La spesa del futuro si fa SBALLATA

Chissà che grazie alla partenza di un nuovo progetto Spesa Sballata non si riesca anche in Italia avere esperienze diffuse di acquisto senza imballaggi grazie all’uso di contenitori riutilizzabili. per dare attuazione all’art. 7 del Decreto Clima”, che prevede che ai clienti sia “consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.»

La possibilità di acquistare con contenitori riutilizzabili portati da casa, o messi a disposizione dal rivenditore a fronte di una cauzione, sia per prodotti alimentari che non alimentari, è diventata all’estero una pratica che negli ultimi due anni è letteralmente esplosa.

Non è ancora così in Italia, e non è un problema di tecnologia quanto di cultura e di legislazione. Basta guardare alle potenzialità offerte dai modelli di riuso dei contenitori che sono già una realtà consolidata e matura anche da noi grazie alle nuove tecnologie che permettono di affidare la gestione logistica e di sanificazione anche ad enti terzi. Ad esempio nel settore degli imballaggi/contenitori riutilizzabili ad uso industriale e commerciale.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Fatta eccezione per le possibilità di acquisto sfuse offerte da un decennio dai negozi zero waste o rete botteghe sfuse “indipendenti”, sparsi per la penisola, e da piccole catene come Negozio Leggero oppure la new entry VivoGreen a Terni, la normativa per la sicurezza alimentare nazionale (più restrittiva che in altri paesi EU) ha frenato molte iniziative in fase nascente.

Solamente un gruppo della DO in Italia : Moderna Distribuzione ha ad oggi avviato una sperimentazione di vendita assistita ai banchi interni che permette l’impiego di contenitori dei clienti e che coinvolge da circa un anno 8 punti vendita in totale:   6 punti di Sigma, uno di Ecu e uno di Economy. Un progetto fortemente voluto dall’AD Buna Lami di cui abbiamo raccontato qui.  

Finalmente si aggiunge in questo panorama “poco affollato” un progetto strutturato che potrebbe dare una spallata a tanti pregiudizi esistenti anche in Italia sulla maggiore sicurezza alimentare del contenitore monouso rispetto a quello riutilizzabile. (1)

Succede a Varese e provincia con la Spesa Sballata: un progetto che vede 33 Famiglie impegnate per la durata di un anno nell’acquisto di prodotti alimentari utilizzando propri contenitori che è stato presentato questa mattina alla stampa.

Le Famiglie potranno acquistare con contenitori riutilizzabili ai banchi di vendita assistita (panetteria, pescheria, gastronomia, macelleria) dei supermercati coinvolti e anche nei reparti ortofrutta. Una buona notizia dal momento che il provvedimento che nel 2018 imponeva la vendita esclusiva di sacchetti leggeri biodegradabili/compostabili ha indirettamente reso impossibile l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili. La GDO fatta eccezione per i negozi di NaturaSi. non ha ancora “sdoganato” l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili nei punti vendita, come avviene in altri paesi europei. Alle Famiglie coinvolte dalla sperimentazione è stato fornito un kit composto da contenitori riutilizzabile in plastica rigida, sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta e una sporta durevole. Il kit di sopravvivenza al monouso che abbiamo promosso oltre 10 anni fa con la nostra iniziativa Porta la Sporta, la prima a raccontare in quegli anni di attività al grande pubblico (2009-2014) sul problema della plastica nell’ambiente collegandolo al nostro modello di consumo.

Il valore aggiunto del progetto Spesa Sballata è che va oltre allo slogan Plastic Free a cui si sono ispirate molte iniziative nazionali imperniate sulla sostituzione dei materiali monouso e che si allinea così alle indicazioni contenute nella Strategia UE sulle Plastiche, e in particolare a vero spirito della Direttiva Europea sulle Plastiche Monouso ( considerando 2) che dovrà essere recepita a livello nazionale entro il 3 luglio del 2021.(1)

Il progetto è partito nel febbraio 2020 grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia ed è culminato con la partenza, 10 giorni fa, della sperimentazione che avrà luogo in 9 punti vendita delle due insegne della GDO. I dipendenti dei punti vendita accompagneranno l’attività fornendo supporto alle Famiglie partecipanti che potranno usufruire di buoni sconto.

La sperimentazione che durerà fino a fine aprile 2021 darà modo alle Famiglie di monitorare e misurare con attenzione il potenziale impatto positivo che l’acquisto di prodotti sfusi potrà avere sulla quantità di rifiuti da imballaggio usa e getta prodotta da ciascun nucleo.

I punti vendita Coop che aderiscono al progetto si trovano a: Busto Arsizio (viale Repubblica e viale Duca d’Aosta), Malnate, Varese, Laveno Mombello per un totale di 5 supermercati. Mentre per Carrefour aderiscono i punti vendita di Gallarate in viale Carlo Noè, di Varese in via Sanvito Silvestro e poi di Cocquio Trevisago e Tradate per un totale di 4 supermercati.

L’elemento interessante, e probabilmente chiave, che potrebbe permettere la partenza di altre esperienze simili, è stata la collaborazione con ATS Insubria per la redazione delle Linee guida Sanitarie per acquisti in contenitori riutilizzabili, che garantissero, anche in tempo di COVID 19, il rispetto delle norme igienico-sanitarie insieme alle buone prassi ambientali.(2)

Questo progetto permette finalmente di dare attuazione alla possibilità di fare la spesa con contenitori propri, puliti, idonei ad uso alimentare e con coperchio che in teoria sarebbe possibile in Italia dallo scorso dicembre, grazie all’approvazione della legge 12/12/2019 n. 141, il cosiddetto “Decreto Clima”. Il decreto all’art. 7 prevede che sia consentito ai clienti : « utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare.» Il testo include poi anche una disposizione “di salvaguardia” per garantire che la pratica si svolga in sicurezza: «L’esercente può rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei».

Il Covid incide non tanto sul rischio aggiuntivo per il consumatore, quanto piuttosto perché il contenitore potrebbe essere potenziale veicolo di contaminazione dall’esterno all’interno –  spiega Enzo Favoino, referente scientifico del progetto, tecnico e ricercatore presso la Scuola Agraria del Parco di Monza in un’intervista a Economiacircolare.com -, ma la soluzione c’è già. Così come per il nostro progetto Spesa Sballata, per l’interno del contenitore ci pensa il consumatore e per l’igienizzazione dell’esterno ci pensa l’addetto al banco prima di posare il contenitore sul piatto della bilancia o sul bancone. Si tratta di una soluzione transitoria, certamente, ma anche il problema del Covid è temporaneo”. Molti però non sanno neppure che esiste il decreto Clima, figurarsi l’art.7 e i due commi.

Alcuni ad esempio sostengono che dovrebbe esserci un decreto applicativo che standardizzi la procedura o magari la tipologia dei contenitori ammessi, ma basta leggere l’articolo 7 del decreto e si vede che è autoapplicativo. Non c’è scritto che entro tot mesi il ministero dell’Ambiente o della Salute emaneranno altri provvedimenti”.

GLI ATTORI DEL PROGETTO

Il progetto che durerà sino a fine 2021 si è potuto realizzare grazie al sostegno e alla collaborazione di Coop Lombardia e Carrefour Italia, che hanno attivato i punti vendita per la sperimentazione. Una scelta non casuale quella di queste due catene di supermercati, partendo dall’impegno che Coop ha sempre dimostrato sui temi ambientali e sociali (come la campagna “dall’olio all’olio” per citarne una) e da Carrefour che ha già portato avanti la medesima sperimentazione in altri paesi europei (Francia, Spagna, Belgio e Polonia), oltre che Taiwan.

Carrefour Belgium

Il progetto Spesa Sballata, finanziato da Fondazione Cariplo nel Bando Plastic Challenge 2019, vede come capofila Cooperativa Totem in partnership con Provincia di Varese – Osservatorio Provinciale Rifiuti e Green Schools, Scuola Agraria del Parco di Monza con ARS ambiente come partner tecnico e infine il Comune di Varese.

Provincia di Varese si è distinta per aver accompagnato i propri Comuni nel raggiungimento di ambiziosi risultati di buona gestione rifiuti ed iniziative di sostenibilità lungo tutto l’ultimo decennio, quali il progetto Green Schools, la partecipazione costante alla Settimana Europea di Riduzione dei Rifiuti e dal 2018 il progetto Famiglie Sballate;

Enzo Favoino, referente scientifico di progetto per la Scuola Agraria del Parco di Monza, e coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, è attivo da tempo a livello internazionale e locale per lo sviluppo ed il consolidamento delle pratiche di raccolta differenziata, compostaggio, e prevenzione rifiuti, contribuendo a definire le politiche e strategie UE di settore.

Il Comune di Varese che, a partire dal progetto Plastic free, sta attivando numerose iniziative su questi temi, tra cui, oltre a Spesa Sballata, anche il progetto europeo Life RethinkWaste.

Il logo di progetto, apposto sui contenitori in uso alle Famiglie, è stato realizzato lo scorso anno scolastico dalla classe terza 3G2 Indirizzo Grafico del Liceo Artistico Statale Candiani Bausch di Busto Arsizio, assistiti dalla prof.ssa Alessia Recupero, in attività di Alternanza Scuola Lavoro.

Per restare aggiornati sul progetto si può seguire la pagina Facebook appositamente creata.

Note

(1) Direttiva SUP – Considerando (2): “La presente direttiva promuove approcci circolari che privilegiano prodotti e sistemi riutilizzabili sostenibili e non tossici, piuttosto che prodotti monouso, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Tale tipo di prevenzione dei rifiuti è in cima alla gerarchia dei rifiuti di cui alla direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio […]”

(2) In proposito, è opportuno sottolineare che l’attuale congiuntura sanitaria non incide negativamente, contrariamente a quanto spesso si ritiene e comunica, sulle opportunità di impiego di oggetti ed imballaggi riusabili. In effetti, le evidenze scientifiche ci segnalano che, lungi dall’essere “barriera di protezione”, è proprio il monouso che, aumentando il turnover di materiali che dall’esterno entrano nella nostra vita quotidiana, è maggiormente incline a moltiplicare i percorsi di contagio. In realtà, sia il monouso che il riusabile vanno soggetti agli stessi principi, condizioni e pratiche di igiene: ma il riusabile, essendo in genere “personale” (e massimamente nel caso dei contenitori per acquisti!), diminuisce, anziché aumentare, l’evenienza di contagi dall’esterno. Enzo Favoino

Come ridurre i rifiuti dai prodotti monouso. Un vademecum per i Comuni

È disponibile online la guida realizzata da Anci Emilia Romagna che vuole supportare gli enti locali che intendono ridurre i rifiuti  derivanti dall’utilizzo di prodotti in plastica monouso e altri materiali. In coerenza con il paradigma dell’economia circolare.

