Sacchetti ortofrutta e altri contenitori riutilizzabili: in Italia ancora un miraggio, o quasi..

Passano i mesi e ancora non arriva dal Ministero della Salute una circolare che renda possibile per i supermercati adottare delle soluzione riutilizzabili per il settore ortofrutta, ma anche per i prodotti da forno e altri prodotti. Se in Italia non cambieremo la normativa alimentare e altri ostacoli legislativi che impediscono il riuso, dovremo accontentarci di guardare agli altri paesi europei mentre finiamo seppelliti dall’usa e getta. Il caso delle insegne Lidl, Albert Hijn (e non solo) in Belgio e Olanda.

Passano i mesi e ancora tutto tace sul fronte bioshopper ortofrutta. Nessuna nuova circolare dal Ministero della Salute che, chiamato ad esprimersi dal precedente ministro all’Ambiente, ha ingarbugliato ulteriormente la situazione. Siamo al punto in cui , in nome di chissà quali rischi sanitari, il riuso dei sacchetti non è permesso.
Neanche la “sfida” di buon senso lanciata a giugno da NaturaSì che, con l’appoggio di Legambiente, ha adottato sacchetti riutilizzabili per ortofrutta ( e anche per il pane), nei suoi punti vendita,   è bastata per provocare qualche reazione.
Restiamo quindi sospesi in una situazione “all’italiana” in cui abbiamo una legge (disattesa)   che vieta la commercializzazione dei sacchetti di plastica già da tempo,  e in cui si ignora una “provocazione” appositamente lanciata da un’azienda  per sollecitare una conclusione della vicenda.

Molto probabilmente questo silenzio è indice della difficoltà in cui si è trovato il Ministero rispetto ad una legge “mal scritta” e del fatto che non riesca a trovare “una via di fuga che salvi capra e cavoli”.

Fatto sta  che per bandire i sacchetti di plastica ultraleggeri usa e getta questo provvedimento ha scatenato due effetti indesiderati: ha impedito l’adozione di alternative riutilizzabili da parte dei consumatori e ha fatto aumentare il consumo di ortofrutta confezionata in plastica. Non entriamo qui nei dettagli di un tema già oggetto di precedenti interventi  a favore di una soluzione riutilizzabile che proponiamo alla GDO dal 2010.

Certo è che se avessimo seguito l’esempio di paesi che hanno reso obbligatorio per legge una tassa sufficientemente alta per tutti gli shopper usa e getta, o misure come quella olandese che nel 2016 ha vietato la cessione gratuita per i sacchetti in plastica e bioplastica (e suggerito un costo di 25 cent), avremmo:  incentivato il ricorso alle borse e sacchetti riutilizzabili e stroncato sul nascere  il mercato illegale dei sacchetti di plastica che ha prosperato in questi anni.

PLASTICFREE O PACKAGINGFREE?  
Una delle conseguenze indesiderate della corsa al plasticfree – che non si trasforma in packagingfree- è la sostituzione della plastica a pari quantità di consumo con  derivati della cellulosa o bioplastiche che aumenterà il consumo di risorse e non andrà certamente a ridurre l’impatto ambientale   causato dal modello economico usa e getta. Gli errori compiuti in passato, anche a livello di commissione europea come la direttiva biocarburanti, dovrebbero averci insegnato ad avere una visione sistemica sul consumo di risorse senza doverci trovare tra 20 o 30 anni a piangere su danni ormai irreparabili causati da pratiche dannose come l’impiego di olio di palma come carburante.

I sacchetti leggeri rappresentano uno dei dieci prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa che la Commissione Europea vuole eliminare, ridurre o sostituire e che sono pertanto oggetto di una bozza di direttiva denominata SUP (single use plastics). Il ministro all’Ambiente Sergio Costa ha dichiarato,  in più occasioni, di voler anticipare in Italia i contenuti della proposta di direttiva SUP , e di essere al lavoro su una proposta di legge mirata alla riduzione del marine litter,  da presentare entro la fine dell’estate. Ci auguriamo che la maggiore concertazione con gli stakeholder rispetto al passato, che il ministro parrebbe avere sposato, prevenga l’emanazione di misure che si limitino a bandire i prodotti monouso in plastica senza valutare  gli impatti diretti e indiretti del ciclo di vita delle opzioni alternative, inclusa quella del fine vita. Non basta che i cittadini sappiano riconoscere da un simbolo se un contenitore, bottiglia, stoviglia sia “tecnicamente” compostabile o riciclabile se poi i sistemi di raccolta, selezione e impiantistica su tutto il nostro territorio nazionale non sono in grado di “metabolizzare” questi manufatti. Vedi il caso della bio bottiglia in PLA della nota marca di acqua minerale che crea problemi sia quando conferita con l’umido che con la plastica.

Molto interessanti, pertanto,  le dichiarazioni di Costa raccolte dai media che vanno nella direzione di adottare misure legislative che, attraverso leve fiscali,  rendano conveniente per i produttori immettere sul mercato prodotti con imballaggi ridotti o sfusi e di incentivare nei consumatori il ricorso a contenitori riutilizzabili. In linea peraltro con i punti 8-10 della proposta di direttiva SUP.

OLANDA E BELGIO : AVANTI CON LE SPERIMENTAZIONI

Nonostante nei reparti ortofrutta di altri paesi europei non sia obbligatorio l’uso di guanti e non sia vietato acquistare con propri contenitori, l’adozione di sacchetti ortofrutta e contenitori riutilizzabili è al momento estremamente limitata.

Questo perché, per spingere quantità importanti di acquirenti ad abbandonare il consumo usa e getta servirebbero incentivi e soluzioni facilmente adottabili in ogni negozio e supermercato sotto casa. Per questo motivo dal 2010 chiediamo alla GDO italiana di mettere a disposizione contenitori riutilizzabili come potete leggere qui e qui con l’iniziativa meno rifiuti più risorse.

Dallo scorso anno alcune insegne in Germania, Francia, Austria hanno cominciato a sperimentare l’adozione di sacchetti riutilizzabili nel  reparto ortofrutta proprio in previsione di un giro di vite da parte della commissione europea sui sacchetti leggeri e ultraleggeri.
Albert Heijn, come annunciato lo scorso maggio è partito  in Olanda questa estate con un pilota in dieci negozi per testare le migliori alternative allo scopo di sostituire i circa 170 milioni di sacchetti ortofrutta che i suoi clienti utilizzano ogni anno. I sacchetti riutilizzabili di AH (simili a quelli di Lidl) vengono messi in vendita in una confezione da due pezzi a 69 centesimi di euro. Possono essere utilizzati, come si legge sulla confezione, sia per l’acquisto di ortofrutta che pane.

Anche la catena belga Delhaize -che dal 2016 si è fusa con Albert Hijn dando vita al gruppo Ahold – aveva annunciato , sempre a maggio, di voler eliminare i sacchetti ortofrutta.
Delhaize conta, a partire da ottobre di sostituire gli 80 milioni di sacchetti sottili distribuiti in Belgio ogni anno con sacchetti in carta o con sacchetti riutilizzabili in cotone biologico al prezzo di circa mezzo euro.

Per quanto riguarda il Belgio i sacchetti in plastica sono vietati in Vallonia dal gennaio 2018 e da settembre nella regione di Bruxelles.  Non è invece ancora in vigore nelle Fiandre un divieto simile ma il portavoce di Delhaize,  Roel Dekelver, ha affermato di volere unificare le politiche aziendali in modo da contribuire ad una riduzione dei rifiuti in tutto il Belgio.

Delhaize ha messo in campo altre misure per ridurre gli imballaggi in plastica. Ad esempio, l’ortofrutta biologica che per legge deve essere distinguibile dall’offerta non biologica, non viene più confezionata nella plastica, ma contraddistinta da un bollino applicato sui prodotti.
Poi siccome da Carrefour si possono acquistare diversi alimenti con propri contenitori Dekelver ha confermato che la pratica sarà possibile anche nei punti vendita di Delhaize.

IL CASO DI LIDL OLANDA

Lidl Olanda, come si può leggere alla pagina del suo sito dedicata alle iniziative di riduzione degli imballaggi in plastica e alla promozione del suo sacchetto ortofrutta Little Green Bag, distribuisce ogni anno 60 milioni di sacchetti.

