Deposito su cauzione: strada obbligata per raggiungere obiettivi di raccolta al 90% per le bottiglie

Per raggiungere gli obiettivi di raccolta e riciclo annunciati dall’industria delle bevande il deposito su cauzione è una strada obbligata 

Intervista a Silvia Ricci, Responsabile Campagne ACV a cura di ESPER

Premessa : dopo che questa intervista ha avuto luogo la Commissione Europea ha reso note, il 28 maggio scorso, le nuove misure per i 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa. Questa direttiva mirata al consumo di plastica usa e getta è parte integrante della  “Plastics Strategy” e un importante aspetto del piano di azione  per l’Economia Circolare.  Per quanto riguarda le bottiglie di plastica -entro il 2025- gli Stati membri dovranno raccogliere il 77% dell’immesso al consumo che passerà al 90% cinque anni dopo , introducendo, ad esempio, sistemi di cauzione-deposito. (Direttiva Single Use Plastics : aggiornamento 27-03-2019 qui)

D. L’Associazione Comuni Virtuosi (ACV) da qualche anno si è espressa a favore dei sistemi di deposito su cauzione così come adottati all’estero…
R. L’ACV si è espressa a favore del Deposito su cauzione per i contenitori di bevande perché le oltre 40 esperienze di sistemi di cauzionamento diffuse nel mondo (a livello nazionale o locale) hanno dimostrato che non esiste un altro sistema in cui tutti gli attori abbiano dei vantaggi, in grado di ottenere gli stessi risultati e che si ripaghi da solo. Il deposito su cauzione è uno degli schemi possibili, probabilmente il più efficace per garantire il ritorno degli imballaggi a fine vita in nuovi cicli economici. Inoltre contribuisce al contenimento dei costi della raccolta differenziata (per i Comuni è un costo rimborsato parzialmente dal sistema Conai: meno rifiuti da imballaggio da gestire, meno spese per la comunità); diminuisce la quantità di contenitori di bevande abbandonate nell’ambiente; diminuisce la quantità di contenitori inviati ad incenerimento o in discarica e con essa i costi sanitari conseguenti all’inquinamento dell’aria, dei suoli e delle acque causato dai due sistemi di smaltimento.


D.In Italia (e non solo)  gli oppositori del deposito su cauzione affermano che questi sistemi sono costosi e che tali costi si riflettono sulle comunità. E’ vero?
R. Assolutamente no. Chi conosce come funziona il cauzionamento ha ben chiaro che il sistema non costa nulla all’utente finale che riceve indietro l’importo della cauzione pagato acquistando la bevanda. Le notizie che arrivano da sistemi di cauzionamento maturi come quello tedesco e quello norvegese confermano che il sistema si ripaga da sé, grazie anche alle quantità di materiale pulito e di valore che tornano ad alimentare l’industria dell’imballaggio. La grande distribuzione che gestisce la raccolta dei vuoti e rimborsi, non solo non ci perde, ma ottiene al netto delle spese, un piccolo guadagno per ogni vuoto gestito (derivante dai proventi della vendita degli imballaggi ai riciclatori e da un compenso per il servizio svolto). Una fonte aggiuntiva di entrate che si investe per fare funzionare il sistema arriva dal contributo pagato dai produttori per la modesta percentuale dei contenitori che non vengono restituiti. Pertanto le comunità, al contrario, ci guadagnano perché, essendo la raccolta differenziata dei contenitori di bevande gestita e finanziata dai produttori e non a carico delle municipalità, le bollette dei rifiuti diventano più leggere per i cittadini.
Esiste un pregiudizio rispetto al sistema da parte di amministratori nazionali e locali. Il principale timore è che la perdita della parte di imballaggi di maggior valore possa ridurre le entrate derivanti dalla RD ai Comuni senza abbassare determinati costi fissi, poiché regolati da contratti a scadenza decennale tra comuni e gestori dei servizi di raccolta differenziata. Per rispondere a questi timori la Piattaforma multi-stakeholder Reloop per la promozione dell’economia circolare ha realizzato uno studio comparativo (in progress) che ha analizzato oltre 25 diversi sistemi di cauzionamento evidenziando l’entità dei risparmi che si è verificata per gli enti locali in tutti i casi trattati.
D.Quali sono gli ultimi esiti relativi all’adozione del sistema in Europa?
R.L’ultimo paese è stato la piccola Lituania dove il sistema è partito nel 2016 su iniziativa della stessa industria che ha trovato economicamente più conveniente organizzare e finanziare un proprio sistema che pagare ai Comuni i costi di raccolta differenziata dei contenitori di bevande. La consegna dei vuoti (plastica, vetro, lattine) avviene in Lituania attraverso postazioni automatizzate posizionate per lo più nei supermercati. L’importo della cauzione di 10 cent viene restituito agli utenti sotto forma di buono scontabile sulla spesa.
I risultati comunicati dopo un anno a fine 2017 sono stati salutati come superiori alle aspettative. Infatti la percentuale di intercettazione è passata del 34% delle bottiglie in PET ad una media del 91.9% (83% per il vetro e il 93% per le lattine).

D.I grandi brand dell’industria del beverage hanno annunciato obiettivi sfidanti come contribuire a raccogliere entro il 2025 una quantità di contenitori pari all’immesso al consumo e di aumentare la percentuale di materia post consumo come faranno? 
Le ultime direttive europee e la strategia sulla plastica, nonché fenomeni come il marine litter e avvenimenti come la chiusura delle frontiere cinesi agli scarti delle economie più sviluppate, hanno spinto le aziende a mostrare il loro ” lato verde”, o presunto tale. La Coca Cola dichiara di voler collaborare con altri stakeholder per il raggiungimento “dell’intercettazione totale” mentre annuncia un raddoppio dal 25% circa al 50% del contenuto di materia riciclata. Altre marche come Evian di Nestlè ambiscono al 100%. Per raggiungere entrambi gli obiettivi le multinazionali sanno benissimo che non hanno altra scelta rispetto all’appoggiare i sistemi di cauzionamento. Purtroppo, domina ancora una certa schizofrenia in aziende come la Coca Cola che in alcuni paesi come il Regno Unito decidono di appoggiare il deposito su cauzione annunciato dal governo, e poi fanno di tutto per rimandarlo in altri come in Olanda. Tuttavia il cammino del cauzionamento è inarrestabile. Soprattutto in Europa dove i produttori dovranno coprire almeno l’80% dei costi di avvio a riciclo dei propri imballaggi entro il 2025. L’industria pare si stia infatti attivando a valutare la fattibilità di un cauzionamento in paesi come Cecoslovacchia, Malta, Francia, ecc.

Dall’Olanda una campagna social per combattere i rifiuti plastici

E’ partita ufficialmente il 25 maggio PickUp10 la nuova campagna del surfer e biologo olandese Merijn Tinga, promotore dell’iniziativa The Plastic Surfer per liberare mari e oceani dai rifiuti plastici.

PickUp10 è una campagna social che potenzialmente coinvolge tutte le persone che si imbattono in un rifiuto da imballaggio abbandonato e che vogliono “fare di più” rispetto al mero raccogliere.

Merijn Tinga si è imbattuto nella problematica del marine litter praticando il surf , una delle sue passioni. Dal 2014 ha promosso alcune iniziative di sensibilizzazione sull’inquinamento da plastica che hanno avuto come denominatore comune, non solamente la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma soprattutto la ricerca di soluzioni.

Come ha dichiarato anche in occasione del lancio di Pick Up 10 “D’ora in poi dal littering deve arrivare una richiesta di cambiamento, bisogna andare oltre alla semplice gestione dei sintomi affrontandono le cause “.

Per partecipare all’iniziativa è sufficiente collegarsi al sito  PickUp10.org  e scattare una foto del rifiuto, prima di raccoglierlo e conferirlo correttamente. La campagna si avvale della tecnologia di riconoscimento immagini di Google che permette di ottenere da una semplice foto dati che il programma rielabora in modo da registrare e archiviare nella banca dati del sito web della campagna: la tipologia del rifiuto, la marca del produttore, l’ora e il luogo del ritrovamento.

Scopo dell’iniziativa è raccogliere quanta più evidenza possibile sul fenomeno del littering da poter presentare ai decisori politici e aziendali, in modo da invitarli a mettere in campo delle soluzioni efficaci per prevenire che i rifiuti vengano dispersi nell’ambiente e trovino la strada verso i mari.

Rendere noto attraverso il brand audit in tempo reale quali sono i prodotti e le marche che sono maggiormente presenti tra i rifiuti raccolti, è un sistema che si è dimostrato efficace per elaborare delle proposte legislative e per spingere i decisore aziendali ad assumersi la responsabilità sul fine vita dei propri imballaggi.

Questa iniziativa contiene degli elementi interessanti di novità sia sotto l’aspetto del coinvolgimento dei singoli, ai quali viene chiesto di raccogliere e fotografare almeno 10 rifiuti in plastica, che dei decisori politici e aziendali, che verranno informati sugli esiti e invitati ad agire dallo stesso Tinga.

Facilità di adesione partecipazione

Per quello che è dato conoscere il sito web PickUp10.org è stato sviluppato in modo tale da attivare la partecipazione di un vasto pubblico rendendo facile scattare foto e invitare i propri amici a fare altrettanto.  Vai al video per maggiori informazioni.

Sentirsi parte della soluzione di un problema

Raccogliere in pochi quello che la maggioranza butta è sempre stato un fattore di grande frustrazione per coloro che i rifiuti li raccolgono. Al contrario, aderire ad un’iniziativa come questa che, se partecipata, potrebbe fornire informazioni importanti e stimolare l’industria a collaborare alla soluzione del problema, potrebbe motivare maggiormente le persone a perseverare nell’impegno.

