Plastica in mare: la soluzione è un diverso modello produttivo

Si deve principalmente a cinque nazioni l’immissione di circa otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica nell’oceano ogni anno. La quantità di rifiuti di plastica che finisce in mari ed oceani ha da tempo raggiunto alti livelli di criticità ma se si continua con i ritmi attuali si arriverebbe ad un quasi raddoppio entro il 2025: 250 milioni di tonnellate con una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesce.

L’associazione Ocean Conservancy ha presentato recentemente un rapporto articolato dall’eloquente titolo: Arginare la marea di rifiuti: strategie sulla terraferma per un oceano senza plastica (Stemming the Tide: Land-based strategies for a plastic-free ocean ) prodotto in collaborazione con il McKinsey Center for Business and Environment.

Lo studio, primo nel suo genere, indica quali soluzioni nel breve, medio e lungo termine possano determinare importanti riduzioni dei rifiuti di plastica in mare partendo da una loro attuazione nei cinque paesi che ne detengono una maggiore responsabilità.
A nazioni come Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Tailandia  viene infatti imputata l’immissione di una percentuale tra il 55 e 60% della plastica dispersa in mare a livello globale.

Lo studio che per la prima volta, focalizza un percorso specifico di azioni per la riduzione e l’eliminazione definitiva, di rifiuti di plastica negli oceani conferma quello che molti ricercatori pensavano da tempo e cioè che le soluzioni ai problemi dell’oceano in realtà inizino a terra. Ci vorrà uno sforzo coordinato dell’industria, delle ONG e del governo per risolvere questo problema di ordine economico e ambientale.” ha spiegato alla stampa Andreas Merkl, CEO di Ocean Conservancy.
Lo studio ribadisce infatti una realtà ormai nota, e cioè che almeno un 80% della plastica arrivi dalla terraferma piuttosto che da fonti marine come pescherecci o piattaforme petrolifere.  Altre aspetti del problema dati analizzati nello studio riguardano la natura, quantità e provenienza dei rifiuti marini e alcune interessanti proiezioni sull’evoluzione del fenomeno.

Un precedente studio Plastic waste inputs from land into the ocean apparso su Science ad inizio anno aveva già quantificato in circa otto milioni di tonnellate la plastica che annualmente entra in mari e oceani del mondo e lanciato l’allarme sul rischio che si arrivi entro il 2025 ad avere in acqua una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesce.

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Francia: la terza rivoluzione industriale continua al Nord

Nella regione francese del Nord – Passo di Calais e Piccardia che maggiormente ha incarnato un modello di sviluppo insostenibile, è partita da qualche tempo la Terza Rivoluzione Industriale TRI ( Troisième Révolution Industrielle).

La regione ha affidato all’economista americano Jeremy Rifkin qualche anno fa e per la prima volta in assoluto, un “master plan” per diventare una regione pilota della transizione energetica e industriale. L’idea che aveva inizialmente destato un certo scalpore ha preso forma, mese dopo mese sino, ad arrivare agli sviluppi odierni.

La terza rivoluzione industriale non è una soluzione per tutti i mali, ma una prospettiva reale per la regione“, ha affermato Philippe Vasseur, ex ministro dell’Agricoltura del governo Chirac. L’approccio di Vasseur  attualmente presidente della Camera di Commercio e dell’industria CCI Nord de France, uno dei protagonisti del progetto gestito insieme al Consiglio Regionale, è stato da sempre volutamente pragmatico. La vasta regione che conta la metà delle aree industriali dismesse del paese, cicatrici del passato industriale ed estrattivo, ha intrapreso un percorso di riscatto attraverso l’esecuzione di un piano che racchiude in sè un cambiamento di paradigma tutt’altro che semplice. Le risposte al problema occupazionale causato dalla chiusura di grandi aziende come  Continental o Good­year richiede ampie collaborazioni e interventi del pubblico e privato.

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La risposta delle aziende

Tra i segnali positivi che stanno arrivando c’è la costante crescita di progetti sviluppati dalle aziende che stanno prendendo parte alla transizione. Vuoi perchè spronate da una maggiore consapevolezza del rischio climatico, dalle possibilità  offerte dalle nuove tecnologie e dal ruolo di catalizzatore e facilitatore per tutti gli impegni singoli che la programmazione regionale mette in campo.
Gruppi industriali come Roquette, leader nella fornitura di prodotti derivati da amido, proprietario del sito industriale di Lestrem, tra i 10 più grandi siti francesi, si preparano a passare ad un utilizzo esclusivo di energie rinnovabili entro il 2050. Bonduelle ha deciso di alimentare il suo stabilimento di Estrées-Mons, il più grande impianto di trasformazione di ortaggi nel mondo (1.600 dipendenti), tramite un impianto di cogenerazione capace di produrre 100.000 MWh di elettricità all’anno.

La stessa società che sta realizzando l’impianto per Bonduelle ne istallerà un secondo presso Ajinomoto Foods Europe con un investimento totale di 150 milioni di euro che consentirà la creazione di oltre 300 posti di lavoro. Secondo la società costruttrice i due impianti, una volta in funzione, sarebbero in grado di ridurre le emissioni di Co2 di 120.000 tonnellate all’anno.

La rivoluzione, anche se riguarda principalmente i grandi gruppi si sta diffondendo un po’ in tutti i settori; dal settore delle PMI alle start-up. I progetti spaziano in molteplici settori come ad esempio lo sviluppo di veicoli ibridi, piuttosto che di radiatori intelligenti in grado di reagire alle condizioni ambientali.

L’entusiasmo ha contagiato anche la ricerca accademica impegnata in diversi studi: dallo stoccaggio di energia sotto forma di idrogeno a Dunkerque, allo sviluppo di “smart grid” (reti intelligenti), a quello di batterie del futuro della facoltà di Chimica di Amiens ( LRCS). Per non parlare di progetti per ricavare biometano dai rifiuti agricoli o di efficientamento termico degli edifici in grande scala con pregetti che  interessano oltre 100.000 abitazioni.
Ma la terza rivoluzione non tocca solamente l’energia. Diversi gruppi di lavoro formati da vari soggetti stanno lavorando insieme per applicare modelli di economia circolare in settori come la valorizzazione degli scarti agroalimentari, dei rifiuti, degli scarti tessili, ecc. Sono oltre 200 i progetti in corso che hanno ricevuto la denominazione  TRI  ( Troisième Révolution Industrielle). L’obiettivo di Philippe Vasseur è quello di arrivare a 400 progetti nel 2016 e 800 nel 2017. Per arrivarci Vasseur può contare sul sostegno di un club TRI di imprenditori della regione che conta già 200 manager iscritti.

Strumenti finanziari a sostegno della Terza Rivoluzione Industriale

Un pacchetto di strumenti finanziari dovrà essere creato per attingere alle risorse finanziarie per fare fronte a questa nuova priorità regionale. Come prima esperienza nel paese francese entro fine anno verrà dedicato un fondo di investimento attraverso l’attivazione di due tipologie di piattaforme di crowdfunding: CowFunding e Kiosk una delle piattaforme di investimento autorizzate in Francia che sostengono progetti di imprenditoria sociale e sostenibile a tutti i livelli. In Piccardia, è stato istituito il fondo Energia e Sviluppo Sostenibile dotato di 12 milioni di euro per finanziare progetti nei vari settori, dell’energia, della preservazione delle risorse naturali, di contrasto al riscaldamento climatico, ecc.

