Tre capitali e quattro governi del nord Europa si alleano per l’Economia Circolare
Londra, Amsterdam e Copenhagen uniscono le forze per sviluppare insieme progetti improntati all’economia circolare.
L’impegno che ha contraddistinto le tre capitali europee nel portare avanti “progetti circolari” in vari ambiti ha portato a questa partnership internazionale che, sulla base delle best practice e competenze singolarmente maturate, potrebbe dare vita ad interessanti progetti innovativi di cui speriamo potervi dare presto conto.
Una città che promette di fare molto bene sotto il profilo della collaborazione è sicuramente Amsterdam, che, come vi abbiamo recentemente raccontato, ha già inserito l’economia circolare come parte integrante del suo programma di sostenibilità. Lo dimostra anche il premio di Capitale dell’innovazione 2016 (iCapital) assegnatole in questi giorni dalla Commissione Europea per il suo approccio olistico all’innovazione incoraggiato attraverso la creatività, il pragmatismo e la collaborazione.
Il primo progetto che coinvolgerà le tre capitali avrà come obiettivo lo sviluppo di un piano per incrementare la percentuale di recupero della plastiche nel rifiuto urbano. Diversi rapporti hanno recentemente denunciato la preoccupante situazione in cui versano mari ed oceani infestati da grandi quantità di plastica, al punto che in assenza di azioni globali intraprese dai governi, si arriverà in pochi anni ad avere nelle acque più plastica che pesce. In particolare il rapporto The New Plastic Economy della Ellen McArthur Foundation ha quantificato in una cifra tra gli 80 e i 120 miliardi di dollari il danno economico derivante dall’attuale cattiva gestione della plastica.
LWARB (London Waste and Recycling Board) il gestore per i rifiuti della capitale inglese aveva d’altronde già individuato la plastica come uno dei cinque flussi di rifiuti più impattanti su cui intervenire nel suo rapporto “Verso un’economia circolare” dello scorso anno. LWARB, che ha tra i suoi compiti la riduzione dei rifiuti e l’incremento del riuso e riciclo, è in procinto di presentare una tabella di marcia per implementare l’economia circolare a Londra basata sullo studio. Oggetto del piano di intervento, oltre alle plastiche, ci sono i rifiuti di origine alimentare, tessile, edile e da RAEE.
Matthew Pencharz, vice sindaco di Londra con delega all’ambiente e l’energia, si è augurato, al pari dei suoi colleghi danesi e olandesi, che la partnership porti ad un successivo sviluppo di nuovi progetti improntati all’uso sostenibile delle risorse in altre aree di interesse comune.

Un Green Deal di interesse transfrontaliero per Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre
Un altro progetto collaborativo su base volontaria inaugurato recentemente è l’International Green Deal on the North Sea Reasouces Roundabout, un accordo sottoscritto da Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Fiandre per la creazione di un mercato dinamico per le risorse secondarie in Europa. Si tratta di un’iniziativa decisiva per affrontare gli ostacoli normativi esistenti ed esplorare il pieno potenziale del mercato unico europeo nella transizione verso un’economia circolare.
L’accordo è stato sottoscritto il 6 marzo scorso dai Ministri, Associazioni industriali e ONG appartenenti ai quattro governi che si impegnano ad agevolare lo scambio commerciale delle materie prime seconde attraverso i rispettivi territori nazionali.
Non è casuale che uno dei quattro governi sottoscrittori del Green Deal sia quello delle Fiandre che detiene la migliore performance di riciclo esistente in Europa.
L’Europa ha individuato la necessità di andare verso un’economia circolare che si fonda su un uso preminente delle risorse secondarie. Una delle barriere che i paesi incontrano nell’utilizzo delle materie prime seconde, visto la natura transfrontaliera della maggior parte delle catene di valore dei prodotti, sono le diverse normative nazionali in materia di rifiuti. Le aziende che vogliono aumentare il riciclaggio o utilizzare più risorse secondarie per sostituire la dipendenza dalle risorse primarie (e ridurre le emissioni di gas serra delle produzioni) incontrano ostacoli nella negoziazione internazionale delle materie prime seconde che vengono considerate in modo diverso dalle normative di riferimento di ciascun paese.
Le conseguenze sono che alcuni materiali post consumo, che potrebbero invece avere sbocchi commerciali, finiscono tra i rifiuti. Un esempio tra tutti è il compost prodotto dai rifiuti organici urbani che una volta riconosciuto come fertilizzante, invece che rifiuto, potrebbe essere commercializzato oltre confine senza problemi.
Il ministro dell’ambiente olandese Sharon Dijksma ha così commentato l’accordo:
“Per rendere la nostra economia più verde, è necessario che le aziende leader nel campo della sostenibilità trovino le opportunità per innovare. Questo è esattamente ciò che questo Green Deal si propone di realizzare. Ridefinendo ciò che costituisce una risorsa, e allo stesso tempo, allineando la definizione tra i paesi vicini, si semplificheranno le cose per le imprese. Ne beneficeranno l’ambiente e l’economia dei paesi della regione del Mare del Nord “.
Il rafforzamento di un’economia circolare in cui i rifiuti sono utilizzati come una risorsa è una priorità della Presidenza olandese della UE che si concluderà a giugno.
Un gruppo di lavoro formato da rappresentanti del governo e associazioni industriali dei quattro governi collaborerà per cinque anni allo sviluppo di quelle opzioni che possano eliminare gli ostacoli legislativi prima citati lavorando su un numero massimo di dieci flussi di materiali.
Oltre al compost, i primi sforzi saranno diretti a trovare uno sbocco per il PVC che attualmente non viene riciclato. Le stime degli operatori del settore parlano di una disponibilità di circa 100 milioni di tonnellate di PVC dismesse ogni anno che qualora avviate a riciclo potrebbero garantire l’occupazione di 8000 persone.
Non resta che augurarsi che questa iniziativa “dal basso” volta a semplificare la normativa sui rifiuti possa ispirare altri Stati membri e costituire un valido stimolo per accellerare quei processi di allineamento normativo necessari per una diffusione dell’economia circolare in Europa.
Secondo i calcoli della Commissione Europea, una più rapida transizione verso un’economia circolare permetterebbe alle imprese europee di risparmiare ogni anno 600 miliardi di euro di costi di produzione, che si tradurrebbe in un aumento di fatturato pari all’ 8%. Inoltre si verrebbero a creare 580.000 posti di lavoro ed un beneficio ambientale con 450 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 risparmiate ogni anno.
Inevitabile provare un profondo smarrimento se si guarda a come invece l’Italia sta affrontando- o meglio ignorando- la crisi ambientale e delle risorse e il riscaldamento climatico, senza un piano strategico. Nonostante esista un’ampia letteratura recente che dimostri che non solo è possibile ma addiritura economicamente conveniente coniugare la protezione dell’ambiente (la fonte della nostra economia) con una crescita sostenibile. Le priorità del governo, come le recenti cronache svelano, sembrano per lo più essere quelle di accontentare i vari quartierini di interesse privato.
Plastica unita contro il marine litter ma anche contro le sue soluzioni
L’industria delle materie plastiche ancora si interroga su come ridurre l’inquinamento dei mari causato dalla dispersione di rifiuti. Perché non passare invece ai fatti sulla base dell’evidenza scientifica prodotta da diversi studi che, oltre a mappare e quantificare le esternalità negative dell’attuale gestione della plastica, forniscono allo stesso tempo delle soluzioni?
La lotta all’inquinamento marino – si legge su Polimerica.it – causato dalla dispersione incontrollata di rifiuti in ambiente, il cosiddetto marine litter, è stata al centro dell’edizione 2016 di PolyTalk, la conferenza organizzata ogni anno da PlasticsEurope, federazione europea dei produttori di materie plastiche, per affrontare i temi legati all’impatto ambientale dei materiali plastici. Con il titolo “Zero Plastics to the Oceans”, la conferenza ha riunito il 16 e 17 marzo scorso a Bruxelles 250 rappresentanti del mondo dell’industria, della politica, dei media, oltre ad associazioni non governative, scienziati e università, che hanno discusso sulle cause del marine litter e su come l’industria del settore può contribuire a mitigarne gli effetti.
Per fornire una piattaforma dove scambiare informazioni, buone pratiche e aggiornamenti sui progetti in corso, è stato lanciato proprio in occasione della conferenza il portale Marine Litter Solutions, un sito internet che riporta le iniziative condotte dalle oltre 60 associazioni delle materie plastiche di 134 paesi che nel 2011 hanno firmato la “Declaration of the Global Plastics Associations for Solutions on Marine Litter”.
Andando sul sito si trovano alcuni dei 185 progetti avviati o conclusi per ridurre l’impatto ambientale della dispersione di plastiche nell’ambiente. I progetti riguardano il recupero di rifiuti plastici in mare, operazioni di pulizia spiagge, l’organizzazione di convegni e campagne di sensibilizzazione, progetti di supporto al riciclo e la redazione di studi. Il progetto presenta alcune caratteristiche di fondo che sono comuni ad altre iniziative ambientali realizzate dall’industria della plastica su base volontaria.
Mancano ad esempio nei progetti quelle azioni legate alla prevenzione o Precycling nella fase della progettazione industriale che è quella che determina l’impatto del ciclo di vita dei prodotti. Eppure le aziende anche in assenza di legislazioni stringenti possono fare la differenza: progettando secondo i criteri dall’ecodesign , utilizzando materie prime seconde per ridurre il consumo di risorse (la dipendenza da approvvigionamento di materie di origine fossile) e rendere possibile la nascita di un mercato per la plastica post consumo. Le aziende possono inoltre aderire o promuovere sistemi di ERP (responsabilità estesa del produttore) che prevedano anche l’applicazione del deposito su cauzione per il packaging, invece di avversare il sistema come abitualmente fa l’industria del beverage.
Non aiuta certamente il fatto che all’interno del fronte dei promotori manchino altri stakeholder della catena del valore della plastica che potrebbero assicurare quella spinta verso il cambiamento necessaria; primo fra tutti il mondo del riciclo.