È stato recentemente pubblicato sul sito di ANCI-Emilia Romagna un vademecum realizzato dall’ente per supportare i Comuni nella definizione e implementazione di strategie locali di riduzione dei rifiuti dal titolo “Ridurre i rifiuti da prodotti in plastica monouso… e non solo in plastica”.

Il vademecum presenta una metodologia e un percorso per i Comuni che vogliono ridurre i rifiuti derivanti dall’utilizzo di prodotti in plastica monouso e altri materiali coerente con il paradigma dell’economia circolare e con le disposizioni e lo spirito della direttiva SUP (direttiva UE 2019/904 sulle Single use plastics, le plastiche monouso) sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Detta così sembrerebbe cosa ovvia e banale ma così non è se guardiamo alle iniziative plastic free intraprese da aziende e istituzioni di varia natura che sono state lanciate dal 2018 ad oggi.

Quasi tutte le iniziative, incluse le circa 120 ordinanze emesse dai Comuni a partire dal 2018, hanno perso di vista l’obiettivo primario richiamato dalla direttiva SUP ovvero la riduzione dei rifiuti alla fonte e la conseguente pressione sul consumo di risorse naturali promuovendo e spesso obbligando la sostituzione dei prodotti monouso realizzati in plastica “tradizionale” (ovvero da fonti fossili) con altri prodotti monouso realizzati a partire da materiali “alternativi”, in particolare prodotti in materiale biodegradabile/compostabile.

Anche l’iniziativa più recente, resa nota della regione Sicilia (disegno di Legge n. 311 del 28-09-2018 approvato dall’Assemblea il 13 ottobre 2020) , non si discosta sostanzialmente dalle precedenti come impostazione. Secondo questo disegno di legge che rende la Sicilia una Regione plastic free verranno impiegati fondi comunitari e i proventi delle royalty delle società petrolifere “per finanziare  gli  imprenditori che scelgono di convertire gli impianti di produzione di plastica in impianti di produzione di bioplastiche o materie prime rinnovabili” come da dichiarazione data alla stampa da Giusi Savarino, la deputata del gruppo Diventerà Bellissima che presiede la commissione Ambiente.

In concomitanza con l’aumento delle iniziative plastic-free, si legge nel manuale redatto dall’Emilia Romagna, si è assistito a una rapida crescita di domanda e offerta di tali prodotti sul mercato (in particolare dei prodotti in plastica compostabile), trainata dalla percezione diffusa che i prodotti monouso in bioplastica siano da considerarsi ambientalmente virtuosi in quanto “bio” e smaltibili insieme alla frazione organica dei rifiuti urbani.

Non per nulla, come si legge in una nota,  si è scelto di utilizzare nel manuale la definizione “no monouso”, anche se ha meno appeal di  plastic free, quella attualmente in voga  in quanto più precisa e meno soggetta ad interpretazioni. Questo utilissimo manuale guida gli amministratori passo passo  nello sviluppo in house di un programma  “no-monouso”, da costruire insieme ai principali stakeholders del territorio, in grado di conseguire obiettivi misurabili di riduzione dei rifiuti, di riduzione nel consumo di risorse naturali e dei relativi impatti sull’ambiente, tra cui l’abbandono dei rifiuti. Inoltre si vuole generare un impatto culturale/educativo che possa tradursi in un’evoluzione culturale permanente.

Il vademecum può essere applicato e declinato nelle diverse realtà costituite da piccoli, così come da grandi centri urbani, tenendo conto delle specificità dei tessuti economici e sociali e della disponibilità degli stakeholder a diventare parte attiva del programma.

In attesa del recepimento nazionale della direttiva europea sulle plastiche monouso abbiamo ritenuto opportuno fornire ai Comuni uno strumento di semplice consultazione per affrontare il tema a livello locale. Nel documento evidenziamo la necessità di definire adeguate misure di policy in grado di incentivare, semplificare, favorire e promuovere l’adozione di comportamenti e prassi operative in linea con una precisa gerarchia che affermi il primato delle azioni di prevenzione rispetto a quelle volte alla sostituzione dei prodotti in plastica monouso con altri prodotti monouso” spiega Paolo Azzurro, primo autore del vademecum.

Il documento fornisce un ampio ventaglio di esempi di possibili misure da implementare nei diversi ambiti di intervento e propone un lungo elenco di casi di successo con particolare attenzione alle iniziative basate sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili che hanno dimostrato sul campo la propria efficacia sia dal punto di vista tecnico/operativo che economico” conclude Azzurro.

Il documento è stato integrato a valle dell’emergenza sanitaria da Covid-19 con alcune considerazioni  relative al suo impatto sulla diffusione di sistemi basati sull’impiego di contenitori riutilizzabili.

Per avere un assaggio del vademecum questo è l’indice dei contenuti:

Guida alla lettura

Introduzione

Una gerarchia per le misure di contrasto al monouso

Contenitori riutilizzabili e rischi igienico-sanitari alla luce dell’emergenza COVID-19

Uno sguardo ai prodotti in plastica biodegradabile e compostabile

Progettare una strategia “NO monouso”

Definire gli obiettivi

Scegliere l’approccio

Identificare le misure

Conclusioni

Il potere del riuso – Schede progetti

Silvia Ricci articolo pubblicato su Economiacircolare.com

Il documento a cura di ANCI Emilia-Romagna con il contributo di ATERSIR e il supporto di EIT Climate Kic è scaricabile in due versioni:

Vademecum per i Comuni e schede progetti – Versione estesa (4.985kB – PDF)

Vademecum per i Comuni – Versione sintetica (4.116kB – PDF)

Gli accordi volontari come i Plastic Pact funzionano?

Cresce il numeri di paesi e regioni che adottano un Plastic Pact per ridurre l’impatto della plastica sull’ambiente. Quali sono le caratteristiche e i risultati ottenuti ad oggi da questi accordi di natura volontaria ?

Anche gli Stati Uniti hanno aderito alla rete internazionale di paesi dove è stato sottoscritto un Plastic Pact PP per ridurre l’inquinamento da plastica che vede tra gli altri la partecipazione di Regno Unito, Francia, Cile, Paesi Bassi, Portogallo, Sud Africa e più recentemente la Polonia.

Anche l’Italia aderendo all’European Plastic Pact si è formalmente impegnata in questo tipo di accordo , anche se non sono arrivate dallo scorso marzo notizie in merito.
L’iniziativa dei Plastic Pact nazionali così come il Global Commitment sono parte dell’impegno della EMAF Ellen MacArthur Foundation per promuovere un’economia circolare della plastica che ha preso il via nel 2016 con la pubblicazione del report The New Plastics Economy e del programma triennale di iniziative correlate. L’annuncio è stato dato il 20 agosto scorso in occasione dell’evento virtuale di GreenBiz Circularity 2020.

L’iniziativa degli USA che vede più di 60 firmatari tra cui aziende, agenzie governative, ONG, università, organizzazioni professionali e società di investimento sarà coordinata da The Recycling Partnership TRP, con il sostegno del World Wildlife Fund (WWF).

Sulla falsariga degli impegni presi dai partecipanti ai PP già operativi i firmatari si adopereranno entro il 2025 per :

  • Definire un elenco di imballaggi in plastica considerati come problematici o non necessari entro il 2021, e adottare misure idonee ad una loro eliminazione entro il 2025;
  • Assicurare che tutti gli imballaggi in plastica siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili ;
  • Intraprendere azioni ambiziose per riciclare o compostare efficacemente il 50% degli imballaggi in plastica;
  • Raggiungere una percentuale media del 30% di contenuto riciclato o di contenuto bio-based prodotto responsabilmente.

I progressi compiuti dagli aderenti al Patto rispetto a questi obiettivi verranno resi noti su base annuale. Sarà il WWF a monitorarli attraverso un’applicazione denominata ReSource: Plastic Footprint Tracker, che attraverso una metodologia standard misurerà il consumo di plastica dei firmatari.

Gli aderenti al Plastic Pact rappresentano un po’ tutta la filiera della plastica degli USA e includono importanti stakeholder del settori dei rifiuti e del riciclo come Solid Waste Association of North America (SWANA), Institute of Scrap Recycling Industries (ISRI), National Waste Recycling Association (NWRA), Eureka Recycling, Balcones Resources, EcoCycle , APR Association of Plastic Recyclers . Tra le aziende figurano multinazionali come  Colgate-Palmolive Company, Danone North America,  Coca-Cola Company, Clorox Co., and Mars Inc.Target, Walmart, Aldi , Nestlé, Unilever USA, organizzazioni come Consumer Brands Association, Terracycle, Closed Loop Partners, cittadine come Austin e Phoenix e altri soggetti.

Colpo di scena: Coca-Cola, Pepsi, Nestlé appoggiano un sistema di deposito Europeo

Finalmente dopo decenni di dura opposizione ai sistemi di deposito per i contenitori di bevande le grandi multinazionale del beverage, insieme a dozzine di altri produttori di bevande stanno ora perorando per un’introduzione di sistemi di deposito (DRS: Deposit Return Systems) in tutti gli stati membri. L’Associazione Comuni Virtuosi accoglie con grande soddisfazione questa importante, quanto inevitabile, svolta intrapresa dall’industria delle bevande.
La dichiarazione è arrivata attraverso un comunicato pubblicato ieri sul sito di Euractiv da parte di due associazioni europee del settore : la EFWB che rappresenta più di 500 produttori europei di acqua in bottiglia, e l’UNESDA Soft Drinks Europe, che rappresenta i produttori di bibite che operano in Europa, tra cui Coca-Cola, Pepsico, Danone, Nestlé Waters e Red Bull.

Nella lettera aperta le associazioni dicono di voler massimizzare la raccolta e il riciclaggio di tutti gli imballaggi per bevande: dal vetro, cartone, lattine alle bottiglie in PET. Per queste ultime la direttiva UE sulla plastica monouso (SUP), richiede che ne venga raccolto entro il 2029 il 90% , con un obiettivo intermedio del 77% al 2025. La direttiva SUP stabilisce inoltre che le bottiglie in PET per bevande devono contenere il 25% di contenuto riciclato entro il 2025 e fino al 30% nel 2030.

