Perché non possiamo insistere con modelli di consumo basati sull’usa e getta!

SCHEDA APPROFONDIMENTO SULLA GESTIONE DELLE BIOPLASTICHE

La gestione di quantità crescenti di manufatti in bioplastiche compostabili che hanno come destinazione gli impianti di trattamento del rifiuto organico presenta una serie di criticità che andrebbero affrontate in quanto questi manufatti non sono sempre compatibili con le tecnologie presenti negli impianti e con i loro cicli di produzione.

Se consideriamo che questi impianti di trattamento sono carenti o mancano del tutto in alcune aree del paese e in particolare al sud e al centro Italia il fine vita di queste bioplastiche si conclude in una discarica, oppure in viaggi verso impianti in altre regioni.

Per fare il punto sulla situazione è uscito ad inizio anno un documento di posizionamento sulla gestione delle bioplastiche pubblicato sul sito di Utilitalia redatto da figure tecniche degli impianti di trattamento del rifiuto organico che entra nel merito di questioni tecniche particolarmente rilevanti. Siccome, come abbiamo visto, il settore delle bioplastiche presenta volumi in costante crescita è quanto mai opportuno che tutta la filiera dei soggetti che ne sono coinvolti si chiarisca su dove si voglia andare e in che modo. Questo per evitare di dover rincorrere invece che prevenire eventuali problematiche che possono pregiudicare l’operatività della filiera di trattamento del rifiuto organico e causare un aumento dei costi che non può che trasferirsi sui contribuenti.

Una delle principali questioni che il documento solleva è riassumibile in questo passaggio del documento che recita “ il “marchio di compostabilità” di un materiale viene spesso interpretato, in modo diretto ed estensivo, come una certificazione della sua effettiva compatibilità con i processi industriali di trattamento del rifiuto organico. Invece, il fatto che un materiale sia certificato come “compostabile” significa solo che esso risponde tecnicamente ai requisiti della UNI EN 13432:2002, e che tale rispondenza è stata attestata da un ente di certificazione riconosciuto. Questo però è ben diverso dal dire che lo stesso materiale possa essere, in ogni condizione e situazione, avviato a trattamento con il rifiuto organico.

Questo concetto è stato ripreso anche nel corso di una recente audizione parlamentare ( ultimo intervento al punto 3.21) dove i rappresentanti del CIC ( Consorzio Italiano Compostatori) intervenuti hanno precisato che le certificazioni di compostabilità ( basate su test in ambiente aerobico) devono misurarsi con la realtà tecnologica degli impianti di trattamento della frazione organica esistenti. Il che significa che un manufatto certificato per essere realmente compostato deve avere caratteristiche compatibili con tutta la filiera preposta ad accoglierlo a fine vita in un preciso contesto geografico. Tenendo conto che ogni territorio ha una sua specifica filiera caratterizzata da metodi di raccolta e trasporto del rifiuto organico e impianti che trattano la frazione organica che può essere diversa da altre. Lo stesso ragionamento vale per gli impianti che possono essere di compostaggio, di digestione anaerobica, oppure impianti combinati (digestione anaerobica e successivo compostaggio) con cicli di processo autorizzati che possono essere anche di “sole” 6 settimane, troppo brevi per compostare alcuni manufatti.

Credit Environment : Bioplastics — Dreams and Reality

NARRAZIONE “FUORVIANTE”

Per concludere questa parte sulle bioplastiche compostabili seguono un paio di precisazione sulla narrazione che viene fatta dai media e dagli uffici stampa delle aziende che adottano questi materiali. La prima è che non sono i manufatti —dallo stovigliame al packaging e passando per le cialde— a diventare compost che rigenera i suoli. Ovvero non sono gli imballaggi a trasformarsi in elementi nutritivi, ma è lo scarto organico che i sacchetti veicolano a diventare un ammendante prezioso per i suoli. La seconda è per chiarire che la biodegradabilità e compostabilità di un manufatto non rappresenta necessariamente un plus ambientale anche se il messaggio che sta passando nell’opinione pubblica è quello che un pò tutti i materiali siano “meglio” della plastica. Ci sono diversi studi che dimostrano la confusione che esiste nell’opinione pubblica sul significato e valenza ambientale di caratteristiche dei materiali e dei beni come biodegradabile, compostabile, riutilizzabile e riciclabile. Per rimanere in ambito nazionale riportiamo un estratto significativo di un recente studio italiano denominato Progetto SCELTA “Come si può vedere, la caratteristica più importante nella mente del consumatore è la biodegradabilità (con un punteggio medio di 4,07 su 5). Al secondo e terzo posto ci sono rispettivamente riciclabilità e l’uso di materiale riciclato. Per il consumatore è poi importante che sul packaging siano riportate le istruzioni per il corretto conferimento in raccolta differenziata. (…) Inoltre, mentre nella percezione del prodotto circolare la riutilizzabilità è ritenuta la caratteristica più importante dopo la riciclabilità, con riguardo al packaging essa è percepita come meno rilevante (collocandosi alla sesta posizione). Difatti, al contrario della raccolta differenziata che rappresenta un gesto ormai consueto per la maggior parte dei consumatori italiani, la pratica del riutilizzo è ancora lontana dalle loro abitudini di consumo, probabilmente a causa degli stili di vita e/o per ragioni legate a fattori logistici e/o igienico-sanitari” (1)

L’episodio che ha coinvolto la giornalista de I Fatti Vostri che ha buttato una bottiglia di bioplastica in mare in quanto si sarebbe dissolta poiché 100% biodegradabile, è un caso per quanto paradossale, di corto circuito della comunicazione. Ma se una parte della responsabilità è attribuibile alla comunicazione fuorviante fatta dai media e aziende anche le ordinanze plastic free dei comuni non hanno contribuito a fare chiarezza.

Le formulazioni utilizzate nelle ordinanze dai comuni (soprattutto quelle balneari ) si sono probabilmente prestate ad interpretazioni estensive di cui non si è tenuto conto. Soprattutto quando l’ordinanza veniva introdotta da una serie di premesse che evocando l’inquinamento da plastica vietavano alcuni articoli monouso in plastica e ne permettevano l’uso purché in materiale compostabile. Nella maggior parte delle ordinanze analizzate le opzioni riutilizzabili risultavano scarsamente citate e promosse né tanto meno erano oggetto di politiche di incentivazione. La gerarchia europea di gestione dei rifiuti che vede riduzione e riuso come strategie prioritarie rispetto al riciclo e compostaggio continua a rimanere relegata sullo sfondo. Nonostante il fatto che prevenzione e riuso siano i pilastri portanti dei modelli di economia circolare perché permettono ai materiali con cui i beni sono realizzati, di rimanere il più a lungo possibili in nuovi cicli economici, invece che finire “persi” dopo un solo utilizzo, come avviene con i prodotti usa e getta.

Silvia Ricci

(1) Progetto SCELTA : Sviluppare la Circular Economy facendo Leva sulle Tendenze di Acquisto

 

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