Ecco alcuni brevi filmati sottotitolati da ACE – Alliance Circular Economy che raccontano dei progetti in corso.

Terza Rivoluzione Industriale in Francia: come e perchè

Archives du Nord – Edifici isolati e autosufficienti

Stampanti 3D

L’economia circolare del riciclo del tessile

GHRYDF- Biometano + Idrogeno L’alternativa energetica

 

Belgio: il Comune di Nivelles incentiva l’economia circolare con un trofeo

Inauguriamo questo spazio di informazione del sito dedicato all’economia circolare dove vi racconteremo di esperienze e progetti, in essere o in partenza, da parte dei più disparati soggetti, dagli enti locali ai governi, alle aziende, associazioni e società civile tutta.
Anche se l’economia circolare presuppone un cambio sistemico nel modo in cui si produce, si consuma, si usufruisce dei beni, che gli enti locali da soli non possono realizzare, ci sono delle azioni attuabili nel locale che possono offrire delle soluzioni efficaci a problematiche ambientali e sociali. L’economia circolare “chiude il cerchio” prevalentemente a livello locale; pertanto una spinta virtuosa da parte dei territori  “dal basso” può essere decisiva nello stimolare i governi centrali ad agire a livello legislativo prevedendo misure e strumenti fiscali che promuovano i modelli di produzione e consumo circolari.
Il comune di Nivelles, 27.000 abitanti situato nella provincia del Brabante Vallone è il primo Comune della provincia, e probabilmente del Belgio, a lanciare un’iniziativa premiante per incenticare le imprese del suo territorio ad adottare modelli di economia circolare
Il trofeo dell’economia circolare «trophée de l’économie circulaire» è stato lanciato dalla cittadina nell’ambito di un programma di sostenibilità più ampio concertato dall’Agenda 21 locale dal 2013 con la collaborazione dei cittadini.
Promotori e organizzatori del progetto insieme al Comune sono l’Intercommunale du Brabant Wallon IBW, un ente pubblico che riunisce la provincia e i 27 comuni del Brabante Vallone incaricato di fornire vari servizi come la gestione dei rifiuti, Nivelles Entreprises, l’associazione delle imprese e l’Union des classes moyennes UCM, un’associazione di categoria che rappresenta e fornisce servizi a professionisti e commercianti.
Il gruppo di lavoro che ha sviluppato il progetto ha scelto la formula del premio rivolto a tutti i potenziali soggetti dei più diversi settori economici, piuttosto che restringere il campo di azione a specifiche iniziative e soggetti, in modo da ottenere un coinvolgimento il più ampio possibile.
Via libera quindi a Nivellers a progetti che possono arrivare dal mondo produttivo, commerciale, agricolo, associativo che si ispirano ai concetti cardine dell’economia circolare : un’economia rigenerativa che non prevede la produzione di scarti e rifiuti in quanto i beni vengono progettati per avere un ciclo di vita il più lungo possibile e per avere una nuova vita ed essere metabolizzati nel circuito dei nutrimenti biologici oppure in quello tecnico per essere riusati, riparati, aggiornati e riciclati come materia in nuovi prodotti ( secondo i criteri dell’efficacia e dell’efficienza).
Un’altro concetto cardine dell’economia circolare è la creazione di valore economico basata sui servizi che i beni possono offrire “a consumo” senza essere posseduti. Solamente riducendo la quantità di beni che vengono prodotti si potrà raggiungere un disaccoppiamento tra crescita e consumo di risorse, tenendo conto che la popolazione è in aumento e le risorse sono sempre più scarse.
Scade il prossimo 15 febbraio 2016 il termine ultimo per presentare i progetti per i candidati residenti. I progetti devono essere in corso ma nella fase iniziale di attuazione. Oltre alla congruità del progetto rispetto al tema, ci sono altri criteri che verranno presi in considerazione dalla giuria che dovrà selezionare i vincitori sono: l’impatto occupazionale, l’innovazione tecnologica e il potenziale di replicabilità.
Ai vincitori, perchè potranno essere più di uno,  non andrà un premio in denaro bensì delle consulenze gratuite da parte dei professionisti di UCM che serviranno per sviluppare e migliorare ulteriormente i progetti meritevoli selezionati.

Accordo ANCI CONAI: l’Associazione Comuni Virtuosi chiede conto a Fassino sui progressi

L’Associazione Comuni Virtuosi chiede conto al presidente di Anci Fassino circa le dichiarazioni apparse sui media in relazione al ddl concorrenza da parte di Anci e in merito allo stato dell’arte di alcune misure previste dall’Accordo Quadro Anci Conai

L’Associazione Comuni Virtuosi ACV si rivolge nuovamente al Presidente dell’Anci Fassino con alcune domande sullo stato dell’arte dell’accordo Anci Conai, dopo la pubblicazione di una lettera aperta apparsa recentemente sul sito dell’associazione che chiedeva conto di alcune sorprendenti dichiarazioni di Filippo Bernocchi -delegato ANCI all’Energia e ai Rifiuti.
Bernocchi ha espresso preoccupazione e dissenso su alcune norme contenute nel disegno di legge AC 3012 “Legge annuale per il mercato e la concorrenza”, di iniziativa governativa, licenziato dalla camera e approdato recentemente al Senato. Trattasi dell’art. 37(1), che affida all’ISPRA, ente pubblico dalle solide competenze, invece che al CONAI, la decisione riguardo all’approvazione o meno di nuovi consorzi, e sospende l’obbligo di corrispondere il contributo ambientale al Conai (CAC) nel periodo di valutazione del consorzio stesso.
L’ACV dopo aver già espresso la propria sorpresa di fronte all’opposizione di ANCI a questa norma, che supera il conflitto di interesse di CONAI, attualmente chiamato dalla normativa ad esprimersi sull’ingresso di altri operatori nel mercato in cui il Conai stesso opera di fatto da monopolista, chiede al Presidente Fassino:

  • gli studi di ANCI a supporto delle dichiarazioni di Bernocchi che dimostrino come il mancato incasso del CAC da parte del Conai nel periodo di prova del nuovo consorzio possa: causare perdite per i comuni pari ad alcune centinaia di milioni, mettere in discussione l’effettivo riciclo delle filiere dei materiali interessate, fare entrare in crisi tutto il sistema di raccolta differenziata e contribuire a causare una procedura di infrazione ai Comuni (soprattutto del Sud) per il mancato raggiungimento del 50% di avvio a riciclo nel 2020, previsto dalla direttiva europea;
  • lo stato di avanzamento della proposta di modulazione del contributo ambientale in base al grado di riciclabilità dell’imballaggio ( più alto per gli imballaggi non o difficilmente riciclabili) che il Conai si è impegnato a valutare dal gennaio 2015 all’interno dell’accordo quadro (AQ);
  • se non sia arrivato il momento di affidare ad una società indipendente uno studio che definisca il valore dei “maggiori oneri” della raccolta differenziata che, seppur non definiti da alcun studio terzo, determinano l’entità dei corrispettivi che il Conai ritiene di dover corrispondere ai Comuni per la raccolta degli imballaggi. Tale studio è necessario per arrivare alla scadenza del prossimo anno quando le parti, Anci e Conai, hanno la facoltà di rivedere l’entità dei corrispettivi, qualora intervenissero significative variazioni su tali “maggiori oneri”( Cap. 6 AQ) ;
  • lo stato di avanzamento nella redazione del sub allegato 4 all’Allegato Tecnico plastica art. 6.1.5 “Qualifica delle società di analisi, degli auditor di seconda parte e degli ispettori”, di cui era prevista a ottobre 2014 la nomina della commissione che avrebbe redatto il documento. Le analisi merceologiche determinano l’entità dei corrispettivi che i Comuni ricevono, quindi è necessario che siano svolte da un soggetto distinto dalle parti, autonomo e competente. Sebbene il tema della terzietà di tali analisi riguardi tutte le filiere, un sub-allegato specifico è stato previsto solo per la plastica, che contribuisce per 200 milioni di euro, ai 420 milioni complessivi che Conai stima di corrispondere ai Comuni per il 2015 .

