L’acqua in brick invade il mercato. Ma è davvero meglio della plastica?

Dai vagoni dell’alta velocità alle apparizioni durante alcuni eventi sportivi, fino a Ecomondo 2021: capita sempre più spesso di vedere le bottigliette di plastica da mezzo litro sostituite con i brick. Proviamo a capire quanto sono effettivamente riciclati e quanto sono sostenibili.

Silvia Ricci pubblicato su Economiacircolare.com

Dai vagoni dell’alta velocità alle apparizioni durante alcuni eventi sportivi, fino allo sbarco in pompa magna a Ecomondo 2021. Un mese fa, alla fiera di Rimini, l’azienda modenese Acquainbrick Srl ha “colonizzato” l’evento dedicato alla tecnologia green sostituendo in tutti gli spazi di ristoro le bottigliette di plastica da mezzo litro con il suo brick della stessa capienza, acquistabile al costo di due euro al pezzo. All’insegna del motto “Less plastic more life”, i contenitori azzurri hanno scalzato perfino il punto di erogazione d’acqua fresca presente nell’edizione 2019, mentre alle casse dei punti ristoro un cartello spiegava che i brick contenenti acqua di rubinetto “microfiltrata ad osmosi inversa” supportano la transizione ecologica.

L’acqua “personalizzata” riduce davvero l’impatto?

L’idea alla base del progetto commerciale di Acquainbrick, come ha raccontato durante un recente intervento a Tutto Food l’amministratore delegato Cristiano Creati, è quella di ridurre l’impatto ambientale dei gadget. L’azienda, entrata a far parte del gruppo LY Company, primo produttore al mondo di acqua in cartone, si pone l’obiettivo “di sostituire sempre di più le classiche bottigliette in plastica fossile con altrettanti contenitori di cartone offrendo alle aziende la possibilità di brandizzare un brick e avere un’acqua personalizzata”. “Oggi possiamo dire di essere il quarto polo produttivo di acqua in cartone in Italia, il primo con una produzione etica e coerente con la nostra mission: solo carta, no plastica e vetro nelle nostre linee di imbottigliamento” ha precisato in un’intervista l’AD Creati.

Ma è proprio così sostenibile questa opzione? Basta davvero sostituire un materiale con un altro per poter parlare di transizione ecologica?

Tutto riciclabile… ma è sufficiente?

ediamo innanzitutto di cosa sono fatti questi contenitori. Si tratta di un poliaccoppiato, vale a dire un materiale a più strati: polietilene vegetale (HDPE 2 – 76% Plant-Based, si legge nella scheda tecnica), strato adesivo impermeabile, carta da foreste certificate e alluminio che protegge il liquido da luce, ossigeno e odori. Per chiuderlo, un tappo di plastica vegetale certificata. Sul proprio sito, l’azienda che propone bevande in imballaggi “on the go” (pensati cioè per essere utilizzati fuori di casa) racconta che “il contenitore di cartone è composto da oltre il 70% di materia prima di origine vegetale (72% per il volume 330ml, 76% per quello da 500ml) ed è completamente riciclabile”. Quello che l’azienda sa ma non è tenuta a comunicare, però, è che una volta raccolto separatamente – ammesso che ci si riesca, trattandosi di un prodotto che si usa mentre ci si sposta – difficilmente questo tipo di confezione sarà davvero riciclata, perché sono pochi nel nostro Paese gli impianti che lo fanno. Il riciclo di questi imballaggi, infatti, rappresenta una sfida per le cartiere convenzionali, come spieghiamo qui.

Al momento non risultano studi che attestino in modo inequivocabile che l’acqua in brick si possa considerare un’opzione “migliore” della bottiglia di plastica che si propone di sostituire. E seppure non volessimo considerare la necessità di ridurre il ricorso all’acqua imbottigliata in favore di quella “del sindaco”, resta il fatto che le bottiglie in PET, al contrario dei contenitori in poliaccoppiato, sono facilmente riciclabili e per giunta si possono ormai realizzare con plastica riciclata e percentuali minime di polimero vergine.

Leggi anche: Quanto si riciclano i cartoni per bevande in Europa?

Le aspettative di crescita degli obiettivi di riciclo

A questa si aggiunge un’altra considerazione: l’attuale tasso di raccolta differenziata di bottiglie in PET, che si attesta al 58%, è destinato ad aumentare sensibilmente nei prossimi anni. Gli obiettivi di raccolta imposti dalla direttiva SUP – il 77% entro il 2025 e al 2030 il 90% dell’immesso al consumo – e i target di contenuto riciclato obbligatorio per le bottiglie, spingeranno anche l’Italia ad adottare sistemi cauzionali, il cosiddetto Deposit Return System (DRS): peraltro è stata approvata pochi mesi fa una norma che va proprio nella direzione di introdurre un DRS e che ora attende l’emanazione di un decreto attuativo dal parte del ministero della Transizione ecologica.

Lo stesso scenario è difficile da ipotizzare invece per la raccolta e il riciclo dei cartoni per bevande: come riporta nel suo ultimo Rapporto di sostenibilità (riferito al 2020) Tetra Pak – la cui produzione di cartoni in poliaccoppiato per bevande e alimenti rappresenta l’80% del mercato globale – solamente il 27% dei 183 miliardi di pezzi immessi al consumo a livello mondiale nel 2020 è stato riciclato. Ora il nuovo obiettivo del maggior fornitore di imballaggi per alimenti al mondo è arrivare in Europa al 70% di riciclo entro il 2025, e al 90% entro il 2030. Va registrato però che i precedenti obiettivi di riciclo non sono stati raggiunti, incluso l’auspicato raddoppio del tasso di riciclo globale, che avrebbe dovuto arrivare al 40% già nel 2020. Il report parla di un lavoro durato “molti anni per sviluppare la raccolta e le infrastrutture per il riciclaggio costruendo partenariati efficaci a livello locale e regionale e un investimento complessivo pari a 23 milioni di euro (2012-2019) che ha contribuito a far crescere il numero degli impianti che riciclano i cartoni per bevande dai 40 del 2002 agli oltre 170 di oggi”. Ad oggi, però, i risultati parlano di un incremento di 3 punti percentuali in 5 anni.

 

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