Partner: National Geographic

Contemporaneamente al lancio di Pick Up 10 il National Geographic, partner del progetto lancia con il mese di giugno “stop alla plastica” un’iniziativa di cui Tinga è testimonial.
L’iniziativa di giugno è a sua volta parte della campagna Planet or Plastic, la campagna pluriennale del National Geographic presentata recentemente che unirà le forze con Sky Media nell’iniziativa Sky Ocean Ventures.

Tornando a Pick Up 10, il National Geographic sosterrà l’iniziativa in vari modi, tra i quali raccogliere, in occasione del suo Beach CleanUp, organizzato per il prossimo 24 giugno, le bottiglie di plastica che serviranno per realizzare una nuova tavola da surf per Tinga che verrà stampata in 3D.
La tavola verrà utilizzata da Tinga per partecipare ad una staffetta internazionaledi di Surf Foil alla quale prenderanno parte surfisti di fama internazionale sempre per sensibilizzate sul tema del marine litter.

TRAGUARDI DI PICK UP 10

Il Plastic Soup Surfer, alias Marijn Tinga, ha già reso note le azioni che andrà ad intraprendere, a seconda dell’andamento della campagna, in termini di foto ricevute.

Traguardo 10.000 foto: recarsi presso le multinazionali del settore alimentare, come Unilever, per chiedere di realizzare azioni e progetti efficaci capaci di prevenire l’abbandono dei rifiuti.

100.000 foto : entrare in contatto con aziende del beverage a livello internazionale per richiedere che sostengano l’introduzione di sistemi di deposito su cauzione in Europa e oltre. Tinga ha guadagnato fama nazionale lanciando una petizione di successo a favore dell’ampliamento del deposito su cauzione esistente presentata al parlamento olandese. Nonostante alcuni partiti politici, Enti locali e pubblica opinione fossero favorevoli al cauzionamento, l’industria del beverage è riuscita a posticiparne l’entrata in vigore di due anni con la promessa di raggiungere nel frattempo il 90% di intercettazione dei contenitori di bevande e una riduzione di oltre il 70% del littering.

1 milione di foto: rivolgersi alle multinazionali del settore alimentare per chiedere loro di supportare i sistemi di gestione dei rifiuti nei paesi in via di sviluppo.

Ufficiali giudiziari alla porta della GDO olandese e dell’industria

E’ ancora in corso un’iniziativa di Tinga partita lo scorso anno che ha consegnato, in presenza di un ufficiale giudiziario, una sorta di “citazione” ai rappresentanti delle maggiori insegne di supermercati olandesi e ai produttori di bevande che vengono così messi a conoscenza dei danni ambientali arrecati dai rifiuti in plastica agli ecosistemi. Dopo avere recapitato il documento alle aziende leader della GDO olandese e ai responsabili di marche come Heineken, Coca Cola e Pepsi, le prossime visite interesseranno l’industria alimentare e i produttori di cosmetici.

Clicca qui per vedere il trailer del documentario From Source to Sea che documenta un’azione compiuta da Tinga un anno fa percorrendo su una tavola da surf (SUP)  per misurare l’inquinamento da plastica del fiume Reno dalla fonte al mare.  «Sup» è l’acronimo di Stand Up Paddle: un’attività praticata con un tavola da surf di grandi dimensioni (longboard) e una pagaia. La tavola impiegata realizzata con rifiuti di plastica  è stata progettata  dallo stesso Tinga.

Nata la rete europea per promuovere il riuso del pakaging, noi ci siamo!

Presentata “R1-Reuse”, la rete del riuso, con il duplice obiettivo di ottenere una regolamentazione europea che riconosca ufficialmente il valore sostenibile del riutilizzo e di colmare il circularity gap

EURepack, il consorzio italiano di aziende che promuovono l’imballaggio riutilizzabile, ha presentato “R1-Reuse”, la rete europea per il riutilizzo formatasi con l’obiettivo specifico di accreditare maggiormente il tema del riuso a livello di istituzioni comunitarie e di opinione pubblica.
Nell’ambito del convegno intitolato appunto “R1-Reuse, la rete europea per il riutilizzo” è stata analizzata la funzione strategica del riutilizzo come modello sostenibile per definizione. “Affiancata da ricercatori, consorzi e lobby internazionali, nonché da aziende italiane ed europee che incentrano il proprio business sul riuso, EURepack ha mostrato come i sistemi d’imballaggio riutilizzabili non generino rifiuto e si inseriscano in una catena virtuosa di valore per l’economia circolare” ha affermato Carlo Milanoli, presidente di EURepack. “In un modello produttivo basato in larga parte sull’obsolescenza programmata dei beni nostro consorzio vuole sottolineare come esistano dei modelli di business basati sui sistemi di imballaggio riutilizzabili che propongono un’alternativa reale ed efficace al problema ecologico e che necessitano di maggiore riconoscimento a livello di istituzioni comunitarie e di opinione pubblica”.

La voce dei comuni virtuosi auspica una più diffusa adozione di sistemi di imballaggio riutilizzabili. L’Associazione Comuni Virtuosi, che da oltre un decennio promuove buone pratiche di gestione dei rifiuti a livello locale, così come campagne nazionali mirate alla prevenzione e alla riduzione dei rifiuti, ha sottolineato la necessità di un cambiamento a livello di processi produttivi che, come ha certificato un recente rapporto di Circle Economy sono prevalentemente lineari per una percentuale superiore al 90% delle aziende, con tutte le ben note esternalità negative tra cui la produzione di rifiuti. “I rifiuti, inclusi quelli da imballaggio, crescono spinti dai nuovi stili di vita e di consumo come il commercio online e il consumo di cibi pronti. Questo aumento dei rifiuti richiede non solamente un ripensamento di nuovi sistemi di raccolta mirati a tipologie di imballaggi difficilmente intercettati dai sistemi di raccolta domiciliare, ma anche iniziative di prevenzione e riduzione efficaci mirate a manufatti usa e getta, imballaggi primari e commerciali” ha spiegato Silvia Ricci, responsabile campagne dell’Associazione, aggiungendo “Per questo vogliamo lavorare con Eurepack e altri partner nazionali oltre che europei come la piattaforma Reloop, affinché i sistemi che prevedono l’impiego di contenitori riutilizzabili vengano promossi e adottati”. Secondo l’Associazione Comuni Virtuosi i sistemi riutilizzabili adottabili nel settore B2C ma anche B2B, con un estensione dei sistemi di cassette e pallet riutilizzabili anche nei mercati cittadini, possono portare, già nel breve periodo, benefici ambientali ed economici di cui trarrebbero tutti beneficio. Meno costi per gli enti locali e bollette più leggere per i cittadini si traducono in maggiore capacità di spesa per le famiglie, senza parlare della maggiore occupazione che i sistemi di riutilizzo garantiscono”.

Recenti studi universitari quantificano l’importanza del riuso
Lo studio sul riutilizzo degli imballaggi in Italia commissionato da Conai al Politecnico di Milano ha evidenziato che in Italia sono presenti ben 38 diverse declinazioni del riutilizzo, suddivise tra le seguenti tipologie: 37% plastica, 24% acciaio, 18% legno, 11% alluminio, 5% vetro e 5% carta e cartone. Uno dei settori di utilizzo principale è quello del food&beverage, dove giocano un ruolo importante nel comparto ortofrutticolo le cassette in plastica gestite da società di pooling. La valutazione tramite metodologia LCA (Life Cycle Assessment) degli impatti ambientali del ciclo di vita di varie tipologie di imballaggi ha evidenziato come l’impatto ambientale dovuto al processo di rigenerazione ad ogni ciclo sia generalmente modesto rispetto a quello associato alla produzione dell’imballaggio stesso e sia associato prevalentemente al trasporto dall’utilizzatore all’impianto di rigenerazione e alla gestione dei residui rimasti nell’imballaggio. Questo suggerisce l’importanza di una corretta dislocazione sul territorio degli impianti di rigenerazione e il ruolo dell’utilizzatore nella circolarità dell’imballaggio. Anche il consorzio spagnolo del riuso Areco (Asociación de Operadores Logísticos de Elementos Reutilizables Ecosostenibles) ha promosso uno studio sui vantaggi economici ed ambientali della cassetta riutilizzabile in plastica realizzato con l’Unesco e l’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona. In un primo abstract dei risultati derivanti dal confronto tra contenitori di plastica riutilizzabili e i tradizionali monouso in cartone risulta che questi ultimi in Spagna abbiano un indice di riciclo dell’80%, a fronte del 100% delle cassette riutilizzabili in polipropilene e polietilene. Si stima che le cassette di plastica abbiano un ciclo di vita che va dai 10 ai 15 anni, e che vengano impiegate a rotazione per 10 volte all’anno. Viceversa, il contenitore di cartone monouso, una volta utilizzato, deve essere avviato agli impianti di riciclo.

Aziende per cui l’innovazione è il riuso
Partendo dai dati relativi al consumo di pizza in Italia la bresciana Michelangelo Metal Box ha rilevato che le pizze da asporto ordinate annualmente ammontano a 1,6 miliardi, con uno spreco di circa 2 milioni di cartoni al giorno. L’azienda ha così inventato e brevettato il contenitore in alluminio riutilizzabile per pizza da asporto, che mantiene inoltre inalterato il sapore e la temperatura. Tale recipiente può essere impiegato fino a 10 volte e rigenerato sprecando minor energia rispetto al cartone. Dall’esigenza di confezionamento delle zucche della Fellini Patrizio è partita la ricerca per un imballaggio innovativo ed ecologico: la Fellybag, una borsa elastica, robusta, lavabile e riciclabile che risolve la problematica degli shopper usa e getta.
La società finlandese RePack ha creato un sistema di imballaggi riutilizzabili con materiali riciclati ideale per gli acquisti online. Le aziende che aderiscono al sistema addebitano una cauzione sul packaging che viene restituita una volta che, dopo aver ricevuto la merce, il cliente rispedisce al mittente l’imballaggio. Le buste di RePack possono essere riusate almeno 20 volte: uno studio LCA ha stimato che la loro impronta ecologica è del 50% inferiore rispetto ad equivalenti versioni monouso.