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A rigor di logica, secondo l’ACV, l’Anci dovrebbe esprimere preoccupazione ogni qualvolta che il contributo ambientale viene ribassato per qualche filiera di materiali-, come avviene dal 2010 ad oggi. Prendendo come esempio la più recente riduzione del contributo per gli utilizzatori di imballaggi di vetro del consorzio Coreve è giustificabile desumere che la riduzione del CAC (da 20,80 a 19,30 Euro/ton) sia potuta avvenire anche grazie al fatto che l’Anci non abbia spuntato nel 2014 un aumento dei corrispettivi, se non per fasce qualitative di purezza del materiale difficilmente raggiungibili per i Comuni.
Pertanto quando ci si preoccupa dell’entità delle entrate economiche del Conai andrebbe preso in considerazione il quadro completo, e cioè quale percentuale di queste entrate viene devoluta ai Comuni per sostenere i costi della RD degli imballaggi, e a quali costi l’attuale sistema dei consorzi arriva a recuperare “otto imballaggi su dieci” dell’immesso al consumo.

Ci sono tuttavia anche altre criticità dell’accordo Anci Conai che mettono a rischio o non facilitano il raggiungimento degli obiettivi di riciclo al 2020, che l’ACV denuncia dal 2013. L’Accordo regola, per il quinquennio 1/4/14 – 31/3/19, il rapporto tra Comuni convenzionati e Consorzi per le modalità di conferimento e l’entità dei corrispettivi per i “maggiori oneri” della raccolta differenziata degli imballaggi di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro.
L’Associazione ne cita solamente due : la bassa entità dei corrispettivi che vanno ai Comuni- che coprono all’incirca un terzo di quanto essi spendono per la raccolta-, e la mancanza di misure efficaci che prevengano la produzione di imballaggi incompatibili con il riciclo , e che ne riducano complessivamente le quantità.
Infine, l’Associazione pone l’accento sul fatto che è sulla prevenzione, e sulla progettazione secondo i criteri dell’eco design, che vanno triplicati gli sforzi da parte di tutti i soggetti che hanno interesse nella creazione di valore per la filiera degli imballaggi (e beni). Trattandosi dell’unica misura realmente efficace, che non solo non è a carico delle comunità, ma che apporta ai territori vantaggi economici come occupazione nell’indotto del riciclo e una riduzione dei costi di gestione degli imballaggi, l’Anci dovrebbe essere in prima linea nel pretendere da decisori politici e aziendali un salto di qualità in tal senso. Ultimo ma non meno importante dettaglio: è la fase della progettazione che condiziona l’efficacia e l’efficienza dei processi industriali di riciclo. Uno studio americano ha calcolato che solamente nel settore del riciclo del PET la crescente complessità degli imballaggi ha causato in 10 anni un raddoppio dei costi necessari per produrre riciclato in PET per il mercato.

«Anche autorevoli economisti, esperti di sostenibilità del packaging, hanno rimarcato l’urgenza di mettere in campo politiche ex ante: politiche in grado di apportare vantaggi economici e ambientali generati da una drastica diminuzione nel consumo di risorse e delle emissioni di CO2 – ha spiegato Bengasi Battisti, presidente dell’ACV – Come si può infatti pensare di tagliare le emissioni per scongiurare un aumento delle temperature superiore ai 2 °C (dagli effetti catastrofici), se non si affrontano alla radice le cause delle emergenze ambientali che risiedono nell’attuale modello economico lineare? Com’è possibile raggiungere quest’obiettivo se si persevera nel rincorrere con azioni ex post il continuo aumento nella produzione dei rifiuti, siano essi urbani o industriali? L’economia circolare che viene sempre più spesso evocata, anche in contesti inopportuni – chiosa Battisti – non produce scarti e non si riduce al mero concetto di riciclare, prima o poi, in qualche impianto europeo, quando va bene, una parte di quanto viene raccolto in modo differenziato, a spese delle comunità».

Comunicato stampa del 26 ottobre 2015

(1) Trattasi della norma all’art.22 ter del disegno di legge AC 3012. Con il passaggio al Senato diventa art.37 del ddl N.2085

L’ARTICOLO di Veronica Ulivieri -La Stampa 16 novembre 2016 :Conai, cambiano le regole per il contributo ambientale per gli imballaggi
Un emendamento Pd elimina alcune norme che frenavano la possibilità di fare concorrenza al Consorzio nazionale imballaggi. Protesta l’Anci, plaude l’Associazione dei Comuni Virtuosi

Aggiornamento : l’allarme sul rischio del raggiungimento del 50% di avvio a riciclo al 2020 “parrebbe rientrato” in occasione della  presentazione del V Rapporto Banca dati Anci-Conai sulla raccolta differenziata e il riciclo. Sul sito dell’Anci si legge: “L’Italia è un sistema virtuoso che non solo non ha niente ad invidiare agli altri Paesi ritenuti a torto migliori, ma che oggi costituisce, all’interno dello stesso contesto europeo, un modello da imitare. Anche in presenza di una crisi strutturale delle Regioni del Sud, dove si registrano timidi segnali di miglioramento. Bernocchi ha voluto infine sottolineare come “l’Italia sia pronta a cogliere la sfida del passaggio da un’economia lineare a una circolare”. Molti Comuni hanno gia’ sviluppato un’industria del riciclo efficiente, che ha trasformato i rifiuti in una reale opportunita’ di sviluppo per i territori”.

Su questa ed altre affermazioni similari che arrivano dall’Anci, come Acv riteniamo giustificato nutrire seri dubbi perché, al momento, – di modelli di economia circolare in campo di gestione e prevenzione dei rifiuti ( e non solo)- o di programmazione politica sul modello francese, non ve ne è davvero alcuna traccia.

Aggiornamento Dicembre 2015 -Febbraio 2016

Successivamente l’Anci, nella persona del delegato ambiente e rifiuti Filippo Bernocchi ha richiesto un’audizione al Senato che ha avuto luogo il 1 dicembre 2015  presso la commissione Industria. A questo link è possibile trovare la trascrizione e la registrazione integrale dell’audizione.

