MoE) in cooperation with the Ministry of Economic Development is mandated to draw up the Implementing Acts for the introduction of the DRS.(1)

Over 7 billion beverage containers wasted in Italy each year

As a member of the the Reloop Platform released back in April 2021 , the Association Comuni Virtuosi some data elaborated from the What we waste dashboard on Italy revealing that more than seven billion beverage containers escape recycling every year and get littered in the environment, or disposed of in incinerators or landfill. This equals 119 beverage containers wasted by each Italian a year. A waste that Italy could reduce by 75-80% by adopting a deposit system.


A Buon Rendere – molto più di un vuoto is a campaign that aims to raise awareness among citizens, politicians, beverage and retail companies about the benefits of DRS and about having a national DRS scheme – designed in a performing way – soon adopted. To this end, the campaign will use tools such as petitions, surveys, public events, citizen science activities such as reporting on materials frequently found as littered items during cleanups, production of studies and outreach materials.

A Buon Rendere – molto più di un vuoto aims to be an trustworthy, credible, knowledgeable voice in the Italian debate to help speed up the approval of a national law on DRS.
The timing would be perfect, by the way, as confirmed by the results of a recent survey conducted by AstraRicerche and commissioned by our campaign, which found that 83% of Italians are in favour of a DRS in our Country.

The national campaign and its Partners are therefore calling for the introduction of a Deposit Return System (DRS) in Italy based on the most successful systems operating in Europe. In their vision, and based on perfoming DRS schemes already rolled out oin other EU Member states, a performing DRS scheme for Italy should be:
• with a national scope;
mandatory for all producers;
covering all kind of beverage containers.
A system so designed would allow us to protect our environment, promote the transition to circular economy and meet the European targets for separate collection and recycling.
In doing so, the Campaign aims to align with the current initiatives of the EU institutions, which are considering a possible common approach to DRS throughout Europe, inspired by the principles specified above, so as to have equally performing and efficient DRS schemes in Countries where such schemes have not been adopted, as yet.
The difference in separate collection rates for beverage bottles between EU Member States with, and without such a scheme in place (94% and 47% respectively), makes a point that cannot be overlooked. The average capture rates of PET beverage packaging in European countries where a DRS is in place exceeds 90%.

All continuously updated DRS insights such as: articles, videos, infographics, as well as a Petition for individuals to sign and disseminated, are available on the campaign website www.buonrendere.it.

(1)No further specification is included in the mandate, which is therefore open to any possible outcome. Therefore, a coalition of NGOs, led by ACV – Associazione Comuni Virtuosi, has launched a nationwide campaign in order to inform and facilitate the ongoing policy-making process, so as to drive it towards a best performing system, in line with DRS already adopted in other EU Member States.

L’83% degli italiani favorevole all’introduzione di un Sistema di Deposito per imballaggi monouso per bevande

Lanciata oggi dall’Associazione Comuni Virtuosi la campagna di sensibilizzazione nazionale A Buon Rendere – molto più di un vuoto in collaborazione con: A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace, Italia Nostra, Kyoto Club, LAV, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Marevivo, Pro Natura, Retake, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, WWF e Zero Waste Italy .

L’iniziativa è stata preceduta  da un appello sottoscritto dalle stesse organizzazioni al governo Draghi ed al ministro Cingolani nel novembre scorso per sollecitare l’introduzione di un Sistema di Deposito Cauzionale , l’unico strumento che può permettere all’Italia di raggiungere senza difficoltà gli obiettivi di raccolta e riciclo europei ridurre sensibilmente l’inquinamento dei suoi mari, campagne e città.

Una piccola somma (“deposito”) aggiunta sul prezzo di vendita delle bevande –restituita nella sua totalità quando l’imballaggio vuoto viene restituito ad un punto di raccolta – rappresenta infatti l’incentivo che ne garantisce il buon fine.

Secondo il rapporto What we Waste della Reloop Platform, in Italia oltre 7 miliardi di contenitori per bevande sfuggono al riciclo ogni anno finendo dispersi nell’ambiente o smaltiti in discariche o inceneritori; uno spreco che potrebbe essere ridotto del 75-80% attraverso l’introduzione di un Sistema di Deposito efficiente. Inoltre, l’attuale sistema di raccolta differenziata del PET permette un’intercettazione solo del 58%, ben lontano dall’obiettivo del 90% imposto dalla direttiva SUP.