Per raggiungere questi obiettivi, le due associazioni di categoria rimarcano che l’Europa avrà bisogno di sistemi di raccolta per gli imballaggi altamente efficaci. Se guardiamo alle prestazioni di raccolta e riciclo delle bottiglie per bevande in PET nei paesi membri risulta improbabile che tutti saranno in grado di raggiungere gli obiettivi definiti dalla direttiva.

La EFWB e l’UNESDA ritengono che sistemi di deposito (DRS) ben progettati potrebbero essere la chiave per un veloce raggiungimento degli obiettivi europei – e un numero crescente di Stati membri dell’UE sta arrivando alla stessa conclusione e sta valutando una loro introduzione. Ha affermato Hans van Bochove, Vicepresidente senior per gli affari pubblici e le relazioni con il governo dei partner europei di Coca-Cola che concorda anche sul fatto che “un DRS ben progettato consentirebbe all’UE di raggiungere i suoi obiettivi di raccolta per le bottiglie per bevande più rapidamente e garantirebbe anche il rPET di qualità alimentare che le nostre le industrie hanno bisogno. Oltre a garantire un riciclo a ciclo chiuso un DRS ridurrebbe anche la quantità di materiali vergini necessari, abbassando così l’impronta di CO2 dell’UE contribuendo così al raggiungimento dei suoi obiettivi per il clima ” .

Le due associazioni affermano che un sistema efficiente di deposito deve soddisfare alcuni importanti criteri di progettazione: dovrebbe avere una portata nazionale, dovrebbe essere il più ampio possibile coprendo tutte le categorie di bevande ed essere istituito e gestito dall’industria coinvolta dal sistema attraverso un’organizzazione no-profit. Inoltre, un DRS dovrebbe essere conveniente per il consumatore, accompagnato da una chiara comunicazione sull’ammontare del deposito/cauzione e relativi scopi e prevedere una rete di facile accesso per la restituzione dei vuoti e relativi depositi. Il meccanismo della cauzione dovrebbero incentivare una cultura del recupero e infine un DRS dovrebbe garantire ai produttori di bevande l’accesso a materiale riciclato per un utilizzo a ciclo chiuso (cioè da bottiglia a bottiglia).  

Sempre secondo le due associazioni di categoria la Commissione Europea potrebbe svolgere un ruolo importante nel rendere i sistemi di deposito una realtà sviluppando ad esempio delle linee guida per una loro attuazione.

Sull’esempio di quanto avvenne con la pubblicazione delle linee guida guida sui requisiti minimi per i regimi di EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) che sviluppata e adottata nella revisione del 2018 della direttiva quadro sui rifiuti. Questi orientamenti potrebbero essere sviluppati come parte del lavoro della Commissione nei prossimi mesi per l’attuazione del piano d’azione per l’economia circolare e dei fondi di ripresa ( o Recovery Funds) dell’UE.

Si tratta di una svolta storica“, ha affermato Recycling Netwerk Benelux una delle Ong più attive in Europa nella promozione dei sistemi di deposito, che, come la nostra associazione Comuni Virtuosi, aderisce alla piattaforma europea Reloop per la promozione dell’economia circolare, con particolare focus sui sistemi di riuso. “Cinque anni fa, tutti i produttori di bevande erano ancora tradizionalmente contrari a un deposito sulle bottiglie di plastica. Di conseguenza, alcuni governi europei hanno dimostrato una certa riluttanza ad attuare questa misura ambientale. Ora che le stesse società coinvolte chiedono un sistema di deposito, non c’è più motivo di esitare. Un sistema di deposito con cauzione riduce la quantità di bottiglie di plastica disperse nell’ambiente dal 70 al 90 percento. Per i governi di paesi come Francia, Spagna e Belgio, questo deve essere il segnale di partenza per introdurre finalmente una legislazione nazionale ” .

Non ci sono dubbi sul fatto che senza la pressione esercitata dagli obiettivi imposti dalla Direttiva SUP (Single Use Plastics) recepita negli ordinamenti nazionali degli stati membri entro il 3 luglio 2020, non avremmo assistito a questa “improvvisa” capitolazione di resistenze industriali che hanno dominato gli scenari internazionali per decenni. Questa svolta era d’altronde inevitabile perché non esistono di fatto altri strumenti oltre ai DRS che possono portare in meno di due anni la percentuale di intercettazione oltre al 90%. Lo dimostra il caso lituano , l’ultimo stato europeo ad avere introdotto un sistema di deposito qualche anno fa.

L’ITALIA A CHE PUNTO E’ ?

Venendo all’Italia l’obiettivo di intercettazione del 77% al 2025 per le bottiglie in PET rimane piuttosto sfidante. Questo nonostante l’entrata in campo di Coripet. Senza una legge nazionale che imponga un sistema di deposito con una cauzione che imposta sul prezzo di vendita delle bevande, è tutto più complicato, sia per la parte operativa che richiederebbe l’installazione in tempi brevi e capillarmente su tutto il territorio di un numero sufficiente di macchine di Reverse Vending, che sul versante della sostenibilità economica. Nei sistemi di deposito nazionali ci sono diverse facilitazioni per i partecipanti tra i quali un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti che attinge ad un fondo creato dalle fee ricevute dai produttori per i contenitori di bevande che non sono rientrati nel sistema. Questo importo milionario riferito a depositi che non hanno potuto essere restituiti agli utenti (relativi al 10% circa della quantità di contenitori immessi annualmente sul mercato ) viene ripartito ogni anno tra i soggetti che partecipano al sistema.(1) Anche l’importo della cauzione che in Italia non viene applicata non essendoci una legge ha di fatto un peso importante nel successo del sistema. Come si è visto dai paesi dove i sistemi di deposito sono in vigore da anni, se è troppo bassa ci sono meno probabilità che i contenitori vengano restituiti, se è troppo alta può offrire sponda a vari tipi di frodi. Un sistema di deposito è costoso ma i casi dei paesi in cui è stato adottato dimostrano che si ripaga da se’ e che tutti i portatori di interesse ne traggono vantaggi anche economici.

Un requisito di fondamentale importanza (come indicato anche da EFWB e UNESDA) è che un sistema di deposito includa tutti i tipi di contenitori come le bottiglie in vetro e le lattine ( che ormai sono circa 3 volte più numerose delle bottiglie nel littering e cestini stradali). Altrimenti c’è il rischio concreto che i produttori di bevande confezionino una parte dei loro prodotti su tipologie di contenitori non coperte da un DRS, vedi, ad esempio, le sperimentazioni sulla paper bottle di Carlsberg o l’utilizzo di cartoni da parte di alcune marche di acqua in bottiglia.

Ma questo lo vedremo più avanti perché in Italia una discussione e un confronto sui sistemi di deposito non è, sorprendentemente, neanche iniziata. I pochi articoli che si leggono in italiano che entrano un minimo nel dettaglio di questi sistemi si trovano su questo sito.

Tuttavia con questa svolta “epocale” da parte dei produttori di bevande, è necessario che il governo italiano prenda in mano la questione e dia l’incarico all’ISPRA, ad ARERA, o ad altra organizzazione indipendente e accreditata, di redarre un primo studio che delinei costi e benefici di quale potrebbe essere il modello di deposito più adatto per il nostro paese. si può fare partendo da un’analisi di quelli esistenti e di quelli in divenire per quanto riguarda la legislazione e il modello adottato, che serva da base per lo sviluppo di una legge nazionale. Non è più necessario partire da zero, esiste ormai una solida evidenza da cui attingere.

Con una decina di paesi europei che hanno da tempo in vigore un sistema di deposito per bottiglie di plastica e lattine, e 11 governi europei che hanno deciso di introdurre o espandere il proprio sistema nazionale sarebbe il caso di non dormire sugli allori di alcune nostre performance di recupero di materia.

Sempre se non vogliamo correre il rischio di diventare in questa classifica europea il fanalino di coda. Siamo già stati “sorpassati a sinistra” da Romania, Grecia e Turchia.

Silvia Ricci

Immagine in evidenza credit : Deposit Return Systems (DRS) Manifesto ZeroWaste Europe

(1) Video: come funzionano i sistemi di deposito (italiano)

Perché non possiamo insistere con modelli di consumo basati sull’usa e getta

Progettare un nuovo imballaggio senza ripensare tutto il ciclo di vita del prodotto, applicando opzioni innovative a basso impatto di carbonio può rivelarsi per le aziende un’occasione persa sotto l’aspetto ambientale ed economico. Cambiare invece l’approccio al packaging andando oltre ad una pura sostituzione del materiale per trovare nuove modalità per fare arrivare i prodotti ai propri clienti può aprire la strada a progetti innovativi in linea con la crisi climatica e di risorse che dobbiamo affrontare.

Quando si tratta di ridurre i rifiuti di plastica, e non si cercano scappatoie come la sostituzione della plastica con altri materiali, il riciclaggio è la strategia su cui si focalizzano gli impegni della maggior parte delle aziende
che lavorano alla sostenibilità del packaging.
Questo perché lavorare sulla riciclabilità, reale o presunta che sia, è di fatto la strategia più semplice da perseguire perché permette alle aziende di non cambiare il modello di business e/o processi produttivi. Condizione che rende più che accettabile per le aziende investire risorse nella ricerca e sviluppo di nuovi materiali che sostituiscano la plastica, e persino sostenere un aumento medio nel costo del packaging del 25-30%, come da stime di esperti del settore. Al contrario, applicare strategie di prevenzione e riuso per il packaging, può comportare in molti casi un ripensamento del prodotto stesso e/o dei modelli di produzione e commercializzazione. Oltre a richiedere il coinvolgimento degli altri attori della filiera di riferimento con il relativo carico di lavoro che rende ogni operazione doppiamente complessa.
Va detto che la crescente attenzione da parte delle aziende alla riciclabilità o compostabilità del packaging è storia recente, che va soprattutto interpretata come una risposta delle aziende alla crescente preoccupazione sull’inquinamento ambientale causato dalla plastica nell’opinione pubblica. In seconda battuta gioca un ruolo importante l’approssimarsi dell’entrata in vigore delle nuove direttive europee del pacchetto Economia Circolare e della Direttiva SUP sulle plastiche monouso. Resta da vedere se i governi le recepiranno conservandone lo spirito e gli obiettivi che vanno nella direzione di un cambiamento dell’attuale modello di consumo, oppure cederanno alle pressioni dei gruppi di interesse. Eventualità poi non così remota come hanno allertato recentemente la Piattaforma Reloop e Zero Waste Europe sulla base di uno studio di Eunomia Research and Consulting.

