Solo il riuso ci salverà dal soffocare in un mare di rifiuti

Il riuso è una delle strategie più efficaci per ridurre il consumo di risorse, i rifiuti, il littering e le emissioni di Co2, anche per gli imballaggi.

La direttiva europea “Single Use Plastics” tesa a vietare o ridurre l’utilizzo di alcuni articoli monouso in plastica ha concluso il suo iter con il terzo incontro dell’ultima fase detta Trilogo il 18 dicembre scorso. Si attende a brevissimo il testo del documento finale.
Tra i 10 articoli monouso oggetto della direttiva che dovranno essere banditi e sostituiti con alternative più sostenibili ci sono diversi manufatti che possono essere riprogettati, qualora un loro utilizzo fosse davvero indispensabile, e altri che possono essere sostituiti da prodotti riutilizzabili che adempiono alla stessa funzione.

Sicuramente quest’ultimo è il caso dei contenitori usa e getta per cibo e bevande che fanno parte di questa carrellata di casi studio che dimostrano che è possibile, oltre che conveniente, sostituire il consumo usa e getta con opzioni durevoli. I vantaggi che ne conseguirebbero non sarebbero solamente di ordine ambientale e sanitario ma anche di ordine economico, con minori spese di gestione rifiuti a carico delle comunità, e benefici anche a livello occupazionale con la nascita di nuove imprese innovative come questi casi studio ben dimostrano.
I rifiuti derivati dal consumo di bevande da passeggio tra tazze e bicchieri, così come di stoviglie o contenitori per il cibo da asporto – consumato per strada o a domicilio- rappresentano un flusso di rifiuto urbano che è destinato a crescere e che richiede pertanto politiche di prevenzione urgenti.

Nonostante prevenzione e riuso siano le azioni prioritarie della gerarchia europea di gestione dei rifiuti quando si prendono in esame gli impegni presi dalle aziende internazionali aderenti al programma The New Plastics Economy NPE della Fondazione Ellen McArthur EMF, non si trova riscontro di quest’ordine di priorità.
L’impegno di massima che accomuna le aziende che si sono espresse ad oggi , consiste nel rendere tutti gli imballaggi utilizzati: riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Tuttavia le misure rese si qui rese note sono fortemente sbilanciate verso il riciclo e si delinea la tendenza a rimpiazzare le plastiche tradizionali con alternative bio-based.
Inoltre tra le aziende che aderiscono al programma prima citato e che hanno firmato il New Plastics Economy Global Commitment, lanciato sempre dalla EMF non compare alcuna multinazionale del settore fast food come McDonald, Burger King, o delle caffetterie come Starbucks, Costa Coffee, ecc.

Il piano di azione del programma NPE intitolato “Catalysing Action”, uscito nel 2017, aveva identificato in un 20% (in peso ) la percentuale di imballaggi in plastica monouso immessi al consumo che poteva essere sostituita, sia nel settore B2B che B2C, da imballaggi riutilizzabili, con benefici (anche) di ordine economico,
Quali sono le ragioni per cui il riuso non “sfonda” nel settore dei beni di largo consumo nonostante l’opinione pubblica sia preoccupata, come mai prima d’ora , sugli impatti della plastica nell’ambiente?
Se da una parte possono esserci dei pregiudizi rispetto al riuso, che può venire associato (ingiustamente come vedremo) a pratiche “antiquate” del passato, dall’altra ci sono le difficoltà da parte industriale sul dovere ridisegnare gli attuali modelli industriali e di commercializzazione dei prodotti e servizi che sono basati sull’utilizzo del monouso. L’ostacolo maggiore è anche di ordine economico in quanto gli attuali modelli sono basati sull’esternalizzazione dei costi del fine vita dei prodotti.
Quello che è certo è che per spingere le aziende verso modelli di economia circolare non si sono rivelate determinanti ad oggi adesioni a protocolli o sottoscrizioni di impegni di natura volontaria. Servirebbe pertanto un quadro legislativo a livello europeo che rendesse economicamente conveniente per le aziende progettare prodotti e servizi circolari. Ma allo stesso tempo servirebbe l’applicazione di misure che impongano per legge obiettivi separati di prevenzione, riuso, riciclo e contenuto di materia riciclata, da applicare alle diverse categorie di imballaggi e beni introdotti sul mercato.
Alla luce di quanto premesso, questi casi studio che andiamo a presentare assolvono all’importante funzione di dimostrare la fattibilità di nuovi modelli di consumo sostenibili e di ispirare i decisori politici a sostenere a livello locale e nazionale misure di legge che possano fare diventare mainstream queste esperienze ancora “di nicchia”. Come si potrà leggere alla sezione Bevande e Cibo da Asporto due cittadine, Amsterdam in Europa e Berkeley in California, hanno messo a sistema le opzioni riutilizzabili con appositi ordinanze (la seconda) e sotto forma di requisiti obbligatori per ottenere il permesso di usare spazi pubblici durante manifestazioni e eventi di varia natura (la prima).

Interessante è altresì l’approccio di Tubinga che intende tassare il consumo di usa e getta.

COMMERCIO ON LINE

I rifiuti da imballaggio derivanti dalla crescita del commercio online stanno diventando un flusso importante nel rifiuto urbano. Si tratta in prevalenza di imballaggi in cartone e di involucri a maggioranza plastica. La città di San Francisco ha quantificato in 100 tonnellate di imballaggi in cartone la quantità giornaliera prodotta in più dal commercio online.
Secondo una stima effettuata da LimeLoop incrociando i dati provenienti da SPS, FedEx e UPS sarebbero circa 165 miliardi i pacchi che vengono spediti ogni anno negli Stati Uniti che equivale ad utilizzare come materia prima oltre un miliardo di alberi. Anche se non tutti i pacchi sono in cartone questa stima rende l’idea delle proporzioni di un fenomeno in continua crescita.
Amazon con il suo programma Prime ha spedito nel 2017 ben cinque miliardi di ordini a livello internazionale.
I rifiuti prodotti dall’e-commerce stanno diventando un problema sempre più grande anche perché il sistema di logistica attuale coinvolge più fornitori di servizi e processi rispetto al sistema di vendita al dettaglio del passato. Prima di internet la catena di vendita al dettaglio tradizionale aveva prodotti che venivano gestiti in media cinque volte attraverso movimentazioni altamente meccanizzate con l’uso di pallet e di carrelli elevatori. Ora i prodotti tendono a essere gestiti manualmente e potenzialmente possono essere gestiti 20 volte o di più (1). Per garantire che le merci arrivino in perfette condizioni poi si ricorre spesso al sovra-imballaggio, con il risultato che abbiamo un sistema sempre più efficiente ma allo stesso tempo insostenibile.

LA GREEN BOX DI JD.COM
Il primo rivenditore online di una certa importanza che ha introdotto un tipo di imballaggio riutilizzabile è JD.com (abbreviazione di JingDong ), il più grande rivenditore online B2C in Cina e che occupa il terzo posto come volume di affari nella classifica mondiale.
I suoi oltre 300 milioni di clienti attivi acquistano in media 26 articoli all’anno. JD.com, che fornisce un servizio simile a quello di Amazon, ha investito molto nella logistica e nelle infrastrutture per garantire che le merci vengano consegnate lo stesso giorno se ordinate entro le ore 11:00. Il 90% degli ordini che riceve viene mediamente consegnato entro 24 ore.
I clienti di JD.com possono scegliere da qualche settimana di ricevere in una scatola riutilizzabile di colore verde gli acquisti che richiedono un imballaggio di piccola o media dimensione. Questa scatola che può essere riutilizzata sino a 10 volte e può essere restituita al momento della consegna. I clienti che scelgono la “scatola verde” riutilizzabile vengono premiati con i punti fedeltà “Jingdou” che valgono come buoni per tutti i prodotti presenti sul catalogo di di JD . Le scatole riutilizzabili vengono ora impiegate per la spedizione di prodotti come gioielli, cellulari, orologi, cosmetici e prodotti per la cura della pelle, ad eccezione del cibo fresco..
Secondo JD, il programma può fare risparmiare 32,5 milioni di RMB (circa 4.680.400 milioni di dollari) all’anno, qualora il 10% degli ordini totale utilizzasse le nuove confezioni.
Grazie all’adozione di queste scatole JD prevede di ridurre l’uso di imballaggi di 10 miliardi di pezzi entro il 2020.
Il servizio viene offerto gratuitamente, e l’opzione riutilizzabile può essere selezionata in fase di ordinazione. Il servizio, che ha preso il via a Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, si espanderà a Chengdu e in altre cinque città per arrivare entro la fine del 2018 a servire 20 città.