A Buon Rendere – molto più di un vuoto è una campagna che punta a sensibilizzare i cittadini, la politica, l’industria delle bevande e della distribuzione organizzata sui benefici di un Sistema di Deposito. A tal fine, la campagna si avvarrà di strumenti quali petizioni, sondaggi, eventi pubblici, attività di citizen science, quali i report sui materiali che frequentemente si trovano dispersi durante i cleanup, produzione di studi e di materiali divulgativi.

A Buon Rendere – molto più di un vuoto mira ad essere una voce autorevole nel dibattito italiano per contribuire alla velocizzazione dei tempi di approvazione di una legge nazionale.

I tempi per tale legge paiono d’altronde pienamente maturi: infatti, come confermano i risultati di una recente ricerca condotta da AstraRicerche commissionata dalla nostra campagna, l’83% degli italiani è favorevole ad un Sistema Cauzionale anche nel nostro paese.(1)

Gli aderenti alla campagna A Buon Rendere – molto più di un vuoto chiedono pertanto l’introduzione di un Sistema di Deposito Cauzionale (anche definito sinteticamente DRS, “Deposit Return System”) che, sulla scorta dei sistemi di deposito già operanti con successo in diversi Paesi UE, sia:

  • di portata nazionale
  • obbligatorio per i Produttori
  • che copra tutte le tipologie di contenitori per bevande. 

Un sistema così configurato ci consentirebbe di proteggere il nostro ambiente, favorire la transizione verso l’economia circolare e raggiungere gli obiettivi europei in materia di raccolta selettiva e riciclo. Così facendo, la nostra iniziativa si vuole raccordare anche con le attuali iniziative delle istituzioni UE, che stanno considerando un possibile approccio al DRS comune in tutta Europa, ispirato ai principi sopra specificati, in modo da renderlo performante ed efficace in tutti i Paesi in cui ancora non c’è uno schema di tale tipo.

La differenza tra i tassi di intercettazione delle bottiglie per bevande tra i Paesi Membri con e senza tale sistema in vigore (rispettivamente, 94% e 47%) manda un segnale inequivocabile. I tassi medi di intercettazione degli imballaggi per bevande nei DRS attivi in Europa superano il 90%.

Le indicazioni su come partecipare alla campagna si trovano alla sezione del sito Partecipa dove è possibile firmare la nostra Petizione e ricevere indicazioni su come aderire come associazione nazionale e locale, aggiungendosi alle organizzazioni già presenti nella sezione Adesioni. Per saperne di più sui Sistemi di Deposito visita la sezione dedicata.

Leggi il Comunicato stampa in inglese.

(1) Uno specifico emendamento passato all’interno del Decreto Semplificazioni convertito in legge nel luglio del 2021 apre la strada all’introduzione di un Sistema di Deposito per imballaggi di bevande in Italia. Come stabilito nell’emendamento, il Ministero della Transizione Ecologica (MoE) in collaborazione con il Ministero dello Sviluppo Economico è incaricato di redigere gli Atti Attuativi per l’introduzione del DRS. Il testo di tale emendamento è ancora molto generico e manca di dettagli di non poco conto e quindi aperto a qualsiasi possibile esito. Ad esempio nelle seguenti diciture «gli operatori economici, in forma individuale o in forma collettiva, adottano sistemi di restituzione con cauzione nonché sistemi per il riutilizzo degli imballaggi. (…) I negozianti che lo adotteranno potranno ottenere premialità e incentivi economici ». Motivo per cui la nostra associazione – con la collaborazione di partners nazionali e internazionali – ha lanciato una campagna a livello nazionale che ha come principale obiettivo informare e facilitare il processo politico in corso, in modo da guidarlo verso un sistema più performante, in linea con i DRS già adottati in altri Stati membri dell’UE.

