Lotta alle microplastiche nelle acque: non c’è tempo da perdere

Anche se alcune sono impossibili da individuare ad occhio nudo le microplastiche che infestano le acque del pianeta rappresentano una minaccia da affrontare con urgenza

L’Inghilterra verso un bando delle microsfere e l’Italia rimanda al 2020

Studi recenti hanno evidenziato che se non viene ripensato il modo in cui gestiamo la plastica – che ha prodotto nei decenni un inquinamento fuori controllo e perdite economiche incalcolabili a diversi livelli-, avremo al 2030 più plastica che pesci nei mari. Eppure la plastica è un materiale che presenta innumerevoli vantaggi e che potrebbe portare occupazione e benessere qualora gestito in un sistema economico circolare. Perchè allora continuiamo a sprecarla ? Uno dei motivi è quello che la plastica costa generalmente poco e quindi viene semplice buttarla o sprecarla. In realtà il prezzo della plastica è sempre stato basso perché non racchiude i costi generati dalle esternalità negative che il materiale causa lungo tutto il suo ciclo di vita. Non sono infatti  i produttori/utilizzatori di plastica, ma l’ambiente, le comunità e la società intera a pagare il conto degli impatti economici e sanitari causati dal consumo e dall’attuale gestione lineare della plastica. Un secondo motivo è imputabile all’azione del mondo della chimica e dei produttori di plastica che hanno da sempre impostato e imposto una gestione lineare della plastica poichè funzionale al loro interesse di produrre sempre più plastica a prezzi bassi per spingere le vendite. Va anche detto che da sempre le associazioni di categoria ed aziende leader dei due settori non hanno mai accettato politiche e legislazioni volte a limitare l’utilizzo di imballaggi e contenitori “usa e getta” da parti di Governi locali o nazionali, ricorrendo anche alle aule dei tribunali per fare prevalere i propri interessi. Allo stesso tempo l’industria della plastica non ha mai collaborato realmente con gli operatori del riciclo poichè considerati possibili concorrenti nella loro veste di produttori di granulo plastico riciclato. Una gestione circolare della plastica chiude i conti con queste dinamiche e richiede la collaborazione di tutti i soggetti portatori di interesse all’interno di filiere di materiali closed loop, dove il cerchio del valore viene chiuso a livello locale.

QUALCHE NUMERO SULLA PLASTICA
La produzione di plastica globale è aumentata negli anni di circa l’ 8% ogni anno crescendo nell’arco di 50 anni di 20 volte. Passando cioè dalle 15 milioni di tonnellate del 1964 alle 311 milioni di tonnellate del 2014. Si prevede un raddoppio del consumo attuale nei prossimi 20 anni  e una sua moltiplicazione per 4 al 2050. Se guardiamo al solo comparto del packaging delle 78 milioni di tonnellate di packaging immesso al consumo il 72% non viene recuperato. Mentre il 40% va in discarica il 32% sfugge ai sistemi di raccolta “legali”. Questi sono solamente alcuni dei dati  raccolti nel report  The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics prodotto dal World Economic Forum (WEF) e dalla Ellen MacArthur Foundation (EMF) che dovrebbero spingere le aziende a partecipare al complesso e articolato piano di intervento globale che prevenga i peggiori scenari previsti in caso di inazione e di perseguimento del “business as usual”.

INDUSTRIA LATITANTE
Nonostante l’inquinamento da plastica e microplastiche minacci seriamente mari ed oceani, come ha ribadito di recente lo stesso Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, i decisori aziendali mostrano di non conoscere o sottovalutare, in quale misura le proprie aziende concorrano a determinare l’impatto globale della plastica sull’ambiente.
A questa conclusione è arrivato uno studio condotto dalla EUR Erasmus University Rotterdam sotto la guida di un panel di  esperti in CSR che ha sondato il livello di conoscenza da parte dei responsabili di CSR aziendali circa l’utilizzo di plastica nelle loro aziende, e dei rischi per l’ambiente che derivano da una gestione inefficace del materiale.
Lo studio ha rivelato che solamente il 15% dei manager, è in possesso delle informazioni necessarie per poter essere in grado, sia di prevenire possibili dispersioni di plastica nell’ambiente,  che di mettere in campo politiche di gestione sostenibile della plastica utilizzata dalle aziende nei processi produttivi, di commercializzazione e post vendita dei propri prodotti e imballaggi. Sul seguito dei risultati dell’inchiesta è nata in Olanda un’iniziativa volta a sviluppare un sistema che permette alle imprese di misurare la propria “impronta plastica”. Lo strumento promosso da Plastic Soup Foundation (PSF), Impact Centre dell’EUR e PwC fornirà la conoscenza necessaria per interventi di prevenzione e riduzione dell’impatto ambientale e per disegnare un ciclo di vita più circolare della plastica. Un progetto simile negli intenti, denominato  Plastic Disclosure Project , è stato lanciato qualche anno fa negli USA.

MICROPLASTICHE TOSSICHE
nurdles-7-240x300Numerosi studi hanno purtroppo confermato che gli oceani e tutte le acque del pianeta sono sempre più simili ad una zuppa di plastica formata da piccoli frammenti polimerici che sono per lo più il risultato della degradazione dei rifiuti plastici finiti in acqua che avviene con il passare del tempo.
Accanto a questa tipologia di microframmenti ci sono altre fonti di inquinamento da microplastiche nelle acque che sono invece imputabili all’industria della plastica, della cosmetica e del tessile. In ordine di menzione abbiamo il pre-prodotto dell’industria plastica: minuscoli granuli polimerici ( nurdles o plastic pellets in inglese) dispersi nell’ambiente durante il trasporto verso le industrie trasformatrici, le microsfere di polietilene contenute in cosmetici e detergenti per il loro effetto esfoliante, e i minuscoli frammenti tessili che si staccano dai tessuti sintetici durante i lavaggi. A causa delle dimensioni infinitesimali essi sfuggono sia ai filtri delle lavatrici che degli impianti di depurazione delle acque.
Diversi studi hanno confermato come le tipologie di plastica dispersa in acqua e in particolare le microplastiche assorbono come spugne le sostanze chimiche inquinanti disperse nelle acque che si accumulano nella plastica in concentrazioni maggiori rispetto a quelle presenti nelle acque. Sostanze chimiche pericolose come i policlorobifenili (PCB) o gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA o PHA in inglese) sono state trovate nei campioni analizzati in concentrazioni sino ad 1 milione di volte superiore a quella contenuta nelle acque dove sono stati prelevati. Oltre a diventare dei vettori dell”inquinamento marino questi frammenti tossici vengono ingeriti dagli organismi marini e, prima o poi, arrivano nei nostri piatti attraverso i prodotti ittici che consumiamo.
ll rischio per l’uomo è amplificato dalla capacità di questi contaminanti di bioaccumularsi negli organismi, di concentrarsi cioè in quantità sempre maggiori nei tessuti degli organismi marini che ingeriscono microplastiche: dallo zooplancton ai molluschi, crostacei e pesci sempre più grandi. E, come se non bastasse, la plastica potrebbe minacciare ancora più seriamente il livello di produzione ittica qualora le larve di pesce di più specie preferissero nutrirsi di plastica, invece che di zooplancton,come uno studio recente ha rivelato .

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Il deposito su cauzione guadagna terreno in Australia

Lo stato più popoloso dell’Australia, il New South Wales (NSW) – che ospita la più grande città australiana, Sydney – lancerà un programma di deposito su cauzione (CDS- Container Deposit Scheme) per i contenitori di bevande a partire dal luglio 2017.

L’annuncio è stato dato lo scorso maggio dal premier Mike Baird che ha precisato che i costi di gestione complessivi del CDS saranno finanziati dai produttori di bevande.
Saranno soggetti al deposito su cauzione di 10 centesimi di A$ i contenitori di bevande da 1,5 a 3 litri. La cauzione verrà restituita quando il contenitore verrà consegnato in uno dei diversi punti di raccolta che verranno installati tra centri di deposito, postazioni ambulanti e postazioni automatizzate (reverse vending machines).

Se consideriamo che il cauzionamento è già entrato in vigore in due stati: nel South Australia (dal 1977) e nel Northern Territory (dal 2012), quando si aggiungerà nel 2017 lo stato del Nuovo Galles del Sud, dove vive il 32% della popolazione australiana, saranno quattro australiani su dieci a vivere in uno stato coperto dal sistema.
Ma probabilmente la percentuale è destinata a crescere poiché anche lo stato del Queensland, dove risiede il 21% della popolazione australiana è propenso all’introduzione del cauzionamento. Il Liberal National Party ha infatti dichiarato che in caso di una sua rielezione introdurrà il sistema.