Questa iniziativa è parte di un impegno più ampio di Lidl rispetto alla plastica usa e getta che prevede di raggiungere entro il 2025 un 25% di riduzione nell’utilizzo complessivo di plastiche, anche come articoli usa e getta nei prodotti a marca propria. Al 2025 tutti gli imballaggi impiegati dall’insegna dovranno poi essere riciclabili. Le bottiglie di bevande a marca propria di Lidl contengono già un 60% di plastica riciclata grazie al sistema di deposito su cauzione per le bottiglie che l’insegna gestisce in proprio.
Tra le altre politiche ambientali della catena entro fine anno verrà completata la conversione energetica di tutti i 420 punti vendita, dal gas metano all’utilizzo di energie rinnovabili come il riscaldamento con pompe di calore.
Infine anche la vendita di sigarette verrà gradualmente ridotta sino a venire eliminata in tutti i punti vendita entro il 2022.

Da imballaggi riciclabili a imballaggi riciclati il passo è lungo

Sempre più aziende annunciano di voler rendere il proprio packaging riciclabile, riusabile o compostabile al 2025. La tendenza è quella di puntare soprattutto al riciclo. Ma per raggiungere gli obiettivi di riciclo europei la riciclabilità sulla carta non sarà sufficiente.

Continuano ad aggiungersi nuove aziende e associazioni di categoria al fronte industriale che, dallo scorso anno, sta rendendo note le misure che verranno intraprese per ridurre l’impatto e le quantità di plastica utilizzata negli imballaggi. Le prime aziende che hanno annunciato impegni in tal senso su base volontaria, sono state noti brand che partecipano al programma The New Plastics Economy della Fondazione Ellen McArthur. Alcuni di loro, come Unilever hanno anche collaborato alla stesura del Piano di azione “NPE: Catalysing Action” del 2017 che ha ispirato molte delle misure annunciate.

L’impegno di massima che accomuna le aziende che si sono espresse ad oggi, consiste nel rendere tutti gli imballaggi utilizzati riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Altri impegni annunciati , prevalentemente correlati all’obiettivo riciclo, prevedono di utilizzare plastica riciclata negli imballaggi in percentuali che vanno da un minimo del 25%, passando per il 50% di Coca Cola per arrivare al 100% (come Evian e Werner & Mertz ) e di contribuire alla creazione di un mercato di sbocco per il granulo da riciclo.
Le aziende stanno lavorando al perseguimento degli impegni annunciati a livello europeo e internazionale senza avere ancora ben chiaro come arrivarci. L’impresa si preannuncia tutt’altro che facile alla luce dei contesti profondamente diversi dei vari mercati in cui le aziende operano che riguarda anche i sistemi di gestione rifiuti.

Nei programmi di multinazionali come Coca Cola (World Without Waste) , P&G (Ambition 2030), Unilever e Nestlè si accenna alla volontà di contribuire ad un miglioramento dei sistemi di raccolta rifiuti e soprattutto in quei paesi maggiormente responsabili della dispersione in mare dei rifiuti marini. Mancano però, anche in quelle sedi, indicazioni circa dove e come andare a farlo e soprattutto con quale ordine di investimenti.

Tra le azioni svelate alle quali le aziende stanno lavorando ce ne sono alcune che mi lasciano un pò perplessa perché rivelano la mancanza di una visione olistica e quindi di una progettazione sistemica.
Un esempio che chiarisce cosa intendo è quello di Unilever che, per risolvere le criticità collegate al fine vita dei sachet: confezioni monodose di detergenti in multimateriale (facilmente dispersi nell’ambiente), ha deciso di investire in una nuova tecnologia di riciclo denominata CreaSolv Process technology. Tale tecnologia verrà testata in un impianto pilota in Indonesia, uno dei cinque paesi che, con 1.300 tonnellate di rifiuti scaricati in mare ogni anno, contribuisce ad alimentare il marine litter.

Questa scelta, oltre ad essere un esempio su come le aziende tendano in genere a scavalcare azioni prioritarie della gerarchia dei rifiuti EU come prevenzione e riuso, solleva una serie di inevitabili domande che elenco. Ammesso che Unilever possa aprire degli impianti di riciclo basati su questa tecnologia nei paesi dove commercializza i sachet, come pensa la multinazionale di intercettare questi piccoli rifiuti senza un incentivo economico per chi li conferisce, e in mancanza di infrastrutture logistiche capillarmente diffuse sul territorio per gestire i flussi raccolti ? Chi dovrebbe sviluppare, progettare e gestire l’avvio a riciclo di questo flusso di rifiuti e sostenerne i costi ? Come fare in modo che siano disponibili le quantità necessarie per alimentare regolarmente gli impianti di riciclo e raggiungere economie di scala?

E infine, anche ammesso che si possano venire a creare questi presupposti, quale sarebbe l’impatto ambientale ed economico complessivo di questa scelta comparato con opzioni alternative di fornitura per piccole dosi di prodotto che potrebbero essere messe in campo ?

Se fossi un decisore politico in uno dei paesi che non hanno infrastrutture di raccolta rifiuti chiederei alle aziende di presentare progetti di responsabilità estesa del produttore da loro finanziati capaci di intercettare il 90% dei sachet ( o altri imballaggi problematici) immessi al commercio , oppure di creare delle refill station dove le persone acquistano la quantità di prodotto che possono permettersi di pagare. In alternativa promuoverei la vendita di prodotti per la detergenza in barrette solide e saponi.
Queste misure di prevenzione dei rifiuti sarebbero anche indicate per aree isolate collinari o montane oppure per isole che non dispongono di impianti di trattamento rifiuti di prossimità con conseguente aggravio dei costi di avvio a riciclo da sostenere.

Un’altra misura annunciata dalle aziende che mi lascia perplessa è quella di sostituire la plastica con altri materiali sempre usa e getta, dalla carta alle bioplastiche, senza una visione sistemica sugli impatti ambientali ed economici e sulle conseguenze che i nuovi materiali avrebbero sui sistemi di avvio a riciclo già esistenti.

Anche nei casi in cui le aziende si basano su studi LCA per “giustificare” determinate scelte va detto che, come molti esperti di LCA concordano, le valutazioni LCA e EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto) commissionate e diffuse dalle aziende sono “incomplete” perché spesso non considerano gli impatti ed effetti collaterali della fase di fine vita che variano a seconda del contesto geografico. Cosi come non considerano altre esternalità correlate a tutto il ciclo di vita di un bene che sono difficili da misurare e quantificare come il marine litter, la deforestazione, il cambiamento di uso indiretto del suolo (Iulc), ecc..

Anche in Italia per quanto riguarda oltre il 50% di imballaggi di plastica che vengono raccolti per essere termovalorizzati non sarà sufficiente che le aziende mantengano le promesse di riciclabilità tecnica del packaging perché il nodo da risolvere è quello della sostenibilità economica della filiera di riciclo. Ecco perché il piano Catalysing Action identifica tre strategie, ognuna rivolta a specifici flussi di imballaggi che non vengono riciclati che sono: riprogettazione, riuso e riciclo. Le azioni ad oggi rese note dalle aziende sono sbilanciate a favore del riciclo come ho commentato in un post dal titolo “Imballaggi: il riciclo per la plastica (ed altri materiali) da solo non basta”.

Quale delle tre strategie applicare per fare arrivare un bene al suo pubblico è una scelta che l’industria deve prendere sulla base delle caratteristiche dei sistemi post consumo dei mercati dove immette imballaggi. Questo implica per l’industria ammettere ed accettare che in un pianeta dai limiti fisici l’applicazione del modus operandi “one solution fits all “ tipica del modello economico globalizzato non “funge più” ma porta a ripetere gli stessi errori.

Per creare un mercato circolare per le plastiche, oltre all’adozione dei principi dell’ecodesign tra cui una standarizzazione dei formati e del design degli imballaggi, c’è una condizione essenziale da soddisfare che consiste nel convergere verso pochissimi polimeri per rendere più semplice la differenziazione da parte degli utenti, la selezione e il riciclo. Solamente così raggiungeremo flussi di ottima qualità e nelle quantità necessarie perché il riciclo sia economicamente sostenibile.
Se, ad esempio, decidessimo di convergere sul PET per realizzare vassoietti e contenitori vari il cui consumo aumenta con tendenze in atto, come un maggiore consumo di alimenti già pronti per l’uso, eviteremo che vengano raccolti e selezionati per essere bruciati e alimenteremo il mercato del r-Pet.

Capisco che questa decisione possa fare imbufalire l’industria dei polimeri che verrebbero esclusi, che dovrebbero trovare sbocchi alternativi alla produzione usa e getta, ma cosa possiamo fare per ridurre il consumo di risorse e allontanare gli effetti del riscaldamento climatico se non fare di più con meno?
Purtroppo ogni misura ambientale incontra alzate di scudi sia da parte di coloro che rifiutano il cambiamento sia di chi difende interessi di bottega, con l’esito che “si continua a ballare sul Titanic” pensando che il naufragio arriverà dopo di noi.

