Plastica: sostituirla è facile e comodo per tutti ma non basterà…

Le ricerche di mercato condotte dall’azienda hanno rivelato che il 67% dei consumatori statunitensi afferma di voler frequentare un determinato luogo di ritrovo  più spesso qualora si utilizzassero bicchieri di alluminio, anziché di plastica. Secondo un sondaggio pubblicato dal produttore di cartone DS Smith la scorsa settimana il 62% degli intervistati in Europa pagherebbe di più per prodotti alimentari che contengono meno imballaggi di plastica. Gli imballaggi in plastica sono diventati la “bête noire” europea, ha concluso lo studio. Nel frattempo, il produttore di imballaggi compostabili Tipa ha pubblicato lo scorso anno una ricerca che dimostrava che il 70% degli acquirenti del Regno Unito avrebbero preferito comprare prodotti da marche che utilizzano imballaggi compostabili.

In realtà credo che i consumatori che hanno preso parte a questi sondaggi siano stati influenzati da varie forme di greenwashing , così come gli stadi , i ristoranti e le mense che stanno sostituendo  imballaggi monouso (principalmente in plastica tradizionale) con altri ( in cartone, alluminio, vetro o una miriade di altri nuovi appositamente creati ).
Come chiarito recentemente da una dichiarazione di Neil Parish, presidente della commissione per l’ambiente, l’alimentazione e gli affari rurali del Parlamento inglese: “Una sostituzione dei materiali non è essenzialmente la (giusta/unica ndr) risposta e dobbiamo quindi cercare altre modalità per ridurre gli imballaggi monouso”. Tuttavia, questo non è il percorso che la politica sta prendendo in considerazione . Basta guardare all’Environment Bill, che prevede una tassazione per articoli realizzati “interamente o parzialmente in plastica”. Ancora una volta il messaggio che ne deriva è che la plastica è “cattiva” mentre ciò che non è plastica è “buono”.  Una strategia vincente anche a livello elettorale, sempre qualora i sondaggi e le ricerche prima citate fossero attendibili.

Anche per le aziende questa narrazione  funziona come un assist geniale : piuttosto che ripensare completamente i modelli di erogazione dei loro prodotti sposando ( più costosi) sistemi di riutilizzo e ricarica – che potrebbero inizialmente “turbare” i consumatori- passano dalla plastica a un altro materiale monouso. Certamente questa scelta potrebbe apportare costi aggiuntivi, qualche tensione per i clienti e conseguenze ambientali non intenzionali, ma nel complesso si tratta pur sempre di business as usual (affari come al solito). La politica dell’UE sta procedendo allo stesso modo (almeno attualmente) e le imprese ne sono entusiaste.

Prendiamo il caso di McDonald che ha condotto un esperimento a Berlino realizzando un’installazione (quasi) plastic-free . Dal blog della multinazionale si legge che tazze e contenitori commestibili hanno sostituito tazze e bustine usa e getta per salse e condimenti . Inoltre che le cannucce di carta hanno sostituito quelle di plastica, posate di legno hanno sostituito le posate di plastica e i panini sono confezionati in imballaggi derivati da erba, invece che carta. I Chicken McNuggets invece vengono serviti in sacchetti di carta, piuttosto che in scatole di cartone. In altre parole, il lavoro fatto è stato passare da un imballaggio monouso ad un altro marchiardo come sostenibile l’intera operazione. Se non è questo greenwashing…

Ma c’è un nuovo soggetto che alimenta una propaganda basata sul leit motiv “ plastica cattiva – no plastica buono” che sono le Ong. Non tutte ma una fazione insistente sempre più di alto profilo, guidata da “A Plastic Planet”. “All’industria della plastica serve confondere le persone. Il riciclaggio è una cavolata ”, ha dichiarato Siân Sutherland, che ha co-fondato l’associazione,  in un’intervista al FT di questo mese.
Ma se i tassi di riciclaggio per la plastica sono certamente uno schifo, lo stesso dicasi per i tassi di compostaggio delle bioplastiche che la Sutherland sta spingendo. Il suo mantra è che la natura non è in grado di gestire la plastica tradizionale e che quindi dovremmo dare un’occhiata agli altri materiali che invece essa può gestire ( e quindi, dico io, possiamo continuare a buttarli  in discarica o in mare, indipendentemente dai costi che queste risorse richiedono?) Hanno persino creato un elenco – o meglio una “biblioteca delle risorse” – che include di tutto, dal cartone al vetro, cellulosa e, ( fatto piuttosto sconcertante) l’alluminio.
La domanda che ci viene posta ogni giorno da marche, rivenditori e progettisti di imballaggi è: cos’altro posso usare? Va riconosciuto che c’è davvero una mancanza di informazioni là fuori”, ha affermato la Sutherland di recente. In altre parole, non si tratta di ridurre gli imballaggi monouso, ma semplicemente di creare diversi tipi di imballaggi monouso – che artisti del calibro di Ball, DS Smith e Tipa stanno inventando.
Davvero giorni felici per queste aziende che non devono nemmeno fare pubblicità perché alcune Ong ambientaliste stanno lavorando  per loro.
Se l’ignoranza è una benedizione ecco la realtà: stiamo andando (velocemente) verso un mercato dove l’entropia regna sovrana. Non sto dicendo che alcuni di questi materiali e innovazioni nel packaging monouso siano inutili; ma che sono piuttosto “i frutti più bassi e semplici da raccogliere“, semplici interruttori per un cambio di materiale, scelte che avremo tutto il tempo di rimpiangere (specialmente quando fatte sotto pressione). Come ha concluso la recente ricerca per Footprint Intelligence: troppo tempo, energia e denaro vengono spesi alla ricerca di alternative alla plastica monouso. Quindi quali marchi “hanno le palle” per andare oltre al monouso, qualunque sia il materiale impiegato?

* David Burrows giornalista specializzato in packaging alimentare ha recentemente partecipato alla stesura di report come Beyond Plastics: Grocery Packaging in a Sustainable Future e The future of foodservice packaging .

 

 

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