L’Italia del plastic-free è pronta al recepimento della Direttiva?

Effetti collaterali sulle politiche di riduzione da parte dei comuni

Da un’analisi dei provvedimenti contenuti nelle ordinanze Plastic Free emerge che è ormai passato il messaggio sul fatto che le misure adottate siano in linea con la direttiva Sup. Chi si sia fatto carico, volontariamente o meno, di inviare questo messaggio che è poi rimbalzato sino a diventare “verità” è ormai di secondaria importanza.

Il risultato è che ben difficilmente ci sarà un effetto propulsivo sulle politiche di prevenzione adottabili dai comuni e soggetti del settore alberghiero e della ristorazione se, tramite una delibera o una legge nazionale, sarà possibile sostituire articoli monouso in plastica con altri tipi di monouso. Al contrario poter giocare la carta della direttiva all’interno di azioni verso le attività commerciali che fanno un massiccio utilizzo di articoli monouso, potrebbe essere per le amministrazioni comunali la mossa vincente per spingerle ad adottare alternative riutilizzabili gestibili in house o servizi basati sul riutilizzo gestiti da ditte esterne.

Mentre le stoviglie e i sistemi usa e getta sono appetibili per la comodità di non dover lavare e gestire i manufatti (che per il settore commerciale significa risparmi economici importanti anche sul costo del personale), i sistemi di riutilizzo lo sono molto meno perché richiedono cambiamenti e investimenti iniziali per cambiare l’operatività dei servizi e per renderli invitanti e scalabili per gli utenti. Venire a conoscenza che il nostro paese sta lavorando per mantenere nel mercato questi manufatti monouso, senza che siano comunicate allo stesso tempo misure per scoraggiarne l’uso a favore di sistemi riutilizzabili, non avrà l’effetto di stimolare un cambio di paradigma verso modelli di riuso.

È difficile mantenere l’ottimismo se guardiamo a cosa è successo quando è stato introdotto lo scorso anno il divieto di commercializzazione per i sacchetti ultraleggeri in plastica, a favore delle alternative in bioplastica. L’ultimo atto è stata la circolare da parte del ministero della Salute, che, sollecitato dal ministero all’Ambiente ad esprimersi sulla possibilità di mettere a disposizione sacchetti riutilizzabili nel comparto ortofrutta da parte della GDO, ha di fatto bocciato la proposta per ragioni di ordine sanitario. Mentre in quel caso solamente la catena NaturaSì ha introdotto ugualmente tali sacchetti, Federdistribuzione e le sue associate non hanno ritenuto di fare prevalere il ruolo di attori del cambiamento che stimolano i consumatori verso atteggiamenti e azioni sostenibili e favorevoli alla tutela dell’ambiente menzionato nel loro comunicato del 30 maggio.

Così come le politiche di prevenzione sui rifiuti plastici in Europa, o non sono state avviate o non hanno funzionato negli anni, esiste il rischio concreto che la stessa situazione si riproponga con altri materiali, anche se con conseguenze e impatti ambientali differenti. La situazione attuale a livello di politiche di di prevenzione è stata fotografata dal recente studio Preventing plastic waste in Europe dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. Dall’analisi delle politiche di prevenzione dei rifiuti plastici adottate in 27 diversi paesi è risultato che solo 9 paesi si sono dotati di un programma con obiettivi stringenti di prevenzione per i rifiuti di plastica. Tra questi sono risultati comunque pochissimi i casi di iniziative adottate in cui è stata fatta una misurazione e una valutazione adeguata dei progressi ottenuti.

Come intervenire concretamente ?

A nostro parere è necessario sia cambiare la comunicazione che è stata fatta ad oggi verso il pubblico, che aprire urgentemente un confronto con tutti gli stakeholder per sviluppare un piano condiviso di azioni di prevenzione dei rifiuti da usa e getta che sia ispirato alla gerarchia europea di gestione dei rifiuti [2]. Questo prima ancora di andare a pensare come sostituire al meglio i materiali con cui realizzare prodotti monouso.

