Con Coop Lombardia sono solo due le insegne GDO ad adottare sacchetti riutilizzabili in Italia
A distanza di oltre 10 anni dalla proposta fatta alla GDO di introdurre un sacchetto riutilizzabile nel settore ortofrutta con l’iniziativa “Mettila in Rete” siamo arrivati ad avere due insegne come Natura Si e Coop Lombardia che ne permettono l’uso. Di questo passo però ci metteremo decenni e non c’è tempo da perdere , perché ridurre le emissioni rispettando i target dell’accordo di Parigi al 2030 per raggiungere la neutralità climatica al 2050, è un must.
Alcuni media del settore ortofrutta hanno riportato la notizia che Coop Lombardia dal 16 agosto propone presso i reparti ortofrutta dei suoi 92 punti di vendita le retine riutilizzabili (100% in rpet riciclato).
La scelta amica dell’ambiente di Coop Lombardia – scrive Fruitbookmagazine – è la conclusione di un processo di sperimentazione, che nei mesi scorsi ha coinvolto i punti vendita di Milano di via Arona, di Monza in via Marsala, ma anche Varese, Malanate, Busto Arsizio, Laveno, Bareggio e Como. Sperimentata l’introduzione delle retine in R-Pet e rodato il sistema di produzione e smistamento, ora Coop Lombardia è pronta ad estendere l’iniziativa ai suoi 92 punti vendita lombardi .”
Andrea Colombo, direttore generale operazioni di Coop Lombardia intervistato da Il Giorno sull’iniziativa, dichiara: “Il rispetto dell’ambiente è parte integrante del patrimonio di valori di Coop Lombardia. Le nuove retine per l’ortofrutta rappresentano un’alternativa più sostenibile rispetto ai sacchetti “usa e getta”. Sono realizzate in pet riciclato, ed essendo riutilizzabili a lungo, riducono gli sprechi. C’è anche un elemento in più in un’ottica anti-spreco: nella stessa sportina si possono inserire frutta e verdura diversi. È sufficiente, dopo aver pesato i prodotti, attaccare le diverse etichette coi prezzi delle referenze contenute nel sacchetto sulla striscia di tessuto cucita sul lato .”
Il sacchetto riutilizzabile in plastica riciclata è realizzato da Quid Impresa Sociale, una giovane cooperativa che ha dato vita ad un proprio brand di moda etica Progetto Quid – e ad altre iniziative come la produzione di questi sacchetti ortofrutta e mascherine riutilizzabili. Queste retine sono le stesse già utilizzate da quasi un paio di anni da NaturaSi , e più recentemente da alcuni punti vendita di Sigma nel modenese.

In Italia l’utilizzo di sacchetti e contenitori riutilizzabili si trova nel limbo interpretativo
Come abbiamo raccontato in precedenti post sulla questione : “si possono usare sacchetti riutilizzabili si o no ?” siamo ufficialmente ancora fermi ad una circolare del 2018 del Ministero alla Salute, chiamato ad esprimersi dal Ministero all’Ambiente allora presieduto da Galletti, che ha escluso di fatto la possibilità di utilizzare sacchetti che non fossero monouso, onde prevenire “gravi rischi sanitari”.
L’Italia rimane così l’unico paese al mondo dove è obbligatorio usare esclusivamente sacchetti monouso (e guanti) nel settore ortofrutta dei supermercati. Nonostante non sia mai stata presentata alcuna evidenza scientifica che dimostri che queste misure abbiano prodotto benefici in termini di minori tossinfezioni nella commercializzazione dell’ortofrutta. Quello che è certo è che le fonti di tossinfezioni documentate derivano invece dai prodotti, più che dal contenitore. Anche quando confezionati.
Neanche la “sfida” di buon senso lanciata da NaturaSì che ha adottato sacchetti riutilizzabili per ortofrutta e per il pane nei suoi punti vendita è servita per provocare qualche reazione. Si rimane pertanto appesi in una tipica situazione pilatesca all’italiana dove si lasciano gli operatori commerciali nel limbo delle possibili interpretazioni. Con il risultato che non si procede ad alcun controllo (ad esempio sulla battitura a scontrino del costo del sacchetto) e i provvedimenti legislativi possono essere disattesi senza conseguenze. Sfidiamo a trovare un commerciante ambulante o una farmacia ( e spesso alcuni singoli supermercati) che batta sempre a scontrino il costo del sacchetto biodegradabile, con o senza manici che sia.
Ora che possiamo ipotizzare che siano almeno 200 i punti vendita ,più o meno grandi, che permettono l’uso di sacchetti riutilizzabili non sarebbe il caso che le principali insegne della GDO affiliate a Federdistribuzione con le restanti Cooperative Coop, Conad e Crai facessero altrettanto ? Dimostrando nei fatti l’impegno nel ridurre l’impronta ambientale delle loro attività supportando al tempo stesso i propri clienti che vogliono ridurre lo spreco degli imballaggi superflui. Se non ora quando?
La rivoluzione del riuso fa bene all’ambiente e all’economia
I modelli di riuso applicati alla movimentazione delle merci o all’erogazione di prodotti con contenitori riutilizzabili offrono vantaggi ambientali ed economici ben superiori a quelli del sistema attuale basato sul monouso. La “reuse revolution” è già in atto e sta coinvolgendo anche le grandi marche multinazionali
Di Silvia Ricci per EconomiaCircolare.com
Immaginate tutta la carta e la plastica prodotta sul Pianeta. Ora prendete metà della carta e il 40% della plastica. Ecco: avete davanti a voi il quantitativo di imballaggi messo in circolazione a livello globale. Secondo dati recenti sono queste le quantità di materiale utilizzato per produrre packaging, quello stesso packaging che poi “si trasforma” molto presto nel 36% dei rifiuti solidi urbani.
Questi numeri sono destinati ad aumentare insieme alla crescita dell’e-commerce, già in corso e intensificata con la pandemia e prevista in accelerazione nei prossimi anni. Il problema dunque si fa sempre più pressante, tanto che larga parte delle aziende che producono beni di largo consumo inizia a concentrarsi sulla riciclabilità o compostabilità degli imballaggi, spesso appiattendosi sulla mera sostituzione degli imballaggi in plastica con altri materiali monouso. C’è però anche chi sperimenta soluzioni basate sulla prevenzione e sulla diffusione di nuovi modelli di consumo, ponendosi l’obiettivo “zero packaging” e mettendo in campo una piccola rivoluzione basata sul riutilizzo degli imballaggi.
Un passo avanti nella gerarchia dei rifiuti
Queste imprese che sperimentano sistemi di riuso, con diverse formule e applicazioni al servizio della commercializzazione di prodotti di largo consumo, lavorano su un’altra R della gerarchia europea dei rifiuti, non più riciclo ma appunto riutilizzo, evitando che contenitori e flaconi diventino rifiuti. I “pionieri” dei sistemi di riuso operano in diversi settori: dalle bevande ai piatti pronti da asporto (online incluso), fino al settore degli imballaggi commerciali. Una strategia che tradotta in uno slogan riprende un concetto tanto banale quanto poco applicato: il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto. Sempre se l’obiettivo è quello di disaccoppiare la crescita economica dallo sfruttamento delle risorse.
I modelli di riuso applicati all’erogazione di prodotti con contenitori riutilizzabili portati da casa o forniti dal venditore – sia nel punto vendita fisico che in quello virtuale degli acquisti online – consentono di ottenere vantaggi ambientali ed economici rispetto al sistema attuale.

Una transizione inevitabile
Questi benefici che analizzeremo non derivano solamente da una sostituzione del packaging primario (l’oggetto materiale che contiene i prodotti che si acquistano) con opzioni riutilizzabili, ma dall’apporto anche di conoscenza che deriva dal settore ormai maturo e rodato degli imballaggi utilizzati per il trasporto delle merci (settore B2B). Ci riferiamo a imballaggi riutilizzabili come cassette con sponde abbattibili o meno, fusti, pallet, cisternette, mastelli e cassoni di varie misure con e senza chiusure e interfalde (manufatti che hanno una funzione di protezione come nel trasporto di bottiglie). Un settore tecnologicamente avanzato ma con ancora ampi margini di crescita in segmenti di prodotto non ancora coperti.
Nonostante l’implementazione di sistemi di riuso richieda il superamento di alcune barriere, le grandi aziende devono dare un seguito agli obiettivi ambiziosi (in taluni casi) sul clima e sulla sostenibilità complessiva del proprio business da raggiungere entro i prossimi 5-10 anni annunciati pubblicamente. I modelli di riutilizzo offrono ampie opportunità e potenzialità nel supportare questi obiettivi nelle diverse aree delle attività aziendali.
Infatti ThePackHub’s – ente di consulenza internazionale sul packaging che registra nella sezione Innovation Zone i trend del packaging – non ha alcun dubbio sul fatto che la sostenibilità del packaging sia diventata ormai centrale per i decisori aziendali e che difficilmente si tornerà indietro. Il rapporto Refillable and Reusable Packaging Compendium 2020/21 dedicato alle iniziative di riuso e ricarica (Refill) dei contenitori lanciate dalle aziende del largo consumo ha registrato nel 2020 un aumento del 68% in questo segmento.