Fornire alle persone un incentivo economico per fare la cosa giusta contribuirà a ridurre notevolmente i circa 160 milioni di contenitori di bevande abbandonati ogni anno“, ha detto il Premier Baird.
Jeff Angelo portavoce della Boomerang Alliance – che rappresenta 34 gruppi ambientalisti – ha così commentato l’annuncio del Premier ” Finalmente dopo 13 lunghi anni di campagne con il sostegno quasi unanime delle comunità -e i diversi governi che si sono succeduti- è stata riconosciuta la validità del deposito su cauzione. Il sistema che verrà introdotto nel 2017 potrà finalmente dimostrare di apportare benefici all’ambiente e all’occupazione, dopo aver retto alle campagne di disinformazione, all’opposizione dell’industria del beverage e aver superato positivamente rigorose analisi di fattibilità economica e ambientale. Stimiamo che il CDS- se ben progettato- possa aumentare il fatturato annuo del settore del riciclaggio di circa 150 milioni di dollari attirando circa 160 milioni in investimenti del settore privato per costruire 600 nuovi punti di raccolta e riciclo in tutto lo stato. Ci aspettiamo che gli altri stati prendano seriamente in considerazione l’adozione di un CDS per poter ridurre del 45% la quantità dei rifiuti che le comunità devono gestire, sobbarcandosene i costi, e dimezzare la marea di plastica tossica che l’inchiesta recente del Senato ha descritto come una crisi sanitaria incombente.

Il Senato chiede agli stati di introdurre un CDS entro il 2020
Il Senato australiano ha pubblicato a fine aprile 2016 un rapporto dall’eloquente titolo “Toxic Tide” (Marea Tossica) che ha analizzato l’impatto della plastica sull’ambiente marino australiano. La raccomandazione che scaturisce dal corposo rapporto ai senatori è quella di adottare un CDS entro il 2020 in tutta l’Australia.
Dopo aver ricevuto centinaia di proposte e testimonianze da governi locali, comunità e sentito il parere di eminenti scienziati, il Senato ha infatti concluso che “il livello di inquinamento da plastica in Autralia e nelle sue acque è un problema in costante aumento che non può più essere ignorato” .
Dal rapporto e dagli interventi dei senatori sono emersi alcuni elementi che dimostrano le potenzialità dello strumento del CDS che si stima in grado di ridurre di circa 35.000 tonnellate ogni anno le quantità di imballaggi che finiscono nei corsi d’acqua e nei mari australiani. Se si prendono in esame i dati sulla quantità e tipologia dei rifiuti raccolti nel 2012 di Clean Up Australia si evince che negli stati dove non è in vigore un CDS   1 rifiuto raccolto su 3 è mediamente rappresentato da un contenitore per bevande mentre nello stato dell’Australia del Sud, dove vide il cauzionamento, la percentuale è di 1 su 12 rifiuti raccolti. Comparando inoltre le performance di raccolta e avvio a riciclo dello stesso stato del South Australia si può notare   che, anche qui, i dati si commentano da soli. L’avvio a riciclo dei contenitori di bevande è all’86% contro il 35% del NSW, il 30% della Tasmania e il misero 10% per quando concerne la percentuale di intercettazione degli imballaggi nei luoghi di vacanza e in occasione di grandi eventi.
I senatori che hanno presentato il rapporto si dichiarano convinti che i sistemi di cauzionamento rappresentino una modalità semplice e conveniente per cambiare il comportamento dei consumatori e incoraggiare una partecipazione diffusa al riciclaggio. Seppur riconoscendo la necessità di prendere in esame i costi di un programma di CDS i senatori hanno respinto gli argomenti allarmistici avanzati dall’industria del beverage nella convinzione che i sistemi di cauzionamento possono coesistere con i sistemi di raccolta differenziata, e hanno pertanto invitato gli stati ad attivarsi in tal senso.
Il Senato non ha inoltre accolto favorevolmente alcune iniziative proposte dall’industria in alternativa ad un deposito su cauzione nello stato del Galles del Sud come il controverso programma Thirst for Good  per l’inefficacia che esperienze simili attuate all’estero hanno dimostrato. Maggiori dettagli si possono avere dalla lettura del documento della Boomerang Alliance che attraverso un breve schema entra nel dettaglio del programma contrapponendogli un’analisi dei costi/benefici di un CDS.(1)

Secondo Greeen Peace Australia in realtà  Thirst for Good è un’iniziativa che ha prevalentemente dietro la Coca Cola anche se è stata presentata come una proposta sviluppata e sostenuta dall’Australian Food and Grocery Council per conto dell’industria del beverage.
Non è d’altronde un segreto che la Coca Cola abbia come missione cercare di impedire in tutto il mondo la partenza di programmi di CDS, utilizzando anche l’arma legale come avvenuto con la causa intentata allo stato del Northern Territory.
Non per nulla Green Peace AU ha preso di mira la sola multinazionale con un video (Litter is not a Joke) ricordando che nel rapporto annuale del 2012 della multinazionale si trova un passaggio che chiarisce la posizione della Coca Cola verso politiche governative sugli imballaggi che erodono i suoi margini di guadagno: “beverage container deposits, recycling, eco tax and/or product stewardship” (adottati nei maggiori mercati dove Coca Cola opera) “they could affect our costs or require changes in our distribution model, which could reduce our net operating revenues or profitability“.

Coca-Cola-Defeated

Va da sé quindi che la strategia adottata dalla multinazionale a livello globale sia quella di tentare di stroncare provvedimenti come CDS, eco-tasse o programmi di ERP intrapresi da governi. Così è avvenuto in Olanda negli ultimi anni come vi abbiamo raccontato in tre post quando la Coca Cola si attivò per tentare di cancellare il cauzionamento sulle bottiglie grandi e impedirne un’estensione ad altri formati, al punto che sui media olandesi si parlò di un ministero della Coca Cola. La multinazionale ha commissionato qualche anno fa, insieme ad altri soggetti industriali, uno studio per quantificare i costi sull’estensione di un CDS in Olanda alla Wageningen Universiteit (WU). Lo studio, che doveva servire al Governo per decidere in merito al sistema nel 2014, si è rivelato uno studio contenente dati appositamente creati e gonfiati per dimostrare l’insostenibilità economica del sistema. La questione, come esempio dell’influenza delle lobby industriali sulle decisioni del governo che concernono gli imballaggi,  è ancora all’ordine del giorno, con il partito del lavoro Partij van de Arbeid, PvdA che ne ha fatto oggetto di un’interrogazione parlamentare ad inizio anno.
Sia la campagna prima citata Thirst for Good che altre iniziative proposte dalle aziende quando un governo paventa l’intenzione di introdurre un cauzionamento prevedono lo stanziamento di somme da parte dell’industria per sovvenzionare campagne di sensibilizzazione, operazioni di pulizia, approvvigionamento di contenitori per raccogliere rifiuti o di altri strumenti come telecamere per contrastare l’abbandono di rifiuti. E’ avvenuto in Olanda, nelle Fiandre e in diversi altri paesi ogni qualvolta che le responsabilità dell’industria venivano pubblicamente additate e si palesavano all’orizzonte possibili azioni governative di regolazione o contrasto al littering causato dagli imballaggi.
Peccato che per quanto concerne gli imballaggi tutte queste iniziative non abbiano mai, neppur lontanamente ottenuto i risultati che solamente il deposito su cauzione ha dimostrato di poter ottenere -e sul lungo periodo- come dimostrano tutte le esperienze in corso a livello internazionale. Il deposito su cauzione finalizzato al riuso dei contenitori (che è l’opzione preferibile realizzata entro confini geografici limitati),  o al riciclo,  è l’unico strumento efficace per realizzare un’economia circolare degli imballaggi che oltretutto si ripaga da sè.

VANTAGGI ECONOMICI PER I COMUNI

Gli ultimi studi prodotti per valutare costi e benefici del sistema hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni. Una panoramica aggiornata di questi studi si può avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma Reloop per la promozione degli imballaggi riutilizzabili e del vuoto a rendere di cui la nostra associazione è parte. Reloop e CM Consulting hanno inoltre prodotto una serie di schede informative per aiutare la comprensione circa alcuni dei vari aspetti del sistema di cauzionamento. Per scaricare le schede clicca qui.

(1)CDS models_Thirst for good

Gli appalti pubblici motore dell’Economia Circolare

L’Olanda e Inghilterra sono i due paesi dove è partito nel 2013 REBus  “Developing Resource Efficient Business Models”, un progetto finanziato dal programma Life + dell’Unione Europea allo scopo di aiutare imprese di tutte le dimensioni a sviluppare nuovi modelli imprenditoriali più sostenibili ed efficienti nell’uso delle risorse.
Il progetto si propone di creare un’evidenza sui modelli di economia circolare esistenti e di fornire supporto tecnico ed economico alle imprese che si mettono in gioco per attuare progetti pilota che dimostrino la fattibilità e la sostenibilità economica e ambientale di tali modelli.