LIMITI DEL RICICLO

Sebbene il riciclo sia un’opzione preferibile alle varie opzioni di smaltimento, perché permette di produrre uno stesso bene con minori emissioni climalteranti e un ridotto consumo di materie prime ed energia, è evidente che non possiamo affidarci a questa sola strategia . Ma questo vale sia per la plastica che per tutti i materiali di cui facciamo un solo utilizzo.

L’aumento della popolazione e del livello di benessere nei paesi dalle economie emergenti spinge inesorabilmente verso l’alto i consumi, aumenta i ritmi di prelievo di tutte le risorse, accelerando così la distruzione degli ambienti naturali e della biodiversità.

Se consideriamo che la produzione mondiale di plastica è destinata a quadruplicare entro il 2050 (e non solamente per il settore del packaging) è evidente che per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili si deve schiacciare l’acceleratore sulla prevenzione a tavoletta, e a più livelli.
Nel caso della plastica dobbiamo pertanto ridurre al massimo il suo consumo usa e getta e riciclarla tutta perché impiegare plastica riciclata fa risparmiare circa il 61% delle emissioni di gas ad effetto serra rispetto all’utilizzo di plastica vergine.

Questo perché, secondo un recente studio dell’Imperial College quasi due terzi delle emissioni totali di gas climalteranti dovute alla produzione di un manufatto in plastica avvengono durante la fase di estrazione e produzione delle resine. La restante parte delle emissioni (pari ad 1/3) è determinata dalla fase di produzione e smaltimento del manufatto.

Sostituire la plastica con alternative biodegradabili può sembrare in prima battuta un’opzione più sostenibile, se non fosse che anche queste risorse non possono considerarsi illimitate. Un loro utilizzo a pari quantità di consumo richiesta dalla sostituzione delle stesse applicazioni in plastica tenendo conto del trend attuale di maggior consumo di prodotti confezionati significa produrre maggiori impatti ambientali su altri fronti. Ad esempio il crescente consumo di biomasse —che soddisfa la domanda proveniente da più settori come si può vedere dall’infografica— contribuisce, anche attraverso il fenomeno detto IULC Indirect Land Use Changes (cambiamento indiretto dell’uso del suolo) alla deforestazione e conseguente perdita di biodiversità.

Sources and uses of biomass in the EU
©EU, 2019

Un recente studio dell’Imperial College commissionato da Veolia “Examining Material Evidence the Carbon Fingerprint” ha comparato le valutazioni sul ciclo di vita (LCA) di una settantina di imballaggi di diversa tipologia e materiale. Le prestazioni relative ai diversi imballaggi in termini di emissioni di gas climalteranti rivelano che un puro cambio di materiale non equivale ad un impatto ambientale minore senza interventi sul ciclo di utilizzo di un manufatto.

IL PROBLEMA E’ IL MODELLO DI CONSUMO
Le aziende che hanno sostituito gli imballaggi in plastica non lo hanno fatto, —come verrebbe logico pensare— sulla base di valutazioni del ciclo di vita e di utilizzo delle varie opzioni di packaging. Né tanto meno hanno tenuto conto delle diverse infrastrutture di raccolta e riciclo presenti sui mercati ove l’opzione veniva introdotta, oppure degli sbocchi di mercato per le materie prime seconde originate. Come accennato in apertura le decisioni che hanno portato ad un cambio di packaging sono state spesso intraprese, in risposta al “sentiment plastic free” dell’opinione pubblica che il marketing aziendale ha cavalcato come vantaggio competitivo. Con il risultato che le nuove opzioni non sempre si sono rivelate migliorative sotto il profilo ambientale. Oppure prive di un maggiore impatto economico sul sistema di avvio a riciclo del packaging, che è finanziato in larga parte dai contribuenti. Oltre all’aumento medio del 3% annuo circa nel consumo di imballaggi che le relazioni dei consorzi Conai registrano (quasi) ogni anno ci sono anche studi di settore che riportano nel dettaglio i segmenti di prodotto dove il consumo di alimenti confezionati aumenta. Per quanto riguarda il settore ortofrutta cresce il consumo di prodotto confezionato a peso fisso che rappresenta il 47% del totale venduto dalla Gdo, di prodotti di IV gamma e di Primi Piatti Pronti Freschi (classificati come Ecr -ovvero le zuppe e tutte le loro declinazioni) che vengono principalmente venduti nello scaffale refrigerato. Ad esacerbare l’impatto del packaging c’è l’aumento nelle vendite dei formati monodose che riguarda tantissimi prodotti freschi. La tendenza nei paesi avanzati da anni ormai va in direzione di una costante riduzione dei formati, di pari passo con un’evoluzione sociale che riguarda tanto la dimensione dei nuclei familiari, quanto le abitudini, le modalità e le occasioni di consumo.

Olanda: in arrivo un sistema di deposito per le bottigliette di plastica

Entro il primo luglio 2021 anche le bottigliette di plastica saranno soggette ad un sistema di deposito e ad una cauzione di 15 cent. Ogni anno nei Paesi Bassi vengono vendute 1 miliardo di bottigliette di plastica di cui si stima finiscano nell’ambiente una quantità tra i 50 e 100 milioni di pezzi.

Aggiornamento : Olanda: in arrivo un deposito anche per le lattine

In controtendenza con altri paesi dove la partenza di un sistema di deposito su cauzione per contenitori di bevande è stato posticipata (1) a causa della pandemia da Covid-19 l’Olanda ha deciso di implementare al 2021 l’attuale sistema di deposito in vigore per le bottiglie in plastica di formato superiore al litro includendo anche tutti i formati più piccoli.
Dietro a questa decisione annunciata il 24 aprile scorso c’è stato il lavoro ai fianchi del governo olandese da parte di alcune associazioni (ambientaliste e non solo) che per due decenni lo hanno spronato e bloccato quando nel 2015 stava per smantellare il sistema di deposito esistente per le bottiglie superiori al litro. Una sintesi sui decenni di resistenza dell’industria delle bevande e dei loro alleati, tra cui la GDO, ve lo abbiamo raccontato solo noi per l’Italia attraverso la pubblicazione di 3 articoli su questo sito.
Nel corso degli anni, i supermercati e i produttori di bevande olandesi, nel tentativo di evitare un’estensione del cauzionamento sono riusciti ripetutamente a rimandarlo accettando accordi quadro con il governo che prevedevano vari obiettivi tra cui una riduzione di bottiglie di plastica e lattine nei rifiuti stradali e l’aumento delle percentuali di riciclo. La strategia è stata quella di prendere tempo ben sapendo che non avrebbero mai potuto mantenere le promesse.

Lo stesso copione si è ripetuto sino ad oggi considerato che i soggetti prima citati non hanno centrato obiettivi similari contenuti nell’ultimatum ricevuto anche da Stientje van Veldhoven (D66) attuale Segretario di Stato per le infrastrutture e la gestione delle acque con delega all’ambiente (2017-2019).
In una lettera inviata al parlamento del marzo del 2018 Van Veldhoven aveva ribadito che qualora non fosse stato raggiunto per le bottigliette in plastica l’obiettivo di riciclo del 90% sull’immesso al consumo, abbinato ad una riduzione del 70-90% delle bottigliette disperse nell’ambiente ( ndr.di seguito littering) avrebbe annunciato nell’autunno del 2020 (senza ulteriori deroghe) la partenza di un sistema di deposito,
Nei due anni di rilevamento sulla presenza di contenitori per bevande nel littering , affidato nel 2018 a Rijkswaterstaat (la direzione generale per i Lavori pubblici e la gestione delle acque), è emerso che le bottigliette sono aumentate del 7% e le lattine del 16% .
Questa situazione ha fatto si che in una successiva lettera al parlamento del 27 settembre 2019, il segretario di stato dichiarasse di voler anticipare alla primavera del 2020 la decisione sull’entrata in vigore di un deposito basandosi sui dati poco confortanti del terzo rilevamento. Alla luce dei dati in negativo anche per il quarto rilevamento effettuato di Rijkswaterstaat lo scorso febbraio, il governo non ha potuto fare altro che confermare l’entrata in vigore di un sistema di deposito per le bottigliette a partire dal 1 luglio 2021. All’industria è stato così concesso poco più di un anno che corrisponde all’arco di tempo che la stessa industria aveva quantificato come necessario per organizzare un sistema di deposito.

Va detto che i nuovi target di raccolta/riciclo per le bottigliette previsti dalla Direttiva Single Use Plastic (77% al 2025 e 90% al 2029) che rendono inevitabile il ricorso ai sistemi di deposito, hanno avuto un peso importante in questa decisione.
Tuttavia nonostante nell’ultimo anno la maggioranza del Parlamento olandese si fosse espressa a favore di un’estensione del deposito alle lattine, il Ministro Van Veldhoven ha deciso di concedere un anno di tempo all’industria per raggiungere gli stessi obiettivi che la stessa industria aveva mancato per le bottigliette ( 90% di raccolta e riciclo sull’immesso al consumo e riduzione del 70/90% delle lattine nel littering).

Intanto il Ministro ha chiesto agli organi competenti di predisporre le necessarie misure legali per essere in grado di rispettare le tempistiche previste per un eventuale deposito anche per le lattine.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che le lattine possano sfuggire ad un cauzionamento poiché l’evidenza sull’impatto ambientale delle lattine è arrivata al Parlamento forte e chiara attraverso due mozioni (2). Gli stessi parlamentari ritengono la misura indispensabile per evitare che i produttori di bevande passino dall’impiego di bottiglie alle lattine più di quanto non stiano già facendo.

I dati di vendita confermano una crescita per le lattine in Olanda. Nel 2018 sono state vendute 1,5 miliardi di lattine 155 milioni di pezzi in più rispetto al 2016 secondo l’organizzazione Recycling Netwerk

Tutti i rilevamenti compiuti da Rijkswaterstaat hanno riscontrato che la quantità di lattine nel littering è mediamente oltre il doppio di quella delle bottigliette.

In Olanda è operativo dal settembre del 2016 Dirk Groot un’attivista dal nome di battaglia Zwerfinator che ha raccolto e registrato le tipologie di contenitori di bevande trovate disperse nell’ambiente in 45 comuni. Le elaborazioni effettuate da Zwerfinator sulla base di questi rilevamenti sono state incluse negli ultimi rapporti governativi per la loro attendibilità accanto ai rilevamenti ufficiali .