Un commento sull’intervento “l‘Anci attraverso l’Avv. Bernocchi ha utilizzato pressoché integralmente il proprio tempo a disposizione per confutare l’utilità dell’art.37 in materia di concorrenza sui rifiuti di imballaggio. L’ANCI ha infatti dedicato meno di 5 minuti per fare annotazioni sull’art.33 (bonus elettrico), mentre ha dedicato quasi 40 minuti alla disposizione contenuta nell’art.37 relativa alla sospensione del pagamento del CAC da parte dei consorzi autonomi. Va detto che preliminarmente l’ANCI ha sostenuto che sarebbe stato auspicabile una riforma “complessiva” del sistema Consortile piuttosto che interventi puntuali (citando il collegato ove sono state stralciate le disposizioni sui consorzi).
Va detto che a fine intervento, il sen. Luigi Marino (Area popolare –già Scelta Civica- eletto in Emilia Romagna) ha confutato le argomentazioni dell’ANCI, rilevandone in primis il pressochè identico contenuto rispetto a quanto denunciato dal CONAI, peraltro – ha aggiunto- completamente difforme rispetto a quanto sostenuto dal ministero dell’Ambiente. L’avv. Bernocchi ha replicato, evidenziando come questo articolo 37 serve ai produttori e riciclatori di bottiglie in Pet e produrrà danni ai Comuni.
Va rilevato che se la sede del contraddittorio sull’art.37 sarebbe dovuta essere l’audizione del 18 novembre u.s. a cui avevano partecipato CONAI, Assorimap e Coripet, tale audizione dell’ANCI è stata di fatto utilizzata per intervenire nuovamente sull’art.37, inaudita altera parte, (come peraltro legittimamente rilevato dal sen. Marino).

Dopo la pubblicazione dell’indagine conoscitiva IC49 – sul mercato dei rifiuti urbani che dimostra che la gestione italiana è tutt’altro che virtuosa non è arrivato alcun commento e presa di posizione da parte dell’Anci. Fatta eccezione per il commento ” tranchant” espresso da senatori del Pd in sintonia con Edo Ronchi riferendosi all’indagine.

Imballaggi di vetro : due pesi due misure

Diminuisce il costo del contributo ambientale che le aziende utilizzatrici di imballaggi in vetro devono pagare al consorzio Coreve allo scopo di ridur loro i costi. Non ci sarebbe nulla da eccepire sul fatto che i costi per le aziende si riducano. A condizione però che vengono soddisfatte le reali esigenze economiche dei Comuni che tali imballaggi devono raccogliere e gestire a fine vita. I Comuni  invece non hanno potuto beneficiare della stessa generosità risevata da Coreve alle aziende, quando hanno chiesto un contributo più alto per la raccolta differenziata degli imballaggi, nel 2013, al rinnovo dell’accordo quadro Anci Conai 2014-2019.

Nel comunicato stampa di Conai del 15 ottobre si legge:
Il Consiglio di Amministrazione CONAI, sentito il parere del Consorzio Coreve, ha deliberato la diminuzione del Contributo Ambientale per gli imballaggi in vetro. La riduzione sarà operativa a partire dal 1° gennaio 2016. Il Contributo per il vetro passerà dagli attuali 20,80 Euro/ton a 19,30 Euro/ton. Si tratta di un ulteriore segnale di riduzione dei costi per le imprese Consorziate – produttrici e utilizzatrici di imballaggi – che permetterà di garantire comunque il ritiro dei rifiuti urbani di imballaggio sull’intero territorio nazionale ed il riconoscimento ai Comuni dei corrispettivi previsti dal nuovo Accordo Quadro ANCI-CONAI (420 milioni di Euro stimati nel 2015).
Coreve il consorzio afferente al Conai che si occupa degli imballaggi di vetro incassa da tutti coloro che utilizzano imballaggi in vetro un contributo (CAC) , pagato sulla base del peso del vetro che degli imballaggi immessi sul mercato. Questo contributo serve per gestire il fine vita degli imballaggi e dovrebbe quindi coprire i costi che i Comuni sostengono per la raccolta differenziata.

Come la nostra associazione sta sostenendo dal 2013 così purtroppo non è …Al contrario il nostro paese detiene in Europa due primati alquanto svantaggiosi per i Comuni nel campo della gestione degli imballaggi, con gli esiti che vedremo. In Italia le aziende che immettono imballaggi pagano il CAC  più basso in Europa.
Allo stesso tempo i corrispettivi che i Comuni ricevono risultano i più bassi quando comparati con paesi che hanno un sistema di gestione equiparabile al nostro e che non arrivano a coprire più del 30/35 % di quanto i Comuni spendono. Come se poi ancora non bastasse i Comuni italiani cedono gratuitamente ogni anno i materiali raccolti con la raccolta differenziata alle piattaforme del Conai che fruttano in vendite ai consorzi circa 200 milioni di euro. Negli altri paesi europei gli incassi che derivano dalla vendita dei materiali restano invece ai Comuni, in aggiunta ai corrispettivi, che vengono intesi come contributo per finanziare la sola raccolta.

Trattandosi dello stesso fondo, questo significa banalmente che meno si incassa (e più si spende per altre voci di costo)  meno si può spendere per sostenere i Comuni nella raccolta differenziata. Sorprende che Anci non abbia mai espresso preoccupazione, o commentato in alcun modo pubblicamente, i diversi casi di ribasso del CAC che sono avvenuti  dal 2010 ad oggi per alcune filiere. Solamente il CAC per la plastica è sceso per poi risalire.

L’aumento dei corrispettivi previsti dal nuovo accordo quadro Anci Conai 2014-2019 prevede un aumento dei corrispettivi che oltre ad essere altamente insufficiente, è vincolato al rispetto di limiti qualitativi più stringenti. Come si potrà notare proprio nel caso del vetro il consorzio Coreve ha sì aumentato i corrispettivi per i comuni  del 21,55% rispetto al 2013, ma c’è un ma.
Come si può vedere nella seguente tabella, a parità di percentuale di frazione estranea (ad esempio al 7 %) i corrispettivi sono diminuiti da 18,88 a 5,00 €/t. I corrispettivi più alti rispetto a quelli in vigore lo scorso anno sono riferiti solamente alle nuove fasce introdotte con percentuali di impurezza minime (1-2%) quasi irraggiungibili da parte dei Comuni.

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Perchè l’Anci lancia l’allarme sul ddl concorrenza?

Con qualche giorno di ritardo siamo venuti a conoscenza di alcune dichiarazioni fatte dal delegato ANCI all’Energia e ai Rifiuti, Filippo Bernocchi, in merito al testo del ddl concorrenza che è stato  in discussione alla camera sino all’approvazione in prima lettura avvenuta il 7 ottobre*. Riportiamo in virgolettato le dichiarazioni più salienti presenti in diverse uscite di stampa.
‘‘Le norme che modificano la disciplina sui consorzi contenute nel Ddl concorrenza, se non uniformate al contesto generale disciplinato dal Codice ambientale, porteranno a gravi perdite per i Comuni, stimabili in alcune centinaia di milioni, a solo vantaggio di alcuni produttori che cosi’ potranno evitare di pagare il contributo ambientale’’. E’ l’allarme lanciato dal delegato ANCI all’Energia e ai Rifiuti, Filippo Bernocchi, che ricorda: ‘’L’ANCI ha proposto una soluzione che tuteli i Comuni ed i cittadini, che si troverebbero a dover pagare per la raccolta ed il riciclo degli imballaggi al posto dei produttori, in contrasto con le Direttive europee ed ai principi della responsabilita’ del produttore’’.
‘’L’ANCI  confida che la discussione parlamentare delle prossime ore dia seguito a quanto segnalato. E’ in gioco non il principio di concorrenza, bensi quello che stabilisce l’onere per la raccolta dei rifiuti da imballaggio a carico dei produttori: con le nuove norme, invece, sarebbero i cittadini a dover pagare’’.