Eindhoven: un risparmio di 100.000 tazze monouso nel Campus con Billie cup

Via le tazze usa e getta e avanti nel percorso verso “spreco zero”: dal 14 febbraio scorso , tutte le mense del campus della University of Technology – TU/e di Eindhoven mettono a disposizione la Billie Cup, una tipologia di tazza riutilizzabile diffusa in Olanda e Belgio.

Con l’acquisto della bevanda viene applicato alla tazza un deposito che vale 1 euro che ne garantirne la riconsegna per il ciclo di lavaggio e successivi utilizzi . Secondo le stime di Sebastiaan Aarts, responsabile di Appèl, il servizio di ristorazione che ha l’appalto nel Campus, le tazze riutilizzabili faranno risparmiare ogni anno non meno di 100.000 tazze monouso, che equivale a un risparmio di 3.500 kg di rifiuti (sempre annui).

“Nel giorno del lancio avvenuto a San Valentino, tutti i punti di ristorazione e mense dell’università TU/ e hanno celebrato l’amore per un mondo più sostenibile con l’adozione delle tazze riutilizzabili per poter avere il migliore risultato ambientale possibile“, ha dichiarato Sebastiaan Aarts.
Billie è una tazza riutilizzabile in plastica robusta, disponibile in due colori e dimensioni: una azzurra più grande per tè, cappuccino e latte, ed una marrone, più piccola, per caffè lungo ed espresso.
I coperchi vengono invece forniti/venduti separatamente. Con l’arrivo della tazza scompare lo sconto esistente precedentemente per chi portava una propria tazza quando acquistava una bevanda.

Quando si consegna una tazza, si può ricevere indietro l’euro pagato come deposito sotto forma di sconto su altri acquisti presso i punti di ristoro. In alternativa si può ricevere una moneta virtuale che vale come un buono con cui ottenere un’altra tazza in un momento successivo (senza pagare il deposito). Il sistema è già utilizzato all’Università di Wageningen e ci aspettiamo che la comunità della TU/e si abitui presto alla novità, come è avvenuto d’altronde a Wageningen” spiega Aarts.

La Billie cup si usa anche nei distributori di bevande
Le tazze Billie possono essere utilizzate con i distributori di bevande calde della marca adottata nel campus, anche se al momento sono ancora disponibili le tazze monouso per queste macchine.

Riusare è meglio che compostare o riciclare
Martine de Graaff, responsabile dei contratti con i fornitori presso il del Facility Centre, che è stata coinvolta nell’iniziativa spiega “Separare i rifiuti è complesso e spesso le persone nutrono dei dubbi sui materiali e dove conferirli. Lo stovigliame compostabile non può essere conferito in Olanda con i rifiuti organici, per via del tempo di compostaggio molto più lungo che questi manufatti necessitano per biodegradarsi. Alla fine ci si ritrovava così con rifiuti da monouso da smaltire con il rifiuto indifferenziato. Puntare a rifiuti zero è quindi la scelta migliore, e la Billie Cup è un ottimo strumento per andare in questa direzione.

L’idea è nata durante le riunioni di quella che noi abbiamo chiamato “catena di collaborazione ” un tavolo creato proprio con lo scopo di condividere idee per rendere insieme il campus più sostenibile. Fanno parte del tavolo le aziende che operano nel campus come l’azienda che si occupa di gestire i rifiuti Renewi , l’azienda di pulizie Asito, e Appèl che ha l’appalto per la ristorazione, oltre a vari altri fornitori.

Ora ci occuperemo delle stoviglie e posate”. Dopo tutto, anche l’utilizzo di monouso in plastica compostabile non è più neanche permesso dalla legge (Direttiva SUP ). Oltre ad avere gli svantaggi già menzionati, non tutti lo trovano piacevole da introdurre in bocca. Allo stesso tempo, però, l’esperienza ci ha dimostrato che le posate lavabili vengono rubate dalle mense in grandi quantità, il che a sua volta genera costi importanti. Stiamo quindi pensando di introdurre a tempo debito anche un sistema di deposito per le posateconclude Martine De Graaf.