Dall’inizio della sua attività sino al primo trimestre del 2020 Zwerfinator ha raccolto 51.331 pezzi percorrendo un totale di 1414 km dai quali emerge che la quantità di lattine nel littering è 2,7 volte quella delle bottiglie.


Rappresentazione grafica riferita alla media di bottiglie (in blu) e lattine (in giallo) trovate per ogni km percorso nei semestri riferiti a 3 anni di raccolta e catalogazione.

In attesa di un piano per gestire la crisi del riciclo di carta e cartone perché il consumo aumenta…

Mentre Unirima ha lanciato dal giugno scorso diversi allarmi a intermittenza che denunciano la crisi del riciclo della carta con rischio di paralisi totale, c’è chi rassicura che la situazione è “sotto controllo” e che eventuali costi non ricadranno sugli utenti dei servizi. Qualche dubbio sorge invece nel leggere anche sulla stampa straniera quali congiunture internazionali e nazionali sono necessarie per vedere la luce in fondo al tunnel. In particolare c’è da chiedersi se nel nostro paese abbiamo un piano per gestire l’emergenza e una gestione circolare della risorsa carta, che significa non solamente riciclo spinto, ma anche riduzione del consumo con  l’azzeramento degli sprechi.

Non abbiamo solamente un problema con la plastica perché anche con la carta non siamo messi particolarmente bene. Il rischio di paralisi totale per il comparto è alimentato dall’azione combinata di tre fattori: dai mercati ormai saturi che non possono più accogliere carta e cartone che arrivano dalla raccolte differenziate e dai circuiti commerciali, dallo stop  ( o quasi) delle esportazioni di carta da macero che assorbivano il surplus nazionale di carta raccolta (1,5 milione di tonnellate) che le nostre cartiere non riescono a trattare, e dalla mancanza di cartiere rispetto a quelle che servirebbero. Sono diversi gli articoli usciti sia a livello locale che nazionale dallo scorso dicembre che si sono occupate della situazione. Anche Ricicla.TV ha girato alcuni servizi presso le aziende affiliate a Unirima che si trovano più o meno nelle stesse condizioni di difficoltà dei F.lli Palmieri srl  che appaiono in uno dei servizi. Emblematico è il caso dei tovaglioli di carta colorata che si vedono in questo servizio che introduce il tema della qualità della carta raccolta, un prerequisito importante per trovare acquirenti come vedremo più avanti.

Va detto che non siamo in presenza di un problema recente perché il mercato europeo aveva infatti già vissuto una crisi simile a quella attuale negli anni novanta, anche se non di questa portata,  che si era poi risolta in circa un anno, con la possibilità di esportare il surplus di carta e cartone raccolti in Europa in Cina e o in altri paesi asiatici.


Da quando però la Cina ha chiuso le frontiere all’importazione di carta, plastica ed altri materiali che le arrivavano dai paesi con economie sviluppate,  l’equilibrio si è rotto. La situazione è precipitata anche in Italia tanto che Unirima  (Unione Nazionale Imprese Recupero e Riciclo Maceri) ha lanciato l’allarme attraverso tre comunicati stampa  e tre audizioni parlamentari avvenute lo scorso anno che non hanno ancora avuto riscontro da parte dei portatori di interesse istituzionali.  L’ultimo comunicato del 25 novembre è stato recapitato anche al Ministro dell’Ambiente, alle Commissioni Ambiente di Camera e Senato, all’Anci e alla Conferenza Stato Regioni per sollecitare la presa in carico di un problema che sta avendo delle ripercussioni economiche e ambientali a vari livelli.
Lo scorso dicembre in un’ intervista apparsa sul Fatto Quotidiano  il direttore generale di Unirima Francesco Sicilia aveva precisato che   “Si sta bloccando il flusso di entrata e di uscita dai siti – aggiunge – e siamo arrivati quasi al limite della capacità di stoccare e qualche impianto ha già iniziato a scrivere ai Comuni. Diversi contratti con la grande distribuzione sono bloccati”. Il timore è che si arrivi alla sospensione dei conferimenti delle raccolte differenziate negli impianti, con effetti molto negativi sulla tenuta economica delle imprese. Il paradosso è che stiamo parlando di un settore che rappresenta uno dei principali cardini dell’economia circolare italiana “con tassi di riciclaggio elevatissimi, raggiunti con anni di anticipo rispetto agli obiettivi previsti dalle direttive europee”.

Più recentemente si sono tenuti gli stati generali del settore che hanno riunito a Bologna, all’incontro organizzato da Unirima tutti i players più importanti a livello nazionale.  A rappresentare il Lazio c’erano il presidente dell‘Azienda Romana Maceri Giuliano Tarallo che è anche presidente nazionale di Unirima e Pio Savoriti del gruppo Sama Marketing, principale realtà del settore in provincia di Frosinone e tra le prime in Italia e vice presidente di Unirima  che ha spiegato che senza questi sbocchi, ovvero export ed impianti, il settore rischia di essere schiacciato. A rischio sarebbero 5.000 posti di lavoro in Italia, molti dei quali sono nel Lazio. Si sta quindi interrompendo, almeno nel settore della carta, quel meccanismo virtuoso chiamato economia circolare e tutto, secondo Unirima, nel colpevole silenzio della politica, che nonostante tre audizioni parlamentari non ha ancora messo mano al dossier. “L’industria italiana ed europea non può sopportare il terzo anno consecutivo queste condizioni di mercato – spiega Giuliano  – abbiamo bisogno di interventi immediati. Urgono provvedimenti che favoriscano l’export per bilanciare domanda ed offerta”.  (1)

Sia Assocarta che Comieco hanno commentato sui media lo scorso dicembre che “la capacità europea di riciclo della carta aumenterà di 5,7 milioni di tonnellate nel 2019-2021 e coprirà, da sola, i due terzi dell’export europeo in Cina” . Anche in Italia secondo Assocarta entreranno in funzione con 3 nuove cartiere ( di cui una già attiva) che potranno assorbire buona parte del surplus di raccolta: oltre un milione di tonnellate su 1,5.
Il presidente di Comieco Amelio Cecchini ha rassicurato che nonostante il momento problematico il Consorzio è comunque preparato per garantire il riciclo del materiale e assicurare i ritiri ai Comuni senza conseguenze sui consumatori. Infatti sottolinea Cecchini : “Sono fasi che possono registrarsi e siamo abituati ad affrontarle. E si tratta di congiunture destinate a variare. La stessa Cina tornerà a comprare. Questi momenti (…) ci danno anche la conferma che il sistema consortile rappresenta per l’Italia un salvagente.”
Non essendo stati forniti ulteriori dettagli su quale sia il piano per gestire l’emergenza dei prossimi 6/8 mesi, prima che la capacità di riciclo di nuove cartiere e altre misure che il settore della carta propone a livello europeo sortiscano effetti, sarebbe importante capire come pensa Comieco di poter “agire come un salvagente” per i Comuni. e soprattutto per quanto tempo, qualora l’emergenza interessasse un pò in tutto il paese. Intanto diversi comuni della nostra associazione, e non solo, stanno pagando per poter “liberarsi”  del materiale raccolto con prezzi intorno ai 40 – 50 Euro a tonnellata.

Direttiva SUP : concreto il rischio di provocare una sostituzione di materiali

“Al fine di evitare la sostituzione dei materiali e ottenere un impatto reale sull’economia e sull’ambiente nel piano d’azione per l’economia circolare, la Commissione dovrebbe attuare un approccio ai prodotti e ai rifiuti non solo specifico per i materiali ma anche orientato al sistema. Ciò è possibile solo andando oltre l’impatto della sola plastica monouso per includere tutti i prodotti monouso e creando un quadro legislativo per le operazioni di riutilizzo che preveda una transizione organizzata da applicazioni monouso a sistemi durevoli ed efficienti.” Joan Marc Simon, Executive Director, Zero Waste Europe.

Material substitution within the SUP Directive*

Con questo documento,  Zero Waste Europe  e la Piattaforma Reloop  vogliono contribuire ai risultati dello studio condotto da Eunomia Research & Consulting (1), che riteniamo fondamentali per impostare una direttiva sulle Materie Plastiche Monouso (SUPD – Single-Use Plastics Directive) che possa contribuire a realizzare una vera economia circolare per la plastica monouso e ridurne gli impatti negativi sull’ambiente.

Contesto: la crisi della plastica
Ogni giorno, un’enorme quantità di rifiuti di plastica viene rilasciato nell’ambiente, nei mari e negli oceani (da 5 a 13 milioni di tonnellate/anno) (2). L’Europa da sola produce ogni anno 25,8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, di cui solo il 30% viene raccolto per il riciclaggio. L’abbandono ed il rilascio dei rifiuti di plastica causano gravi danni all’ambiente, generano costi economici per la società e possono avere impatti significativi sulla salute umana attraverso la catena alimentare e l’aria. Il fenomeno è aggravato dal crescente consumo di plastiche “monouso” progettate per essere utilizzate una volta sola, come nel caso degli imballaggi per alimenti e  bevande che vengono gettate dopo un breve utilizzo, che sono raramente riciclate, e maggiormente soggette all’abbandono.

La direttiva sulle materie plastiche monouso (SUPD – Single-Use Plastics Directive)
Per affrontare alla radice le cause del problema, la Commissione Europea ha adottato una direttiva sulle materie plastiche monouso (d’ora in poi “SUPD”) relativa alla riduzione dell’impatto sull’ambiente di determinati prodotti in plastica, entrata in vigore il 2 luglio 2019.
Oggetto della SUPD sono i 10 articoli in plastica monouso e gli attrezzi da pesca che risultano maggiormente dispersi nell’ambiente e che insieme rappresentano circa il 70% di tutti i rifiuti marini trovati sulle spiagge europee (come valore unitario). Le misure normative ivi incluse variano per categoria di prodotti, alcuni prodotti sono oggetto di veri e propri divieti, altri verranno assoggettati a sistemi di EPR,  a norme in materia di etichettatura, a requisiti di progettazione e a obiettivi di raccolta differenziata. **
Complessivamente, l’obiettivo di questi strumenti di policy è quello di mitigare l’inquinamento derivante dalla plastica regolando gli incentivi finanziari in modo che i produttori creino imballaggi più sostenibili, che migliorino la qualità e incrementino la quantità di manufatti in plastica raccolti per il riciclaggio.
Nel caso della Direttiva SUP, proposta nel maggio 2018 nell’ambito della strategia europea per la plastica nell’economia circolare è stato raggiunto un accordo in tempo record a distanza di soli 8 mesi. A favore della  SUPD  si è espressa la grande maggioranza dei deputati (571 a favore contro 53 a sfavore) che ha persino votato per rendere più ambiziosa la proposta della Commissione, aggiungendo alcune nuove disposizioni in materia di contenuto riciclato ed includendo nuovi articoli all’elenco dei prodotti da vietare (ad es. plastica oxo-degradabile ed EPS).
L’adozione della SUPD rappresenta un importante passo avanti nella riduzione della plastica monouso e nella transizione verso l’economia circolare che, in linea con le priorità chiave dell’UE, comprende sistemi di riutilizzo e materiali riutilizzabili. Tuttavia, per superare la crisi della plastica e raggiungere gli obiettivi di economia circolare dell’UE, una corretta e ambiziosa applicazione della SUPD è di importanza cruciale. Il punto di partenza è stabilire una corretta definizione dell’ambito di applicazione della direttiva per evitare possibili scappatoie.

