Verso un riutilizzo totale dei materiali da costruzione e demolizione

I rifiuti speciali prodotti in Italia come sottolinea l’Ispra nel suo rapporto 2016 –con dati riferiti al 2014- sono oltre quattro volte superiori a quelli urbani. Nel 2014 a fronte di circa 130,6 milioni di tonnellate di speciali (erano 124,4 nel 2013, +6,2%), suddivisi in 121,7 milioni di tonnellate di non pericolosi e 8,8 di pericolosi.
Tra il 2013 e 2014 si è registrato «un consistente aumento nella produzione totale» dei rifiuti , pari al +5%.». Ai settori dei rifiuti delle costruzioni e demolizioni C&D è imputabile la produzione del 39,7% del totale riferito ai rifiuti speciali. Si tratta di un flusso di rifiuti che comprende molti materiali: dal cemento armato ai mattoni, dai telai delle finestre ai vetri, dai cavi del circuito elettrico alle tubazioni, dalle ceramiche all’asfalto.
In Europa il settore C&D costituisce circa un terzo dei rifiuti speciali che sono stimati in 820 milioni di tonnellate. Mentre l’Italia su quasi 40 milioni di tonnellate di rifiuti inerti ha una capacità di recupero che sfiora a mala pena il 10% (dato Uepgi) ci sono paesi che hanno superato l’obiettivo europeo del 70% di riciclo al 2020 previsto dalla Direttiva 2008/98/CE. Al primo posto c’è l’Olanda che riutilizza il 90% di questi rifiuti e a seguire il Belgio e la Germania con rispettivamente l’87% e l’86,3%.

Legambiente nel suo secondo Rapporto dell’Osservatorio Recycle dello scorso giugno ribadisce che oggi non esistono più motivi tecnici, prestazionali o economici che possano essere utilizzati come scuse per non utilizzare materiali provenienti da riciclo nelle costruzioni. Le esperienze raccontate nel Rapporto descrivono cantieri e capitolati dove queste innovazioni sono già state portate avanti con successo. Per spingere questo scenario il rapporto bisogna superare le barriere tecniche e giuridiche, di informazione che ancora rallentano l’utilizzo di materiali provenienti dal recupero in Italia. Allo stesso tempo bisogna agire sui regolamenti edilizi e a livello normativo per accompagnare il raggiungimento degli obiettivi nell’uso dei materiali fino al target del 70%. Secondo i dati raccolti da Legambiente e riferiti al 2012, ci sono circa 6.000 cave attive (e 17.000 dismesse). Ferite che non vengono fatte rimarginare perché fruttano un miliardo di euro a un prezzo ambientale molto alto: 80 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6 milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti ogni anno.

REPURPOSE : un progetto olandese per favorire un upcycle dei rifiuti da C&D

Particolarmente significativo è il caso dei Paesi Bassi. L’Olanda, pur non avendo un sistema collettivo per i C&D, da trent’anni regola il settore in modo stringente grazie a una combinazione di leggi e accordi tra governo e parti sociali. È stato proibito – tutte le volte in cui è possibile il riuso, il riciclo o il recupero energetico – lo smaltimento in discarica di combustibili, rifiuti biodegradabili e rifiuti C&D. Vietato anche portare in discarica i rifiuti indifferenziati. Queste regole hanno facilitato la creazione di impianti per il recupero dei materiali che prima venivano indirizzati verso la discarica, materiali da cui ora si ricavano legno, metalli, materie plastiche, inerti. È stato così ottenuto un alto livello di riciclo per: asfalto; legno; vetro piano (esiste un sistema di raccolta); finestre in pvc (esiste un sistema di raccolta); gesso (un accordo di programma governo-industria punta a dare all’Olanda il primato nel riciclo del gesso). In questo modo l’Olanda mettendo in piedi per motivi ambientali un monitoraggio accurato del flusso di rifiuti provenienti dal settore edilizio ha scoperto di produrre 81 milioni di tonnellate da C&D e ha imparato a gestirli bene. (1)

Il settore delle costruzioni assorbe in Olanda più della metà della quantità totale dei materiali impiegati. Pertanto il nuovo obiettivo mira a ridurre drasticamente il consumo di materie prime naturali attraverso un impiego maggiormente circolare di questi materiali. Attualmente i rifiuti generati durante le operazioni di costruzione e demolizione vengono sì recuperati al 90%, come abbiamo visto, ma si tratta di applicazioni di basso livello: come sottofondazione stradale o come materiale di riempimento nelle opere di ingegneria idraulica e civile. Per dare un contributo a questo cambio di rotta è nato due anni fa Repurpose ,un progetto che fornisce consulenza sulle possibilità di riutilizzo di questi materiali a architetti, costruttori e ai loro clienti. Repurpose ha creato una rete che conta ora circa 200 imprese e che ha all’attivo oltre dieci progetti avviati. Il progetto e il suo sito sulla base di queste esperienze è in continua evoluzione.

La piattaforma on-line

Il sito rende possibile la ricerca l’acquisto e la vendita di tutti i materiali che si rendono disponibili da una demolizione e che possono essere impiegati in un progetto di costruzione pianificando le azioni prima che i lavori abbiano inizio. La piattaforma favorisce il riutilizzo in due modalità:

– compravendita di materiale che assolve alla funzione originaria nel secondo utilizzo
– compravendita di materiale che trova un diverso impiego.

Ad esempio lastre di granito utilizzate come davanzali possono servire per pavimentazioni, oppure ex porte possono diventare pareti divisorie come nel progetto raffigurato nella foto. Si tratta della ristrutturazione di un edificio vicino ad Utrecht trasformato da magazzino farmaceutico a sede di uffici e spazi in co-working per aziende e start-up.

vechtclub_resultaat

L’obiettivo a lungo termine di Repurpose è quello di aumentare di un 5% l’indice di riutilizzo dei materiali di costruzione attuale riducendo i costi di approvvigionamento delle materie prime. L’impiego di materiali riciclati infatti non riduce solamente il consumo di materie prime ma per alcuni materiali ne riduce notevolmente il costo. Ad esempio quando una pavimentazione da esterno in porfido o pietra viene smontata e rimontata.

Anche se attualmente trovare le offerte tramite la piattaforma è facile c’è ancora molto da fare per spingere questo modello di business. C’è una certa riluttanza da parte degli acquirenti nel ricorrere al riutilizzo dei materiali quando sono in gioco appalti importanti per il maggiore rischio percepito rispetto ad approvvigionamenti convenzionali.  Servirebbe pertanto per questo ed altri progetti legati ai modelli di business circolari  l’introduzione di una fiscalità ecologica che sposti il carico fiscale dal lavoro al consumo delle risorse (materiali ed energetiche ) e alla produzione di emissioni climalteranti e inquinamento. Il progetto La regione metropolitana produce enormi flussi di rifiuti che non vengono valorizzati al meglio, soprattutto quando si considerano quelli industriali.
Dovendo stabilire delle priorità nell’approccio di tali flussi è naturale iniziare con i rifiuti urbani che presentano grandi volumi e potenziale per un riciclo di qualità superiore riducendo così il loro impatto negativo sull’ambiente.

Nel piano per lo sviluppo di un’economia circolare che l’Amsterdam Economic Board ha tracciato per la regione metropolitana di Amsterdam (in progress)  i rifiuti da costruzione e demolizione e C&D  rappresentano uno dei nove flussi di materiali che saranno oggetto di intervento. Il settore delle  C&D rappresenta il 40% dei rifiuti complessivi prodotti ad Amsterdam che secondo il piano possono essere gestiti entro i confini del Comune. Applicando una gestione circolare di questo flusso si possono ottenere benefici economici complessivi pari ad 85 milioni di euro all’anno e 700 nuovi posti di lavoro nella sola Amsterdam per soggetti che hanno un basso livello di scolarizzazione. Come abbiamo raccontato per il caso di Amsterdam  è evidente che è il committente (pubblico e privato) in primis a giocare un ruolo cruciale nell’intercettare questo flusso inserendo il parametro della circolarità nelle politiche di acquisto. Essenziale diventa anche la collaborazione delle autorità locali quando un’azienda edile vuole demolire con modalità circolari (per un recupero selettivo e di valore dei materiali) sia per reperire siti idonei per lo stoccaggio provvisorio dei materiali che per l’implementazione di un database digitale sul modello di Repurpose o di altro sistema che metta in contatto la domanda e l’offerta.