E’ evidente che in assenza di un quadro di gestione stringente e globale per gli imballaggi- fondato sul Precycling e sull’intercettazione finale degli stessi per un riciclo ecoefficiente- il valore economico della plastica continuerà a disperdersi nell’ambiente, con le gravi conseguenze che stiamo imparando a conoscere sempre più nel dettaglio.
Per fortuna si fanno strada tra i produttori di packaging imprenditori socialmente responsabili come Michael Brown di Packaging 2.0 Inc. (Jamestown, R.I.) che non solo offrono imballaggi innovativi in plastica riciclata e riciclabili, ma che non nascondono la testa nella sabbia quando si tratta di affrontare la problematica del fine vita inglorioso della plastica. Purtroppo al momento Brown, che ha partecipato a spedizioni di monitoraggio della plastica in mare e ha invitato i colleghi all’azione , è parte di un’esigua minoranza. La maggior parte delle aziende del settore si allinea, come avviene negli USA, alle azioni di contrasto a qualsiasi misura che tassi, vieti o regolamenti l’immissione di sacchetti e altri imballaggi nel mercato supportate dall’American Chemistry Council. Ecco un articolo di Danna Moore Pfahl -consulente aziendale con un passato nelle ONG- che ben descrive la situazione attuale e invita allo stesso tempo l’industria a “cambiare il gioco” .
Non appare più comprensibile e neanche giustificabile che l’industria delle materie plastiche debba ancora interrogarsi su come ridurre l’inquinamento dei mari, perché già esiste tutta l’evidenza scientifica necessaria per passare ai fatti. Sono già stati prodotti negli ultimi due anni diversi studi che non solamente mappano e quantificano il danno ambientale ed economico dell’attuale gestione della plastica, ma che forniscono allo stesso tempo delle soluzioni implementabili.
Gli studi di rilievo usciti negli ultimi due anni sono infatti tre: “Valuing plastic” del 2014, “Plastic waste inputs from land into the ocean” e “Stemming the Tide: Land-based strategies for a plastic-free ocean” (entrambi del 2015) di cui vi abbiamo già raccontato in un post dal titolo Plastica in mare: la soluzione è un diverso modello produttivo.
Questi studi sono stati tutti ripresi nel più recente report: The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics prodotto dal World Economic Forum (WEF) e dalla Ellen MacArthur Foundation (EMF) con il supporto tecnico di McKinsey & Company all’interno del progetto MainStream. Il video di presentazione si può visionare cliccando qui.
Ecco una scelta tra i dati più significativi riferiti alla prima parte dello studio che fotografa la situazione a livello globale :
-La produzione della plastica in 50 anni è crescita 20 volte passando dalle 15 milioni di tonnellate del 1964 alle 311 milioni di tonnellate del 2014. Si prevede un raddoppio del consumo attuale nei prossimi 20 anni e una sua moltiplicazione per 4 al 2050.
-Nel 2013 sono stati immessi nel mercato 78 milioni di tonnellate di packaging in plastica per un valore pari a 260 miliardi di dollari. La produzione di packaging rappresenta il 26% in volume della produzione totale di manufatti in plastica. Dal 2000 al 2015, la quota della plastica all’interno dei volumi complessivi del packaging è cresciuta dal 17% al 25% spinta da una crescita annua del 5%. Complici fattori come il basso costo la versatilità, la leggerezza e l’alta performance della plastica per quanto concerne trasporto, conservazione e protezione degli alimenti.
Il mercato degli imballaggi di plastica è in crescita con stime che indicano un raddoppio dei volumi di vendita attuali entro i 15 anni e una loro quadruplicazione al 2050 con 318 milioni di tonnellate immesse al consumo (un po’ di più della produzione complessiva dell’intera industria plastica del 2014 pari a 311 milioni di tonnellate).
Tuttavia il 95% del valore del packaging, stimabile in 60-120 miliardi di dollari, si perde dopo un singolo utilizzo. Delle 78 milioni di tonnellate di packaging immesso al consumo il 72% non viene recuperato. Mentre il 40% va in discarica il 32% sfugge ai sistemi di raccolta “legali”.
Economia Circolare: Scozia versus Italia due a zero
Per affrontare una sfida globale come quella del riscaldamento climatico il Consiglio della Green Economy ha proposto sei misure contenute in una risoluzione presentata recentemente. Il Consiglio si impegna a sostenere nei confronti del Governo in carica azioni rivolte a: Incrementare l’efficienza, il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti energetiche nazionali rinnovabili; Sviluppare il risparmio, il riciclo e la rinnovabilità dei materiali in un’ottica di circular economy; Promuovere una mobilità più sostenibile, città meno inquinate e più vivibili e un’edilizia più sostenibile; Incrementare gli assorbimenti di carbonio attraverso la gestione appropriata e sostenibile delle foreste, dei pascoli e dei terreni agricoli; Introdurre il carbon pricing in sostituzione di altre forme di prelievo fiscale e per eliminare e/o per riallocare gli incentivi negativi per l’ambiente (sussidi all’incenerimento) ; Rafforzare attività di punta come l’agroalimentare e il turismo, migliorando la qualità del territorio, tutelando e valorizzando meglio quella grande risorsa nazionale che è costituita dal nostro capitale naturale e culturale.
Il lavoro da fare è tanto perché , in attesa del Green act, annunciato dal premier Renzi per marzo 2015, il Governo, tra alcuni articoli dello Sblocca Italia e provvedimenti “anti-rinnovabili” non ha certamento inviato segnali importanti di cambiamento su temi che vanno affrontati con urgenza, oltre che parte di un sostanziale rilancio del Paese.
Non è stata presentata una strategia energetica nazionale o di un piano di adattamento climatico per un paese come il nostro non certo immune dagli effetti del riscaldamento climatico. Non abbiamo ancora evidenza di un piano industriale strategico per lo sviluppo sostenibile che preveda quegli obiettivi di decarbonizzazione necessari a contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5 gradi come sancito nell’accordo della conferenza sul clima di Parigi.
COP 21 : impegni insufficienti ?
Che cosa ne è degli obiettivi dell’accordo raggiunto in seno alla COP 21? Carta straccia, secondo due ricercatori australiani che hanno prodotto recentemente un articolo scientifico pubblicato sulla rivista Plos One. Il team, ha utilizzato un modello basato su tre indicatori: previsioni a medio-lungo termine della crescita economica, aumento demografico e consumo di energia pro capite. È la prima volta che questo tipo di modelli include il consumo energetico delle persone per effettuare previsioni sull’aumento delle emissioni e delle temperature globali. L’uso di energia è più che raddoppiato dal 1950 ad oggi. Secondo i dati elaborati dal ‘global energy tracker‘, sviluppato dai due ricercatori della Griffith University e Queensland University, le temperature medie saliranno di 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali già entro il 2020 arrivando quindi a toccare prima del 2030 quel limite massimo di + 2° oltre al quale si andrebbe incontro a scenari catastrofici per l’uomo sulla terra.
Mentre scienziati di tutto il mondo convergono sul fatto che per aiutare il Pianeta, la prima cosa che andrebbe fatta è ”lasciare sottoterra tre quarti dei combustibili fossili conosciuti” (1) si continua a perseguire delle politiche di concessioni di estrazione del petrolio in mare che mettono in mano ai petrolieri la salute dei nostri mari, e il futuro di tutta l’economia che vi dipende. Al punto che 10 Regioni si sono trovate costrette ad avvalersi dello strumento del referendum allo scopo di aprire un confronto ampio e condiviso nel paese sul modello energetico che vogliamo come cittadini.
Governi Circolari
Per fortuna sta andando un po’ meglio ad altri nostri concittadini europei che possono contare su Governi più lungimiranti. E’ il caso dell’Olanda, della regione francese del Nord – Passo di Calais e Piccardia e del Governo scozzese di cui vi raccontiamo in questo post.
Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato lo scorso 15 febbraio lo stanziamento di un fondo pari a 70 milioni di sterline per accelerare la transizione ad un’economia circolare nel comparto manifatturiero. Il fondo si propone di stimolare l’innovazione per migliorare la produttività delle risorse e la competitività globale di un settore portante dell’economia scozzese che impiega circa 190.000 persone.
Il settore manifatturiero rappresenta infatti più della metà delle esportazioni internazionali della Scozia e degli investimenti in ricerca e sviluppo.
“Nonostante il sistema produttivo abbia subito una trasformazione significativa nel corso degli ultimi decenni, con la crescente globalizzazione e un maggiore uso della tecnologia digitale, esso rimane un settore occupazionale ad alta qualifica e retribuzione, con salari che sono al di sopra della media scozzese“, ha dichiarato il primo ministro.
Una parte dei finanziamenti del fondo verrà destinato allo sviluppo di nuove tecnologie, modelli di business e infrastrutture sia nella fase di progettazione che di implementazione. Una parte verrà invece destinata alla riprogettazione di prodotti e servizi esistenti. Presentato un piano di azione che delinea come il Governo le sue Enterprise Agencies e Zero Waste Scotland lavoreranno con industria e istituti di ricerca e di istruzione superiore per stimolare innovazione, produttività e investimenti.
Sturgeon ha anche annunciato come parte del programma l’apertura di un nuovo centro di ricerca, per il manufacturing che fungerà da hub per l’innovazione continua.
Il governo scozzese aveva già investito 1,3 milioni di sterline in un centro di eccellenza simile nel 2014, The Institute of Remanufacture per promuovere all’interno dei processi produttivi una progettazione finalizzata al riuso dei materiali e alla riparazione dei prodotti.
“Questo nuovo pacchetto di finanziamento permetterà il superamento degli attuali ostacoli nell’innovazione di impresa e stimolerà lo sviluppo di modelli economici circolari che allungando il ciclo di vita dei beni permetterà di salvare materie prime e risorse preziose“, ha dichiarato Iain Gulland, amministratore delegato di Zero Waste Scotland. “Questo investimento ha un grande significato economico oltre che ambientale. Investendo ora, il governo scozzese sta costruendo le fondamenta per costruire un futuro sempre più sostenibile – efficiente nell’uso delle risorse e sicuramente più circolare “.