La situazione presso la Commissione Europea
Clarissa Morawski, co-fondatrice e managing director di Reloop, la prima piattaforma paneuropea con sede in Germania, Spagna e Belgio attiva sulle questioni relative ai rifiuti e al business ad essi correlato nell’ambito dell’Unione Europea ha illustrato come, in seno al Parlamento Europeo, sia in corso un dibattito sul tema degli imballaggi riutilizzabili. In particolare, gli europarlamentari sono in procinto di valutare una policy sull’economia circolare che distingua il rifiuto adatto al riciclo da ciò che invece può e deve essere riutilizzato, anche per incoraggiare la pratica del riuso con incentivi e con normative ad essa dedicate. Ha concluso il suo intervento esortando tutti coloro che operano nel campo del riutilizzo a fare realmente “rete”, a supporto di chi a livello di istituzioni europee è chiamato a regolamentare il tema, affinché le normative che vedranno la luce già nei prossimi mesi, effettivamente agevolino gli operatori nei rispettivi contesti. In aggiunta, l’On. Elisabetta Gardini, membro della Commissione Ambiente dell’Europarlamento, si è interessata al dibattito e si è impegnata ad organizzare un prossimo appuntamento sul tema del riutilizzo e a promuovere l’argomento a Bruxelles in seno ai dibattiti in corso.

Anche Gianluca Bertazzoli, in rappresentanza di Polieco, consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti dei beni a base di polietilene, ha evidenziato come a suo giudizio emerga poca chiarezza nella definizione corrente di “imballaggio riutilizzabile”. L’auspicio è quindi che il tema del riutilizzo venga normato a livello nazionale ed europeo in modo da avere certezze operative condivise.

Occorre colmare il circularity gap
Il recente  Circularity Gap Report di Circle Economy che evidenziato che solamente il 9% dell’economia mondiale è circolare. Occorre pertanto valorizzare i materiali che sono già comunemente impiegati, visto che anche in Italia gli imballaggi costituiscono il 35-40% in peso, ed il 55-60 % in volume, dei rifiuti solidi urbani che si producono ogni anno.

In conclusione Carlo Milanoli a nome di Eurepack, ha ribadito:” I contenitori riutilizzabili sono il futuro, l’unica vera risposta alle esigenze dell’economia circolare. Intendiamo garantire il massimo impegno per allargare e sviluppare la rete europea del riutilizzo che abbiamo identificato, promuovendo e collaborando ad iniziative comuni che accreditino maggiormente i sistemi di imballaggio riutilizzabile. Ci appelliamo pertanto ad aziende ed enti istituzionali italiani e comunitari affinché dialoghino col nostro consorzio e lavorino con noi per stabilire definizioni precise e normative atte a valorizzare l’operato dei nostri consorziati ed a riconoscere il modello operativo da essi proposto come tra i migliori possibili nel mercato attuale”.

 

EURepack (European Reusable Packaging & Reverse Logistics Consortium) 

Istituito nel 2010 a Milano, il Consorzio EURepack (European Reusable Packaging & Reverse Logistics Consortium) è una realtà senza fini di lucro nata con lo scopo di promuovere la diffusione degli imballaggi riutilizzabili, in sostituzione di quelli a perdere, in tutti i settori della produzione e distribuzione dei beni di largo consumo, evidenziandone i vantaggi ambientali in termini di riduzione dei rifiuti solidi urbani e delle emissioni di CO2.
EURepack ha raccolto l’adesione di significative realtà italiane, alcune delle quali emanazione di importanti gruppi europei e multinazionali, che operano come gestori di pooling di cassette in plastica per l’ortofrutta (IFCO Systems, CPR System, EuroPool System, SDI) e di pallets (NolPal, Lucart); società di produzione di imballaggi riutilizzabili per logistica industriale e distributiva (Karton, Schoeller Allibert, Pavoni Italia); società che sviluppano tecnologia per la gestione degli imballaggi riutilizzabili (Colussi); fornitori di servizi logistici (Jolly Service); istituzioni universitarie e organizzazioni ambientaliste (Università dell’Insubria, Legambiente).

Leggi anche : I contenitori riutilizzabili sono il futuro?

Imballaggi : il riciclo per la plastica (e altri materiali) da solo non basta

I marchi leader dei beni di largo consumo si impegnano a rendere tutti gli imballaggi utilizzati riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Che cosa significa in concreto alla luce degli impegni resi noti? E ancora quali sono i limiti legati agli accordi volontari, quali sono le azioni che le aziende non intraprendono e cosa andrebbe fatto da parte dei governi ?

Fioccano negli ultimi mesi gli impegni annunciati dalle aziende per rendere più sostenibili i propri imballaggi e in particolare quelli in plastica, un materiale sempre più sotto i riflettori per gli effetti devastanti sull’ambiente causati da una pessima gestione della sua versione usa e getta.
La pervasività dell’inquinamento da plastica documentata negli ultimi anni da diversi studi che hanno rilevato la presenza di microplastiche a qualsiasi profondità e latitudine degli oceani, negli organismi marini, piuttosto che nei suoli , nelle bevande e nelle acque che beviamo, è diventata una nuova fonte di preoccupazione per l’opinione pubblica.
Non a caso le edizioni 2018 di eventi come la Giornata Mondiale della terra dello scorso 22 aprile e la Giornata Mondiale dell’ambiente del 5 giugno, sono state entrambe dedicate al fenomeno dell’inquinamento da plastica. Ma il tema ha trovato spazio anche nell’agenda del G7 con la pubblicazione di un documento dedicato “Ocean Plastics Charter” sottoscritto da cinque paesi.
Movimenti internazionali come il fronte Break Free From Plastic e Greenpeace hanno aumentato negli ultimi tempi la pressione sull’industria affinché ponga un limite all’immissione al consumo di manufatti usa e getta, con diverse iniziative. Nel report “Una crisi di convenienza. Le multinazionali dietro l’inquinamento da plastica del Pianeta” Greenpeace ha presentato i risultati di un questionario sull’uso di plastica monouso sottoposto a undici grandi aziende di beni di largo consumo (Fast Moving Consumer Goods, FMCG): Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Danone, Johnson e Johnson, Kraft Heinz, Mars, Nestlé, Mondelez, PepsiCo, Procter & Gamble e Unilever dal quale emerge uno stato dell’arte ancora distante dagli impegni presi.

A seguito delle operazioni di pulizia effettuate dai volontari di Break free from plastic sono stati campionati i rifiuti raccolti e stilate delle classifiche delle aziende in base alle marche maggiormente rappresentate. L’immagine a fianco è riferita alle Filippine.

In Europa si è concluso dopo tre anni l’iter che ha portato, con il voto del Parlamento Europeo dello scorso 18 aprile, all’approvazione definitiva del pacchetto per l’Economia Circolare. Lo scorso 16 febbraio la Commissione Europea aveva adottato la sua prima Strategia sulla plastica  e recentemente è trapelata una proposta di Direttiva UE in bozza  (1) che punta ad eliminare o a limitare  il consumo di vari articoli monouso in plastica responsabili del littering e dell’inquinamento dei mari.

Ci sono insomma le condizioni per fare si che le misure contenute nel pacchetto per l’economia circolare vengano colte dall’industria come un’occasione per ripensare in chiave circolare i processi industriali , affrontando quelle cause ed inefficienze responsabili della perdita del valore economico del packaging ( e beni) a fine vita.

Per l’industria della plastica non si tratta solamente di raggiungere gli obiettivi di riciclo per il packaging (rispettivamente il 50% e 55% al 2025 e 2030) ma di abbandonare la logica di produzione e consumo lineare “take-make-dispose” che distrugge in un solo utilizzo il 95% del valore economico dei manufatti in plastica.
La maggior parte delle aziende che hanno reso note le misure intraprese per ridurre l’impatto e le quantità di plastica utilizzata sono noti brand di multinazionali che hanno aderito al programma triennale The New Plastics Economy della Fondazione Ellen McArthur (EMF) e partecipato alla stesura del Piano di azione NPE: Catalysing Action pubblicato ad inizio 2017.
Una buona parte degli impegni annunciati dalle aziende è infatti riconducibile ad azioni indicate nel piano, il primo nel suo genere che, entrando nel dettaglio delle diverse tipologie di packaging in plastica, propone tre strategie basate su riprogettazione, riuso e riciclo da adottare per ciascuna tipologia.

Vediamo a grandi linee dove si concentrano maggiormente gli impegni presi dalle aziende rispetto al packaging, e a seguire la nostra analisi.
L’impegno di massima annunciato dalle oltre 11 aziende aderenti al programma the New Plastics Economy , e  da altre aziende come vedremo, consiste nell’utilizzo esclusivo di imballaggi riusabili, riciclabili e compostabili al 2025.
Alcune aziende si sono spinte ad eliminare tutti gli imballaggi e/o parti di imballaggio di dimensioni ridotte che possono più facilmente finire nell’ambiente e nei mari, e a utilizzare un solo tipo di polimero nella produzione degli imballaggi per rendere più semplice la differenziazione, avere flussi di ottima qualità e nelle quantità necessarie perché il riciclo sia economicamente sostenibile.  Altre, come Werner & Mertz(detergenti) , si sono impegnate ad utilizzare solamente plastica riciclata per il packaging entro il 2025.