E’ uscita recentemente in inglese la pubblicazione Circularity in the Built Environment che vuole essere una fonte di ispirazione per architetti e designer, suggerire agli urbanisti opportunità di collaborazione e dimostrare con esempi concreti (12 casi studio) possibili applicazioni di economia circolare. Gli esempi vanno dalla progettazione alla costruzione, agli allestimenti finalizzati al riutilizzo.

(1) Tratto da; Materia Rinnovata Quanto è circolare l’economia: l’Italia alla sfida dei dati– (pag.13) scaricabile gratuitamente a questo link

 

Minimizzare il consumo di shopper è possibile: manca la volontà politica

Ridurre drasticamente il consumo usa e getta, e in particolare lo shopper per la spesa, è stata la “missione impossibile” della nostra prima campagna nazionale Porta la Sporta lanciata nel 2009.

Nonostante tutti gli sforzi e l’impegno esercitato attraverso la nostra campagna e soprattutto dalle centinaia di iniziative affini intentate a livello nazionale, la battaglia resta, ad oggi tutt’altro che vinta. Per vincere definitivamente questa partita, oltre alla sensibilizzazione ambientale, serve la volontà politica. Questo vale sia per l’Italia che per l’estero, come vedremo nell’aggiornamento che vi proponiamo.

IL CASO ITALIANO: UN SUCCESSO A META’
Nonostante siano scattate dal 21 agosto 2014 (data di entrata in vigore della legge n. 116/2014, di conversione del D.L. 91), le sanzioni amministrative pecuniarie previste per la commercializzazione di shoppers monouso realizzati con polimeri non conformi alla norma tecnica UNI EN 13432:2002, i sacchetti di plastica “illegali” sono tutt’altro che spariti.
Come si può rilevare a colpo d’occhio, a parte i punti vendita della Distribuzione organizzata che si sono per lo più adeguati, nel commercio di prossimità (salvo alcune eccezioni), nei mercati e aziende agricole si utilizzano quasi esclusivamente sacchetti illegali non biodegradabili e compostabili.
Una situazione abbastanza prevedibile per un paese dove le leggi ci sono ma non si rispettano (confidando in controlli da inesistenti a improbabili) oppure dove, “fatta la legge trovato l’inganno”.
Neppure le operazioni di sequestro di intere partite di sacchetti illegali avvenute negli ultimi anni sono riuscite a scoraggiare questo mercato parallelo che ha recentemente escogitato un ulteriore sotterfugio. Su alcune piazze come quella di Torino sta prendendo piede una nuova tipologia di sacchetti di plastica, per lo più colore bianco o trasparenti che in realtà sarebbero permessi solamente per uso interno. Come si può leggere su Eco dalle Città diventa così ancora più complesso aggredire il fenomeno alla radice (con sequestri presso i produttori) poichè è il consumo che se ne fa ad essere illegale, non i sacchetti…

Come anticipato riteniamo che le campagne di sensibilizzazione come  SacchETICO,  rilanciata recentemente da Legambiente siano importanti, ma che per centrare l’obiettivo  debbano essere accompagnate da altre misure. Riteniamo che affidarsi esclusivamente alla buona volontà dei cittadini o dei negozianti, nel fare o meno la cosa giusta, sia una battaglia persa, soprattutto quando la premialità funziona al contrario. Ai rivenditori fa infatti comodo pagare gli shopper il meno possibile per poterli “regalare” ai clienti, nei quali predomina l’interesse a non pagarli.
Nel nostro piccolo abbiamo avuto modo di toccare con mano durante l’iniziativa di Sfida all’ultima sporta durata sei mesi nel 2013 che lo shopper è stato drasticamente ridotto solamente in quegli esercizi del piccolo commercio o punti vendita della distribuzione organizzata, dove lo shopper, veniva fatto pagare senza deroghe. Eloquente il caso che abbiamo potuto documentare comparando la performance di tre panetterie di uno stesso Comune che ha partecipato alla nostra competizione che avevano in essere un diverso approccio rispetto all’offerta dei sacchetti ai clienti. Nel caso A i sacchetti si pagavano, nel caso B la proprietaria faceva quotidianamente azione di sensibilizzazione, e nel caso C i sacchetti non solamente NON si pagavano ma venivano offerti per default.

sfida - percentuale vendita nei panificipanificiSegue a pag.2

Stop allo spreco di materie prime: il piano di Amsterdam è circolare

Come una regione metropolitana può prendere in mano il suo destino riprogettando e riconvertendo, settore per settore, l’attuale gestione lineare dei materiali che crea diseconomia e problemi ambientali.
Come abbiamo raccontato in precedenti occasioni, l’Olanda è uno dei paesi dove negli ultimi anni sta avvenendo un vivace dibattito nel campo dell’economia circolare e diversi progetti pilota si stanno sviluppando. Lo scopo di questo e precedenti approfondimenti pubblicati è quello di offrire spunti progettuali operativi che possano ispirare gli amministratori delle nostre città ma soprattutto spingere il nostro governo e i ministeri competenti ad elaborare un piano di sviluppo sostenibile per il nostro paese.
Questo approfondimento è dedicato all’area metropolitana di Amsterdam AMA che sotto la guida dell’Amsterdam Economic Board ambisce a diventare entro il 2025 una delle 3 regioni più innovative d’Europa. Il Board è composto da rappresentanti del mondo aziendale, istituti di ricerca e dei Comuni dell’area metropolitana. Una delle cinque “sfide urbane” alle quali è dedicato il programma del Board al 2025 è l’Economia circolare.

Ecco a seguire la traduzione di un recente documento scritto da Jacqueline Cramer *.

La transizione verso un uso circolare delle risorse nella regione metropolitana di Amsterdam : più valore per economia, salute e ambiente

La regione metropolitana di Amsterdam possiede delle caratteristiche uniche per diventare un hub di sperimentazione circolare per prodotti e materie prime. Tra i vantaggi il miglioramento della qualità ambientale, uno stimolo importante verso l’innovazione e un rafforzamento dell’economia della regione con 4000 nuovi posti di lavoro stimabili che potrebbero diventare 8-10.000 nel 2030 .
Per rispondere a queste aspettative aziende, istituzioni governative e cittadini lavorano insieme in una modalità innovativa per applicare nuovi modelli di business adeguati alle nuove necessità del contesto.
Per l’Europa che importa da paesi extra europei il 90% del suo fabbisogno di materie prime e risorse in genere, la transizione verso un uso efficiente e circolare delle risorse è una strada obbligata e non più procrastinabile. L’economia circolare rappresenta la migliore risposta in quanto il sistema economico circolare è basato sulla riusabilità di prodotti e materie e sulla rigenerazione ( e resilienza) delle risorse naturali. Questo approccio permette di creare e mantenere il valore in ogni anello/passaggio del sistema economico eliminando gli effetti indesiderati dell’attuale sistema lineare. Se si interviene nella fase di progettazione dei beni e dei processi produttivi è possibile contrastare l’esaurimento delle risorse naturali, prevenire la produzione di rifiuti, le emissioni di gas serra e l’utilizzo di sostanze nocive. Allo stesso tempo l’economia circolare prevede una completa riconversione energetica dalle fonti fossili responsabili del cambiamento climatico verso fonti rinnovabili che siano sostenibili (1).
L’Amsterdam Economic Board ha pertanto sviluppato per la regione, all’interno del progetto “Economia Circolare” due programmi per promuovere una transizione sul piano energetico verso le rinnovabili (energietransitie) e un uso sostenibile delle materie prime (grondstoffentransitie).