REPACK SOLUZIONI PERSONALIZZATE

Tuttavia il primo servizio di fornitura di imballaggi riutilizzabili per il commercio online è stato sviluppato nel 2011 dall’azienda finlandese RePack.
RePack offre alla aziende di commercio online la gestione completa di un servizio di packaging riutilizzabile che si serve della tecnologia Rfid per tracciare il percorso dei propri imballaggi. I clienti delle aziende che aderiscono al sistema possono selezionare in fase di ordinazione l’opzione riutilizzabile senza aggravi economici. Quando l’imballaggio viene reso attraverso un servizio postale prepagato a RePack i clienti ricevono premi e sconti che ne incentivano il ritorno che attualmente si attesta su un indice del 95%.
Quando arrivano al punto di raccolta gli imballaggi vengono controllati, igienizzati e inviati alle aziende partner. Il servizio è attivo in Finlandia, Olanda e Germania, potenzialmente in tutta Europa, ed è in corso un progetto pilota negli USA con un primo rivenditore online. Gli imballaggi che sono realizzati in polipropilene da riciclato possono essere riutilizzati per circa 20 volte e possono essere personalizzati come dimensioni e portata del carico a seconda delle esigenze delle aziende. Uno studio LCA scaricabile dal sito ha stimato che l’impronta ecologica degli imballaggi riutilizzabili di RePack è del 50% inferiore rispetto ad equivalenti versioni monouso.

Nel frattempo RePack sta collaborando in Germania con altri soggetti ad un progetto pilota chiamato PraxPack per un’introduzione degli imballaggi riutilizzabili prevista per inizio 2020. Il progetto è condotto dall’Hamburg Institute for Ecology and Politics e finanziato dal Ministero dell’Educazione e della Ricerca.
In attesa che il settore dell’e-commerce si converta all’imballaggio riutilizzabile ci sono nuove soluzioni proposte da aziende e start-up.
Per citarne due abbiamo una busta riutilizzabile prodotta da Limeloop che può usata sino 2.000 volte realizzata a partire da cartelloni pubblicitari in materiale plastico e The Box una scatola tecnologica prodotta dalla start-up Living Packets che può essere brandizzata. The Box può portare sino a 5 chili di peso, è provvista di un sistema di monitoraggio ambientale che trasmette in tempo reale dati come: posizione, temperatura, umidità, urti e informazioni di apertura. Permette inoltre tramite una fotocamera integrata la visualizzazione a distanza dei contenuti. Un sistema di tenuta automatico per i prodotti elimina la necessità di materiali come il pluriball e un display di indirizzo elettronico elimina la necessità di etichette adesive.

Quando volere è potere: ovvero il caso del sistema di deposito lituano

La piccola Lituania con una popolazione di neanche tre milioni di abitanti è stato l’ultimo paese europeo ad avere introdotto ,nel febbraio del 2016, un sistema di deposito per le bevande che interessa gli imballaggi in plastica, vetro e metallo.
Il prezzo di vendita delle bevande che aderiscono al sistema includono l’importo di 10 cent che rappresenta la cauzione per il vuoto. Quando gli utenti restituiscono i contenitori vuoti ai punti di consegna, per lo più automatizzati, viene loro restituito l’importo della cauzione.
L’obbligo di partecipare al sistema di deposito interessa tutte le bevande dei settori delle acque in bottiglia, delle bevande non alcoliche, dei succhi di frutta, della Birra del Sidro e di altre bevande alcoliche fermentate.
Il sistema di deposito gestisce 600 milioni di contenitori di bevande all’anno e in due anni di attività ha intercettato oltre 1 miliardo di contenitori come riporta il contatore presente sul sito del gestore USAD (Užstato Sistemos Administratorius ) che fornisce i numeri in tempo reale (al 6 gennaio 2018:  1.539.256.296).
Il sistema di deposito lituano ha cominciato presto a dare dei risultati incoraggianti passando dal 34% di intercettazione per le bottiglie in PET (prima del sistema di deposito) al 74,3% alla fine del primo anno e al 91,9% come media a fine 2017. Il dato riferito ai diversi materiali vede gli imballaggi in vetro al 83% , quelli in PET al 92% e le lattine al 93%.
Quest’anno (2018) USAD punta a all’obiettivo di intercettazione del 93% come media, l’1% in più rispetto all’anno scorso.

«Sebbene i nostri risultati siano eccellenti, un solo punto percentuale di imballaggi non raccolti significa che finiscono nell’ambiente o comunque sprecati circa 5,5 milioni di imballaggio», afferma Gintaras Varnas, il Direttore di USAD “Anche se i nostri risultati non sono ancora i migliori al mondo in assoluto, siamo visti come un caso di successo per i tempi record in cui li abbiamo raggiunti” conclude Varnas.
E infatti la conferma arriva dall’aumento delle delegazioni di specialisti nella gestione dei rifiuti provenienti da Australia, Cina, Francia, Scozia che hanno visitato ultimamente la Lituania per conoscere meglio il sistema di deposito.

SOSTEGNO OPINIONE PUBBLICA

Già alla fine del 2016, il 99,8% del pubblico lituano era a conoscenza del sistema di deposito, con l’89% che lo aveva usato almeno una volta. Il 58% dei consumatori riferiva di aver riciclato di più e il 78% riteneva che l’introduzione del sistema di deposito fosse stata una mossa buona e necessaria. Prima che il sistema di deposito venisse adottato solamente un terzo di tutti i contenitori per bevande veniva raccolto in Lituania.
Dall’ultima rilevazione dell’indice di gradimento del sistema da parte dei lituani il 97% si dichiara soddisfatto, il 95% riferisce di avere notato che dopo l’introduzione del deposito l’abbandono dei rifiuti nei parchi, laghi e in natura è diminuito e il 97% afferma che il sistema ha influito positivamente sulla propensione a separare e gestire con maggiore responsabilità altri tipi di rifiuti.

TAPPE E FUNZIONAMENTO
Il Ministero dell’Ambiente lituano ha avviato nell’aprile 2013 l’iter legislativo relativo all’adozione del deposito su cauzione che si è concluso un anno dopo.
Nel marzo del 2015 il Ministero dell’Ambiente ha messo in capo all’ente non governativo Užstato Sistemos Administratorius (USAD) la gestione del nuovo sistema di deposito.
L’USAD è stata fondata dall’Associazione lituana dei produttori di birra, dall’Associazione delle imprese commerciali lituane e dall’Associazione dei produttori di acque minerali , per assolvere agli obblighi imposti dal vigente regime di responsabilità estesa del produttore
I compiti affidati a USAD che opera attraverso una centrale sono di ordine amministrativo e operativo. Si tratta di conteggiare, controllare, selezionare e avviare a riciclo gli imballaggi conferiti, selezionare i riciclatori, riportare alle autorità governative tutti i dati riferiti ai flussi trattati e alle percentuali di riciclo, occuparsi della compensazione dei depositi ai rivenditori e dei costi di raccolta , organizzare e finanziare le operazioni di logistica di raccolta degli imballaggi, la gestione della vendita e del marketing per i materiali raccolti, e le attività di informazione e formazione sia dei soggetti partecipanti al sistema sia dei consumatori.
L’ente si finanzia attraverso i ricavi derivanti dalla vendita dei materiali raccolti, le spese di amministrazione pagate dai produttori di bevande e il fondo derivante dai depositi non riscossi.

Per garantire una rete di riconsegna diffusa e comoda per i consumatori il governo ha imposto a tutti i punti vendita di dimensioni superiori a 300 m2 che vendono bevande ( e con possibilità di partecipazione facoltativa per altri negozi) di ritirare i vuoti e rimborsare la cauzione. Tale obbligo viene esteso nelle zone rurali a tutti i negozi.
I dettaglianti sono stati dotati di distributori automatici inversi (RVM) posizionati sia all’interno del negozio che in chioschi all’aperto, a seconda delle dimensioni dei negozi. Il deposito può venire rimborsato in contanti o sotto forma di buoni spendibili nei negozi, una formula che si è rivelata molto gradita ai negozianti perché incide positivamente sul traffico pedonale all’interno dei negozi e quindi sulle vendite.
Testimonianze pervenute da più insegne di supermercati e negozi hanno riferito che i clienti entrano nei negozi più spesso per spendere i buoni. Tanto che Laurynas Vilimas Direttore dell’associazione della Distribuzione organizzata lituana ha dichiarato: “Posso dire con assoluta certezza che l’adozione del sistema di deposito era la cosa giusta da fare”.