Quando neanche il riciclo chimico aiuta: il caso emblematico dei sachet

Il caso emblematico delle bustine monodose, difficili da raccogliere e riciclare efficacemente, ci insegna che un imballaggio che non può essere ridotto, riusato e riciclato andrebbe eliminato dal mercato.(1)

Un‘indagine della Global Alliance for Incinerator Alternatives (GAIA) sul progetto di riciclo chimico CreaSolv® dei sachet intrapreso da Unilever in Indonesia, ha rivelato che le aspettative su una loro presunta riciclabilità sono state totalmente mal riposte. Infatti, a soli due anni di distanza dal lancio in pompa magna dell’impianto pilota avvenuto nel 2017, la multinazionale anglo-olandese ha concluso in silenzio le operazioni, a causa delle insormontabili sfide poste dal progetto di ordine tecnico, logistico e finanziario.

I sachet sono piccole confezioni monodose contenenti in genere detergenti o alimenti che vengono commercializzate da Unilever e altre multinazionali, prevalentemente nei mercati in via di sviluppo ed emergenti, come nel caso dell’Indonesia. Si tratta di piccoli imballaggi particolarmente problematici, bustine costituite da strati di diversi materiali, adesivi e coloranti che ne rendono praticamente impossibile il riciclaggio, e che vengono facilmente dispersi nell’ambiente. In Indonesia le bustine, nonostante le loro ridotte dimensioni, costituiscono il 16% dei rifiuti di plastica, pari ad una produzione di rifiuti di 768.000 tonnellate all’anno.
Il lancio del progetto di riciclo chimico CreaSolv® (2) rientrava tra le iniziative sviluppate da Unilever per raggiungere gli obiettivi globali di riduzione di un terzo del packaging entro il 2020 (in peso) e di aumentare l’utilizzo di contenuto di plastica riciclata nel packaging di almeno il 25% entro il 2025.

Per rendere l’ordine di grandezza dell’impatto ambientale del packaging dei diversi marchi che fanno capo a Unilever, è utile considerare due diverse fonti di notizie. La prima è quella riferita alla performance sul packaging di Unilever in quanto partecipante al Global Commitment della Ellen McArthur Foundation (EMAF).

Il consumo di plastica che la stessa multinazionale ha fornito agli autori dell’ultimo Progression Report del 2021 ammonta a 690.000 tonnellate di materie plastiche da imballaggio immesse al mercato annualmente. Altri dati che si possono trovare nella scheda di Unilever presente nel rapporto e riferiti al 2020 sono: la percentuale media di contenuto riciclato (11%) rispetto a quello in materia vergine presente nel packaging immesso al consumo, e la percentuale media in cui si attesta il packaging di Unilever (52% : poco più che a metà strada ) rispetto all’obiettivo di avere il 100% del packaging riciclabile, compostabile o riutilizzabile, entro il 2025. Sulla percentuale di riuso attuale non sono stati invece forniti dati. Tuttavia, come avverte la nota Not aligned (in rosso ) il dato del 52% non è verificabile secondo la metrica comune adottata dalla EMAF che Unilever non ha condiviso. (Fig.1)

Figura1 Scheda di Unilever (GC Progress Report) riferita al 2020

L’altra prospettiva da cui guardare all’impatto ambientale delle marche è quella del contributo che ha il loro packaging sul littering – ovvero i rifiuti dispersi nell’ambiente a loro marchio – che non è un dettaglio di poco conto. Unilever è passata dal quarto al terzo posto – dopo Coca Cola e Pepsi Co – nella poco ambita classifica dei Top 10 Corporate Plastic Polluters 2021, ovvero delle aziende che maggiormente contribuiscono alla formazione del littering. A stilare questa classifica concorrono le centinaia di analisi di brand audit dei rifiuti dispersi raccolti nei vari paesi del mondo compiute da volontari ogni anno, secondo linee guida di reportistica condivise.

Invece di ascoltare le richieste della società civile – si legge nel comunicato stampa di Gaia – che chiedevano di interrompere la produzione di bustine e creare e perseguire soluzioni a zero rifiuti come il riutilizzo e i sistemi di ricarica, Unilever ha avviato una campagna di pubbliche relazioni per la promozione della sua “tecnologia innovativa CreaSolv” che sarebbe stata la prima al mondo in grado di riciclare e riutilizzare i rifiuti di imballaggio in plastica multistrato a testimonianza del suo impegno verso lo “sviluppo di nuovi modelli di business a supporto dell’economia circolare del packaging “.