Perchè serve un cambio di modello economico
I modelli attuali di business caratterizzati da una produzione lineare dove i prodotti realizzati con materie prime vergini devono durare poco per supportare nuove vendite, non sono più compatibili con lo stato di degrado dei sistemi naturali e l’avanzare del riscaldamento climatico. Diventa pertanto necessario adottare modelli imprenditoriali basati sull’uso efficiente delle risorse in cui il valore economico e ambientale dei beni immessi nel mercato non si perda dopo un singolo e breve utilizzo ma rimanga il più a lungo possibile in nuovi cicli economici.  In parole povere per mantenere a lungo il valore economico di un prodotto, non c’è altra strada che progettarlo in modo che abbia una vita circolare che possa essere cioè riutilizzato, riparato, aggiornato e infine riciclato.
I modelli di business più efficaci e che maggiormente definiscono e caratterizzano l’economia circolare sono quelli basati sull’utilizzo dei servizi che un prodotto può offrire invece che sulla proprietà dei beni. Le esperienze in corso hanno dimostrato che quando i beni rimangono a capo del produttore ne guadagna la durabilità e la qualità dei prodotti, determinante nella fornitura di servizi.

COSA E’ STATO FATTO

Il programma che si concluderà a fine 2016 hanno partecipato 5 soggetti di cui i primi due con un ruolo di capofila: WRAP -Waste and Resources Action Programme (UK), Rijkswaterstaat (NL), Aldersgate Limited (UK), KTN Ltd (UK), Università di Northampton (UK).
Il progetto è mirato ad alcuni settori merceologici europei che rappresentano un valore di mercato pari a 350 miliardi di euro partendo dalla considerazione che si potrebbe riguadagnare da questo mercato un potenziale fatturato europeo pari a 60 miliardi. Come ? Semplicemente riportando alcune produzioni attualmente all’estero nei paesi europei considerando che l’economia circolare trova piena applicazione e fornisce soluzioni soprattutto a livello locale.

Si tratta di settori come il comporto edilizio, tessile (tappeti e moquette inclusi), dell’arredamento, dell’illuminazione, dei prodotti elettrici ed elettronici. Come da programma sono stati oltre 30 i progetti pilota che hanno progettato nei dettagli o attuato modelli di imprenditoria circolare con due principali obiettivi in mente : il conseguimento di un risparmio di risorse pari ad almeno il 15% (rispetto ai modelli d’impresa tradizionali) e la possibilità di essere replicati in una scala più ampia rispetto alla sperimentazione pilota.
Il programma presentato dall’Olanda differisce da quello inglese che vede invece WRAP lavorare direttamente con le aziende nell’elaborazione di programmi che garantiscano la restituzione dei prodotti dismessi per un ricondizionamento o per il riciclaggio. Uno dei progetti supportati da REBus ha contribuito all’attivazione nel 2015 di un servizio di raccolta incentivante per cellulari ed altri gadget elettronici dismessi presso i 740 punti vendita della catena inglese Argos.

Nei Paesi Bassi i progetti coordinati da  Rijkswaterstaat, il braccio esecutivo del Ministero alle Infrastrutture e all’Ambiente, hanno interessato il settore delle forniture pubbliche per mettere a regime processi di acquisto di prodotti e servizi concepiti secondo i principi dell’economia circolare.

Il tema dell’approvvigionamento circolare non è nuovo in Olanda dove dal 2013 è in corso l’iniziativa  De Green Deal Circulair Inkopen (GDCI) condotta in collaborazione con enti di consulenza come Circle Economy, MVO Nederland e Kirkman Company. A questa iniziativa governativa,  -che afferisce al Green Deal del 2011- prendono parte attualmente circa 40 soggetti pubblici e privati.
Le sperimentazioni hanno interessato 4 flussi di acquisti pubblici: informatico, arredamento, tessile, ristorazione. Tutti i progetti e il relativo stato di avanzamento dei lavori è stato reso disponibile su internet all’insegna della massima condivisione e trasparenza. Come si legge dalla pagina del sito attraverso la realizzazione di progetti pilota sarà possibile acquisire informazioni e conoscenza su come progettare sistemi di approvvigionamento circolare. Le conoscenze acquisite dai partecipanti costituiranno un bagaglio di esperienze che potrà/dovrà raggiungere nuovi destinatari in modo che il know how si espanda a macchia d’olio anche a progetto europeo concluso. Segue in seconda pagina.

La sfida Zero Waste di New York è partita guardando al 2030

A poche settimane dalla fine della Sfida Rifiuti Zero : NYC Mayor’s Zero Waste Challenge (ZWC) voluta dal sindaco Bill de Blasio le 31 aziende partecipanti hanno ridotto del 60% la produzione di rifiuti destinati alla discarica o all’incenerimento

La sfida che si concluderà il 15 giugno è parte integrante dell’ambizioso programma di New York City di azzerare i rifiuti destinati alla discarica e incenerimento entro il 2030 e di ridurli del 50% entro il 15 giugno 2016. Il programma affronta sia il flusso del rifiuto residenziale che commerciale. L’iniziativa ZWC lanciata a Febbraio riveste anche un importante ruolo sociale poiché le imprese partecipanti hanno l’obbligo di donare gli alimenti invendibili, ma ancora edibili, ad associazioni che assistono le persone in difficoltà. Si stima che 107 tonnellate di alimenti verranno complessivamente donate.

Jilly Stephens direttore esecutivo di City Harvest, una delle ONG -attiva dagli anni ottanta nella distribuzione di alimenti ai bisognosi- che collabora con l’iniziativa ha espresso totale sostegno e apprezzamento per il progetto dichiarando “ Sono 1,4 milioni i newyorkesi che faticano a mettere insieme pasti regolari in tavola e che vanno sostenuti. Inoltre, il recupero di cibo in eccesso è un modo efficace per ridurre i rifiuti alimentari che sono causa di emissioni evitabili di gas a effetto serra, aiutando al contempo le persone in difficoltà”.

I partecipanti hanno ricevuto dalla città di NY istruzioni, informazione mirata, materiali personalizzati, moduli per registrare le performance e avuto la possibilità di frequentare workshop mensili sul tema tenuti da esperti appositamente organizzati.

Le 31 aziende che partecipano all’iniziativa appartengono ad una varietà di settori tra cui: impianti sportivi e stadi, grossisti alimentari, negozi e supermercati, scuole, alberghi, ristoranti, centri o edifici commerciali in collaborazione con le aziende residenti, sedi di uffici governativi come l’EPA e lo studio di produzioni televisive ABC Inc. (Disney).
Le sedi fisiche coinvolte sono in totale 39 e distribuite in tutti e cinque i distretti di New York.

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I risultati ottenuti dai partecipanti verranno misurati a fine iniziativa tra una quindicina di giorni  e tutti riceveranno un riconoscimento in base all’impegno prestato. Verranno presi in esame, e valutati per categoria di azienda,  alcuni fattori come:  gli obiettivi di riduzione del conferimento a discarica o incenerimento raggiunti divisi in tre fasce (50-75-90%); la quantità di cibo donato attraverso enti e organizzazioni locali di beneficenza;  le specificità delle singole prestazioni in relazione al successo ottenuto e/o l’innovazione messa in campo.

Mentre è stato richiesto a ciascun partecipante di poter ottenere almeno un dimezzamento dei rifiuti precedentemente non recuperati, non sono previste penalità in caso di obiettivo mancato. Lo scopo dell’amministrazione è infatti quello di instaurare un rapporto di collaborazione costruttivo con le imprese commerciali, e  a partire da questo primo gruppo,  per disegnare con loro un percorso il più realistico possibile, applicabile a tutte le aziende.
Il risultato ottenuto dall’impegno complessivo pari ad un 60% di rifiuti evitati in media reso noto ad inizio maggio è stato quantificato in quasi 13.000 tonnellate di rifiuti (di cui 4.000 tonnellate di organico compostato) sottratti a discariche e incenerimento.
Per raggiungere questa performance i partecipanti hanno modificato procedure e canali di acquisto, messo in campo azioni di riduzione degli imballaggi con l’impiego di contenitori riutilizzabili, ridotto la stampa su carta con l’utilizzo di archivi digitali e altro ancora.

Tutte le imprese commerciali di New York come stabilito dal più recente regolamento sulla gestione dei rifiuti e l’avvio a riciclo dello scorso febbraio hanno l’obbligo di recuperare tutto il riciclabile. Beni in metallo, vetro, plastica, cartoni per bevande e non solamente imballaggi, dovranno essere raccolti e le imprese dovranno verificare con i propri gestori l’effettività del riciclo per i materiali consegnati.