Materie prime: a che punto siamo del processo di transizione?
Non si tratta di partire da zero in quanto il riutilizzo di prodotti e materiali è qualcosa che già conosciamo e pratichiamo da tempo. Il problema è che attualmente la maggior parte delle applicazioni perde in qualità dando origine a prodotti di qualità inferiore. Si potrebbe fare di meglio e di più. Impegnandoci maggiormente sul riuso dei prodotti e su un riciclo di qualità (upcycle) dei flussi di materiale, otterremo più business, occupazione, innovazione e vantaggi ambientali. Le perdite di valore dei flussi economici possono essere prevenute perseguendo sistematicamente le opzioni che si trovano ai primi posti della scaletta della circolarità.
Uno studio di TNO ha quantificato che l’applicazione di modelli circolari ad una parte del comparto industriale potrebbe generare ogni anno ulteriori benefici economici nell’ordine di grandezza di 7 miliardi di dollari all’anno nei Paesi Bassi (2) e di 380-630 miliardi di dollari nell’UE solamente per una parte dei comparti industriali (3).

Microsoft Word - KansenCEMetropoolregioAmsterdam.docx* Jaqueline Cramer ex ministro del governo, professore in Innovazione Sostenibile presso l’Università di Utrecht, è anche un membro di Het Groene Brein “Cervello verde”, un panel che conta oltre cento scienziati e studiosi nel campo dello sviluppo sostenibile.

Lotta alle microplastiche nelle acque: non c’è tempo da perdere

Anche se alcune sono impossibili da individuare ad occhio nudo le microplastiche che infestano le acque del pianeta rappresentano una minaccia da affrontare con urgenza

L’Inghilterra verso un bando delle microsfere e l’Italia rimanda al 2020

Studi recenti hanno evidenziato che se non viene ripensato il modo in cui gestiamo la plastica – che ha prodotto nei decenni un inquinamento fuori controllo e perdite economiche incalcolabili a diversi livelli-, avremo al 2030 più plastica che pesci nei mari. Eppure la plastica è un materiale che presenta innumerevoli vantaggi e che potrebbe portare occupazione e benessere qualora gestito in un sistema economico circolare. Perchè allora continuiamo a sprecarla ? Uno dei motivi è quello che la plastica costa generalmente poco e quindi viene semplice buttarla o sprecarla. In realtà il prezzo della plastica è sempre stato basso perché non racchiude i costi generati dalle esternalità negative che il materiale causa lungo tutto il suo ciclo di vita. Non sono infatti  i produttori/utilizzatori di plastica, ma l’ambiente, le comunità e la società intera a pagare il conto degli impatti economici e sanitari causati dal consumo e dall’attuale gestione lineare della plastica. Un secondo motivo è imputabile all’azione del mondo della chimica e dei produttori di plastica che hanno da sempre impostato e imposto una gestione lineare della plastica poichè funzionale al loro interesse di produrre sempre più plastica a prezzi bassi per spingere le vendite. Va anche detto che da sempre le associazioni di categoria ed aziende leader dei due settori non hanno mai accettato politiche e legislazioni volte a limitare l’utilizzo di imballaggi e contenitori “usa e getta” da parti di Governi locali o nazionali, ricorrendo anche alle aule dei tribunali per fare prevalere i propri interessi. Allo stesso tempo l’industria della plastica non ha mai collaborato realmente con gli operatori del riciclo poichè considerati possibili concorrenti nella loro veste di produttori di granulo plastico riciclato. Una gestione circolare della plastica chiude i conti con queste dinamiche e richiede la collaborazione di tutti i soggetti portatori di interesse all’interno di filiere di materiali closed loop, dove il cerchio del valore viene chiuso a livello locale.

QUALCHE NUMERO SULLA PLASTICA
La produzione di plastica globale è aumentata negli anni di circa l’ 8% ogni anno crescendo nell’arco di 50 anni di 20 volte. Passando cioè dalle 15 milioni di tonnellate del 1964 alle 311 milioni di tonnellate del 2014. Si prevede un raddoppio del consumo attuale nei prossimi 20 anni  e una sua moltiplicazione per 4 al 2050. Se guardiamo al solo comparto del packaging delle 78 milioni di tonnellate di packaging immesso al consumo il 72% non viene recuperato. Mentre il 40% va in discarica il 32% sfugge ai sistemi di raccolta “legali”. Questi sono solamente alcuni dei dati  raccolti nel report  The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics prodotto dal World Economic Forum (WEF) e dalla Ellen MacArthur Foundation (EMF) che dovrebbero spingere le aziende a partecipare al complesso e articolato piano di intervento globale che prevenga i peggiori scenari previsti in caso di inazione e di perseguimento del “business as usual”.

INDUSTRIA LATITANTE
Nonostante l’inquinamento da plastica e microplastiche minacci seriamente mari ed oceani, come ha ribadito di recente lo stesso Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, i decisori aziendali mostrano di non conoscere o sottovalutare, in quale misura le proprie aziende concorrano a determinare l’impatto globale della plastica sull’ambiente.
A questa conclusione è arrivato uno studio condotto dalla EUR Erasmus University Rotterdam sotto la guida di un panel di  esperti in CSR che ha sondato il livello di conoscenza da parte dei responsabili di CSR aziendali circa l’utilizzo di plastica nelle loro aziende, e dei rischi per l’ambiente che derivano da una gestione inefficace del materiale.
Lo studio ha rivelato che solamente il 15% dei manager, è in possesso delle informazioni necessarie per poter essere in grado, sia di prevenire possibili dispersioni di plastica nell’ambiente,  che di mettere in campo politiche di gestione sostenibile della plastica utilizzata dalle aziende nei processi produttivi, di commercializzazione e post vendita dei propri prodotti e imballaggi. Sul seguito dei risultati dell’inchiesta è nata in Olanda un’iniziativa volta a sviluppare un sistema che permette alle imprese di misurare la propria “impronta plastica”. Lo strumento promosso da Plastic Soup Foundation (PSF), Impact Centre dell’EUR e PwC fornirà la conoscenza necessaria per interventi di prevenzione e riduzione dell’impatto ambientale e per disegnare un ciclo di vita più circolare della plastica. Un progetto simile negli intenti, denominato  Plastic Disclosure Project , è stato lanciato qualche anno fa negli USA.

MICROPLASTICHE TOSSICHE
nurdles-7-240x300Numerosi studi hanno purtroppo confermato che gli oceani e tutte le acque del pianeta sono sempre più simili ad una zuppa di plastica formata da piccoli frammenti polimerici che sono per lo più il risultato della degradazione dei rifiuti plastici finiti in acqua che avviene con il passare del tempo.
Accanto a questa tipologia di microframmenti ci sono altre fonti di inquinamento da microplastiche nelle acque che sono invece imputabili all’industria della plastica, della cosmetica e del tessile. In ordine di menzione abbiamo il pre-prodotto dell’industria plastica: minuscoli granuli polimerici ( nurdles o plastic pellets in inglese) dispersi nell’ambiente durante il trasporto verso le industrie trasformatrici, le microsfere di polietilene contenute in cosmetici e detergenti per il loro effetto esfoliante, e i minuscoli frammenti tessili che si staccano dai tessuti sintetici durante i lavaggi. A causa delle dimensioni infinitesimali essi sfuggono sia ai filtri delle lavatrici che degli impianti di depurazione delle acque.
Diversi studi hanno confermato come le tipologie di plastica dispersa in acqua e in particolare le microplastiche assorbono come spugne le sostanze chimiche inquinanti disperse nelle acque che si accumulano nella plastica in concentrazioni maggiori rispetto a quelle presenti nelle acque. Sostanze chimiche pericolose come i policlorobifenili (PCB) o gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA o PHA in inglese) sono state trovate nei campioni analizzati in concentrazioni sino ad 1 milione di volte superiore a quella contenuta nelle acque dove sono stati prelevati. Oltre a diventare dei vettori dell”inquinamento marino questi frammenti tossici vengono ingeriti dagli organismi marini e, prima o poi, arrivano nei nostri piatti attraverso i prodotti ittici che consumiamo.
ll rischio per l’uomo è amplificato dalla capacità di questi contaminanti di bioaccumularsi negli organismi, di concentrarsi cioè in quantità sempre maggiori nei tessuti degli organismi marini che ingeriscono microplastiche: dallo zooplancton ai molluschi, crostacei e pesci sempre più grandi. E, come se non bastasse, la plastica potrebbe minacciare ancora più seriamente il livello di produzione ittica qualora le larve di pesce di più specie preferissero nutrirsi di plastica, invece che di zooplancton,come uno studio recente ha rivelato .