Sistemi di riuso, conoscere le criticità per coglierne le potenzialità
Se è vero che aumentano le persone più attente alle questioni ambientali è innegabile che cambiare le modalità di consumo è difficile. Gli imballaggi riutilizzabili devono affrontare parecchie difficoltà per diffondersi in maniera maggioritaria. Non basta sentirsi più “buoni” per l’ambiente ma devono essere messi in campo incentivi
I consumatori sono sempre più sensibili ai rischi posti da rifiuti e inquinamento. Tuttavia passare dal consumo monouso al riutilizzo di prodotti, imballaggi e materiali richiede anche un cambiamento di abitudini e aspettative da parte dei consumatori, nonché alla rinuncia in alcuni casi a una parte della velocità e della praticità a cui sono abituati.
Piuttosto che agire in modo proattivo, come rilevano spesso i sondaggi, la maggior parte dei consumatori si aspetta che siano le aziende a trovare modi ingegnosi per rendere loro più facile interrompere il ciclo di consumo lineare che vede la maggior parte dei beni prodotti-consumati-smaltiti in tempi brevissimi.
I sistemi di riuso del packaging hanno in molti casi una maggiore efficienza rispetto al riciclo, in termini di utilizzo delle risorse e impatti ambientali. Tuttavia, comportando un ripensamento sistemico della catena del valore, che coinvolge i diversi soggetti che ne fanno parte, richiedono più impegno e investimenti iniziali. In mancanza di un ambiente normativo e culturale favorevole, incontrano infatti diversi ostacoli, che raccontiamo in questo articolo, al quale si affianca un altro approfondimento su come realizzare un sistema di riuso superando le difficoltà.
Serve una legislazione adeguata
Un gruppo di ricercatori olandesi delle università di Utrecht e Twente, guidati da Patricia Megale Coelho, ha analizzato la letteratura scientifica degli ultimi 20 anni dedicata all’argomento, con l’obiettivo di fare il punto sui sistemi oggi attivi e individuare opportunità e ostacoli principali. Nell’articolo “Sustainability of reusable packaging – Current situation and trends”, pubblicato ad aprile 2020 sulla rivista “Resource, Conservation & Recycling: X”, fin dall’introduzione si evidenzia come primo ostacolo l’assenza di una rigorosa legislazione sul riuso. Nei Paesi dove questa è mancata, si legge nell’articolo, “nei decenni scorsi si è osservato una tendenza all’abbandono degli imballaggi riutilizzabili in favore di quelli monouso (…), semplificando la logistica per distributori e rivenditori di prodotti di largo consumo”.
L’esempio più emblematico tra quelli riportati riguarda la Finlandia: qui per il 73% della birra e il 98% delle bevande gassate si usavano bottiglie riutilizzabili, decimate “dopo che nel 2008 è stata abolita la tassa sugli imballaggi non riciclabili (ossia si è messa la stessa tassa sui sistemi di contenitori ricaricabili e su quelli di imballaggi monouso)”.
A questo aspetto si associa un altro ostacolo connesso invece alle tendenze di consumo e alla crescente offerta di cibi pronti o lavorati, già pesati e imballati o in confezioni di dimensioni sempre più piccole. Se la fondazione Ellen MacArthur ha stimato che il 20% degli imballaggi in plastica usa e getta potrebbe essere sostituito da sistemi di riuso con vantaggi economici che possono superare i 10 miliardi di dollari, questi trend vanno nel senso opposto, determinando un aumento del consumo di materiali, una crescita della produzione di rifiuti e un aumento degli impatti ambientali connessi a questi fenomeni.
I modelli di riutilizzo e soprattutto quando non sono sostenuti da un solido quadro legislativo che li promuova, devono superare alcune note barriere tecniche, comportamentali ed economiche che ne ostacolano la diffusione. È fondamentale che le organizzazioni private o pubbliche conoscano e affrontino le barriere emerse in fase di progettazione e/o di esecuzione di modelli di riuso, qualora intendano disegnare sistemi efficaci.
Leggi tutto lo Speciale sui sistemi di riuso degli imballaggi
Le barriere per consumatori…
Le criticità che sono stati rilevate nell’accettazione dei modelli di riuso da parte dei consumatori sono prevalentemente legate al cambiamento di abitudini che viene richiesto nelle modalità di acquisto e a preoccupazioni di carattere estetico e igienico.
- I modelli di riuso richiedono ai consumatori di modificare le abitudini di acquisto. A seconda dei modelli di riuso il consumatore deve avere con sé un contenitore vuoto, oppure utilizzare un contenitore fornito dal rivenditore. In questo caso viene applicata dal rivenditore una cauzione che viene restituita riportando il contenitore, oppure viene addebitata qualora il contenitore non venga restituito entro una scadenza stabilita. Anche la necessità di cambiare o di aumentare i canali di acquisto rispetto agli usuali fornitori quando non offrono l’opzione di acquisto sfusa o ricaricabile rappresenta un ostacolo per i consumatori abituati all’acquisto unico al supermercato.
- Nelle società come la nostra in cui le aspettative estetiche e igieniche sul packaging coincidono con le caratteristiche del packaging monouso (che spesso viene percepito come sicuro anche dal punto di vista della sicurezza alimentare), c’è il rischio concreto che i consumatori ( ma anche i rivenditori ) diffidino di imballaggi che presentino piccoli segni di usura. In particolare quando si tratta di prodotti che appartengono a categorie di beni di lusso l’esperienza di acquisto cambia. Soprattutto nel caso dei cosmetici dove il packaging è spesso sovradimensionato ed eccessivo a “raccontare” la marca rimane il prodotto più che il suo packaging poco riciclato.
Queste le principali barriere anche mancano informazioni accurate sulla reale predisposizione e disponibilità dei consumatori ad abbracciare i modelli di riuso nella vita di tutti i giorni.
C’è anche il capitolo dei costi che però in questa sede non vogliamo considerare una reale barriera in quanto alcune esperienze di riuso prevedono già prezzi inferiori rispetto al confezionato. Tuttavia vanno riviste le politiche sui prezzi da parte dei produttori. “In passato le strategie di prezzo non sempre hanno ridotto i prezzi di vendita per le ricariche, per esempio. Addirittura si sono riscontrati prezzi premium per imballaggi riutilizzabili o ricaricabili, assumendo che i consumatori più sensibili ai temi della sostenibilità fossero disposti a pagare di più”, osservano gli autori dell’articolo. “Queste strategie di prezzo incidono negativamente sull’introduzione di opzioni di packaging sostenibile. Per il pubblico, il fattore del sentirsi buoni non è sufficiente, e quindi un incentivo economico può essere importante per spingerli a passare a sistemi di packaging riutilizzabile”, concludono i ricercatori.
Nonostante il ruolo imprescindibile dei consumatori nel successo dei modelli di riutilizzo, pochissime ricerche hanno indagato su quali potrebbero essere ad oggi i fattori che predispongono i consumatori a impegnarsi nei sistemi di riutilizzo. Un’indagine di mercato di Unilever del 2019 ha rilevato che tre persone su cinque nel Regno Unito ritengono il riuso prioritario rispetto al riciclo e che l’85% desideri acquistare prodotti in imballaggi riutilizzabili. Tuttavia al momento meno di una persona su cinque sta acquistando con questa modalità.
…e quelle per produttori e rivenditori
Vista dalla prospettiva dei produttori e/o rivenditori oltre alle difficoltà di operare in un contesto disegnato per imballaggi a perdere si ne aggiungono altre legate direttamente ai sistemi di riuso, in un quadro che rende evidente la necessità di sostegni normativi e tecnici. I produttori devono affrontare in primo luogo una logistica più complessa, insieme alla considerazione di consistenti investimenti per passare da un sistema lineare a uno circolare. Le supply chain, scrivono i ricercatori olandesi, devono essere riorganizzate per assicurare il ritorno degli imballaggi e garantire ai produttori la fedeltà dei consumatori e il riconoscimento del brand. Le questioni da affrontare riguardano anche le tempistiche richieste dalla fase di sanificazione del packaging riutilizzabile prima di intraprendere un nuovo ciclo, la sicurezza dei prodotti in termini di igiene e la gestione degli eventuali sistemi di deposito cauzionale con le procedure di rimborso correlate.
Per i rivenditori, possono inoltre rappresentare delle barriere la disponibilità di spazio e i requisiti igienici per stoccare gli imballaggi riutilizzabili o installare i distributori. Una soluzione prospettata dai ricercatori delle università di Utrecht e Twente riguarda l’intervento di società esterne che si occupino della manutenzione e della pulizia, oltre che del trasporto.
Riassumendo tra le barriere più ricorrenti sul fronte dei produttori e rivenditori da considerare abbiamo:
- Limiti delle catene di fornitura che spesso devono essere ripensate a partire dal prodotto stesso e suoi processi produttivi . Le linee produttive tra cui quelle di confezionamento e/o riempimento esistenti non sono in genere compatibili con le caratteristiche e formati dei nuovi imballaggi riutilizzabili o ricaricabili.
- Resistenza da parte dei rivenditori che possono trovare difficoltà nell’adattare o riprogettare gli spazi e il format dei punti di vendita alle particolari esigenze che la vendita di prodotti sfusi e ricaricabili comporta.
- Sostenibilità economica e ambientale: i modelli di riuso diventano economicamente ed ambientalmente sostenibili quando implementati su larga scala. Solamente un’economia di scala permette a questi modelli di business di funzionare al meglio sotto il profilo commerciale e logistico, migliorandone i benefici ambientali. Un esempio chiaro per spiegare come la sostenibilità in senso lato si possa raggiungere attraverso la collaborazione è l’esempio applicato al settore delle bevande in contenitori riutilizzabili. Si tratta del sistema di vuoto a rendere in cui ad esempio in Germania, i produttori usano le stesse bottiglie riutilizzabili servendosi della logistica dello stesso operatore del sistema cauzionale in cui le bottiglie sono in comune. Le bottiglie dopo l’uso vengono lavate con la rimozione dell’etichetta in modo che ogni produttore possa applicarci la propria al momento dell’imbottigliamento della propria bevanda. Ora si è aggiunta una linea di contenitori di vetro di una marca per alimentari che potrebbe essere gestita beneficiando delle infrastrutture del sistema che gestisce le bottiglie.