UNA PARTNERSHIP DI SUCCESSO
Dopo una procedura di evidenza pubblica l’USAD ha scelto l’azienda TOMRA come fornitore delle macchine di Reverse Vending (RVM) che sono adottate in diversi altri paesi dove è in vigore un sistema di cauzione.
Tomra ha ricevuto l’incaricato di fornire 1.000 RVM, in un mix di modelli adattabili alle diverse postazioni dei punti vendita individuati. Fatta eccezione per le macchine tutto il resto delle infrastrutture necessarie ha dovuto essere costruito dal nulla in poco più di tre mese. Tomra ha collaborato con tre società baltiche di costruzioni per progettare produrre e consegnare 350 chioschi con postazioni RVM per i supermercati che non disponevano di una spazio interno. Per rispettare la data di consegna richiesta di 100 giorni squadre hanno lavorato giorno e notte e un pool di 30 tecnici di Tomra operativi in 8 paesi hanno lavorato senza pause per collegare le macchine al sistema informatico. Per avere un’idea della portata dell’operazione si consiglia la visione di questo video.
Ciò che ha reso unica la cooperazione tra Tomra e USAD è stato il modello di finanziamento per le macchine di reverse vending di cui si è fatta carico la stessa azienda posizionandole gratuitamente nei punti vendita.
L’USAD non ha acquistato le macchine ma paga una commissione a Tomra basata sui flussi gestiti. Con la commissione applicata a ciascun contenitore raccolto e gestito tramite una RVM l’azienda recupera i costi del proprio investimento.

Questo articolo è stato pubblicato nel Volume “Verso un’Economia realmente Circolare ” a cura di ESPER e Associazione Comuni Virtuosi.

La riscossa del vuoto a rendere passa per un sistema di deposito per le bevande

Il riuso è una delle strategie più efficaci per ridurre il consumo di risorse, i rifiuti, il littering e le emissioni di Co2, anche per gli imballaggi.

I produttori artigianali di birra stanno rivalutando il sistema del vuoto a rendere con il riutilizzo delle bottiglie di vetro. In Oregon così come in Bretagna ci si sta organizzando in tal senso.
L’Oregon è stato il primo stato americano ad introdurre il deposito su cauzione Bottle Bill per i contenitori di bevande in vetro, plastica e lattine nel lontano 1971 allo scopo di incrementare il riciclo.
La gestione del sistema di deposito è affidato a OBRC ( The Oregon Beverage Recycling Cooperative ) una società cooperativa costituitasi nel gennaio 2009 dalla fusione di Container Recovery, Inc. e Beverage Recyclers of Oregon. Con un organico di oltre 400 dipendenti e un budget annuale di oltre 34 milioni di dollari, OBRC gestisce in tutto lo stato la raccolta e l’avvio a riciclo di tutti i contenitori per bevande, dal vetro, all’alluminio alla plastica
La società cooperativa gestisce l’intero sistema per conto dei produttori di bevande e rivenditori partecipanti (al momento 108) senza alcun costo per il contribuente.
La cooperativa si occupa di gestire il flusso dei depositi in tutto lo stato , di raccogliere ogni giorno i contenitori vuoti presso i 2.700 rivenditori, delle pratiche di rimborso dei costi di cauzione pagati ai cittadini che conferiscono i vuoti e del loro riciclo. Una volta che i contenitori di bevande vengono raccolti dalla flotta di mezzi vengono contati, selezionati, frantumati e imballati per essere riciclati in uno degli otto stabilimenti di OBRC ubicati a Portland, Eugene, Medford, Bend, Pendleton, Ontario, Klamath Falls e Astoria.
La raccolta dei contenitori viene gestita attraverso gli oltre 40 punti di riconsegna tra i quali : 42 Redemption Centers ( 2 in costruzione) aperti ogni giorno dalle 9 alle 18, e 16 Express Locations che sono delle postazioni (anche all’aperto) dotate di distributori automatici inversi o RVM per il conferimento dei singoli contenitori e dei “green bags” come vedremo. Queste postazioni che aumentano ogni anno di almeno una decina di unità, a regime diventeranno 80.

 

Per la restituzione dei vuoti in Oregon è attivo il programma BottleDrop che permette agli utenti di :

  • conferire più vuoti insieme in uno speciale sacco “green bag” munito di tag identificativo dell’utente. A tale scopo ci si registra al programma BottleDrop Account e consegnare i sacchi al più vicino punto di riconsegna prima descritti per avere un accredito corrispondente al valore del deposito dei vuoti conferiti. Consultando l’app. del programma si possono avere informazioni come l’estratto conto della carta o la posizione dei punti di riconsegna più vicini.
    Gli accrediti accumulati sulla carta possono essere convertiti in contante presso i centri di riconsegna , oppure utilizzati come crediti per acquisti presso rivenditori aderenti al programma, oppure donati in beneficenza. Nel 2017 sono stati donati 350.000 $ ai vari beneficiari.
  • conferire i singoli vuoti presso una delle macchine di reverse vending (RVM)
  • consegnare a mano i contenitori al personale dei centri di riconsegna per quantità di vuoti inferiori a 50 pezzi .

https://vimeo.com/174232762

Nel 2018 il sistema di deposito è stato esteso a molte altre categorie di bevande tra le quali :succhi di frutta, drink energetici e proteici, coktail pronti a basso tenore alcolico, bevande a base di té e caffè. Rimangono esclusi i settori del vino, dei superalcolici, del latte e derivati e del latte per neonati.
Dall’aprile del 2017 il deposito da 5 cent è passato a 10 cent, in linea con quello del Michigan, uno degli 11 stati americani ad avere adottato un Bottle Bill . La percentuale di intercettazione è attualmente all’82% rispetto all’immesso.

NO VUOTO A RENDERE SENZA CAUZIONAMENTO
Ma quello che rende il sistema di deposito gestito da OBRC un caso studio al mondo da seguire con interesse è la partenza di un programma di vuoto a rendere per le bottiglie di birra in preparazione dallo scorso anno.
Qualora gli sviluppi confermino le aspettative di OBRC e dei birrifici coinvolti il caso studio dell’Oregon potrebbe confermare quanto ipotizzato da esperti del settore come la piattaforma Reloop nel suo documento Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers.

Per una reintroduzione dei sistemi di vuoto a rendere – si legge nel documento – servono misure legislative che andrebbero introdotte in tandem.
Per citare le più efficaci :

  • deposito su cauzione obbligatorio;
  • applicazione di “green levies” oppure di contributi ambientali sugli imballaggi immessi al consumo che siano più o meno onerosi a seconda del loro grado di riusabilità e riciclabilità;
  • determinazione di obiettivi obbligatori di riutilizzo da perseguire per l’industria.

Come è stato evidenziato dalla stessa cooperativa durante la presentazione del progetto lo scorso anno, un sistema di riutilizzo per le bottiglie in vetro può infatti contare :

a) sulle relazioni già da tempo consolidate che esistono tra OBRC con tutta la filiera della birra tra birrifici, distributori, rivenditori
b) sulla rete consolidata di interlocutori e infrastrutture che già lavorano con la cooperativa nella gestione del sistema di deposito peri i contenitori monouso che possono essere coinvolti agevolmente nel programma : dal network di BottleDrop (i centri che gestiscono stoccaggio e rimborsi dei contenitori come abbiamo visto ) alla flotta di mezzi che opera nello stato, agli stabilimenti già esistenti che possono ospitare gli impianti di lavaggio necessari.

Un altro aspetto favorevole rispetto al coinvolgimento dei produttori di birra nell’Oregon è che le vendite di birra artigianale costituiscono la quota maggiore del mercato totale della birra con oltre il 22% di tutta la birra che viene bevuta prodotta nello stato.

L’industria artigianale della birra in Oregon si avvia con questo programma di riutilizzo a sostenere il Bottle Bill e a compiere un importante passo avanti nella gestione responsabile delle risorse” ha dichiarato John Andersen, presidente di OBRC.