La norma che maggiormente preoccupa l’Anci, nell’ambito dell’iter autorizzativo di un nuovo sistema autonomo di raccolta imballaggi, è quella che concerne la sospensione del pagamento del contributo ambientale al Conai già a partire dalla prima fase di riconoscimento del soggetto su base documentale. Senza attendere quindi che la fase di verifica sul funzionamento del sistema si concluda, con valutazione positiva o negativa, da parte del Conai.
Solamente qualora l’esito di verifica del sistema di un nuovo ipotetico soggetto risultasse negativo, un eventuale mancato ripristino dei contributi versati al nuovo soggetto durante il periodo transitorio, arriverebbe a determinare secondo l’Anci “un disequilibrio del sistema che metterebbe in discussione l’effettivo riciclo delle filiere interessate sottraendo alcune centinaia di milioni di euro ai Comuni e rischiando di far entrare in crisi tutto il sistema di raccolta differenziata”. In particolare – “per quanto concerne il Sud, che al 2020 sarà sicuramente foriero di una procedura di infrazione per il mancato raggiungimento del 50% di avvio a riciclo, previsto dalla direttiva europea”.

Questo “depauperamento” nascerebbe dunque qualora venissero accolte alcune modifiche all’attuale sistema contenute nell’articolo 22 ter all’interno del Disegno di legge “Legge annuale per il mercato e la concorrenza” (3012)  nel frattempo licenziato dalla Camera. Come un nuovo sistema autonomo possa aver acquisito così tante adesioni da arrivare a “drenare” risorse economiche- già solamente per il periodo di test, vorremmo comprenderlo. Attendiamo quindi le stime effettuate dall’Anci che dimostrino come è possibile che i Comuni possano subire danni per centinaia di milioni per poter entrare nel merito con cognizione di causa.

Quello che invece appare evidente, facendo due semplici conti, è che i Comuni ricevono già dei corrispettivi assolutamente insufficienti dal Conai per attuare una raccolta differenziata (RD ) “senza onore né gloria”. Figuriamoci quanto servirebbe loro per mettere in campo misure a lungo termine volte ad ottenere un miglioramento qualitativo significativo. Come abbiamo dimostrato durante la nostra iniziativa del 2013 i corrispettivi di altri paesi europei con un sistema paragonabile al nostro, sono mediamente più alti dei nostri, che arrivano a coprire poco più del 30% delle spese che i Comuni sostengono per la raccolta differenziata degli imballaggi.

I nostri Comuni cedono gratuitamente ai Consorzi Conai circa 200 milioni di euro di valore di materiale differenziato ogni anno. Perché l’Anci non promuove un’azione volta a cambiare questo aspetto ?  Riteniamo che su questo punto l’Anci possa trovare una sponda politica  trasversale a tutti gli schieramenti. In questo modo i Comuni e i cittadini verrebbero ulteriormente motivati e incentivati a dare il massimo nella RD, anche sul piano qualitativo.

Detto questo se ai poco più di 400 milioni di euro annui di corrispettivi che i Comuni dovrebbero ricevere per il 2015, dovessero ancora essere sottratte alcune centinaia di milioni, c’è da chiedersi a cosa e a chi serva l’accordo quadro Anci Conai.

Non è un mistero per nessuno che è sui Comuni, e i cittadini, che vengono scaricati la maggior parte dei costi che derivano dalla gestione degli imballaggi: dalla fase di acquisto dei prodotti imballati sino alla loro dismissione. Questo dato di fatto già emerso nel 2008 con il rapporto IC26 : la RD degli imballaggi  viene riproposto anche nell’ultima  indagine conoscitiva sui rifiuti urbani dell’AGCOM -Autorità Garante della Concorrenza e del mercato (identificata con la sigla IC49). Secondo l’Agcom i produttori e utilizzatori di imballaggi pagano solamente il 20% dei costi relativi al fine vita degli imballaggi che sono per l’80% in capo alla fiscalità generali dei Comuni.  Nonostante Corepla incassi il contributo ambientale per tutti gli imballaggi (anche per gli imballaggi secondari e terziari che non gestisce )  e i proventi della vendita dei materiali raccolti dai Comuni (oltre 100 milioni di euro)  la filiera della plastica ha un deficit di catena che cresce man mano che aumenta la RD a livello nazionale. Per le plastiche che hanno un valore di mercato si parla di circa 208 euro a tonnellata, mentre per le plastiche miste si arriva a 500 euro. Singolare che si evochi la procedura di infrazione per i Comuni che non raggiungono la percentuale del 50% di avvio a riciclo, quando anche l’ultimo accordo quadro Anci Conai non considera minimamente misure atte a raggiungere gli obiettivi di riciclo che, come gli obiettivi di raccolta differenziata, sono previsti per legge.

Non c’è stato, per quanto ci risulta durante la fasi di contrattazione precedenti alla sottoscrizione dell’accordo quadro, il coinvolgimento dei due terzi della filiera: i selezionatori e i riciclatori. Senza il contributo e la collaborazione di questi settori, e soprattutto dei riciclatori, difficilmente si arriverà al raddoppio necessario delle attuali percentuali di riciclo in poco tempo (al netto degli scarti). A questo dato di fatto va ad aggiungersi la mancanza di dialogo e collaborazione lungo tutti soggetti della filiera degli imballaggi, a  partire dai produttori e utilizzatori di imballaggi. Situazione che ha contribuito a far sì che invece di una diminuzione, ci sia stato un incremento degli imballaggi impossibili da riciclare.

Le dichiarazione di Bernocchi non entrano invece nel merito di un’importante modifica che si trova sempre all’interno del testo del ddl concorrenza; e cioè che si metterebbe a capo dell’ISPRA, invece che del Conai, la valutazione e il seguente iter autorizzativo per l’entrata di un nuovo soggetto. Questo significa che la valutazione verrebbe intrapresa da un ente terzo, dotato della necessaria competenza tecnica, che non rappresenta certo degli interessi di parte, bensì pubblici, che è in grado di vigilare che il sistema sia effettivamente ed autonomamente funzionante e in grado di conseguire, nell’ambito delle attività svolte, gli obiettivi di recupero e di riciclaggio di cui all’articolo 220. (1)
A questo proposito va rimarcato che se entrano in campo dei consorzi autonomi, essi devono soddisfare prescrizioni ministeriali  molto rigide (come avvenuto in recenti casi di autorizzazione), percentuali di recupero/riciclaggio maggiori rispetto a quelle richieste al sistema Conai, come pure più puntuali controlli e rendicontazioni a tutela, appunto, dell’effettivo e obiettivo raggiungimento degli obiettivi.

Mentre chiunque può visionare il dibattito che si è svolto alla Camera e leggere gli interventi dei deputati (da pag. 13) per farsi un’opinione, ci pare opportuno chiedere alcune spiegazioni al Presidente dell’Anci Piero Fassino.