Definizione di materie plastiche monouso
L’attenzione della direttiva sui prodotti in plastica è comprensibile, sia scientificamente, sia politicamente. Tuttavia, il ricorso alla definizione di “plastica” per determinare quali prodotti monouso rientrano nell’ambito di applicazione del regolamento è potenzialmente problematica, perché i prodotti monouso appartenenti alle tipologie che rientrano nell’ambito di applicazione, ma che non sono “ufficialmente” di plastica, saranno esclusi dagli obblighi dettati dalla SUPD.
Ad esempio, la SUPD esclude dalla definizione di “plastica”  i  “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente” .
In linea con l’intento della Direttiva, le esenzioni per i prodotti realizzati con determinati materiali possono essere appropriate laddove questi abbiano un impatto sostanzialmente minore sull’ambiente rispetto agli equivalenti realizzati in “plastica“. Tuttavia, i prodotti realizzati con polimeri naturali non modificati, che non possono dimostrare di avere prestazioni sostanzialmente differenti nell’ambiente, eviterebbero la direttiva e ciò potrebbe compromettere gravemente l’efficacia della stessa.
La questione di quali siano i polimeri naturali che rientrano nella definizioni di “plastica” e di quali ne potrebbero venire esclusi, è quindi di fondamentale importanza.
Oltre al rischio di esentare materiali con impatti ambientali simili, o quasi, dal campo di applicazione della direttiva, la definizione di “plastica” data della SUPD potrebbe incentivare i produttori soggetti agli obblighi EPR a cercare materiali sostitutivi che li esonererebbero dal dover finanziare i costi di raccolta e trattamento dei loro rifiuti, e i costi di pulizia ambientale quando  dispersi nell’ambiente.

Ciò comporterebbe in definitiva una riduzione delle risorse economiche per le amministrazioni locali che dovrebbero continuare ad accollarsi l’onere di gestire dei rifiuti  pur sempre derivati da prodotti monouso, anche se tecnicamente non definiti come “plastica”.
Pertanto, qualora dovesse avvenire una sostituzione di materiale nei termini prima descritti, l’impatto della SUPD ne risulterebbe sostanzialmente ridotto e potrebbe persino avere effetti controproducenti per l’ambiente.

Un focus sulle salviettine umidificate
Lo studio What is Plastic ? condotto da Eunomia presenta il caso delle salviettine umidificanti che offre un buon esempio per un’analisi sui materiali alternativi “non plastiche” e di come essi si comportino a livello di impatto ambientale. In questo caso il dibattito si è concentrato su due tipi di fibre cellulosiche artificiali: il lyocell e la viscosa, entrambe in grado di sostituire i polimeri sintetici.
I risultati dello studio ci dicono che ci sono gravi lacune nella definizione di “plastica”, che richiedono particolare attenzione nella fase di conversione in provvedimenti attuativi e linee guida. In particolare mostrano che esiste un rischio reale, attualmente sfruttato da alcuni attori del mercato delle salviettine umidificate, che indebolirà gravemente la portata della Direttiva, a meno che la Commissione non offra agli Stati membri un orientamento inequivocabile su questa questione.

Raccomandazioni
La definizione di “plastica” della  SUPD, che si basa sul concetto di “polimeri naturali non modificati“, è imprecisa, altamente tecnica e risente della mancanza di un chiaro consenso scientifico. In considerazione dell’evidente rischio di un ricorso ad esenzioni, che vanno contro l’intento della SUPD, è essenziale che la Commissione adotti misure decisive per garantire che l’efficacia della Direttiva non venga compromessa.

  1.  Al fine di evitare una sostituzione dei materiali e ottenere un impatto reale sull’economia e sull’ambiente, secondo la visione del piano d’azione per l’Economia Circolare, la Commissione dovrebbe adottare un approccio ai prodotti ed ai rifiuti che non sia solo basato sul materiale, ma che sia anche orientato al sistema. In modo tale da :
    a) Ampliare il campo di applicazione dalla plastica monouso alle soluzioni monouso in generale.
    b) Creare un quadro legislativo per le pratiche di riuso che fornisca una transizione organizzata dalle applicazioni monouso verso sistemi di riutilizzo durevoli ed efficienti.
    c) Utilizzare i “considerando” (ad es. Considerando 2) della SUPD, come linee guida nell’interpretazione del testo giuridico per garantire coerenza tra gli obiettivi della Direttiva e la sua implementazione.
  2. I prossimi orientamenti della Commissione agli Stati membri sull’attuazione della SUPD dovrebbero indicare chiaramente che:
    a) Un approccio restrittivo e precauzionale dovrebbe essere adottato nei casi in cui si esentino materiali o prodotti, applicando un elevato onere della prova.
    b) Attraverso questo approccio si dovrebbe garantire che gli unici polimeri naturali esentati dalla legislazione siano quelli per i quali sia stato dimostrato che abbiano caratteristiche così sostanzialmente diverse dalle materie plastiche in termini di permanenza nell’ambiente, da consentire loro, e ai prodotti in cui vengono utilizzati, un accesso non regolamentato al mercato.
    c) I polimeri naturali sono polimeri in cui la polimerizzazione ha avuto luogo in natura mentre i materiali in cui la polimerizzazione avviene in un ambiente artificiale o industriale, non sono polimeri naturali, anche se la polimerizzazione si basa su microrganismi o enzimi presenti in natura.
    d) Una modificazione chimica, al pari di un processo binario o si verifica, oppure no. Di conseguenza non esiste una soglia de minimis o un grado di modificazione tale da essere considerato troppo insignificante (per essere considerato). Vedi ndr ***
    e) Una modificazione della struttura chimica in qualsiasi momento del processo di produzione deve essere considerata una modificazione chimica, anche se tale modifica viene riconvertita entro la fine del processo di produzione. Vedi ndr ***
    f) Quando si cerca di affrontare i problemi ambientali correlati alla Direttiva come la dispersione dei rifiuti nell’ambiente (littering) , gli Stati Membri dovrebbero prendere in considerazione un ampliamento del campo di applicazione dei sistemi EPR ad altri prodotti monouso, indipendentemente dal tipo di materiale (in linea con le disposizioni del “chi inquina paga” dell’articolo 14 della Direttiva Quadro sui rifiuti  (3).
  3. Per rafforzare la direttiva, la Commissione dovrebbe incorporare i principi descritti nella raccomandazione 2 dell’Atto di Esecuzione che sarà adottato entro il 3 gennaio 2021 ai sensi dell’articolo 4 **della SUPD per quanto riguarda il calcolo e la verifica della riduzione del consumo di prodotti in plastica monouso, in quanto tale chiarezza sul campo di applicazione sarà richiesta al fine di facilitare la misurazione chiara e coerente del consumo degli articoli pertinenti.
  4. La Commissione dovrebbe prendere urgentemente in seria considerazione l’anticipo di un emendamento della SPD per far fronte ai rischi di scappatoie non volute che possono rimanere dopo l’implementazione delle raccomandazioni 2 e 3.
    Questo tipo di emendamento potrebbe configurarsi in :
    a) Un emendamento alla definizione di  plastica al fine di esentare solo quei polimeri, le cui caratteristiche rientrano nella definizione di “sostanza presente in natura” del REACH ( Vedi ndr ****), mentre è chiaro che i materiali come la carta ed il cotone non sono plastica;
    b) oppure preferibilmente per essere certi che esenzioni non volute pregiudichino la Direttiva, l’emendamento potrebbe allontanarsi del tutto da una dipendenza  dalla definizione di plastica e andare invece verso una serie di chiare definizioni di prodotto monouso per tutte le categorie di prodotti da disciplinare ai sensi della Direttiva come indicato nella raccomandazione 1.

Conclusioni
L’obiettivo principale della SUPD é quello di  “promuovere un approccio circolare che privilegi i prodotti riutilizzabili non tossici e sostenibili ed i sistemi di riutilizzo, rispetto ai prodotti monouso, mirando innanzitutto ad una riduzione dei rifiuti generali (Considerando 2)”.
Le lacune nell’attuale definizione di plastica monouso mettono a rischio lo scopo della legislazione promuovendo una sostituzione del materiale anziché il cambiamento sistemico, e ciò richiede un ripensamento dell’approccio attuale.
Sia la portata della crisi della plastica che il diffuso sostegno ad una direttiva che sia ambiziosa sottolineano l’importanza di una sua corretta implementazione. L’obiettivo della Commissione è quello di mettere a disposizione una linea di policy che acceleri la transizione verso un’economia circolare.
Nel caso dei prodotti monouso la prevenzione dei rifiuti dovrebbe sempre essere l’obiettivo primario e dovrebbero essere messe in atto misure per incentivare comportamenti che evitino lo consumo (spreco) e per le imprese incentivi che promuovano il riutilizzo.
Anche la chiara etichettatura degli imballaggi monouso e riutilizzabili è fondamentale in quanto può contribuire alla riduzione della quantità di plastica monouso. Oggi, le salviettine umidificate sono spesso pubblicizzate come ” easy flushable (ovvero che si possono gettare nel WC)  e biodegradabili”. Tali affermazioni che potrebbero comportare maggiori rifiuti dovrebbero essere vietate.
La SUPD è un’opportunità storica per l’UE di dimostrare la sua leadership globale nell’affrontare una delle maggiori sfide del nostro tempo.
La Piattaforma Reloop  e Zero Waste Europe ritengono che la discussione sulle definizioni debba essere contestualizzata in conformità con l’obiettivo principale della SUPD: abbandonare il monouso per andare verso una transizione sostenibile con sistemi riutilizzabili, durevoli ed efficienti. Sarebbe tragico se l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente (littering) o lo smaltimento inappropriato per alcuni articoli fossero autorizzati a continuare, o se ai produttori venisse concesso di eludere le loro responsabilità in merito potendo applicare interpretazioni “innovative” ad una lista di definizioni.  (in inglese : by ‘innovating around’ a set of definitions).