La Coca Cola, oltre a raddoppiare la percentuale di PET riciclato nelle sue bottiglie ed arrivare ad almeno il 50%, ha preso più recentemente un impegno piuttosto sfidante all’interno del Sustainability Action Plan for Western Europe: di collaborare cioè con partner locali e nazionali affinché venga raccolta ogni anno una quantità di contenitori  pari a quella che immette al consumo.
Nestlé conta di raggiungere l’obiettivo  utilizzando quelle plastiche che vengono maggiormente riciclate ed evitando l’impiego di packaging in poliaccoppiato, composto cioè da materiali eterogenei difficilmente riciclabile (multilayer flexible packaging) .

In Europa Nestlè punta ad utilizzare complessivamente  nelle sue marche di acqua in bottiglia un 25% di PET da riciclo mentre Danone con Evian ha annunciato che entro il 2025 immetterà al commercio solamente bottiglie prodotte al 100% con plastiche riciclate .

Nel frattempo l’European Federation of Bottled Waters (EFBW), associazione che rappresenta a livello europeo i produttori di acqua in bottiglia ,di cui Mineracqua è parte, ha annunciato gli obiettivi da raggiungere entro il 2025. L’impegno al 2025 è articolato su quattro punti:  a) raccogliere il 90% di tutte le bottiglie in plastica immesse al consumo; b) arrivare al 25% di utilizzo di  PET riciclato (rPET) nella produzione di bottiglie di nuove bottiglie; c)  innovare e investire ulteriormente nell’eco-design dei contenitori per favorire il riciclo e nella ricerca di plastiche di origine rinnovabile; d) sensibilizzare i consumatori per prevenire la creazione di rifiuti, sostenendo iniziative che incoraggino la corretta selezione e lo smaltimento degli imballaggi a fine vita. In realtà non c’è nulla di “coraggioso” in questa dichiarazione poiché si tratta di raggiungere degli obiettivi che sono già compresi nella bozza di direttiva europea e che diventeranno vincolanti e perché le multinazionali aderenti hanno dichiarato di voler utilizzare maggiori quantità di contenuto riciclato nelle bottiglie rispetto al 25%.

Nel piano “Ambition 2030” Procter & Gamble rivela i nuovi target per il packaging dei suoi principali marchi ( tra cui Always, Ariel, Dawn, Fairy, Febreze, Head & Shoulders, Pantene, Pampers) attuabili in due tappe. Entro il 2025  il 95% del suo packaging sarà riciclabile o riutilizzabile mentre per la restante parte del 5%  ( la più problematica a causa dei formati e materiali interessati) si dovrà aspettare il 2030.

Tra gli impegni annunciati da Unilever prendiamo in considerazione quello più sfidante, che riguarda il riciclo delle bustine o sachet usate per commercializzare monodosi di prodotti di detergenza e cosmetica nei paesi a più basso reddito,  dove, purtroppo,  diventano una tipologia di rifiuto spesso abbandonata nell’ambiente.
Queste bustine in poliaccopiato appartengono a quel segmento di packaging (circa il 30% dell’immesso al consumo  secondo il piano Catalysing Action) che non viene riciclato e necessita pertanto di una radicale riprogettazione.  La decisione di Unilever, che per ora pare puntare al riciclo una nuova tecnologia di riciclo denominata CreaSolv Process technology, invece che ad una riprogettazione, si presta per evidenziare alcuni lati deboli della scelta come vedremo più avanti.
Per testarne la sostenibilità economica Unilever si è dichiarata  intenzionata ad aprire un impianto pilota in Indonesia che, con 1.300  tonnellate di rifiuti scaricati in mare  ogni anno è uno dei cinque paesi asiatici responsabili del 55% della plastica che finisce negli oceani.

(1) Aggiornamento: Trovato accordo tra Parlamento e Consiglio Europeo sulle nuove norme proposte dalla Commissione europea per contrastare i rifiuti marini alla fonte, riguardanti i 10 prodotti di plastica che più di frequente vengono trovati sulle spiagge e gli attrezzi da pesca abbandonati.

Sacchetti ortofrutta: la GDO scelga il riuso

La norma entrata in vigore il primo gennaio scorso per i sacchetti ultraleggeri, ha portato anche al centro del dibattito l’opzione del riuso. Tuttavia, tra pareri e sentenze rimane ancora irrisolto il nodo “igiene”, lasciando ancora un margine di incertezza sull’utilizzo di sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta. Da tempo L’Associazione Comuni Virtuosi chiede alla GDO che i consumatori possano acquistare frutta e verdura sfuse usando sacchetti riutilizzabili o in alternativa, vista l’incertezza normativa, degli appositi cestelli ortofrutta disponibili nel reparto. Chiediamo in questa intervista a Silvia Ricci, responsabile campagne dell’associazione di fare il punto della situazione.

Innanzitutto perché è stata la Coop Svizzera invece che qualche insegna italiana a sdoganare il riuso dei sacchetti nel settore ortofrutta?

Domanda più che pertinente visto che l’iniziativa che la Coop Svizzera ha lanciato lo scorso anno non è un’idea nuova per noi visto che chiediamo dal 2010 alla GDO di mettere a disposizione un sacchetto riutilizzabile con l’iniziativa “Mettila in rete”, parte della storica campagna Porta la Sporta.

Ma non solo, anche le più recenti iniziative anti-plastica portate avanti da coalizioni internazionali come Break Free From Plastic e Greenpeace, che invitano le persone a rinunciare alla plastica usa e getta richiamano le proposte fatte all’industria e alla GDO con “Meno Rifiuti più Risorse in 10 mosse” nel 2012.

Questa iniziativa, lanciata in un momento in cui la consapevolezza sull’inquinamento da plastica non era così diffusa come oggi, chiedeva infatti alla prima mossa di riprogettare i prodotti e gli imballaggi di domani con una visione di sistema. Solamente riprogettando i sistemi di distribuzione e commercializzazione dei beni è possibile addirittura eliminare l’imballaggio, ad esempio attraverso il riuso dei contenitori.

Purtroppo gli stili di vita e di consumo non stanno andando verso una riduzione degli imballaggi e dello spreco in generale. Al contrario, le offerte sempre più allettanti di alimenti pronti e a breve scadenza che si trovano nei supermercati o disponibili online spingono verso un maggior consumo che spesso si trasforma in un doppio spreco di imballaggi e cibo. Tesi da noi sostenuta da tempo ed oggetto di un recente studio di Zero Waste Europe.

Il recente parere del Consiglio di Stato ha avuto qualche effetto sulle insegne della grande distribuzione che avevano annunciato ad inizio anno di voler considerare l’introduzione di una soluzione riutilizzabile sull’esempio dell’iniziativa di Coop Svizzera?

Fondamentalmente no perché la grande distribuzione organizzata prima di muoversi in tal senso, come ci hanno spiegato alcuni nostri contatti all’interno della GDO, vuole avere la certezza matematica che il riutilizzo sia permesso. Nel parere continuano a sussistere richiami alla necessità che il contenitore debba essere conforme alla normativa dei materiali a contatto con gli alimenti che esclude di fatto il riutilizzo a favore del monouso. Infatti, anche qualora un sacchetto riutilizzabile ottenesse la certificazione di idoneità al contatto alimentare questa varrebbe solamente per il primo utilizzo perché successivamente il sacchetto potrebbe venire colonizzato da batteri e altri microrganismi (al pari di tutte le superfici degli ambienti che frequentiamo) e pertanto non essere più idoneo.

E ormai improrogabile che arrivi dal Ministero alla Salute un chiarimento che faccia distinzione tra i requisiti di idoneità al contatto alimentare richiesti da un imballaggio a diretto contatto con alimenti pronti al consumo e i requisiti che deve avere un imballaggio a contatto con alimenti che devono essere lavati e/o privati dalla buccia come l’ortofrutta.

In caso contrario, come in parte suggerito dalla ricercatrice Virginia Cravero da voi intervistata, i ministeri dovrebbero farsi carico di uno studio che dimostri che i sacchetti riutilizzabili introdotti dai clienti possono creare problemi sanitari introducendo microorganismi più pericolosi di quelli che già si trovano sulle altre superfici con cui si entra in contatto nei supermercati, dai carrelli, agli schermi delle bilance e così via. Se si vuole permettere il riutilizzo dei contenitori nel settore alimentare dei prodotti freschi è probabilmente necessario un intervento legislativo che sollevi il rivenditore dalla responsabilità di eventuali tossinfezioni riconducibili all’utilizzo del contenitore portato dal cliente. e non causate quindi dall’alimento venduto, a meno che non si verifichi ovviamente il caso di più persone colpite da una stessa tossinfezione dopo aver consumato uno stesso lotto di prodotto.

Come richiamato nello stesso vostro articolo servirebbe un intervento del legislatore equiparabile a quello avvenuto con la cosiddetta legge Gadda n. 166/2016 che ha messo a capo delle ONG che distribuiscono alimenti a scopo benefico la responsabilità della sicurezza alimentare della fase di trasporto, conservazione e utilizzo degli alimenti sollevi il rivenditore dalla “responsabilità di percorso” .

E’ vero che in altri paesi europei non è obbligatorio utilizzare i guanti nel reparto ortofrutta e non ci sono divieti per i sacchetti anche riutilizzabili portati da casa?

Sì è vero: negli altri Paesi europei non è obbligatorio utilizzare i guanti nel reparto ortofrutta e non ci sono divieti per i sacchetti riutilizzabili portati da casa. Tuttavia, fatta eccezione per la Coop Svizzera, non ci sono insegne della GDO che hanno introdotto in tutti i loro punti vendita un sacchetto o retina riutilizzabile. Laddove si trovano, si tratta di singole iniziative nelle Fiandre, Francia e Germania da parte di qualche insegna, su cui però non è stato possibile avere dei resoconti.

Perché la GDO non ha aderito a Mettila in rete e perché il riuso incontra così tanti ostacoli?