Dal prossimo luglio entra inoltre in vigore per alcuni settori del commercio l’obbligo di raccogliere separatamente e gestire il proprio organico che può essere donato per un successivo recupero tramite compostaggio o produzione di biogas.

Come dichiarato da Nilda Mesa, direttore dell’Ufficio per la Sostenibilità cittadino, l’iniziativa pilota, che ha permesso di raggiungere risultati notevoli e inaspettati in pochi mesi, ha soprattutto dato modo di fornire utili indicazioni su come e dove lavorare per raggiungere l’obiettivo complessivo zero waste della città.

Molto efficace lo schema della competizione adottato a New York per spingere i contendenti a dare il massimo potendo confrontare le prestazioni ottenute con quelle dei partecipanti appartenenti al loro stesso settore. Una competizione a sfondo ambientale da noi importata dal Colorado nel 2013 è stata “The reusable bag challenge”. Sfida all’ultima sporta ha coinvolto 13 Comuni che hanno gareggiato a ridurre lo shopper “usa e getta”per sei mesi  e quasi 10.000 ragazzi nella versione per le scuole.

Molto interessante, sempre guardando agli USA e a quali soluzioni e strumenti mettere in campo per affrontare lo spreco alimentare, e il progetto ReFED.
ReFED è un progetto collaborativo che riunisce oltre trenta imprese, enti nonprofit, fondazioni e leaders politici impegnati a ridurre lo spreco alimentare negli USA.

-Leggi anche sul tema La sovrapproduzione alimentare è il problema, più che i rifiuti alimentari.

Più risorse per la raccolta differenziata imballaggi = bollette rifiuti meno salate

Perchè il Sindaco di Torino e Presidente dell’Anci Pietro Fassino, quando si parla di bollette rifiuti in aumento, evita di mettere in relazione le risibili risorse che l’accordo quadro Anci – Conai mette a disposizione dei Comuni per la raccolta degli imballaggi, nonostante quanto emerso dall’ultima indagine dell’Antitrust sul tema ?

Qualche giorno fa Pietro Fassino ha scritto una lettera al Direttore Calabresi di La Repubblica in risposta ad un Dossier pubblicato dal quotidiano che ha analizzato l’aumento delle imposte nelle sei grandi città che andranno al voto a giugno : Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Cagliari.
Dal Dossier emerge che nelle sei città  le tasse locali , da quelle sulla casa, ai rifiuti, all’addizionale Irpef, sono rincarate fino a +300% negli ultimi cinque anni.
Nello specifico le spese di gestione dei rifiuti sono aumentate negli ultimi cinque anni come segue: quasi del 100% a Cagliari, del 60% a Napoli, del 57,6 % a Milano, del 26,6 % a Torino e del 15,7 a Bologna.
Nella lettera Fassino afferma che i sindaci continuano ad essere rappresentati come “ossessionati dalla volontà di aumentare le tasse a tutti i costi mentre andrebbe invece apprezzato il fatto che gli incrementi fiscali sono stati contenuti in misura inferiore ai tagli subiti”. Dal 2010 ad oggi- denuncia Fassino- i Comuni hanno subito una riduzione di risorse pari circa 18 miliardi di euro che non è stata compensata dagli incrementi (molto più bassi) della fiscalità locale che sono stati necessari per garantire i servizi .
E’ risaputo che il tema dei rifiuti e dei costi correlati è sentito dai cittadini al punto che aumentare la bolletta dei rifiuti, qualora si tratti di reperire fondi per risanare un bilancio in crisi, non è l’atto che un amministratore compie con leggerezza. Non per nulla l’argomento spesso occupa un posto di rilievo se non prioritario nei programmi elettorali dei candidati sindaco, anche nelle città analizzate nel dossier.
Ma proprio perché il tema dei rifiuti e del decoro cittadino è un tema così sensibile e prioritario per tutti i Comuni non ci è ben chiaro perchè Fassino, nel suo ruolo di Presidente dell’Anci, non approfittò della nostra iniziativa del 2013 per aprire un dibattito aperto sui limiti dell’Accordo Quadro Anci Conai. “Per un nuovo AQ Anci Conai” è stata l’unica iniziativa nazionale ad oggi che, attraverso la pubblicazione di uno specifico Dossier, ha messo in luce i punti di debolezza di uno schema di accordo che si è rivelato negli anni penalizzante per i Comuni, e che necessita pertanto di modifiche strutturali. Purtroppo, anche la quarta edizione dell’accordo successivamente siglata, ricalca nella sostanza le edizioni precedenti. Pertanto i Comuni continuano a non ricevere dal sistema consortile Conai le risorse economiche necessarie per far fronte alle spese di gestione della raccolta differenziata degli imballaggi RD.
Un’importante conferma circa la fondatezza delle tesi e sulla veridicità dei contenuti presenti nel nostro Dossier si è avuta recentemente in occasione dell’esaustiva indagine conoscitiva sui rifiuti urbani IC49 voluta dall’Antitrust (Autorità Garante della Concorrenza e del mercato – AGCM-).
Dall’indagine dell’AGCOM, iniziata nell’agosto del 2014 e presentata lo scorso 10 febbraio, emerge uno scenario che, da quanto si ha modo di leggere nel capitolo dedicato ai Consorzi Conai non coincide esattamente con l’immagine estremamente positiva del settore che ci viene raccontata da anni.
In questo editoriale, che prende spunto dalla risposta del Sindaco Fassino al Dossier di Repubblica, riprendiamo principalmente uno dei risultati emersi dall’indagine dell’Antirust: e cioè in quale misura gravano i costi generati dal ciclo di vita degli imballaggi su comunità e cittadini.

SU CHI GRAVA IL COSTO DELLA GESTIONE DEGLI IMBALLAGGI ?
L’indagine risponde a questo quesito a pag. 169 dell’IC49 dove si può leggere “I sistemi di compliance all’Epr adottati a livello nazionale, tra cui anche il Sistema Conai, da un lato, hanno svolto un ruolo fondamentale e positivo nel raggiungimento degli obiettivi ambientali stabiliti dalla legislazione europea, specie per ciò che riguarda il tasso di riciclo. Dall’altro lato, tuttavia, essi non sempre riescono a garantire il raggiungimento degli altri obiettivi, in quanto, come si vedrà in particolar modo per l’Italia, l’onere ambientale derivante dal consumo degli imballaggi è tuttora sostenuto principalmente con risorse pubbliche (la tassa sui rifiuti pagata dai cittadini), mentre i produttori continuano a sopportarne solo una minima parte, peraltro identica per tutti, così che su di essi non grava il costo effettivo della specifica esternalità negativa generata dai loro prodotti. I produttori di imballaggi, in tal modo, si sottraggono alla concorrenza basata sulla produzione di beni eco-compatibili“..
I corrispettivi specificamente definiti dall’Accordo Anci-Conai coprono al più il 20% del costo dell’attività di raccolta differenziata spiega l’Antitrust. Questo significa che, sebbene la raccolta differenziata sia aumentata negli anni, e con essa quindi l’impegno di cittadini ed amministratori locali (ma anche i costi complessivi di gestione), in realtà a pagare l’80% del costo delle operazioni di gestione sono proprio i cittadini con la tariffa rifiuti.

IL RUOLO DI ANCI
L’indagine presentata a metà febbraio è stata ripresa da una manciata di media specializzati e si può dire che sia passata sotto totale silenzio. In un paese “normale”  l’argomento avrebbe destato scalpore e i soggetti più direttamente o maggiormente interessati sarebbero intervenuti. A partire dal Conai, da Anci e a seguire dai rappresentanti del mondo imprenditoriale, politico, delle associazioni ambientaliste e dei consumatori. Anche il mondo dei media si sarebbe di conseguenza interessato e qualche giornalista ne avrebbe scritto, come d’altronde avviene ogni qual volta che l’Antitrust interviene su questioni che toccano gli interessi di altre associazioni di categoria o corporazioni di varia natura. Tuttavia forse perchè la materia è complicata, forse perchè nei cittadini e nei loro rappresentanti politici manca la consapevolezza e l’informazione necessaria, fatto stà che si continua a nascondere i problemi e le responsabilità sotto il tappeto, mentre  i costi dell’inefficenza del sistema vengono scaricati sui cittadini nel disinteresse generale. Nonostante l’immobilità di questo scenario ma soprattutto perchè siamo un’associazione di Comuni che si impegnano per gestire in modo sostenibile i propri territori, riteniamo che sia nostro dovere continuare a esprimere pubblicamente dal 2013 alcuni interrogativi che esigono una risposta, visto la posta in ballo. Continua sulla seconda pagina.