OBRC sta implementando i sistemi “standalone” adatti a gestire le bottiglie riutilizzabili che sono più pesanti e robuste di quelle monouso che saranno operativi all’interno della rete di riconsegna dei vuoti BottleDrop. L’iniziativa è in partenza con una prima fase pilota che arriverà a movimentare sino a due milioni di bottiglie all’anno.
Le marche di birra che hanno aderito sono una decina tra cui Double Mountain, Widmer Brothers, Buoy Beer, Gigantic, Good Life, Rock Bottom e Wild Ride. Per ora solo alcune delle linee di birra prodotte dai marchi partecipano e per i formati di bottiglie da 12oz (poco meno di 360 ml) e 500 ml.
Le bottiglie impiegate si distingueranno dalle bottiglie monouso oltre che dal peso per la dicitura “riutilizzabile” stampigliata sul vetro. Saranno provviste di un codice a barre univoco che le distinguerà dalle altre e verranno fabbricate con vetro riciclato presso lo stabilimento di produzione di vetro Owens-Illinois nel nord-est di Portland.

Leggi anche ” I sistemi di deposito per le bevande fanno bene all’economia, all’ambiente e alle casse comunali”

Entrambi gli articoli sono stati pubblicati nel Volume “Verso un’Economia realmente Circolare ” a cura di ESPER e Associazione Comuni Virtuosi.

I sistemi di deposito per le bevande fanno bene all’economia, all’ambiente e alle casse comunali

Dal Nord America, all’Australia e in Europa aumenta l’interesse per un ritorno dei sistemi di deposito sull’onda della crescente indignazione per i livelli di inquinamento da plastica raggiunti a livello globale, e dalla necessità di trovare delle misure che riducano i rifiuti marini.
Questi sistemi prevedono l’applicazione di un piccolo sovrapprezzo al prezzo di vendita delle bevande che viene restituito all’utente che restituisce il contenitore vuoto per il riciclaggio.
I sistemi di deposito si avvalgono oggigiorno delle tecnologie più efficaci e sofisticate per intercettare a fine vita i contenitori come le Reverse Vending Machines (RVM) , dispositivi automatici in cui si conferiscono bottiglie e lattine vuote per ottenere in cambio benefit di natura economica (contanti o sconti) o di altra natura (ad esempio biglietti per il trasporto pubblico locale, per qualche evento, o come strumento per donazioni varie ).
Sono ora oltre 40 le giurisdizioni in tutto il mondo che hanno implementato sistemi di deposito per i diversi contenitori di bevande, e Inghilterra, Scozia e Malta hanno annunciato che presto seguiranno l’esempio.
Anche alcune delle maggiori economie del mondo stanno prendendo in considerazione la strategia: è il caso dello stato indiano del Maharashtra (capitale Munbai) che ha già identificato una prima rete di punti di raccolta.
Nel Regno Unito, alcuni gruppi della grande distribuzione tradizionalmente schierati contro i sistemi di deposito, tra cui Co-op, Iceland Foods, Morrisons e Tesco, ora sostengono l’introduzione di un cauzionamento nel Regno Unito. Nel luglio 2018, il Governo Scozzese ha avviato una consultazione pubblica durata 4 mesi per raccogliere le opinioni degli stakeholder e tenerne conto nel processo legislativo.
I sistemi di deposito su cauzione, rispetto ad altri sistemi di raccolta , hanno dimostrato di poter raggiungere maggiori livelli di efficacia. Tra i quali : percentuali di intercettazione degli imballaggi che superano il 90% dell’immesso al consumo, la produzione di materia riciclata di qualità superiore e di offrire maggiori opportunità per un ritorno dei sistemi di riutilizzo. Un caso studio che conferma questa ipotesi è quello dell’Oregon.

Per saperne di più ne parliamo con un esperto sul tema di fama internazionale. Si tratta di Clarissa Morawsky, cofondatrice e direttore di Reloop una piattaforma paneuropea multi-stakeholder con sede a Bruxelles che promuove modelli di economia circolare per una preservazione delle risorse. Reloop include soggetti industriali come produttori, distributori, riciclatori, istituzioni accademiche, e varie associazioni non governative ( tra i quali i Comuni Virtuosi) . La piattaforma si propone, anche attraverso la condivisione delle informazioni, di spingere la politica – sia in sede europea che a livello di governi – ad agire rispetto a cinque tematiche chiave: rendere obbligatorio per legge una quota di contenuto riciclato in nuovi prodotti, promuovere gli imballaggi/contenitori riutilizzabili , migliorare le metodologie di misurazione delle performance di riciclaggio, migliorare i sistemi di raccolta e promuovere il ritorno dei sistemi di deposito.

Dopo un periodo in cui sembra essere stato dimenticato e confinato in poche situazioni specifiche, i sistemi di deposito con cauzione stanno tornando alla ribalta negli ultimi anni. Cosa ne impedisce l’affermazione definitiva?
Nel tentativo di ridurre i rifiuti e aumentare il riciclaggio, sempre più governi nazionali o locali si rivolgono ai sistemi di cauzionamento per il recupero dei contenitori di bevande a fine vita.
Nonostante il successo di questi programmi, storicamente i sistemi di deposito sono stati a lungo contrastati dalle industrie delle bevande, degli imballaggi e dai rivenditori di bevande al dettaglio. Da anni, decadi ormai, questi gruppi spendono milioni di dollari in sforzi per abrogare o impedire l’espansione di programmi esistenti o per bloccare nuove legislazioni in tal senso. Ma il vento sta cambiando: consumatori e politici sono sempre più attenti ed informati sul tema e si aspettano delle soluzioni , anche da parte dell’industria.
Quanto l’aspetto normativo può influire sullo sviluppo di sistemi di deposito ?
Non poco, direi. Con la recente revisione della legislazione dell’Unione Europea sui rifiuti, i produttori dovranno assumersi almeno la metà dei costi di gestione dei loro imballaggi a fine vita e dovranno raggiungere obiettivi di riciclaggio più elevati entro il 2030: il 60% per l’alluminio, l’80% per l’acciaio, il 75% per il vetro e il 55% per gli imballaggi in plastica. Inoltre, la metodologia per calcolare i tassi di riciclaggio sarà molto più rigorosa, rendendo più difficile gonfiare artificialmente tali numeri.
Non solo: a ottobre 2018 è stata approvata a larghissima maggioranza la direttiva SUP (Single Use Plastics) per una riduzione dell’impatto ambientale di alcuni dei prodotti in plastica monouso più pervasivi, molti dei quali alimentano il marine litter. Per citarne qualcuno si tratta di cannucce, contenitori e stoviglie , cannucce, cotton fioc, aste per palloncini, ecc. Inoltre, la direttiva fissa per il 2025 (1) l’obiettivo del 90% di raccolta per le bottiglie di plastica, offrendo agli Stati membri una certa flessibilità su come raggiungere gli obiettivi . Quello che rimane fuori discussione è che saranno i produttori a dovere assumersi la parte più consistente dei costi di raccolta e avvio a riciclo dei propri imballaggi.
Siccome i prossimi sviluppi comporteranno per le aziende delle bevande un aumento dei costi e una diminuzione dei profitti, non ripensare urgentemente il modello di business sarà per le aziende un po’ come stare a bordo di una nave che, prima o poi, affonderà.
Quali potrebbero essere i vantaggi per le aziende nell’aderire ad un sistema di deposito?
Innanzitutto un miglioramento dell’immagine del marchio perché i contenitori di bevande che si trovano nel littering non sono solamente una minaccia per l’ambiente, ma anche per la reputazione aziendale. Quest’ultimo è decisamente un tema sensibile per le aziende considerando le ingenti risorse finanziarie che spendono ogni anno per consolidare o migliorare il proprio posizionamento.
Aziende come la Coca-Cola stanno subendo un crescente attacco da parte di organizzazioni non governative come Greenpeace per la loro incapacità di fare a mano delle plastiche monouso e di adottare alternative più sostenibili per commercializzare i propri prodotti.
In secondo luogo solamente i depositi su cauzione possono il raggiungimento degli obiettivi ambiziosi resi noti dai produttori leader di bevande nell’ultimo anno.
Coca-Cola, ha annunciato lo scorso anno che vuole raddoppiare la quantità di contenuto riciclato nelle sue bottiglie arrivando al 50% e raccogliere una quantità di contenitori a fine vita pari alle quantità del suo immesso annuale entro il 2025. Tali obiettivi sono stati poi confermati nel piano “A world without waste “ presentato ad inizio 2018. La Federazione europea delle acque in bottiglia (EFBW) si è impegnata a raccogliere il 90% di tutte le bottiglie in PET al 2025, come media europea, e a utilizzare almeno un 25% di materia riciclata nelle bottiglie.
Sulla base dei dati più recenti, il tasso di raccolta/riciclaggio per i nove sistemi di deposito attivi in Europa è infatti pari al 90% come media. I risultati appurati sul campo confermano inoltre che solamente i sistemi di deposito sono in grado di fornire una fonte costante ed omogenea di materie prime pulite che diventano materie prime seconde per nuove bottiglie , riducendo significativamente l’impronta di carbonio dei contenitori.
E infine chiudendo la parte sui vantaggi che i sistemi di deposito offrono ai produttore c’è il fatto che ridurre al minimo l’impatto ambientale dei propri prodotti li aiuta anche a minimizzare il rischio di incorrere in cause legali negli anni futuri.
Provo a spiegare cosa intendo prendendo come esempio l’industria dei combustibili fossili e il suo impatto sul riscaldamento climatico . Man mano che i costi causati dai cambiamenti climatici diventavano più evidenti, è iniziato da qualche tempo un dibattito globale su chi dovrebbe pagare i danni che, secondo alcune stime, ammontano già a circa 600 miliardi di dollari all’anno. Negli Stati Uniti, ci sono già diverse cause in corso che chiedono un risarcimento per i danni legati al cambiamento climatico da parte delle vittime di eventi come uragani, innalzamento del livello del mare, ondate di caldo e siccità.
Potrebbe accadere che in futuro i Paesi colpiti da rifiuti marini promuovano nuove leggi che aprano la strada a possibili contenziosi con “gli inquinatori”. Intanto la direttiva SUP indica i produttori come i soggetti responsabili del finanziamento della raccolta dei rifiuti e anche della rimozione dei rifiuti marini.