Quando proponemmo alla GDO “mettila in rete “ evidentemente i tempi non erano abbastanza maturi per implementare il sistema e in particolare per spingere le insegne a trovare le soluzioni ad alcune piccole criticità, peraltro risolvibili, come la gestione di due tare (riutilizzabile e monouso) e per sviluppare un proprio sacchetto riutilizzabile. A dire il vero, subito dopo il lancio di mettila in rete, una nota insegna aveva presentato internamente un progetto per introdurre una soluzione riutilizzabile in tutti i suoi punti vendita che però non è decollata per l’opposizione del direttore alle vendite. Nonostante alcune insegne come Simply, Conad Leclerc, Coop, Gruppo Gabrielli, avessero valutato un’adozione o effettuato qualche singolo progetto pilota, l’iniziativa non ha preso piede come in Svizzera.

La situazione di stallo attuale sul fronte della prevenzione del rifiuto da imballaggio dimostra che l’industria difficilmente attua volontariamente azioni che prevedano il riutilizzo, a meno che non ci siano incentivi o disincentivi economici, oppure la necessità di conformarsi ad una legislazione. Questo provvedimento rendendo onerosa le cessione del sacchetto aveva infatti spinto qualche insegna della GDO a gennaio a valutare l’opzione riutilizzabile ma poi gli interventi successivi dei ministeri hanno congelato ogni “entusiasmo”.

Quali sono i vostri piani rispetto a questa iniziativa?

Come associazione manteniamo la barra dritta sul riuso e abbiamo proposto alla GDO di sviluppare da subito un sistema che renda possibile pesare l’ortofrutta sfusa, portarla alla cassa e trasferire i prodotti in proprie borse sollevando i supermercati da qualsiasi responsabilità. Non è praticabile con tutte le referenze ma permette una buona riduzione del monouso.

E’ sufficiente, anche in collaborazione con le aziende che già si occupano del trasporto e sanificazione delle cassette lavabili e riutilizzabili in cui si trova esposta l’ortofrutta, dotare i reparti di cestelli ortofrutta con supporto dove apporre le etichette. Questi cestelli che verrebbero regolarmente sanificati diventerebbero, al pari delle cassette riutilizzabili, dei contenitori idonei al contatto e trasporto dell’ortofrutta. E se poi dovesse arrivasse dai ministeri il via libera per l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili, il cestello rimarrebbe comunque uno strumento al servizio dei clienti per trasportare i sacchetti o la frutta sfusa fino alle casse. Come associazione aderente alla piattaforma europea multi-stakeholder Reloop continueremo a promuovere gli imballaggi riutilizzabili sia primari che commerciali (secondari/terziari).

Fonte: Eco dalle Città

Imballaggi in poliaccoppiato : le due o tre cose da sapere sul riciclo

Gli imballaggi in poliaccoppiato introdotti nel mercato dei prodotti alimentari per garantire una maggiore resistenza e protezione e prolungare la freschezza dei prodotti sono imballaggi altamente ingegnerizzati e performanti ma che pongono però seri problemi al riciclo.  

Il post ha subito l’ultimo aggiornamento nel maggio del 2021.

Vediamo quali sono le varietà più comuni di poliaccoppiati costituiti da carta, plastica e alluminio. I diversi strati di questi materiali tenuti insieme da adesivi non possono essere separati manualmente e non tutte le cartiere sono in grado di riciclarli come vedremo.

Una tipologia molto presente nei nostri acquisti sono le carte “speciali” usate per salumi, formaggi e altri prodotti freschi costituiti da uno strato in carta e da una sottilissima pellicola in plastica che vanno nell’indifferenziato. Se queste carte speciali sono facilmente riconoscibili, ci sono altri poliaccoppiati che non lo sono per nulla e possono venire conferiti erroneamente con la carta.
Le confezioni di prodotti da forno come gli involucri per i biscotti (carta + plastica, in genere polipropilene metallizzato) contrassegnate con il simbolo C/PAP81 sino a qualche anno fa non erano riciclabili. Attualmente quasi tutte le marche sono passate a un tipo di poliaccoppiato riciclabile con la carta ottenuto con un intervento sulla progettazione che ha diminuito la quantità di materiale plastico a favore della componente in carta.  Molto probabilmente ha giocato qui un ruolo l’effetto imitazione scatenato dalla prima nota marca che è intervenuta in tal senso su tutte le sue linee di prodotti da forno. E’ comunque consigliabile leggere le indicazioni presenti sulla confezione perché alcune linee di prodotti utilizzano ancora involucri non riciclabili .

QUATTRO CLASSI DI RICICLO PER IMBALLAGGI CELLULOSICI

Gli imballaggi in cartone sono da sempre riciclabili all’interno dei processi cartari, ma i nuovi trattamenti o gli accoppiamenti con altri materiali e sostanze possono rendere le fibre non disponibili per il successivo riciclo in cartiera. Per la corretta progettazione di un imballaggio la filiera della carta ha partecipato alla stesura di un metodo in grado di determinare il grado di riciclabilità degli imballaggi e dei prodotti cellulosici.
Si tratta di  Aticelca 501 /19, una metodica di valutazione in grado di determinare il livello di riciclabilità di materiali e prodotti a prevalenza cellulosica (carta e cartone). Si basa su una analisi di laboratorio, sviluppata da Aticelca a partire dal 2011 e divenuta nell’aprile 2019 norma UNI 11743:2019.

Aggiornamento 2020 : Vedi a questo proposito un video di Comieco girato presso il laboratorio evidenzia le principali fasi a cui un imballaggio viene sottoposto per verificarne la riciclabilità.
Il metodo consente ai produttori di carta, ai produttori di oggetti costituiti prevalentemente di carta e agli utilizzatori di prodotti in carta, quali imballaggi, prodotti editoriali, etichette e in generale qualsiasi oggetto in carta di verificare il livello di riciclabilità in una scala composta da 5 classi, dalla A+ alla C di cui la quinta viene attribuita ai materiali non riciclabili.
Il metodo è uno strumento idoneo per indirizzare la progettazione di articoli in carta secondo principi di eco-design, verificare la conformità alla normativa vigente che richiede che gli imballaggi siano riciclabili e infine per comunicare al consumatore il livello di riciclabilità raggiunto.

A seguire la scala di riciclabilità per la carta suddivisa in 5 livelli, identificato ognuno da un’apposita icona registrata “Aticelca® 501”. In corsivo la definizione tecnica.

  • Classe A +: campione riciclabile facilmente nella gran parte delle cartiere. Riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzate, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto inferiore all’1,5%.
  • Classe A: campione riciclabile nella maggior parte degli impianti idonei a trattare macero di qualità ordinaria, anche proveniente da raccolta differenziata urbana. Riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto inferiore al 10%.
  • Classe B: campione riciclabile in impianti idonei a trattare macero di qualità ordinaria, anche proveniente da raccolta differenziata urbana, previo adattamento del processo di riciclo standard (es. condizioni più drastiche di spappolamento, aggiunta di reattivi chimici, fasi di epurazione più complesse). Riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto inferiore al 20%.
  • Classe C: campione riciclabile solo dopo opportuna selezione associata alla raccolta differenziata urbana, al fine di inviarlo in cartiere specializzate per il trattamento di tale tipologia di materiale. Riciclabile con la carta quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto fino al 40% e/o un significativo apporto di particelle adesive o di agglomerati di fibre di cellulosa.
  • Non riciclabile: Non riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta.

Gli involucri di biscotti che hanno passato il test di riciclabilità sono passati quindi dal grado C al B.
Come si evince dalla descrizione sopra, al contrario del grado A+ e A questi poliaccoppiati per essere gestiti necessitano di un processo di riciclo più complesso che produce una quantità di scarto superiore alla media. Nonostante le stime sulla quantità di scarto stimate dalla schema gli addetti del settore indicano in 350-500 grammi la quantità di scarto o pulper (residuo di lavorazione del macero utilizzato dalle cartiere) generato per ottenere 1 chilo di carta riciclata. Trovare una destinazione al pulper generato dalle cartiere è al momento un grosso problema che ha portato anche a smaltimenti illeciti, come hanno riportato recenti fatti di cronaca giudiziaria.

Il contributo ambientale che gli utilizzatori degli imballaggi in carta e poliaccoppiati pagano al consorzio Comieco hanno subito delle variazioni negli ultimi anni.

CARTONI PER BEVANDE E CIBI LIQUIDI

Il primo contenitore in poliaccoppiato a base cellulosica è stato brevettato negli anni ‘50 dall’azienda svedese Tetra Pak. Viene utilizzato per diverse tipi di bevande e cibi liquidi, dal latte ai succhi di frutta ed è diventato un sistema di imballaggio molto diffuso in tutto il mondo.
A seconda del tempo di vita commerciale richiesto dal prodotto il cartone può essere costituito da carta e plastica per la conservazione di cibi freschi (latte fresco del banco frigo) oppure in carta e plastica e alluminio per alimenti che si conservano a temperatura ambiente per un periodo compreso sei ed i ventiquattro mesi, a temperatura ambiente.

I cartoni per alimenti garantiscono una lunga conservazione grazie ai sei strati di materiali che lo compongono: quattro strati in polietilene
(1, 3, 5 e 6), uno in carta (2) ed uno in alluminio (4).