>>Continua in seconda pagina

Il deposito su cauzione guadagna terreno in Australia

Lo stato più popoloso dell’Australia, il New South Wales (NSW) – che ospita la più grande città australiana, Sydney – lancerà un programma di deposito su cauzione (CDS- Container Deposit Scheme) per i contenitori di bevande a partire dal luglio 2017.

L’annuncio è stato dato lo scorso maggio dal premier Mike Baird che ha precisato che i costi di gestione complessivi del CDS saranno finanziati dai produttori di bevande.
Saranno soggetti al deposito su cauzione di 10 centesimi di A$ i contenitori di bevande da 1,5 a 3 litri. La cauzione verrà restituita quando il contenitore verrà consegnato in uno dei diversi punti di raccolta che verranno installati tra centri di deposito, postazioni ambulanti e postazioni automatizzate (reverse vending machines).

Se consideriamo che il cauzionamento è già entrato in vigore in due stati: nel South Australia (dal 1977) e nel Northern Territory (dal 2012), quando si aggiungerà nel 2017 lo stato del Nuovo Galles del Sud, dove vive il 32% della popolazione australiana, saranno quattro australiani su dieci a vivere in uno stato coperto dal sistema.
Ma probabilmente la percentuale è destinata a crescere poiché anche lo stato del Queensland, dove risiede il 21% della popolazione australiana è propenso all’introduzione del cauzionamento. Il Liberal National Party ha infatti dichiarato che in caso di una sua rielezione introdurrà il sistema.

Fornire alle persone un incentivo economico per fare la cosa giusta contribuirà a ridurre notevolmente i circa 160 milioni di contenitori di bevande abbandonati ogni anno“, ha detto il Premier Baird.
Jeff Angelo portavoce della Boomerang Alliance – che rappresenta 34 gruppi ambientalisti – ha così commentato l’annuncio del Premier ” Finalmente dopo 13 lunghi anni di campagne con il sostegno quasi unanime delle comunità -e i diversi governi che si sono succeduti- è stata riconosciuta la validità del deposito su cauzione. Il sistema che verrà introdotto nel 2017 potrà finalmente dimostrare di apportare benefici all’ambiente e all’occupazione, dopo aver retto alle campagne di disinformazione, all’opposizione dell’industria del beverage e aver superato positivamente rigorose analisi di fattibilità economica e ambientale. Stimiamo che il CDS- se ben progettato- possa aumentare il fatturato annuo del settore del riciclaggio di circa 150 milioni di dollari attirando circa 160 milioni in investimenti del settore privato per costruire 600 nuovi punti di raccolta e riciclo in tutto lo stato. Ci aspettiamo che gli altri stati prendano seriamente in considerazione l’adozione di un CDS per poter ridurre del 45% la quantità dei rifiuti che le comunità devono gestire, sobbarcandosene i costi, e dimezzare la marea di plastica tossica che l’inchiesta recente del Senato ha descritto come una crisi sanitaria incombente.

Il Senato chiede agli stati di introdurre un CDS entro il 2020
Il Senato australiano ha pubblicato a fine aprile 2016 un rapporto dall’eloquente titolo “Toxic Tide” (Marea Tossica) che ha analizzato l’impatto della plastica sull’ambiente marino australiano. La raccomandazione che scaturisce dal corposo rapporto ai senatori è quella di adottare un CDS entro il 2020 in tutta l’Australia.
Dopo aver ricevuto centinaia di proposte e testimonianze da governi locali, comunità e sentito il parere di eminenti scienziati, il Senato ha infatti concluso che “il livello di inquinamento da plastica in Autralia e nelle sue acque è un problema in costante aumento che non può più essere ignorato” .
Dal rapporto e dagli interventi dei senatori sono emersi alcuni elementi che dimostrano le potenzialità dello strumento del CDS che si stima in grado di ridurre di circa 35.000 tonnellate ogni anno le quantità di imballaggi che finiscono nei corsi d’acqua e nei mari australiani. Se si prendono in esame i dati sulla quantità e tipologia dei rifiuti raccolti nel 2012 di Clean Up Australia si evince che negli stati dove non è in vigore un CDS   1 rifiuto raccolto su 3 è mediamente rappresentato da un contenitore per bevande mentre nello stato dell’Australia del Sud, dove vide il cauzionamento, la percentuale è di 1 su 12 rifiuti raccolti. Comparando inoltre le performance di raccolta e avvio a riciclo dello stesso stato del South Australia si può notare   che, anche qui, i dati si commentano da soli. L’avvio a riciclo dei contenitori di bevande è all’86% contro il 35% del NSW, il 30% della Tasmania e il misero 10% per quando concerne la percentuale di intercettazione degli imballaggi nei luoghi di vacanza e in occasione di grandi eventi.
I senatori che hanno presentato il rapporto si dichiarano convinti che i sistemi di cauzionamento rappresentino una modalità semplice e conveniente per cambiare il comportamento dei consumatori e incoraggiare una partecipazione diffusa al riciclaggio. Seppur riconoscendo la necessità di prendere in esame i costi di un programma di CDS i senatori hanno respinto gli argomenti allarmistici avanzati dall’industria del beverage nella convinzione che i sistemi di cauzionamento possono coesistere con i sistemi di raccolta differenziata, e hanno pertanto invitato gli stati ad attivarsi in tal senso.
Il Senato non ha inoltre accolto favorevolmente alcune iniziative proposte dall’industria in alternativa ad un deposito su cauzione nello stato del Galles del Sud come il controverso programma Thirst for Good  per l’inefficacia che esperienze simili attuate all’estero hanno dimostrato. Maggiori dettagli si possono avere dalla lettura del documento della Boomerang Alliance che attraverso un breve schema entra nel dettaglio del programma contrapponendogli un’analisi dei costi/benefici di un CDS.(1)

Secondo Greeen Peace Australia in realtà  Thirst for Good è un’iniziativa che ha prevalentemente dietro la Coca Cola anche se è stata presentata come una proposta sviluppata e sostenuta dall’Australian Food and Grocery Council per conto dell’industria del beverage.
Non è d’altronde un segreto che la Coca Cola abbia come missione cercare di impedire in tutto il mondo la partenza di programmi di CDS, utilizzando anche l’arma legale come avvenuto con la causa intentata allo stato del Northern Territory.
Non per nulla Green Peace AU ha preso di mira la sola multinazionale con un video (Litter is not a Joke) ricordando che nel rapporto annuale del 2012 della multinazionale si trova un passaggio che chiarisce la posizione della Coca Cola verso politiche governative sugli imballaggi che erodono i suoi margini di guadagno: “beverage container deposits, recycling, eco tax and/or product stewardship” (adottati nei maggiori mercati dove Coca Cola opera) “they could affect our costs or require changes in our distribution model, which could reduce our net operating revenues or profitability“.

Coca-Cola-Defeated

Va da sé quindi che la strategia adottata dalla multinazionale a livello globale sia quella di tentare di stroncare provvedimenti come CDS, eco-tasse o programmi di ERP intrapresi da governi. Così è avvenuto in Olanda negli ultimi anni come vi abbiamo raccontato in tre post quando la Coca Cola si attivò per tentare di cancellare il cauzionamento sulle bottiglie grandi e impedirne un’estensione ad altri formati, al punto che sui media olandesi si parlò di un ministero della Coca Cola. La multinazionale ha commissionato qualche anno fa, insieme ad altri soggetti industriali, uno studio per quantificare i costi sull’estensione di un CDS in Olanda alla Wageningen Universiteit (WU). Lo studio, che doveva servire al Governo per decidere in merito al sistema nel 2014, si è rivelato uno studio contenente dati appositamente creati e gonfiati per dimostrare l’insostenibilità economica del sistema. La questione, come esempio dell’influenza delle lobby industriali sulle decisioni del governo che concernono gli imballaggi,  è ancora all’ordine del giorno, con il partito del lavoro Partij van de Arbeid, PvdA che ne ha fatto oggetto di un’interrogazione parlamentare ad inizio anno.
Sia la campagna prima citata Thirst for Good che altre iniziative proposte dalle aziende quando un governo paventa l’intenzione di introdurre un cauzionamento prevedono lo stanziamento di somme da parte dell’industria per sovvenzionare campagne di sensibilizzazione, operazioni di pulizia, approvvigionamento di contenitori per raccogliere rifiuti o di altri strumenti come telecamere per contrastare l’abbandono di rifiuti. E’ avvenuto in Olanda, nelle Fiandre e in diversi altri paesi ogni qualvolta che le responsabilità dell’industria venivano pubblicamente additate e si palesavano all’orizzonte possibili azioni governative di regolazione o contrasto al littering causato dagli imballaggi.
Peccato che per quanto concerne gli imballaggi tutte queste iniziative non abbiano mai, neppur lontanamente ottenuto i risultati che solamente il deposito su cauzione ha dimostrato di poter ottenere -e sul lungo periodo- come dimostrano tutte le esperienze in corso a livello internazionale. Il deposito su cauzione finalizzato al riuso dei contenitori (che è l’opzione preferibile realizzata entro confini geografici limitati),  o al riciclo,  è l’unico strumento efficace per realizzare un’economia circolare degli imballaggi che oltretutto si ripaga da sè.