Un esempio su tutti ci fa capire quanto sia importante cambiare la comunicazione: da quando sono stati introdotti i sacchetti biodegradabili/compostabili è successo che articoli o servizi che trattano di inquinamento da plastica dei mari, o delle conseguenze sulla fauna marina, finiscano per fare un accenno alla legge che ha vietato i sacchetti in plastica come un esempio di best practice europea.

Ugualmente, in qualsiasi iniziativa in cui si sono sostituiti i manufatti in plastica con opzioni compostabili è stato fatto riferimento alla problematica della plastica in mare. Questa “presunta” relazione tra l’utilizzo di manufatti compostabile e salvaguardia dei mari rafforzata da immagini e video è inoltre il “piatto forte” di quasi tutte le iniziative Plastic Free.

Viceversa nelle occasioni in cui sono state riportate notizie di avvenute sostituzioni di manufatti monouso con versioni riutilizzabili (purtroppo rarissime) questa associazione non si è mai esplicitata. Fatta eccezione, per fare un esempio concreto, dei casi in cui si è annunciato la sostituzione di cassette in polistirolo per il pesce con alternative riutilizzabili (da parte di Unicoop Tirreno e di Eataly per un progetto pilota) in cui esisteva un chiaro rapporto di causa effetto.

Per affrontare l’attuale confusione ed evitare interpretazioni “sbagliate” sarebbe invece necessario, a nostro avviso, evitare accostamenti tra temi come la salvaguardia di mari e dei fiumi dalla minaccia della plastica e l’utilizzo di materiali compostabili.

Gli impatti delle bioplastiche sui sistemi di raccolta e l’impiantistica nazionale

Per quanto riguarda il fine vita dei manufatti compostabili è evidente che si sta delineando un potenziale problema che verrà causato da un loro aumento incontrollato nella raccolta dell’umido, a seguito dei provvedimenti Plastic Free e dalla decisione degli associati a Federdistribuzione. Questo avverrà prima ancora di un eventuale possibile recepimento dell’Italia a favore delle bioplastiche. Gli impianti di compostaggio industriale sono infatti in grado di smaltire correttamente le plastiche compostabili solo se non superano una certa percentuale del totale del materiale organico.

E non ci riferiamo solamente a stoviglie e bicchieri, ma anche a varie tipologie di imballaggi compostabili che l’industria del largo consumo, in fuga dalla plastica, ha adottato, o è in procinto di adottare. Al momento, le opzioni di imballaggio che sono già presenti sul mercato si sono orientate sul PLA (acido polilattico) come monomateriale o in abbinamento alla carta nel caso di imballaggi multistrato. Si tratta di involucri per surgelati e altri prodotti, vaschette e bottiglie per l’acqua minerale.

Da una ricognizione effettuata in altri paesi risulta che ad oggi il PLA non venga riciclato e neanche compostato trattandosi di un materiale difficile da gestire e valorizzare a fine vita. I motivi sono diversi e non si riducono solamente al fatto che non ci siano quantità sufficienti per rendere economicamente sostenibile una loro gestione post consumo come flusso separato.

Senza parlare della difficoltà da parte degli utenti di distinguere il PLA , e altre bioplastiche, dalla plastica fossile che difficilmente si risolverà con una etichettatura che indichi dove conferire il manufatto a fine vita. Senza parlare del problema che il PLA e altre bioplastiche vengono facilmente confuse con la plastica fossile e quando conferiti con la plastica ne contaminano il riciclo. Evenienza che si verifica nel caso della biobottiglia della nota marca di acqua minerale che invita i suoi clienti a conferirla nell’umido.