Caro Presidente Fassino,

in riferimento alla posizione espressa dal delegato ANCI all’Energia e ai Rifiuti, Filippo Bernocchi vorremmo sapere:

  • se le dichiarazioni del vostro delegato che contesta in toto i contenuti dell’art. 22 ter visto la mancanza di distinguo, corrispondono alla posizione dell’Anci e del Suo Presidente ;
  • se ha potuto esaminare lo studio che sottintende a queste previsioni e se può renderne conto pubblicamente;
  • se lo scenario è così preoccupante per l’Anci da giustificare un intervento volto ad influenzare il voto dei deputati;
  • se non si può invece seguire l’esempio di altri paesi europei come la Francia dove i Comuni, oltre ad un contributo per la raccolta, ricevono anche il valore di vendita del materiale differenziato che consegnano alle piattaforme di raccolta;
  • a quale punto sono i lavori e quale è la proposta presentata da Corepla per attivare un sistema di modulazione del contributo ambientale (o CAC ) da applicare agli imballaggi di plastica che favorisca l’applicazione dei principi dell’ecodesign, come avviene in Francia. Per raggiungere gli obiettivi di riciclo del 50%, come Lei ben sa, non basta più raccogliere le plastiche e bruciarne la metà. Bisogna agire a monte disincentivando, attraverso il CAC, gli imballaggi non riciclabili in modo da ridurne la quantità prodotta.

Restiamo in fiduciosa attesa di una Sua dichiarazione e presa di posizione in merito. Nonostante nostre precedenti richieste di chiarimento inerenti all’Accordo Quadro Anci Conai, siano rimaste inascoltate.

Associazione Comuni Virtuosi

-Leggi anche le dichiarazioni del Sindaco di Bolzano e Presidente della Commissione Anci sui servizi pubblici locali in occasione dell’audizione Agcm di Anci del 15 settembre scorso. Rifiuti – Anci audizione a Agcm, Bernocchi: “Superare criticità e garantire la certezza del diritto

Video Intervista ad Alberto Pera, per 10 anni segretario generale dell’Antitrust, esperto in materia di concorrenza, che spiega l’origine del ddl concorrenza che riguarda vari ambiti.

Aggiornamenti su Accordo Anci Conai ottobre 2016:

Raccolta differenziata, tra conflitti di interesse e dati segreti: “Costi a carico delle casse pubbliche”

Raccolta differenziata, la preziosa banca dati dei Comuni affidata a privati senza gara e senza scadenze

NOTE

*Aggiornamento del 7 ottobre 2015.
(1)L’art. 221 del D.Lgs. 152/2006 e ss. mm. e ii. (cosiddetto Codice dell’Ambiente) prevede al comma 3 che “per adempiere agli obblighi di riciclaggio e di recupero nonché agli obblighi della ripresa degli imballaggi usati e della raccolta dei rifiuti di imballaggio secondari e terziari su superfici private, e con riferimento all’obbligo del ritiro, su indicazione del Consorzio nazionale imballaggi di cui all’art. 224, dei rifiuti di imballaggio conferiti dal servizio pubblico, i produttori possono alternativamente:
a) organizzare, autonomamente, la gestione dei propri rifiuti di imballaggio su tutto il territorio nazionale”.
E al comma 5 prescrive che “per ottenere il riconoscimento i produttori devono dimostrare di aver organizzato il sistema secondo criteri di efficienza, efficacia ed economicità, che il sistema sarà effettivamente ed autonomamente funzionante e che sarà in grado di conseguire, nell’ambito delle attività svolte, gli obiettivi di recupero e di riciclaggio di cui all’articolo 220”.
(2)Anche per quanto concerne le plastiche miste che arrivano quasi al 60% di quanto raccolto in modo differenziato, o non si producono, o va trovato loro uno sbocco di mercato. Se questo mercato va sostenuto, e valgono i principi di “responsabilità estesa del produttore” o ERP e del “chi inquina pagasono i produttori, utilizzatori (e chi li rappresenta come il Conai che incassa il CAC),  a doversi assumersi i costi del fine vita. Se si considera che nel 2012 Corepla ha speso 30 milioni per termovalorizzare e 5 milioni per sostenere il riciclo è evidente che ci siano ampissimi margini di manovra.

Tra arte e serra il progetto di condivisione energetica di Amsterdam

Un interessante progetto di risparmio energetico attraverso la condivisione è nato ad Amsterdam tra il museo Hermitage e l’Hortus Botanicus, giardino e museo botanico.
Il progetto denominato “Tussen Kunst en Kas” (Tra arte e serra), è stato ufficialmente presentato martedì 2 settembre dai direttori dei due enti alla presenza del Ministro all’Istruzione, Cultura e Scienza, Jet Bussemaker (1).

Attraverso 425 metri di tubi sotterranei l’impianto termico del museo fornirà il riscaldamento all’Orto Botanico e riceverà in cambio l’acqua fredda necessaria per la funzione di raffrescamento delle sue sale.
Questa partnership all’insegna dell’uso sostenibile delle risorse e della share economy è riuscita a coniugare due opposte esigenze che, se affrontate separatamente, avrebbero comportato un aggravio economico per entrambe le due strutture, anche se più rilevante per l’ Orto Botanico come vedremo.

L’edificio storico del 600, modificato negli anni, è diventato la sede dell’ Hermitage solamente dopo una ristrutturazione durata circa due anni che si è conclusa nel 2009. Da allora l’edificio è stato dotato di un impianto a pompe di calore geotermico collegato ad una profonda falda sottostante. Dopo poco tempo il museo si è trovato alle prese con un problema strutturale di eccessiva produzione di calore causata da una minore richiesta di riscaldamento rispetto al raffrescamento, necessario per la climatizzazione delle sue sale e padiglioni espositivi.
La soluzione più logica è stata quella di “guardare al di là dei propri muri”  per cercare nei dintorni del museo un potenziale partner che potesse usufruire del calore in eccesso. Il primo ad essere contattato è stata la direzione dell’Orto Botanico che ha accolto con entusiasmo la proposta di sviluppare un progetto di condivisione dell’impianto termico. Il tempismo non poteva essere dei migliori in quanto, dopo venti anni, l’impianto di riscaldamento delle sue serre che ospitano palme e altre piante tropicali durante l’inverno, doveva essere cambiato.

Progetto innovativo

Il progetto, come si legge nel comunicato stampa,  viene definito innovativo e allo stesso tempo molto particolare per le sue caratteristiche progettuali.
Ad esempio la distanza che deve essere coperta dalle tubazioni sotterranee tra il giardino botanico e l’impianto del museo è relativamente grande.
Anche la tecnologia di controllo che ha dovuto essere sviluppata per gestire le diverse prestazioni climatiche richieste dalle serre dell’Orto Botanico e dalle sale espositive dell’Hermitage è molto complessa.
Infine il percorso che è stato attuato per conseguire un risparmio energetico diverge profondamente dalle misure e metodologie comunemente adottate negli edifici ad interesse storico nazionale.
Invece dei consueti interventi di isolamento apportati ai muri esterni degli edifici si è sostituito un combustibile fossile con un sistema a energia rinnovabile con la condivisione di un impianto geotermico. Di conseguenza non si è dovuto intervenire sull’architettura dell’Hermitage, e anche gli interventi da apportare alle serre del giardino botanico saranno relativamente limitati.
Anche se il progetto è da considerarsi win-win per entrambe le parti, i maggiori vantaggi si profileranno per l’Orto Botanico che attualmente ha un consumo energetico annuale paragonabile a quello di 54 abitazioni. Quando il nuovo impianto sarà a regime nel prossimo anno potrà verificarsi una consistente riduzione della sua bolletta energetica e anche delle emissioni di Co2 che attualmente prodotte.