VANTAGGI ECONOMICI PER I COMUNI

Gli ultimi studi prodotti per valutare costi e benefici del sistema hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni. Una panoramica aggiornata di questi studi si può avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma Reloop per la promozione degli imballaggi riutilizzabili e del vuoto a rendere di cui la nostra associazione è parte. Reloop e CM Consulting hanno inoltre prodotto una serie di schede informative per aiutare la comprensione circa alcuni dei vari aspetti del sistema di cauzionamento. Per scaricare le schede clicca qui.

(1)CDS models_Thirst for good

Gli appalti pubblici motore dell’Economia Circolare

L’Olanda e Inghilterra sono i due paesi dove è partito nel 2013 REBus  “Developing Resource Efficient Business Models”, un progetto finanziato dal programma Life + dell’Unione Europea allo scopo di aiutare imprese di tutte le dimensioni a sviluppare nuovi modelli imprenditoriali più sostenibili ed efficienti nell’uso delle risorse.
Il progetto si propone di creare un’evidenza sui modelli di economia circolare esistenti e di fornire supporto tecnico ed economico alle imprese che si mettono in gioco per attuare progetti pilota che dimostrino la fattibilità e la sostenibilità economica e ambientale di tali modelli.

Perchè serve un cambio di modello economico
I modelli attuali di business caratterizzati da una produzione lineare dove i prodotti realizzati con materie prime vergini devono durare poco per supportare nuove vendite, non sono più compatibili con lo stato di degrado dei sistemi naturali e l’avanzare del riscaldamento climatico. Diventa pertanto necessario adottare modelli imprenditoriali basati sull’uso efficiente delle risorse in cui il valore economico e ambientale dei beni immessi nel mercato non si perda dopo un singolo e breve utilizzo ma rimanga il più a lungo possibile in nuovi cicli economici.  In parole povere per mantenere a lungo il valore economico di un prodotto, non c’è altra strada che progettarlo in modo che abbia una vita circolare che possa essere cioè riutilizzato, riparato, aggiornato e infine riciclato.
I modelli di business più efficaci e che maggiormente definiscono e caratterizzano l’economia circolare sono quelli basati sull’utilizzo dei servizi che un prodotto può offrire invece che sulla proprietà dei beni. Le esperienze in corso hanno dimostrato che quando i beni rimangono a capo del produttore ne guadagna la durabilità e la qualità dei prodotti, determinante nella fornitura di servizi.

COSA E’ STATO FATTO

Il programma che si concluderà a fine 2016 hanno partecipato 5 soggetti di cui i primi due con un ruolo di capofila: WRAP -Waste and Resources Action Programme (UK), Rijkswaterstaat (NL), Aldersgate Limited (UK), KTN Ltd (UK), Università di Northampton (UK).
Il progetto è mirato ad alcuni settori merceologici europei che rappresentano un valore di mercato pari a 350 miliardi di euro partendo dalla considerazione che si potrebbe riguadagnare da questo mercato un potenziale fatturato europeo pari a 60 miliardi. Come ? Semplicemente riportando alcune produzioni attualmente all’estero nei paesi europei considerando che l’economia circolare trova piena applicazione e fornisce soluzioni soprattutto a livello locale.

Si tratta di settori come il comporto edilizio, tessile (tappeti e moquette inclusi), dell’arredamento, dell’illuminazione, dei prodotti elettrici ed elettronici. Come da programma sono stati oltre 30 i progetti pilota che hanno progettato nei dettagli o attuato modelli di imprenditoria circolare con due principali obiettivi in mente : il conseguimento di un risparmio di risorse pari ad almeno il 15% (rispetto ai modelli d’impresa tradizionali) e la possibilità di essere replicati in una scala più ampia rispetto alla sperimentazione pilota.
Il programma presentato dall’Olanda differisce da quello inglese che vede invece WRAP lavorare direttamente con le aziende nell’elaborazione di programmi che garantiscano la restituzione dei prodotti dismessi per un ricondizionamento o per il riciclaggio. Uno dei progetti supportati da REBus ha contribuito all’attivazione nel 2015 di un servizio di raccolta incentivante per cellulari ed altri gadget elettronici dismessi presso i 740 punti vendita della catena inglese Argos.

Nei Paesi Bassi i progetti coordinati da  Rijkswaterstaat, il braccio esecutivo del Ministero alle Infrastrutture e all’Ambiente, hanno interessato il settore delle forniture pubbliche per mettere a regime processi di acquisto di prodotti e servizi concepiti secondo i principi dell’economia circolare.

Il tema dell’approvvigionamento circolare non è nuovo in Olanda dove dal 2013 è in corso l’iniziativa  De Green Deal Circulair Inkopen (GDCI) condotta in collaborazione con enti di consulenza come Circle Economy, MVO Nederland e Kirkman Company. A questa iniziativa governativa,  -che afferisce al Green Deal del 2011- prendono parte attualmente circa 40 soggetti pubblici e privati.
Le sperimentazioni hanno interessato 4 flussi di acquisti pubblici: informatico, arredamento, tessile, ristorazione. Tutti i progetti e il relativo stato di avanzamento dei lavori è stato reso disponibile su internet all’insegna della massima condivisione e trasparenza. Come si legge dalla pagina del sito attraverso la realizzazione di progetti pilota sarà possibile acquisire informazioni e conoscenza su come progettare sistemi di approvvigionamento circolare. Le conoscenze acquisite dai partecipanti costituiranno un bagaglio di esperienze che potrà/dovrà raggiungere nuovi destinatari in modo che il know how si espanda a macchia d’olio anche a progetto europeo concluso. Segue in seconda pagina.

La sfida Zero Waste di New York è partita guardando al 2030

A poche settimane dalla fine della Sfida Rifiuti Zero : NYC Mayor’s Zero Waste Challenge (ZWC) voluta dal sindaco Bill de Blasio le 31 aziende partecipanti hanno ridotto del 60% la produzione di rifiuti destinati alla discarica o all’incenerimento

La sfida che si concluderà il 15 giugno è parte integrante dell’ambizioso programma di New York City di azzerare i rifiuti destinati alla discarica e incenerimento entro il 2030 e di ridurli del 50% entro il 15 giugno 2016. Il programma affronta sia il flusso del rifiuto residenziale che commerciale. L’iniziativa ZWC lanciata a Febbraio riveste anche un importante ruolo sociale poiché le imprese partecipanti hanno l’obbligo di donare gli alimenti invendibili, ma ancora edibili, ad associazioni che assistono le persone in difficoltà. Si stima che 107 tonnellate di alimenti verranno complessivamente donate.

Jilly Stephens direttore esecutivo di City Harvest, una delle ONG -attiva dagli anni ottanta nella distribuzione di alimenti ai bisognosi- che collabora con l’iniziativa ha espresso totale sostegno e apprezzamento per il progetto dichiarando “ Sono 1,4 milioni i newyorkesi che faticano a mettere insieme pasti regolari in tavola e che vanno sostenuti. Inoltre, il recupero di cibo in eccesso è un modo efficace per ridurre i rifiuti alimentari che sono causa di emissioni evitabili di gas a effetto serra, aiutando al contempo le persone in difficoltà”.