- Scarsa abitudine alla collaborazione e all’interazione in genere da parte degli stakeholder che sono parte della catena del valore di un prodotto o servizio. I modelli di economia circolare come nel caso del riuso richiedono una collaborazione tra soggetti e comparti che abitualmente non dialogano tra loro.
Anche qui si tratta di elenco non esaustivo perché ci sono anche altri fattori di incertezza che giocano un ruolo a livello di decisori aziendali, ad esempio quelli correlati al potenziale coinvolgimento dei loro clienti e ai costi che sono disposti a pagare partecipando al sistema.
Piccola guida per realizzare sistemi di riuso degli imballaggi efficaci
Dalle relazioni con le istituzioni alla scelta strategica dei partner (soprattutto logistici) e dei materiali, con la stella polare della semplicità e della convenienza: un report del Center for the Circular Economy di Closed Loop Partners analizza le best practice dei sistemi di riuso degli imballaggi e identifica indicazioni e criteri chiave di cui fare tesoro nel disegnare un modello di riuso efficace.
Di Silvia Ricci per EconomiaCircolare.com
Nonostante qualche difficoltà ad affermarsi in un modello di consumo basato sulla funzionalità e sulla comodità offerta dagli imballaggi usa e getta, la transizione verso nuovi modelli basati sul riuso dei contenitori e degli imballaggi è già partita. Non passa settimana senza che si registri la nascita di nuove iniziative che interessano anche le grandi marche multinazionali, per ora soprattutto all’estero. Tra le ragioni ci sono certamente i nuovi ambiziosi obiettivi sul clima e sulla sostenibilità complessiva da raggiungere entro i prossimi 5-10 anni. Sia quando applicati agli imballaggi industriali (business to business, B2B) per movimentare le merci in entrata e uscita dai centri produttivi e commerciali, sia per gli imballaggi primari (business to consumer, B2C), i modelli di riutilizzo offrono ampie opportunità e potenzialità nel supportare questi obiettivi.
Esperimenti e concorsi all’insegna del riutilizzo
Il Center for the Circular Economy di Closed Loop Partners, società di investimento newyorkese in prima linea nello sviluppo dell’economia circolare, ha recentemente pubblicato un rapporto che descrive le modalità da seguire per implementare sistemi efficaci basati su contenitori riutilizzabili e durevoli. Nel rapporto, intitolato Bringing Reusable Packaging Systems to Life. Lessons Learned from Testing Reusable Cups, gli autori attingono alle intuizioni e ai risultati emersi dai diversi progetti pilota di tazze riutilizzabili realizzati in gruppi (cluster) di locali nelle città di Palo Alto e San Francisco. Questi progetti hanno coinvolto startup come Recup, CupClub e Muuse, già operative nei rispettivi Paesi e vincitrici della Next Generation Cup Challenge, il concorso di progettazione globale promosso da NextGen Consortium.
“I modelli di riutilizzo sono uno strumento fondamentale nella lotta contro i rifiuti di plastica e vengono riconosciuti dalle aziende sempre più come una valida strategia di riduzione dei rifiuti”, spiega Kate Daly, che guida il Center for the Circular Economy. “Gli imballaggi e i bicchieri riutilizzabili rappresentano solamente un inizio; i modelli di ricarica e di noleggio che mantengono a lungo i materiali nei cicli economici sono pronti e si prestano a reinventare tutti i tipi di formati necessari ai prodotti e in più settori. Il futuro del riutilizzo è radioso e dobbiamo ora lavorare in modo collaborativo per raggiungerlo”.
A Daly si associa anche Chris Krohn, responsabile del progetto per OpenIDEO, piattaforma collaborativa per l’innovazione sociale. “Questo è il momento perfetto per progettare, implementare e scalare i modelli di riuso – commenta Krohn – poiché gli sviluppi tecnologici, la pressione normativa e la domanda di alternative più ecocompatibili da parte dei consumatori convergono. I risultati delle esperienze pilota aiutano a progettare al meglio un sistema che funzioni per tutti”.
Le lezioni chiave che sono emerse per i modelli “return from home” e “return on the go” possono interessare il settore della ristorazione nelle sue diverse forme ma anche i rivenditori di prodotti alimentari e non. I sistemi di tazze e bicchieri riutilizzabili sono un’opzione praticabile per aziende di tutte le forme e dimensioni e non solamente nel settore Horeca (alberghiero ristorazione e catering).
Queste indicazioni e criteri chiave di cui fare tesoro nel disegnare un modello di riuso efficace degli imballaggi coprono i seguenti ambiti: il coinvolgimento dei diversi stakeholder, le scelte da intraprendere sui contenitori e materiali, la selezione dei luoghi e dei circuiti appropriati per implementare un sistema, la scelta del giusto modello di pagamento e l’ottimizzazione dei protocolli di salute e sicurezza.
Prima regola: facilità e convenienza
Su un punto il report non ha dubbi: il prerequisito che tutti i sistemi di riuso degli imballaggi devono soddisfare è quello della facilità d’uso. Per promuovere una transizione dal monouso ai sistemi riutilizzabili l’interazione deve essere semplice e fornire un’esperienza senza interruzioni per aziende e clienti, oltre che conveniente.
Il sistema deve essere facilmente accessibile ed utilizzabile perché deve competere in primis con la convenienza e l’onnipresenza delle alternative monouso.
Quando si progetta o si implementa un sistema riutilizzabile per tazze o altri contenitori va tenuto presente che ogni fase è parte integrante del successo totale del sistema.
Tutti i passaggi: dalla fase di informazione all’adesione al sistema, all’ordinazione e riconsegna del contenitore, e per finire con la fase di recupero, sanificazione e consegna del contenitore pulito vanno pianificate con cura. In particolare per affrontare quelle criticità che abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, sia sul fronte dei consumatori che degli altri soggetti coinvolti.

Scegliere i partner per gestire un modello efficace
I modelli di riutilizzo seppur nelle loro differenze (“refill at home”, “refill on the go”, “return from home”, “return on the go”) richiedono una logistica unica e complessa per mantenere la circolazione degli imballaggi per i diversi utilizzi ad un livello ottimale sia in termini di disponibilità che di requisiti igienici, funzionali ed estetici.
Essendo la fase di consegna dei contenitori ai punti di vendita al dettaglio maggiormente complessa, il ricorso a partner terzi specializzati in ritiro, trasporto e logistica inversa può rappresentare la strada da percorrere in molti casi.
In tal caso l’identificazione e la scelta di partner logistici che aderiscono a rigorosi protocolli di igiene e sicurezza, che hanno in essere meticolosi controlli di qualità è un fattore di importanza fondamentale che contribuisce al successo sul lungo termine di un modello.

Tra i principali attori che vengono solitamente coinvolti in un modello di riuso come logistica ci sono le aziende che operano nei settori della produzione e approvvigionamento degli alimenti oggetto del servizio e nella gestione dei contenitori.
Tra le attività di logistica inversa rientrano il ritiro e la riconsegna dei contenitori, la gestione delle scorte e del monitoraggio e tracciamento del sistema.
Indipendentemente dal fatto che un’azienda utilizzi dei partner esterni o sia totalmente autosufficiente, tutti i ruoli e procedure devono essere presidiati per garantire che tutti i passaggi cruciali non vengano trascurati. Ad esempio i passaggi come la gestione dell’inventario e il lavaggio dei contenitori offrono l’opportunità di individuare i manufatti non più idonei. Inoltre, è importante che vengano implementati i più alti gradi di standard igienici (ISO e antimicrobici) e includere nelle fasi di somministrazione e consegna i protocolli di sicurezza inclusi quelli anti- COVID-19.
Le partnership con il governo locale
In attesa di un quadro di riferimento nazionale che promuova e regolamenti i modelli di riutilizzo, lo stabilire collaborazioni con le amministrazioni comunali o altri enti e agenzie governative locali rappresenta la chiave per il successo dei modelli di riuso sul lungo termine. Tali collaborazioni possono portare anche allo sviluppo di misure normative ambientali locali.
Le misure vincolanti o volontarie già implementate con successo in alcuni Paesi promosse localmente possono includere:
- Richiedere ai rivenditori di mettere a disposizione contenitori riutilizzabili per i clienti utilizzabili con l’addebito di una cauzione restituibile quando si riporta il contenitore vuoto. In alternativa vincolare i rivenditori a servirsi di fornitori di servizi basati sulla fornitura e ritiro di contenitori riutilizzabili come da modello PaaS (product as a service). Oppure accettare l’impiego di contenitori riutilizzabili da parte dei clienti prevedendo un’apposita procedura per prevenire eventuali rischi sanitari in concertazione con le autorità di riferimento come le Asl;
- Concertare con i rivenditori un costo da addebitare sullo scontrino uguale per tutta la città per gli acquisti con imballaggio monouso e uno sconto per chi si serve di un contenitore riutilizzabile;
- Emettere specifiche ordinanze che vietino il consumo di bevande e cibo da asporto all’interno di eventi o zone a rischio di dispersione di rifiuti nell’ambiente come parchi e riserve predisponendo l’accesso ad opzioni alternative per la fornitura degli stessi servizi di ristorazione normati da bandi di circular procurement.