Leggi anche degli stessi autori:   The Single Use Plastics Directive: Is it in Jeopardy? 

(1) Cos’è la plastica?  lo studio di Eunomia che esplora il potenziale di determinati materiali di poter essere esentati dal campo di applicazione della direttiva sulle plastiche monouso, con un particolare focus sulle fibre di cellulosa artificiali.

2) https://ec.europa.eu/environment/waste/pdf/plastic_waste_factsheet.pdf

3) https://ec.europa.eu/environment/waste/framework/

*Traduzione dall’inglese all’italiano a nostra cura. Per la versione originale in inglese cliccare qui o andare alla seconda pagina di questo post.

Ndr.** Per conoscere quali sono le disposizioni contenute all’art. 4 Riduzione del Consumo e a quali articoli/prodotti vengono applicati e per avere una panoramica di tutti gli articoli della Direttiva e tempi di attuazione  cliccare qui. 

Ndr. ***  Riferite al punto 2 . c) Una modificazione chimica o avviene oppure non avviene : non esiste una soglia minima per cui la modifica si può considerare non significativa perché la metria o è in uno stato o è nell’altro , quello modificato. d) Una modifica della struttura, se avviene, deve essere considerata una modificazione chimica della sostanza , anche se , successivamente, il processo ristabilisce , con un’altra modifica, lo stato iniziale della struttura.

Ndr. ****Which Are Natural Polymers in the Sense of the Single-Use Plastic Ban? Open Letter to DG Environment by the Nova-institut.

Eppur si muove: anche in Italia via libera ai contenitori portati da casa nei supermercati ?

A dieci anni di distanza dal lancio della nostra campagna Porta la Sporta, la prima iniziativa a lungo termine in Italia che ha messo in relazione il problema della plastica nei mari con i nostri stili di vita, promuovendo un percorso di abbandono dell’usa e getta, qualcosa si muove. Sei punti vendita della catena Sigma in provincia di Modena e a Bologna permettono ai loro clienti di acquistare prodotti freschi al banco con contenitori riutilizzabili portati da casa. Anche se paragonabile ad una piccola goccia nel mare, questa esperienza ha il merito di aprire una discussione importante sulle procedure che garantiscono la sicurezza alimentare nel nostro paese. La circolare del ministero della salute dello scorso anno che impedisce l’uso di sacchetti riutilizzabili persino nel settore ortofrutta, è un esempio di come le norme per l’igiene vengano interpretate in modo restrittivo in alcuni settori, e a macchia di leopardo. Al punto che si arriva a confondere il livello di igiene necessario in una camera operatoria con quello di un banco di un supermercato. 

Mentre ci sono già esperienze in questo senso attuate all’estero da insegne del Retail come Morrisons e Waitrose nel Regno Unito, Carrefour ( in Spagna , Francia  e in altri paesi) mirate a ridurre il consumo di plastica monouso, questa è la prima iniziativa nazionale in assoluto nel suo genere che merita davvero di avere successo ed estendersi, perché ci permette finalmente di poter acquistare solo il prodotto, e non l’imballaggio!. Speriamo che la precisazione sulla tipologia di contenitori permessi che devono essere riutilizzabili (1) contenuta all’interno dell’articolo 7 del decreto clima (DL 14.10.19, n. 111), che introduce alcune  “misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina” possa dare il via all’uso di contenitori riutilizzabili portati da casa o presi in prestito nel punto vendita come avviene in alcune esperienze all’estero. (2) Intanto il decreto clima è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 dicembre 2019. (1)

Questa modalità di acquisto offre una risposta, tanto semplice quanto inattuata, alla necessità di ridurre i rifiuti che nel nostro paese stanno tornando a crescere, come rilevato dall’ultimo  Rapporto sui rifiuti urbani 2019 riferito al 2018.
L’iniziativa che coinvolge 8 punti vendita in totale:   6 punti di Sigma, uno di Ecu e uno di Economy, merita di essere valorizzata e diffusa, sia nei contenuti che per essere stata attuata in un paese in cui portare avanti iniziative di buonsenso a beneficio dell’ambiente, richiede una forte dose di determinazione e motivazione. Questo perché tutto il nostro sistema, costruito sull’utilizzo prevalente del monouso, rema contro qualsiasi iniziativa basata sul riuso. Quando non sono le stesse legislazioni o le circolari dei ministeri a complicare le cose ( vedi il caso della circolare del ministero della salute riferita all’utilizzo dei sacchetti ortofrutta) si mettono in mezzo altri fattori come: l’eccessiva solerzia dei responsabili della sicurezza alimentare aziendali che frena eventuali cambiamenti delle procedure in atto, il timore degli stessi esercenti nel prendersi la responsabilità di eventuali “effetti collaterali negativi”, la mancanza di obblighi di legge per le aziende ad investire in politiche di riduzione dei rifiuti e del proprio impatto ambientale. Anche a livello locali come nazionale mancano infine misure incentivanti (e viceversa) che premino le aziende che non solo riducono i rifiuti nelle loro sedi, ma che permettono anche ai propri clienti di farlo a casa.

Aiutaci a rispettare l’ambiente: porta il tuo contenitore da casa per acquistare i prodotti freschi!

Ecco perché questa iniziativa resa accessibile nei supermercati  che normalmente le persone frequentano, rappresenta un tassello importante dell’offerta complessiva  a disposizione delle persone più attente all’ambiente che possono adottarla con facilità e cominciare a fare la differenza, oltre che la differenziata.

Questa iniziativa si “porta avanti con il lavoro” anche rispetto all’articolo 4 della direttiva delle plastiche monouso o SUP (single use plastics) per quanto concerne “un’ambiziosa riduzione nel consumo” di tazze e contenitore per l’asporto di alimenti pronti al consumo al 2026.

La stessa osservazione, purtroppo, non abbiamo potuto farla rispetto a quasi tutte le ordinanze o iniziative Plastic Free che asserivano di anticipare la Direttiva Sup (Single Use Plastics) quando vietavano la commercializzazione e l’utilizzo di stoviglie e posate monouso in plastica a favore di opzioni sostitutive in bioplastiche compostabili, egualmente bandite dalla direttiva.

Le iniziative da parte di soggetti industriali e istituzionali sia quando si tratta di progettare prodotti e/o imballaggi che modelli di commercializzazione tendono a focalizzare l’obiettivo riciclo/compostaggio. Questo nonostante la gerarchia europea di gestione dei rifiuti  metta al primo posto azioni che permettono una prevenzione e riduzione dei rifiuti seguite da azioni che permettono il riuso e l’allungamento del ciclo di vita dei beni.  Meno rifiuti significa infatti meno consumo di risorse, inquinamento, e meno emissioni climalteranti.

A maggiore ragione, visto il fallimento della COP 25 tenutasi a Madrid, è importante agire subito a tutti il livelli senza aspettare che siano i governi nazionali a fare il primo passo.

COME E’ NATA L’INIZIATIVA  

Abbiamo contattato Bruna Lami AD di Moderna Distribuzione srl, proprietaria dei punti vendita che afferiscono ad insegne come Sigma, Economy ed Ecu, che ha voluto fortemente questa iniziativa. Ecco le sue risposte alle nostre domande.

-Come le è venuta l’idea di partire con un’iniziativa che il mondo della Grande Distribuzione nazionale considera rischiosa sotto il profilo della sicurezza alimentare, al contrario di quanto avviene negli altri paesi. Ad esempio in Francia, dove una circolare ha dato l’Ok a questa pratica, sempre nel rispetto dell’igiene.   

L’idea è nata in risposta a numerose richieste fatte dai nostri clienti agli addetti dei nostri punti vendita di poter utilizzare i propri contenitori per acquistare i prodotti freschi venduti dai nostri banchi di gastronomia, macelleria e pescheria. All’inizio avevo qualche perplessità rispetto al venire incontro a queste richieste. In occasione di un viaggio a Londra ho però visitato le diverse insegne che permettono l’acquisto con contenitori portati da casa e mi sono convinta che potevamo farlo anche noi.  I nostri clienti possono utilizzare propri contenitori trasparenti in vetro o in plastica, come quelli che abbiamo messo ben in vista al banco, accanto al cartello con cui invitiamo i nostri clienti a fare la loro parte se vogliono.

-Come avete risolto la questione del rispetto delle norme igieniche che spesso viene utilizzata dagli esercizi per giustificare la loro impossibilità nell’accettare i contenitori dei clienti? 

Una volta tornata da Londra ho chiesto ai nostri consulenti di riferimento per la normativa HACCP come si potesse fare per venire incontro alla richiesta dei nostri clienti prevenendo tutti i possibili fattori di rischio dal punto di vista igienico-sanitario per evitare conseguenze indesiderate. Dopo un primo momento di perplessità da parte dei nostri consulenti abbiamo inserito nel nostro manuale HACCP la procedura che ci hanno indicato di seguire quando i clienti vogliono utilizzare i loro contenitori. Il contenitore deve essere in materiale trasparente, avere una forma e un coperchio tali da essere  facilmente igienizzati, e deve essere consegnato perfettamente pulito ed asciutto. L’addetto al banco si riserva il diritto di controllare, ed eventualmente rifiutare, l’impiego di contenitori non ritenuti idonei sotto il profilo igienico- sanitario. Questa modalità d’acquisto è possibile solamente ai banchi con servizio assistito (gastronomia, panetteria, macelleria, pescheria) e in ogni contenitore può essere inserito un solo tipo di prodotto. Ovviamente il peso del contenitore viene sottratto nel momento dell’inserimento della tara in fase di pesatura.

-Sono passati ancora pochi giorni per fare un bilancio ma quali sono state le prime reazioni dei vostri clienti e prevedete di estendere questa possibilità anche in altri punti vendita da voi controllati?   