I partecipanti hanno ricevuto dalla città di NY istruzioni, informazione mirata, materiali personalizzati, moduli per registrare le performance e avuto la possibilità di frequentare workshop mensili sul tema tenuti da esperti appositamente organizzati.

Le 31 aziende che partecipano all’iniziativa appartengono ad una varietà di settori tra cui: impianti sportivi e stadi, grossisti alimentari, negozi e supermercati, scuole, alberghi, ristoranti, centri o edifici commerciali in collaborazione con le aziende residenti, sedi di uffici governativi come l’EPA e lo studio di produzioni televisive ABC Inc. (Disney).
Le sedi fisiche coinvolte sono in totale 39 e distribuite in tutti e cinque i distretti di New York.

zero-waste-participants

I risultati ottenuti dai partecipanti verranno misurati a fine iniziativa tra una quindicina di giorni  e tutti riceveranno un riconoscimento in base all’impegno prestato. Verranno presi in esame, e valutati per categoria di azienda,  alcuni fattori come:  gli obiettivi di riduzione del conferimento a discarica o incenerimento raggiunti divisi in tre fasce (50-75-90%); la quantità di cibo donato attraverso enti e organizzazioni locali di beneficenza;  le specificità delle singole prestazioni in relazione al successo ottenuto e/o l’innovazione messa in campo.

Mentre è stato richiesto a ciascun partecipante di poter ottenere almeno un dimezzamento dei rifiuti precedentemente non recuperati, non sono previste penalità in caso di obiettivo mancato. Lo scopo dell’amministrazione è infatti quello di instaurare un rapporto di collaborazione costruttivo con le imprese commerciali, e  a partire da questo primo gruppo,  per disegnare con loro un percorso il più realistico possibile, applicabile a tutte le aziende.
Il risultato ottenuto dall’impegno complessivo pari ad un 60% di rifiuti evitati in media reso noto ad inizio maggio è stato quantificato in quasi 13.000 tonnellate di rifiuti (di cui 4.000 tonnellate di organico compostato) sottratti a discariche e incenerimento.
Per raggiungere questa performance i partecipanti hanno modificato procedure e canali di acquisto, messo in campo azioni di riduzione degli imballaggi con l’impiego di contenitori riutilizzabili, ridotto la stampa su carta con l’utilizzo di archivi digitali e altro ancora.

Tutte le imprese commerciali di New York come stabilito dal più recente regolamento sulla gestione dei rifiuti e l’avvio a riciclo dello scorso febbraio hanno l’obbligo di recuperare tutto il riciclabile. Beni in metallo, vetro, plastica, cartoni per bevande e non solamente imballaggi, dovranno essere raccolti e le imprese dovranno verificare con i propri gestori l’effettività del riciclo per i materiali consegnati.

Dal prossimo luglio entra inoltre in vigore per alcuni settori del commercio l’obbligo di raccogliere separatamente e gestire il proprio organico che può essere donato per un successivo recupero tramite compostaggio o produzione di biogas.

Come dichiarato da Nilda Mesa, direttore dell’Ufficio per la Sostenibilità cittadino, l’iniziativa pilota, che ha permesso di raggiungere risultati notevoli e inaspettati in pochi mesi, ha soprattutto dato modo di fornire utili indicazioni su come e dove lavorare per raggiungere l’obiettivo complessivo zero waste della città.

Molto efficace lo schema della competizione adottato a New York per spingere i contendenti a dare il massimo potendo confrontare le prestazioni ottenute con quelle dei partecipanti appartenenti al loro stesso settore. Una competizione a sfondo ambientale da noi importata dal Colorado nel 2013 è stata “The reusable bag challenge”. Sfida all’ultima sporta ha coinvolto 13 Comuni che hanno gareggiato a ridurre lo shopper “usa e getta”per sei mesi  e quasi 10.000 ragazzi nella versione per le scuole.

Molto interessante, sempre guardando agli USA e a quali soluzioni e strumenti mettere in campo per affrontare lo spreco alimentare, e il progetto ReFED.
ReFED è un progetto collaborativo che riunisce oltre trenta imprese, enti nonprofit, fondazioni e leaders politici impegnati a ridurre lo spreco alimentare negli USA.

-Leggi anche sul tema La sovrapproduzione alimentare è il problema, più che i rifiuti alimentari.

Più risorse per la raccolta differenziata imballaggi = bollette rifiuti meno salate

Perchè il Sindaco di Torino e Presidente dell’Anci Pietro Fassino, quando si parla di bollette rifiuti in aumento, evita di mettere in relazione le risibili risorse che l’accordo quadro Anci – Conai mette a disposizione dei Comuni per la raccolta degli imballaggi, nonostante quanto emerso dall’ultima indagine dell’Antitrust sul tema ?

Qualche giorno fa Pietro Fassino ha scritto una lettera al Direttore Calabresi di La Repubblica in risposta ad un Dossier pubblicato dal quotidiano che ha analizzato l’aumento delle imposte nelle sei grandi città che andranno al voto a giugno : Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Cagliari.
Dal Dossier emerge che nelle sei città  le tasse locali , da quelle sulla casa, ai rifiuti, all’addizionale Irpef, sono rincarate fino a +300% negli ultimi cinque anni.
Nello specifico le spese di gestione dei rifiuti sono aumentate negli ultimi cinque anni come segue: quasi del 100% a Cagliari, del 60% a Napoli, del 57,6 % a Milano, del 26,6 % a Torino e del 15,7 a Bologna.
Nella lettera Fassino afferma che i sindaci continuano ad essere rappresentati come “ossessionati dalla volontà di aumentare le tasse a tutti i costi mentre andrebbe invece apprezzato il fatto che gli incrementi fiscali sono stati contenuti in misura inferiore ai tagli subiti”. Dal 2010 ad oggi- denuncia Fassino- i Comuni hanno subito una riduzione di risorse pari circa 18 miliardi di euro che non è stata compensata dagli incrementi (molto più bassi) della fiscalità locale che sono stati necessari per garantire i servizi .
E’ risaputo che il tema dei rifiuti e dei costi correlati è sentito dai cittadini al punto che aumentare la bolletta dei rifiuti, qualora si tratti di reperire fondi per risanare un bilancio in crisi, non è l’atto che un amministratore compie con leggerezza. Non per nulla l’argomento spesso occupa un posto di rilievo se non prioritario nei programmi elettorali dei candidati sindaco, anche nelle città analizzate nel dossier.
Ma proprio perché il tema dei rifiuti e del decoro cittadino è un tema così sensibile e prioritario per tutti i Comuni non ci è ben chiaro perchè Fassino, nel suo ruolo di Presidente dell’Anci, non approfittò della nostra iniziativa del 2013 per aprire un dibattito aperto sui limiti dell’Accordo Quadro Anci Conai. “Per un nuovo AQ Anci Conai” è stata l’unica iniziativa nazionale ad oggi che, attraverso la pubblicazione di uno specifico Dossier, ha messo in luce i punti di debolezza di uno schema di accordo che si è rivelato negli anni penalizzante per i Comuni, e che necessita pertanto di modifiche strutturali. Purtroppo, anche la quarta edizione dell’accordo successivamente siglata, ricalca nella sostanza le edizioni precedenti. Pertanto i Comuni continuano a non ricevere dal sistema consortile Conai le risorse economiche necessarie per far fronte alle spese di gestione della raccolta differenziata degli imballaggi RD.
Un’importante conferma circa la fondatezza delle tesi e sulla veridicità dei contenuti presenti nel nostro Dossier si è avuta recentemente in occasione dell’esaustiva indagine conoscitiva sui rifiuti urbani IC49 voluta dall’Antitrust (Autorità Garante della Concorrenza e del mercato – AGCM-).
Dall’indagine dell’AGCOM, iniziata nell’agosto del 2014 e presentata lo scorso 10 febbraio, emerge uno scenario che, da quanto si ha modo di leggere nel capitolo dedicato ai Consorzi Conai non coincide esattamente con l’immagine estremamente positiva del settore che ci viene raccontata da anni.
In questo editoriale, che prende spunto dalla risposta del Sindaco Fassino al Dossier di Repubblica, riprendiamo principalmente uno dei risultati emersi dall’indagine dell’Antirust: e cioè in quale misura gravano i costi generati dal ciclo di vita degli imballaggi su comunità e cittadini.