La sovrapproduzione alimentare è il problema, più che i rifiuti alimentari

I rifiuti alimentari e lo spreco di imballaggi sono un sintomo del problema che è la sovrapproduzione di cibo. Un’analisi di alcuni dati di fatto che arrivano da più fonti confermerebbe questa ipotesi e renderebbe necessario un diverso approccio del problema basato su un sistema produttivo agro-alimentare sostenibile che non produca più sprechi.

L’attenzione verso lo spreco di cibo definito definito recentemente da Vytenis Andriukaitis, commissario europeo alla Salute e alla sicurezza alimentare, una tragedia economica ed ambientale è aumentata. Grazie ad alcune iniziative europee di grande eco mediatico lo spreco alimentare viene visto per quello che è: una problematica globale che gioca un ruolo chiave nella riduzione delle emissioni di gas serra.
E’ infatti l’attività agricola che ha l’impatto maggiore a livello di emissioni: con circa 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, si posiziona al primo posto per emissioni di gas serra(pari al 20% delle emissioni del 2010)  prima dei comparti dell’energia e dei trasporti . Secondo lo studio “Food Surplus and Its Climate Burdens” del Potsdam Institute for Climate Research (PIK) che per la prima volta fornisce le proiezioni complete dello spreco di cibo dei Paesi di tutto il mondo, calcola che solamente le emissioni correlate potrebbero arrivare al 2050 a 2,5 miliardi di tonnellate di Co2 equivalenti. (Un articolo di Regioni e Ambiente sullo studio si può leggere qui. )
Una follia se consideriamo che in Europa stiamo distruggendo la biodiversità con uno sfruttamento estremamente intensivo del territorio; tra insediamenti abitativi, infrastrutture e produzione industriale e agricola la percentuale di suolo sfruttato arriva all’80%.
EATING PLANET
Nel 2050 la crescita demografica arriverà a oltrepassare i 9 miliardi di persone con una richiesta di cibo che crescerà del 56%. In questo scenario di possibile aumento della produzione alimentare – e di conseguente impatto ambientale – potrebbe sembrare difficile mantenere il riscaldamento globale entro i 2˚C, obiettivo prefissato lo scorso dicembre durante la Conferenza di Parigi (COP21). Se si pensa che per sfamare il crescente numero di persone nel mondo occorre produrre di più, non è questa la soluzione. In realtà, attualmente sprechiamo un terzo della produzione globale di alimenti, che equivale a quattro volte la quantità necessaria a dare da mangiare a 795 milioni di persone denutrite nel mondo, oltre ad avere una forte ricaduta sull’ambiente perché mentre il cibo si decompone rilascia gas metano, un gas serra 20 volte più potente dell’anidride carbonica.
Questo il messaggio arrivato nella giornata della Terra lo scorso 22 aprile dalla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition BCFN che ha recentemente presentato la seconda edizione di “Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro”. Effettivamente ci stiamo divorando la terra e anche l’ Italia non scherza visto che sprechiamo il 35% di prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura prodotti. Uno spreco che porta con se una perdita di 1.226 milioni di m3 l’anno di acqua, e l’immissione nell’ambiente di 24,5 milioni di tonnellate CO2 l’anno. Secondo i dati diffusi ieri dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile nel suo ultimo Climate report, presentati dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, nel 2015 le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate di circa il 2,5%, circa 3 volte tanto la crescita del Pil (che ha segnato un +0,8%) in controtendenza rispetto ad altri paesi.
Se si considera che la richiesta di cibo aumenterà del 56%, che il 25% dei suoli è gravemente danneggiato e il 30% dei terreni coltivabili è divenato improduttivo negli ultimi 40 anni (dati FAO) è evidente che serve rivedere l’intero sistema a livello globale.

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Il “mondo reale” del Ministro Galletti e lo sguardo lungo di Ségolène Royal

Domenica andrò a votare e voterò no al referendum“. Così Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente, intervenendo questa mattina ad Agorà su Rai Tre sul voto di domenica 17 aprile. Per il ministro è ”ipocrita continuare a usare il petrolio ma non volerlo estrarre” mentre ”ci sta bene andarlo a prendere in altre parti del mondo, dove la sicurezza è minore”. Il ministro ragiona poi sul fatto che continuare a usare il petrolio fa parte del ‘mondo reale’: ‘‘prendo atto della situazione e che con il petrolio si muove ancora il 96% della mobilità; non è che posso pensare di vivere in un mondo diverso da quello in cui vivo
Il ragionamento di Galletti non farebbe una grinza se espresso da un comune cittadino, e per giunta poco informato sul quesito referendario. Quando invece ci si rende conto che così ragiona il ministro all’Ambiente si rischia di cadere dalla sedia. Va detto che una seppur magra consolazione il ministro ce la dispensa dichiarando che andrà a votare. Almeno evita, al contrario del premier Renzi (e larga parte del PD), di incitare gli italiani all’astensionismo , al punto da causare l’intervento del presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi che ha invitato i cittadini ad esprimersi con il voto.
Resta da capire a chi spetta il compito, se non al governo e ai suoi ministri, di disegnare le politiche ambientali ed economiche- a breve e lungo termine- che ci permettano di ottemperare agli impegni presi alla Cop21 di Parigi.

E’ il caso di ricordare al nostro governo che il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo firmeranno l’Accordo di Parigi, risultato della COP 21 sui cambiamenti climatici di dicembre. L’accordo, raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea, rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili, responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto, alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico.
E’ vero che Galletti ci aveva in qualche modo allertato sulle sue competenze dichiarando lo scorso gennaio che non fosse necessario essere per forza geologi o fisici per occuparsi di ambiente, e come prova avesse indicato la sua “grande operazione ambientale” compiuta da assessore a Bologna: la creazione della multiutility Hera e la sua quotazione in borsa. Per fortuna, verrebbe da dire,  che a difendere i nostri mari ci pensano i leghisti, invece del PD.
Votiamo sì per salvaguardare il nostro mare, l’Adriatico, e rispondere così ai bisogni dei cittadini che arrivano prima delle trivelle” ha detto infatti Zaia all’evento Vinitaly di Veronafiere spiegando che “ci sono 350 pescatori della piccola pesca a rischio per le piattaforme petrolifere e quindi molti più posti di lavoro del centinaio di addetti nelle trivelle“, Puglia e Veneto si sono incontrate nel 2012 per firmare il manifesto “No Triv” e “ancora oggi – ha sottolineato Zaia – dura questo gemellaggio“.   Anche il ministro francese per l’Ambiente Ségolène Royal, considerando le conseguenze drammatiche che uno sversamento di petrolio può causare in un mare chiuso come il Mediterraneo ha deciso di applicare una moratoria «immediata» sui permessi di ricerca di idrocarburi nei mari francesi e di richiedere «l’estensione di questa moratoria all’insieme del Mediterraneo nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo».

Rispetto a quanto dichiarato dal Ministro- sempre ad Agorà- che una maggiore durata delle concessioni sia garanzia di maggiori investimenti anche in sicurezza è sempre Greenpeace che è intervenuta in giornata a ricordare che, al contrario di quanto ripetutamente affermato dal governo, in Italia la normativa sulle estrazioni in mare è tutto fuorché rigorosa. Nel nostro Paese il legislatore ha deciso che le trivelle sono al 100% “sicure per legge”. Infatti una norma del 2015 (DL 26 giugno, n. 105, ma normative analoghe sono in vigore già dal 2005) esclude le piattaforme petrolifere dalla categoria di “impianti a rischio di incidente rilevante”. Questo significa che le compagnie non hanno l’onere di dimostrare quali accorgimenti sono in grado di adottare per scongiurare, contenere o mitigare sversamenti di ingenti quantità di idrocarburi in mare. Semplicemente perché, secondo il legislatore, un incidente del genere sarebbe impossibile!
Quasi la metà delle piattaforme oggetto del referendum sono state installate prima del 1986, dunque non hanno sostenuto alcun procedimento di Valutazione d’Impatto Ambientale. Infine, delle 135 piattaforme operanti nei mari italiani, solo di 34 sono disponibili i piani di monitoraggio (diffusi per la prima volta da Greenpeace nel rapporto Trivelle Fuorilegge): stando a una nota dell’ENI, le oltre 100 rimanenti sarebbero esenti da monitoraggi. Sul loro impatto ambientale non esiste dunque alcuna stima o misurazione ufficiale. Il Ministero dell’Ambiente, dal canto suo, non ha mai chiarito le ragioni dell’indisponibilità dei dati. Perciò questi impianti risultano al momento al di fuori di qualsiasi controllo.
La mancanza di controlli è evidenziata anche dai fatti di cronaca. Come emerso di recente, la piattaforma Vega, nel Canale di Sicilia, ha trasferito per 18 anni le acque contaminate derivanti dal processo di estrazione di petrolio a una nave appoggio che, illegalmente, iniettava questi reflui (assieme alle acque di sentina e alle acque di lavaggio della nave stessa) in un pozzo petrolifero sterile, alla profondità di circa 2.800 metri. Si parla di poco meno di mezzo milione di metri cubi di acque inquinate con metalli, idrocarburi e altre sostanze chimiche. Una discarica in mare a cui è seguita, anziché una sanzione, l’autorizzazione da parte del Ministero dell’Ambiente a realizzare nuovi pozzi di estrazione e una nuova piattaforma. 