Inoltre i governi locali possono promuovere con altre iniziative politiche la nascita di modelli di riuso: definendo standard operativi e sanitari che servano da riferimento e mettendo a disposizione risorse e strutture pubbliche che favoriscano l’insediamento di infrastrutture necessarie a livello di logistica come punti di riconsegna o per la sanificazione dei contenitori.
I sistemi di riuso possono rappresentare una risposta per i governi locali che hanno l’esigenza di ridurre i rifiuti e i costi di gestione correlati. In particolare i rifiuti da asporto sono una vera sfida al decoro urbano che assorbe risorse importanti agli enti locali. Nella città di Palo Alto, Chuck Muir, Manager dei Programmi Rifiuti Zero, dove hanno avuto luogo le sperimentazioni, ha rimarcato che la partecipazione dell’amministrazione al programma ha contribuito allo sviluppo di politiche a lungo termine messe in campo dall’ente per affrontare al meglio questo flusso di rifiuti.
“La collaborazione con i governi locali – ha dichiarato Brian Reilly, AD di Muuse, altro sistema di tazze riutilizzabili testato a Paolo Alto – può creare un vento oltremodo favorevole per i sistemi di riutilizzo e ispirare allo stesso tempo le loro politiche future. La politica, che rappresenta spesso l’anello mancante, può fare invece la differenza tra un’adesione del 10% o dell’80% dei soggetti potenzialmente coinvolgibili“.
Ricarica o riconsegna, in casa o in negozio… Ecco i 4 modelli di sistemi di riuso
Dai singoli prodotti venduti senza imballaggi – riso, pasta, cereali, frutta secca, detersivi ma anche dentifrici e cosmetici – ai sistemi di riuso che si diffondono in Europa, Usa, Giappone. Dal coinvolgimento della grande distribuzione fino alle start up. I sistemi di riuso, per ridurre gli imballaggi e riutilizzare quelli necessari, non sono più esperienze di nicchia ma avanguardie di un modo diverso di pensare i prodotti, i modelli di business e di consumo.
Di Silvia Ricci e Veronica Ulivieri
Articolo parte di uno speciale sui Sistemi di Riuso di EconomiaCircolare.com
Startup, progetti pilota, joint-venture tra piccole realtà innovative e grandi marchi interessati a sperimentare nuovi sistemi. A livello mondiale negli ultimi anni i progetti di riuso del packaging si sono moltiplicati e continuano ad aumentare ed evolversi in direzioni a volte molto diverse. Per mettere ordine tra le diverse opzioni disponibili, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) ha ideato una classificazione che divide i sistemi di riuso dei contenitori in quattro tipologie, in base a dove si svolge la ricarica o a dove avviene la riconsegna dell’imballaggio vuoto.
Alcuni esempi non certamente esaustivi rispetto alla varietà di iniziative che crescono di settimana in settimana si possono trovare nel rapporto Upstream Innovation: a guide to packaging solutions della Emaf, un database di casi studio consultabile anche online. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le caratteristiche delle quattro diverse tipologie di sistemi.

1: Refill at home: la ricarica a casa tua
Si parla di sistemi “refill at home” quando il riempimento avviene a casa, usando ricariche spesso in formula concentrata confezionate da quello che viene definito “parent packaging” (letteralmente un ‘imballaggio genitore’) che si può acquistare online o in negozi fisici. In questo modello, il contenitore è di proprietà dell’utente: è lui a occuparsi del lavaggio e della eventuale igienizzazione. Sono un esempio di questa modalità i diversi prodotti del settore della detergenza per la casa e la cura del corpo che sono stati sviluppati da diverse startup negli ultimi 3-4 anni e più recentemente da multinazionali, come nel caso della linea Cif Refill di Unilever che impiega capsule di prodotto concentrato da sciogliere poi in acqua, oppure ricariche come nel caso dei deodoranti solidi della linea di Humankind. Per l’igiene dei denti ci sono gli esempi della statunitense Bite Toothpaste Bits e della britannica PÄRLA che hanno sviluppato delle pastiglie da usare al posto del dentifricio che possono essere acquistate online come sottoscrizione. In entrambi i casi si riceve un primo vasetto in vetro con la quantità di tavolette che coprono quattro mesi e successivamente le sole tavolette in confezione compostabile tramite servizio postale. Tra le diverse aziende che commercializzano detergenti concentrati con il servizio in abbonamento e con vendita online abbiamo tra le altre: Everdrop, Splosh e Blueland. Quest’ultima, ad esempio, vende contenitori riutilizzabili e tablet da sciogliere in acqua per ottenere detersivi e sapone per le mani: ogni compressa pesa due grammi e permette di ottenere più di mezzo litro di detergente. Lo stesso modello è adottato anche da Replenish, che però ha optato per una formula di concentrato liquido con ricariche che pesano poco più di 100 grammi sufficienti per realizzare sei flaconi di prodotto che vengono agganciate al flacone riutilizzabile con spruzzatore.
Alcuni dei grandi marchi che hanno sviluppato questi prodotti aderiscono anche ad altri modelli di riuso (li vedremo a seguire), che rendono gli stessi prodotti disponibili in negozi fisici (refill on the go) e/o distribuiti da piattaforme online come Loop. Questa piattaforma ha infatti come modello preponderante il “return from home”, ma ha integrato il business con i negozi fisici dei suoi partner del settore retail.
Questo dato fa capire quanto ampio sia il potenziale dei sistemi di riuso nello stimolare la collaborazione tra il mondo produttivo e distributivo tradizionale, nel liberare innovazione in nuovi modelli più circolari di erogazione dei prodotti, e nel contaminare positivamente tutti gli stakeholder per diventare parte del cambiamento verso una maggiore sostenibilità dei consumi.
2: Refill on the go: la ricarica la fai “in trasferta”
Con il sistema “refill on the go” è sempre l’utente a occuparsi del riempimento dei suoi contenitori, ma la ricarica avviene fuori casa, per esempio attraverso erogatori installati nei punti vendita. Qui gli esempi ispirati dalla filosofia Zero Waste sono molti anche in Italia, trattasi di negozi di prodotti sfusi legati sia a catene come Negozio leggero, sia negozi indipendenti che fanno capo alla rete dello sfuso o che sono mappati da Sfusitalia.it. Ma è in Francia che si registra un grande fermento con associazioni multi-stakeholder come la storica Réseau Consigne e Réseau Vrac che da un lustro promuove i modelli di vendita sfusa che sono entrati a pieno titolo nella legislazione francese in quanto tutti gli emendamenti proposti da Réseau Vrac sono stati adottati dall’Assemblea nazionale come parte del disegno di legge sul clima e la resilienza.
Nella grande distribuzione generalista, esperienze molto interessanti si trovano principalmente in Gran Bretagna. Il marchio della grande distribuzione Waitrose ha avviato nel 2019 la sperimentazione Unpacked affiancando ai prodotti confezionati alternative sfuse, sia nel caso di freschi e gastronomia da asporto, sia per vino, birra e detergenti, con prezzi inferiori del 15%. Il progetto è iniziato in un supermercato di Oxford e, secondo quanto riportato sul sito web di Waitrose, coinvolge altri tre punti vendita. I risultati sono stati definiti da subito “fenomenali” dall’insegna: le performance di vendita dei prodotti sfusi registrate nei primi mesi di avvio del progetto sono state maggiori del 68% rispetto agli stessi prodotti confezionati. Dati più aggiornati vedono le vendite di prodotti ricaricabili cresciute in media del 9% in quattro dei suoi negozi Unpacked negli ultimi sei mesi, con le vendite relative a ortofrutta surgelata aumentate di oltre il 50%, le vendite di detergenti cresciuti del 24% mentre per legumi, pasta e cereali la crescita arriva a quasi l’8%.

Nel 2019 anche un’altra insegna britannica, Marks and Spencer, ha avviato il servizio Fill Your Own nel supermercato Hedge End e lo ha poi esteso ad altri due punti vendita. A un anno dall’avvio del progetto, l’azienda ha reso noto che oltre il 30% dei prodotti offerti in versione sfusa stavano vendendo più di quelli imballati. M&S ha appena annunciato l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altri otto punti vendita sparsi nel Regno Unito visto il successo del pilota che consentirà ai clienti di acquistare sfuse più di 60 referenze di generi alimentari tra cui pasta, riso, cereali, noci, prodotti da forno e frutta congelata. La mossa supporta l’obiettivo dell’insegna di evitare l’impiego di oltre 300.000 unità di imballaggi monouso nei prossimi 12 mesi.
Direttiva SUP: per l’Italia il recepimento può attendere
Nonostante i vari interventi del Ministro Cingolani apparsi sui media nelle settimane precedenti alla data di entrata in vigore della Direttiva sulle plastiche monouso SUP, l’Italia ha finito per non recepire la direttiva entro il termine del 3 luglio. Secondo indiscrezioni parrebbe che il decreto legislativo di recepimento finisca per slittare a dopo l’estate .
EuPC l’associazione che in Europa rappresenta i trasformatori europei di materie plastiche, nel comunicato stampa divulgato recentemente sulla SUP lamenta una situazione estremamente frammentata, con i singoli stati che procedono al recepimento in ordine sparso. Secondo l’associazione l’eterogeneità delle legislazioni nazionali e la pubblicazione tardiva delle Linee guida hanno contribuito, a rendere la situazione ancora più complicata e confusa.