SU CHI GRAVA IL COSTO DELLA GESTIONE DEGLI IMBALLAGGI ?
L’indagine risponde a questo quesito a pag. 169 dell’IC49 dove si può leggere “I sistemi di compliance all’Epr adottati a livello nazionale, tra cui anche il Sistema Conai, da un lato, hanno svolto un ruolo fondamentale e positivo nel raggiungimento degli obiettivi ambientali stabiliti dalla legislazione europea, specie per ciò che riguarda il tasso di riciclo. Dall’altro lato, tuttavia, essi non sempre riescono a garantire il raggiungimento degli altri obiettivi, in quanto, come si vedrà in particolar modo per l’Italia, l’onere ambientale derivante dal consumo degli imballaggi è tuttora sostenuto principalmente con risorse pubbliche (la tassa sui rifiuti pagata dai cittadini), mentre i produttori continuano a sopportarne solo una minima parte, peraltro identica per tutti, così che su di essi non grava il costo effettivo della specifica esternalità negativa generata dai loro prodotti. I produttori di imballaggi, in tal modo, si sottraggono alla concorrenza basata sulla produzione di beni eco-compatibili“..
I corrispettivi specificamente definiti dall’Accordo Anci-Conai coprono al più il 20% del costo dell’attività di raccolta differenziata spiega l’Antitrust. Questo significa che, sebbene la raccolta differenziata sia aumentata negli anni, e con essa quindi l’impegno di cittadini ed amministratori locali (ma anche i costi complessivi di gestione), in realtà a pagare l’80% del costo delle operazioni di gestione sono proprio i cittadini con la tariffa rifiuti.

IL RUOLO DI ANCI
L’indagine presentata a metà febbraio è stata ripresa da una manciata di media specializzati e si può dire che sia passata sotto totale silenzio. In un paese “normale”  l’argomento avrebbe destato scalpore e i soggetti più direttamente o maggiormente interessati sarebbero intervenuti. A partire dal Conai, da Anci e a seguire dai rappresentanti del mondo imprenditoriale, politico, delle associazioni ambientaliste e dei consumatori. Anche il mondo dei media si sarebbe di conseguenza interessato e qualche giornalista ne avrebbe scritto, come d’altronde avviene ogni qual volta che l’Antitrust interviene su questioni che toccano gli interessi di altre associazioni di categoria o corporazioni di varia natura. Tuttavia forse perchè la materia è complicata, forse perchè nei cittadini e nei loro rappresentanti politici manca la consapevolezza e l’informazione necessaria, fatto stà che si continua a nascondere i problemi e le responsabilità sotto il tappeto, mentre  i costi dell’inefficenza del sistema vengono scaricati sui cittadini nel disinteresse generale. Nonostante l’immobilità di questo scenario ma soprattutto perchè siamo un’associazione di Comuni che si impegnano per gestire in modo sostenibile i propri territori, riteniamo che sia nostro dovere continuare a esprimere pubblicamente dal 2013 alcuni interrogativi che esigono una risposta, visto la posta in ballo. Continua sulla seconda pagina.

La sovrapproduzione alimentare è il problema, più che i rifiuti alimentari

I rifiuti alimentari e lo spreco di imballaggi sono un sintomo del problema che è la sovrapproduzione di cibo. Un’analisi di alcuni dati di fatto che arrivano da più fonti confermerebbe questa ipotesi e renderebbe necessario un diverso approccio del problema basato su un sistema produttivo agro-alimentare sostenibile che non produca più sprechi.

L’attenzione verso lo spreco di cibo definito definito recentemente da Vytenis Andriukaitis, commissario europeo alla Salute e alla sicurezza alimentare, una tragedia economica ed ambientale è aumentata. Grazie ad alcune iniziative europee di grande eco mediatico lo spreco alimentare viene visto per quello che è: una problematica globale che gioca un ruolo chiave nella riduzione delle emissioni di gas serra.
E’ infatti l’attività agricola che ha l’impatto maggiore a livello di emissioni: con circa 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, si posiziona al primo posto per emissioni di gas serra(pari al 20% delle emissioni del 2010)  prima dei comparti dell’energia e dei trasporti . Secondo lo studio “Food Surplus and Its Climate Burdens” del Potsdam Institute for Climate Research (PIK) che per la prima volta fornisce le proiezioni complete dello spreco di cibo dei Paesi di tutto il mondo, calcola che solamente le emissioni correlate potrebbero arrivare al 2050 a 2,5 miliardi di tonnellate di Co2 equivalenti. (Un articolo di Regioni e Ambiente sullo studio si può leggere qui. )
Una follia se consideriamo che in Europa stiamo distruggendo la biodiversità con uno sfruttamento estremamente intensivo del territorio; tra insediamenti abitativi, infrastrutture e produzione industriale e agricola la percentuale di suolo sfruttato arriva all’80%.
EATING PLANET
Nel 2050 la crescita demografica arriverà a oltrepassare i 9 miliardi di persone con una richiesta di cibo che crescerà del 56%. In questo scenario di possibile aumento della produzione alimentare – e di conseguente impatto ambientale – potrebbe sembrare difficile mantenere il riscaldamento globale entro i 2˚C, obiettivo prefissato lo scorso dicembre durante la Conferenza di Parigi (COP21). Se si pensa che per sfamare il crescente numero di persone nel mondo occorre produrre di più, non è questa la soluzione. In realtà, attualmente sprechiamo un terzo della produzione globale di alimenti, che equivale a quattro volte la quantità necessaria a dare da mangiare a 795 milioni di persone denutrite nel mondo, oltre ad avere una forte ricaduta sull’ambiente perché mentre il cibo si decompone rilascia gas metano, un gas serra 20 volte più potente dell’anidride carbonica.
Questo il messaggio arrivato nella giornata della Terra lo scorso 22 aprile dalla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition BCFN che ha recentemente presentato la seconda edizione di “Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro”. Effettivamente ci stiamo divorando la terra e anche l’ Italia non scherza visto che sprechiamo il 35% di prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura prodotti. Uno spreco che porta con se una perdita di 1.226 milioni di m3 l’anno di acqua, e l’immissione nell’ambiente di 24,5 milioni di tonnellate CO2 l’anno. Secondo i dati diffusi ieri dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile nel suo ultimo Climate report, presentati dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, nel 2015 le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate di circa il 2,5%, circa 3 volte tanto la crescita del Pil (che ha segnato un +0,8%) in controtendenza rispetto ad altri paesi.
Se si considera che la richiesta di cibo aumenterà del 56%, che il 25% dei suoli è gravemente danneggiato e il 30% dei terreni coltivabili è divenato improduttivo negli ultimi 40 anni (dati FAO) è evidente che serve rivedere l’intero sistema a livello globale.

sprecoalimentare1
>>Continua a pag.2

Il “mondo reale” del Ministro Galletti e lo sguardo lungo di Ségolène Royal

Domenica andrò a votare e voterò no al referendum“. Così Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente, intervenendo questa mattina ad Agorà su Rai Tre sul voto di domenica 17 aprile. Per il ministro è ”ipocrita continuare a usare il petrolio ma non volerlo estrarre” mentre ”ci sta bene andarlo a prendere in altre parti del mondo, dove la sicurezza è minore”. Il ministro ragiona poi sul fatto che continuare a usare il petrolio fa parte del ‘mondo reale’: ‘‘prendo atto della situazione e che con il petrolio si muove ancora il 96% della mobilità; non è che posso pensare di vivere in un mondo diverso da quello in cui vivo
Il ragionamento di Galletti non farebbe una grinza se espresso da un comune cittadino, e per giunta poco informato sul quesito referendario. Quando invece ci si rende conto che così ragiona il ministro all’Ambiente si rischia di cadere dalla sedia. Va detto che una seppur magra consolazione il ministro ce la dispensa dichiarando che andrà a votare. Almeno evita, al contrario del premier Renzi (e larga parte del PD), di incitare gli italiani all’astensionismo , al punto da causare l’intervento del presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi che ha invitato i cittadini ad esprimersi con il voto.
Resta da capire a chi spetta il compito, se non al governo e ai suoi ministri, di disegnare le politiche ambientali ed economiche- a breve e lungo termine- che ci permettano di ottemperare agli impegni presi alla Cop21 di Parigi.