Come commentatori ben più autorevoli di me rimarcano la colpa del’inazione sul clima è condivisa tra le aziende che si limitano a fare azioni di facciata (come sostituire il materiale delle cannucce), i cittadini che non sono pronti a cambiare stili di vita e la politica, spesso appiattita sul corto-termismo, che non sa governare i processi e mediare tra i diversi interessi.

Prima parte. Segue una seconda parte dedicata agli impegni resi noti dall’industria delle bevande in relazione ad uno studio uscito in Inghilterra.

Silvia Ricci

Pubblicato sul blog di Silvia Ricci di Polimerica.it

Immagine in evidenza : Jessica den Hartog

Non salveremo la Terra con una “migliore “ tazza di caffè usa e getta

Dobbiamo sfidare le corporazioni che ci inducono a vivere in una società usa e getta piuttosto che cercare modi “più verdi” per mantenere lo status quo

Editoriale di George Monbiot – Ambiente/ Opinioni- The Guardian

Credi nei miracoli? Se è così, accodati in ordinata fila. Sono molte le persone che immaginano di poter perpetuare gli attuali stili di vita, a condizione che si sostituisca un materiale (dannoso) con un altro. Il mese scorso, una richiesta indirizzata a Starbucks e Costa di sostituire le tazze di caffè in plastica con tazze compostabili derivate dall’amido di mais è stata ritwittata 60.000 volte, prima di venire cancellata.

Coloro che hanno sostenuto questa richiesta non sono arrivati a chiedersi come si ricava l’amido di mais, quanta terra sarebbe necessaria per produrlo, o quanta produzione di mais dedicata al consumo umano dovrebbe essere sostituita.  Oppure hanno trascurato gli effetti collaterali della coltivazione del mais, nota per causare l’erosione del suolo e richiedere spesso dosi massicce di pesticidi e fertilizzanti.

Il problema non è solo la plastica: ma piuttosto quante risorse abbiamo a disposizione e quante ne servirebbero per mantenere il modello di consumo attuale (con una popolazione in crescita). Per dirla in altre parole come possiamo perseguire con un solo pianeta a disposizione stili di vita che richiederebbero le risorse di quattro pianeti. Indipendentemente da ciò che consumiamo, sono le dimensioni abnormi dei nostri consumi che stanno sopraffacendo i sistemi naturali della Terra.
Non fraintendetemi. La nostra fame di plastica è un grave problema ambientale e le campagne per limitarne l’uso sono ben motivate e talvolta efficaci. Ma non possiamo affrontare la nostra crisi ambientale scambiando una risorsa sovrasfruttata con un’altra. Quando ho contestato la richiesta fatta alle catene di caffetterie alcune persone mi hanno chiesto: “Allora cosa dovremmo usare ?

La domanda giusta sarebbe stata “Come dovremmo vivere?” Ma il pensiero sistemico è come una specie in via di estinzione.
Parte del problema è stato alimentato da iniziative che hanno dato vita a campagne “anti-plastica” come la serie Blue Planet II di David Attenborough. Mentre i primi sei episodi avevano narrazioni forti e coerenti, così non è stato per il settimo che ha tentato, balzando da un argomento all’altro, di spiegare le minacce che incombono sulle meravigliose creature marine. Nonostante fosse presente nel documentario il messaggio che si può “fare qualcosa” per evitare la distruzione della vita oceanica, non veniva spiegato come farlo. Mancavano anche spiegazioni sulle cause dei problemi, su quali forze ne fossero responsabili, e su come queste ultime potessero essere affrontate.

Nel clima di incoerenza generale venutasi a creare, un opinionista ha affermato: “Il che significa, credo,  che ognuno di noi debba prendersi  la responsabilità delle scelte quotidiane che si intraprendono “.  (It comes down, I think, to us each taking responsibility for the personal choices in our everyday lives. That’s all any of us can be expected to do).

Questo pensiero ben rappresenta l’errata convinzione che una migliore forma di consumismo potrà cambiare il pianeta. I problemi strutturali che stiamo affrontando in realtà sono : un sistema politico ostaggio di interessi commerciali e un sistema economico che persegue una crescita infinita.

Certo, dovremmo cercare di minimizzare i nostri impatti, ma non possiamo affrontare queste forze semplicemente “assumendoci la responsabilità” per ciò che consumiamo. Sfortunatamente, questi sono questioni che la BBC in generale e David Attenborough in particolare, evitano. Nutro ammirazione per Attenborough in molti ambiti, ma non sono un fan del suo ambientalismo.
Dopo essere passato inosservato per molti anni, quando finalmente ha parlato, per evitare di sfidare il potere ha utilizzato argomenti vaghi o si è concentrato su problemi non direttamente riconducibili all’azione di interessi potenti. Questa sua linea di azione potrebbe spiegare perché alcune imprescindibili questioni non sono state sollevate nel suo ultimo documentario.

La più palese è la responsabilità dell’industria della pesca nell’aver  trasformato quelle forme di vita marina stupefacenti, svelate nelle precedenti puntate della serie, in CIBO da consumare. Il settore ittico, trainato dai nostri appetiti e protetto dai governi, sta causando un collasso ecologico dei mari a cascata . Eppure l’unica attività di pesca di cui il documentario si è occupato rappresenta l’1% del totale delle attività in cui si verificava un recupero degli stock ittici.
Anche la plastica presente nei mari è in gran parte una conseguenza delle attività di pesca. Si è scoperto infatti che il 46% della spazzatura del Great Pacific Patch – che è diventato il caso emblematico della nostra società “usa e getta” – è composta da reti e gran parte del resto deriva da altri tipi di attrezzi da pesca. Gli attrezzi da pesca abbandonati tendono ad essere molto più pericolosi per la vita marina di altre forme di rifiuti. Se guardiamo ai sacchetti e bottiglie in plastica che contribuiscono al disastro dei mari, la stragrande maggioranza proviene dalle nazioni più povere che non hanno sistemi efficaci  di smaltimento dei rifiuti. Ma siccome queste considerazione non sono state fatte, le soluzioni sono state cercate nei posti sbagliati.

Da questo depistaggio sorgono mille “perversioni“. Una nota ambientalista ha pubblicato su twitter una foto di gamberoni comprati in un supermercato Tesco convincendo l’addetta del reparto a metterli nel suo contenitore riutilizzabile, piuttosto che nella plastica, collegando il suo gesto alla protezione dei mari.
Tuttavia il consumo di gamberetti causa danni alla vita marina di molto superiori a quelli causati da un qualsiasi tipo di plastica in cui sono avvolti. La pesca dei gamberetti ha i più alti tassi di catture incidentali di qualsiasi altro tipo di pesca, tra cui un gran numero di tartarughe e altre specie minacciate di estinzione. L’allevamento dei gamberi è altrettanto impattante perché distrugge intere zone di foreste di mangrovie, vivai cruciali per migliaia di specie.

Come consumatori veniamo tenuti notevolmente all’oscuro di tali problemi. Siamo confusi, ingannabili e praticamente impotenti – il potere delle corporazioni aziendali ha fatto di tutto per persuaderci a vederci in questo modo. L’approccio della BBC alle questioni ambientali è altamente partigiano poiché si schiera con un sistema che ha cercato di trasferire quelle che sono le responsabilità di “forze strutturali” sui singoli consumatori.
Eppure è solo come cittadini che intraprendono azioni politiche che possiamo promuovere un cambiamento significativo. La risposta alla domanda “Come dovremmo vivere?” È: “Semplicemente“.
Ma vivere semplicemente è molto complicato. Nel libro di Aldous Huxley, Il mondo nuovo (Brave New World) il governo massacrava i Simple Lifers. Questo al giorno d’oggi non è più necessario: possono venire tranquillamente emarginati, insultati e licenziati. L’ideologia del consumo è così diffusa che è diventata invisibile: è la marea di rifiuti in cui nuotiamo.

Vivere in un unico pianeta significa non solamente cercare di ridurre il nostro consumo, ma anche mobilitarsi contro il sistema che promuove  una grande marea di spazzatura. Ciò significa combattere il potere delle multinazionali, cambiare i risultati politici e sfidare il sistema  basato sulla (continua) crescita che consuma il pianeta e che noi chiamiamo capitalismo.