I benefici economici e occupazionali del Remanufacturing su base europea
Un recente rapporto prodotto a cura di ERN The European Remanufacturing Network ha dimostrato che un supporto all’industria del remanufacturing (rigenerazione, ricondizionamento di prodotti e componenti) della UE potrebbe impiegare fino a 600.000 persone e produrre un fatturato annuo di 90 miliardi di euro. La ricerca ha fotografato l’attuale stato del remanifacturing in 9 settori: aerospaziale, automobilistico, mezzi pesanti e fuori strada, ferroviario, navale, apparecchiature elettriche ed elettroniche, arredamento, macchinari e attrezzature mediche. Quattro nazioni giocano un ruolo chiave nel remanufactoring rappresentando circa il 70% del settore in Europa: Germania, Regno Unito, Irlanda, Francia e Italia. La sola Germania muove circa un terzo della produzione europea del settore e ricopre una posizione dominante nei settori aerospaziale, automobilistico e mezzi speciali.
Secondo il rapporto di ERN, l’industria della rigenerazione genera attualmente circa 30 miliardi di € l’anno e impiega circa 190.000 persone nei settori prima citati oggetto dell’indagine.
(1) Vedi anche la campagna del The Guardian: Why we need to keep fossil fuels in the ground | Keep it in the ground.
Riciclo, la corsa a ostacoli delle imprese contro il monopolio di Conai:ritardi, annullamenti e battaglie legali
Dopo l’immobilismo della politica e in attesa dell’approvazione del ddl Concorrenza al Senato, ecco le storie delle aziende che hanno tentato di realizzare sistemi autonomi di raccolta e recupero dei materiali di imballaggio. Come il calvario della Aliplast: “Fare lobby non è il nostro lavoro, siamo e restiamo riciclatori. Ma almeno abbiamo aperto una strada” nuova”
Riprendiamo l’articolo di Veronica Ulivieri apparso oggi su Il Fatto Quotidiano che riprende le tematiche attinenti all’Accordo Anci Conai che sono state oggetto di analisi nel nostro Dossier del 2013.
L’Antitrust lo dice dal 2008 e lo ha ripetuto di recente in più occasioni: nella raccolta e nell’avvio al riciclo degli imballaggi serve più concorrenza. Un primo passo potrebbe arrivare presto con l’approvazione anche al Senato del ddl sulle liberalizzazioni, dopo anni in cui la politica ha fatto orecchie da mercante agli appelli dell’Autorithy, mentre a pagare il prezzo dell’immobilismo erano le aziende che hanno tentato di mettere in piedi sistemi autonomi di raccolta e recupero dei materiali. Con iter durati anni, tra ritardi, schermaglie legali, annullamenti di procedure ed esposti all’Authority per la concorrenza.
Per rispettare l’obbligo di recuperare gli imballaggi usati, il Testo unico ambientale del 2006 prevede che i produttori possano aderire al Consorzio Conai, istituito dalla legge nel 1997 per dare input a raccolta differenziata e riciclo oppure avviare un sistema autonomo, a patto di gestire i propri contenitori e di coprire tutto il territorio nazionale. Chi ha scelto la seconda opzione, però, si è trovato ad affrontare un percorso a ostacoli, iniziato con gli sforzi per soddisfare questi due requisiti considerati eccessivi dalla stessa Antitrust e continuato spesso in tribunale.
Aliplast: sette anni di calvario
Aliplast, azienda trevigiana che oggi avvia a seconda vita il 10 per cento di tutta la plastica riciclata in Italia, ci ha messo 7 anni per vedersi alla fine riconosciuto il diritto di operare con il proprio sistema Pari, attraverso il quale raccoglie e ricicla le pellicole in polietilene utilizzate dalle imprese per imballare bancali di merci.
Oggi lavora con grandi nomi come Heineken, Nestlé e Saint Gobin, con una percentuale di riciclo del 60 per cento. “Il sistema Pari ha avuto il via libera nel 2009 dall’Osservatorio nazionale rifiuti, le cui funzioni sono oggi in capo al ministero dell’Ambiente, dopo 18 mesi di istruttoria – racconta Alessandro Stocco, manager di Aliplast – Nel frattempo, però, Conai ha presentato ricorso, accolto dal Tar e confermato dal Consiglio di Stato, i quali hanno ritenuto che i controlli svolti sulla nostra attività non fossero sufficienti. L’iter così è tornato alla fase iniziale e siamo stati autorizzati di nuovo dal ministero solo ad agosto 2014″, racconta Alessandro Stocco, manager di Aliplast. Non finisce qui: “A quel punto, Conai ha presentato un nuovo ricorso contro il provvedimento. Abbiamo fatto ricorso anche noi, perché nel decreto ministeriale rimanevano dei vincoli alla nostra attività”. “Purtroppo – ammette Stocco – fare lobby non è il nostro lavoro, siamo e restiamo riciclatori”, ma “grazie all’istruttoria Antitrust il rapporto tra Pari e Conai è giunto ad una piena definizione e questo ha aperto la strada anche per altri sistemi che dovessero nascere in futuro”.
Compiti a casa
Stocco fa riferimento al procedimento avviato nel 2014 dall’Autorità per la concorrenza nei confronti di Conai e Corepla, il Consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica, per verificare un eventuale abuso di posizione dominante. Tutto era partito da una segnalazione della stessa Aliplast. A settembre 2015, l’Authority ha chiuso l’indagine rinunciando ad accertare l’infrazione e accettando cinque impegni vincolanti presentati dai due consorzi. Impegni considerati “idonei a tutelare la concorrenza“, che offrono maggiori garanzie a Pari e che “si applicheranno alle procedure di riconoscimento dei nuovi sistemi”. Il primo, in particolare, parla di “non interferenza da parte di Conai” negli iter di riconoscimento dei sistemi autonomi. Il parere del Consorzio al ministero nel procedimento era previsto dalla legge del 2006, ma Conai, ha ripetuto il presidente dell’Authority Giovanni Pitruzzella in Parlamento anche a metà febbraio, “potrebbe esercitare un ruolo non neutrale nell’ambito delle procedure di riconoscimento dei sistemi autonomi” suoi concorrenti. L’Antitrust si è detta più volte a favore che questo compito passi a un ente terzo come l’Ispra.
Prs: due anni per un no
Un atteggiamento di terzietà di cui spera di beneficiare anche la Prs, società olandese che in passato ha tentato invano di farsi riconoscere dal ministero il proprio sistema chiuso di noleggio e recupero di pallet in legno per il trasporto merci. “L’azienda ha presentato richiesta di riconoscimento a dicembre 2011 e il ministero dell’Ambiente l’ha rigettata a luglio 2013, dopo ripetuti invii di documentazione e sollecitazioni. Tra le motivazioni del rifiuto, sostenute anche dal parere emesso da Conai, c’era l’idea, sbagliata a nostro avviso, che Prs non sia un produttore di imballaggi perché, pur progettandoli e immettendoli in commercio con il proprio marchio, non li fabbrica materialmente in propri stabilimenti. Perché il ministero, se la pensa così, non ha detto subito che la domanda era inammissibile?”, si chiede l’avvocato Mara Chilosi, che ha poi difeso la società nel ricorso al Tar del Lazio contro il provvedimento del governo.
La sentenza, arrivata l’anno scorso, ha sciolto altri nodi tecnici, ma ha lasciato aperto quest’ultimo punto: “Se Prs anziché nel 2011 avesse presentato la domanda oggi, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Per questo stiamo valutando se presentare una nuova richiesta di riconoscimento. Ci amareggia che ci debbano essere sempre dei pionieri che sopportano il peso dei cambiamenti sulle loro spalle: questa società opera in tutta Europa con il suo sistema di pallet pooling e l’Italia è l’unico Paese in cui ha problemi”.
Primi passi
L’articolo 37 del ddl concorrenza già approvato alla Camera e ora in discussione in commissione Industria al Senato potrebbe aiutare la libera iniziativa: da una parte sostituisce il parere del Conai con quello di un ente terzo (come l’Ispra, come suggerito dall’Antitrust) dall’altra prevede che il contributo che produttori e utilizzatori pagano al Conai per la gestione degli imballaggi non sia dovuto a partire dal primo riconoscimento del sistema autonomo, anziché solo dal via libera definitivo, in modo da non appesantire chi cerca di investire in un nuovo progetto. Un primo passo, anche se per chi lotta e aspetta da anni non basta: “Rimangono molte criticità”, dice Chilosi. “Una su tutte – sottolinea – è il fatto che oggi può costituire un sistema autonomo solo chi rientra nella categoria di produttore di imballaggi. Molte aziende che si configurano come utilizzatori, come quelle che importano imballaggi pieni dall’estero, avrebbero interesse a investire in un progetto simile, ma si trovano la strada sbarrata”.
–Nota a cura della nostra redazione: La recente indagine conoscitiva dell’Antitrust IC49 ha quantificato che i corrispettivi che i Comuni ricevono a seguito dell’Accordo Anci Conai coprono solamente il 20% di quello che costa la raccolta differenziata degli imballaggi. Gli esiti dell’indagine forniscono una risposta sia alla presa di posizione di Anci che dell’ex Ministro Edo Ronchi per il quale l’accordo quadro Anci Conai, -al contrario di quanto emerge dal quadro fornito dall’Antitrust– costituirebbe ad una vittoria dell’ambiente che, prima dell’accordo non sarebbe stato tutelato dagli interessi del mercato. Difficile esercizio quello di immaginare un diverso scenario dall’attuale perchè, come forse i più non sanno, nel consiglio di amministrazione del Conai -e soprattutto di Corepla- siedono proprio i rappresentanti del MERCATO. Siedono di fatto in maggioranza, e come peso decisionale, i rappresentanti dei produttori di materie prime per imballaggi che non sono esattamente i soggetti che hanno la convenienza a ridurre il consumo di imballi in primis e men che meno ad aumentare il consumo di imballaggi prodotti da materie prime seconde piuttosto che vergini.
Che la natura della composizione dei rappresentanti dei compliance schemes europei (come i consorzi Conai per l’Italia) influenzi le azioni di prevenzione e riduzione degli imballaggi immessi al consumo è emerso da una ricerca che è sfociata nella pubblicazione del libro: Prevenzione e innovazione per una economia della sostenibilità di Pogutz e Tencati- Editrice Egea, 2011. Dall’analisi comparativa dei diversi compliance schemes gli autori rilevano che in quelli dove i produttori e utilizzatori di imballaggi partecipano in forma paritaria (Italia e Svezia) “ le attività promosse dai compliance scheme ricadenti in tale categoria si osserva che la politica di prevenzione sino ad oggi attuata non è rivolta con decisione ad intervenire direttamente sulla progettazione dell’imballaggio e quindi sul produttore.
