Cartoni per bevande, come si riciclano in Italia

Come e dove vengono riciclati i cartoni per bevande in Italia? Quanti se ne riciclano? In quali impianti? Viaggio nel (difficile) riciclo dei cartoni per bevande

Silvia Ricci pubblicato precendentemente su Economiacircolare.com

Dal 2003 i cartoni per bevande in poliaccoppiato, in seguito a un protocollo di intesa tra Comieco e Tetra Pak, possono essere raccolti attraverso tre modalità:  a) congiuntamente con la raccolta differenziata della cartasenza una separazione a valle; b) congiuntamente con la carta con separazione a valle in piattaforma individuata da Comieco (che riceve un contributo economico calcolato in base alla presenza in percentuale dei brick nel flusso carta e cartone) per un invio dei cartoni per bevande verso le cartiere disponibili al riciclo del poliaccoppiato; c) congiuntamente al multimateriale (in genere con plastica e lattine) come avviene soprattutto in Toscana e nel Trentino, con un passaggio nel centro di selezione e la consegna presso le cartiere specializzate nel riciclo d questi cartoni.

Solo due cartiere in Italia specializzate per il riciclo dei brick

In quasi tutti i casi dopo essere stati raccolti (ed eventualmente selezionati), i cartoni per bevande vengono pressati in balle e spediti alle cartiere. In Italia abbiamo solamente due cartiere specializzate: la Cartiera Saci di Verona e Lucart, ex cartiera Lucchese parte di Lucart Group. Sull’attività della prima si trovano poche informazioni. Dall’intervento del proprietario della cartiera Saci e presidente di Assocarta (Associazione dei cartai italiani) di Verona,  Lorenzo Poli, ad un convegno del marzo 2019 si apprende che, oltre alla fibra, viene recuperata la plastica ma non la frazione di alluminio che, a seconda della tipologia di brick, rappresenta circa il 4% del peso totale.  “Da molti anni abbiamo investito per riciclare i cartoni per bevande e negli ultimi anni abbiamo anche sviluppato un impianto che consente, in aggiunta al riutilizzo della fibra contenuta, di pulire e preparare la plastica residua per essere riciclata da attori idonei”. La Lucart recupera, nel suo stabilimento di Borgo a Mozzano (LU), tutte le tre componenti dei cartoni per bevande. Lo stabilimento, unico in Italia, produce carta a marchio Fiberpack® al 100% derivante, appunto, dal recupero delle fibre di cellulosa presenti nei cartoni per bevande tipo Tetra Pak® . La componente di polietilene e alluminio recuperata si trasforma invece in un granulo di materiale omogeneo commercializzato a marchio Al.Pe.® che viene impiegato per la fabbricazione di manufatti vari per diversi settori: edilizia, arredo urbano, casalinghi, trasporto merci come nel caso dei pallet, contenitori vari come nel caso dei dispenser prodotti dal gruppo per la distribuzione di prodotti monouso per l’igiene.

Incertezza sui dati

Quante siano precisamente le quantità di cartoni per bevande immessi al consumo nel nostro paese non è un dato disponibile pubblicamente per i non addetti ai lavori. Nel Programma Specifico di Prevenzione Conai 2020, che riprendiamo più avanti, si evince che potrebbero essere 81.180 tonnellate/anno. Un numero che, secondo addetti del settore sentiti da Economiacircolare.com, potrebbe essere però più vicino alle 100.000 ton, dato che in parte viene confermato dalla rivista Italia Imballaggio, che nel numero di ottobre pubblica una tabella in cui risultano pari 139.000 le tonnellate immesse al consumo nel 2019.

Un dato determinante per valutare l’impatto dei cartoni per liquidi (CPL in gergo) – e degli imballaggi in poliaccoppiato in genere – sul riciclo è quello riferito alla loro presenza in percentuale nella raccolta differenziata della carta e cartone.