Ecco una conclusione tratta dal documento di Hothouse Earth del mese scorso, che allertava sul pericolo di portare il pianeta in un nuovo stato climatico irreversibile: “I cambiamenti lineari incrementali … non sono sufficienti per stabilizzare il sistema Terra. Saranno probabilmente necessarie trasformazioni diffuse, rapide e fondamentali per ridurre il rischio di varcare la soglia del non ritorno”.

Le tazze di caffè usa e getta prodotte con nuovi materiali non sono solamente una “non soluzione”: sono una perpetuazione del problema. Difendere il pianeta significa cambiare il mondo.

George Monbiot

NB. Vai all’articolo originale per accedere ai numerosi link presenti nell’articolo

 

Leggi anche:

La strategia di Starbucks non convince 

Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment?

Campagna pro-plastica da Corepla: obiettivo raggiunto?

Ad inizio agosto è partita sui social e sulla carta stampata la campagna di Corepla #ecologiadellinformazione con l’evidente scopo di rispondere alla crisi di immagine che le materie plastiche stanno vivendo.  Nel giro di un paio di anni l’inquinamento da plastica ha conquistato, più di tante altre criticità ambientali, anche le prime pagine dei media generalisti che, in qualche caso, hanno lanciato specifiche campagne, o dedicato spazi fissi di approfondimento.

La comunicazione della campagna si sviluppa intorno a quattro poster che hanno lo scopo di raccontare quali siano i benefici degli imballaggi in plastica rispetto alle criticità percepite dall’opinione pubblica.

Tre poster su quattro della campagna contengono infatti alcune affermazioni “in negativo” che Corepla ha individuato possano esprimere le critiche o pregiudizi che l’opinione pubblica nutre nei confronti delle plastiche. All’affermazione a caratteri cubitali che ha per il pubblico una valenza  “negativa” segue, come sottotitolo, l’altra faccia “positiva” della medaglia. Sul sito di Corepla si legge che entrambi i punti di vista sono veri e che “Entrambi vanno tenuti in considerazione, in un vero eco-sistema delle informazioni

Vediamo perché, dal nostro punto di vista, questa campagna rischia, con i suoi contenuti ed immagini, di non raggiungere l’obiettivo e rivelarsi quindi “un’occasione persa” . Ma questo non solamente per quello che dice, con un linguaggio freddo ed asettico, che non è il più adatto rispetto al tema, ma soprattutto per quello che omette di dire, anche rispetto agli impegni che il settore industriale della plastica potrebbe assumersi per risolvere il problema.

La scelta del linguaggio e dei contenuti sottovaluta gli aspetti emozionali che il tema suscita nell’opinione pubblica da qualche tempo esposta ad immagini desolanti, tra creature marine che muoiono a causa di ingestione di plastica o di spiagge disabitate, e mari sommersi dai rifiuti. Trovare pertanto argomenti e racconti che possano reggere e controbilanciare queste immagini è un’impresa piuttosto complicata, che avrebbe richiesto più approfondimento e, soprattutto  l’ascolto dei diversi stakeholders della filiera della plastica. Molto probabilmente sarebbe emerso che, in questo momento, più che ribadire i lati positivi dell’uso della plastica, l’opinione pubblica vorrebbe avere  dall’industria delle risposte su come ridurre l’impatto dell’inquinamento da plastica che ha raggiunto qualsiasi angolo del pianeta ed è parte degli organismi viventi.  Aspettarsi che i destinatari del messaggio facciano ora lo sforzo di vedere “the big picture ” e arrivino a  “Collegare aspetti diversi di uno stesso tema è avere un atteggiamento “ecologico” all’altezza della vera complessità dei problemi” rischia di rimanere una speranza vana da parte dei  promotori della campagna. Il richiamo all’ecologia non è inoltre dei più azzeccati perché per l’opinione pubblica in questo momento la plastica è il materiale “meno ecologico” che ci sia. Questa situazione del sentiment antiplastica offre un  assist “gratuito” ai materiali in competizione alla plastica i cosiddetti plastic-free che nell’immaginario comune e nel greenwashing aziendale sono diventati alternative “sostenibili” alle plastiche      

La narrazione della campagna compie uno scivolone quando poi definisce “di parte ” la comunicazione fatta sull’inquinamento da plastica. Documentare un problema non richiede necessariamente un contraddittorio. Se si ritiene che la plastica goda di una “cattiva reputazione” e si vuole rimediare è indispensabile che l’industria riconosca gli errori compiuti nella gestione del materiale che hanno creato l’attuale situazione. Dopo tutto il compito di fare un uso responsabile della plastica inizia dalla fase di progettazione dei manufatti in plastica, che è da sempre appannaggio dell’industria, che non poteva non conoscere pregi e difetti del materiale. Pertanto l’utente finale, quand’anche incivile al punto da abbandonare la plastica nell’ambiente, non può diventare l’unico capro espiatorio di un sistema mal progettato al punto da non prevenire effetti collaterali negativi. Chi butta dovrebbe subire una sanzione ma la progettazione di politiche che riducano al minimo questi episodi spetta ai decisori industriali e politici.

Vediamo nel dettaglio i poster della campagna uno per uno.
QUANDO SI TRATTA DI PLASTICA USA IL CERVELLO

L’immagine del cervello (che nel video diventa una bottiglia di plastica) è il relativo claim non è stata, a nostro parere, quella che si dice una “scelta felice”. Questo sia per i motivi in parte già espressi in apertura, tra i quali il dato di fatto che la plastica è presente nell’organismo umano, che per il richiamo al consumo di acqua in bottiglia. Tale fenomeno, in crescita, ha molto poco di razionale se guardiamo alle ricadute negative,  a livello sociale come ambientale. Da qualunque prospettiva si guardi infatti al consumo di acqua in bottiglia, i maggiori benefici, al momento, ci sono soprattutto per l’industria delle bevande che ne ricava gli utili.

Basti pensare che l’acqua è una risorsa di tutti che viene data per pochi spiccioli a dei privati che non si assumono per intero i costi delle esternalità negative ambientali ed economiche procurate da tutte le fasi delle loro attività.

Visto la situazione attuale non si può fare altro che convenire che non è stata fatta una gestione intelligente delle plastiche come opzione usa e getta, e la loro cattiva gestione, come documentano gli studi della McArthur Foundation con The New Plastics Economy, non inizia certo con l’inciviltà del cittadino che non fa la raccolta differenziata, o peggio abbandona i rifiuti nell’ambiente. Per quanto concerne i contenitori di bevande è stata infatti l’industria ad abbandonare il vuoto a rendere in vetro per passare alla bottiglia usa e getta, senza lasciare in piedi i sistemi di cauzionamento. La scelta “intelligente” , nel rispetto del principio di responsabilità socio-ambientale di impresa, è stata quindi disattesa in primis dall’industria del beverage.

CRESCE USO IMBALLAGGI DI PLASTICA:
SI MA CIBO FRESCO E MEDICINALI RAGGIUNGONO OGNI ESSERE UMANO SENZA DEPERIRE

-CRESCE L’USA E GETTA:  SI MA CRESCONO ANCHE GLI STANDARD IGIENICI

Da entrambi i poster traspare un tipico atteggiamento industriale che tende a considerare le esternalità negative che derivano dai loro prodotti  come un “male minore” da pagare per il progresso e l’occupazione.
Minimizzare un problema così sentito dall’opinione pubblica globale come l’iperproliferazione degli imballaggi e l’inquinamento da plastica, tentando di convincere  che le problematiche connesse ai rifiuti siano solamente una conseguenza di una cattiva gestione da parte dei governi e dei cittadini, è una strategia che l’industria della plastica persegue da tempo, ma che rischia di rivoltarglisi contro.
Le persone danno già per scontato che gli imballaggi abbiano importanti funzioni come garantire la conservazione del cibo e la sicurezza alimentare, ma, al tempo stesso, vogliono contribuire alla soluzione del problema nel modo più intuitivo: comprando meno imballaggi e avendo la certezza che tutto quanto differenziano viene riciclato. Pertanto si aspettano che l’industria che causa il problema proponga delle soluzioni che riducano l’impatto del packaging a monte: con l’ecodesign, con una maggiore offerta di prodotti sfusi anche nel settore non alimentare e con sistemi di cauzionamento finalizzati al riuso e riciclo.
DUE IMBALLAGGI DI PLASTICA SU DIECI NON VENGONO RECUPERATI MA OTTO SU DUE SI
La tecnica dell’evidenziare il bicchiere mezzo pieno in tema di rifiuti non sempre “funziona”. Basta stare in mezzo alla gente o girare sui social per sapere che ogni volta che si evidenzia qualche risultato positivo sulla raccolta rifiuti o riciclo, nazionale o locale che sia, le persone commentano esprimendo incredulità o postando immagini di rifiuti abbandonati in ogni dove. Questo perché le percezioni vengono determinate dal vissuto quotidiano e purtroppo le percezioni negative hanno un peso maggiore.