Come un Ministero può accompagnare al meglio l’introduzione di un divieto
Dal primo gennaio di quest’anno in Olanda è entrata in vigore una legge che vieta a tutte le categorie del commercio di regalare ai clienti i classici sacchetti di plastica o bioplastica con manici.
Il provvedimento è stato varato in recepimento della nuova direttiva UE per ridurre il consumo europeo dei sacchetti di plastica leggeri, con spessore inferiore ai 5
0 micron.
Interessati dal provvedimento sono i sacchetti di plastica, di bioplastica ma anche gli shopper di carta o juta con uno strato o rivestimento interno in plastica. Il consumo di sacchetti in plastica nei Paesi Bassi viene stimato, a seconda delle fonti, dai 3 ai 4 miliardi di pezzi.
A poche settimane dall’entrata in vigore della legge, il drastico calo del consumo di sacchetti avvenuto nel circuito della distribuzione organizzata, ha sostanzialmente confermato come realistica la percentuale di riduzione massima (77%) ipotizzata da uno studio effettuato dal Governo. Si va infatti dal 60% di sacchetti in meno distribuiti nei punti vendita della catena Kruidvat (benessere e cura del corpo), all’ 80% in meno registrato da HEMA, storica insegna che commercializza prodotti a marchio proprio dal settore alimentare a quello dell’abbigliamento, ai prodotti per la casa, ecc.
Anche se il Governo propone un prezzo indicativo di 25 cent gli esercizi commerciali possono decidere quale prezzo applicare, che deve però rigorosamente essere battuto sullo scontrino. Albert Heijn, la catena leader olandese, ha optato per un sacchetto disponibile in due formati dal costo di 15 e 25 cent. Il monitoraggio sul rispetto della legge con controlli ed eventuali sanzionamenti è affidato all’ILT (Inspectie Leefomgeving en Transport) il braccio ispettivo del Ministero delle Infrastrutture e dell’Ambiente.
Centrato quindi, almeno per quanto concerne la distribuzione organizzata, l’obiettivo che si era posto il governo di spostare il consumo dagli shopper “usa e getta” alla sporta riutilizzabile.
La prova del nove sulla validità della misura e sulla sua applicabilità si gioca tuttavia nel variegato mondo del commercio ambulante e nei negozi del piccolo commercio. Per ora, dalle notizie che abbiamo raccolto, tutto continua come prima nei mercati di Amsterdam, anche la diffusa abitudine di alcuni banchi di non rilasciare lo scontrino fiscale. Vedremo se finirà “all’italiana” con una legge che vieta la commercializzazione di sacchetti di plastica disattesa da quasi la metà del mondo del commercio, o se verranno prese delle misure efficaci, sanzionatorie e/o di moral suasion dopo il primo periodo di rodaggio.
Diverse critiche ha invece sollevato il fatto che i sacchetti di carta possano continuare ad essere regalati, con la prevedibile conseguenza che aumenterà il loro consumo, soprattutto nel settore non alimentare. Esattamente come è avvenuto da noi in settori come quello dell’abbigliamento, calzature, librario, ecc.
Il rischio di “privilegiare” la carta, insito in questa decisione, hanno fatto notare le associazioni ambientaliste, finisce inoltre per indurre i cittadini a sottovalutarne l’impatto ambientale e a non cambiare abitudini. Anche l’idea che la carta sia biodegradabile e riciclabile in misura maggiore della plastica, può diventare per molti un alibi per continuare a sprecarla.
L’unica opzione a impatto zero è la prevenzione
Determinante per un cambio di stili di vita dei cittadini è l’informazione indipendente che solamente gli enti governativi preposti possono fornire circa gli impatti che tutti i prodotti hanno sull’ambiente: dall’estrazione delle materie prime per realizzarli al loro fine vita.
La campagna Porta la Sporta lanciata dalla nostra associazione nel 2009 è nata con la missione di promuovere prevenzione e riuso come uniche risposte all’insostenibilità del consumo usa e getta. Per riuscire a contenere il riscaldamento globale entro i 1.5 °C non è più sufficiente fare “meno male” ma è necessario fare il “meglio possibile” da subito e questo compito richiede l’impegno di tutti: società civile, aziende e governi.
Un documento della commissione europea presentato durante un recente incontro dei ministri a Bruxelles e anticipato dal Guardian, ribadisce che al fine di limitare gli effetti più disastrosi dei cambiamenti climatici dovranno intervenire , «cambiamenti profondi» nello stile di vita delle attuali generazioni. Ben altro quindi del semplice abbandono delle comodità dell’usa e getta e della macchina sempre ed ovunque.
Come si è mosso il Ministero all’Ambiente per accompagnare l’introduzione del divieto
L’introduzione del provvedimento di legge è stato accompagnato dalla consueta efficienza e organizzazione che contraddistingue l’operato degli olandesi, ma anche altre nazioni del nord Europa dove poco viene lasciato al caso.
Come si può leggere alla sezione dedicata al provvedimento del sito del Ministero alle Infrastrutture e all’Ambiente il 28 dicembre 2015 è stata inviata una comunicazione digitale a tutti i settori del commercio seguita il giorno dopo da un invio per posta. Il ministero si scusa persino con chi avesse ricevuto una doppia comunicazione dovuta a qualche svista nel controllo degli indirizzi ricevuti dalla camera di commercio e delle organizzazioni di categoria.
Le associazioni di categoria hanno così rafforzato la comunicazione ministeriale agli associati attraverso l’invio della newsletter e dedicandole una pagina del loro sito. Ecco un esempio dall’associazione olandese degli ottici che ha personalizzato i suggerimenti presenti sul sito del Ministero al loro settore.
La pagina dedicata alla legge nella sezione Rifiuti del Ministero contiene tutta la documentazione e informazione possibile sul provvedimento: le sue specificità, i motivi alla base del provvedimento (problematiche ambientali, studio LCA sulle diverse tipologie di shoppers, ecc) e come affrontarlo sia dal punto di vista del rivenditore che del semplice cittadino.
Per rendere più efficace l’azione di comunicazione il Ministero ha inoltre messo a disposizione dei commercianti, invitati ad informare i clienti attraverso tutti i possibili canali, il materiale grafico necessario. Poster e banner in tutti i possibili formati e versioni possono essere scaricati gratuitamente dal sito dal Ministero. Con la diffusione di uno stesso logo e claim la campagna ha sicuramente acquistato una maggiore visibilità che speriamo si possa tradurre in azioni concrete da parte di un numero crescente di olandesi. Per i cittadini è stata creata un’apposita pagina all’interno di Meldpuntverpakkingen.nl un sito creato dal ministero per fornire ogni tipo di informazione sugli imballaggi di facile navigazione. Per interagire con ILT è disponibile anche un numero telefonico per eventuali domande e chiarimenti in merito e la possibilità di inviare segnalazioni di interesse del Ministero utilizzando un modulo online o un numero attivo 24 ore al giorno.
Una domanda sorge spontanea : perché i nostri Ministeri non prendono spunto dai loro colleghi olandesi, e a maggior ragione quando si tratta di introdurre una legge che ha il difficile compito di modificare modelli di consumo insostenibili quanto radicati nei cittadini ?
Perchè il Conai non basta (in tre punti)
Riprendiamo l’articolo apparso su Riciclanews che ripropone alcuni punti salienti della recente relazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) che sono stati oggetto di uno dei capitoli del nostro Dossier Anci Conai del 2013.
“I sistemi di compliance all’Epr adottati a livello nazionale, tra cui anche il Sistema Conai, da un lato, hanno svolto un ruolo fondamentale e positivo nel raggiungimento degli obiettivi ambientali stabiliti dalla legislazione europea, specie per ciò che riguarda il tasso di riciclo. Dall’altro lato, tuttavia, essi non sempre riescono a garantire il raggiungimento degli altri obiettivi, in quanto, come si vedrà in particolar modo per l’Italia, l’onere ambientale derivante dal consumo degli imballaggi è tuttora sostenuto principalmente con risorse pubbliche (la tassa sui rifiuti pagata dai cittadini), mentre i produttori continuano a sopportarne solo una minima parte, peraltro identica per tutti, così che su di essi non grava il costo effettivo della specifica esternalità negativa generata dai loro prodotti. I produttori di imballaggi, in tal modo, si sottraggono alla concorrenza basata sulla produzione di beni eco-compatibili“.
Così l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), nella recente relazione sul mercato dei rifiuti solidi urbani in Italia, introduce a pagina 169 il capitolo dedicato all’Epr (Extended Producer Responsibility) ed in particolare al sistema dei consorzi di filiera, facenti capo al Conai, per l’avvio a riciclo dei rifiuti da imballaggio provenienti da raccolta differenziata degli rsu. Il principio dell’Epr, in italiano Responsabilità Estesa del Produttore, è quel principio in virtù del quale chiunque professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, tratti, venda o importi prodotti è ritenuto responsabile dei rifiuti da questi derivanti, essendo perciò chiamato ad assumere iniziative funzionali alla prevenzione e alla gestione di tali rifiuti. In poche parole, chi produce rifiuti è obbligato a provvedere, se non sul piano fisico almeno su quello finanziario, al loro corretto smaltimento o recupero. Il concetto di Epr è stato introdotto in Italia nel 1997 con il cosiddetto “decreto Ronchi“, che recependo una serie di direttive europee in materia di gestione dei rifiuti e degli imballaggi post consumo sancì, tra l’altro, proprio la nascita del sistema Conai e dei consorzi di filiera ad esso afferenti. Obiettivo: assolvere al principio dell’Epr per conto dei produttori, importatori ed utilizzatori di imballaggi in plastica, carta, vetro, acciaio, alluminio e legno.