Le prime reazioni sono state altamente positive ma faremo più avanti un bilancio di cui vi renderemo partecipi. I punti vendita coinvolti sono al momento 8 di cui 6 affiliati a Sigma.  Nel dettaglio : il Sigma di Camposanto – via Falcone 9,  di Cavezzo -via Volturno 73, il Sigma a Bologna in via Corticella 186/12, i due punti di Carpi (via Ugo Da Carpi 62 e via Cuneo 47) il Sigma di Pavullo in via Giardini 346, il punto vendita Economy di Castelnuovo Rangone – via Della Pace 59 e l’ Ecu di Pavullo in via XXII Aprile 59.

 

DA PORTA LA SPORTA A PORTA IL TUO CONTENITORE

Con la campagna Porta la Sporta conclusasi come eventi nel 2014, abbiamo promosso un percorso di riduzione dei rifiuti da parte dei singoli ( ma anche dei comuni), che prevedeva un impegno incrementabile: il primo passo consisteva nell’eliminare o ridurre al minimo il consumo di sacchetti (con e senza manico) per ogni tipo di acquisto per arrivare a ridurre altro monouso acquistando, ovunque possibile , alimenti e bevande sfusi o alla spina con propri contenitori.  Purtroppo, aderire a questo percorso riesce solamente alle persone fortemente motivate che vogliono allineare le intenzioni ai fatti, al punto da trovare il tempo per frequentare i mercati e altre occasioni ove questa modalità di acquisto è possibile. I  negozi zero waste, che sono nati una decina di anni fa, non sono ancora così capillarmente diffusi sul territorio, e  non sempre hanno un’offerta di prodotti tale da soddisfare sul lungo termine le richieste e le aspettative dei potenziali clienti potendoli così fidelizzare.
Torneremo prossimamente sull’argomento, ma dal nostro monitoraggio abbiamo constatato che questi modelli e occasioni di approvvigionamento zero waste, per essere scalabili e conquistare quote importanti di mercato, devono essere facilmente adottabili dalle persone. Non devono cioè richiedere loro importanti cambiamenti di abitudini anche rispetto agli spostamenti che le famiglie normalmente compiono per fare la spesa. Come accennato prima, anche la natura dell’offerta ha un suo peso nel determinare le scelte dei fornitori dove effettuare gli acquisti: deve essere sufficientemente ampia per coprire le merceologie e marche di prodotti che le famiglie acquistano abitualmente, con un buon compromesso tra qualità e convenienza nei prezzi.

 

Silvia Ricci

NB. Post in progress… Ultimo aggiornamento 17 dicembre.

(1) Art.7 1-bis. Ai clienti e’ consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare. L’esercente puo’ rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei.

(2) Vedi iniziative attive in Svizzera e Germania da parte di ReCircle    di cui abbiamo raccontato nell’articolo “Solo il riuso ci salverà da un mare di rifiuti” 

Stoviglie e imballaggi compostabili: serve un bagno di realtà?

Continuano ad aumentare i comuni che annunciano o emettono ordinanze plastic free incentrate su restrinzioni nell’uso per articoli monouso in plastica che, seppur richiamano la direttiva europea per una riduzione delle Plastiche Monouso SUP (Single Use Plastics) , ne promuovono le versioni in bioplastiche compostabili.

In realtà tale direttiva quando vieta alcuni manufatti in plastica ne vieta anche le versioni in bioplastica compostabile e non impone invece restrizioni nella vendita di articoli come bicchieri e bottiglie, come invece si spingono a fare talune ordinanze. Per i primi la direttiva prevede infatti solamente una riduzione nel consumo (e l’organizzazione di schemi di responsabilità estesa del produttore per un recupero a fine vita)  e per i secondi, le bottiglie, pone invece obiettivi di intercettazione ambiziosi (77% al 2025 e 90% al 2029).

Nel rimandare alla lettura del mio precedente post sul tema delle iniziative plastic-free da parte di enti locali e grande distribuzione, vorrei entrare qui nel merito delle prime reazioni che sono arrivate dagli impianti di compostaggio che cominciano ad essere messi alla prova da quantità crescenti di manufatti vari che si riscontrano nelle raccolte dell’organico.

Da un censimento delle poco meno di 120 ordinanze comunali emesse ad oggi emerge che oltre la metà sono state emesse in Sicilia e Puglia con rispettivamente 33 e 30 ordinanze. Al terzo posto troviamo la Toscana con 14 ordinanze seguita da Lazio e Liguria con rispettivamente 7 e 6. Toscana a parte, si tratta di regioni che non sono dotate di impianti di compostaggio oppure che ne sono piuttosto carenti.

E’ presumibile che almeno in una parte di questi comuni le ordinanze e la comunicazione di supporto abbia dato un contributo importante alla sostituzione dei manufatti in plastica con opzioni in plastica compostabile o in derivati dalla cellulosa. Questo potrebbe essere il caso della regione Toscana dove un gruppo della grande distribuzione come Coop Tirreno ha sostituito in tutti i suoi punti vendita lo stovigliame in plastica con opzioni compostabili lo scorso giugno. Una scelta in linea peraltro con il piano annunciato da Federdistribuzione lo scorso 30 maggio anche se l’universo cooperativo della Grande Distribuzione non vi afferisce. Nel suo comunicato stampa Federdistribuzione aveva annunciato l’intenzione dei suoi associati di sostituire lo stovigliame in plastica con opzioni biodegradabili e compostabili entro il 30 giugno del 2020. Ad oggi una completa sostituzione a livello nazionale è stata compiuta dal gruppo Lidl lo scorso luglio. Gruppo che invece in altri paesi come Olanda, Belgio, Germania e Spagna ha potuto fare “di meglio”, ambientalmente parlando, con l’introduzione di un sacchetto riutilizzabile per il settore ortofrutta.

Tornando alla citata regione Toscana è proprio lì che si sono accesi i riflettori lo scorso agosto sui possibili impatti dovuti all’introduzione dello stovigliame e altri imballaggi marchiati compostabili negli impianti di compostaggio. Tutto è partito da un’intervista radiofonica di Lady Radio in cui l’AD di Alia Servizi Ambientali spa, sollecitata dal giornalista, ha spiegato come il loro impianto non fosse operativamente strutturato per accettare le bioplastiche che venivano pertanto rimosse nella fase di preselezione, e che la migliore soluzione fosse conferirle con il rifiuto indifferenziato, indipendentemente da una loro certificazione UNI EN 13432.

L’Ad ha espresso in occasione della stessa intervista la necessità di aprire un tavolo di confronto per affrontare con tutti i portatori di interesse le criticità poste da un aumento di questi manufatti compostabili (sacchetti esclusi) agli impianti di compostaggio e ha auspicato un maggiore ricorso ai sistemi riutilizzabili. Altri gestori Toscani di impianti intervistati da media locali che riportavano di non aver dato l’indicazione di Alia alle utenze, non sono però entrati nel merito della gestione di questi manufatti anche se non hanno nascosto che crescenti quantità di imballaggi e stovigliame imporrebbe dei cambiamenti alle attuali gestioni degli impianti.

Questa intervista ha scatenato un putiferio tra i politici e esponenti di movimenti locali che hanno bollato come inammissibile il fatto che Alia non adeguasse i propri impianti “ impedendo di fatto una gestione sostenibile dei rifiuti a vantaggio delle multiutility interessate ad un aumento della quota di indifferenziato per promuovere inceneritori e gassificatori”, per sintetizzare.

Ora, in mancanza di uno studio che restituisca lo stato dell’arte della tecnologia degli impianti di compostaggio nel nostro paese e di quali siano gli impianti in grado di gestire questi manufatti, a quali condizioni e con quali adattamenti operativi dei processi esistenti, è difficile prendere una posizione rispetto a una questione così tecnica. Al momento si contrappongono due visioni: quella di chi sostiene che qualunque imballaggio o tipologia di stovigliame certificato come biodegradabile e compostabile secondo la norma di riferimento EN 13432 debba essere gestita dagli impianti, e quella di chi ritiene che un’introduzione delle bioplastiche compostabili debba essere regolamentata per prevenire i rischi associati ad un uso pervasivo di questi manufatti nella sfera domestica, tra i quali un aumento della confusione rispetto ai conferimenti da parte di cittadini e addetti alle raccolte che porterebbe a possibili contaminazioni, sia della filiera dell’organico, che delle plastiche tradizionali.

QUELLO CHE IL CIC DICE E NON DICE

Aggiornamento : pubblicato il 22 gennaio un documento di posizione di Utilitalia che ben riassume tutte le criticità che gli impianti di compostaggio incontrano nel momento attuale che si può scaricare a questo link.

In riferimento a questi fatti toscani il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) ha emesso lo scorso 6 settembre un comunicato stampa che dice e non dice, con il risultato che le “controparti” interessate dalla vicenda ma su posizioni opposte ci leggono una conferma delle proprie posizioni. Cominciamo con quello che, a mio avviso, il CIC non dice.

A differenza di altre occasioni il CIC nel suo comunicato rimane in generale nel vago rispetto alle criticità emerse nella vicenda toscana (che non menziona) e lo denota anche il fatto che non ribadisce, come in altre occasioni, che quando l’industria o gli enti locali prendono decisioni sul packaging che impatteranno sugli impianti di compostaggio, dovrebbero prima verificare se i manufatti che si vogliono introdurre sono compatibili con l’impiantistica locale e/o nazionale che dovrebbe accoglierli.

Su questo punto vorrei fare presente a tutti i politici locali e nazionali che non hanno avuto questa accortezza che stanno di fatto ripetendo lo stesso errore che è stato fatto con la plastica: introdurre cioè al consumo un materiale che aveva dei pro e dei contro senza che ci fosse un sistema in grado di accoglierlo, di valorizzarne gli aspetti positivi e prevenendone quelli negativi. Ora, se abbiamo applaudito ai principi dell’economia circolare e alla necessità di una progettazione cradle to cradle non possiamo pretendere che sia il sistema a doversi adattare alle caratteristiche di un manufatto senza partire dalla creazione del sistema, se si ritiene che ne valga la pena sotto tutti i profili.

Il CIC non entra nel merito del sistema impiantistico chiarendo se i problemi riscontrati in Toscana riguardino (o meno) solo quella parte degli impianti dotati di sistemi di preselezione che rimuovono qualunque manufatto e/o che adottano tempi abbreviati di processo. Il comunicato non affronta un tema, a mio avviso importante, che è quello dello scenario futuro dell’impiantistica del settore rispetto ad un aumento dei manufatti compostabili. Al momento oltre la metà dell’organico raccolto viene gestito da impianti a digestione anaerobica che oggi sono poco più di una cinquantina ma in fase di rapido incremento con altri 20 impianti autorizzati al 2021.