I principali riscontri dell’indagine di GAIA

Nelle sedici pagine dell’indagine si legge che Unilever si era posta l’obiettivo di raccogliere 1.500 tonnellate di questi rifiuti nel 2019 per trattarli nell’impianto e 5.000 tonnellate nel 2020. Obiettivi che si sono rivelati irraggiungibili, tant’è che il programma è stato chiuso nel dicembre del 2019, a distanza di soli due anni dall’inizio delle attività. La brusca interruzione del programma di riciclaggio delle bustine ha privato dei mezzi di sussistenza i waste pickers coinvolti nella raccolta delle bustine, causando un certo sconcerto tra tutte le parti coinvolte nella raccolta e nel trattamento di questi rifiuti. Alcune delle banche di stoccaggio dei sachets hanno persino continuato a ricevere il materiale raccolto per qualche mese dopo la chiusura del progetto, materiale che ha poi dovuto essere bruciato o mandato in discarica.

Tra le informazioni sul funzionamento dell’impianto che si trovano nel documento si legge che, per mantenerne l’operatività, si sarebbe dovuto produrre tre tonnellate di pellet in plastica al giorno, con la prospettiva di aumentare la capacità produttiva giornaliera sino a cinque tonnellate. Tuttavia, dopo la fase pilota iniziale, la capacità massima di produzione di granulo idoneo (al riprocessamento) dell’impianto non superava ancora le cinque tonnellate circa al mese.

A questo ritmo ci sarebbero voluti ben 12.800 anni per essere in grado di trattare le quantità di rifiuti generate annualmente dai sachet in Indonesia. Quand’anche si fosse arrivati ad una capacità di trattamento di 27 tonnellate di rifiuti al giorno – l’obiettivo finale di Unilever – ci sarebbero voluti più di 77 anni per trattare i rifiuti prodotti in un anno dai sachet.

Dieci milioni di euro spesi per mancare gli obiettivi…

L’obiettivo di riciclare le bustine multistrato per creare nuove bustine non è stato raggiunto dal punto di vista tecnico anche a causa della bassa riciclabilità dei sachet, e dei limiti tecnologici dell’impianto. Condizioni che hanno influito sulla produzione di scarti di processo importanti (anche da smaltire), nell’ordine del 40 – 60% , tanto da rendere l’operazione totalmente insostenibile. La costruzione dell’impianto è costata a Unilever più di 10 milioni di euro dal 2011. I processi di triturazione e la cattiva gestione dei liquidi tossici che venivano a formarsi hanno causato, si legge nell’indagine, incidenti alla struttura, tra cui l’incendio sviluppatosi nel febbraio del 2018 in un magazzino. In quell’occasione le 300 tonnellate di bustine stoccate sono letteralmente “andate in fumo” avvolgendo in una densa coltre di fumo nero i quartieri circostanti.

La storia dei sachet inizia in India negli anni 80

La bustina monodose, come riporta un interessante articolo The fading shimmer of sachets , che ne ricostruisce la storia, fa la sua prima apparizione in India negli anni ’80, ben prima dell’ingresso nel mercato del colosso industriale Unilever, attraverso la sua controllata Hindustan Unilever Limited (HUL) . Il pioniere dei sachet denominato “The King of sachets” è stato in realtà il dott. C K Rajkumar. Fu lui l’imprenditore, morto un paio di anni fa, ad introdurre negli anni ottanta il primo shampoo in bustina (Velvette). Da allora il mercato degli shampoo in bustina è cresciuto a passi da gigante in India. Stime indicano che il 70% del valore di vendita dello shampoo in India avvenga attualmente tramite i sachets. Tuttavia, senza l’adozione di questo packaging da parte delle multinazionali dei prodotti di largo consumo, il mercato dei sachets non avrebbe raggiunto le dimensioni attuali. Infatti, secondo uno studio del 2009 , a trenta anni dall’avvento dei sachets la loro penetrazione nel mercato indiano valeva solamente il 14%.