Venendo all’affermazione sulle percentuali di recupero: se questa campagna è stata concepita per parlare al “cittadino comune” (e non agli addetti ai lavori) avrebbe dovuto essere usato un linguaggio “comprensibile” che restituisse in totale trasparenza  la  performance reale di intercettazione degli imballaggi. Il termine recuperare che viene usato nel poster si presta a fraintendimenti.  Si provi a chiedere alle persone che cosa significhi il termine “recuperare” in quel contesto e ci si renderà conto che in molti ritengono che si tratti di riciclo. In realtà, come gli addetti ai lavori sanno, con imballaggi recuperati  Corepla intende la somma delle quantità di imballaggi in plastica che vengono complessivamente raccolti, riciclati e termovalorizzati.

Entriamo quindi nel dettaglio dei numeri per capire cosa si intende  con ” 8 imballaggi su 10 vengono recuperati” e realizzare che lo stato dell’arte dell’avvio a riciclo degli imballaggi in plastica sia meno virtuoso di quanto il claim lasci intendere. Va detto, per dovere di cronaca, che l’Italia non è tra i paesi europei con le peggiori performance e che i Consorzi non sono, ovviamente, i soli responsabili dell’attuale gestione e continua crescita degli imballaggi. Questo non toglie che non ci sia l’urgente necessità che i consorzi facciano la loro parte insieme a tutti gli altri soggetti per cambiare la situazione attuale che non può essere definita un modello sostenibile e circolare, checchè se ne dica in occasione di convegni.

Se prendiamo gli ultimi dati disponibili dalla Relazione sulla gestione 2017 di Corepla si legge che sono stati immesse al consumo 2.271.000 tonnellate di imballaggi in plastica. Di queste tonnellate ne sono state raccolte poco più della metà: 1.311.266, di cui, a loro volta, 400 mila ton sono state raccolte e riciclate dal circuito dei riciclatori indipendenti ( a loro spese) e 911.260 ton dal circuito Corepla, attraverso le convenzioni con i comuni declinate dall’accordo quadro Anci-Conai.

Di queste 911.260 tonnellate gestite da Corepla, una parte , pari a 586.786 ton è stata riciclata e una parte , 324.480 ton, è stata   termovalorizzata. Questo spreco avviene per un insieme di ragioni tra le quali la scarsa qualità del materiale raccolto, la mancanza di una filiera di riciclo economicamente sostenibile e/o di mercati di sbocco per il riciclato. Per arrivare alla quantità espressa in tonnellate che consente a Corepla di affermare che si recuperano 8 imballaggi su 10 ( ovvero 1.895.666 ton) si devono sommare alle 1.311.266 ton una stima delle tonnellate di imballaggi in plastica che finiscono negli inceneritori a spese dei comuni : 584.400.

Non è chiaro perché vengano aggiunte queste tonnellate alla performance complessiva di Corepla , che di fatto sfuggono alla raccolta differenziata e contengono anche una parte di plastiche pregiate che vanno distrutte, è una domanda che meriterebbe una risposta ufficiale da parte dei “responsabili” di questa interpretazione,  che non vale invece per gli altri materiali da imballaggio.

In conclusione va detto che Corepla, essendo un consorzio che rappresenta in primis gli interessi dei produttori di varie materie plastiche da imballaggio (in competizione tra loro) e i produttori di imballaggio, ben difficilmente avrebbe potuto sviluppare una campagna che penalizzasse il consumo di plastica.

I problemi della plastica in realtà si possono risolvere solamente ridisegnando le filiere dei materiali polimerici, in modo che siano chiuse e decidendo, a secondo del prodotto e dei sistemi di avvio a riciclo dei paesi dove il prodotto viene immesso al consumo se, e quali plastiche andrebbero impiegate. Questa transizione non potrà avvenire se i governi non recepiranno al meglio le direttive del pacchetto Economia Circolare, la direttiva sulle plastiche monouso (SUP)  in un quadro legislativo che regoli la produzione e l’immissione degli imballaggi, favorendo con misure incentivanti e disincentivanti azioni da parte dell’industria mirate alla prevenzione dei rifiuti.

Tutto il resto, inclusi gli accordi volontari con le aziende, purtroppo, ad oggi ha lasciato poco più del tempo che ha trovato.

La presentazione della campagna sul sito di Corepla

 

La strategia di Starbucks International non convince, qualche progresso in Italia

A distanza di qualche settimana dall’invio del nostro appello a Starbucks  sottoscritto da ONG  internazionali  e nazionali che ha avuto un ampio eco di stampa, torniamo a fare il punto su come la multinazionale si sta muovendo all’estero, e nel nostro paese, per ridurre l’impatto dei contenitori usa e getta delle sue oltre 28.000 caffetterie presenti in 77 paesi.

STARBUCKS ITALIA

A seguito del nostro appello   ( in english) abbiamo avuto un primo contatto con i responsabili di Starbucks Italia che si appresta ad aprire a breve, dopo la mega  Roastery di piazza Cordusio a Milano, altri 6 o 7 locali nel milanese.

Ci è stato assicurato che le bevande calde saranno servite in tazze di ceramica, salvo esplicita richiesta da parte dei clienti di avere un contenitore da asporto. In questo caso il contenitore sarà monouso, a meno che il cliente non sia provvisto di una propria tazza termica. Ai clienti che porteranno una loro tazza, o acquisteranno quella di Starbucks,  verrà praticato uno sconto di circa 30 centesimi sul prezzo della bevanda.

Per quanto riguarda invece le bevande fredde a base di caffè pare che, al momento, l’Italia debba adeguarsi alle indicazioni internazionali e utilizzare pertanto contenitori in plastica monouso. Seguiranno  maggiori informazioni e un nostro commento complessivo dopo avere visitato le caffetterie.

Abbiamo avuto una gradita presa di contatto da parte della Giunta di Milano che ha espresso interesse per la nostra iniziativa. Milano è l’unica realtà italiana ad avere aderito alla rete internazionale C40 che riunisce 23 città e regioni di tutto il mondo impegnate nella lotta al cambiamento climatico. Sarà difficile però raggiungere gli obiettivi sottoscritti nella dichiarazione Advancing towards zero waste  se la giunta non riuscirà ad incidere sulle attività maggiormente responsabili della produzione di rifiuti trainata anche dai nuovi stili di vita. Abitudini in crescita come mangiare spesso fuori casa, consumare cibo pronto acquistato nei supermercati oppure da asporto (magari ordinato online) insieme all’aumento complessivo dell’e-commerce porranno seri ostacoli al raggiungimento di obiettivi del network come: tagliare del 15% la quantità di rifiuti prodotti da ogni cittadino, dimezzare la quantità di rifiuti conferiti in discarica o negli inceneritori, e aumentare fino al 70% il tasso di riciclo. Uno studio di GEO (Green Economy Observatory) dello IEFE-Università Bocconi ha stimato quanti rifiuti da imballaggio potrebbero essere prodotti al 2030. Il modello utilizzato dallo studio ha quantificato in 4 milioni di tonnellate la quantità di rifiuti che sarebbe possibile evitare grazie a politiche di riduzione e innovazione tecnologica. Quest’importante riduzione viene però minimizzata da un aumento nella produzione di rifiuti – che vale più del doppio– dovuto, appunto, alle modalità di consumo e stili di vita .

STARBUCKS INTERNATIONAL

Il 9 luglio il gruppo ha reso nota la decisione di eliminare entro il 2020 le cannucce in plastica principalmente attraverso l’introduzione nuovo bicchiere di plastica dotato di un tappo che permetterà di sorseggiare le bevande senza bisogno della cannuccia. Questo bicchiere diventerà il contenitore standard per tutti gli iced drink , escluso il frappuccino che verrà servito con cannuccia biodegradabile.

Secondo l’amministratore delegato Kevin Johnson questa mossa costituisce  “una tappa significativa” verso l’obiettivo a cui Starbucks aspira di fornire “un caffè sostenibile, servito nei modi più sostenibili”.  Il nuovo tappo che permetterà di eliminare  più di un miliardo di cannucce all’anno dalle caffetterie del gruppo è stato presentato da Johnson come un’opzione più sostenibile della precedente in quanto riciclabile.