Poco più di diciotto anni sono dunque passati dalla nascita del sistema, al quale viene universalmente riconosciuto il merito di aver contribuito alla diffusione in Italia della cultura della raccolta differenziata e del riciclo e di aver allineato il Paese agli standard ed ai target di recupero fissati dalle direttive europee. I dati sembrano suffragare questa affermazione. Nel 1997 appena il 9% dei rifiuti urbani era raccolto in maniera differenziata, con 2,5 milioni di tonnellate di imballaggi avviati a recupero (riciclo o recupero energetico). I dati 2014 (gli ultimi resi disponibili dal Conai) parlano invece di 8 milioni di tonnellate di imballaggi recuperate, il 68% dell’immesso a consumo. Tutto merito del Conai? E il boom della raccolta si è davvero tradotto in un reale beneficio economico per i cittadini? E per l’ambiente? A queste tre domande l’Agcm prova a dare risposta nel suo dossier. Partiamo dalla prima.
Conai ha davvero raggiunto gli obiettivi di legge sul riciclo?
Si e no. “Conai – spiega l’Antitrust – riporta una percentuale di rifiuti da imballaggio complessivi avviati a riciclo in Italia pari al 68% degli imballaggi immessi sul mercato (i dati si riferiscono al 2013, ndr) a fronte di un obiettivo nazionale, imposto dal TUA (il Testo Unico Ambientale, d. lgs. 152 del 2006, ndr), compreso tra un minimo del 55% ed un massimo dell’80%. In effetti però, tali dati sono riferiti a tutti i rifiuti da imballaggio, ovvero quelli confluiti nel circuito di raccolta urbano (principalmente imballaggi primari) e quelli provenienti dal canale commerciale e industriale (in massima parte imballaggi secondari e terziari), che si caratterizzano come rifiuti speciali. Conai, infatti, considera congiuntamente i due segmenti, principalmente in virtù del fatto che tutti i produttori degli imballaggi immessi al consumo ottemperano agli obblighi derivanti dall’EPR aderendo al consorzio e pagando il contributo ambientale Conai (Cac). Tuttavia, nei fatti la maggior parte dell’attività di avvio a riciclo organizzata dal sistema consortile riguarda i rifiuti da imballaggio confluiti nella raccolta differenziata urbana”. Detto in parole povere, i produttori, utilizzatori ed importatori di imballaggi secondari e terziari (ovvero gli “imballaggi degli imballaggi”, quelli cioè che non finiscono nelle mani del consumatore ma che servono esclusivamente al trasporto e allo stoccaggio delle merci su scala industriale) versano al Conai il Cac, la forma di finanziamento attraverso la quale Conai ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per i maggiori oneri della raccolta differenziata, per il riciclaggio e per il recupero dei rifiuti di imballaggi. In realtà però, solo una minima parte dei secondari e terziari viene intercettata dai sistemi di raccolta differenziata. Tutto il resto è avviato a riciclo in base ad accordi stretti direttamente dagli utilizzatori degli imballaggi con i riciclatori (che pagano per “acquistare” gli imballaggi), senza alcun supporto logistico da parte del Conai. Che però, avendo incamerato su quegli imballaggi il Cac, si attribuisce comunque il merito dell’operazione. “Da questo punto di vista – continua l’Antitrust – se si considera la quantità di rifiuti da imballaggi avviata a riciclo dal solo sistema consortile senza il contributo dei sistemi indipendenti, rispetto al totale degli imballaggi immessi al consumo, la performance di avvio a riciclo conseguita nel 2014 si aggira attorno al 34,6% dell’immesso al consumo“. Circa la metà del dato dichiarato dal Conai. Al di sotto del target di legge.”

Quanto ci hanno guadagnato i cittadini?
In termini economici: poco. Anzi. Abbiamo visto che, in base all’Epr, sono i produttori, utilizzatori ed importatori di imballaggi a doversi sobbarcare il costo della loro gestione. Abbiamo anche visto che gli imballaggi secondari e terziari vengono avviati a riciclo indipendentemente dal supporto logistico, e finanziario, del Conai. Ciò significa che l’azione dei consorzi di filiera si concentra quasi esclusivamente sugli imballaggi da raccolta urbana. Quelli cioè intercettati dai sistemi di raccolta differenziata messi a punto dalle amministrazioni locali. In base all’Epr il Conai, grazie ai fondi derivanti dal versamento del Contributo Ambientale, dovrebbe coprire i costi di gestione delle raccolte differenziate facendo sì che gli imballaggi vengano effettivamente avviati a recupero a spese dei soggetti responsabili. In Italia, però, questo principio non viene rispettato fino in fondo. I proventi della raccolta Cac, infatti, non coprono tutti i costi di gestione, ma solo una parte, i cosiddetti “maggiori oneri”. “I corrispettivi specificamente definiti dall’Accordo Anci-Conai (l’accordo quadriennale che regola i rapporti tra i consorzi ed i comuni e le somme che i primi devono versare a vantaggio dei secondi, ndr) coprono al più il 20% del costo dell’attività di raccolta differenziata” spiega l’Antitrust. Questo significa che, sebbene la raccolta differenziata sia aumentata negli anni, e con essa quindi l’impegno di cittadini ed amministratori locali (ma anche i costi complessivi di gestione), in realtà a pagare l’80% del costo delle operazioni di gestione sono proprio i cittadini con la tariffa rifiuti. Mentre ai produttori, che il principio dell’Epr indica come veri responsabili della corretta gestione del rifiuto, tocca coprire solo la restante fetta di costo. Questo nonostante tutti i Cac raccolti (quindi anche quelli per gli imballaggi secondari e terziari non gestiti dal Conai) vengano indirizzati (almeno in teoria) al recupero quasi esclusivo dei soli imballaggi primari da differenziata urbana. Senza dimenticare che i proventi della vendita dei materiali raccolti vengono incamerati esclusivamente dal Conai. Le buone pratiche di raccolta, insomma, non si traducono in un beneficio economico per la collettività nè in un incentivo a fare di più e meglio. Semmai il contrario. Anche dal punto di vista ambientale, infatti, le cose non vanno poi così bene. “Anche tenendo conto dei rifiuti da imballaggio domestici che vengono impiegati nel recupero energetico, la quota-parte che comunque viene destinata allo smaltimento in discarica (ed è, quindi, priva di qualunque valorizzazione economica) in Italia è più elevata che nel resto d’Europa – scrive l’Antitrust – nel 2012 essa rappresentava il 23,7% di tali rifiuti, mentre il dato medio dell’Ue a 15 risultava pari al 19,1% e non pochi Paesi (Germania, Belgio, Austria, Paesi Bassi e Lussemburgo) riuscivano già a rimanere al di sotto del 10%” .
Quanto ci guadagnano i riciclatori?
Non tanto quanto potrebbero. Il Cac, infatti, è commisurato “in proporzione alla quantità totale, al peso ed alla tipologia del materiale di imballaggio immesso sul mercato nazionale” e non riflette il costo economico ed ambientale che l’imballaggio causa per il suo avvio a riciclo una volta divenuto rifiuto. Ciò significa che il produttore di imballaggi eco-compatibili paga tanto quanto il produttore di imballaggi difficili o addirittura impossibili da riciclare. Ovvero, il Contributo Ambientale (e quindi l’azione del Conai) non funge da leva per l’incentivazione di produzioni sostenibili ed orientate al riciclo, rischiando addirittura di sortire l’effetto opposto. “Un sistema di compliance all’Epr che non sostiene interamente gli specifici costi di gestione dei rifiuti da imballaggio generati dall’attività economica dei suoi aderenti – spiega infatti l’Antitrust – causa l’appiattimento della concorrenza nel mercato della produzione e della vendita degli imballaggi. Di tale restrizione del gioco competitivo beneficiano, in particolare, i produttori di imballaggi meno riciclabili, che si sottraggono alla concorrenza dei produttori di imballaggi più eco-compatibili, in quanto i prezzi formatisi sul mercato non riflettono il reale costo di gestione che segue al consumo dei primi in luogo dei secondi. In altre parole, una non adeguata internalizzazione dell’onere di gestione dei rifiuti da imballaggio impedisce che i prezzi degli imballaggi informino i consumatori sulla maggiore o minore compatibilità ambientale di tali prodotti e, dunque, non consente ai consumatori di compiere delle scelte economiche, e ambientali, corrette”. “Sembrerebbe, pertanto, che l’attuale architettura del sistema italiano -aggiunge l’Agcm – sia fondata su un’interpretazione dell’Epr secondo la quale l’onere che i produttori devono assolvere non risiede tanto (o comunque non direttamente) nel far fronte al costo ambientale causato dai loro imballaggi, bensì nel farsi carico del finanziamento di un soggetto (Conai) che svolge una generale attività di promozione e di sostegno della raccolta differenziata e dell’avvio al riciclo dei rifiuti da imballaggio”.
Riciclanews -16 febbraio 2016
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Biotech Trentino con Happy Frizz aderisce a Meno Rifiuti più Risorse
Biotech Trentino, azienda produttrice del Gasatore domestico a marchio Happy Frizz è la prima azienda che aderisce alla nostra iniziativa “Meno Rifiuti più Risorse in 10 mosse” .
Meno Rifiuti più Risorse è la nostra campagna a lungo termine che dal 2012 si rivolge alle aziende di beni di largo consumo e della distribuzione per chiedere un’offerta più sostenibile di beni e servizi.
Per affrontare in modo efficace problematiche ambientali dai risvolti oramai drammatici come il riscaldamento climatico, l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la crescente produzione di rifiuti e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, bisogna puntare su un modello economico circolare in antitesi all’attuale modello lineare ( estraggo-produco-uso e getto/distruggo). L’economia tradizionale, basata sulla necessità di una crescita illimitata su un pianeta limitato e sulla disponibilità di risorse naturali illimitate a basso costo ha come caratteristica una scarsissima efficienza nell’uso delle risorse, sia che si parli di beni che di servizi.
Questo nuovo approccio economico, fondato sulla prevenzione richiede di cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo, ad alta intensità di energia e di risorse naturali, per passare ad un’economia più circolare e rigenerativa, che mantenga il valore dei prodotti e dei materiali in più cicli produttivi e il più a lungo possibile.