Nella nota di EuPC si legge : “La Francia ha deciso di prendere una certa distanza dalle disposizioni della Direttiva e, dopo aver raccolto i riscontri di molte parti interessate, uno dei testi notificati è stato recentemente rinviato al legislatore nazionale per la modifica, causando ulteriori ritardi. L’Italia potrebbe essere l’unico Paese a prendere la discutibile decisione di escludere i prodotti in plastica a base biologica dal campo di applicazione della legge di recepimento, mentre in Svezia il ritardo sembra essere uno scenario inevitabile a causa dell’altissimo numero di risposte che la bozza del testo di la normativa nazionale ricevuta dai portatori di interessi. Molti paesi come la Romania e la Bulgaria non hanno ancora compiuto passi concreti verso il recepimento.”
La direttiva sulle materie plastiche monouso – prosegue la nota – “è un atto legislativo europeo peculiare che lascia ampio spazio di interpretazione ai legislatori nazionali. Gli Stati membri stanno sviluppando interpretazioni dissimili di molti concetti cardine, che alla fine causeranno l’impossibilità di preservare l’obiettivo finale dell’armonizzazione in tutta l’Unione europea.”
Il Rapporto della coalizione Break Free from Plastics
Una panoramica sullo stato dell’arte del recepimento da parte degli Stati membri dell’UE della direttiva SUP la offre il recente rapporto “Moving on from single-use plastics: how is Europe doing? ” Assessment of European countries’ transposition of the Single Use Plastics Directive, frutto del lavoro congiunto di Zero Waste Europe, Surfrider Europe, Rethink Plastic Alliance e Seas at Risk.
Se l’Europa vuole davvero allontanarsi dalla plastica monouso e avvicinarsi all’economia circolare – si legge nella relazione – il livello di ambizione negli Stati membri che emerge rimane nel complesso insufficiente. Solo cinque paesi (Estonia, Francia, Grecia, Irlanda e Svezia) hanno mostrato di volere esplorare appieno il potenziale offerto dalla direttiva nell’eliminazione graduale della plastica monouso andando persino oltre ai requisiti imposti.
Il resto degli Stati membri ha adottato solamente i requisiti minimi o, peggio ancora, non ha adottato alcuna (o molte) delle misure previste. Inoltre, in molti paesi, il processo di recepimento è ancora in corso – come in Belgio, Finlandia, Ungheria, Italia, Lussemburgo, Portogallo e Spagna – o è appena iniziato come nel caso di Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia e Romania.
Le nove raccomandazioni del rapporto delle ONG ai paesi membri per un recepimento ottimale della direttiva
La relazione, sottolineando che la transizione verso prodotti e modelli aziendali basati sulla prevenzione e il riutilizzo non può più essere ritardata invita gli Stati membri a:
- Garantire la piena attuazione e applicazione dei divieti contenuti nella direttiva in tutta l’UE ed estendere i divieti ad altri articoli monouso in plastica;
- Prevenire spiacevoli sostituzioni dei materiali adottando misure per garantire che gli articoli vietati siano sostituiti con alternative riutilizzabili, piuttosto che con prodotti monouso in altro materiale;
- Fissare obiettivi di riduzione quantitativi ambiziosi per altri articoli non vietati per ridurne il consumo e promuovere il riutilizzo: come bicchieri e tazze per bevande, contenitori da asporto per alimenti pronti al consumo, ma anche altri articoli come involucri da imballaggio e salviette umidificate;
- Introdurre quanto prima, e al più tardi entro il 2024, regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) pienamente vincolanti che includano una forte eco-modulazione dei contributi ambientali a carico dei produttori, che coprano almeno i costi completi tra raccolta, trattamento, pulizia ambientale causati dal fine vita dei loro prodotti e le iniziative di sensibilizzazione;
- Fissare obiettivi minimi di contenuto riciclato per gli articoli in plastica di almeno il 50% per le bottiglie e del 30% (minimo) per gli altri articoli;
- Implementare sistemi di depositi per contenitori di bevande o aumentare le prestazioni dei sistemi esistenti in modo che: a) raggiungano al più presto il 90% di raccolta differenziata delle bottiglie; b) includano bottiglie di plastica, lattine per bevande e bottiglie di vetro; c) includano sia bottiglie di bevande ad uso singolo che ricaricabili (vuoto a rendere).
- Attuare e far rispettare pienamente i requisiti di marcatura della Direttiva;
- Mettere in atto misure di sensibilizzazione per i cittadini incentrate sugli impatti ambientali e sulla salute della plastica monouso, sulla necessità di ridurre i consumi, e sulla disponibilità di alternative riutilizzabili per sostituire il monouso;
- In contemporanea con l’adozione delle misure individuate garantire un’accurata raccolta e monitoraggio dei dati onde potere valutare e/o adeguare le misure, per migliorare l’efficacia.
Senza volere mettere il carro davanti ai buoi, e ammesso che quanto riportato nella scheda sull’Italia non venga smentito nel decreto di recepimento, non ci sono per ora indizi sulla volontà da parte italiana di volere accogliere buona parte di queste raccomandazioni.
Nel capitoletto “Main Issues” colpisce in negativo la scelta di affidare ad accordi volontari tra soggetti pubblici e privati gli obiettivi di riduzione dei consumi. Esiste infatti sufficiente evidenza storica a documentare l’inefficacia di accordi e protocolli di riduzione dei rifiuti che si sono susseguiti negli ultimi anni tra regioni/provincie/comuni ed associazioni di categoria, o altri interessi privati.
Tutti accordi spesso basati su generici obbiettivi di riduzione dei rifiuti tra le parti che non prevedevano neanche una misurazione reale del consumo che si voleva andare a ridurre e che a distanza di un annetto finivano nel nulla.
A questo proposito viene ripreso nel capitoletto “Missing measures” il fatto che l’Italia non ha presentato un piano nazionale di misure con obiettivi di riduzione (ambiziosi) per gli articoli parte dell’allegato A, tra i quali tazze e bicchieri per bevande e contenitori di cibo da asporto. Come baseline per valutare il raggiungimento degli obiettivi previsto nel 2026 (art.4 della SUP) si dovrà considerare il consumo di questi articoli che si avrà nel 2022.
Difatti, come ha sintetizzato Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti e di economia circolare nell’intervista ad EconomiaCircolare.com : entro il 3 luglio 2021 l’Italia avrebbe dovuto predisporre e notificare alla Commissione una descrizione delle misure adottate allo scopo, che, come specificato nel testo della Direttiva, possono comprendere la fissazione di obiettivi nazionali di riduzione del consumo; disposizioni volte ad assicurare che siano messe a disposizione del consumatore finale presso i punti vendita alternative riutilizzabili, strumenti economici per evitare che tali prodotti siano forniti gratuitamente nei punti vendita al consumatore finale, come successo con i sacchetti e così via…”.
Infine sempre al punto “Missing Measures” nella scheda viene anche ripresa l’intenzione espressa dall’Italia di esentare dal campo di applicazione della direttiva gli articoli vietati come piatti, posate e cannucce qualora realizzati con bioplastiche biodegradabili e compostabili certificate UNI EN 13432, ove le opzioni riutilizzabili non possono essere impiegate. L’Italia – si legge – richiederebbe questa deroga considerando che ha una filiera virtuosa del rifiuto organico come raccolta e trattamento e che la riconversione della propria industria chimica deve essere valorizzata. Resta da vedere se la Commissione Europea interverrà.
Nella parte invece dedicata ai “Positive Developments” dove si trovano alcune dichiarazioni generali di intenti si legge che “Con decreto del ministero all’ambiente saranno inoltre istituiti diversi DRS (Deposit Return System) per la raccolta differenziata di bottiglie per bevande e altri prodotti monouso categorie soggette all’articolo 8 della direttiva sulla Responsabilità Estesa del Produttore EPR”. Speriamo di vedere presto misure in tal senso, e che parlando di DRS si intenda un sistema di deposito nazionale per contenitori di bevande in plastica, metallo e vetro che prenda esempio dai sistemi nazionali di maggiore successo europei.
Un parere da Bruxelles
Pascal Canfin, europarlamentare del gruppo centrista Renew, presidente della commissione ambiente intervistato da Domani qualche giorno fa, ha fatto delle considerazioni molto interessanti. L’europarlamentare ha vissuto da vicino i tentativi fatti da parte italiana, e in particolare nelle ultime settimane da parte del ministro Cingolani, per convincere le istituzioni europee sulla fondatezza della “linea italiana” nel recepimento della direttiva,
Sostanzialmente Canfin afferma nell’intervista che non è ancora possibile “fidarsi delle bioplastiche” perché non sono biodegradabili nell’ambiente e in Commissione non vogliono correre rischi, bensì essere certi che questi materiali non portino ad impatti paragonabili a quelli che hanno poi avuto le plastiche tradizionali. D’altronde – spiega Canfin – c’è stata una valutazione tra i pro e i contro che l’utilizzo delle bioplastiche presenta basata sullo stato dell’arte a livello europeo della raccolta e trattamento di questi materiali che ha spinto l’Europa a trattare le bioplastiche come le altre plastiche. “Non possiamo dare un assegno in bianco alle tecnologie italiane, rinunceremmo a tutti gli obiettivi di riduzione d’impatto. Con quale livello di riciclo e in quanto tempo possiamo fidarci abbastanza della raccolta da poter considerare le bioplastiche sostenibili? Cinque, dieci, quindici anni, dipende dagli effetti della direttiva. E non c’è una percentuale di riciclo oggi considerata accettabile, dipende dal prossimo ciclo di legislazione sull’economia circolare”.