Immediata è stata la reazione da parte della compagine ambientalista internazionale che ha fatto notare che questi coperchi negli USA (e non solo) non vengono di fatto raccolti e riciclati e che l’impronta plastica del bicchiere è aumentata. Il peso del nuovo coperchio supera infatti di qualche grammo quello della precedente opzione combinata (tappo + cannuccia). La coalizione  globale Break Free from Plastic ha inviato una lettera al CEO Kevin Thompson ed emesso un comunicato stampa che riprendiamo integralmente a fine post.

Il 17 luglio scorso McDonald’s e Starbucks hanno annunciato di avere unito le forze per arrivare a sviluppare entro i prossimi tre anni “il contenitore del futuro”, completamente riciclabile o compostabile. McDonald’s e Starbucks, che rappresentano due delle prime tre catene di fast food e caffetterie più popolari e diffuse al mondo, distribuiscono insieme il 4% dei 600 miliardi di tazze consumate nel mondo ogni anno. Di cui  McDonald’s nei suoi 37.000 negozi diffusi in oltre 120 paesi, ne utilizza il 3%.

L’iniziativa che vede ora l’adesione di MacDonald’s  si chiama NextGen Cup Challenge ed è stata lanciata da Starbucks ad inizio 2018 con Closed Loop Partners.  Imprenditori e startup possono accedere a finanziamenti per sviluppare soluzioni che possano essere incrementabili in tutti i mercati del mondo.

Oltre a condividere le riserve espresse dal movimento #Breakfreefromplastics, e come già motivato nel nostro appello a Starbucks , riteniamo che sia necessario andare oltre al consumo usa e getta che deve essere confinato alle situazioni emergenziali.

L’esperienza della catena di caffetterie inglese Boston Tea Party che è riuscita a riconvertire al riutilizzabile la sua attività  dopo sei mesi di preparazione dimostra che l’operazione è possibile. La catena si è offerta di aiutare altre caffetterie e aziende che vogliono eliminare le tazze usa e getta mettendo a disposizione la propria esperienza. Per motivare i propri clienti a perseverare nella “scelta riutilizzabile”,  per ogni caffè o drink da passeggio venduto in tazza to go (riutilizzabile) vengono donate 9 pence (il costo di una tazza usa e getta monouso) ad una ong  che si occupa di progetti sociali scelta da ogni caffetteria nel quartiere dove sorgono.

La lotta alla plastica deve abbracciare la strategia del riuso altrimenti, come si può evincere dagli impegni che l’industria sta prendendo per ridurre l’inquinamento da plastica, si corre il serio rischio di spostare l’impatto su altre risorse rinnovabili e biodegradabili che sono già  sovrasfruttate. Ce lo ricorda l’Unep che avverte che entro al 2030 avremo bisogno il 40% in più di risorse come energia, acqua, legno e fibre varie e come ogni anno l’Earth Overshoot Day, ovvero la giornata in cui l’utilizzo di risorse da parte della popolazione mondiale supera quanto gli ecosistemi terrestri possono rinnovare in un anno. Quest’anno il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra”  cade il primo agosto come media globale secondo le stime del Global Footprint Network elaborate per  tutti i paesi. L’Italia però è già in riserva dal 24 maggio scorso.   

Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment?

An association of Italian activists has something to say about Starbucks coming to Italy – but it has nothing to do with the taste of their coffee.

When Starbucks announced it would finally open its first ever Italian branch in Milan this September, it pledged to make its debut in the home of espresso with “humility and respect“.
Comuni Virtuosi, an association of environmentally responsible local authorities across Italy, hopes to hold the US mega-chain to its promise. It’s not asking Starbucks to change its coffee – just what it comes in.
The association is calling on Starbucks’ American management not to use any disposable cups in its Milan roastery, and instead serve drinks exclusively in in-house crockery or reusable to-go mugs.

A company made of 28,000 stores distributed in 77 countries, being attended daily by millions of people, has a huge potential to make a difference contributing to tackle the rising tide of coffee cup and other disposable tableware waste,” Comuni Virtuosi wrote in an appeal addressed directly to Starbucks founder Howard Schultz and backed by NGOs including Greenpeace Italy, WWF Italy and Zero Waste Europe.
By serving coffee in real cups, Starbucks would simply be following the example of thousands of Italian cafés and bars that pour millions of espressi each day into washable cups and glasses for customers to drink as quickly or as slowly as they like.
Our way of drinking coffee til now is much more sustainable than the takeaway coffee to go, that’s sure,” Comuni Virtuosi spokesperson Silvia Ricci told The Local.
While traditional crockery remains more common in Italy than single-use cups, she says, the rise of fast-food chains – such as McDonald’s, which already has over 300 McCafés across Italy – means that disposable tableware is becoming more and more common.
It can be a chance that, through Starbucks, we change some of the more sustainable ways that we are consuming our expresso,” Ricci commented. “The point is that if we are being influenced much more by foreign chains coming to Italy, of course we can slowly change our habits.”

Like many countries, Italy has gradually swapped its traditional patterns of consumption for less sustainable ones. From buying pre-wrapped produce at supermarkets instead of loose at greengrocers to ordering meals delivered at home instead of in a restaurant or shopping online for products shipped in layers of plastic and cardboard, many of our modern conveniences –  just like ordering coffee to go – require more packaging and generate more waste.
And while efforts to recycle or switch to biodegradable materials are welcome, better for the environment by far is using less to begin with.

When Starbucks comes to Italy, it has the opportunity to set a good example, says Comuni Virtuosi. Instead of being offered cups made of paper or bioplastic that still go in the bin after one use, or inviting customers to recycle plastic ones – a costly process that generates yet more emissions – the association would like to see Starbucks present its clientele with a simple choice: buy a reusable mug, or drink your coffee in the café.

If you look at what Starbucks tried [in other countries], like latte levies [a small extra fee for disposable cups] or a discount for using the [reusable] to-go cup – this is not working, it will take ages and ages,” Ricci says.
I’m aware that it’s difficult to start a revolution in lifestyle habits, especially in countries where they are well-established, but in Italy we have the chance to start on the right foot.”

But what about the other great Starbucks debate: will Italians drink American coffee?
I’m not sure whether we would like so much the American coffee,” Ricci laughs, “because we are used to drink not so much liquid, you know?”
Perhaps there are more ways than one that Starbucks should cut back if it wants to make it in Milan.

Jessica Phelan-The Local Italy

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Comuni Virtuosi a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

Starbucks dica no a tazze e bicchieri monouso nel locale che aprirà a Milano a settembre, rendendolo un esempio di sostenibilità a livello europeo e mondiale e incidendo così positivamente sulla spesa dei Comuni per gestire i rifiuti”. A chiederlo è l’Associazione Comuni Virtuosi in vista della prima apertura italiana da parte della famosa catena di caffetterie. L’appello è sottoscritto e supportato da partner nazionali e internazionali: Greenpeace, Wwf, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e Reloop, piattaforma paneuropea multi-stakeholder a sostegno dell’economia circolare.

Nella lettera inviata a Howard Schultz, direttore esecutivo dimissionario di Starbucks, le associazioni chiedono al manager di lasciare in eredità al suo successore Myron Ullman “una rivoluzione verde di Starbucks” che muova i primi passi proprio da Milano, la città che, come raccontato dallo stesso Schultz, ha ispirato la creazione della catena di caffetterie. Dire addio a tazze e bicchieri usa e getta, sottolineano le associazioni, rappresenterebbe “una decisione che è nel solco di provvedimenti che associazioni non governative, governi locali e nazionali, la Commissione Europea e tanti semplici cittadini auspicano per ridurre l’utilizzo di articoli monouso impattanti e combattere il flagello della plastica nell’ambiente”.

Ogni anno a livello globale vengono distribuiti 600 miliardi di tazze in carta o plastica e l’UNEP stima che per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più di legno e di fibre di cellulosa.

L’idea di rivolgersi a Starbucks si basa sulla consapevolezza della forza di un grande gruppo multinazionale nel dettare le tendenze del mercato: “Un’azienda che conta 28 mila negozi presenti in 77 paesi ed è frequentata ogni giorno da milioni di persone ha un enorme potenziale per fare la differenza e dare un’importante contributo per fermare la crescente marea di rifiuti da consumo usa e getta”.

Accanto all’impegno degli amministratori locali a cui dà voce l’associazione Comuni Virtuosi, infatti, perché i modelli circolari diventino realtà c’è bisogno di ridurre i rifiuti alla fonte: “Fino a quando la produzione di rifiuti non verrà minimizzata alla fonte, attraverso la progettazione dai governi locali e nazionali di prodotti e servizi circolari, gli sforzi e le risorse economiche investiti dai governi locali e nazionali continueranno ad essere utilizzati per alleviare il sintomo di un problema, senza affrontarne le cause. I costi di gestione dei rifiuti assorbono una parte significativa del budget dei nostri comuni (finanziata dai contribuenti) che potremmo destinare invece ad altri progetti sociali e ambientali fortemente necessari alle nostre comunità”, prosegue la lettera.