Progettazione circolare
Concretamente, come descritto nella prima mossa dell’iniziativa, si tratta di adottare, già nel momento in cui si va a progettare un prodotto o servizio, un approccio sistemico che guarda alla totalità del sistema produttivo spostando il focus di progetto dal mero prodotto finito alle relazioni di filiera (come flussi e connessioni) e con il territorio.
Un prodotto circolare è quello che, secondo la metodologia progettuale cradle to cradle, non produce scarto a fine vita, poiché viene “metabolizzato” nel ciclo biologico o tecnico dei materiali, ed è prevalentemente costituito da materia post consumo o scarti provenienti da precedenti cicli produttivi in un utilizzo a cascata (invece che in materia vergine).

Venendo alla prima adesione alla nostra campagna, ha risposto al nostro appello Biotech Trentino, azienda che produce e commercializza gasatori domestici a marchio Happy Frizz
Per migliorare ulteriormente le loro performance in campo ambientale, e accogliere in pieno l’invito espresso alla mossa nr.2 , l’azienda ha introdotto un imballaggio per la bombola ricarica più leggero con l’eliminazione dell’involucro di plastica (1) ora sostituito da un collarino in cartoncino riciclato.
Ecco a seguire la dichiarazione di Elisa Buffa, Responsabile Marketing, che ha accompagnato l’annuncio dell’avvenuta adesione.
“Abbiamo accolto con entusiasmo l’invito che l’associazione dei comuni virtuosi rivolge alle aziende per ridurre l’impatto ambientale di prodotti e packaging attraverso la campagna Meno Rifiuti più Risorse perché in linea con i nostri obiettivi aziendali e di prodotto. Ci siamo quindi chiesti come alleggerire ulteriormente il packaging della nostra bombola e abbiamo sostituito l’involucro di polietilene con un collarino in cartone riciclato dove inserire i nostri plus e non solo. Abbiamo deciso inoltre di contribuire alla diffusione dell’iniziativa attraverso i nostri canali istituzionali e social media perché le sfide ambientali si possono affrontare in modo efficace solamente con azioni comuni e collaborazioni trasversali che coinvolgano aziende, istituzioni e società civile“.
Siamo confidenti che a questa prima adesione ne possano seguire altre, e che gli esempi positivi possano essere replicati grazie all’impegno di coloro che, all’interno delle aziende, vogliono dare un contributo per un mondo più sostenibile. Nonostante le difficoltà e resistenze che si possono incontrare all’interno e al di fuori delle aziende. Purtroppo il contesto attuale non prevede incentivi fiscali che facilititino l’adozione delle opzioni più sostenibili, che possono essere più costose o richiedere investimenti. Una barriera economica riscontrabile anche nel settore del packaging è il fatto che spesso i materiali post consumo, o materia prima seconda, non hanno prezzi concorrenziali rispetto all’utilizzo di materia vergine.
(1) Le criticità del riciclo della plastica. Nonostante l’imballaggio in plastica flessibile sia riciclabile, sono meno delle dita di una mano gli impianti di riciclo che gestiscono sul territorio nazionale il flusso delle plastiche miste. Le plastiche miste che rappresentano quasi il 60% delle 830.000 tonnellate di plastica raccolta con le raccolte differenziate vengono per lo più termovalorizzate. La raccolta differenziata della plastica finalizzata al riciclo in Italia è caratterizzato da un deficit di catena a saldo negativo in aumento. Ovvero: all’aumentare delle raccolte differenziate aumentano i costi di raccolta, i costi di selezione (nel caso della plastica hanno grande incidenza), non sempre aumentano i ricavi della vendita degli imballaggi. Aumentano invece i costi di termovalorizzazione. Il deficit di catena del riciclo degli imballaggi plastici che hanno un valore di mercato è arrivayo a 208 euro a tonnellata. Invece il deficit di catena del recupero energetico degli imballaggi misti (plasmix) costa oltre 500 euro.
Consorzi riciclo imballaggi, concorrenza è un bene o un male? Lettera aperta del presidente di Coripet
Riprendiamo integralmente questo articolo/lettera aperta di Giancarlo Longhi, Presidente del consorzio CORIPET per il recupero delle bottiglie in PET e profondo conoscitore del Conai di cui è stato Direttore generale sino al 2010.
“Facciamo il punto su quello che è stato detto nel corso di questi mesi, lasciando ciascuno libero di trarre le proprie risposte”
Molto è stato detto e scritto in materia di gestione degli imballaggi a seguito del procedimento avviato nel 2014 dall’AGCM nei confronti di CONAI e di COREPLA, conclusosi a settembre 2015 con l’accettazione degli impegni presentati da tali Consorzi a non ostacolare o ritardare ulteriormente l’ingresso sul mercato di sistemi autonomi di gestione degli imballaggi. Negli ultimi sei mesi abbiamo, così, assistito a dichiarazioni con contenuti diametralmente opposti tra i “difensori” dello status quo e del sistema CONAI/COREPLA, descritto come l’unico in grado di tutelare i Comuni e di raggiungere gli obiettivi di legge e i fautori del pluralismo e dell’apertura alle iniziative dei soggetti privati che intendano inserirsi nel mercato della gestione degli imballaggi a fine vita, proprio come avviene nei principali Paesi UE in cui operano più soggetti e si raggiungono più alte performance di riciclo e recupero. La politica in più occasioni ha mostrato un atteggiamento “ondivago”, presa com’è tra istanze di riforma e preoccupazioni di tenuta del sistema complessivo, e, pur avendo manifestato la propria disponibilità ad intervenire, sembra non aver ancora compiutamente maturato una propria linea di intervento, da più parti sollecitato.
Questa è una lettera aperta che cerca di fare il punto su quello che è stato detto nel corso di questi mesi, richiamare i pertinenti riferimenti di legge e lasciare ciascuno libero di trarre le proprie risposte a domande quali: una maggiore concorrenza sarebbe un vantaggio o uno svantaggio per i Comuni, e indirettamente per i cittadini? Gli obiettivi di legge davvero sono raggiunti da CONAI/COREPLA? L’ambiente ci guadagna o ci rimette con la concorrenza tra consorzi? La nostra lettera aperta utilizza l’antica arte greca del sofismo, ovvero il partire da un’ affermazione che sembra vera ma che, in realtà, ad una analisi più attenta ed accurata si rivela infondata. Di seguito, in 7 sofismi, gli elementi per cercare le risposte alle domande che, noi per primi ci siamo posti, perché riguardano noi come cittadini e come operatori di questo settore, perché siamo noi che abbiamo in mano la possibilità di agire attivamente e proteggere, davvero, l’ambiente.
1) i Consorzi autonomi sfruttano i servizi dei Comuni senza pagarli.
I Comuni effettuano – direttamente o per mezzo di soggetti ad hoc – il servizio di raccolta differenziata degli imballaggi e per questo compito ricevono soldi dal CONAI secondo un accordo quadro, detto “Anci-Conai”. Queste somme coprono “i maggiori oneri della raccolta differenziata” (art. 224, comma 3, lett. h, del codice ambiente), ossia i soldi in più che spendono i Comuni per raccogliere in forma differenziata invece che in forma indifferenziata. Se un Consorzio autonomo, per recuperare i propri imballaggi, si avvalesse del servizio di raccolta differenziata comunale, dovrebbe necessariamente pagare il Comune proprio come fanno i consorzi di CONAI. Il Comune stesso infatti, se non fosse pagato, non consegnerebbe il materiale raccolto e quindi il consorzio autonomo non potrebbe operare. Il consorzio autonomo può, ai fini del pagamento, stipulare un accordo con Anci, come ad esempio ha fatto nel 2015 CONIP.
2) i Consorzi autonomi tolgono risorse ai Comuni.
La Raccolta differenziata degli imballaggi non costituisce una fonte di entrata per i Comuni, ma un costo da compensare (“maggiori oneri”). Se un Consorzio autonomo si avvale della raccolta differenziata del Comune deve riconoscere i predetti maggiori oneri (vedi sofismo 1). Se, viceversa, crea una sua rete di raccolta, viene meno il maggiore costo per i Comuni e quindi l’obbligo di compensarli (non utilizzando il servizio di RD comunale, non creo alcun costo). Restano ovviamente salve le ipotesi di compensazioni parziali, previste nel provvedimento ministeriale di riconoscimento del Consorzio autonomo, per l’eventuale quota dei propri imballaggi che finissero “per errore” nella RD comunale.
3) il sistema CONAI/COREPLA è un sistema efficace che raggiunge gli obiettivi di legge.
Ricordiamo che gli obiettivi di legge (fissati nell’allegato E alla parte IV codice ambiente) per gli imballaggi in plastica sono il 27,5% di riciclo (inteso come produzione di materia prima seconda) e il 60% di recupero complessivo (inteso come riciclo a cui aggiungere il recupero energetico derivato dalla combustione nei termovalorizzatori). Nel 2014 CONAI/COREPLA, su un totale di poco più di 2 milioni di ton. immesse a consumo, a guardare nel dettaglio scopriamo che direttamente (ossia senza sommare l’apporto numerico dei sistemi autonomi e il termovalorizzato autonomamente ed a spese dei Comuni), hanno riciclato solo il 22,4% (466.725 ton.) e recuperato energeticamente solo il 16,7% (349.027 ton.), per un recupero complessivo pari al 39,1% (poco più della metà dell’obbligo di legge del 60%). Dunque, CONAI/COREPLA, pur potendo contare interamente sul CAC, se non sommassero alla loro attività diretta quella svolta dai sistemi autonomi e dai comuni – a costo zero per Conai /Corepla- non raggiungerebbero gli obiettivi di legge. Lo si vede chiaramente dalla tabella (la voce “recupero energetico RSU” indica gli imballaggi in plastica confluiti nella raccolta indifferenziata e termovalorizzati, autonomamente e a proprie spese, dai Comuni)
4) la plastica è un unico materiale. Basta un solo Consorzio (COREPLA) ed un unico Contributo ambientale (CAC) sugli imballaggi in plastica.