A dire il vero un assegno in bianco alle nostre tecnologie ancora non ce lo meritiamo perché un conto è la biodegradazione dei sacchetti compostabili (che contengono l’organico negli impianti di compostaggio) , altro paio di maniche è la gestione di quantità crescenti di manufatti tra stovigliame, posate, capsule da caffè e altri imballaggi. Gli impianti hanno tecnologie e cicli di trattamento “tarati” sul trattamento dello scarto organico che non sarà banale, e neanche a costo zero, adattare o riprogrammare. Ma ci sono anche altre criticità e la confusione dei cittadini da affrontare qualora aumentassero i manufatti compostabili che sono state puntualmente riprese nel documento La gestione e il recupero delle bioplastiche disponibile sul sito di Utilitalia.
Tornando all’intervista la conclusione di Canfin non lascia spazio ad eventuali speranze sul fare cambiare idea all’Europa, almeno nel breve termine “Lo ripeto: una stoviglia di plastica bio su una spiaggia non fa nessuna differenza, dovrebbe essere nel vostro interesse capirlo, vista l’estensione della costa e l’importanza del turismo. Ne riparleremo solo quando i livelli di riciclo saranno cresciuti. In quel momento vi troverete leader di una tecnologia nuova. Ma quel momento non è ora, mi dispiace. È un peccato vedere un paese così minacciato dall’inquinamento marino cercare di essere un’eccezione nella protezione del mare, non vedo come gli italiani possano essere fieri di questo.”
Sul punto dell’inquinamento da plastica del Mediterraneo va precisato per chi ha letto sui media che l’Italia non ha grandi responsabilità sulla dispersione della plastica nei mari che l’evidenza ci dice tutt’altro. Sono almeno tre (1) gli studi recenti che hanno individuato nell’Italia e nella Turchia i paesi maggiormente responsabili del marine littering nel Mediterraneo.

Insomma per quanto l’Italia abbia investito nel settore delle bioplastiche (e monouso in genere), essere in Europa significa prendere atto della realtà comunitaria e prepararsi come paese a cogliere invece le opportunità economiche che possono nascere dai modelli economici circolari. Modelli in cui le risorse non vengono sprecate in un solo utilizzo e consentono una crescita economica disaccoppiata dal consumo di risorse, con provati vantaggi occupazionali.
Un obiettivo che oltretutto siamo obbligati a perseguire se non vogliamo estinguerci, e dovremmo cominciare a lavorarci da subito. Banalmente perché siamo nel bel mezzo di una crisi climatica e delle risorse con poco più di una decina di anni a disposizione per invertire drasticamente la rotta.
Silvia Ricci
(1)Mare plasticum: ogni anno finiscono nel Mediterraneo più di 200.000 tonnellate di plastica
(2) Stop the flood of plastic: How Med countries can save their sea
(3) Europe’s contribution to ocean plastic / La plastica monouso soffoca gli oceani
Francia : 76.000 parcheggi sicuri per le bici nelle stazioni entro il 2024
Circa 1133 stazioni ferroviarie francesi sono obbligate per legge ad installare un numero minimo di parcheggi sicuri per le biciclette entro il 1° gennaio 2O24.
Lo prevede l’art. 53 del decreto attuativo della LOM (Loi d’orientation des mobilités) la legge francese di Orientamento alla Mobilità del dicembre 2019 – pubblicato ad inizio mese in Gazzetta Ufficiale – che entra nel dettaglio di quali sono le stazioni ferroviarie a cui si applica tale obbligo.
Si tratta di un decreto particolarmente atteso dai ciclisti presentato al termine di una consultazione molto ampia tra i servizi dello Stato, la SNCF (The Société nationale des chemins de fer française) e gli enti locali.
Il decreto prevede che un terzo delle stazioni – le più trafficate – debbano fornire spazi sicuri per le biciclette.
1.133 stazioni interessate
Il decreto precisa precisa inoltre per ciascuna delle 1133 stazioni interessate, scelte tra le più trafficate con più di 100.000 viaggiatori all’anno, il “numero minimo di posti auto” che devono essere allestiti.
Questo obbligo corrisponde a quasi 76.000 posti bici da installare entro il 1 gennaio 2024. Per ogni stazione si tratta di dovere allestire un numero di posti compreso tra i 10 e i 1000, che vanno considerati come soglia minima. Nulla vieta infatti alle autorità organizzatrici e ai gestori delle reti ferroviarie di allestire più posti di quanti ne impone il decreto.
Tra le stazioni che devono installare almeno 1000 parcheggi custoditi ci sono quelle di Juvisy, Lille Flandres, Lyon-Part Dieu, Nanterre-Préfecture, Paris-Saint-Lazare e Strasburgo.
Il decreto specifica inoltre cosa si intende per struttura “sicura”: installazioni con dispositivi fissi che consentono di assicurare la bicicletta con il telaio e almeno una ruota. Queste aree possono essere monitorate da un addetto o tramite videosorveglianza oppure essere dotate di sistemi di bloccaggio sicuro. Oltre a trovarsi in un’area coperta e illuminata e devono essere installate entro un raggio di 70 metri dall’ingresso dell’edificio della stazione.
Secondo le stime della Direzione Generale delle Infrastrutture, dei Trasporti e del Mare (DGITM) i nuovi posti potrebbero raggiungere gli 86.000 nel 2024 considerando i circa 40.000 già allestiti e i progetti già pianificati a livello locale . Progetti che possono essere in parte finanziate grazie al piano di rilancio per lo sviluppo della mobilità attiva con un fondo dedicato di 200 milioni di euro.
Per le rimanenti stazioni, circa 2.000 che non sono soggette ad obbligo, il testo di di legge della LOM invita ugualmente i gestori e le comunità a collaborare a livello locale per installare spazi sicuri per le biciclette, qualora necessario.
Il testo afferma inoltre che la SNCF Gares & Connexions e la RATP (Régie autonome des transports parisiens ) attueranno tale obbligo “in consultazione con le autorità locali interessate o le loro partnership territoriali”.
Per esplorare una mappa interattiva delle stazioni interessate dal provvedimento vai al sito di Maire.Info , principale fonte di informazione sulla notizia.
Scozia e Irlanda sempre più vicine a deposito cauzionale per bevande
Mentre la Scozia ha nominato l’organismo che si occuperà della gestione del sistema di deposito in partenza con il 2022 in Irlanda è stata lanciata una campagna per preparare i cittadini al sistema in arrivo. Per informarli sul suo funzionamento , su come potrà contribuire a ridurre il problema dei rifiuti da imballaggio sprecati o dispersi nell’ambiente, creando maggiore consapevolezza ambientale nei cittadini.
di Silvia Ricci pubblicati su Economiacircolare.com nello Speciale sui sistemi di deposito
Anche in Irlanda come denuncia VOICE – acronimo che sta per “Voice of Irish Concern for the Environment”– con le restrizioni dovute al Covid-19 i problemi ambientale ed economici connessi ad un aumento dei rifiuti hanno raggiunto livello allarmanti, e in particolare per quanto riguarda imballaggi come i contenitori da asporto per cibo e bevande.
La ong ha stimato che nella sola Irlanda vengano immessi ogni anno circa 3 miliardi di bottiglie in plastica e oltre 582 milioni di lattine – di cui solo il 60-70% viene raccolto per il riciclaggio –, mentre il restante 30% circa finisce per essere smaltito in discariche/inceneritori o disperso nell’ambiente.
Ma una soluzione c’è: un moderno e solido sistema di DRS
Fortunatamente – precisa VOICE sul suo sito – una soluzione c’è come dimostrano le esperienze di successo già attive in Europa. La ong si dice felice che, dopo essersi spesa per quasi venti anni per l’adozione di un DRS in Irlanda il governo abbia finalmente intrapreso l’iter per l’approvazione del sistema, decisione arrivata anche sotto la spinta della direttiva europea Single Use Plastics, A guardare le esperienze dei paesi che hanno in vigore un DRS, scrive l’ong, l’obiettivo di raccolta del 90% al 2029 per le bottiglie in plastica previsto dalla SUP, non sarebbe un problema così come non lo sarebbe per le lattine.
VOICE – si legge ancora sul sito – accoglie con favore questa legislazione come un passo verso la promozione dell’uso efficiente delle risorse naturali e prevede che il sistema di deposito verrà implementato sino ad includere contenitori per bevande ricaricabili per consentire un’economia veramente circolare.
A che punto è l’iter legislativo per un DRS in Irlanda: obiettivo fine 2022
L’impegno di adottare un sistema di deposito per le bottiglie in plastica e lattine era stato anticipato dal governo sia nel programma “Our Shared Future” che nel “Waste Action Plan for a Circular Economy” con l’incarico conferito al Ministero all’Ambiente, Clima e Comunicazione di creare un quadro legislativo che potesse essere introdotto entro il terzo quadrimestre del 2022.
L’iter legislativo sul DRS ha superato la fase di consultazione pubblica lo scorso anno, con 364 osservazioni ricevute, che sono state recepite nella bozza di quadro legislativo pubblicata lo scorso primo aprile per raccogliere ulteriori osservazioni e pareri dai portatori di interesse (conclusasi il 7 maggio).
Le fasi della consultazione pubblica e della pubblicazione della bozza di quadro legislativo sono state precedute da una serie di incontri preliminari avvenuti tra i funzionari del Dipartimento all’ambiente con alcuni dei soggetti maggiormente interessati dal provvedimento tra cui: i produttori e rivenditori di bevande, gli operatori nel settore dei rifiuti ed esponenti del mondo ambientalista.