Le associazioni esprimono apprezzamento per gli sforzi di Starbucks sul piano della sostenibilità, attraverso la promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, il disincentivo all’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto NextGen Cup Challenge per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate. Il punto, però, è che “il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo- non elimina il consumo di materie prime, non evita impatti ambientali come la produzione di scarti ed emissioni e neppure i costi di gestione dei rifiuti che ricadono sui governi locali”.

Nella lettera viene richiamato anche il caso della catena britannica Boston Tea Party , che a partire da giugno 2018 ha eliminato tazze e bicchieri usa e getta nei suoi negozi, confermando la fattibilità di un passaggio a contenitori riutilizzabili.

La missiva si conclude con il riferimento al sindaco di Milano Giuseppe Sala, perché “voglia farsi portatore del nostro appello con la sua giunta, nell’interesse dei suoi concittadini e del decoro urbano della città”.

L’appello completo: in italiano e in inglese.

Alcune delle numerose uscite dell’appello ripreso dai media

La Repubblica

I Comuni virtuosi a Starbucks: “Via le tazze usa e getta, la rivoluzione verde inizi da Milano”

La Stampa

Appello a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

IN THE PRESS

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Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment? -The local Italy

Italians ask Starbucks to serve coffee in reusable cups -Treehugger

Appello a Howard Schultz: Starbucks non utilizzi tazze usa e getta in Italia

L’Associazione Comuni Virtuosi rivolge un appello a Howard Schultz, direttore esecutivo dimissionario di Starbucks e al suo successore Myron Ullman affinché non vengano introdotte tazze e bicchieri usa e getta nel primo punto vendita italiano che aprirà a Milano, diventando un esempio di sostenibilità in Europa e nel mondo intero.
L’appello è sottoscritto e supportato da partner nazionali e internazionali come: Greenpeace Italia, WWF Italia, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e la piattaforma Reloop, una piattaforma paneuropea multi-stakeholder a sostegno dell’economia circolare.

Caro Howard Schultz,

Si avvicina l’apertura del Reserve Store, la prima location in Italia, nel cuore di Milano, da lei fortemente voluta e annunciata per il settembre prossimo. Abbiamo appreso dalle sue dichiarazioni rilasciate ai media che l’apertura a Milano è stata ponderata per una decina di anni perché, per entrare nella patria del caffè e dei bar, bisognava farlo “con umiltà e rispetto” per la cultura italiana.

È noto, anche se non in Italia, che Milano è stata la città che “ha cambiato il corso della sua vita” nel 1983, spingendola a fondare Starbucks ispirandosi al modello di bar italiano. Prima di dimettersi da presidente esecutivo e lasciare il gruppo nelle mani del suo successore Myron E. Ullman, ci appelliamo perché lasci in eredità al suo successore una decisione che è nel solco di provvedimenti che associazioni non governative, governi locale e nazionali, la Commissione Europea e tanti semplici cittadini auspicano per ridurre l’utilizzo di articolo monouso e combattere il flagello della plastica nell’ambiente. Le chiediamo pertanto di dare il via ad una rivoluzione verde di Starbucks, a partire dallo Store di Milano, eliminando l’uso di tazze e bicchieri usa e getta.

Un’azienda che conta 28 mila negozi presenti in 77 paesi ed è frequentata ogni giorno da milioni di persone ha un enorme potenziale per fare la differenza e dare un’importante contributo per fermare la crescente marea di rifiuti da consumo usa e getta.

La nostra associazione è formata da oltre 100 comuni italiani impegnati per uno sviluppo sostenibile dei territori e, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, viviamo sulla nostra pelle cosa significhi dover gestire con risorse economiche limitate una crescente produzione di rifiuti spinta dagli attuali stili di vita e di consumo.

Fino a quando la produzione di rifiuti non verrà minimizzata alla fonte, attraverso la progettazione di prodotti e servizi circolari, gli sforzi e le risorse economiche investiti dai governi locali e nazionali continueranno ad essere utilizzati per alleviare il sintomo di un problema, senza affrontarne le cause. I costi di gestione dei rifiuti assorbono una parte significativa del budget dei nostri comuni (finanziata dai contribuenti) che potremmo destinare invece ad altri progetti sociali e ambientali fortemente necessari alle nostre comunità.

Noi sindaci e amministratori comunali vorremmo promuovere da subito modelli di produzione a ciclo chiuso o circolare nei nostri comuni, senza attendere che le misure contenute nelle direttive europee, parte del pacchetto sull’economia circolare vengano recepite dal nostro governo centrale, aspettando ancora un paio di anni. Se vogliamo mantenere le temperature globali entro i 2 ° il tempo stringe ed è necessario intervenire al più presto a livello nazionale come locale e l’intera industria ha il dovere di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo facendo “bene da subito”, piuttosto che “meno male”.

Apprezziamo gli sforzi compiuti da Starbucks nella promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, nello scoraggiare l’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto NextGen Cup Challenge per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate.
Tuttavia il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo- non elimina il consumo di materie prime, non evita impatti ambientali come la produzione di scarti ed emissioni e neppure i costi di gestione dei rifiuti che ricadono sui governi locali. Specialmente se si tratta numeri importanti come i 600 miliardi di tazze in carta o plastica che si stima vengano distribuite a livello globale ogni anno.
Eppure il caso della catena di caffè indipendente, Boston Tea Party nel Regno Unito, che ha eliminato questo mese tazze e bicchieri usa e getta nei suoi negozi, conferma la fattibilità di un passaggio a tazze riutilizzabili.

Secondo l’UNEP per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più  di legno e fibre di cellulosa.
In Italia potremmo evitare qualsiasi tipo di azione correttiva ex post partendo con il piede giusto, servendo cioè bevande, aperitivi in stoviglie di ceramica, vetro o in contenitori da passeggio riutilizzabili. Combinando così  in un’offerta molto più sostenibile la miscela di caffè americano appositamente sviluppata per l’Italia e la nostra tradizione nel bere il caffè.

Augurandoci di poterla incontrare durante l’inaugurazione del Reserve Store in piazza Cordusio ci auguriamo di poter ricevere il prima possibile un riscontro favorevole alla nostra proposta.
Sottoscrivono e sostengono questo appello a livello nazionale Greenpeace Italia, WWF Italia,  Zero Waste Italy e a livello internazionale Zero Waste Europe insieme alla piattaforma Reloop, una piattaforma paneuropea multi-stakeholder a supporto dell’economia circolare.

Riponiamo fiducia nel fatto che il sindaco di Milano Giuseppe Sala voglia farsi portatore del nostro appello con la sua giunta, nell’interesse dei suoi concittadini e del decoro urbano della città.

Distinti saluti

Direttivo Associazione Comuni Virtuosi

Vai all’appello in inglese.

IN THE PRESS

We won’t save the Earth with a better kind of disposable coffee cup

Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment? -The local Italy

Italians ask Starbucks to serve coffee in reusable cups -Treehugger

Starbucks and Howard Schultz: please do not introduce disposable cups in Italy

The Italian association of green cities (Comuni Virtuosi) appeals to Howard Schultz, the outgoing of Starbucks and his successor Myron Ullman not to introduce any disposable cups or glasses in its first location in Italy, in the heart of Milan’s city center and become a leading example in Europe and in the whole world.
The appeal is signed and supported by national and international partners such as:  Greenpeace Italy, WWF Italy, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe and the Reloop Platform, a pan-European multi-stakeholder platform supporting circular economy.

Dear Howard Schultz,

The opening of the Reserve Roastery your first location in Italy, in the heart of Milan’s city center, which you supported, is quickly approaching. We learned from your media statements that the opening in Milan has had to wait ten years because, “to enter in the homeland of coffee and bars“, one had to do it “with humility and respect” for the Italian culture.

It’s well known, although not very much in Italy, that Milan was the city that “changed the course of your life” in 1983 inspiring you to create Starbucks – re-imagining the Italian coffeehouse tradition in America. Before you step down as executive chairman and leave the group in Myron E. Ullman hands, we ask you to take a leadership role on the last action – your legacy – action that is greatly anticipated by non-governmental groups, local governments, the European Commission and citizens all over the world committing to fight the plastic scourge and to reduce the usage of all single-use items. Please lead this green revolution starting in Milan by eliminating the use of disposable cups and glasses.