1. Polietilene: barriera contro batteri e umidità 
2. Carta: conferisce rigidità
3. Polietilene: strato adesivo
4. Alluminio: barriera all’ossigeno e alla luce
5. Polietilene: strato adesivo
6. Polietilene: sigilla il contenuto

Il grande successo del poliaccoppiato è dovuto principalmente alla sua capacità di conservare gli alimenti per lunghi periodi preservandone le proprietà nutrizionali ed il sapore.
Inoltre, l’imballaggio è leggero, maneggevole e versatile, tutte caratteristiche di notevole importanza per la grande distribuzione. I prodotti, infatti, possono essere acquistati in grandi quantità e permanere a lungo nei magazzini senza il problema delle brevi scadenze, i contenitori possono essere impilati l’uno sull’altro nei mezzi di trasporto, permettendo di sfruttare al meglio gli spazi e di ridurre il numero dei carichi. Un altro aspetto rilevante a cui è dovuto il successo dei poliaccoppiati è costituito dalle efficientissime macchine di riempimento, vendute dagli stessi produttori dell’imballaggio, in grado di confezionare ed etichettare rapidamente elevate quantità di prodotto all’interno di contenitori di diverse dimensioni, offrendo la possibilità di proporre lo stesso alimento in confezione monodose o più grande. Tutti questi vantaggi si traducono in un risparmio economico nella fase di confezionamento, trasporto e distribuzione, per cui è possibile vendere il prodotto imballato nel cartone ad un prezzo inferiore rispetto allo stesso prodotto imballato con il vetro o la plastica.(1)

All’industria della plastica conviene cambiare pelle

La sfida maggiore per l’industria consisterà nel riuscire non solamente a preservare la funzionalità di prodotti e imballaggi in un’economia di consumo altamente competitiva,  migliorando la riciclabilità e i tassi di riciclo, ma nel ridurre allo stesso tempo sia la quantità che le tipologie di materiale utilizzati.

Se per quasi mezzo secolo l’industria della plastica è riuscita a nascondere all’attenzione del mondo gli effetti collaterali di una gestione disastrosa di un materiale estremamente utile come la plastica, ma che “vive in eterno”,  parrebbe essere arrivato il momento della resa dei conti.

Negli ultimi anni il fenomeno del marine litter in tutte le sue diverse forme ha guadagnato le prime pagine dei giornali offrendo immagini che hanno colpito la pubblica attenzione.  Numerosi studi usciti negli ultimi anni hanno rivelato che la plastica è ormai presente in quasi tutti gli organismi marini e ad ogni profondità e latitudine degli oceani. Anche la proprietà della plastica dispersa in mare di assorbire e concentrare in se le sostanze chimiche tossiche presenti nelle acque ha alzato la soglia di preoccupazione dell’opinione pubblica.

Rispetto ad una decina di anni fa, quando ho cominciato a seguire questa problematica sui media ambientali, ma anche su testate specializzate come Plastic News, ho notato che il fronte tradizionalmente attivo nel contrasto del marine litter e nelle politiche di salvaguardia di mari ed oceani, si è notevolmente allargato.

Alle istituzioni governative, associazioni ambientaliste e ai sostenitori del riciclo si sono aggiunti infatti altri soggetti impegnati a vario titolo nella difesa del clima o della biodiversità.Tutti questi soggetti condividono la necessità di risolvere il problema dei rifiuti con interventi legislativi. Anche da parte dei media c’è stato un maggiore impegno di informazione e approfondimento sul fenomeno dell’inquinamento da plastica, che in alcuni casi ha dato vita a campagne mediatiche per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Soprattutto in Inghilterra media come il Daily Mail e il Guardian hanno lanciato specifiche campagne mirate al marine litter e alla plastica usa e getta. Anche Sky ha lanciato un anno fa la campagna Ocean Rescue che, oltre ad un piano articolato di riduzione della plastica nelle sue sedi, ha previsto uno stanziamento 25 milioni di sterline in 5 anni per attività di contrasto al marine litter, e di protezione per circa 400.000 km2 di riserve marine in Europa, in partnership con il WWF .

Sempre in Inghilterra la necessità di trovare una collocazione alle tonnellate di scarti di plastica che non possono più essere esportate in Cina (66% della produzione totale) ha contribuito a far nascere iniziative volontarie di eliminazione o riduzione della plastica monouso. Impegni e programmi in tal senso sono stati annunciati, oltre che dalla May (giudicato uno spot più che un programma ), anche dalla Regina Elisabetta , dalla BBC, da Ryan Air, Eurostar e persino dalla chiesa Anglicana. Quest’ultima, per “chiamare i suoi fedeli alla difesa del creato”, ha pubblicato un vademecum giornaliero di suggerimenti per una quaresima “plastic free” distribuito nelle sue 42 diocesi.

Beat plastic pollution “sconfiggi l’inquinamento da plastica” è il tema, non a caso , scelto dal programma Ambiente dell’Onu (Unep) per l’edizione 2018 della sua giornata mondiale dell’ambiente che si celebra il 5 giugno.

MOLTO PIU’ CHE UNA CRISI DI IMMAGINE….

L’industria della plastica si trova a dover fronteggiare le conseguenze di una strategia basata sulla negazione dell’impatto ambientale, economico e sociale dovuto alla dispersione della plastica nell’ambiente. In particolare l’industria non ha mai voluto affrontare il problema del marine litter, nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL : Center for International Environmental Law.

Al contrario la strategia scelta è stata quella di minimizzare se non negare il problema, attribuendone l’esclusiva responsabilità alla cattiva gestione dei rifiuti da parte dei governi e/o all’inciviltà delle persone.

Senza voler negare che c’è sicuramente una parte di responsabilità ascrivibile ai soggetti prima citati, l’impiego massiccio di un materiale durevole come la plastica per realizzare manufatti usa e getta senza prendersi carico del loro fine vita, è stato un classico esempio di modello di business lineare (take-make-dispose). Il Rapporto della Ellen McArthur Foundation The New Plastics Economy uscito nel 2016 ha rivelato che il 95% del valore del packaging, stimabile in 60-120 miliardi di dollari, si perde dopo un singolo utilizzo.

Per quanto concerne il rifiuto da imballaggio tutto ha avuto inizio decadi fa quando la bottiglia di plastica ha messo in pensione i sistemi di vuoto a rendere in vetro permettendo all’industria del beverage di alleggerirsi dei relativi costi di gestione. Al contempo oneri e onori della gestione del fine vita dei contenitori di bevande sono passati a carico delle municipalità e dei contribuenti.

Etichette coprenti: belle ed impossibili

Gli imballaggi in PET sono facilmente riciclabili ma quando vengono impiegati determinati additivi, coloranti o etichette coprenti un loro riciclo può venire compromesso. Oltre a progettare gli imballaggi seguendo le  linee guida per l’eco-design è altrettanto importante tenere conto del sistema post consumo esistente come raccolta-selezione-riciclo che accoglierà gli imballaggi a fine vita.

Purtroppo, ad oggi, avviene esattamente l’opposto, con il risultato che anche imballaggi tecnicamente riciclabili non vengano di fatto riciclati, oppure vengano riciclati in misura molto limitata rispetto alle quantità immesse al consumo. Vediamo cosa succede agli imballaggi in PET trasparente che vengono rivestiti da etichette coprenti termotraibili o sleeve.

Erreplast è l’unica azienda italiana ad essersi dotata di tecnologia chiamata delabeler per rimuovere le etichette che rivestono interamente le bottiglie in PET, per tornare alle rese di quando queste bottiglie non erano così diffuse.
Per capirne di più abbiamo intervistato Vincenzo Conte, Responsabile commerciale del Gruppo Diana Ambiente.

Quale percentuale rappresentano queste bottiglie “sleeverate” rispetto al flusso delle bottiglie in PET che arrivano al vostro impianto e quale è il trend ?

La sleeve termoretraibile è oggi considerata dal marketing come la più avanzata forma di packaging evolutivo rispetto alla classica etichettatura, poiché consente di dare un’immagine grafica total-body sul contenitore ed ottenere un packaging estremamente brillante e colorato, con alta resa fotocromatica e con moltissimo spazio per didascalie, suggerimenti, ingredienti, ecc.
Tutto ciò spiega perché la shrink sleeve si è ormai ritagliata uno spazio ben preciso nel mercato delle etichette, molto impiegata soprattutto nei settori food & beverage, igiene personale, detergenza e farmaceutico e spiega anche perché è in continua crescita.

Per l’industria del riciclo gli imballaggi con shrink sleeve rappresentano tuttavia un grosso problema. La sleeve è realizzata OPS o PVC, polimeri con peso specifico superiore a quello delle tradizionali etichette a base poliolefinica e quindi difficilmente separabile nelle vasche di flottazione, dove finiscono per affondare insieme al PET inquinandolo per effetto trascinamento. In alcuni casi tali etichette sono realizzate perfino in PET, nell’illusione che utilizzare lo stesso polimero equivalga a una maggiore riciclabilità. Purtroppo, inchiostri estremamente tenaci, spessori totalmente differenti e spesso trattamenti o layer superficiali, creano gli stessi problemi, e quindi  il risultato non cambia.

Per tale motivo tutti gli imballaggi con etichette sleeve devono necessariamente essere selezionati e le etichette rimosse preventivamente. Tutto ciò induce non solo a subire perdite tra il 25-30%, ma a ridurre il reale indice di riciclabilità delle frazioni selezionate (commercializzate da Corepla). Fatto cento il peso di una balla di rifiuti di imballaggi selezionati, solo il 70-75% diventa pura scaglia riciclata, ed in questo risultato un peso non minimo lo generano le bottiglie con etichette sleeve.

La presenza di tali bottiglie varia nei flussi tra il 5 e l’8% (dipende dalle aree geografiche, consumi, stagionalità, ecc) con trend in crescita e, soprattutto, con un effetto “trascinamento” certamente maggiore.

Quale è la soluzione che suggerite all’industria tenendo conto della tecnologia esistente nel nostro paese per evitare prima che queste bottiglie o vengano dirette nel flusso del PET colorato ( invece che trasparente a causa dell’etichetta colorata che riveste la bottiglia) e che poi  vadano a recupero energetico poiché la sleeve non è compatibile con il riciclo?