Quale modello per il deposito su cauzione
Il modello che esce dalla bozza – come si può leggere sul sito del governo – è quello di un sistema di deposito per contenitori di bevande che verrà gestito e finanziato dall’industria attraverso un operatore del sistema (senza scopo di lucro) che avrà la responsabilità di assistere l’Irlanda nel raggiungimento degli obiettivi particolarmente impegnativi delle direttive dell’UE in materia di rifiuti.
Il ministro all’ambiente Eamon Ryan, in occasione del lancio della consultazione pubblica sul modello di DRS per l’Irlanda, aveva così riassunto le motivazioni che hanno spinto il governo all’introduzione del sistema: “Se vogliamo ottenere i benefici di un’economia circolare, dobbiamo adattare il nostro approccio a come utilizziamo e gestiamo le nostre risorse. Dobbiamo sforzarci di mantenere le risorse in circolazione il più a lungo possibile e l’introduzione di un DRS è un primo passo in questo percorso, permettendo di raccogliere e riciclare più bottiglie di plastica e lattine di alluminio. Un DRS ci aiuterà anche a ridurre la dispersione dei rifiuti e a garantire il raggiungimento di altri obiettivi dell’UE in arrivo in tema di rifiuti.”
E le bottiglie in vetro?
“Peccato che il sistema irlandese non includa le bottiglie di vetro”. Lo ha affermato Lars Krejberg Petersen, amministratore delegato di Dansk Retursystem, che è la società che gestisce il sistema di restituzione dei depositi in Danimarca, nel corso di un recente webinar ritenendo fondamentale che le bottiglie di vetro siano incluse in qualsiasi schema di deposito per l’Irlanda. “Nessuno (in Danimarca) si sognerebbe di togliere il vetro dallo schema. Il vetro non rappresenta una grande fonte di reddito… ma includerlo comporta comunque un enorme miglioramento ambientale”.

Effettivamente a leggere i numeri riferiti al 2020 del sistema danese non si può che provare una sottile invidia. Nel 2020 è intercettato il 94% delle bottiglie di vetro, il 96% delle bottiglie in PET e il 91% delle lattine rispetto all’immesso al consumo. Una performance che ha permesso di riciclare complessivamente 64.000 tonnellate tra vetro, alluminio e plastica con un risparmio di circa 178.000 tonnellate di anidride carbonica.
Klaus Rehkopff, amministratore delegato di Danske ØlEntusiaster, l’associazione degli appassionati di birra danesi, nel corso della stessa occasione ha affermato che la Danimarca ha pochi problemi di littering grazie al suo sistema di deposito perché le persone smettono così di considerare le bottiglie come rifiuti. “Ieri sono passato davanti a un parco, dove molti giovani si erano seduti all’inizio della giornata. Non c’erano rifiuti lì, niente bottiglie, niente. Questo perché il vetro è nel sistema di deposito”.
Purtroppo il panorama desolante di contenitori che si presenta il giorno seguente alle serate della movida e altri eventi che attirano pubblico in Italia è invece una realtà che la più performante delle raccolte differenziate non potrà mai combattere, purtroppo.
Il video promozionale di VOICE sul DRS
Il sito di Return for Change non è ancora online ma VOICE ha diffuso un video per raccontare come funziona un sistema di deposito, con immagini messe disposizione da Carrickmacross Tidy Towns illustrando quali vantaggi ambientale ed economici comporta. Si tratta di un programma attivo dall’ottobre del 2019 basato su un sistema di raccolta premiante dei contenitori affine a quello cauzionale con l’emissione di buoni da scalare sulla spesa.
Le campagne di VOICE
VOICE, organizzazione onlus che si finanzia con il contributo dei suoi membri, un misto tra enti pubblici e privati è insieme a Friends of the Earth Ireland una delle associazioni che hanno da tempo sostenuto l’introduzione di un DRS in Irlanda.
Oltre ad avere creato in Irlanda un fronte di soggetti a favore del DRS ha all’attivo anche diverse campagne incentrate sulla prevenzione dei rifiuti e il riutilizzo tra cui: Sick of Plastic, We Choose to Reuse di BFRP, Zero Waste Communities e Conscious Cup Campaign mirata alla promozione delle tazze riutilizzabili.
Segue il caso della Scozia: Anche la Scozia fa passi avanti verso il sistema di deposito su cauzione
Dal 2023 in Germania gli imballaggi riutilizzabili per cibo e bevande saranno lo standard
Nel giro di due anni ristoranti, bistrot e caffè dovranno offrire bevande e cibo da asporto in contenitori riutilizzabili, anche portati da casa dai clienti. Il Bundestag ha introdotto la modifica alla legge sugli imballaggi su iniziativa della ministra federale dell’Ambiente Svenja Schulze
di Silvia Ricci su Economiacircolare.com
Dal 2023 i ristoranti, bistrot e caffetterie che offrono bevande e cibo da asporto dovranno attrezzarsi per poter vendere ai clienti i loro prodotti anche in contenitori riutilizzabili e farsi carico del loro recupero. L’obbligo, introdotto recentemente da un emendamento alla legge sugli imballaggi approvato dal Bundestag (il Parlamento federale tedesco), vale anche per le consegne a domicilio.
Questa misura è frutto di una proposta del ministro federale dell’ambiente Svenja Schulze (Spd) che ha dichiarato: “Anche quando la pandemia finirà, il cibo da asporto continuerà ad essere un’abitudine per molti. La maggior parte dei piatti e delle bevande viene servita in imballaggi usa e getta. Se l’usa e getta è ancora la norma il mio obiettivo è rendere il riutilizzabile il nuovo standard. I consumatori dovranno essere messi in grado di acquistare facilmente cibo e bevande da asporto in contenitori riutilizzabili. Stanno già emergendo molte soluzioni praticabili anche in collaborazione con i servizi di consegna. Solo così sarà possibile porre un freno al proliferare degli imballaggi nel settore ‘to-go’ “.
Sì alla cauzione ma il costo dei prodotti non deve cambiare
Questo emendamento che consente a tutti i consumatori di ricevere cibi e bevande da asporto in imballaggi riutilizzabili non deve però comportare un aggravio sul costo, che deve rimanere identico a quello del prodotto venduto in un imballaggio monouso.

I contenitori riutilizzabili, dunque, potranno anche essere consegnati ai clienti a fronte di un deposito cauzionale che ne faciliti la restituzione al rivenditore. La norma dovrebbe spingere i rivenditori a trovare delle soluzioni riutilizzabili nei formati che meglio si adattano al prodotto da asporto che contengono, siano essi bicchieri, tazze o altre tipologie, con o senza coperchio. Sono esentati dall’obbligo solo i piccoli punti vendita quali snack bar, negozi aperti fino a tarda notte e chioschi in cui lavorano un massimo di cinque dipendenti e con una superficie di vendita non superiore agli 80 metri quadrati. Tuttavia, tutti gli esercizi dovranno consentire ai propri clienti di impiegare contenitori riutilizzabili portati da casa.
Con la nuova legge sugli imballaggi (VerpackG), entrata in vigore il 1° gennaio 2019, la Germania vuole aumentare le percentuali di riciclaggio dei materiali che compongono il packaging dei prodotti. I produttori vengono chiamati ad assumersi maggiori responsabilità per quanto concerne il riuso, il riciclo e lo smaltimento dei propri imballaggi.
Berlino amplia il sistema di deposito attuale
Dal 1 ° luglio 2022 la Germania estenderà l’obbligo di partecipazione al sistema di deposito su cauzione in vigore: saranno comprese anche le categorie di bevande che finora ne erano escluse. Finora, ad esempio, bevande come i succhi di frutta erano escluse dal sistema mentre altre bevande gassate come gli spritz, che contengono percentuali di succhi, erano invece incluse. L’emendamento alla legge attuale pone pertanto fine alle precedenti esenzioni per alcune bevande , sia quando commercializzate in lattine, che in bottiglie monouso. Per latte e prodotti lattiero-caseari si applicherà invece un periodo di transizione fino al 2024.
“L’espansione del deposito cauzionale a tutte le categorie di bevande facilita la vita ai consumatori – ha chiarito la ministra Svenja Schulze – , che in futuro si misureranno con un deposito di 25 centesimi da pagare su tutte le bottiglie e lattine per bevande non ricaricabili, indipendentemente dal contenuto. In questo modo ci garantiamo un minore inquinamento ambientale. Perché le bottiglie o le lattine soggette a un deposito finiscono in natura molto meno spesso di quelle senza deposito”.
Un sistema di deposito, come ha spiegato la ministra, permette infatti un riciclaggio di alta qualità: le bottiglie di plastica si possono così trasformare più facilmente in nuove bottiglie ad uso alimentare in un processo denominato “bottle to bottle”, che comporta cicli di utilizzo efficaci e senza dispersioni (closed loop).
Al fine di aumentare ulteriormente il riciclaggio delle bottiglie di plastica, le bottiglie per bevande in PET non ricaricabili – come prevede la direttiva SUP, Single Use Plastics – dovranno essere costituite per almeno il 25% da plastica riciclata a partire dal 2025. Dal 2030 questa quota salirà al 30% e i produttori potranno decidere autonomamente come soddisfare questo requisito. Se quindi immettere nel mercato tutte bottiglie con tale quota minima di contenuto riciclato, oppure decidere di raggiungere gli obiettivi come quota media di contenuto riciclato contenuto nella loro produzione annuale di bottiglie immesse al mercato. In questo secondo caso, potranno concorrere alla media sia bottiglie che non hanno percentuali di contenuto riciclato sia bottiglie che ne contengono percentuali sino al 100%.