A company made of 28 thousand stores distributed in 77 countries, being attended daily by millions of people has a huge potential to make a difference contributing to tackle the rising tide of coffee cup and other disposable tableware waste.

We are an association of Italian green municipalities (Associazione Comuni Virtuosi) committed  to a sustainable development of our territories, and, as far as waste management is concerned, we live on our skin what it means to handle an increasing waste production due to changed lifestyles and consumption with little financial resources.

Until waste production won’t be prevented at source by designing circular products and services, the efforts and economic resources invested by local and national governments will continue to be used to alleviate the symptom of a problem, without affecting the causes. Waste management costs drains a significant part of the municipalities’ budgets (resulting from taxes payers) that we could allocate instead for other social and environmental projects badly needed by our communities.

We as mayors and city councilors are willing to promote closed-loop or circular production models in our municipalities right now, without waiting for the measures contained in the European directives part of the circular economy package, to be implemented by our central government within a couple of years. As time is running out for limiting global temperatures by 2 ° we believe action has to be taken now, at national and local government s and the whole industry must contribute doing well from scratch, rather than less badly.

We appreciate the efforts made by Starbucks in promoting a reusable cup and the 5p levy applied in some coffee shops in London to discourage the single use cup serving, as well as the huge financial resources allocated in the NextGen Cup Challenge project to develop disposable cups that can be recycled or composted. However, a recycling policy does not prevent, like a reuse strategy, the consumption of raw material, does not avoid the environmental impacts of disposable packaging -like waste and emissions- and the financial burden of managing waste for local governments.  Especially if we think that each year an estimated 600 billion paper and plastic cups  are distributed globally.
The case of the independent coffee chain, Boston Tea Party in the UK eliminating all disposable cups from this month in its shops, confirms the feasibility of a shift to reusable cups and glasses.

According to UNEP to support the demand for resources from the world’s population in 2030 we will need 40% more wood and cellulose fibers.
In Italy we will be able to avoid any kind of corrective action and efforts by starting off on the right foot, by serving drinks, aperitifs, in reusable ceramic crockery or in reusable to go containers. Combining thus the blend of American coffee specially designed for Italy and the way we drink coffee in a more sustainable offer.

We look forward to meet you on the day of the inauguration of the Reserve Rostery in Milan, but we are confident of receiving a positive response to our proposal before that date.

This appeal is signed and supported at European level by: Reloop Platform, Zero Waste Europe and Greenpeace Italy, WWF Italy, Zero Waste Italy,  at a national level.

We also trust that the mayor of Milan Giuseppe Sala will be the bearer of our appeal in the interest of his citizens and the urban décor of the city.

Sincerely yours

Associazione Comuni Virtuosi
Board of Directors

The Italian version of the appeal 

IN THE PRESS

We won’t save the Earth with a better kind of disposable coffee cup

Forget the coffee, what will Starbucks do to Italy’s environment? -The local Italy

Italians ask Starbucks to serve coffee in reusable cups -Treehugger

 

 

L’ACV invita nuovamente la GDO a scegliere il riuso


GDO: nella giornata internazionale dell’ambiente dedicata al contrasto dell’inquinamento da plastica c’è (nuovamente) posta per te. Alla luce dell’iniziativa finalmente intrapresa da un’insegna della Distribuzione Organizzata come NaturaSì con il supporto di Legambiente abbiamo inviato il seguente messaggio ai referenti delle principali insegne della GDO perché adottino il riuso in tutte le sue possibili forme. 

Gentilissimi,
qualcuno di voi potrebbe ricordare la nostra iniziativa “Mettila in Rete” , di ormai otto anni fa, che proponeva di mettere a disposizione un’opzione di sacchetto riutilizzabile nel settore ortofrutta. L’iniziativa è stata da noi caldeggiata durante le nostre tre edizioni della settimana nazionale “Porta la Sporta” partecipate da oltre 23 insegne della GDO che si sono succedute dal 2010 al 2013.

Da allora ci sono stati alcuni grandi cambiamenti : è aumentata l’informazione scientifica sull’inquinamento da plastica, è cresciuta l’attenzione dei media sul tema e pertanto anche la consapevolezza dell’opinione pubblica sull’urgenza di affrontare il problema anche attraverso le scelte quotidiane.
Anche sul fronte europeo sono stati fatti grandi passi avanti. Lo scorso 22 maggio con l’approvazione in via definitiva delle quattro direttive sui rifiuti costituenti il cosiddetto «Pacchetto economia circolare», la comunicazione Strategia sulla Plastica e la proposta di direttiva per i 10 prodotti in plastica usa e getta (che impattano maggiormente sul marine litter), è stata inaugurata una transizione verso un modello di produzione più circolare che previene il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. L’opzione del riuso è promossa in tutte le direttive e comunicazioni della Commissione Europea come la migliore strategia per ridurre l’uso di contenitori usa e getta e gli stati membri sono invitati a fissare obiettivi nazionali di riduzione mettendo a disposizione prodotti alternativi presso i punti vendita, o impedendo che i prodotti di plastica monouso siano forniti gratuitamente.

Il provvedimento entrato in vigore lo scorso gennaio che obbliga ad utilizzare sacchetti biodegradabili è stato da noi criticato come associazione perché non riduce di fatto il consumo di risorse e per gli effetti collaterali che ha causato, tra i quali l’impedire l’uso di sacchetti riutilizzabili, eventualmente messi a disposizione dai supermercati, e contribuire all’aumento delle vendite dell’ortofrutta confezionata in plastica.

NATURASI’ ENTRA IN AZIONE
Il nostro plauso va oggi a NaturaSì che, con il supporto di Legambiente, ha deciso di uscire dalla situazione di stallo creata dai vari rimpalli decisionali ad opera delle circolari ministeriali (e dal parere del Consiglio di Stato) per lanciare oggi un’iniziativa per la giornata mondiale dell’ambiente  in cui verranno distribuiti 100 mila  sacchetti a rete riutilizzabili nei negozi specializzati del biologico NaturaSì e Cuorebio.
Come si può leggere su Greenreport.it o Repubblica, questa del gruppo EcorNaturaSì è la prima iniziativa di questo tipo in assoluto lanciata dopo l’entrata in vigore del provvedimento sui sacchetti biodegradabili che, secondo il Presidente del gruppo Paolo Brescacin  “vuole diventare esempio per tutta la grande distribuzione italiana”.  

Anche noi come associazione non siamo stati “con le mani in mano” e vi abbiamo :

A) PROPOSTO UN’ALTERNATIVA PER “AGGIRARE” la normativa sull’igiene che permetterebbe di fare a meno del sacchetto ortofrutta, ispirati da un’idea avuta da un supermercato di Sirolo nelle Marche. Si tratterebbe di mettere a disposizione dei clienti che non vogliono servirsi di un sacchetto monouso, un cestello ortofrutta con manici per trasportare alle casse gli acquisti di frutta e verdura pesata (senza sacchetto) alle bilance. Questo cestello potrebbe essere eventualmente dotato di un supporto dove fare aderire le etichette da presentare alle casse con un rivestimento di similtessuto sul quale le etichette possano aderire come nei modelli di sacchetto adottati da NaturaSì e Despar a Vienna.
Una volta pagato l’ortofrutta alle casse i clienti possono utilizzare le proprie borse o altri contenitori per trasportare gli acquisti sino a casa.
Questi cestelli ortofrutta potrebbero essere sanificati dal personale interno oppure essere affidati alla aziende di pooling che già gestiscono la logistica e la sanificazione delle cassette ortofrutta
riutilizzabili. Come associazione siamo membri di R1-Reuse e accaniti sostenitori del riuso dei contenitori sia come imballaggi primari che secondari e terziari  e crediamo che la GDO abbia al suo interno un potenziale di riuso enorme ancora da sviluppare.
B) ABBIAMO TROVATO UN’AZIENDA TESSILE DISPOSTA A PRODURRE UN PROTOTIPO di sacchetto in fibra sintetica su vostra richiesta che sarebbe non solamente un prodotto Made in Italy, ma anche Made Green in Italy.
Un eventuale sacchetto realizzato in filato da plastica riciclata potrebbe infatti ambire all’ottenimento di questa certificazione recentemente pubblicata in gazzetta ufficiale.

Restiamo pertanto in fiduciosa attesa di ulteriori adesioni al sistema riutilizzabile da parte vostra e resto (come sempre) a disposizione per ogni chiarimento o supporto in merito.

Cordiali saluti

Silvia Ricci
Responsabile campagne
Associazione comuni virtuosi

Video :
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