Di prossima uscita un documentario Italian Offshore presentato in anteprima ieri sera a Piazza Pulita. Si tratta di una video inchiesta sul mondo dell’estrazione di idrocarburi nei mari italiani. In quattro capitoli, di circa 12 minuti l’uno, vengono trattati quattro casi emblematici dei problemi causati da questa attività. Uno sversamento nascosto per anni, l’inquinamento causato dalle acque di produzione, l’abbassamento del suolo e il miraggio occupazionale sono indagati attraverso reportage in mare e con l’utilizzo di fonti inedite e interviste esclusive.

Galletti sempre ad Agorà ha dichiarato che gli incentivi di cui hanno goduto le fonti rinnovabili hanno avuto effetti distorsivi sul mercato. Se così fosse perché non si mette mano al quadro completo degli incentivi inclusi quelli di cui godono le fonti fossili stimati da Legambiente in 147 miliardi annui e gli impianti di incenerimento? L’economia circolare- evocata a sproposito da Galletti in varie occasioni- implica il fare un uso efficiente delle risorse attraverso una progettazione sistemica. Non significa certamente distruggere le materie prime quanto riutilizzarle in nuovi cicli produttivi al fine di conservare il loro valore economico il più a lungo possibile. Purtroppo sino a che i lobbisti delle fonti fossili potranno agire indisturbati all’interno dei ministeri, gli interessi delle comunità virtuose, e di tutti quei settori che potrebbero dare vita ad un’economia verde e sostenibile, non avranno grandi possibilità di avere voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano.

Se guardiamo invece oltre confine il panorama cambia; ci sono nazioni che stanno pianificando un’uscita dalle fonti fossili. Ci sono ministri all’ambiente e allo sviluppo economico impegnati da tempo in progetti trasversali ai dicasteri all’insegna dell’economia circolare, dell’efficienza energetica, delle energie rinnovabili e della mobilità sostenibile che stanziano risorse e promuovono legislazioni incentivanti per una transizione ecologica. Parliamo di Francia, Olanda, Belgio, Scozia.

In Italia abbiamo sentito da parte del governo solamente grandi promesse circa misure incentivanti per la green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali, che però ancora non si sono concretizzate in alcun provvedimento.

Mentre l ‘Olanda ha indicato nell’economia circolare e nella qualità dell’aria le sue priorità per la sua presidenza di turno della UE in corso, l’Italia corre il rischio di vedere morire in cambio di royalties risibili le sue bellezze naturali e la salute dei suoi cittadini a causa di un’assoluta mancanza di visione strategica sul futuro del paese da parte dell’attuale governo ( e non solo). A differenza dell’Italia, l’Olanda ha un Piano energetico che arriva fino al 2050 e che coinvolge aziende, istituzioni della conoscenza e agenzie governative. Nel 2013 l’Olanda ha approvato l’accordo per l’energia per la crescita sostenibile, che definisce come soddisfare il suo fabbisogno di energia fino al 2023.
Anche lo spettro della disoccupazione è stato utilizzato per far credere agli italiani che votando SI si metterebbero immediatamente per strada gli oltre 13.000 lavoratori dell’intero settore quando parrebbero invece circa 70 i lavoratori occupati dalle piattaforme interessate dal quesito referendario. Come evidenziato nell’ultimo rapporto della società Deloitte, ci ricorda Legambiente  che il 35% delle compagnie petrolifere è ad alto rischio di fallimento nel 2016 a causa del crollo del prezzo del petrolio e di un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari. Al contrario, il settore delle rinnovabili e dell’efficienza sono in forte crescita e con norme e politiche adeguate potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro: 100mila al 2030 nel solo settore delle energie rinnovabili – circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia. Per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica.

Tre capitali e quattro governi del nord Europa si alleano per l’Economia Circolare

Londra, Amsterdam e Copenhagen uniscono le forze per sviluppare insieme progetti improntati all’economia circolare.
L’impegno che ha contraddistinto le tre capitali europee nel portare avanti “progetti circolari” in vari ambiti ha portato a questa partnership internazionale che, sulla base delle best practice e competenze singolarmente maturate, potrebbe dare vita ad interessanti progetti innovativi di cui speriamo potervi dare presto conto.

Una città che promette di fare molto bene sotto il profilo della collaborazione è sicuramente Amsterdam, che, come vi abbiamo recentemente raccontato, ha già inserito l’economia circolare come parte integrante del suo programma di sostenibilità. Lo dimostra anche il premio di Capitale dell’innovazione 2016 (iCapital) assegnatole in questi giorni dalla Commissione Europea per il suo approccio olistico all’innovazione incoraggiato attraverso la creatività, il pragmatismo e la collaborazione.
Il primo progetto che coinvolgerà le tre capitali avrà come obiettivo lo sviluppo di un piano per incrementare la percentuale di recupero della plastiche nel rifiuto urbano. Diversi rapporti hanno recentemente denunciato la preoccupante situazione in cui versano mari ed oceani infestati da grandi quantità di plastica, al punto che in assenza di azioni globali intraprese dai governi, si arriverà in pochi anni ad avere nelle acque più plastica che pesce. In particolare il rapporto The New Plastic Economy della Ellen McArthur Foundation ha quantificato in una cifra tra gli 80 e i 120 miliardi di dollari il danno economico derivante dall’attuale cattiva gestione della plastica.

LWARB  (London Waste and Recycling Board) il gestore per i rifiuti della capitale inglese aveva d’altronde già individuato la plastica come uno dei cinque flussi di rifiuti più impattanti su cui intervenire nel suo rapporto “Verso un’economia circolare” dello scorso anno. LWARB, che ha tra i suoi compiti la riduzione dei rifiuti e l’incremento del riuso e riciclo, è in procinto di presentare una tabella di marcia per implementare l’economia circolare a Londra basata sullo studio. Oggetto del piano di intervento, oltre alle plastiche, ci sono i rifiuti di origine alimentare, tessile, edile e da RAEE.
Matthew Pencharz, vice sindaco di Londra con delega all’ambiente e l’energia, si è augurato, al pari dei suoi colleghi danesi e olandesi, che la partnership porti ad un successivo sviluppo di nuovi progetti improntati all’uso sostenibile delle risorse in altre aree di interesse comune.

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Un Green Deal di interesse transfrontaliero per Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre

Un altro progetto collaborativo su base volontaria inaugurato recentemente è l’International Green Deal on the North Sea Reasouces Roundabout, un accordo sottoscritto da Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre per la creazione di un mercato dinamico per le risorse secondarie in Europa. Si tratta di un’iniziativa decisiva per affrontare gli ostacoli normativi esistenti ed esplorare il pieno potenziale del mercato unico europeo nella transizione verso un’economia circolare.

L’accordo è stato sottoscritto il 6 marzo scorso dai Ministri, Associazioni industriali e ONG appartenenti ai quattro governi che si impegnano ad agevolare lo scambio commerciale delle materie prime seconde attraverso i rispettivi territori nazionali.

Non è casuale che uno dei quattro governi sottoscrittori del Green Deal sia quello delle Fiandre che detiene la migliore performance di riciclo esistente in Europa.
L’Europa ha individuato la necessità di andare verso un’economia circolare che si fonda su un uso preminente delle risorse secondarie. Una delle barriere che i paesi incontrano nell’utilizzo delle materie  prime seconde, visto la natura transfrontaliera della maggior parte delle catene di valore dei prodotti, sono le diverse normative nazionali in materia di rifiuti. Le aziende che vogliono aumentare il riciclaggio o utilizzare più risorse secondarie per sostituire la dipendenza dalle risorse primarie (e ridurre le emissioni di gas serra delle produzioni) incontrano ostacoli nella negoziazione internazionale delle materie prime seconde che vengono considerate in modo diverso dalle normative di riferimento di ciascun paese.