L’espansione delle vendite di prodotti di cosmetica e detergenza nei contesti rurali di Unilever attraverso la controllata HUL viene raccontata in un interessante articolo dell’Harward Business Review “How Unilever Reaches Rural Consumers in Emerging Markets” del 2016.

(1) In ricordo di Pete Seeger (May 3, 1919 – January 27, 2014) . “If it can’t be reduced, reused, repaired Rebuilt, refurbished, refinished, resold , recycled or composted Then it should be restricted, redesigned or removed from production”.

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La sfida green di Lav a 5 sindaci per meno carne nelle mense comunali

“Meno carne nelle mense, meno smog in città”: questo il messaggio comparso oggi a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli su grandi manifesti con il volto dei cinque sindaci italiani neoeletti nell’autunno 2021, che hanno attraversato i centri storici delle città montati su biciclette e vele elettriche.

Di Fanpage

Ad accompagnare i manifesti itineranti, gli attivisti dell’associazione, che hanno illustrato l’iniziativa ai cittadini, sorpresi e incuriositi dall’insolita “campagna elettorale”. La sfida green lanciata ai sindaci è quella di ridurre le emissioni inquinanti, che derivano dalle attività umane, tra le quali la Zootecnia, inserendo un giorno a settimana un menù completamente vegetale per tutti nelle mense comunali. I cittadini possono partecipare sostenendo la sfida con l’hashtag #SfidaGreen e firmando sul sito della LAV.

Milano è la città più attenta e attiva
Le cinque città prese in analisi consumano quasi un milione e 500mila chili di carne all’anno nelle loro mense pubbliche, con un’impronta sanitaria e ambientale di oltre 13 milioni di euro. Nel dettaglio Milano è tra quelle esaminate la più attenta e attiva e presenta valori intermedi rispetto alle altre. Consuma 47.800 chili di bovino, 29.375 di suino, 29.375 di suino lavorato, 353.400 di pollo e tacchino, per un totale di 459.950 chili.

Come emerge dalla ricerca condotta da Demetra per Lav il capoluogo lombardo ha il menù ‘meno insostenibile’, perché a fronte di una quantità media di carne per pasto più alta rispetto ad altre città impiega più carne avicola. Tuttavia se ad un maggiore consumo di pollo e tacchino corrispondono meno danni ambientali e sanitari, viene però ucciso un numero maggiore di animali che finiscono sulle tavole dei milanesi.

Torino ha la maggiore esternalità di carne
Il capoluogo piemontese è la città nella quale la ristorazione collettiva registra le maggiori esternalità di carne. A Torino la quantità media per pasto di carne è di 34,4 grammi, oltre il 50% in più rispetto a Roma. È anche la città che impiega in percentuale la maggiore quantità di suino lavorato, ossia la tipologia di carne con maggiore impatto sanitario, e di bovino, quella che invece ha un maggiore impatto ambientale.

Roma, Bologna e Napoli
I valori di Bologna, Roma e Napoli sul rispetto al consumo della carne sono sostanzialmente uguali. La città partenopea è seconda dopo Torino per quanto riguarda l’impiego in percentuale di carne di suino lavorato, mentre Roma segue la città piemontese per la percentuale di bovino.

Un menù vegetale nelle mense comunali per ridurre le emissioni
La richiesta che arriva da Lav ai sindaci è quella d’impegnarsi nei prossimi quattro anni a ridurre del 20% il consumo di carne nelle mense pubbliche con un menù 100% vegetale negli gli esercizi di ristorazione di competenza della sua amministrazione. “Ciò vedrebbe un risparmio totale di quasi 2 milioni e 800 mila euro – spiega Lav – salvando allo stesso tempo oltre 85 mila animali”. Una strategia quella di puntare sulla riduzione del consumo di carne per limitare il cambiamento climatico, che si dimostra una politica sempre più diffusa. Il Consiglio Comunale di Berkeley negli Stati Uniti ad esempio, dirotterà la metà delle spese dai cibi di origine animale ad alimenti 100% vegetali entro il 2024, il nuovo sindaco di New York, Eric Adams, ha implementato i Meatless Mondays, ossia i ‘lunedì senza carne’ per tutte le 1.700 scuole pubbliche di New York.