Berkeley e Amsterdam all’avanguardia nella gestione dei contenitori usa e getta “to go”

L’ordinanza a favore di contenitori riutilizzabili di Berkely costituirà un esempio, un precedente di portata internazionale sulla potenzialità che la politica locale, (ma non solo), può esprimere nel regolamentare fenomeni culturali e sociali che portano ad aumenti inesorabili di imballaggi e articoli monouso. Ma anche Amsterdam e Tubinga non scherzano…

A Berkeley è stata approvata l’ordinanza “Disposable-Free Dining” traducibile in “Pasti (da asporto) senza usa e getta” volta a ridurre il consumo di contenitori monouso che rappresenta una delle legislazioni più ambiziose mai emesse da una città.

Il Consiglio comunale di Berkeley, cittadina di circa 120 mila abitanti che si trova a 16 chilometri da San Francisco, sta lavorando agli atti preliminari per l’approvazione definitiva dell’ordinanza che entrerà in vigore nel luglio del 2020 ma che potrebbe stimolare nel frattempo delle adesioni volontarie da parte degli esercizi oggetto dal prossimo anno da una campagna informativa del comune.

L’ordinanza si è ispirata a provvedimenti simili adottati a Santa Cruz, Alameda, Davis, Seattle, Ft. Myers e Malibu in risposta ai preoccupanti livelli di inquinamento da plastica rilevati sulle coste californiane.
Secondo uno studio di Clean Water Action i rifiuti abbandonati nell’ambiente nella Bay Area sono per oltre la metà costituiti da contenitori vari di cibo e bevande da asporto (1).

Rispetto invece alla produzione totale di rifiuti in California i contenitori usa e getta ne rappresentano il 25% del totale. I volontari di Shoreline Cleanup hanno raccolto nel 2016 sulle coste di Berkeley, Albany ed Emeryville : 5.826 involucri di cibo, 2.156 cannucce e agitatori, 1.577 ( tra forchette, coltelli e cucchiai), e 3.269 imballaggi in polistirolo. Solamente a Berkeley il consumo di tazze usa e getta è stimato in 40 milioni di pezzi all’anno.
Le città della Bay Area si stanno inoltre impegnando a raggiungere al 2022 l’obiettivo imposto dal Consiglio Direttivo Regionale per le Acque di avere costantemente tombini e canali di scolo liberi dai rifiuti . Al pari di altre città e distretti industriali californiani Berkeley sostiene i costi di raccolta dei rifiuti inclusa la costosa pulizia degli scarichi dai detriti a seguito di eventi eventi meteorologici anche estremi come uragani e inondazioni.

L’ordinanza di Berkeley segue una tradizione di iniziative intraprese dalla cittadina volte all’eliminazione di imballaggi e articoli come i sacchetti di plastica o i contenitori in polistirolo, già vietati nel 1986. La città, impegnata in un percorso per arrivare a Zero Waste entro il 2020, è arrivata a riutilizzare il 75% circa degli scarti che produce.
Gli articoli monouso monouso sono un problema locale e globale che assorbe risorse finanziarie enormi e causa pesanti ricadute ambientali“, afferma Sophie Hahn, membro del Consiglio municipale e sostenitrice dell’ordinanza che ha contribuito a redigere. “Come città che punta a Zero Waste, abbiamo raggiunto buone performance tra compostaggio e riciclaggio, ma non è abbastanza. Dobbiamo iniziare a ridurre anche i nostri rifiuti “.

L’ordinanza di Berkeley si spinge oltre rispetto a quelle a cui si è ispirata richiedendo che:

  1. stoviglie, contenitori e posate per cibo da asporto debbano essere riutilizzabili;
  2. tutte le stoviglie per cibo da asporto in alternativa a stoviglie riutilizzabili debbano essere approvate come riciclabili o compostabili dai programmi di raccolta della città;
  3. venditori di cibo da asporto debbano addebitare ai loro clienti 0,25 $ per ogni tazza per bevande o contenitore monouso compostabile utilizzato;
  4. stoviglie, agitatori, tappi per tazz , tovaglioli e altri articoli monouso (compostabili) forniti insieme al cibo da asporto siano forniti solo su richiesta del cliente o disponibili da postazioni a libero servizio.

I cittadini hanno avuto la possibilità di esprimere il loro parere e proporre idee per una migliore riuscita del provvedimento attraverso una consultazione che si è chiusa qualche giorno fa.
Per favorire un’ottimale entrata in vigore del provvedimento che diventerà effettivo dal 1 luglio del 2020 sono previste delle tappe intermedie di coinvolgimento degli operatori commerciali che verranno interessati e che avverranno sotto la direzione del City Manager.

Tra queste :

  • Stabilire un programma un programma di mini-sovvenzioni una tantum gestito e finanziato direttamente dalla città o dai partner della comunità per aiutare gli esercenti a convertirsi all’uso di stoviglie riutilizzabili per i piatti consumati nei locali da lanciare entro il 1 ° gennaio 2020 (sei mesi prima della data in cui i requisiti “Reusable Foodware” diventeranno effettivi).
  • Sviluppare e lanciare un programma entro il 1 luglio 2019 che fornisca assistenza tecnica agli esercenti per metterli in condizione di adempiere ai requisiti previsti dall’ordinanza. Tale  programma sarà gestito e finanziato direttamente dalla città o dai partner della comunità per fornire assistenza tecnica agli esercenti interessati dall’ordinanza.
  • Sviluppare e lanciare con vari soggetti partner della comunità come Rethink Disposables e StopWaste un programma “reusable takeout foodware” entro il 1 ° luglio 2021 che sarà a disposizione degli esercenti e consumatori di cibo da asporto.

Alcuni emendamenti in bozza all’ordinanza che devono passare per l’approvazione del Consiglio prevedono che sia possibile utilizzare contenitori per cibo da asporto compostabili che dovrebbero però essere gravati  da un costo obbligatorio per l’utente che li utilizza sull’ordine dei 25 centesimi di dollaro, come già avviene per le tazze monouso. Per garantire che questi contenitori biodegradabili siano effettivamente compostati verrà sviluppato un programma per espandere e supportare il compostaggio.

