Un programma circolare per la plastica: riciclo per almeno metà del packaging

Il nuovo piano d’azione “The New Plastics Economy: Catalysing action” ha l’ambizioso obiettivo di arrivare a riusare o riciclare il 70% degli imballaggi in plastica e a trovare, attraverso una riprogettazione radicale del packaging, soluzioni più sostenibili per il restante 30% che non può essere riciclato.

Il piano di azione identifica tre strategie di intervento basate su riprogettazione, riuso e riciclo. Mentre rimandiamo al precedente approfondimento per la strategia incentrata su riprogettazione e riuso, vediamo a grandi linee quali azioni il piano propone per arrivare a riciclare almeno il 50% del packaging in plastica (in peso) immesso al consumo.

Il piano di azione The NPE: Catalysing Action rappresenta la roadmap del programma The New Plastics Economy (NPE) sostenuto da oltre quaranta soggetti prevalentemente industriali. E’ stato lanciato un anno fa per aumentare i tassi di riciclo e introdurre nuovi modelli circolari nell’utilizzo del packaging.

La strategia dedicata al riciclo del piano analizza quali siano le principali barriere progettuali del packaging -oltre a quelle già affrontate con la strategia della riprogettazione– che impediscono un efficace riciclo dal punto di vista ambientale ed economico creando problemi durante le fasi di selezione e riciclo. In alcuni casi gli effetti negativi causati da una progettazione del packaging che non è sistemica si presentano anche nella fase post riciclo andando ad impattare il mercato degli aggregati riciclati come documenta  l’allarme lanciato qualche tempo fa al mercato da Plastic Recyclers Europe, l’associazione europea dei riciclatori. Un comunicato più recente  “PET recyclers suffer lower input qualities”  denuncia un calo nelle rese del riciclo del PET dovuto all’abbassamento della qualità per effetto della mancata applicazione dell’ecodesign.

Come andremo a vedere è la progettazione del packaging che ne determina il grado di riciclabilità attraverso le scelte che riguardano il polimero (imballaggio monomaterico o polimaterico), gli additivi, i coloranti, gli adesivi, gli inchiostri e le etichette. Sono le possibili combinazioni tra questi elementi che determinano le caratteristiche finali e l’impatto del packaging. Non è sufficiente utilizzare un polimero potenzialmente di alto valore post consumo come il PET o HDPE (polietilene ad alta densità) se poi non si seguono le linee guida per l’eco-design degli imballaggi. Ma non basta perchè nella fase di progettazione (sistemica) di un imballaggio è altrettanto importante tenere conto del sistema post consumo come  raccolta-selezione-riciclo esistente che lo accoglierà  a fine vita. Purtroppo, ad oggi, avviene esattamente l’opposto, con il risultato che anche imballaggi tecnicamente riciclabili o compostabili (ad esempio il PLA) non vengano riciclati, oppure vengano riciclati  in misura molto limitata rispetto alle quantità immesse al consumo. E’ questo il caso del Tetrapack che dispone di due unici impianti in tutta Italia in grado di riciclarlo. Contrariamente a quanto avviene in altri paesi, in Italia non esiste un dibattito pubblico e neanche dati e informazione accessibile su quali e quanti siano gli imballaggi “problematici” ai fini del riciclo (di qualunque materiale ) che poi finiscono per lo più termovalorizzati. Al contrario in Francia persino il Ministro all’Ambiente Ségolène Royal, sollecitata da una specifica campagna condotta da Zero Waste France, è intervenuta nel dibattito lo scorso febbraio e   ha proposto di penalizzare le bottiglie del latte in PET opacizzato in fase di applicazione del contributo ambientale. La notizia è stata inoltre ripresa da tutti i principali media francesi. In Italia non è mai accaduto che un ministro all’ambiente entrasse nel merito di tematiche così specifiche inerenti al riciclo. Per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana su questo tema abbiamo lanciato nel 2012  l’iniziativa “in progress” Meno Rifiuti più Risorse in dieci mosse  che rimane quanto mai attuale.

 

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