Non è noto quanti cartoni per liquidi si trovino nelle oltre 2,4 milioni di tonnellate di carta provenienti dalla raccolta differenziata dei Comuni che vengono inviate a riciclo dal Comieco presso una delle 55 cartiere che usano carta da macero. Gli ultimi dati reperibili in rete, riferiti a oltre 10 anni fa, stimavano in circa l’1,8% la quantità dei brick nel flusso di carta e cartone; percentuale che potrebbe essere ormai superata con risvolti negativi sul processo di riciclo congiunto.

Nel pulper carta e brick non vanno d’accordo

La letteratura del settore considera opportuno non superare la soglia di tolleranza del 3-4% come presenza dei brick nel riciclo congiunto con la carta. Il motivo si trova in un’intervista del vice direttore generale di ComiecoRoberto Di Molfetta, a Italia Imballaggio risalente al periodo precedente al citato accordo tra Comieco e Tetra Pak del 2003: “In linea di principio non conviene riciclare i cartoni poliaccoppiati insieme a carta e a cartone provenienti da raccolta differenziata, a causa delle diverse caratteristiche di tali materiali in fase di riciclo”. Di Molfetta scende poi nel dettaglio: “Nel pulper, infatti, devono essere conferiti materiali omogenei, che richiedono tempi analoghi di lavorazione. In particolare, se il macero impiega pochi minuti a disfarsi nel pulper, per poi essere avviato a fasi di lavorazione successive, questo non avviene ai cartoni di poliaccoppiato, che rimangono praticamente integri, giacciono sul fondo e devono essere smaltiti come scarti (con un peso doppio rispetto a quello originario, a causa dell’assorbimento di acqua). Dato che lo strato di carta interno del poliaccoppiato è rivestito da film di polietilene, per questa tipologia di imballaggi sono necessari almeno 30-45 minuti per trasformare la carta in polpa”. Tempo che non va d’accordo con i tempi ordinari richiesti dalla carta mista (carta e cartoncino da imballaggio, cartoni e carta grafica, oltre che poliaccoppiati di vario): “Quest’ultima dopo una permanenza superiore ai cinque minuti si degraderebbe eccessivamente. In pratica, una lavorazione nel pulper che abbia una durata superiore di dieci volte rispetto al necessario, provocherebbe la disintegrazione quasi completa delle fibre, a tutto detrimento delle proprietà fisiche del prodotto finale ottenuto da tale miscela”. (Cicigoi, Rivista Italia Imballaggio, 2001).

Uno contro uno e mezzo

Come spiegava il referente di una cartiera del bolognese in un’intervista ad Altraeconomia di qualche tempo, fa la parte cellulosica dei cartoni in poliaccoppiato viene separata (in gergo delaminata) dalle frazioni in alluminio e polietilene grazie alla semplice azione centrifuga di un pulper ad alta densità, un “enorme frullatore” che miscela il materiale con acqua; generalmente senza aggiunta di alcun tipo di additivo chimico ma tramite l’azione meccanica dell’acqua e di una pala rotante che lo spappola.

Secondo stime dell’azienda, per ogni unità di peso di poliaccoppiato che entra nel pulper, se ne forma una e mezza di scarto a causa dell’assorbimento dell’acqua. Infatti, alla parte di fibre cellulosiche che non si spappolano (circa il 35%), si aggiungono la plastica e l’alluminio, che non si smembrano nel pulper. Tutto questo materiale, infine, raddoppia il proprio peso, a causa dell’acqua che trattiene. Se da una parte un impiego di componenti chimici potrebbe accelerare il processo di delaminazione – che non è necessario per gli altri tipi di macero – potrebbero verificarsi ripercussioni sul processo di depurazione causate da un maggiore inquinamento delle acque di lavorazione.

Altra criticità da gestire è quella del maggior consumo di energia ed acqua richiesti dai tempi di permanenza più lunghi del materiale all’interno del pulper.

 

CONTINUA A LEGGERE >>

Leggi anche