Servirebbe pertanto alla luce di questi scenari descritti l’affidamento urgente a un ente terzo di uno studio  che valuti lo stato dell’arte e l’impatto sul breve e sul lungo termine che si determinerà in seguito ad un massiccio aumento di questi materiali sulla tecnologia degli impianti a digestione aerobica e anaerobica presenti in Italia. [3] Impatto che sarebbe da verificare sia a livello ambientale che economico e tenendo anche conto dell’inevitabile aumento di conferimenti impropri dovuti al fattore umano e dei conseguenti effetti sulla qualità del compost. In Inghilterra un recente studio pubblicato del network promotore delle biomasse :  Biomass Refinery Network , sulla base dei trend in crescita rilevabili (+ 50% negli ultimi 12 mesi) ha stimato che nel Regno Unito gli imballaggi compostabili potrebbero aumentare con quantità stimate tra le 90.100 e 138.000 tonnellate all’anno. Uno studio fatto sull’impatto delle bioplastiche sui sistemi di gestione dei rifiuti in Norvegia [4] ha evidenziato i seguenti punti deboli conseguenti ad una emissione di questi materiali nel mercato : 1) Contaminazione e perdita di qualità del compost per la maggiore presenza di materie plastiche a base fossile ; 2) Mancanza di infrastrutture disponibili per gestire il fine vita dei manufatti compostabili; Inceppamenti causati da brandelli di plastiche biodegradabili alle attrezzature meccaniche; Gli attuali processi di pre-trattamento dello scarto organico negli impianti rimuovono tutti manufatti dall’aspetto simil plastico dal flusso dei rifiuti organici.

La dichiarazione del presidente del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) Flavio Bizzoni nel corso della tavola rotonda del convegno di Assobioplastiche, che ha sottolineato come la presenza nel compost di plastiche non biodegradabili incida per il 15% sui costi di recupero della frazione organica dei rifiuti, farebbe supporre che qualche studio o analisi in tal senso sia già stata fatta, nel qual caso sarebbe interessante poterla visionare.

NB. Questa versione della seconda parte dell’analisi sulla Direttiva SUP realizzata da Silvia Ricci, nostra responsabile campagne e Andrea Degl’Innocenti giornalista di Italia che Cambia  contiene delle integrazioni e aggiornamenti rispetto alla prima  versione pubblicata sul sito Italia che Cambia.

Per chi abbia voglia di approfondire, segnaliamo  la guida rilasciata da Zero Waste Europe,  per un corretto recepimento della Direttiva (di cui si consiglia la lettura) scaricabile qui.

NOTE:

[1] Un materiale biodegradabile deve, per definirsi tale secondo la normativa europea, degradarsi per almeno il 90% entro 6 mesi, mentre uno compostabile deve ottenere lo stesso risultato entro 3 mesi. Il materiale compostabile può essere conferito nel compost, mentre quello biodegradabile no. In nessun caso, se di origine artificiale come nel caso delle plastiche, possono essere dispersi in natura.

[2] La gerarchia di gestione dei rifiuti è inclusa nel Pacchetto europeo sull’economia circolare e prevede, nell’ordine: 1. riduzione/prevenzione della produzione di rifiuti; 2. Riuso; 3. Riciclo; 4. Recupero di altro tipo (energia); 4. smaltimento.

[3] Notizia dalla cronaca di Roma del 12 giugno 2019 : Il mio locale è plastic free, ma Ama non apprezza. Così torno alla plastica per far quadrare i conti”

-Intervista Lady Radio: Piatti “usa e getta” compostabili, gli impianti toscani non riescono a smaltirli

-Intervista Lady Radio: I piatti usa e getta compostabili? “Gettateli nell’indifferenziato”

[4] Ecco due esempi di studi fatti per il sistema norvegese Bio-Based and Biodegradable Plastics: An Assessment of the Value Chain for Bio-Based and Biodegradable Plastics in Norway e inglese : Plastics in the Bioeconomy.

Quest’ultimo è stato commentato da un giornalista inglese esperto nelle tematiche del packaging e dell’ecodesign nell’articolo   Compostables: 138,000 tonnes of potential.

Articoli internazionali recenti sul tema:

Scottish Parliament burning compostable waste 

Are bioplastics the solution to plastic waste?

 

 

 

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