E’ il caso di ricordare al nostro governo che il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo firmeranno l’Accordo di Parigi, risultato della COP 21 sui cambiamenti climatici di dicembre. L’accordo, raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea, rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili, responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto, alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico.
E’ vero che Galletti ci aveva in qualche modo allertato sulle sue competenze dichiarando lo scorso gennaio che non fosse necessario essere per forza geologi o fisici per occuparsi di ambiente, e come prova avesse indicato la sua “grande operazione ambientale” compiuta da assessore a Bologna: la creazione della multiutility Hera e la sua quotazione in borsa. Per fortuna, verrebbe da dire,  che a difendere i nostri mari ci pensano i leghisti, invece del PD.
Votiamo sì per salvaguardare il nostro mare, l’Adriatico, e rispondere così ai bisogni dei cittadini che arrivano prima delle trivelle” ha detto infatti Zaia all’evento Vinitaly di Veronafiere spiegando che “ci sono 350 pescatori della piccola pesca a rischio per le piattaforme petrolifere e quindi molti più posti di lavoro del centinaio di addetti nelle trivelle“, Puglia e Veneto si sono incontrate nel 2012 per firmare il manifesto “No Triv” e “ancora oggi – ha sottolineato Zaia – dura questo gemellaggio“.   Anche il ministro francese per l’Ambiente Ségolène Royal, considerando le conseguenze drammatiche che uno sversamento di petrolio può causare in un mare chiuso come il Mediterraneo ha deciso di applicare una moratoria «immediata» sui permessi di ricerca di idrocarburi nei mari francesi e di richiedere «l’estensione di questa moratoria all’insieme del Mediterraneo nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo».

Rispetto a quanto dichiarato dal Ministro- sempre ad Agorà- che una maggiore durata delle concessioni sia garanzia di maggiori investimenti anche in sicurezza è sempre Greenpeace che è intervenuta in giornata a ricordare che, al contrario di quanto ripetutamente affermato dal governo, in Italia la normativa sulle estrazioni in mare è tutto fuorché rigorosa. Nel nostro Paese il legislatore ha deciso che le trivelle sono al 100% “sicure per legge”. Infatti una norma del 2015 (DL 26 giugno, n. 105, ma normative analoghe sono in vigore già dal 2005) esclude le piattaforme petrolifere dalla categoria di “impianti a rischio di incidente rilevante”. Questo significa che le compagnie non hanno l’onere di dimostrare quali accorgimenti sono in grado di adottare per scongiurare, contenere o mitigare sversamenti di ingenti quantità di idrocarburi in mare. Semplicemente perché, secondo il legislatore, un incidente del genere sarebbe impossibile!
Quasi la metà delle piattaforme oggetto del referendum sono state installate prima del 1986, dunque non hanno sostenuto alcun procedimento di Valutazione d’Impatto Ambientale. Infine, delle 135 piattaforme operanti nei mari italiani, solo di 34 sono disponibili i piani di monitoraggio (diffusi per la prima volta da Greenpeace nel rapporto Trivelle Fuorilegge): stando a una nota dell’ENI, le oltre 100 rimanenti sarebbero esenti da monitoraggi. Sul loro impatto ambientale non esiste dunque alcuna stima o misurazione ufficiale. Il Ministero dell’Ambiente, dal canto suo, non ha mai chiarito le ragioni dell’indisponibilità dei dati. Perciò questi impianti risultano al momento al di fuori di qualsiasi controllo.
La mancanza di controlli è evidenziata anche dai fatti di cronaca. Come emerso di recente, la piattaforma Vega, nel Canale di Sicilia, ha trasferito per 18 anni le acque contaminate derivanti dal processo di estrazione di petrolio a una nave appoggio che, illegalmente, iniettava questi reflui (assieme alle acque di sentina e alle acque di lavaggio della nave stessa) in un pozzo petrolifero sterile, alla profondità di circa 2.800 metri. Si parla di poco meno di mezzo milione di metri cubi di acque inquinate con metalli, idrocarburi e altre sostanze chimiche. Una discarica in mare a cui è seguita, anziché una sanzione, l’autorizzazione da parte del Ministero dell’Ambiente a realizzare nuovi pozzi di estrazione e una nuova piattaforma. 

Di prossima uscita un documentario Italian Offshore presentato in anteprima ieri sera a Piazza Pulita. Si tratta di una video inchiesta sul mondo dell’estrazione di idrocarburi nei mari italiani. In quattro capitoli, di circa 12 minuti l’uno, vengono trattati quattro casi emblematici dei problemi causati da questa attività. Uno sversamento nascosto per anni, l’inquinamento causato dalle acque di produzione, l’abbassamento del suolo e il miraggio occupazionale sono indagati attraverso reportage in mare e con l’utilizzo di fonti inedite e interviste esclusive.

Galletti sempre ad Agorà ha dichiarato che gli incentivi di cui hanno goduto le fonti rinnovabili hanno avuto effetti distorsivi sul mercato. Se così fosse perché non si mette mano al quadro completo degli incentivi inclusi quelli di cui godono le fonti fossili stimati da Legambiente in 147 miliardi annui e gli impianti di incenerimento? L’economia circolare- evocata a sproposito da Galletti in varie occasioni- implica il fare un uso efficiente delle risorse attraverso una progettazione sistemica. Non significa certamente distruggere le materie prime quanto riutilizzarle in nuovi cicli produttivi al fine di conservare il loro valore economico il più a lungo possibile. Purtroppo sino a che i lobbisti delle fonti fossili potranno agire indisturbati all’interno dei ministeri, gli interessi delle comunità virtuose, e di tutti quei settori che potrebbero dare vita ad un’economia verde e sostenibile, non avranno grandi possibilità di avere voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano.

Se guardiamo invece oltre confine il panorama cambia; ci sono nazioni che stanno pianificando un’uscita dalle fonti fossili. Ci sono ministri all’ambiente e allo sviluppo economico impegnati da tempo in progetti trasversali ai dicasteri all’insegna dell’economia circolare, dell’efficienza energetica, delle energie rinnovabili e della mobilità sostenibile che stanziano risorse e promuovono legislazioni incentivanti per una transizione ecologica. Parliamo di Francia, Olanda, Belgio, Scozia.

In Italia abbiamo sentito da parte del governo solamente grandi promesse circa misure incentivanti per la green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali, che però ancora non si sono concretizzate in alcun provvedimento.

Mentre l ‘Olanda ha indicato nell’economia circolare e nella qualità dell’aria le sue priorità per la sua presidenza di turno della UE in corso, l’Italia corre il rischio di vedere morire in cambio di royalties risibili le sue bellezze naturali e la salute dei suoi cittadini a causa di un’assoluta mancanza di visione strategica sul futuro del paese da parte dell’attuale governo ( e non solo). A differenza dell’Italia, l’Olanda ha un Piano energetico che arriva fino al 2050 e che coinvolge aziende, istituzioni della conoscenza e agenzie governative. Nel 2013 l’Olanda ha approvato l’accordo per l’energia per la crescita sostenibile, che definisce come soddisfare il suo fabbisogno di energia fino al 2023.
Anche lo spettro della disoccupazione è stato utilizzato per far credere agli italiani che votando SI si metterebbero immediatamente per strada gli oltre 13.000 lavoratori dell’intero settore quando parrebbero invece circa 70 i lavoratori occupati dalle piattaforme interessate dal quesito referendario. Come evidenziato nell’ultimo rapporto della società Deloitte, ci ricorda Legambiente  che il 35% delle compagnie petrolifere è ad alto rischio di fallimento nel 2016 a causa del crollo del prezzo del petrolio e di un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari. Al contrario, il settore delle rinnovabili e dell’efficienza sono in forte crescita e con norme e politiche adeguate potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro: 100mila al 2030 nel solo settore delle energie rinnovabili – circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia. Per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica.