Campagna pro-plastica da Corepla: obiettivo raggiunto?

Ad inizio agosto è partita sui social e sulla carta stampata la campagna di Corepla #ecologiadellinformazione con l’evidente scopo di rispondere alla crisi di immagine che le materie plastiche stanno vivendo.  Nel giro di un paio di anni l’inquinamento da plastica ha conquistato, più di tante altre criticità ambientali, anche le prime pagine dei media generalisti che, in qualche caso, hanno lanciato specifiche campagne, o dedicato spazi fissi di approfondimento.

La comunicazione della campagna si sviluppa intorno a quattro poster che hanno lo scopo di raccontare quali siano i benefici degli imballaggi in plastica rispetto alle criticità percepite dall’opinione pubblica.

Tre poster su quattro della campagna contengono infatti alcune affermazioni “in negativo” che Corepla ha individuato possano esprimere le critiche o pregiudizi che l’opinione pubblica nutre nei confronti delle plastiche. All’affermazione a caratteri cubitali che ha per il pubblico una valenza  “negativa” segue, come sottotitolo, l’altra faccia “positiva” della medaglia. Sul sito di Corepla si legge che entrambi i punti di vista sono veri e che “Entrambi vanno tenuti in considerazione, in un vero eco-sistema delle informazioni

Vediamo perché, dal nostro punto di vista, questa campagna rischia, con i suoi contenuti ed immagini, di non raggiungere l’obiettivo e rivelarsi quindi “un’occasione persa” . Ma questo non solamente per quello che dice, con un linguaggio freddo ed asettico, che non è il più adatto rispetto al tema, ma soprattutto per quello che omette di dire, anche rispetto agli impegni che il settore industriale della plastica potrebbe assumersi per risolvere il problema.

La scelta del linguaggio e dei contenuti sottovaluta gli aspetti emozionali che il tema suscita nell’opinione pubblica da qualche tempo esposta ad immagini desolanti, tra creature marine che muoiono a causa di ingestione di plastica o di spiagge disabitate, e mari sommersi dai rifiuti. Trovare pertanto argomenti e racconti che possano reggere e controbilanciare queste immagini è un’impresa piuttosto complicata, che avrebbe richiesto più approfondimento e, soprattutto  l’ascolto dei diversi stakeholders della filiera della plastica. Molto probabilmente sarebbe emerso che, in questo momento, più che ribadire i lati positivi dell’uso della plastica, l’opinione pubblica vorrebbe avere  dall’industria delle risposte su come ridurre l’impatto dell’inquinamento da plastica che ha raggiunto qualsiasi angolo del pianeta ed è parte degli organismi viventi.  Aspettarsi che i destinatari del messaggio facciano ora lo sforzo di vedere “the big picture ” e arrivino a  “Collegare aspetti diversi di uno stesso tema è avere un atteggiamento “ecologico” all’altezza della vera complessità dei problemi” rischia di rimanere una speranza vana da parte dei  promotori della campagna. Il richiamo all’ecologia non è inoltre dei più azzeccati perché per l’opinione pubblica in questo momento la plastica è il materiale “meno ecologico” che ci sia. Questa situazione del sentiment antiplastica offre un  assist “gratuito” ai materiali in competizione alla plastica i cosiddetti plastic-free che nell’immaginario comune e nel greenwashing aziendale sono diventati alternative “sostenibili” alle plastiche      

La narrazione della campagna compie uno scivolone quando poi definisce “di parte ” la comunicazione fatta sull’inquinamento da plastica. Documentare un problema non richiede necessariamente un contraddittorio. Se si ritiene che la plastica goda di una “cattiva reputazione” e si vuole rimediare è indispensabile che l’industria riconosca gli errori compiuti nella gestione del materiale che hanno creato l’attuale situazione. Dopo tutto il compito di fare un uso responsabile della plastica inizia dalla fase di progettazione dei manufatti in plastica, che è da sempre appannaggio dell’industria, che non poteva non conoscere pregi e difetti del materiale. Pertanto l’utente finale, quand’anche incivile al punto da abbandonare la plastica nell’ambiente, non può diventare l’unico capro espiatorio di un sistema mal progettato al punto da non prevenire effetti collaterali negativi. Chi butta dovrebbe subire una sanzione ma la progettazione di politiche che riducano al minimo questi episodi spetta ai decisori industriali e politici.

Vediamo nel dettaglio i poster della campagna uno per uno.
QUANDO SI TRATTA DI PLASTICA USA IL CERVELLO

L’immagine del cervello (che nel video diventa una bottiglia di plastica) è il relativo claim non è stata, a nostro parere, quella che si dice una “scelta felice”. Questo sia per i motivi in parte già espressi in apertura, tra i quali il dato di fatto che la plastica è presente nell’organismo umano, che per il richiamo al consumo di acqua in bottiglia. Tale fenomeno, in crescita, ha molto poco di razionale se guardiamo alle ricadute negative,  a livello sociale come ambientale. Da qualunque prospettiva si guardi infatti al consumo di acqua in bottiglia, i maggiori benefici, al momento, ci sono soprattutto per l’industria delle bevande che ne ricava gli utili.

Basti pensare che l’acqua è una risorsa di tutti che viene data per pochi spiccioli a dei privati che non si assumono per intero i costi delle esternalità negative ambientali ed economiche procurate da tutte le fasi delle loro attività.

Visto la situazione attuale non si può fare altro che convenire che non è stata fatta una gestione intelligente delle plastiche come opzione usa e getta, e la loro cattiva gestione, come documentano gli studi della McArthur Foundation con The New Plastics Economy, non inizia certo con l’inciviltà del cittadino che non fa la raccolta differenziata, o peggio abbandona i rifiuti nell’ambiente. Per quanto concerne i contenitori di bevande è stata infatti l’industria ad abbandonare il vuoto a rendere in vetro per passare alla bottiglia usa e getta, senza lasciare in piedi i sistemi di cauzionamento. La scelta “intelligente” , nel rispetto del principio di responsabilità socio-ambientale di impresa, è stata quindi disattesa in primis dall’industria del beverage.

CRESCE USO IMBALLAGGI DI PLASTICA:
SI MA CIBO FRESCO E MEDICINALI RAGGIUNGONO OGNI ESSERE UMANO SENZA DEPERIRE

-CRESCE L’USA E GETTA:  SI MA CRESCONO ANCHE GLI STANDARD IGIENICI

Da entrambi i poster traspare un tipico atteggiamento industriale che tende a considerare le esternalità negative che derivano dai loro prodotti  come un “male minore” da pagare per il progresso e l’occupazione.
Minimizzare un problema così sentito dall’opinione pubblica globale come l’iperproliferazione degli imballaggi e l’inquinamento da plastica, tentando di convincere  che le problematiche connesse ai rifiuti siano solamente una conseguenza di una cattiva gestione da parte dei governi e dei cittadini, è una strategia che l’industria della plastica persegue da tempo, ma che rischia di rivoltarglisi contro.
Le persone danno già per scontato che gli imballaggi abbiano importanti funzioni come garantire la conservazione del cibo e la sicurezza alimentare, ma, al tempo stesso, vogliono contribuire alla soluzione del problema nel modo più intuitivo: comprando meno imballaggi e avendo la certezza che tutto quanto differenziano viene riciclato. Pertanto si aspettano che l’industria che causa il problema proponga delle soluzioni che riducano l’impatto del packaging a monte: con l’ecodesign, con una maggiore offerta di prodotti sfusi anche nel settore non alimentare e con sistemi di cauzionamento finalizzati al riuso e riciclo.
DUE IMBALLAGGI DI PLASTICA SU DIECI NON VENGONO RECUPERATI MA OTTO SU DUE SI
La tecnica dell’evidenziare il bicchiere mezzo pieno in tema di rifiuti non sempre “funziona”. Basta stare in mezzo alla gente o girare sui social per sapere che ogni volta che si evidenzia qualche risultato positivo sulla raccolta rifiuti o riciclo, nazionale o locale che sia, le persone commentano esprimendo incredulità o postando immagini di rifiuti abbandonati in ogni dove. Questo perché le percezioni vengono determinate dal vissuto quotidiano e purtroppo le percezioni negative hanno un peso maggiore.

Venendo all’affermazione sulle percentuali di recupero: se questa campagna è stata concepita per parlare al “cittadino comune” (e non agli addetti ai lavori) avrebbe dovuto essere usato un linguaggio “comprensibile” che restituisse in totale trasparenza  la  performance reale di intercettazione degli imballaggi. Il termine recuperare che viene usato nel poster si presta a fraintendimenti.  Si provi a chiedere alle persone che cosa significhi il termine “recuperare” in quel contesto e ci si renderà conto che in molti ritengono che si tratti di riciclo. In realtà, come gli addetti ai lavori sanno, con imballaggi recuperati  Corepla intende la somma delle quantità di imballaggi in plastica che vengono complessivamente raccolti, riciclati e termovalorizzati.

Entriamo quindi nel dettaglio dei numeri per capire cosa si intende  con ” 8 imballaggi su 10 vengono recuperati” e realizzare che lo stato dell’arte dell’avvio a riciclo degli imballaggi in plastica sia meno virtuoso di quanto il claim lasci intendere. Va detto, per dovere di cronaca, che l’Italia non è tra i paesi europei con le peggiori performance e che i Consorzi non sono, ovviamente, i soli responsabili dell’attuale gestione e continua crescita degli imballaggi. Questo non toglie che non ci sia l’urgente necessità che i consorzi facciano la loro parte insieme a tutti gli altri soggetti per cambiare la situazione attuale che non può essere definita un modello sostenibile e circolare, checchè se ne dica in occasione di convegni.

Se prendiamo gli ultimi dati disponibili dalla Relazione sulla gestione 2017 di Corepla si legge che sono stati immesse al consumo 2.271.000 tonnellate di imballaggi in plastica. Di queste tonnellate ne sono state raccolte poco più della metà: 1.311.266, di cui, a loro volta, 400 mila ton sono state raccolte e riciclate dal circuito dei riciclatori indipendenti ( a loro spese) e 911.260 ton dal circuito Corepla, attraverso le convenzioni con i comuni declinate dall’accordo quadro Anci-Conai.

Di queste 911.260 tonnellate gestite da Corepla, una parte , pari a 586.786 ton è stata riciclata e una parte , 324.480 ton, è stata   termovalorizzata. Questo spreco avviene per un insieme di ragioni tra le quali la scarsa qualità del materiale raccolto, la mancanza di una filiera di riciclo economicamente sostenibile e/o di mercati di sbocco per il riciclato. Per arrivare alla quantità espressa in tonnellate che consente a Corepla di affermare che si recuperano 8 imballaggi su 10 ( ovvero 1.895.666 ton) si devono sommare alle 1.311.266 ton una stima delle tonnellate di imballaggi in plastica che finiscono negli inceneritori a spese dei comuni : 584.400.

Non è chiaro perché vengano aggiunte queste tonnellate alla performance complessiva di Corepla , che di fatto sfuggono alla raccolta differenziata e contengono anche una parte di plastiche pregiate che vanno distrutte, è una domanda che meriterebbe una risposta ufficiale da parte dei “responsabili” di questa interpretazione,  che non vale invece per gli altri materiali da imballaggio.

In conclusione va detto che Corepla, essendo un consorzio che rappresenta in primis gli interessi dei produttori di varie materie plastiche da imballaggio (in competizione tra loro) e i produttori di imballaggio, ben difficilmente avrebbe potuto sviluppare una campagna che penalizzasse il consumo di plastica.

I problemi della plastica in realtà si possono risolvere solamente ridisegnando le filiere dei materiali polimerici, in modo che siano chiuse e decidendo, a secondo del prodotto e dei sistemi di avvio a riciclo dei paesi dove il prodotto viene immesso al consumo se, e quali plastiche andrebbero impiegate. Questa transizione non potrà avvenire se i governi non recepiranno al meglio le direttive del pacchetto Economia Circolare, la direttiva sulle plastiche monouso (SUP)  in un quadro legislativo che regoli la produzione e l’immissione degli imballaggi, favorendo con misure incentivanti e disincentivanti azioni da parte dell’industria mirate alla prevenzione dei rifiuti.

Tutto il resto, inclusi gli accordi volontari con le aziende, purtroppo, ad oggi ha lasciato poco più del tempo che ha trovato.

La presentazione della campagna sul sito di Corepla

 

La strategia di Starbucks International non convince, qualche progresso in Italia

A distanza di qualche settimana dall’invio del nostro appello a Starbucks  sottoscritto da ONG  internazionali  e nazionali che ha avuto un ampio eco di stampa, torniamo a fare il punto su come la multinazionale si sta muovendo all’estero, e nel nostro paese, per ridurre l’impatto dei contenitori usa e getta delle sue oltre 28.000 caffetterie presenti in 77 paesi.

STARBUCKS ITALIA

A seguito del nostro appello   ( in english) abbiamo avuto un primo contatto con i responsabili di Starbucks Italia che si appresta ad aprire a breve, dopo la mega  Roastery di piazza Cordusio a Milano, altri 6 o 7 locali nel milanese.

Ci è stato assicurato che le bevande calde saranno servite in tazze di ceramica, salvo esplicita richiesta da parte dei clienti di avere un contenitore da asporto. In questo caso il contenitore sarà monouso, a meno che il cliente non sia provvisto di una propria tazza termica. Ai clienti che porteranno una loro tazza, o acquisteranno quella di Starbucks,  verrà praticato uno sconto di circa 30 centesimi sul prezzo della bevanda.

Per quanto riguarda invece le bevande fredde a base di caffè pare che, al momento, l’Italia debba adeguarsi alle indicazioni internazionali e utilizzare pertanto contenitori in plastica monouso. Seguiranno  maggiori informazioni e un nostro commento complessivo dopo avere visitato le caffetterie.

Abbiamo avuto una gradita presa di contatto da parte della Giunta di Milano che ha espresso interesse per la nostra iniziativa. Milano è l’unica realtà italiana ad avere aderito alla rete internazionale C40 che riunisce 23 città e regioni di tutto il mondo impegnate nella lotta al cambiamento climatico. Sarà difficile però raggiungere gli obiettivi sottoscritti nella dichiarazione Advancing towards zero waste  se la giunta non riuscirà ad incidere sulle attività maggiormente responsabili della produzione di rifiuti trainata anche dai nuovi stili di vita. Abitudini in crescita come mangiare spesso fuori casa, consumare cibo pronto acquistato nei supermercati oppure da asporto (magari ordinato online) insieme all’aumento complessivo dell’e-commerce porranno seri ostacoli al raggiungimento di obiettivi del network come: tagliare del 15% la quantità di rifiuti prodotti da ogni cittadino, dimezzare la quantità di rifiuti conferiti in discarica o negli inceneritori, e aumentare fino al 70% il tasso di riciclo. Uno studio di GEO (Green Economy Observatory) dello IEFE-Università Bocconi ha stimato quanti rifiuti da imballaggio potrebbero essere prodotti al 2030. Il modello utilizzato dallo studio ha quantificato in 4 milioni di tonnellate la quantità di rifiuti che sarebbe possibile evitare grazie a politiche di riduzione e innovazione tecnologica. Quest’importante riduzione viene però minimizzata da un aumento nella produzione di rifiuti – che vale più del doppio– dovuto, appunto, alle modalità di consumo e stili di vita .

STARBUCKS INTERNATIONAL

Il 9 luglio il gruppo ha reso nota la decisione di eliminare entro il 2020 le cannucce in plastica principalmente attraverso l’introduzione nuovo bicchiere di plastica dotato di un tappo che permetterà di sorseggiare le bevande senza bisogno della cannuccia. Questo bicchiere diventerà il contenitore standard per tutti gli iced drink , escluso il frappuccino che verrà servito con cannuccia biodegradabile.

Secondo l’amministratore delegato Kevin Johnson questa mossa costituisce  “una tappa significativa” verso l’obiettivo a cui Starbucks aspira di fornire “un caffè sostenibile, servito nei modi più sostenibili”.  Il nuovo tappo che permetterà di eliminare  più di un miliardo di cannucce all’anno dalle caffetterie del gruppo è stato presentato da Johnson come un’opzione più sostenibile della precedente in quanto riciclabile.

Immediata è stata la reazione da parte della compagine ambientalista internazionale che ha fatto notare che questi coperchi negli USA (e non solo) non vengono di fatto raccolti e riciclati e che l’impronta plastica del bicchiere è aumentata. Il peso del nuovo coperchio supera infatti di qualche grammo quello della precedente opzione combinata (tappo + cannuccia). La coalizione  globale Break Free from Plastic ha inviato una lettera al CEO Kevin Thompson ed emesso un comunicato stampa che riprendiamo integralmente a fine post.

Il 17 luglio scorso McDonald’s e Starbucks hanno annunciato di avere unito le forze per arrivare a sviluppare entro i prossimi tre anni “il contenitore del futuro”, completamente riciclabile o compostabile. McDonald’s e Starbucks, che rappresentano due delle prime tre catene di fast food e caffetterie più popolari e diffuse al mondo, distribuiscono insieme il 4% dei 600 miliardi di tazze consumate nel mondo ogni anno. Di cui  McDonald’s nei suoi 37.000 negozi diffusi in oltre 120 paesi, ne utilizza il 3%.

L’iniziativa che vede ora l’adesione di MacDonald’s  si chiama NextGen Cup Challenge ed è stata lanciata da Starbucks ad inizio 2018 con Closed Loop Partners.  Imprenditori e startup possono accedere a finanziamenti per sviluppare soluzioni che possano essere incrementabili in tutti i mercati del mondo.

Oltre a condividere le riserve espresse dal movimento #Breakfreefromplastics, e come già motivato nel nostro appello a Starbucks , riteniamo che sia necessario andare oltre al consumo usa e getta che deve essere confinato alle situazioni emergenziali.

L’esperienza della catena di caffetterie inglese Boston Tea Party che è riuscita a riconvertire al riutilizzabile la sua attività  dopo sei mesi di preparazione dimostra che l’operazione è possibile. La catena si è offerta di aiutare altre caffetterie e aziende che vogliono eliminare le tazze usa e getta mettendo a disposizione la propria esperienza. Per motivare i propri clienti a perseverare nella “scelta riutilizzabile”,  per ogni caffè o drink da passeggio venduto in tazza to go (riutilizzabile) vengono donate 9 pence (il costo di una tazza usa e getta monouso) ad una ong  che si occupa di progetti sociali scelta da ogni caffetteria nel quartiere dove sorgono.

La lotta alla plastica deve abbracciare la strategia del riuso altrimenti, come si può evincere dagli impegni che l’industria sta prendendo per ridurre l’inquinamento da plastica, si corre il serio rischio di spostare l’impatto su altre risorse rinnovabili e biodegradabili che sono già  sovrasfruttate. Ce lo ricorda l’Unep che avverte che entro al 2030 avremo bisogno il 40% in più di risorse come energia, acqua, legno e fibre varie e come ogni anno l’Earth Overshoot Day, ovvero la giornata in cui l’utilizzo di risorse da parte della popolazione mondiale supera quanto gli ecosistemi terrestri possono rinnovare in un anno. Quest’anno il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra”  cade il primo agosto come media globale secondo le stime del Global Footprint Network elaborate per  tutti i paesi. L’Italia però è già in riserva dal 24 maggio scorso.   

Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment?

An association of Italian activists has something to say about Starbucks coming to Italy – but it has nothing to do with the taste of their coffee.

When Starbucks announced it would finally open its first ever Italian branch in Milan this September, it pledged to make its debut in the home of espresso with “humility and respect“.
Comuni Virtuosi, an association of environmentally responsible local authorities across Italy, hopes to hold the US mega-chain to its promise. It’s not asking Starbucks to change its coffee – just what it comes in.
The association is calling on Starbucks’ American management not to use any disposable cups in its Milan roastery, and instead serve drinks exclusively in in-house crockery or reusable to-go mugs.

A company made of 28,000 stores distributed in 77 countries, being attended daily by millions of people, has a huge potential to make a difference contributing to tackle the rising tide of coffee cup and other disposable tableware waste,” Comuni Virtuosi wrote in an appeal addressed directly to Starbucks founder Howard Schultz and backed by NGOs including Greenpeace Italy, WWF Italy and Zero Waste Europe.
By serving coffee in real cups, Starbucks would simply be following the example of thousands of Italian cafés and bars that pour millions of espressi each day into washable cups and glasses for customers to drink as quickly or as slowly as they like.
Our way of drinking coffee til now is much more sustainable than the takeaway coffee to go, that’s sure,” Comuni Virtuosi spokesperson Silvia Ricci told The Local.
While traditional crockery remains more common in Italy than single-use cups, she says, the rise of fast-food chains – such as McDonald’s, which already has over 300 McCafés across Italy – means that disposable tableware is becoming more and more common.
It can be a chance that, through Starbucks, we change some of the more sustainable ways that we are consuming our expresso,” Ricci commented. “The point is that if we are being influenced much more by foreign chains coming to Italy, of course we can slowly change our habits.”

Like many countries, Italy has gradually swapped its traditional patterns of consumption for less sustainable ones. From buying pre-wrapped produce at supermarkets instead of loose at greengrocers to ordering meals delivered at home instead of in a restaurant or shopping online for products shipped in layers of plastic and cardboard, many of our modern conveniences –  just like ordering coffee to go – require more packaging and generate more waste.
And while efforts to recycle or switch to biodegradable materials are welcome, better for the environment by far is using less to begin with.

When Starbucks comes to Italy, it has the opportunity to set a good example, says Comuni Virtuosi. Instead of being offered cups made of paper or bioplastic that still go in the bin after one use, or inviting customers to recycle plastic ones – a costly process that generates yet more emissions – the association would like to see Starbucks present its clientele with a simple choice: buy a reusable mug, or drink your coffee in the café.

If you look at what Starbucks tried [in other countries], like latte levies [a small extra fee for disposable cups] or a discount for using the [reusable] to-go cup – this is not working, it will take ages and ages,” Ricci says.
I’m aware that it’s difficult to start a revolution in lifestyle habits, especially in countries where they are well-established, but in Italy we have the chance to start on the right foot.”

But what about the other great Starbucks debate: will Italians drink American coffee?
I’m not sure whether we would like so much the American coffee,” Ricci laughs, “because we are used to drink not so much liquid, you know?”
Perhaps there are more ways than one that Starbucks should cut back if it wants to make it in Milan.

Jessica Phelan-The Local Italy

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Comuni Virtuosi a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

Starbucks dica no a tazze e bicchieri monouso nel locale che aprirà a Milano a settembre, rendendolo un esempio di sostenibilità a livello europeo e mondiale e incidendo così positivamente sulla spesa dei Comuni per gestire i rifiuti”. A chiederlo è l’Associazione Comuni Virtuosi in vista della prima apertura italiana da parte della famosa catena di caffetterie. L’appello è sottoscritto e supportato da partner nazionali e internazionali: Greenpeace, Wwf, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e Reloop, piattaforma paneuropea multi-stakeholder a sostegno dell’economia circolare.

Nella lettera inviata a Howard Schultz, direttore esecutivo dimissionario di Starbucks, le associazioni chiedono al manager di lasciare in eredità al suo successore Myron Ullman “una rivoluzione verde di Starbucks” che muova i primi passi proprio da Milano, la città che, come raccontato dallo stesso Schultz, ha ispirato la creazione della catena di caffetterie. Dire addio a tazze e bicchieri usa e getta, sottolineano le associazioni, rappresenterebbe “una decisione che è nel solco di provvedimenti che associazioni non governative, governi locali e nazionali, la Commissione Europea e tanti semplici cittadini auspicano per ridurre l’utilizzo di articoli monouso impattanti e combattere il flagello della plastica nell’ambiente”.

Ogni anno a livello globale vengono distribuiti 600 miliardi di tazze in carta o plastica e l’UNEP stima che per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più di legno e di fibre di cellulosa.

L’idea di rivolgersi a Starbucks si basa sulla consapevolezza della forza di un grande gruppo multinazionale nel dettare le tendenze del mercato: “Un’azienda che conta 28 mila negozi presenti in 77 paesi ed è frequentata ogni giorno da milioni di persone ha un enorme potenziale per fare la differenza e dare un’importante contributo per fermare la crescente marea di rifiuti da consumo usa e getta”.

Accanto all’impegno degli amministratori locali a cui dà voce l’associazione Comuni Virtuosi, infatti, perché i modelli circolari diventino realtà c’è bisogno di ridurre i rifiuti alla fonte: “Fino a quando la produzione di rifiuti non verrà minimizzata alla fonte, attraverso la progettazione dai governi locali e nazionali di prodotti e servizi circolari, gli sforzi e le risorse economiche investiti dai governi locali e nazionali continueranno ad essere utilizzati per alleviare il sintomo di un problema, senza affrontarne le cause. I costi di gestione dei rifiuti assorbono una parte significativa del budget dei nostri comuni (finanziata dai contribuenti) che potremmo destinare invece ad altri progetti sociali e ambientali fortemente necessari alle nostre comunità”, prosegue la lettera.

Le associazioni esprimono apprezzamento per gli sforzi di Starbucks sul piano della sostenibilità, attraverso la promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, il disincentivo all’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto NextGen Cup Challenge per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate. Il punto, però, è che “il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo- non elimina il consumo di materie prime, non evita impatti ambientali come la produzione di scarti ed emissioni e neppure i costi di gestione dei rifiuti che ricadono sui governi locali”.

Nella lettera viene richiamato anche il caso della catena britannica Boston Tea Party , che a partire da giugno 2018 ha eliminato tazze e bicchieri usa e getta nei suoi negozi, confermando la fattibilità di un passaggio a contenitori riutilizzabili.

La missiva si conclude con il riferimento al sindaco di Milano Giuseppe Sala, perché “voglia farsi portatore del nostro appello con la sua giunta, nell’interesse dei suoi concittadini e del decoro urbano della città”.

L’appello completo: in italiano e in inglese.

Alcune delle numerose uscite dell’appello ripreso dai media

La Repubblica

I Comuni virtuosi a Starbucks: “Via le tazze usa e getta, la rivoluzione verde inizi da Milano”

La Stampa

Appello a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

IN THE PRESS

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Appello a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

L’Associazione Comuni Virtuosi rivolge un appello a Howard Schultz, direttore esecutivo dimissionario di Starbucks e al suo successore Myron Ullman affinché non vengano introdotte tazze e bicchieri usa e getta nel primo punto vendita italiano che aprirà a Milano, diventando un esempio di sostenibilità in Europa e nel mondo intero.
L’appello è sottoscritto e supportato da partner nazionali e internazionali come: Greenpeace Italia, WWF Italia, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e la piattaforma Reloop, una piattaforma paneuropea multi-stakeholder a sostegno dell’economia circolare.

Caro Howard Schultz,

Si avvicina l’apertura del Reserve Store, la prima location in Italia, nel cuore di Milano, da lei fortemente voluta e annunciata per il settembre prossimo. Abbiamo appreso dalle sue dichiarazioni rilasciate ai media che l’apertura a Milano è stata ponderata per una decina di anni perché, per entrare nella patria del caffè e dei bar, bisognava farlo “con umiltà e rispetto” per la cultura italiana.

È noto, anche se non in Italia, che Milano è stata la città che “ha cambiato il corso della sua vita” nel 1983, spingendola a fondare Starbucks ispirandosi al modello di bar italiano. Prima di dimettersi da presidente esecutivo e lasciare il gruppo nelle mani del suo successore Myron E. Ullman, ci appelliamo perché lasci in eredità al suo successore una decisione che è nel solco di provvedimenti che associazioni non governative, governi locale e nazionali, la Commissione Europea e tanti semplici cittadini auspicano per ridurre l’utilizzo di articolo monouso e combattere il flagello della plastica nell’ambiente. Le chiediamo pertanto di dare il via ad una rivoluzione verde di Starbucks, a partire dallo Store di Milano, eliminando l’uso di tazze e bicchieri usa e getta.

Un’azienda che conta 28 mila negozi presenti in 77 paesi ed è frequentata ogni giorno da milioni di persone ha un enorme potenziale per fare la differenza e dare un’importante contributo per fermare la crescente marea di rifiuti da consumo usa e getta.

La nostra associazione è formata da oltre 100 comuni italiani impegnati per uno sviluppo sostenibile dei territori e, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, viviamo sulla nostra pelle cosa significhi dover gestire con risorse economiche limitate una crescente produzione di rifiuti spinta dagli attuali stili di vita e di consumo.

Fino a quando la produzione di rifiuti non verrà minimizzata alla fonte, attraverso la progettazione di prodotti e servizi circolari, gli sforzi e le risorse economiche investiti dai governi locali e nazionali continueranno ad essere utilizzati per alleviare il sintomo di un problema, senza affrontarne le cause. I costi di gestione dei rifiuti assorbono una parte significativa del budget dei nostri comuni (finanziata dai contribuenti) che potremmo destinare invece ad altri progetti sociali e ambientali fortemente necessari alle nostre comunità.

Noi sindaci e amministratori comunali vorremmo promuovere da subito modelli di produzione a ciclo chiuso o circolare nei nostri comuni, senza attendere che le misure contenute nelle direttive europee, parte del pacchetto sull’economia circolare vengano recepite dal nostro governo centrale, aspettando ancora un paio di anni. Se vogliamo mantenere le temperature globali entro i 2 ° il tempo stringe ed è necessario intervenire al più presto a livello nazionale come locale e l’intera industria ha il dovere di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo facendo “bene da subito”, piuttosto che “meno male”.

Apprezziamo gli sforzi compiuti da Starbucks nella promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, nello scoraggiare l’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto NextGen Cup Challenge per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate.
Tuttavia il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo- non elimina il consumo di materie prime, non evita impatti ambientali come la produzione di scarti ed emissioni e neppure i costi di gestione dei rifiuti che ricadono sui governi locali. Specialmente se si tratta numeri importanti come i 600 miliardi di tazze in carta o plastica che si stima vengano distribuite a livello globale ogni anno.
Eppure il caso della catena di caffè indipendente, Boston Tea Party nel Regno Unito, che ha eliminato questo mese tazze e bicchieri usa e getta nei suoi negozi, conferma la fattibilità di un passaggio a tazze riutilizzabili.

Secondo l’UNEP per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più  di legno e fibre di cellulosa.
In Italia potremmo evitare qualsiasi tipo di azione correttiva ex post partendo con il piede giusto, servendo cioè bevande, aperitivi in stoviglie di ceramica, vetro o in contenitori da passeggio riutilizzabili. Combinando così  in un’offerta molto più sostenibile la miscela di caffè americano appositamente sviluppata per l’Italia e la nostra tradizione nel bere il caffè.

Augurandoci di poterla incontrare durante l’inaugurazione del Reserve Store in piazza Cordusio ci auguriamo di poter ricevere il prima possibile un riscontro favorevole alla nostra proposta.
Sottoscrivono e sostengono questo appello a livello nazionale Greenpeace Italia, WWF Italia,  Zero Waste Italy e a livello internazionale Zero Waste Europe insieme alla piattaforma Reloop, una piattaforma paneuropea multi-stakeholder a supporto dell’economia circolare.

Riponiamo fiducia nel fatto che il sindaco di Milano Giuseppe Sala voglia farsi portatore del nostro appello con la sua giunta, nell’interesse dei suoi concittadini e del decoro urbano della città.

Distinti saluti

Direttivo Associazione Comuni Virtuosi

Vai all’appello in inglese.

IN THE PRESS

We won’t save the Earth with a better kind of disposable coffee cup

Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment? -The local Italy

Italians ask Starbucks to serve coffee in reusable cups -Treehugger

Starbucks and Howard Schultz: please do not introduce disposable cups in Italy

The Italian association of green cities (Comuni Virtuosi) appeals to Howard Schultz, the outgoing of Starbucks and his successor Myron Ullman not to introduce any disposable cups or glasses in its first location in Italy, in the heart of Milan’s city center and become a leading example in Europe and in the whole world.
The appeal is signed and supported by national and international partners such as:  Greenpeace Italy, WWF Italy, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe and the Reloop Platform, a pan-European multi-stakeholder platform supporting circular economy.

Dear Howard Schultz,

The opening of the Reserve Roastery your first location in Italy, in the heart of Milan’s city center, which you supported, is quickly approaching. We learned from your media statements that the opening in Milan has had to wait ten years because, “to enter in the homeland of coffee and bars“, one had to do it “with humility and respect” for the Italian culture.

It’s well known, although not very much in Italy, that Milan was the city that “changed the course of your life” in 1983 inspiring you to create Starbucks – re-imagining the Italian coffeehouse tradition in America. Before you step down as executive chairman and leave the group in Myron E. Ullman hands, we ask you to take a leadership role on the last action – your legacy – action that is greatly anticipated by non-governmental groups, local governments, the European Commission and citizens all over the world committing to fight the plastic scourge and to reduce the usage of all single-use items. Please lead this green revolution starting in Milan by eliminating the use of disposable cups and glasses.

A company made of 28 thousand stores distributed in 77 countries, being attended daily by millions of people has a huge potential to make a difference contributing to tackle the rising tide of coffee cup and other disposable tableware waste.

We are an association of Italian green municipalities (Associazione Comuni Virtuosi) committed  to a sustainable development of our territories, and, as far as waste management is concerned, we live on our skin what it means to handle an increasing waste production due to changed lifestyles and consumption with little financial resources.

Until waste production won’t be prevented at source by designing circular products and services, the efforts and economic resources invested by local and national governments will continue to be used to alleviate the symptom of a problem, without affecting the causes. Waste management costs drains a significant part of the municipalities’ budgets (resulting from taxes payers) that we could allocate instead for other social and environmental projects badly needed by our communities.

We as mayors and city councilors are willing to promote closed-loop or circular production models in our municipalities right now, without waiting for the measures contained in the European directives part of the circular economy package, to be implemented by our central government within a couple of years. As time is running out for limiting global temperatures by 2 ° we believe action has to be taken now, at national and local government s and the whole industry must contribute doing well from scratch, rather than less badly.

We appreciate the efforts made by Starbucks in promoting a reusable cup and the 5p levy applied in some coffee shops in London to discourage the single use cup serving, as well as the huge financial resources allocated in the NextGen Cup Challenge project to develop disposable cups that can be recycled or composted. However, a recycling policy does not prevent, like a reuse strategy, the consumption of raw material, does not avoid the environmental impacts of disposable packaging -like waste and emissions- and the financial burden of managing waste for local governments.  Especially if we think that each year an estimated 600 billion paper and plastic cups  are distributed globally.
The case of the independent coffee chain, Boston Tea Party in the UK eliminating all disposable cups from this month in its shops, confirms the feasibility of a shift to reusable cups and glasses.

According to UNEP to support the demand for resources from the world’s population in 2030 we will need 40% more wood and cellulose fibers.
In Italy we will be able to avoid any kind of corrective action and efforts by starting off on the right foot, by serving drinks, aperitifs, in reusable ceramic crockery or in reusable to go containers. Combining thus the blend of American coffee specially designed for Italy and the way we drink coffee in a more sustainable offer.

We look forward to meet you on the day of the inauguration of the Reserve Rostery in Milan, but we are confident of receiving a positive response to our proposal before that date.

This appeal is signed and supported at European level by: Reloop Platform, Zero Waste Europe and Greenpeace Italy, WWF Italy, Zero Waste Italy,  at a national level.

We also trust that the mayor of Milan Giuseppe Sala will be the bearer of our appeal in the interest of his citizens and the urban décor of the city.

Sincerely yours

Associazione Comuni Virtuosi
Board of Directors

The Italian version of the appeal 

IN THE PRESS

We won’t save the Earth with a better kind of disposable coffee cup

Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment? -The local Italy

Italians ask Starbucks to serve coffee in reusable cups -Treehugger

 

 

L’ACV invita nuovamente la GDO a scegliere il riuso


GDO: nella giornata internazionale dell’ambiente dedicata al contrasto dell’inquinamento da plastica c’è (nuovamente) posta per te. Alla luce dell’iniziativa finalmente intrapresa da un’insegna della Distribuzione Organizzata come NaturaSì con il supporto di Legambiente abbiamo inviato il seguente messaggio ai referenti delle principali insegne della GDO perché adottino il riuso in tutte le sue possibili forme. 

Gentilissimi,
qualcuno di voi potrebbe ricordare la nostra iniziativa “Mettila in Rete” , di ormai otto anni fa, che proponeva di mettere a disposizione un’opzione di sacchetto riutilizzabile nel settore ortofrutta. L’iniziativa è stata da noi caldeggiata durante le nostre tre edizioni della settimana nazionale “Porta la Sporta” partecipate da oltre 23 insegne della GDO che si sono succedute dal 2010 al 2013.

Da allora ci sono stati alcuni grandi cambiamenti : è aumentata l’informazione scientifica sull’inquinamento da plastica, è cresciuta l’attenzione dei media sul tema e pertanto anche la consapevolezza dell’opinione pubblica sull’urgenza di affrontare il problema anche attraverso le scelte quotidiane.
Anche sul fronte europeo sono stati fatti grandi passi avanti. Lo scorso 22 maggio con l’approvazione in via definitiva delle quattro direttive sui rifiuti costituenti il cosiddetto «Pacchetto economia circolare», la comunicazione Strategia sulla Plastica e la proposta di direttiva per i 10 prodotti in plastica usa e getta (che impattano maggiormente sul marine litter), è stata inaugurata una transizione verso un modello di produzione più circolare che previene il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. L’opzione del riuso è promossa in tutte le direttive e comunicazioni della Commissione Europea come la migliore strategia per ridurre l’uso di contenitori usa e getta e gli stati membri sono invitati a fissare obiettivi nazionali di riduzione mettendo a disposizione prodotti alternativi presso i punti vendita, o impedendo che i prodotti di plastica monouso siano forniti gratuitamente.

Il provvedimento entrato in vigore lo scorso gennaio che obbliga ad utilizzare sacchetti biodegradabili è stato da noi criticato come associazione perché non riduce di fatto il consumo di risorse e per gli effetti collaterali che ha causato, tra i quali l’impedire l’uso di sacchetti riutilizzabili, eventualmente messi a disposizione dai supermercati, e contribuire all’aumento delle vendite dell’ortofrutta confezionata in plastica.

NATURASI’ ENTRA IN AZIONE
Il nostro plauso va oggi a NaturaSì che, con il supporto di Legambiente, ha deciso di uscire dalla situazione di stallo creata dai vari rimpalli decisionali ad opera delle circolari ministeriali (e dal parere del Consiglio di Stato) per lanciare oggi un’iniziativa per la giornata mondiale dell’ambiente  in cui verranno distribuiti 100 mila  sacchetti a rete riutilizzabili nei negozi specializzati del biologico NaturaSì e Cuorebio.
Come si può leggere su Greenreport.it o Repubblica, questa del gruppo EcorNaturaSì è la prima iniziativa di questo tipo in assoluto lanciata dopo l’entrata in vigore del provvedimento sui sacchetti biodegradabili che, secondo il Presidente del gruppo Paolo Brescacin  “vuole diventare esempio per tutta la grande distribuzione italiana”.  

Anche noi come associazione non siamo stati “con le mani in mano” e vi abbiamo :

A) PROPOSTO UN’ALTERNATIVA PER “AGGIRARE” la normativa sull’igiene che permetterebbe di fare a meno del sacchetto ortofrutta, ispirati da un’idea avuta da un supermercato di Sirolo nelle Marche. Si tratterebbe di mettere a disposizione dei clienti che non vogliono servirsi di un sacchetto monouso, un cestello ortofrutta con manici per trasportare alle casse gli acquisti di frutta e verdura pesata (senza sacchetto) alle bilance. Questo cestello potrebbe essere eventualmente dotato di un supporto dove fare aderire le etichette da presentare alle casse con un rivestimento di similtessuto sul quale le etichette possano aderire come nei modelli di sacchetto adottati da NaturaSì e Despar a Vienna.
Una volta pagato l’ortofrutta alle casse i clienti possono utilizzare le proprie borse o altri contenitori per trasportare gli acquisti sino a casa.
Questi cestelli ortofrutta potrebbero essere sanificati dal personale interno oppure essere affidati alla aziende di pooling che già gestiscono la logistica e la sanificazione delle cassette ortofrutta
riutilizzabili. Come associazione siamo membri di R1-Reuse e accaniti sostenitori del riuso dei contenitori sia come imballaggi primari che secondari e terziari  e crediamo che la GDO abbia al suo interno un potenziale di riuso enorme ancora da sviluppare.
B) ABBIAMO TROVATO UN’AZIENDA TESSILE DISPOSTA A PRODURRE UN PROTOTIPO di sacchetto in fibra sintetica su vostra richiesta che sarebbe non solamente un prodotto Made in Italy, ma anche Made Green in Italy.
Un eventuale sacchetto realizzato in filato da plastica riciclata potrebbe infatti ambire all’ottenimento di questa certificazione recentemente pubblicata in gazzetta ufficiale.

Restiamo pertanto in fiduciosa attesa di ulteriori adesioni al sistema riutilizzabile da parte vostra e resto (come sempre) a disposizione per ogni chiarimento o supporto in merito.

Cordiali saluti

Silvia Ricci
Responsabile campagne
Associazione comuni virtuosi

Video :
Iniziativa al Simply di Milano in occasione della settimana nazionale Porta la Sporta Aprile 2011
Aderisci a Mettila in rete

Deposito su cauzione: strada obbligata per raggiungere obiettivi di raccolta al 90% per le bottiglie

Per raggiungere gli obiettivi di raccolta e riciclo annunciati dall’industria delle bevande il deposito su cauzione è una strada obbligata 

Intervista a Silvia Ricci, Responsabile Campagne ACV a cura di ESPER

Premessa : dopo che questa intervista ha avuto luogo la Commissione Europea ha reso note, il 28 maggio scorso, le nuove misure per i 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa. Questa direttiva mirata al consumo di plastica usa e getta è parte integrante della  “Plastics Strategy” e un importante aspetto del piano di azione  per l’Economia Circolare.  Per quanto riguarda le bottiglie di plastica -entro il 2025- gli Stati membri dovranno raccogliere il 77% dell’immesso al consumo che passerà al 90% cinque anni dopo , introducendo, ad esempio, sistemi di cauzione-deposito. (Direttiva Single Use Plastics : aggiornamento 27-03-2019 qui)

D. L’Associazione Comuni Virtuosi (ACV) da qualche anno si è espressa a favore dei sistemi di deposito su cauzione così come adottati all’estero…
R. L’ACV si è espressa a favore del Deposito su cauzione per i contenitori di bevande perché le oltre 40 esperienze di sistemi di cauzionamento diffuse nel mondo (a livello nazionale o locale) hanno dimostrato che non esiste un altro sistema in cui tutti gli attori abbiano dei vantaggi, in grado di ottenere gli stessi risultati e che si ripaghi da solo. Il deposito su cauzione è uno degli schemi possibili, probabilmente il più efficace per garantire il ritorno degli imballaggi a fine vita in nuovi cicli economici. Inoltre contribuisce al contenimento dei costi della raccolta differenziata (per i Comuni è un costo rimborsato parzialmente dal sistema Conai: meno rifiuti da imballaggio da gestire, meno spese per la comunità); diminuisce la quantità di contenitori di bevande abbandonate nell’ambiente; diminuisce la quantità di contenitori inviati ad incenerimento o in discarica e con essa i costi sanitari conseguenti all’inquinamento dell’aria, dei suoli e delle acque causato dai due sistemi di smaltimento.


D.In Italia (e non solo)  gli oppositori del deposito su cauzione affermano che questi sistemi sono costosi e che tali costi si riflettono sulle comunità. E’ vero?
R. Assolutamente no. Chi conosce come funziona il cauzionamento ha ben chiaro che il sistema non costa nulla all’utente finale che riceve indietro l’importo della cauzione pagato acquistando la bevanda. Le notizie che arrivano da sistemi di cauzionamento maturi come quello tedesco e quello norvegese confermano che il sistema si ripaga da sé, grazie anche alle quantità di materiale pulito e di valore che tornano ad alimentare l’industria dell’imballaggio. La grande distribuzione che gestisce la raccolta dei vuoti e rimborsi, non solo non ci perde, ma ottiene al netto delle spese, un piccolo guadagno per ogni vuoto gestito (derivante dai proventi della vendita degli imballaggi ai riciclatori e da un compenso per il servizio svolto). Una fonte aggiuntiva di entrate che si investe per fare funzionare il sistema arriva dal contributo pagato dai produttori per la modesta percentuale dei contenitori che non vengono restituiti. Pertanto le comunità, al contrario, ci guadagnano perché, essendo la raccolta differenziata dei contenitori di bevande gestita e finanziata dai produttori e non a carico delle municipalità, le bollette dei rifiuti diventano più leggere per i cittadini.
Esiste un pregiudizio rispetto al sistema da parte di amministratori nazionali e locali. Il principale timore è che la perdita della parte di imballaggi di maggior valore possa ridurre le entrate derivanti dalla RD ai Comuni senza abbassare determinati costi fissi, poiché regolati da contratti a scadenza decennale tra comuni e gestori dei servizi di raccolta differenziata. Per rispondere a questi timori la Piattaforma multi-stakeholder Reloop per la promozione dell’economia circolare ha realizzato uno studio comparativo (in progress) che ha analizzato oltre 25 diversi sistemi di cauzionamento evidenziando l’entità dei risparmi che si è verificata per gli enti locali in tutti i casi trattati.
D.Quali sono gli ultimi esiti relativi all’adozione del sistema in Europa?
R.L’ultimo paese è stato la piccola Lituania dove il sistema è partito nel 2016 su iniziativa della stessa industria che ha trovato economicamente più conveniente organizzare e finanziare un proprio sistema che pagare ai Comuni i costi di raccolta differenziata dei contenitori di bevande. La consegna dei vuoti (plastica, vetro, lattine) avviene in Lituania attraverso postazioni automatizzate posizionate per lo più nei supermercati. L’importo della cauzione di 10 cent viene restituito agli utenti sotto forma di buono scontabile sulla spesa.
I risultati comunicati dopo un anno a fine 2017 sono stati salutati come superiori alle aspettative. Infatti la percentuale di intercettazione è passata del 34% delle bottiglie in PET ad una media del 91.9% (83% per il vetro e il 93% per le lattine).

D.I grandi brand dell’industria del beverage hanno annunciato obiettivi sfidanti come contribuire a raccogliere entro il 2025 una quantità di contenitori pari all’immesso al consumo e di aumentare la percentuale di materia post consumo come faranno? 
Le ultime direttive europee e la strategia sulla plastica, nonché fenomeni come il marine litter e avvenimenti come la chiusura delle frontiere cinesi agli scarti delle economie più sviluppate, hanno spinto le aziende a mostrare il loro ” lato verde”, o presunto tale. La Coca Cola dichiara di voler collaborare con altri stakeholder per il raggiungimento “dell’intercettazione totale” mentre annuncia un raddoppio dal 25% circa al 50% del contenuto di materia riciclata. Altre marche come Evian di Nestlè ambiscono al 100%. Per raggiungere entrambi gli obiettivi le multinazionali sanno benissimo che non hanno altra scelta rispetto all’appoggiare i sistemi di cauzionamento. Purtroppo, domina ancora una certa schizofrenia in aziende come la Coca Cola che in alcuni paesi come il Regno Unito decidono di appoggiare il deposito su cauzione annunciato dal governo, e poi fanno di tutto per rimandarlo in altri come in Olanda. Tuttavia il cammino del cauzionamento è inarrestabile. Soprattutto in Europa dove i produttori dovranno coprire almeno l’80% dei costi di avvio a riciclo dei propri imballaggi entro il 2025. L’industria pare si stia infatti attivando a valutare la fattibilità di un cauzionamento in paesi come Cecoslovacchia, Malta, Francia, ecc.

Dall’Olanda una campagna social per combattere i rifiuti plastici

E’ partita ufficialmente il 25 maggio PickUp10 la nuova campagna del surfer e biologo olandese Merijn Tinga, promotore dell’iniziativa The Plastic Surfer per liberare mari e oceani dai rifiuti plastici.

PickUp10 è una campagna social che potenzialmente coinvolge tutte le persone che si imbattono in un rifiuto da imballaggio abbandonato e che vogliono “fare di più” rispetto al mero raccogliere.

Merijn Tinga si è imbattuto nella problematica del marine litter praticando il surf , una delle sue passioni. Dal 2014 ha promosso alcune iniziative di sensibilizzazione sull’inquinamento da plastica che hanno avuto come denominatore comune, non solamente la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma soprattutto la ricerca di soluzioni.

Come ha dichiarato anche in occasione del lancio di Pick Up 10 “D’ora in poi dal littering deve arrivare una richiesta di cambiamento, bisogna andare oltre alla semplice gestione dei sintomi affrontandono le cause “.

Per partecipare all’iniziativa è sufficiente collegarsi al sito  PickUp10.org  e scattare una foto del rifiuto, prima di raccoglierlo e conferirlo correttamente. La campagna si avvale della tecnologia di riconoscimento immagini di Google che permette di ottenere da una semplice foto dati che il programma rielabora in modo da registrare e archiviare nella banca dati del sito web della campagna: la tipologia del rifiuto, la marca del produttore, l’ora e il luogo del ritrovamento.

Scopo dell’iniziativa è raccogliere quanta più evidenza possibile sul fenomeno del littering da poter presentare ai decisori politici e aziendali, in modo da invitarli a mettere in campo delle soluzioni efficaci per prevenire che i rifiuti vengano dispersi nell’ambiente e trovino la strada verso i mari.

Rendere noto attraverso il brand audit in tempo reale quali sono i prodotti e le marche che sono maggiormente presenti tra i rifiuti raccolti, è un sistema che si è dimostrato efficace per elaborare delle proposte legislative e per spingere i decisore aziendali ad assumersi la responsabilità sul fine vita dei propri imballaggi.

Questa iniziativa contiene degli elementi interessanti di novità sia sotto l’aspetto del coinvolgimento dei singoli, ai quali viene chiesto di raccogliere e fotografare almeno 10 rifiuti in plastica, che dei decisori politici e aziendali, che verranno informati sugli esiti e invitati ad agire dallo stesso Tinga.

Facilità di adesione partecipazione

Per quello che è dato conoscere il sito web PickUp10.org è stato sviluppato in modo tale da attivare la partecipazione di un vasto pubblico rendendo facile scattare foto e invitare i propri amici a fare altrettanto.  Vai al video per maggiori informazioni.

Sentirsi parte della soluzione di un problema

Raccogliere in pochi quello che la maggioranza butta è sempre stato un fattore di grande frustrazione per coloro che i rifiuti li raccolgono. Al contrario, aderire ad un’iniziativa come questa che, se partecipata, potrebbe fornire informazioni importanti e stimolare l’industria a collaborare alla soluzione del problema, potrebbe motivare maggiormente le persone a perseverare nell’impegno.

Partner: National Geographic

Contemporaneamente al lancio di Pick Up 10 il National Geographic, partner del progetto lancia con il mese di giugno “stop alla plastica” un’iniziativa di cui Tinga è testimonial.
L’iniziativa di giugno è a sua volta parte della campagna Planet or Plastic, la campagna pluriennale del National Geographic presentata recentemente che unirà le forze con Sky Media nell’iniziativa Sky Ocean Ventures.

Tornando a Pick Up 10, il National Geographic sosterrà l’iniziativa in vari modi, tra i quali raccogliere, in occasione del suo Beach CleanUp, organizzato per il prossimo 24 giugno, le bottiglie di plastica che serviranno per realizzare una nuova tavola da surf per Tinga che verrà stampata in 3D.
La tavola verrà utilizzata da Tinga per partecipare ad una staffetta internazionaledi di Surf Foil alla quale prenderanno parte surfisti di fama internazionale sempre per sensibilizzate sul tema del marine litter.

TRAGUARDI DI PICK UP 10

Il Plastic Soup Surfer, alias Marijn Tinga, ha già reso note le azioni che andrà ad intraprendere, a seconda dell’andamento della campagna, in termini di foto ricevute.

Traguardo 10.000 foto: recarsi presso le multinazionali del settore alimentare, come Unilever, per chiedere di realizzare azioni e progetti efficaci capaci di prevenire l’abbandono dei rifiuti.

100.000 foto : entrare in contatto con aziende del beverage a livello internazionale per richiedere che sostengano l’introduzione di sistemi di deposito su cauzione in Europa e oltre. Tinga ha guadagnato fama nazionale lanciando una petizione di successo a favore dell’ampliamento del deposito su cauzione esistente presentata al parlamento olandese. Nonostante alcuni partiti politici, Enti locali e pubblica opinione fossero favorevoli al cauzionamento, l’industria del beverage è riuscita a posticiparne l’entrata in vigore di due anni con la promessa di raggiungere nel frattempo il 90% di intercettazione dei contenitori di bevande e una riduzione di oltre il 70% del littering.

1 milione di foto: rivolgersi alle multinazionali del settore alimentare per chiedere loro di supportare i sistemi di gestione dei rifiuti nei paesi in via di sviluppo.

Ufficiali giudiziari alla porta della GDO olandese e dell’industria

E’ ancora in corso un’iniziativa di Tinga partita lo scorso anno che ha consegnato, in presenza di un ufficiale giudiziario, una sorta di “citazione” ai rappresentanti delle maggiori insegne di supermercati olandesi e ai produttori di bevande che vengono così messi a conoscenza dei danni ambientali arrecati dai rifiuti in plastica agli ecosistemi. Dopo avere recapitato il documento alle aziende leader della GDO olandese e ai responsabili di marche come Heineken, Coca Cola e Pepsi, le prossime visite interesseranno l’industria alimentare e i produttori di cosmetici.

Clicca qui per vedere il trailer del documentario From Source to Sea che documenta un’azione compiuta da Tinga un anno fa percorrendo su una tavola da surf (SUP)  per misurare l’inquinamento da plastica del fiume Reno dalla fonte al mare.  «Sup» è l’acronimo di Stand Up Paddle: un’attività praticata con un tavola da surf di grandi dimensioni (longboard) e una pagaia. La tavola impiegata realizzata con rifiuti di plastica  è stata progettata  dallo stesso Tinga.

Nata la rete europea per promuovere il riuso del pakaging, noi ci siamo!

Presentata “R1-Reuse”, la rete del riuso, con il duplice obiettivo di ottenere una regolamentazione europea che riconosca ufficialmente il valore sostenibile del riutilizzo e di colmare il circularity gap

EURepack, il consorzio italiano di aziende che promuovono l’imballaggio riutilizzabile, ha presentato “R1-Reuse”, la rete europea per il riutilizzo formatasi con l’obiettivo specifico di accreditare maggiormente il tema del riuso a livello di istituzioni comunitarie e di opinione pubblica.
Nell’ambito del convegno intitolato appunto “R1-Reuse, la rete europea per il riutilizzo” è stata analizzata la funzione strategica del riutilizzo come modello sostenibile per definizione. “Affiancata da ricercatori, consorzi e lobby internazionali, nonché da aziende italiane ed europee che incentrano il proprio business sul riuso, EURepack ha mostrato come i sistemi d’imballaggio riutilizzabili non generino rifiuto e si inseriscano in una catena virtuosa di valore per l’economia circolare” ha affermato Carlo Milanoli, presidente di EURepack. “In un modello produttivo basato in larga parte sull’obsolescenza programmata dei beni nostro consorzio vuole sottolineare come esistano dei modelli di business basati sui sistemi di imballaggio riutilizzabili che propongono un’alternativa reale ed efficace al problema ecologico e che necessitano di maggiore riconoscimento a livello di istituzioni comunitarie e di opinione pubblica”.

La voce dei comuni virtuosi auspica una più diffusa adozione di sistemi di imballaggio riutilizzabili. L’Associazione Comuni Virtuosi, che da oltre un decennio promuove buone pratiche di gestione dei rifiuti a livello locale, così come campagne nazionali mirate alla prevenzione e alla riduzione dei rifiuti, ha sottolineato la necessità di un cambiamento a livello di processi produttivi che, come ha certificato un recente rapporto di Circle Economy sono prevalentemente lineari per una percentuale superiore al 90% delle aziende, con tutte le ben note esternalità negative tra cui la produzione di rifiuti. “I rifiuti, inclusi quelli da imballaggio, crescono spinti dai nuovi stili di vita e di consumo come il commercio online e il consumo di cibi pronti. Questo aumento dei rifiuti richiede non solamente un ripensamento di nuovi sistemi di raccolta mirati a tipologie di imballaggi difficilmente intercettati dai sistemi di raccolta domiciliare, ma anche iniziative di prevenzione e riduzione efficaci mirate a manufatti usa e getta, imballaggi primari e commerciali” ha spiegato Silvia Ricci, responsabile campagne dell’Associazione, aggiungendo “Per questo vogliamo lavorare con Eurepack e altri partner nazionali oltre che europei come la piattaforma Reloop, affinché i sistemi che prevedono l’impiego di contenitori riutilizzabili vengano promossi e adottati”. Secondo l’Associazione Comuni Virtuosi i sistemi riutilizzabili adottabili nel settore B2C ma anche B2B, con un estensione dei sistemi di cassette e pallet riutilizzabili anche nei mercati cittadini, possono portare, già nel breve periodo, benefici ambientali ed economici di cui trarrebbero tutti beneficio. Meno costi per gli enti locali e bollette più leggere per i cittadini si traducono in maggiore capacità di spesa per le famiglie, senza parlare della maggiore occupazione che i sistemi di riutilizzo garantiscono”.

Recenti studi universitari quantificano l’importanza del riuso
Lo studio sul riutilizzo degli imballaggi in Italia commissionato da Conai al Politecnico di Milano ha evidenziato che in Italia sono presenti ben 38 diverse declinazioni del riutilizzo, suddivise tra le seguenti tipologie: 37% plastica, 24% acciaio, 18% legno, 11% alluminio, 5% vetro e 5% carta e cartone. Uno dei settori di utilizzo principale è quello del food&beverage, dove giocano un ruolo importante nel comparto ortofrutticolo le cassette in plastica gestite da società di pooling. La valutazione tramite metodologia LCA (Life Cycle Assessment) degli impatti ambientali del ciclo di vita di varie tipologie di imballaggi ha evidenziato come l’impatto ambientale dovuto al processo di rigenerazione ad ogni ciclo sia generalmente modesto rispetto a quello associato alla produzione dell’imballaggio stesso e sia associato prevalentemente al trasporto dall’utilizzatore all’impianto di rigenerazione e alla gestione dei residui rimasti nell’imballaggio. Questo suggerisce l’importanza di una corretta dislocazione sul territorio degli impianti di rigenerazione e il ruolo dell’utilizzatore nella circolarità dell’imballaggio. Anche il consorzio spagnolo del riuso Areco (Asociación de Operadores Logísticos de Elementos Reutilizables Ecosostenibles) ha promosso uno studio sui vantaggi economici ed ambientali della cassetta riutilizzabile in plastica realizzato con l’Unesco e l’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona. In un primo abstract dei risultati derivanti dal confronto tra contenitori di plastica riutilizzabili e i tradizionali monouso in cartone risulta che questi ultimi in Spagna abbiano un indice di riciclo dell’80%, a fronte del 100% delle cassette riutilizzabili in polipropilene e polietilene. Si stima che le cassette di plastica abbiano un ciclo di vita che va dai 10 ai 15 anni, e che vengano impiegate a rotazione per 10 volte all’anno. Viceversa, il contenitore di cartone monouso, una volta utilizzato, deve essere avviato agli impianti di riciclo.

Aziende per cui l’innovazione è il riuso
Partendo dai dati relativi al consumo di pizza in Italia la bresciana Michelangelo Metal Box ha rilevato che le pizze da asporto ordinate annualmente ammontano a 1,6 miliardi, con uno spreco di circa 2 milioni di cartoni al giorno. L’azienda ha così inventato e brevettato il contenitore in alluminio riutilizzabile per pizza da asporto, che mantiene inoltre inalterato il sapore e la temperatura. Tale recipiente può essere impiegato fino a 10 volte e rigenerato sprecando minor energia rispetto al cartone. Dall’esigenza di confezionamento delle zucche della Fellini Patrizio è partita la ricerca per un imballaggio innovativo ed ecologico: la Fellybag, una borsa elastica, robusta, lavabile e riciclabile che risolve la problematica degli shopper usa e getta.
La società finlandese RePack ha creato un sistema di imballaggi riutilizzabili con materiali riciclati ideale per gli acquisti online. Le aziende che aderiscono al sistema addebitano una cauzione sul packaging che viene restituita una volta che, dopo aver ricevuto la merce, il cliente rispedisce al mittente l’imballaggio. Le buste di RePack possono essere riusate almeno 20 volte: uno studio LCA ha stimato che la loro impronta ecologica è del 50% inferiore rispetto ad equivalenti versioni monouso.

La situazione presso la Commissione Europea
Clarissa Morawski, co-fondatrice e managing director di Reloop, la prima piattaforma paneuropea con sede in Germania, Spagna e Belgio attiva sulle questioni relative ai rifiuti e al business ad essi correlato nell’ambito dell’Unione Europea ha illustrato come, in seno al Parlamento Europeo, sia in corso un dibattito sul tema degli imballaggi riutilizzabili. In particolare, gli europarlamentari sono in procinto di valutare una policy sull’economia circolare che distingua il rifiuto adatto al riciclo da ciò che invece può e deve essere riutilizzato, anche per incoraggiare la pratica del riuso con incentivi e con normative ad essa dedicate. Ha concluso il suo intervento esortando tutti coloro che operano nel campo del riutilizzo a fare realmente “rete”, a supporto di chi a livello di istituzioni europee è chiamato a regolamentare il tema, affinché le normative che vedranno la luce già nei prossimi mesi, effettivamente agevolino gli operatori nei rispettivi contesti. In aggiunta, l’On. Elisabetta Gardini, membro della Commissione Ambiente dell’Europarlamento, si è interessata al dibattito e si è impegnata ad organizzare un prossimo appuntamento sul tema del riutilizzo e a promuovere l’argomento a Bruxelles in seno ai dibattiti in corso.

Anche Gianluca Bertazzoli, in rappresentanza di Polieco, consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti dei beni a base di polietilene, ha evidenziato come a suo giudizio emerga poca chiarezza nella definizione corrente di “imballaggio riutilizzabile”. L’auspicio è quindi che il tema del riutilizzo venga normato a livello nazionale ed europeo in modo da avere certezze operative condivise.

Occorre colmare il circularity gap
Il recente  Circularity Gap Report di Circle Economy che evidenziato che solamente il 9% dell’economia mondiale è circolare. Occorre pertanto valorizzare i materiali che sono già comunemente impiegati, visto che anche in Italia gli imballaggi costituiscono il 35-40% in peso, ed il 55-60 % in volume, dei rifiuti solidi urbani che si producono ogni anno.

In conclusione Carlo Milanoli a nome di Eurepack, ha ribadito:” I contenitori riutilizzabili sono il futuro, l’unica vera risposta alle esigenze dell’economia circolare. Intendiamo garantire il massimo impegno per allargare e sviluppare la rete europea del riutilizzo che abbiamo identificato, promuovendo e collaborando ad iniziative comuni che accreditino maggiormente i sistemi di imballaggio riutilizzabile. Ci appelliamo pertanto ad aziende ed enti istituzionali italiani e comunitari affinché dialoghino col nostro consorzio e lavorino con noi per stabilire definizioni precise e normative atte a valorizzare l’operato dei nostri consorziati ed a riconoscere il modello operativo da essi proposto come tra i migliori possibili nel mercato attuale”.

 

EURepack (European Reusable Packaging & Reverse Logistics Consortium) 

Istituito nel 2010 a Milano, il Consorzio EURepack (European Reusable Packaging & Reverse Logistics Consortium) è una realtà senza fini di lucro nata con lo scopo di promuovere la diffusione degli imballaggi riutilizzabili, in sostituzione di quelli a perdere, in tutti i settori della produzione e distribuzione dei beni di largo consumo, evidenziandone i vantaggi ambientali in termini di riduzione dei rifiuti solidi urbani e delle emissioni di CO2.
EURepack ha raccolto l’adesione di significative realtà italiane, alcune delle quali emanazione di importanti gruppi europei e multinazionali, che operano come gestori di pooling di cassette in plastica per l’ortofrutta (IFCO Systems, CPR System, EuroPool System, SDI) e di pallets (NolPal, Lucart); società di produzione di imballaggi riutilizzabili per logistica industriale e distributiva (Karton, Schoeller Allibert, Pavoni Italia); società che sviluppano tecnologia per la gestione degli imballaggi riutilizzabili (Colussi); fornitori di servizi logistici (Jolly Service); istituzioni universitarie e organizzazioni ambientaliste (Università dell’Insubria, Legambiente).

Leggi anche : I contenitori riutilizzabili sono il futuro?