La soluzione non può non passare innanzitutto (e chiedo scusa per la doppia negazione) per una riscoperta della prevenzione, ovvero una progettazione dell’imballaggio pensato anche nella sua fase di fine vita, cioè quando smette di essere imballaggio e inizia a diventare rifiuto. Da qui parte anche la consapevolezza che è essenziale “dialogare” con l’industria del riciclo, comprenderne i processi produttivi, le esigenze, le tecnologie, ecc.  All’industria del riciclo indichiamo i vantaggi del nostro processo di de-labeling a secco. Il flusso di bottiglie è alimentato e trattato con un processo in continuo. Un appropriato tempo di permanenza in macchina garantisce alta efficienza di distacco, integrità della bottiglia e dei colli.

Le bottiglie vengono alimentate con un nastro trasportatore e, dopo il trattamento, scaricate in continuo con una coclea estrattrice. Le etichette stracciate sono raccolte in una tramoggia sottostante, estratte con un nastro e convogliate ad una pressa compattatrice o a un container. La perfetta separazione dalle bottiglie delle eventuali rimanenti etichette libere può avvenire a valle della macchina mediante un sistema ad aria o vaglio balistico.

Quali sono le problematiche invece riferite alle bottiglie in PET opaco nel settore latticini che hanno quasi completamente rimpiazzato l’HDPE (polietilene ad alta densità)?

Per ciò che riguarda il riciclo del PET opaco il problema ha una doppia natura; da un lato un problema che viene generato dal mercato di sbocco limitato a poche applicazioni, prevalentemente coprenti e quindi a basso valore aggiunto; dall’altro la natura stessa dei contenitori opachi che nascondono strati barriera spesso completamente incompatibili con il riciclo del PET. Anche in questo caso, occorre riflettere seriamente sull’indice di riciclabilità di queste bottiglie, anche per giustificarne l’impiego e la diffusione.

Quali progetti avete in corso  e in fase di valutazione per ridurre lo spreco degli scarti dei processi di selezione ?

I nuovi programmi d’investimento riguardano tutti il recupero di materia, nello specifico sistemi di selezione automatica in grado di recuperare ancora materiali riciclabili dai flussi di scarto dai processi di selezione. Ovviamente, essendo le attività di selezione processi “per sottrazione”, i recuperi delle frazioni ancora riciclabili consentirà di raggiungere l’ulteriore obiettivo di riduzione degli scarti, per un evidente bilancio di massa.

AGGIORNAMENTO (a cura della redazione) :

Da un articolo di Polimerica.it si apprende che Sun Chemical ha sviluppato con Eastman un adesivo che semplifica il riciclo di bottiglie e flaconi dotati di etichette termoretrabili. Per facilitare il riciclo di bottiglie e flaconi rivestiti con sleeves  Sun Chemical avrebbe messo a punto SunLam, un adesivo distaccante che, durante la fase di lavaggio, facilita la separazione dell’etichetta termoretraibile dalla confezione in PET migliorando così la resa nel trattamento dei rifiuti plastici. Non essendoci ulteriori dettagli per poter entrare nel merito restano valide a nostro parere alcune considerazioni. La prima è quella sullo spreco di materiale e di abbassamento dell’indice di produttività che hanno entrambi un costo economico oltre ambientale. Vale davvero la pena per un elemento accessorio che ha soprattutto una funzione decorativa ?

Resta poi complicato senza misure legislative o altri disincentivi economici ottenere che l’industria utilizzi solamente sleeve che non compromettono il riciclo. Infine rimane la problematica della selezione automatica visto che l’etichetta colorata impedisce a queste bottiglie sleeverate di essere selezionate come bottiglie trasparenti.

Sacchetti ortofrutta: una proposta alla GDO per superare l’impasse

Quando le indicazioni non arrivano dall’alto, le soluzioni vanno trovate dal basso. Ci facciamo pertanto promotori verso la GDO di una proposta che metterebbe nelle mani dei cittadini la decisione sul livello di protezione da adottare rispetto al paventato rischio di poter incorrere in tossinfezioni alimentari nel settore ortofrutta.

Passano i giorni da quando è scoppiata, ad inizio anno, la rivolta dei consumatori contro l’uso obbligatorio dei sacchetti biodegradabili e l’avvicinarsi della data del voto fa presumere che la questione andrà in sordina, levando il Ministero alla Salute dall’imbarazzante situazione di dover, nuovamente,  intervenire a levare le castagne dal fuoco, anche le proprie.
Negli ultimi giorni ha preso sempre più piede un prevedibile passaggio da parte della GDO dai sacchetti in plastica ai sacchetti in carta con finestra in PLA che vengono offerti gratuitamente, e non solo nel reparto ortofrutta. Alcune insegne come NaturaSì hanno annunciato sui loro profili social che presto metteranno a disposizione una soluzione riutilizzabile in alcuni punti vendita accanto ai sacchetti in carta. Anche Coop ha fatto sapere di avere l’intenzione di sviluppare una soluzione riutilizzabile per il settore ortofrutta, come si può leggere sulla sua rivista Consumatori .”Cercheremo soluzioni e materiali di confezionamento della merce fresca e sfusa che siano effettivamente riutilizzabili, a bassissimo costo per i consumatori e di maggior vantaggio per l’ambiente“, spiegano. Aggiornamento al 5 giugno 2018 :promessa mantenuta. 
Tuttavia appare improbabile che la GDO autorizzi i clienti ad usare i propri sacchetti riutilizzabili, oppure ne commercializzi un proprio modello, sino a che  il Ministero alla Salute non si esprimerà definitivamente in merito. Le sanzioni sono troppo pesanti per correre rischi.
SALUTE IN PERICOLO?
Le ragioni di ordine sanitario che impedirebbero in Italia il riutilizzo nel settore dell’ortofrutta nei supermercati fanno acqua da tutte le parti e risultano incomprensibili ai cittadini. Già solamente il fatto che le misure di protezione per la salute pubblica, ammesso che siano necessarie,  non valgano per gli altri canali dove gli italiani acquistano l’ortofrutta, dal fruttivendolo sotto casa o nei mercati,  è un dato di fatto che ne indebolisce sia l’efficacia sia la credibilità.
Da una ricerca in rete sul come si sono espressi esperti del settore sulla misura, acquistano evidenza soprattutto gli interventi di Antonello Paparella, microbiologo alimentare e preside della Facoltà di Scienze e tecnologie alimentari dell’Università di Teramo. Tali interventi, a nostro parere, non rispondono i dubbi che nutre l’uomo comune in merito al diniego espresso dal segretario generale del ministero Giuseppe Ruocco.  “Il riutilizzo dei sacchetti ha affermato Ruocco determinerebbe infatti il rischio di contaminazioni batteriche con situazioni problematiche”. Intanto i recenti fatti di cronaca   negli USA  evidenziano che le tossinfezioni ad esito mortale non arrivano certamente dai sacchetti riutilizzabili quanto piuttosto dai prodotti che vengono irrorati dai reflui che nel caso della lattuga la rendono più croccante .

Innanzitutto non è chiaro da quale rischio si debbano tutelare i clienti dei supermercati. Da una parte Paparella allerta sui rischi di tossinfezioni alimentari che possono essere trasmesse (anche) dall’ortofrutta, e dall’altra sul rischio che i sacchetti riutilizzabili portati da casa possano essere vettori di microrganismi, anche patogeni che i clienti potrebbero introdurre nei reparti ortofrutta dei supermercati con rischi “che possono diventare incontrollabili”.
Dato per scontato che anche l’ortofrutta possa celare dei rischi per la salute, come evidenzia un recente documento del Ceirsa Piemonte ,non è chiaro in quale misura l’utilizzo di sacchetti monouso e di guanti potrebbero difendere i consumatori  dal contrarre eventuali tossinfezioni visto che, una volta arrivati a casa, gli stessi entrerebbero comunque in contatto con l’ortofrutta acquistata.

Forse sarebbe invece più utile fare informazione sanitaria come negli USA , dove il CDC ( Centers for Disease Control & Prevention -Department of Health and Human Services) pubblica delle linee guida su come acquistare e trattare  l’ortofrutta senza alcun accenno alla necessità di usare un sacchetto. In altri paesi l’uso dei guanti in plastica nel settore ortofrutta non è neanche previsto.
E’ quindi comprensibile che le argomentazioni a giustificare il provvedimento non possono che suscitare l’ilarità che si legge sui social; perché i supermercati non sono ambienti sterili e perché  i luoghi dove si contraggono le maggiori infezioni sono proprio i luoghi dove si va a curarsi come gli ospedali.
Come si fa poi a ritenere questo “allarmismo” giustificato quando in altri paesi europei e non, viene permessa nei supermercati l’adozione di sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta: dalla Svizzera, alla Germania al Belgio ?
Se il ministro della Salute ritiene di dover difendere la sua posizione dovrebbe, come minimo,  spiegare in modo articolato e possibilmente con evidenza scientifica, da quali dei rischi prima citati ci può proteggere un sacchetto monouso. Allo stesso tempo andrebbero chiarite  le responsabilità in materia di igiene e rischio sanitario che sono di competenza dei supermercati e negozi che vendono sfuso (dove iniziano e dove finiscono) e quelle che ricadono sui cittadini. Chiarendo anche se questi ultimi sono liberi nei supermercati di scegliere come proteggere la propria salute o meno. Se si vuole promuovere il riuso degli imballaggi è necessario rivedere la regolamentazione di pertinenza.

COME VENIRNE FUORI?