RISPARMI ECONOMICI E AMBIENTALI
Da quando la Cina ha smesso lo scorso gennaio di accettare materiale usa e getta di bassa qualità e pulizia proveniente anche dagli Stati Uniti si è aperta una crisi nel settore del riciclaggio anche in California. “La maggior parte di questi contenitori non ha alcun valore commerciale negli attuali mercati del riciclo e pertanto le città devono spendere risorse per sbarazzarsene ” dichiara Martin Bourque, direttore esecutivo dell’Ecology Center, l’ente no profit che dal 1973 si occupa del riciclaggio dei materiali raccolti a Berkeley “Gran parte della plastica che viene spedita nel Sud-est asiatico sappiamo che può finire bruciata o dispersa nell’ambiente avvelenando le persone”.
Ridurre gli imballaggi usa e getta che sono costosi da gestire per la comunità rappresenta invece un risparmio sia per la città che per gli  stessi operatori che possono ridurre i costi d’acquisto dei contenitori monouso passando a quelli riutilizzabili.
“Le aziende che sperimentano opzioni riutilizzabili sono spesso sorprese dei risparmi sui costi e della soddisfazione dei clienti “, afferma Samantha Sommer, che gestisce il programma “Rethink single -use” di Clean Water Action.

Uno studio realizzato dal programma  Rethink Disposable, Stop Waste e la contea di Alameda ha stimato un risparmio per gli esercizi sui contenitori monouso che si aggira dai 1.000 ai 22.000 $ annuali.


Un sondaggio condotto dal Clean Water Action e Ecology Center nel 2017-2018  che ha interessato il 10% degli esercenti del settore del cibo da asporto ha rivelato l’esistenza di un forte sostegno del settore per una riduzione dei rifiuti da imballaggi usa e getta come misura necessaria per affrontare l’impatto ambientale. Anche se il 74% degli intervistati utilizza giornalmente prodotti usa e getta, o una combinazione tra articoli monouso e riutilizzabili, il 58% è favorevole ad un provvedimento che addebiti ai clienti il costo delle tazze da caffè e il 67% degli altri contenitori da asporto, sempre qualora tutti gli esercizi fossero obbligati ad addebitare lo stesso importo.

(1) Single use disposable foodware and packaging (SUDs) – including plates, cutlery, cups, lids, straws, “clamshells” and other containers.

Va bene lo stop alla plastica, ma la vera rivoluzione circolare è sviluppare i sistemi di riuso

Il problema dei rifiuti, e in particolare della plastica, è urgente e complesso. Le recenti normative europee sull’economia circolare e contro la plastica usa e getta sembrano muovere nella direzione giusta. Ma per risolvere il problema sono necessari una riprogettazione dei cicli produttivi e dei cambiamenti importanti nel sistema di raccolta differenziata. Ne abbiamo parlato in una lunga chiacchierata con Silvia Ricci la responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi . Conclusione? Nei rifiuti non esiste alcuna soluzione miracolosa perché, come diceva l’umorista statunitense Arthur Bloch, “I problemi più complessi hanno soluzioni semplici, facili da comprendere e sbagliate”.

Di Andrea degl’Innocenti 

L’Europa sembra muoversi con una certa convinzione verso modelli di economia circolare. Alcune recenti direttive, che fanno parte del più ampio pacchetto europeo sull’economia circolare, introducono alcune novità interessanti: il divieto (dal 2021) di produrre molti oggetti in plastica monouso come bicchieri, piatti e posate di plastica, cotton fioc, e così via; il concetto di responsabilità estesa del produttore, che dovrà farsi carico delle spese di recupero e gestione della totalità degli imballaggi; l’obiettivo di raccogliere e riciclare il 90% delle bottiglie in plastica entro il 2025.

Tuttavia l’attuale situazione dei rifiuti – e in particolar modo della plastica – è molto complessa e l’iter attuativo della legislazione europea è ancora molto variabile (dipende in parte dalla volontà politica dei decisori locali). Non è semplice capire come queste regole saranno recepite dai vari paesi, accolte dalle industrie e dall’impianto produttivo, per arrivare a ipotizzare quanto e come riusciranno ad impattare sul mondo reale. Per vederci un po’ più chiaro ho contattato Silvia Ricci di Comuni Virtuosi, autrice di analisi sempre molto approfondite e accurate sulla gestione dei rifiuti da imballaggio nel nostro paese.

In questa prima parte di intervista andremo ad analizzare principalmente il contesto in cui la normativa europea si inserisce, ovvero la gestione della plastica da imballaggio. Nella seconda parte entreremo più nel dettaglio della normativa stessa, per analizzarla e commentarla alla luce del contesto emerso.

Per anni ci è stato detto che non c’era nessun problema con la plastica, che bastava fare la raccolta differenziata e tutto si sarebbe risolto. Oggi ci ritroviamo con un problema enorme di inquinamento da plastica dispersa in ambiente, negli oceani, che entra nella catena alimentare, si fa vettore di sostanze chimiche. Cosa non ha funzionato?

Innanzitutto non ha funzionato in toto la gestione del materiale plastica da parte di tutti gli attori della filiera. Per fare un esempio applicato ad uno degli imballaggi più presente nel littering: i contenitori di bevande. Le cose sono andate storte a partire dal momento in cui la bottiglia di plastica monouso è andata a sostituire il precedente sistema che non produceva rifiuti come la distribuzione di bevande in vuoto a rendere. L’industria si è così progressivamente liberata di costi importanti senza preoccuparsi delle conseguenze. I governi sono stati a guardare invece di obbligare i produttori di bevande di prendersi carico della raccolta dei nuovi contenitori a perdere a fine vita.

I sistemi di deposito su cauzione attivi in oltre 40 territori dimostrano di poter intercettare oltre il 90% dell’immesso e di poter creare dei cicli chiusi “bottle to bottle” senza perdite di materiale e produzione di littering. Quando i produttori di bevande si resero conto, negli anni 60-70, che i loro contenitori venivano abbandonati ovunque, preferirono finanziare campagne di effetto come quella del “Crying indian“ ( che era peraltro un italiano) che addossavano principalmente la colpa sui cittadini “incivili”. Nonostante i primi studi che hanno accertato un’importante presenza di plastica negli ambienti marini fossero dei primi anni settanta si è preferito ignorare il problema sino a che ci è scoppiato in faccia… anzi a ben vedere il problema si sta trasferendo dentro di noi, con quali effetti non sappiamo.

C’è un problema tecnico nella differenziazione dei materiali o nel mercato della materia prima seconda?

Più che problemi di ordine tecnico, una volta chiarito che la raccolta differenziata è solamente un mezzo, che ha senso di esistere solo quando i materiali raccolti vengono reintrodotti in nuovi cicli economici senza che il loro valore economico si perda, vanno fatte alcune premesse importanti.

Siamo in presenza di una crisi climatica in un mondo dalla popolazione in crescita che non si può affrontare senza ridurre drasticamente il prelievo di risorse. Questo significa che non possiamo aspettare oltre per attuare politiche di prevenzione dei rifiuti. Nel rispetto delle nuove direttive del pacchetto economia circolare e della gerarchia di gestione dei rifiuti che vede il riciclo come l’opzione ambientalmente meno sostenibile rispetto al prevenire e ridurre i rifiuti (modelli economici circolari) anche attraverso politiche di riuso e condivisione dei beni (prodotto come servizio).

In genere quando si parla di riciclo si pensa al riciclo “teorico” e non si va mai nel dettaglio: molti materiali sono purtroppo riciclabili solamente in teoria, ma poi nella pratica cosa succede? In Italia raccogliamo tutte le plastiche, sia quelle flessibili che quelle rigide, ma circa la metà del totale raccolto viene termovalorizzata. E questo problema c’è da molto tempo, ben prima che la Cina e altri paesi asiatici rifiutassero i nostri scarti, anche se non se ne parla per tutta una serie di motivi. Ma fra il riciclo teorico e quello reale abbiamo avuto modo di realizzare che c’è di mezzo il mare (di plastica)…

Nella pratica invece cosa succede?

Per il riciclo delle plastiche siamo di fronte ad un problema di sostenibilità economica più che a problemi di ordine tecnologico. Multinazionali come Unilever hanno individuato tecnologie che possono riciclare anche chimicamente imballaggi come i sachet, piccole bustine monodose in multimateriale che infestano i corsi d’acqua dei paesi asiatici. Si tratta di bustine utilizzate per commercializzare detergenti o prodotti per la cura della persona. Il problema in questo caso non è il riciclo ma come intercettare questi sachet in paesi dove non esistono sistemi di raccolta dei rifiuti. E soprattutto chi organizza e paga per una loro raccolta?