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I costi del progetto

I costi del progetto ammontano a 850.000 € che saranno coperti per i due terzi da una sovvenzione che il ministro alla cultura  Bussemaker ha messo a disposizione nell’ambito di un piano per il risparmio energetico di monumenti e edifici di interesse storico nazionali. Il fondo di  dieci milioni di euro finanzierà in due anni 18 progetti tra i quali chiese, ex fabbriche, mulini, un ex edificio penitenziario e una  fattoria. (3)

Silvia Ricci

(1)Foto Evert Elzinga : da sinistra : Jet Bussemaker, ministro Istruzione e Cultura; Cathelijne Broers- direttore dell’Hermitage; Taeke Kuipers – direttore Hortus Botanicus; Sebastiaan Lagendaal-responsabile  Sicurezza e facility Services Hermitage

(2) Infinitus Energy Solutions, Posad Architecten, Kuijpers, LekHabo Groep , Bouwbedrijf van der Spek, BCO buro voor constructieve oplossingen, C&R Hospitality Services, Waternet, en Alliander Duurzame Gebiedsontwikkeling.
(3)
Hortus en Hermitage, Josephkerk (Amsterdam), vm HBS Kocatepe (Rotterdam), Duvelhok, Blokhuispoort, Enka Westhal, Nicolaaskerk (Kloosterburen), Landlust, vm Karottenfabriek, Heimolen, Zuidpolder molen, Boerderij te Oostwolde, Molen Hersteller, vm drukkerij Wyt, Westergasfabriek, Boerderij Wayenstein, Kantoor Jongerius, Huis ten Donck.

 

Riciclo: indietro tutta?

I “falsi amici” del riciclo sono in ascesa: coloranti, opacizzanti, etichette coprenti sleeves e stand-up poach, buste in multistrato non riciclabili.

Mentre comincia a entrare nel sentire comune il concetto che la raccolta differenziata sia il migliore sistema per gestire i rifiuti una volta prodotti, per valorizzarli invece di distruggerli, i decisori politici e aziendali non pare stiano ancora puntando a gestire i rifiuti come risorse.  Eppure le direttive comunitarie pongono proprio l’uso efficiente e sostenibile delle risorse come un obiettivo prioritario , non solamente per preservare l’ambiente, ma come unica strategia economica possibile per affrontare la mancanza di materie prime, ridurne le importazioni e competere nel mondo globale. Al contrario le politiche sui rifiuti del Governo portano in auge con l’articolo 35 dello sblocca Italia un modello obsoleto e anacronistico come l’incenerimento che solleva i produttori dal prendersi carico,del fine vita dei propri prodotti. Continua a mancare un piano di prevenzione e di riduzione degli rifiuti compresi quelli da imballaggi con obiettivi vincolanti allo studio da parte del Governo.

Perché raccogliere in modo differenziato se l’obiettivo non è il riciclo?

La cosa più ovvia che un cittadino si aspetta quando differenzia gli imballaggi, è che i materiali vengano valorizzati. Anche perché gli imballaggi il cittadino paga due volte: quando acquista i prodotti confezionati, e quando li conferisce al sistema di raccolta.
Se poi questi imballaggi non possono neanche essere riciclati,a causa di caratteristiche progettuali incompatibili con la tecnologia degli impianti presenti sul territorio, il cittadino virtuoso, oltre al danno, subisce anche la beffa.
A dire il vero un po’ beffati i Comuni italiani già lo sono perché devono spendere molto di più di altri paese europei -con un sistema di gestione simili al nostro- per la raccolta e gestione dei rifiuti da imballaggio. Questo perché ai Comuni arrivano contributi più bassi dai consorzi Conai rispetto ad altri Comuni europei e perché non incassano i proventi della vendita dei materiali differenziati ceduti gratuitamente alle piattaforme di raccolta dei consorzi. Di questi ed altri aspetti penalizzanti per i Comuni e l’economia del riciclo che caratterizzano la gestione degli imballaggi in Italia si è già occupata l’Agcom in due occasioni nel 2008 e nel 2016 .

La vera innovazione è la prevenzione
Per affrontare la sfida della sostenibilità non è più possibile gestire i rifiuti, siano essi speciali, urbani o da imballaggio, a valle della supply chain, senza intervenire sul modello produttivo che li genera. Una gestione eco-efficiente degli imballaggi a fine vita può avvenire solamente quando la progettazione ha tenuto conto del contesto specifico o sistema in cui il bene o imballaggio svolge la sua funzione e conclude il suo ciclo di vita. Così come chiariscono la prima e seconda mossa della nostra iniziativa Meno Rifiuti più Risorse. Negli ultimi anni vengono immessi sul mercato nuovi imballaggi spacciati come il massimo dell’innovazione e della sostenibilità poiché ricavati da fonti rinnovabili, ma che a fine vita non possono essere riciclati o compostati  dall’impiantistica nazionale. Le aziende, in assenza di una legislazione stringente in termini di prevenzione (qualitativa e quantitativa) degli imballaggi, e di ogni altra regia nazionale che coordini le azioni su base volontaria, si muovono come più conviene loro. Nonostante le aziende abbiano da tempo diversi strumenti a disposizione, anche web based ad accesso gratuito, per valutare l’impatto ambientale con un’analisi LCA dei diversi tipi di imballaggio già in fase di progettazione. In Italia l’Ecotool messo a disposizione delle aziende da qualche anno da Conai (anche se parrebbe in corso di aggiornamento) non include, incredibilmente, nel calcolo dell’impatto ambientale la fase post consumo dell’imballaggio che è assolutamente determinante sotto l’aspetto ambientale ed economico.

E’ pertanto assolutamente necessario per il packaging, così come per altri beni che tutti gli attori della filiera del consumo degli imballaggi, dialoghino tra loro e in particolre i responsabili delle scelte sul packaging e i soggetti che gestiscono le fasi post consumo del packaging (raccolta-selezione-riciclo). Sono gli stessi specialisti ed esperti della sostenibilità del packaging ad affermare che solamente attraverso un ampio coinvolgimento degli attori lungo la catena di distribuzione (dai fornitori di materie prime sino ai clienti finali) è possibile promuovere azioni incisive di miglioramento, anche radicale. (1) Siccome le campagne e altre azioni di sensibilizzazione volte a stimolare una produzione di packaging progettato secondo i criteri dell’eco-design non hanno prodotto miglioramenti, nè a livello qualitativo nè quantitativo, andrebbe utilizzata la leva economica del contributo ambientale  (CAC contributo ambientale conai). Solamente facendo pagare un CAC commisurato all’impatto ambientale che un imballaggio ha lungo tutto il suo ciclo di vita si otterrebbe una internalizzazione del costo del suo fine vita a carico del produttore/utilizzatore  che attualmente ricade su Comuni e cittadini/consumatori. Un contributo più alto per gli imballaggi non riciclabili o difficilmente riciclabili, come abbiamo proposto nelle nostre iniziative   , incentiverebbe quindi il mercato verso una produzione di imballaggi più sostenibile. La prerogativa di affrontare con un approccio sistemico l’economia del packaging di plastica ha trovato una solida base attuativa nel progetto The New Plastics Economy e nella sua roadmap : The NPE Catalysing Action lanciato nel 2016-2017 dopo la pubblicazione di questo post.