Sebbene si parli comunemente di plastica al singolare, come se si trattasse di un unico materiale, in realtà la plastica è una grande famiglia di polimeri. Persino i più diffusi per la produzione di imballaggi (polipropilene – PP, polistirene o polistirolo – PS, polivinilcloruro – PVC , polietilene – PE e polietilentereftalato – PET) hanno caratteristiche meccaniche così differenti tra loro che, per poterli riciclare, è necessario che siano divisi per matrice polimerica (separando il PP dal PET, e così via). Alcune plastiche (biodegradabili e compostabili), poi, seguono persino una filiera completamente diversa (riciclo organico negli impianti di compostaggio o di digestione anaerobica) e non entrano nemmeno nel flusso della plastica. Dunque, così come i metalli sono organizzati in due distinti consorzi, Cial (alluminio) e Ricrea (acciaio), sarebbe ragionevole che, anche per la plastica, potessero esistere più Consorzi (Consorzio del PET, Consorzio del PE, Consorzio delle bioplastiche, etc.). Si ricorda, sul punto, che la normativa europea, prevede la separazione – alla fonte – dei diversi materiali e l’attivazione di raccolte selettive, allo scopo di rendere possibile e incrementare le performance di riciclo (basta vedere la Direttiva imballaggi 94/62/CE, nel XXI° considerando oltre che la Direttiva quadro rifiuti 2008/98). Inoltre non dobbiamo dimenticare il principio “chi inquina paga” (paga in base a quanto inquina), per cui il CAC deve aumentare o diminuire a seconda della minore o maggiore riciclabilità dell’imballaggio. L’applicazione di questo principio, che ha in sé una logica incentivante-disincentivante, è il cardine per favorire la progettazione ecocompatibile e orientare il mercato e i consumatori verso prodotti riciclabili e quindi con minor impatto ambientale.
5) la legge consente di creare Consorzi autonomi, dunque non sono necessarie modifiche.
Basta informarsi su quanti e quali consorzi autonomi esistono per concludere che questa possibilità è meramente teorica e “sulla carta”. Non esistono al momento Consorzi autonomi volti al recupero di imballaggi primari (imballi che conservano il prodotto come le bottiglie di plastica o le vaschette che racchiudono gli alimenti). Come sistema definitivamente riconosciuto dal MATTM esiste quello ALIPLAST/PARI, che riguarda però gli imballaggi secondari e terziari ed il suo riconoscimento è avvenuto dopo 7 anni ed a seguito di numerosi contenziosi innanzi al TAR e al Cons. di Stato, esposti all’AGCM e alla Commissione UE. Le indicazioni europee sia in materia di rifiuti che di concorrenza sono chiarissime e sono sufficienti poche modifiche per allinearci al diritto europeo e correggere le storture attuali. La cosiddetta “riforma organica” di cui si è sentito parlare è un pretesto per non agire, perché in effetti, pochi interventi chirurgici possono allineare il nostro sistema a quello europeo, garantendo l’apertura del mercato ed evitando all’Italia una nuova procedura di infrazione e consentendole soprattutto di raggiungere più ambiziosi obiettivi di riciclo.
6) il sistema CONAI/COREPLA è più efficiente dei Consorzi autonomi e tutela meglio i consumatori.
Il Contributo ambientale Conai sulla plastica (188 € a ton.) è il più alto rispetto agli altri materiali (l’alluminio, il secondo CAC più alto, è pari a 45 € a ton.). Tuttavia questo importo non basta a garantire l’equilibrio economico/finanziario: nella Relazione sulla Gestione 2014 di COREPLA si legge infatti che “il Bilancio 2014 si chiude con un disavanzo pari a 44,341 milioni di euro”. Con un CAC indifferenziato che non solo non premia chi è più riciclabile (vedi sofismo 4), ma che genera anche una perdita economica, è facile prevedere prossimi e significativi aumenti del CAC sulla plastica che si tradurranno di fatto in un aumento del prezzo d’acquisto dei prodotti imballati. I consumatori quindi oltre a pagare il servizio di Raccolta differenziata comunale pagheranno anche il CAC maggiorato per il recupero degli imballaggi. Nei maggiori Paesi UE operano più sistemi di recupero degli imballaggi in concorrenza e si raggiungono performance di riciclo e recupero più alte delle nostre: ad es., in Germania sono operativi ben 9 sistemi di raccolta/gestione, in Spagna 16, in Francia 70 (http://www.federec.org/federec/federec-et-la-vgo), etc.
7) con la creazione di Consorzi autonomi si lascerebbero al sistema CONAI/COREPLA solo le plastiche non riciclabili impedendogli così di funzionare e di recuperare energeticamente tali plastiche.
Al 2014 CONAI/COREPLA, nonostante il CAC indifferenziato, era in perdita (“deficit di catena”) sia sulle plastiche riciclabili (208,5 €/t.), che sulle plastiche non riciclabili (495,55 €/t.) e dunque un Consorzio autonomo toglierebbe solo un costo e ridurrebbe il deficit. Inoltre qualora restassero solo le plastiche non riciclabili Conai/Corepla potrebbe comunque operare effettuando il recupero energetico e recuperando le necessarie risorse economiche da chi immette al consumo materiali non riciclabili. Aumentare il CAC sugli imballaggi non riciclabili è proprio ciò che richiede la corretta applicazione del principio chi inquina paga. I principi vigenti in materia (responsabilità estesa del produttore e chi inquina paga) impongono infatti che siano i produttori di imballaggi non riciclabili a dover sostenere i costi del recupero energetico dei propri imballaggi. Questi costi, dunque, non possono e non devono in alcun modo gravare su chi, in modo più virtuoso, immetta a consumo imballaggi riciclabili, che dunque dovrà pagare di meno (contributo differenziato in base alla maggiore o minore riciclabilità). Aumentare il CAC su tali imballaggi non riciclabili allineerebbe, peraltro, l’Italia agli altri Paesi UE, eviterebbe gli attuali “deficit di catena” e favorirebbe una transizione verso la produzione e l’utilizzo di imballaggi più riciclabili, con i minori costi per le imprese e per i consumatori a titolo di CAC.
Articolo pubblicato su Eco dalle Città il 10 febbraio 2016
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L’economia circolare è di casa in Olanda
L’Olanda insieme a Francia, e la Scozia è uno dei primi paesi in Europa che ha maggiormente creduto nelle potenzialità dell’economia circolare. Numerose sono le iniziative già in corso, o in fase di progettazione, nei settori della simbiosi industriale, del riciclo, del leasing e della sharing economy.
L’impulso arriva anche dal governo centrale che ha messo l’economia circolare tra le priorità nella programmazione nazionale ed europea. L’Olanda, che dal primo gennaio ha la presidenza di turno dell’Unione Europea, aveva già fatto sapere che i due dossier prioritari della sua agenda sarebbero stati, per l’appunto, l’economia circolare e l’inquinamento dell’aria.
“Crescita sostenibile non significa solo ridurre le emissioni di CO2”, scriveva l’attuale presidenza Ue, secondo cui “la nostra economia non ha solo bisogno di diventare a prova di clima, ma anche circolare, in cui gli obiettivi economici convergono con un uso e riuso responsabile di materie prime ed energia“. Vedremo se gli olandesi, con le altre questioni scottanti che si stanno aggiungendo, riusciranno nell’obiettivo di fare convergere i 28 stati membri entro il prossimo giugno ad a una posizione comune. Necessaria per poi passare ai negoziati con Parlamento e esecutivo Eu.
Sono diverse le piattaforme, i progetti o fondazioni che sono nate negli ultimi tre anni nel paese allo scopo di facilitare una transizione dall’attuale modello economico lineare ad uno più circolare e che hanno aggregato soggetti istituzionali, privati, università, centri di ricerca e ONG. L’esempio europeo al quale i Paesi Bassi si sono ispirati, e che ha fatto scuola a livello internazionale, è il programma “Circular Economy 100” ,della Ellen MacArthur Foundation. Si tratta di una piattaforma globale che riunisce 100 aziende leader di mercato, ma anche istituzioni accademiche, governi centrali, città, soggetti innovatori, PMI e altri affiliati. Non per nulla il gruppo olandese di aderenti ufficiali al programma è il più folto… Degli otto global partners della fondazione due sono multinazionali in parte (come Unilever) o totalmente olandesi, come il gruppo Philips.
Va detto che i progetti pilota di Philips vengono solitamente realizzati in Olanda, sia per la presenza di condizioni ottimali a livello organizzativo o di logistica rispetto ad altre realtà estere, ma soprattutto per la forma mentis che caratterizza il suo popolo. Gli olandesi sono portati a ragionare fuori dagli schemi e ad avere, allo stesso tempo, un approccio molto pragmatico nella ricerca delle possibili soluzioni, poco influenzabile da conformismi o preconcetti di varia natura. Per saperne di più guarda il video riferito al webinair (in inglese) sull’iniziativa Netherlands as a circular hotspot tenutosi durante l’evento a cadenza annuale, Disruption Innovation Festival 2015.
Tra le città olandesi che ambiscono a diventare città circolari non può non esserci Amsterdam, ma anche Haarlemmermeer che, insieme ad altri 13 comuni formano il distretto City Region of Amsterdam . Amsterdam ha affidato alla cooperativa Circle Economy nel 2014 uno studio , in progress, per identificare le potenziali aree di sviluppo di modelli economici circolari, le opportunità economiche locali che ne possono conseguire, e quali strategie adottare per arrivarci concretamente. Il programma di sostenibilità che la città di Amsterdam ha reso noto nel marzo del 2015, già prevedeva come obiettivi al 2020 un aumento del 20% della quota di energia rinnovabile utilizzata e una diminuzione del 20% delle emissioni attraverso un piano che interessa sia il trasporto privato che pubblico.
Ora l’economia circolare entra a far parte integrante del programma di sostenibilità a lungo termine con il coinvolgimento dei suoi abitanti.
I cittadini sono stati informati sullo studio e caldamente invitati ad esprimersi in merito con suggerimenti, proposte ma anche pareri su eventuali ostacoli che possono impedire la realizzazione di progetti circolari tramite una consultazione aperta sul sito del comune di Amsterdam.