Le conseguenze sono che alcuni materiali post consumo, che potrebbero invece avere sbocchi commerciali, finiscono tra i rifiuti. Un esempio tra tutti è il compost prodotto dai rifiuti organici urbani che una volta riconosciuto come fertilizzante, invece che rifiuto, potrebbe essere commercializzato oltre confine senza problemi.

Il ministro dell’ambiente olandese Sharon Dijksma ha così commentato l’accordo:
Per rendere la nostra economia più verde, è necessario che le aziende leader nel campo della sostenibilità trovino le opportunità per innovare. Questo è esattamente ciò che questo Green Deal si propone di realizzare. Ridefinendo ciò che costituisce una risorsa, e allo stesso tempo, allineando la definizione tra i paesi vicini, si semplificheranno le cose per le imprese. Ne beneficeranno l’ambiente e l’economia dei paesi della regione del Mare del Nord “.
Il rafforzamento di un’economia circolare in cui i rifiuti sono utilizzati come una risorsa è una priorità della Presidenza olandese della UE che si concluderà a giugno.

Un gruppo di lavoro formato da rappresentanti del governo e associazioni industriali dei quattro governi collaborerà per cinque anni allo sviluppo di quelle opzioni che possano eliminare gli ostacoli legislativi prima citati lavorando su un numero massimo di dieci flussi di materiali.
Oltre al compost, i primi sforzi saranno diretti a trovare uno sbocco per il PVC che attualmente non viene riciclato. Le stime degli operatori del settore parlano di una disponibilità di circa 100 milioni di tonnellate di PVC dismesse ogni anno che qualora avviate a riciclo potrebbero garantire l’occupazione di 8000 persone.

Non resta che augurarsi che questa iniziativa “dal basso” volta a semplificare la normativa sui rifiuti possa ispirare altri Stati membri e costituire un valido stimolo per accellerare quei processi di allineamento normativo necessari  per una diffusione dell’economia circolare in Europa.
Secondo i calcoli della Commissione Europea, una più rapida transizione verso un’economia circolare permetterebbe alle imprese europee di risparmiare ogni anno 600 miliardi di euro di costi di produzione, che si tradurrebbe in un aumento di fatturato pari all’ 8%. Inoltre si verrebbero a creare 580.000 posti di lavoro ed un beneficio ambientale con 450 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 risparmiate ogni anno.

Inevitabile provare un profondo smarrimento se si guarda a come invece l’Italia sta affrontando- o meglio ignorando- la crisi ambientale e delle risorse e il riscaldamento climatico, senza un piano strategico. Nonostante esista un’ampia letteratura recente che dimostri che non solo è possibile ma addiritura economicamente conveniente coniugare la protezione dell’ambiente (la fonte della nostra economia) con una crescita sostenibile. Le priorità del governo, come le recenti cronache svelano, sembrano per lo più essere quelle di accontentare i vari quartierini di interesse privato.

Plastica unita contro il marine litter ma anche contro le sue soluzioni

L’industria delle materie plastiche ancora si interroga su come ridurre l’inquinamento dei mari causato dalla dispersione di rifiuti. Perché non passare invece ai fatti sulla base dell’evidenza scientifica prodotta da diversi studi che, oltre a mappare e quantificare le esternalità negative dell’attuale gestione della plastica, forniscono allo stesso tempo delle soluzioni?

La lotta all’inquinamento marino  – si legge su Polimerica.it – causato dalla dispersione incontrollata di rifiuti in ambiente, il cosiddetto marine litter, è stata al centro dell’edizione 2016 di PolyTalk, la conferenza organizzata ogni anno da PlasticsEurope, federazione europea dei produttori di materie plastiche, per affrontare i temi legati all’impatto ambientale dei materiali plastici. Con il titolo “Zero Plastics to the Oceans”, la conferenza ha riunito il 16 e 17 marzo scorso a Bruxelles 250 rappresentanti del mondo dell’industria, della politica, dei media, oltre ad associazioni non governative, scienziati e università, che hanno discusso sulle cause del marine litter e su come l’industria del settore può contribuire a mitigarne gli effetti.
Per fornire una piattaforma dove scambiare informazioni, buone pratiche e aggiornamenti sui progetti in corso, è stato lanciato proprio in occasione della conferenza il portale Marine Litter Solutions, un sito internet che riporta le iniziative condotte dalle oltre 60 associazioni delle materie plastiche di 134 paesi che nel 2011 hanno firmato la “Declaration of the Global Plastics Associations for Solutions on Marine Litter”.
Andando sul sito si trovano alcuni dei 185 progetti avviati o conclusi per ridurre l’impatto ambientale della dispersione di plastiche nell’ambiente. I progetti riguardano il recupero di rifiuti plastici in mare, operazioni di pulizia spiagge, l’organizzazione di convegni e campagne di sensibilizzazione, progetti di supporto al riciclo e la redazione di studi. Il progetto presenta alcune caratteristiche di fondo che sono comuni ad altre iniziative ambientali realizzate dall’industria della plastica su base volontaria.
Mancano ad esempio nei progetti quelle azioni legate alla prevenzione o Precycling nella fase della progettazione industriale che è quella che determina l’impatto del ciclo di vita dei prodotti.  Eppure le aziende anche in assenza di legislazioni stringenti possono fare la differenza: progettando secondo i criteri dall’ecodesign , utilizzando materie prime seconde per ridurre il consumo di risorse (la dipendenza da approvvigionamento di materie di origine fossile) e rendere possibile la nascita di un mercato per la plastica post consumo. Le aziende possono inoltre aderire o promuovere sistemi di ERP (responsabilità estesa del produttore) che prevedano anche l’applicazione del deposito su cauzione per il packaging, invece di avversare il sistema come abitualmente fa l’industria del beverage.
Non aiuta certamente il fatto che all’interno del fronte dei promotori manchino altri stakeholder della catena del valore della plastica che potrebbero assicurare quella spinta verso il cambiamento necessaria; primo fra tutti il mondo del riciclo.
E’ evidente che in assenza di un quadro di gestione stringente e globale per gli imballaggi- fondato sul Precycling e sull’intercettazione finale degli stessi per un riciclo ecoefficiente- il valore economico della plastica continuerà a disperdersi nell’ambiente, con le gravi conseguenze che stiamo imparando a conoscere sempre più nel dettaglio.
Per fortuna si fanno strada tra i produttori di packaging imprenditori socialmente responsabili come Michael Brown di Packaging 2.0 Inc. (Jamestown, R.I.)  che non solo offrono imballaggi innovativi in plastica riciclata e riciclabili, ma che non nascondono la testa nella sabbia quando si tratta di affrontare la problematica del fine vita inglorioso della plastica. Purtroppo al momento Brown, che ha partecipato a spedizioni di monitoraggio della plastica in mare e ha invitato i colleghi all’azione , è parte di un’esigua minoranza. La maggior parte delle aziende del settore si allinea, come avviene negli USA, alle azioni di contrasto a qualsiasi misura che tassi, vieti o regolamenti l’immissione di sacchetti e altri imballaggi nel mercato supportate dall’American Chemistry Council. Ecco un articolo  di Danna Moore Pfahl -consulente aziendale con un passato nelle ONG- che ben descrive la situazione attuale e invita allo stesso tempo l’industria a “cambiare il gioco” .
Non  appare più comprensibile e neanche giustificabile che l’industria delle materie plastiche debba ancora interrogarsi su come ridurre l’inquinamento dei mari, perché già esiste tutta l’evidenza scientifica necessaria per passare ai fatti. Sono già stati prodotti negli ultimi due anni diversi studi che non solamente mappano e quantificano il danno ambientale ed economico dell’attuale gestione della plastica, ma che forniscono allo stesso tempo delle soluzioni implementabili.
Gli studi di rilievo usciti negli ultimi due anni sono infatti tre: Valuing plastic del 2014, “Plastic waste inputs from land into the ocean” e “Stemming the Tide: Land-based strategies for a plastic-free ocean” (entrambi del 2015) di cui vi abbiamo già raccontato in un post dal titolo Plastica in mare: la soluzione è un diverso modello produttivo.
Questi studi sono stati tutti ripresi nel più recente report: The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics prodotto dal World Economic Forum (WEF) e dalla Ellen MacArthur Foundation (EMF) con il supporto tecnico di McKinsey & Company all’interno del progetto MainStream Il video  di presentazione si può visionare cliccando qui.

Ecco una scelta tra i dati più significativi riferiti alla prima parte dello studio che fotografa la situazione a livello globale :

-La produzione della plastica in 50 anni è crescita 20 volte passando dalle 15 milioni di tonnellate del 1964 alle 311 milioni di tonnellate del 2014. Si prevede un raddoppio del consumo attuale nei prossimi 20 anni  e una sua moltiplicazione per 4 al 2050.New Plastic economy

-Nel 2013 sono stati immessi nel mercato 78 milioni di tonnellate di packaging in plastica per un valore pari a 260 miliardi di dollari. La produzione di packaging rappresenta il 26% in volume della produzione totale di manufatti in plastica. Dal 2000 al 2015, la quota della plastica all’interno dei volumi complessivi del packaging è cresciuta dal 17% al 25% spinta da una crescita annua del 5%. Complici fattori come il basso costo la versatilità, la leggerezza e l’alta performance della plastica per quanto concerne trasporto, conservazione e protezione degli alimenti.
Il mercato degli imballaggi di plastica è in crescita con stime che indicano un raddoppio dei volumi di vendita attuali entro i 15 anni e una loro quadruplicazione al 2050 con  318 milioni di tonnellate immesse al consumo (un po’ di più della produzione complessiva dell’intera industria plastica del 2014 pari a 311 milioni di tonnellate).

Tuttavia il 95% del valore del packaging, stimabile in 60-120 miliardi di dollari, si perde dopo un singolo utilizzo. Delle 78 milioni di tonnellate di packaging immesso al consumo il 72% non viene recuperato. Mentre il 40% va in discarica il 32% sfugge ai sistemi di raccolta “legali”.

Economia Circolare: Scozia versus Italia due a zero

Per affrontare una sfida globale come quella del riscaldamento climatico il Consiglio della Green Economy ha proposto sei misure contenute in una risoluzione presentata recentemente. Il Consiglio si impegna a sostenere nei confronti del Governo in carica azioni rivolte a: Incrementare l’efficienza, il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti energetiche nazionali rinnovabili; Sviluppare il risparmio, il riciclo e la rinnovabilità dei materiali in un’ottica di circular economy; Promuovere una mobilità più sostenibile, città meno inquinate e più vivibili e un’edilizia più sostenibile; Incrementare gli assorbimenti di carbonio attraverso la gestione appropriata e sostenibile delle foreste, dei pascoli e dei terreni agricoli; Introdurre il carbon pricing in sostituzione di altre forme di prelievo fiscale e per eliminare e/o per riallocare gli incentivi negativi per l’ambiente (sussidi all’incenerimento) ; Rafforzare attività di punta come l’agroalimentare e il turismo, migliorando la qualità del territorio, tutelando e valorizzando meglio quella grande risorsa nazionale che è costituita dal nostro capitale naturale e culturale.

Il lavoro da fare è tanto perché , in attesa del Green act, annunciato dal premier Renzi per marzo 2015, il Governo, tra alcuni articoli dello Sblocca Italia e provvedimenti “anti-rinnovabili” non ha certamento inviato segnali importanti di cambiamento su temi che vanno affrontati con urgenza, oltre che parte di un sostanziale rilancio del Paese.

Non è stata presentata una strategia energetica nazionale o di un piano di adattamento climatico per un paese come il nostro non certo immune dagli effetti del riscaldamento climatico. Non abbiamo ancora evidenza di un piano industriale strategico per lo sviluppo sostenibile che preveda quegli obiettivi di decarbonizzazione necessari a contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5 gradi come sancito nell’accordo della conferenza sul clima di Parigi.

COP 21 : impegni insufficienti ?

Che cosa ne è degli obiettivi dell’accordo raggiunto in seno alla COP 21? Carta straccia, secondo due ricercatori australiani che hanno prodotto recentemente un articolo scientifico pubblicato sulla rivista Plos One. Il team, ha utilizzato un modello basato su tre indicatori: previsioni a medio-lungo termine della crescita economica, aumento demografico e consumo di energia pro capite. È la prima volta che questo tipo di modelli include il consumo energetico delle persone per effettuare previsioni sull’aumento delle emissioni e delle temperature globali. L’uso di energia è più che raddoppiato dal 1950 ad oggi. Secondo i dati elaborati dal ‘global energy tracker‘, sviluppato dai due ricercatori della Griffith University e Queensland University, le temperature medie saliranno di 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali già entro il 2020 arrivando quindi a toccare prima del 2030 quel limite massimo di + 2° oltre al quale si andrebbe incontro a scenari catastrofici per l’uomo sulla terra.
Mentre scienziati di tutto il mondo convergono sul fatto che per aiutare il Pianeta, la prima cosa che andrebbe fatta è ”lasciare sottoterra tre quarti dei combustibili fossili conosciuti” (1) si continua a perseguire delle politiche di concessioni di estrazione del petrolio in mare che mettono in mano ai petrolieri la salute dei nostri mari, e il futuro di tutta l’economia che vi dipende. Al punto che 10 Regioni si sono trovate costrette ad avvalersi dello strumento del referendum allo scopo di aprire un confronto ampio e condiviso nel paese sul modello energetico che vogliamo come cittadini.

Governi Circolari
Per fortuna sta andando un po’ meglio ad altri nostri concittadini europei che possono contare su Governi più lungimiranti. E’ il caso dell’Olanda, della regione francese del Nord – Passo di Calais e Piccardia e del Governo scozzese di cui vi raccontiamo in questo post.

Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon  ha annunciato lo scorso 15 febbraio lo stanziamento di un fondo pari a 70 milioni di sterline per accelerare la transizione ad un’economia circolare nel comparto manifatturiero. Il fondo si propone di stimolare l’innovazione per migliorare la produttività delle risorse e la competitività globale di un settore portante dell’economia scozzese che impiega circa 190.000 persone.
Il settore manifatturiero rappresenta infatti più della metà delle esportazioni internazionali della Scozia e degli investimenti in ricerca e sviluppo.
Nonostante il sistema produttivo abbia subito una trasformazione significativa nel corso degli ultimi decenni, con la crescente globalizzazione e un maggiore uso della tecnologia digitale, esso rimane un settore occupazionale ad alta qualifica e retribuzione, con salari che sono al di sopra della media scozzese“, ha dichiarato il primo ministro.

CE ScoziaUna parte dei finanziamenti del fondo verrà destinato allo sviluppo di nuove tecnologie, modelli di business e infrastrutture sia nella fase di progettazione che di implementazione. Una parte verrà invece destinata alla riprogettazione di prodotti e servizi esistenti. Presentato un piano di azione che delinea come il Governo le sue Enterprise Agencies Zero Waste Scotland lavoreranno con industria e istituti di ricerca e di istruzione superiore per stimolare innovazione, produttività e investimenti.
Sturgeon ha anche annunciato come parte del programma  l’apertura di un nuovo centro di ricerca, per il manufacturing che fungerà da hub per l’innovazione continua.
Il governo scozzese aveva già investito 1,3 milioni di sterline in un centro di eccellenza simile nel 2014, The Institute of Remanufacture per promuovere all’interno dei processi produttivi una progettazione finalizzata al riuso dei materiali  e alla riparazione dei prodotti.
Questo nuovo pacchetto di finanziamento permetterà il superamento degli attuali ostacoli nell’innovazione di impresa e stimolerà lo sviluppo di modelli economici circolari che allungando il ciclo di vita dei beni permetterà di salvare materie prime e risorse preziose“, ha dichiarato Iain Gulland, amministratore delegato di Zero Waste Scotland.Questo investimento ha un grande significato economico oltre che ambientale. Investendo ora, il governo scozzese sta costruendo le fondamenta per costruire un futuro sempre più sostenibile – efficiente nell’uso delle risorse e sicuramente più circolare “.

I benefici economici e occupazionali del Remanufacturing su base europea

Un recente rapporto prodotto a cura di ERN  The European Remanufacturing Network ha dimostrato che un supporto all’industria del remanufacturing (rigenerazione, ricondizionamento di prodotti e componenti) della UE potrebbe  impiegare fino a 600.000 persone e produrre un fatturato annuo di  90 miliardi di euro. La ricerca ha fotografato l’attuale stato del remanifacturing  in  9 settori:  aerospaziale, automobilistico, mezzi pesanti e fuori strada, ferroviario, navale, apparecchiature elettriche ed elettroniche, arredamento, macchinari e attrezzature mediche. Quattro nazioni giocano un ruolo chiave nel remanufactoring rappresentando circa il 70% del settore in Europa: Germania, Regno Unito,  Irlanda, Francia e Italia. La sola Germania muove circa un terzo della produzione europea del settore e ricopre una posizione dominante nei settori aerospaziale, automobilistico e mezzi speciali.
Secondo il rapporto di ERN, l’industria della rigenerazione  genera attualmente circa 30 miliardi di € l’anno e impiega circa 190.000 persone nei settori prima citati oggetto dell’indagine.

(1) Vedi anche la campagna del The Guardian: Why we need to keep fossil fuels in the ground | Keep it in the ground.