Nuove regole anche per gli imballaggi importati dall’estero
La norma approvata dal Parlamento federale tedesco contiene anche numerose disposizioni intese a migliorare l’attuazione della legge sugli imballaggi, in particolare per quanto riguarda gli imballaggi importati. In futuro, chi importa beni confezionati in Germania (anche gli operatori del commercio online) dovrà verificare che i produttori dei beni confezionati siano iscritti al registro degli imballaggi “LUCID”, e che partecipino al Sistema Duale.
Il sistema che si occupa della gestione degli imballaggi in Germania viene chiamato duale perché complementare al sistema di raccolta dei rifiuti ordinari: gli operatori sono società private in concorrenza tra loro che garantiscono un servizio di raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio.
Dopo il via libera del Bundestag (il Parlamento) la nuova normativa deve essere ancora approvata dal Bundesrat (il Consiglio federale). La maggior delle misure entrerà in vigore il prossimo 3 luglio 2021.
Spunti per l’Italia da Germania e Francia
Anche nel nostro Paese, e in particolare a causa della pandemia, si è verificato un aumento nel consumo da imballaggi dovuto al settore da asporto, oltre che al commercio online.
La legge tedesca sugli imballaggi (VerpackG) offre numerosi spunti che il legislatore italiano dovrebbe prendere in considerazione. In particolare, gli obiettivi di riuso obbligatori per legge che i produttori di bevande devono perseguire ogni anno si sono dimostrati estremamente efficaci. Questa misura ha portato la Germania ad essere il primo Paese in Europa come quota di vuoto a rendere, tra bottiglie ricaricabili in vetro e PET, sull’immesso al consumo di bevande: il 54% al 2019.
Come emerge dal recente studio What we waste i Paesi con sistemi di deposito cauzionali e con una quota di mercato di vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili superiore al 25% sono quelli che hanno ottenuto i risultati migliori in termini di minore dispersione degli imballaggi.
Tornando al tema del riuso dei contenitori da asporto, questa proposta può avere un impatto dirompente non solamente per i benefici di ordine ambientale ed economico, ma anche a livello culturale. I cittadini vengono messi in condizione di dare un contributo alla soluzione dei problemi, evitando di alimentarli, potendo abbracciare nella vita di tutti i giorni abitudini di consumo più consone alla crisi climatica e di risorse che stiamo vivendo.
Se aggiungiamo all’implementazione di una legge ispirata a questa tedesca anche la proposta contenuta nel progetto di legge francese “clima e resilienza”, i modelli di business basati sul riuso dei contenitori potrebbero subire un deciso cambio di passo e uscire dal recinto delle sperimentazioni volontarie. Stando alla proposta di legge voluta dal presidente Macron e dalla ministra della Transizione ecologica Barbara Pompili, entro il 2030 un quinto dei prodotti in vendita nei supermercati francesi potrebbe essere venduto sfuso in contenitori riutilizzabili.
Oltre le sperimentazioni
Alla politica spetta dare forma e dignità a una delle strategie chiave dei modelli di economia circolare che è attualmente bloccata da impedimenti di ordine igienico-sanitario (vedasi il caso dei sacchetti ortofrutta riutilizzabili) o relegato a singole sperimentazioni come nel caso dei contenitori da asporto.
Quanto previsto all’art. 7 della legge n. 141/2019 ( intitolato “Misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina”), che ha formalizzato per la prima volta la possibilità per i consumatori di usare i propri contenitori riutilizzabili per l’acquisto di prodotti alimentari, ha aperto la strada a qualche sperimentazione, ma non è sufficiente.
Servono altre specifiche misure di carattere economico e fiscale che possano favorire la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business ispirati al riuso e in particolare al modello “PaaS – Product as a Service” che potrebbero riguardare un’ampia gamma di imballaggi sia primari, quelli che gestiamo noi come cittadini una volta svuotati, che industriali e commerciali. I sistemi riutilizzabili sono il futuro perché convengono sia sotto l’aspetto economico che ambientale.
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Oltre 41 miliardi di contenitori di bevande vengono sprecati in Europa ogni anno
Oltre 41 miliardi di contenitori di bevande tra bottiglie in plastica, vetro e lattine sfuggono al riciclo ogni anno nei 24 paesi dell’UE per finire sprecati in inceneritori e discariche. Dispersi nei centri abitati o in natura possono arrivare attraverso i corsi d’acqua sino ai mari. Il contributo dell’Italia è pari ad oltre 7 miliardi di unità come anticipato in queste pagine.
Si tratta di dati e stime contenute in What We Waste, un rapporto pubblicato ieri dall’ente di ricerca senza scopo di lucro, Reloop Platform e supportato dalla coalizione Break Free From Plastic e Changing Markets Foundation.
Sono tre i messaggi chiave di cui si fa portatore What we Waste, uno studio, unico nel suo genere :
• 31 miliardi di contenitori tra bottiglie e lattine dei 41 che vengono sprecati (che includono 22 miliardi di bottiglie di plastica) potrebbero invece essere intercettati e riciclati nell’UE se tutti i paesi adottassero sistemi di deposito. Consentendo così a tutti i paesi di raggiungere gli obiettivi della direttiva sulla plastica monouso SUP;
• La quota di mercato del vuoto a rendere è precipitata negli ultimi 20 anni, a livello globale , ma i paesi che hanno sistemi di deposito con quote elevate di vuoto a rendere hanno le migliori prestazioni al mondo in termini di contenitori sprecati;
• I responsabili politici dell’UE hanno un’opportunità unica per ridurre drasticamente l’impatto ambientale dei contenitori per bevande che dovrebbero sfruttare senza indugi.
I dati che emergono indicano chiaramente ai decisori politici e aziendali la strada da percorrere e li invitano a prendere in seria considerazione gli impatti positivi dei sistemi di deposito cauzionali finalizzati al riciclo e al riuso (vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili). Questi sistemi, infatti, permettono di ridurre drasticamente lo spreco di risorse che impatta negativamente sulla crisi climatica e l’inquinamento da plastica. La riduzione degli sprechi riduce anche le emissioni, e anche quelle indirette di scopo 3 che le aziende tendono a non considerare quando si tratta di ridurre la propria quota di emissioni climalteranti. Un fattore chiave con cui fare i conti per tutti i governi che devono impegnarsi anche a rispettare gli impegni sul clima dell’accordo di Parigi. Riempire una bottiglia di vetro una seconda volta riduce l’impatto sul clima del 40% e produrre lattine con alluminio riciclato invece che con materiale vergine significa usare il 95% di energia in meno.
Le politiche di riduzione dei rifiuti e di gestione efficace delle risorse possono e debbono essere implementate immediatamente, e a livello globale, se si vuole trarne in cambio benefici ambientali ed economici già sul breve e medio termine.
L’Italia come meta turistica con i suoi settemila chilometri di coste ha bisogno di affrontare urgentemente il problema della dispersione dei rifiuti plastici nei mari. Secondo l’ultimo rapporto dell’Iucn (International Union for Conservation of Nature, ndr) “The Mediterranean: Mare plasticum” i tre paesi maggiormente responsabili dello sversamento di rifiuti plastici nel mare sono l’Egitto l’Italia e la Turchia. Lo studio dell’IUCN ha stimato che ogni anno nel Mar Mediterraneo vengono scaricate circa 229.000 tonnellate di rifiuti di plastica, (equivalente ad oltre 500 container al giorno) e che senza interventi di grande portata questa situazione continuerà a peggiorare sino a raggiungere le 500.000 tonnellate entro il 2040.
Tassi di intercettazione dei sistemi di deposito
L’incentivo economico abbinato alla restituzione del contenitore da parte del consumatore – che recupera così l’importo della cauzione inclusa nel costo della bevanda – permette di intercettare oltre il 90% dei contenitori immessi al consumo. Se tutti i paesi dell’UE adottassero un sistema di deposito come quelli già operativi in otto Stati membri – tra cui Germania, Finlandia e Lituania – questa mossa ridurrebbe del 75% gli sprechi totali per questo flusso di rifiuto.
Per i 315 milioni di persone che vivono in paesi europei senza sistemi di deposito, lo spreco pro capite di contenitori per bevande è di 126 all’anno, ma per chi ha accesso a un sistema di deposito è di solo 16 unità.
Considerando i 24 paesi europei esaminati sono 39,5 miliardi i contenitori che vengono sprecati nei paesi che non hanno un Deposit Return System (abbreviato DRS) e solamente 2 miliardi in quelli che invece hanno un tale sistema in vigore. Lo spreco relativo all’Italia si attesta su oltre 7 miliardi di contenitori e ne abbiamo parlato in questo articolo.

Gli Stati membri hanno tempo fino al 2029 per arrivare a raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica immesse sul mercato in recepimento della direttiva Single Use Plastics SUP. I dati mostrano che se tutti i 24 paesi dell’UE considerati nel rapporto (1) adottassero un sistema di deposito cauzionale, si eviterebbe lo spreco di 22 miliardi di bottiglie in PET, riducendo significativamente la quantità di plastica dispersa nell’ambiente oppure smaltita in discariche e inceneritori. La creazione di flussi di materiale pulito e di qualità che i solamente i sistemi di deposito permettono , consentirà agli Stati membri di raggiungere più facilmente anche l’ulteriore obiettivo della direttiva SUP : produrre entro il 2030 bottiglie di plastica con almeno il 30% di contenuto riciclato.