Lo studio effettuato da Circle Economy insieme all’ente di ricerca indipendente TNO e Fabric , uno studio di design, ha individuato nella gestione dei flussi del rifiuto organico e del settore delle costruzioni due settori ricchi di opportunità per una riconversione economica da lineare a circolare della città e della City Region. Prendendo in esame il ciclo di vita dei due flussi dal momento che entrano in città al momento in cui diventano rifiuti e vengono smaltiti si possono individuare le fasi in cui è necessario intervenire per evitare che il valore economico di materiali riutilizzabili o riciclabili si perda.
Lo studio ha stimato l’impatto economico e di risparmio dei materiali che una gestione circolare di questi due flussi potrebbe determinare sul lungo termine.
Valore economico : un’implementazione delle strategie di riuso nel settore delle costruzioni è capace di generare un valore economico di 85 milioni di euro annui mentre una gestione più efficiente del rifiuto organico renderebbe 150 milioni.
Risparmio di materiali: il risparmio di materiali può essere stimato in quasi 900 mila tonnellate annue, un importo significativo per una regione che ne importa 3.9 milioni di tonnellate.
Tra le piattaforme, progetti più interessanti su cui prossimamente torneremo, c’è il programma Netherlands as a circular hotspot, un’iniziativa che ha il compito di promuovere i Paesi Bassi a livello internazionale come paese pioniere per un’economia circolare. Il programma è organizzato dalla cooperativa Circle Economy con il sostegno del governo olandese.

Il responsabile del programma è Guido Braam di cui proponiamo un’interessante intervista dello scorso novembre che si trova sul sito della commissione Europea alla sezione Ambiente/ Interviste agli esperti: Una nuova gestione per l’economia circolare. Braam racconta sulle esperienze di economia circolare in corso in Olanda e sul ruolo che gli olandesi possono giocare a livello europeo per una sua più rapida diffusione. I temi trattati e le conclusioni delineate da Braam nell’intervista sono perfettamente trasferibili/adattabili al contesto italiano e di altri paesi europei.
Guido Braam è anche un membro del comitato che ha preparato Circular Economy: From Wish to Practice, un report pubblicato dal Dutch advisory Council for the Environment and Infrastructure (Rli) presentato lo scorso giugno 2015 ai ministri per gli Affari Economici e per l’Ambiente. Una delle principali questioni sollevate nel rapporto è la necessità di una governance più efficace per coordinare le iniziative di economia circolare nei Paesi Bassi.
Il rapporto sostiene che serva un’ampia agenda di interventi condivisa tra i diversi ministeri nei Paesi Bassi per creare una maggiore coerenza tra le iniziative di economia circolare. Cosa ne pensa?
Posticipato nelle Fiandre l’introduzione del deposito su cauzione
Nelle Fiandre i produttori di bevande e la grande distribuzione sono riusciti a convincere il ministro dell’Ambiente Joke Schauvliege a rimandare al 2018 l’entrata in vigore del deposito su cauzione su bottiglie e lattine. In cambio dovranno dimostrare al ministro che riusciranno a ridurre in modo drastico l’abbandono di tali rifiuti nell’ambiente. Allo scopo metteranno sul tavolo quasi dieci milioni di euro all’anno da impiegare in misure di prevenzione e di contrasto al fenomeno sul territorio.
Si stima che nelle Fiandre ogni anno vengano raccolti rifiuti abbandonati o conferiti impropriamente nei cestini stradali per circa 17.500 tonnellate (dato 2013) con un costo di oltre 60 milioni di euro di cui il 90% ricade sui Comuni e enti sovracomunali e per il 10% da altre agenzie governative. Circa 2,7 kg per ogni abitante e con un costo pro capite di 9,60 eur. Il 40% di questi rifiuti è costituito da bottiglie e lattine.
Il ministro ha incaricato OVAM, l’agenzia pubblica per la gestione dei rifiuti di produrre uno studio per valutare l’impatto relativo all’introduzione di un sistema di cauzionamento per bottiglie e lattine. OVAM ha prodotto tre studi ipotizzando una cauzione pari a 25 cent per valutare nel complesso i costi-benefici applicati a diversi scenari, un’analisi di fattibilità applicata ad uno specifico scenario e un’analisi giuridica.
Gli studi, seppur con qualche margine di incertezza, hanno sostanzialmente ipotizzato che, con l’introduzione del sistema su cauzione si arriverebbe ad un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite, tenendo conto dei ricavi ottenibili con la vendita dei materiali.
Tuttavia, come rimarcato da Bond Beter Leefmilieu BBL (unione per un ambiente migliore) la coalizione fiamminga che riunisce oltre 140 associazioni ambientaliste locali (tra le quali Greenpeace e WWF), OVAM ha, sorprendentemente, sconsigliato al ministro di introdurre il cauzionamento sostenendo che ci sarebbero dei metodi più efficaci per ottenere gli stessi risultati.
Dello stesso parere è, ovviamente in questo caso, Fost Plus, l’ente fiammingo omologo al nostro Conai che rappresenta di fatto gli interessi delle industrie utilizzatrici di imballaggi. Fost Plus si occupa di gestire e finanziare la raccolta differenziata degli imballaggi attingendo al fondo che viene alimentato dai contributi che l’industria versa per ogni imballaggio immesso al commercio. Il ministro ha concesso a Fost Plus e all’industria del settore due anni di tempo per dimostrare che ci siano altri metodi così efficaci da rendere superfluo l’introduzione del cauzionamento.
Il piano di Fost Plus si basa sulla sensibilizzazione dei cittadini attraverso iniziative e campagne contro l’abbandono dei rifiuti, l’aumento della quantità di cestini per l’immondizia e su misure di supporto ai comuni come la fornitura di telecamere per contrastare con sanzioni i comportamenti incivili dei cittadini.

Philip Heylen, Assessore all’Economia, Cultura, Manutenzione e Patrimonio della città di Anversa per quantificare le bottiglie e lattine abbandonate per strada ha fatto condurre, nel settembre del 2015, dei rilevamenti con conteggio manuale dei contenitori abbandonati in 9 degli oltre 340 differenti percorsi/turni di pulizia e spazzamento strade attivi in città. Da un’elaborazione dei risultati si è rilevato che in città vengono abbandonati dai 19.000 ai 23.000 contenitori ogni giorno, tra bottiglie in PET e lattine, per un totale annuo di 7/8 milioni.I rifiuti abbandonati per strada e gettati nei canali ad Anversa negli ultimi anni hanno raggiunto le 8/9 tonnellate annue con una produzione di rifiuti totali pari a 300.000 tonnellate di rifiuto urbano.
VANTAGGI ECONOMICI PER I COMUNI
Gli ultimi studi prodotti per valutare costi e benefici del sistema hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni. Una panoramica aggiornata di questi studi si può avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma Reloop per la promozione degli imballaggi riutilizzabili e del vuoto a rendere di cui la nostra associazione è parte. Reloop e CM Consulting hanno inoltre prodotto una serie di schede informative per aiutare la comprensione circa alcuni dei vari aspetti del sistema di cauzionamento. Per scaricare le schede clicca qui.
Abbiamo posto alcune domande a Rob Buurman l’esperto di Rifiuti ed Economia Circolare di BBL che è uno dei partner
progettuale di OVAM in rappresentanza del mondo ambientalista.
Come giudicate il piano di azione dell’accordo che il ministro ha firmato che prevede uno stanziamento di 9,6 milioni di euro annui da parte dell’industria?
L’accordo si propone di incrementare una serie di azioni che già sono in corso, senza andare ad affrontare il problema alla fonte. Solamente il deposito su cauzione può prevenire che vengano buttati via imballaggi che hanno un valore economico. L’accordo non permette di aumentare in modo considerevole le percentuali di riciclo come solamente un flusso continuo di materiali omogenei e puliti che provengono dal cauzionamento è in grado di garantire. Non contribuisce pertanto a raggiungere gli obiettivi che il governo fiammingo ha indicato nella sua Vision 2025 che vede l’economia circolare come una priorità assoluta.
Quale è la vostra opinione sugli studi pubblicati ?
Mentre gli studi hanno considerato nel dettaglio tutti i possibili costi coinvolti nell’intero processo di gestione degli imballaggi conferiti calcolando persino i costi dei supermercati dovuti del lavoro manuale e fuori orario dei dipendenti, non sono stati messi in conto molti altri aspetti positivi diretti e indiretti per le comunità.
Non sono stati calcolati gli impatti ambientali e economici (occupazionali) che derivano da un aumento delle percentuali di riciclo come meno emissioni di Co2, meno plastica nell’ambiente e nei mari ( e di conseguenza negli stomaci delle creature marine e nella catena alimentare dell’uomo). Inoltre calcolando che i costi di pulizia pagati dagli enti locali sono 60 milioni all’anno un 40% di rifiuti in meno significherebbe risparmiare circa 20 milioni di euro all’anno.
Considerato che un’eventuale introduzione del deposito su cauzione dipenderà che una considerevole diminuzione nelle quantità di rifiuti abbandonati quale metodologia di misurazione verrà introdotta?
E’ essenziale che venga introdotto un metodo oggettivo per misurare le quantità di rifiuti abbandonati e se il comportamento di buttare effettivamente si riduce in due anni. Si devono fare rilevazioni puntuali in fase di partenza e nel tempo analizzando le varie componenti del rifiuto come peso e volume sino ad arrivare a fine 2017. Poi i rilevamenti devono tenere conto di alcune variabili che possono falsare le misurazioni come l’intervenire dopo che un’operazione di pulizia ha avuto luogo, oppure non tenere conto dell’effetto stagionale nelle rilevazioni. Poi andrebbero anche conteggiati i contenitori che vengono conferiti nei cestini perchè si tratta di imballaggi che non vengono riciclati ma inceneriti con l’indifferenziato. Non è ancora chiaro in che modo la valutazione avrà luogo nel 2018 ma chiediamo di essere coinvolti nelle operazioni di rilevamento per cui abbiamo fatto un nostra proposta metodologica. Esortiamo il ministro a imporre come soglia minima di riduzione dei rifiuti da raggiungere del 40% che corrisponde all’effetto del deposito. Inoltre non si può aspettare due anni e rischiare di finire a ridosso delle elezioni, trovandosi con un nuovo governo e senza una proposta di legge pronta. Le consultazioni in merito tra le tre regioni del Belgio devono partire da subito.