Quando le indicazioni non arrivano dall’alto, le soluzioni vanno trovate dal basso. Pertanto ci facciamo promotori verso la GDO di una proposta che metterebbe nelle mani dei cittadini la decisione sul livello di protezione da adottare rispetto al paventato rischio di incorrere in tossinfezioni alimentari nel settore ortofrutta.
La soluzione consiste nel mettere a disposizione dei clienti che non vogliono servirsi di un sacchetto monouso un cestello con manici con cui trasportare alle casse l’ortofrutta pesata sulle bilance (senza involucri) provvisto di un supporto dove attaccare le etichette.
Una volta pagato l’ortofrutta i clienti possono decidere se trasportare l’ortofrutta sino a casa con borse a rete, cesti, cassette ripiegabili, etc.
Questa soluzione è stata ideata da un supermercato di Sirolo e merita di essere adottata ed implementata al meglio. I cestini visibili nella foto possono diventare dei trasportini provvisti di manici, impilabili e soggetti ad una cauzione come avviene per i carrelli in modo da essere portati sino alla macchina.
La necessaria e regolare sanificazione dei cestini potrebbe essere gestita sia in house che essere affidata alle aziende di pooling che già movimentano le cassette ortofrutta riutilizzabili per le insegne della GDO. Dubitiamo che il Ministero alla Salute possa esprimere veti o obiezioni all’utilizzo di “cestelli ad uso interno” in quanto l’ortofrutta in esposizione già si trova all’interno di cassette riutilizzabili.
Allo stesso tempo la GDO potrebbe già da ora sviluppare un proprio modello di sacchetto riutilizzabile ortofrutta (come ha fatto NaturaSì) da mettere in vendita accanto alle proprie borse,  in modo che i clienti possano riempirli con l’ortofrutta acquistata con il cestino, ma anche utilizzarli per altri acquisti alimentari.
In attesa che si possa arrivare anche in Italia alle soluzioni di buon senso adottate negli altri paesi, la GDO potrebbe venire incontro ai clienti che vogliono ridurre il proprio impatto ambientale senza rinunciare alle comodità di acquisto offerte dai supermercati. Ma allo stesso tempo, attraverso un’offerta un’offerta più green potrebbe influenzare le scelte di acquisto dei clienti meno consapevoli della necessità di risparmiare risorse preziose.
Come abbiamo proposto nei precedenti aggiornamenti sull’argomento l’opzione che maggiormente risponde alle urgenze dei tempi che stiamo vivendo è un sacchetto riutilizzabile realizzato con plastica riciclata. Come delineato nella recente Strategia per la plastica, oltre a  ridurre la produzione di plastica usa e getta è necessario arrivare a riciclare o riusare tutti gli imballaggi  ma anche trovare uno sbocco post consumo per la plastica da riciclo. La Cina ha chiuso le frontiere agli scarti di plastica prodotti dal mondo intero e prima
Essendo disponibili in commercio diverse tipologie di filati derivati da nylon o poliestere da riciclo – anche Made in Italy – saremmo in grado di fare partire una produzione nazionale a filiera corta replicabile anche negli altri paesi da portare in Europa come esempio. Ci auguriamo di non doverci trovare a raccontare l’ennesimo caso di best practice ideata in Italia ma poi realizzata oltre confine.

Economia Circolare e Comuni Virtuosi: l’unione fa la forza

L’Associazione Comuni Virtuosi è l’unica organizzazione italiana ad aver aderito a Reloop, una piattaforma europea multi-stakeholder per la promozione dell’Economia Circolare. 

Le sfide epocali che abbiamo davanti, estremamente complesse e interdipendenti come il riscaldamento climatico, la perdita di biodiversità, il degrado dei sistemi naturali e le conseguenze sull’economia e sui fenomeni migratori, richiedono un gioco di squadra che vada oltre ai confini degli stati.
Dopotutto, cosi come abbiamo in comune con altri paesi vicini e lontani problematiche che derivano dall’inquinamento dell’aria , dei suoli e dei mari abbiamo in comune anche la necessità di trovare delle soluzioni efficaci.

La nostra associazione è nata con una duplice missione : da una parte fare rete tra i comuni italiani che vogliono promuovere un modello di sviluppo sostenibile attraverso atti concreti di buona amministrazione locale. Dall’altra spingere la politica centrale a dare delle risposte sul piano legislativo rispetto ad alcune tematiche di interesse ambientale e sociale che ci stanno particolarmente a cuore.

Per raggiungere questo obiettivo abbiamo seguito due direttrici principali :
1) mettere a disposizione sul nostro sito degli articoli di approfondimento su argomenti particolarmente presidiati dalla nostra associazione come le tematiche legate alla produzione di rifiuti e in particolare dei rifiuti da imballaggio;
2) collaborare con associazioni, istituzioni, e altri soggetti pubblici e privati con cui condividiamo il raggiungimento di determinati obiettivi alla realizzazione di iniziative e campagne.

Dallo scorso anno abbiamo aderito alla piattaforma europea Reloop, un network formato da organizzazioni di diversa natura che condividono l’obiettivo di rendere circolare l’economia europea. Reloop nasce per mettere in contatto soggetti come associazioni e aziende di varia natura, ONG, università, mondo della ricerca e della consulenza, regioni e città green che intendono attivarsi per influenzare i decisori politici ad adottare politiche e misure che promuovano un’economia europea circolare.

Ecco una panoramica su alcune delle attività più rilevanti portate avanti da Reloop nel 2017 che possono meglio rendere l’idea del lavoro svolto.

-Reloop ha partecipato attivamente con contributi di natura tecnica e legale al processo di modifica del pacchetto sull’economia circolare e ha dato il suo contributo allo sviluppo della Strategia Europea sulla plastica resa nota il 15 gennaio scorso.

-La piattaforma ha promosso nel corso dell’anno nuove occasioni di dibattito su temi come l’utilizzo di materiale post consumo nella realizzazione di beni, l’adozione di  contenitori riutilizzabili per il trasporto merci nel settore B2B e continuato il lavoro su temi presidiati nel 2016: dall’implementazione del deposito su cauzione sia per i contenitori di bevande che per altri tipi di imballaggi e beni come gli attrezzi da pesca, i prodotti elettronici, etc.

-Nel marzo del 2017 Reloop ha ospitato a Bruxelles la sesta edizione della conferenza europea REUSE che ha riunito relatori esperti e partecipanti come rappresentanti delle istituzioni europee , degli stati membri, del settore delle bevande commercializzate con vuoto a rendere o con sistemi di erogazione a dispenser, dell’industria degli imballaggi terziari riutilizzabili del settore B2B, ONG, etc.
Oltre a presentare esempi di buone prassi i relatori del convegno hanno dibattuto su quali quadri legislativi siano necessari in Europa ai fini di un’implementazione dei sistemi di vuoto a rendere e cauzionamento per i contenitori di bevande e dei sistemi di trasporto delle merci basati sul riuso di imballaggi secondari e terziari.

Nel mese di luglio, Reloop e Zero Waste Europe hanno pubblicato lo studio Rethinking Economic Incentives for Separate Collection (prodotto da ReZero) in cui vengono proposti una serie di strumenti economici per aumentare la raccolta e il recupero di vari flussi di rifiuti. Lo studio contiene anche alcune proposte per intercettare  beni e imballaggi non coperti da sistemi di EPR come: tappeti, mobili, reti da pesca,materassi, prodotti tessili, batterie di autoveicoli, mozziconi di sigarette, etc.  Lo studio è scaricabile sia dal sito di Zero Waste Europe che  a questo link.

Lo scorso settembre Reloop ha pubblicato una serie di schede che spiegano quali siano i benefici derivanti da un’introduzione del deposito su cauzione a vari livelli di cui abbiamo dato notizia in questo post.

Una panoramica aggiornata di studi prodotti per valutare costi e benefici del cauzionamento che hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni, si può invece avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma.

Nel mese di ottobre 2017 la società inglese di consulenza Eunomia ha pubblicato lo studio Impacts of a Deposit Refund System on Local Authority Waste Services commissionato da Keep Britain Tidy, Marine Conservation Society, Surfers Against Sewage, Campaign to Protect Rural England e Reloop.  Ai risultati di questo studio abbiamo dedicato un capitolo in questo post. 

Altri temi di attualità che spaziano dagli imballaggi riutilizzabili al blocco da parte della Cina all’importazione di rifiuti in plastica , alle legislazioni che promuovono un contenuto di materia post consumo nei beni sono stati trattati da articoli che si trovano in questa sezione del sito di Reloop.

Nel 2018 Reloop continuerà a lavorare su progetti in corso e nuovi tesi ad influenzare i decisori politici nell’adozione di politiche a supporto di una transizione verso l’economia circolare che prevedono azioni come:
-Fornire all’Unione Europea delle linee guida utili all’implementazione di un nuovo metodo di calcolo per misurare le percentuali di riciclo in collaborazione con aziende del riciclo dei settori della carta, metallo, plastica e vetro;

-Lavorare insieme al settore del packaging riutilizzabile europeo per suscitare l’interesse dell’Europa nello sviluppo di un valido sistema di misurazione per il riuso che possa aprire la strada all’introduzione di target di riuso vincolanti per gli imballaggi  al 2024;

-Continuare ad incalzare la Commissione Europea nel proseguimento dei lavori sulla strategia per la plastica con particolare riguardo a temi come l’obbligatorietà per nuovi prodotti di contenere una percentuale di plastica post consumo, la creazione di incentivi economici per scoraggiare sia il consumo che la produzione di articoli monouso in plastica e l’adozione di sistemi di deposito con cauzione.

Oltre alla nostra associazione hanno aderito a Reloop 11 nuovi membri : Plastic Soup Foundation, Intelicons Consulting & Support, WCYCLE Institute Maribor, Keep Britain Tidy, Entomo Agroindustrial, FCQQED (Front commun Quebecois pour une gestion ecologique des dechets), Marine Conservation Society, Entrust Foundation, Kiwi Bottle Drive, Zala Briviba, Envipco Holding N.V.

Ecco infine il video realizzato da Reloop anche in italiano che spiega come funziona, come si ripaga e quali sono i vantaggi dei sistemi di deposito su cauzione per l’ambiente, le comunità e l’economia del riciclo.