Al contrario della carta o di imballaggi come l’acciaio e l’alluminio, che sono omogenei, nella differenziata della plastica dovremmo parlare di plastiche: abbiamo infatti polimeri diversi tra loro, come il polietilene ad alta e bassa densità, il polistirene, il PET e così via. Succede che per diversi di questi polimeri non raggiungiamo le quantità necessarie per dare vita a una filiera di riciclo economicamente sostenibile. Prendiamo il caso delle vaschette alimentari in PET: in molti pensano che possano essere riciclate assieme alle bottiglie, mentre in realtà le vaschette hanno una diversa composizione chimica che non si presta ad essere riciclata con le bottiglie. Pertanto, ad oggi , non si è ancora arrivati per queste vaschette , a mettere in piedi un sistema di riciclo perché non si raggiungono quantità tali da rendere sostenibile la filiera. L’unica possibilità esistente per cambiare radicalmente il sistema attuale è quella di intervenire nella progettazione a monte degli imballaggi e fare in modo che il loro design sia compatibile con i sistemi di avvio a riciclo e impiantistica presente in modo capillare in tutto il territorio.

Che prospettive ci sono a riguardo?

C’è un programma internazionale della Ellen MacArthur Foundation molto partecipato dall’industria dei beni di largo consumo che si chiama “The New Plastics Economy” che ha pubblicato nel 2017 il piano di azione “Catalysing Actions” che indica nel dettaglio quali strategie vadano applicate per evitare che la plastica venga riciclata in minima parte e finisca dispersa nell’ambiente. Le strategie sono sostanzialmente tre: 1) la riprogettazione per quel 30% di imballaggi immessi al consumo in peso che sono praticamente impossibili da riciclare 2) il riuso per il quel 20% di imballaggi in plastica che comprende sia gli imballaggi che entrano nelle nostre case che gli imballaggi industriali B2B come cassette, fusti, pallet e contenitori vari utilizzati, ad esempio anche dai fornitori della grande distribuzione per trasportare prodotti come ortofrutta, carni, ecc. 3) infine il restante 50% degli imballaggi in plastica immesso al consumo dovrebbe essere reso facilmente riciclabile senza perdite di valore come avviene con il downcycling.

Per raggiungere l’obiettivo della riciclabilità vanno seguite le linee guida prodotte dai riciclatori nella progettazione e andare verso una standarizzazione e semplificazione del packaging, convergendo verso un numero ristretto di polimeri. Ma siccome le misure volontarie come l’adesione volontaria a programmi come l’iniziativa prima citata non sono sufficienti per avere il cambio di rotta necessario da parte delle aziende, servono quadri legislativi che rendano economicamente conveniente in primis la prevenzione dei rifiuti da imballaggio: attraverso la dematerializzazione del packaging (cambio dei metodi di commercializzazione/erogazione dei prodotti), il riuso attraverso misure che prevedano obiettivi vincolanti di riuso, oltre che di riciclo o materia post consumo riciclata nelle produzioni. Quindi una buona parte delle ricette le conosciamo, il problema è metterle in pratica coinvolgendo tutti i portatori di interesse che si rivelano indispensabili per un cambiamento della situazione attuale.

Purtroppo molte delle azioni sin qui rese note dai grandi Brand che aderiscono al programma si concentrano prevalentemente sulla strategia del riciclo , più che su strategie di prevenzione e riuso. In parallelo si nota anche una tendenza spiccata da parte delle aziende nel sostituire, ove possibile, la plastica con altri materiali da imballaggio che non parrebbe essere frutto di una valutazione degli impatti ambientali delle alternative considerate.(1)

Quindi cambiare materiale potrebbe essere una soluzione non priva di “rischi” ?

L’industria “in fuga “ dalla plastica, che vive una profonda crisi reputazionale, si sta spostando su altre materie prime per realizzare imballaggi che, anche nell’immaginario comune siano percepite come maggiormente sostenibili. La carta sta raccogliendo grandi consensi anche da parte delle catene di supermercati che vogliono sostituire o ridurre gli imballaggi in plastica. Eppure anche se carta e cellulosa rappresentano una risorsa rinnovabile non dimentichiamo che l’Unep ha previsto al 2030 un aumento del 40% nel consumo di legno e cellulosa. Non abbiamo di fatto a disposizione alcuna risorsa in natura di cui poter fare prelievi illimitati che non tengono conto dei relativi tempi di rigenerazione naturali. Eventi connessi al riscaldamento climatico come la recente strage di alberi nelle Dolomiti o ai roghi in California devono farci guardare alle foreste come ad una risorsa da tutelare, oggi ci sono ma domani potrebbero non esserci. Dobbiamo guardare alle risorse in modo sistemico e considerare ogni anno quanto budget di natura abbiamo a disposizione, altrimenti non facciamo altro che spostare gli impatti di un modello economico insostenibile da una risorsa all’altra.

Adesso la situazione è piuttosto lontana da questo scenario…

Ora siamo di fronte ad un’inesorabile crescita degli imballaggi dovuta soprattutto al cambiamento degli stili di vita: aumento nel consumo di piatti d’asporto (anche ordinato online) e di altri bevande vendute in contenitori “to go” di vario tipo. Aumentano nella grande distribuzione le vendite di cibo pronto e di prodotti di quarta gamma (verdura e frutta già lavata), e via dicendo. Generiamo quindi una quantità di imballaggi destinata a crescere di circa il 3% ogni anno che non è supportata da alcuna seria politica di riduzione. A questo si aggiunga la chiusura delle frontiere cinesi all’importazione degli scarti (avvenuta a partire dal gennaio 2018 ndr), che ha colpito praticamente tantissimi paesi. Alcuni paesi come l’Inghilterra inviavano in Cina addirittura il 60% dei loro rifiuti differenziati, noi ne mandavamo sicuramente di meno, ma anche a noi la chiusura del mercato cinese ha creato dei problemi e non solo per la plastica. Per fare un esempio, alcuni imballaggi industriali in plastica (preferiti in genere dai riciclatori come qualità e pulizia) che prima venivano venduti all’estero, sono rimasti qua a disposizione del mercato interno. Se la cosa è estremamente positiva da una parte, ha causato dall’altra la mancata vendita e l’accumulo negli impianti di quei materiali dello stesso polimero precedentemente acquistati dai riciclatori, che provengono dalle raccolte differenziate che sono meno appetibili come qualità.

Cosa potrebbe succedere se il principio di responsabilità estesa del produttore fosse recepito “correttamente” da noi?

Se l’articolo 8 all’interno delle direttive del pacchetto economia circolare sulla responsabilità estesa del produttore fosse recepito come mi auguro dovrebbe, i produttori saranno obbligati a sostenere i costi totali della raccolta o comunque una buona parte di questi costi.

Pertanto in una situazione in cui i produttori sono costretti a pagare cifre più vicine all’80% che al 20% attuale dei reali costi di avvio a riciclo sostenuti dai comuni , o magari persino il costo totale, potrebbe avvenire un cambio di paradigma che investe tutte le fasi del ciclo di vita degli imballaggi. Un caso che spiega cosa intendo è quello verificatosi in Lituania che evidenzia come l’unica possibilità di raggiungere l’obiettivo di raccogliere e riciclare entro il 2025 il 90% delle bottiglie in plastica sia lo strumento del deposito su cauzione.

Cos’è successo in Lituania?

Nel 2016 il governo lituano ha messo i produttori di bevande davanti ad una scelta: o si prendevano carico di tutti i costi di gestione dei loro contenitori o in alternativa sarebbe stato introdotto il deposito su cauzione affidato come gestione agli stessi produttori a partire dal sistema di raccolta. Si è optato per questa seconda opzione in cui i produttori si sono presi carico in collaborazione con la grande distribuzione di installare reverse vending machines nei supermercati. Dopo meno di un anno sono passati al 70% di intercettazione dei contenitori e dopo un anno a oltre il 90%. Persino i comuni che all’inizio avevano osteggiato la normativa perché temevano che sarebbero stati privati degli introiti derivanti dalla vendita degli imballaggi raccolti si sono presto resi conto che il risparmio sui costi della raccolta differenziata era persino maggiore rispetto a quell’introito. Sono ora gli stessi comuni a chiedere che sempre più tipologie di bevande e contenitori entrino nel sistema di cauzionamento.

Segue la seconda parte disponibile a questo link.