Sardara: no alle trivelle si allo sviluppo economico sostenibile

L’Amministrazione Comunale di Sardara già da tempo ha espresso la propria contrarietà alle norme del decreto legislativo denominato “Sblocca Italia”. Il territorio del nostro Comune è interessato da diversi progetti di trivellazione del sottosuolo, depositati in Regione e funzionali alla produzione di energia termoelettrica. Tali progetti antepongono l’interesse privato a quello pubblico, promuovendo un utilizzo industriale dei beni comuni, con concreti e seri pericoli di inquinamento dell’ambiente.

L’Amministrazione Comunale di Sardara ha sempre ritenuto che una corretta pianificazione debba essere finalizzata ad un utilizzo razionale delle risorse. Partendo da questi presupposti si è dotata di una programmazione seria ed equilibrata attraverso la redazione del Piano d’Azione per le energie sostenibili. Sardara inoltre, è titolare di una concessione per la coltivazione di acque termominerali e, sempre nel territorio comunale, è presente un altra concessione mineraria di cui è titolare una società privata.

Le suindicate concessioni rappresentano da sempre i punti fondanti dello sviluppo turistico del paese, da anni improntato sulla valorizzazione delle proprie peculiarità termali, ambientali e culturali. Forti di ciò, abbiamo manifestato politicamente e tecnicamente (delibere, relazioni) un chiaro diniego rispetto al tentativo di speculazione in atto, e per gli stessi motivi esprimiamo un forte dissenso verso le norme contenute nello Sblocca Italia che prevedono una revisione delle competenze Stato-Regioni, assegnando allo Stato il ruolo di guida e coordinamento rispetto ai processi autorizzativi nel settore geotermico.

Le comunità locali verranno in questo modo ridotte a semplici comparse rispetto a decisioni assunte da altri, in un’operazione attraverso la quale, in maniera sempre più frequente, il privato tenderà ad ingoiare il bene pubblico. Siamo convinti che un modello di società che annulla il ruolo degli Enti locali nei processi decisionali, sia un modello profondamente ingiusto e irrispettoso del territorio e delle popolazioni. Oggi più che mai risulta indispensabile, infatti, mirare alla costruzione di un orizzonte comune, superando l’atavico senso di sudditanza politica e culturale, con l’obiettivo di recuperare quelle motivazioni collettive a difesa dei nostri territori e delle generazioni future.

Andrea Caddeo
Assessore all’Ambiente Comune di Sardara

Le risorse contano, dicono i “Comuni Virtuosi”. E mettono in circolo l’economia

Imballaggi a cui non si dà importanza, oggetti buttati invece di essere riparati: lo spreco di materia è un problema sottovalutato. L’Associazione Nazionale Comuni Virtuosi promuove la campagna Make resources count dell’ EEBEuropean Environmental Bureau, a favore di una normativa europea sull’economia circolare.

Ci pensiamo raramente, ma ogni rifiuto che produciamo è un oggetto con una storia. Progettato, creato, venduto. Usato e buttato. Ogni europeo consuma circa sedici tonnellate di materiali all’anno producendo circa sei tonnellate di rifiuti, di cui quasi il 70% viene bruciato o finisce in discarica. Con le conseguenze che sappiamo. Eppure l’imperativo è ancora quello di estrarre, fabbricare, buttare. Anche se è ormai evidente che l’economia lineare, che scarica impatti e costi su ambiente e comunità, non è più perseguibile.
La campagna Make resources count, lanciata dall’EEB e promossa dall’Associazione Comuni Virtuosi vuole portare il problema dell’economia circolare in consultazione europea, sperando di ottenere l’impegno, da parte dei governi della UE, a ridurre drasticamente il consumo di materia. Per Silvia Ricci, responsabile delle campagne per l’ACV: «Si parla molto di economia circolare, ma c’è troppa confusione sul suo significato. Per alcuni è addirittura tutto ciò che non va in discarica, compreso quello che finisce nel termovalorizzatore. In realtà economia circolare è soprattutto far contare le risorse». Sì, perché si ragiona molto su efficienza energetica e rinnovabili, ma ancora poco sulla necessità di ridurre drasticamente il consumo di materia.
Cosa significa in concreto far contare le risorse ce lo spiega sempre Ricci con un esempio: «Siamo portati a pensare che un cellulare si riusa, ed è vero. Ma non basta. Un cellulare deve essere progettato per essere riparato, disassemblato, riciclato. Intervenire unicamente nella fase finale, lo smaltimento, è una battaglia persa. Lo sanno i Comuni, sui quali ricadono i costi maggiori. Oltretutto, montagne di prodotti, anche se suddivisi e mandati in ecocentro, spesso dopo non hanno un mercato. Questo è sprecare risorse».

L’80% dell’impatto ambientale di un oggetto viene dalla fase del design. Quindi è dell’industria la maggior responsabilità. Ma anche dei governi che non si sono dati da fare, finora, per dar vita a leggi specifiche, che facciano pagare di più a chi più inquina e meno a chi produce prodotti più sostenibili. Arginare i danni spostando responsabilità e soluzioni sugli altri livelli della filiera non solo non basta, ma danneggia l’economia.
L’onere maggiore ricade sui Comuni, che non riescono a gestire in modo efficiente la raccolta differenziata, né a trasformare i rifiuti in risorse. In Italia, secondo i dati dell’ACV, i Comuni ricevono una copertura dei costi per la differenziata che non raggiunge nemmeno il 40%, e non hanno i proventi di vendita dei materiali raccolti perché ceduti gratuitamente al sistema Conai.
Come spiega Ricci: «I Comuni devono far sentire la loro voce in Commissione Europea perché è su di loro che ricade il costo di tutto: i cittadini pagano per gli imballaggi, pagano per lo smaltimento. Smaltire nell’inceneritore ha un costo maggiore rispetto alla differenziata, che però è comunque un onere. Che senso ha raccogliere un imballaggio che, proprio per le sue caratteristiche, va buttato via? Il sistema va aggiustato a monte».

Occorre rendere più facile riparare e riusare e fare delle scelte di packaging più responsabili. Le aziende produttrici, ad esempio, dovrebbero promuovere il vuoto a rendere e il deposito su cauzione dei contenitori, come già avviene in Germania e Norvegia. I produttori di oggetti tecnologici e elettrodomestici dovrebbero progettare una durata più lunga di quella attuale. In un mondo ideale questo avverrebbe volontariamente, ma purtroppo le cose non sono così facili. È per questo che la campagna Make resources count vuole spingere Bruxelles a formulare una normativa per l’economia circolare. Perché nel mondo non ideale in cui viviamo non possiamo aspettarci che sia l’industria a tutelare i cittadini e gli enti locali. È tempo che lo facciano i governi.

Tratto da La Stampa– di Valentina Gentile