 

(1) I primi studi LCA che comparano gli impatti delle plastiche tradizionali con le alternative bio-based si stanno moltiplicando. Ecco  alcuni riferimenti  a studi recenti:

Land use mediated GHG emissions and spillovers from increased consumption of bioplastics

Exploring alternative materials to reduce plastic pollution

(Plastics) Better Alternatives now B.A.N. List 2.0

Dalla Cina un messaggio “in una scatola” riutilizzabile per un nuovo e-commerce

I rifiuti da imballaggio derivanti dalla crescita del commercio online stanno diventando un flusso importante nel rifiuto urbano che richiede politiche di prevenzione alla pari di altri rifiuti generati dal consumo di cibo e bevande da asporto. Finalmente arriva dalla Cina un importante segnale da parte del suo più importante operatore del commercio online con l’adozione di un imballaggio riutilizzabile.  

JD.com (abbreviazione di JingDong ) è il più grande rivenditore online B2C in Cina e al terzo posto nella classifica mondiale come volume di affari. I suoi oltre 300 milioni di clienti attivi acquistano in media 26 articoli all’anno. JD.com, che fornisce un servizio simile a quello di Amazon, ha investito molto nella logistica e nelle infrastrutture per garantire che le merci vengano consegnate lo stesso giorno se ordinate entro le ore 11:00. Il 90% degli ordini che riceve viene mediamente consegnato entro 24 ore.

I piani di espansione internazionale del gigante cinese dell’e-commerce passano anche dall’Europa con un avvio delle operazioni in Germania, Regno Unito e Francia, dove l’azienda ha investito due miliardi in due anni per l’allestimento di una nuova rete logistica europea.

JD Logistics ha presentato lo scorso anno la Green Stream Initiative  che ha l’obiettivo di promuovere l’uso di materiali di imballaggio sostenibili e ridurre l’impatto ambientale dell’intera catena di fornitura. Un progetto dell’iniziativa che è stato appena lanciato permette ora ai clienti di JD di scegliere una spedizione con imballaggi riutilizzabili. Si tratta di scatole di colore verde  destinate a spedizioni in cui è richiesto un imballaggio di piccola o media dimensione che possono essere riutilizzate sino a 10 volte.

Secondo JD, il programma può fare risparmiare 32,5 milioni di RMB (circa 4.680.400 milioni di dollari) all’anno, qualora il 10% degli ordini totale utilizzasse le nuove confezioni.
Grazie all’adozione di queste scatole JD prevede di ridurre l’uso di imballaggi di 10 miliardi di pezzi entro il 2020. Tra gli altri impegni assunti con la Green Stream Initiative c’è l’obiettivo di riciclare l’80% dei materiali di imballaggio, sostituire il 50% degli imballaggi di plastica con materiali biodegradabili e avere il 100% degli imballaggi composto da materiali riciclabili o riutilizzabili.

Il servizio viene offerto gratuitamente, e l’opzione riutilizzabile può essere selezionata in fase di ordinazione. Chi sceglie questa opzione può restituire l’imballaggio al momento della consegna. I clienti che scelgono la “scatola verde” riutilizzabile vengono premiati con i punti fedeltà “Jingdou” che valgono come buoni per tutti i prodotti presenti sul catalogo di di JD . Le scatole riutilizzabili  vengono ora impiegate per la spedizione di prodotti come gioielli, cellulari, orologi, cosmetici e prodotti per la cura della pelle, ad eccezione del cibo fresco.

Il servizio, che ha preso il via a Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, si espanderà a Chengdu e in altre cinque città entro la fine di questo mese. Entro la fine del 2018, JD fornirà questa opzione riutilizzabile in 20 città.
La divisione JD Logistics ha introdotto all’inizio di quest’anno a Shanghai una flotta di furgoni ad idrogeno per rendere zero carbon il percorso finale della consegna ai clienti. All’inizio di giugno, la società ha invece presentato una flotta di 50 veicoli a propulsione solare operativi a Pechino.

Visto le similitudini esistenti tra il modello di commercio online di JD e Amazon la richiesta che dovrebbe partire da tutti i governi nazionali e locali in cui quest’ultimo opera è quella di seguire l’esempio del competitor cinese in arrivo sul mercato europeo nei prossimi anni. La città di San Francisco, come viene raccontato in questo video di The Story of Stuff Project deve gestire ogni giorno 100 tonnellate di imballaggi di cartone in più grazie al commercio online.

Tuttavia il precursore di un sistema riutilizzabile parla finlandese e si tratta di RePack vincitore di numerosi premi e ora tra i 10 finalisti di Launch Circular Innovators. In un precedente post abbiamo spiegato come funziona il sistema di RePack al quale hanno aderito oltre 36 rivenditori online in Finlandia e perché l’imballaggio del futuro non può che essere riutilizzabile.

STILI DI VITA E DI CONSUMO INSOSTENIBILI: serve azione da parte dei governi locali e nazionali

Secondo i dati del Conai la produzione di imballaggi in Italia ha avuto nel 2016 una crescita del 3,2% rispetto al 2015 e l’impiego di imballaggi è cresciuto del 4,4% .
Nel 2016 il peso degli imballaggi immessi al consumo ha raggiunto i 12,6 milioni di tonnellate con una crescita del 2,2% rispetto al 2015.
Uno studio di GEO -Green Economy Observatory- dello IEFE-Università Bocconi presentato qualche tempo fa ha stimato quanti rifiuti da imballaggio potrebbero essere prodotti al 2030. Il modello utilizzato dallo studio ha quantificato in 4 milioni di tonnellate la quantità di rifiuti che sarebbe possibile evitare grazie a politiche di riduzione e innovazione tecnologica. Quest’importante riduzione viene però minimizzata da un aumento nella produzione di rifiuti – che vale più del doppio– dovuto alle modalità di consumo e stili di vita . Tra i fattori che contribuiscono all’aumento degli imballaggi c’è un crescente ricorso agli acquisti online e la riduzione della dimensione dei nuclei famigliari che favorisce un maggior consumo di cibo pronto all’uso e monoporzioni a maggiore impatto di packaging. L’approfondimento sul tema dello scorso anno, drammaticamente attuale, visto lo stato di paralisi degli impianti nazionali, l’emergenza dietro all’angolo (non solamente per la capitale) si trova a questo link e negli articoli correlati segnalati a fine pagine.

 

Sacchetti ortofrutta e altri contenitori riutilizzabili: in Italia ancora un miraggio, o quasi..

Passano i mesi e ancora non arriva dal Ministero della Salute una circolare che renda possibile per i supermercati adottare delle soluzione riutilizzabili per il settore ortofrutta, ma anche per i prodotti da forno e altri prodotti. Se in Italia non cambieremo la normativa alimentare e altri ostacoli legislativi che impediscono il riuso, dovremo accontentarci di guardare agli altri paesi europei mentre finiamo seppelliti dall’usa e getta. Il caso delle insegne Lidl, Albert Hijn (e non solo) in Belgio e Olanda.

Passano i mesi e ancora tutto tace sul fronte bioshopper ortofrutta. Nessuna nuova circolare dal Ministero della Salute che, chiamato ad esprimersi dal precedente ministro all’Ambiente, ha ingarbugliato ulteriormente la situazione. Siamo al punto in cui , in nome di chissà quali rischi sanitari, il riuso dei sacchetti non è permesso.
Neanche la “sfida” di buon senso lanciata a giugno da NaturaSì che, con l’appoggio di Legambiente, ha adottato sacchetti riutilizzabili per ortofrutta ( e anche per il pane), nei suoi punti vendita,   è bastata per provocare qualche reazione.
Restiamo quindi sospesi in una situazione “all’italiana” in cui abbiamo una legge (disattesa)   che vieta la commercializzazione dei sacchetti di plastica già da tempo,  e in cui si ignora una “provocazione” appositamente lanciata da un’azienda  per sollecitare una conclusione della vicenda.

Molto probabilmente questo silenzio è indice della difficoltà in cui si è trovato il Ministero rispetto ad una legge “mal scritta” e del fatto che non riesca a trovare “una via di fuga che salvi capra e cavoli”.

Fatto sta  che per bandire i sacchetti di plastica ultraleggeri usa e getta questo provvedimento ha scatenato due effetti indesiderati: ha impedito l’adozione di alternative riutilizzabili da parte dei consumatori e ha fatto aumentare il consumo di ortofrutta confezionata in plastica. Non entriamo qui nei dettagli di un tema già oggetto di precedenti interventi  a favore di una soluzione riutilizzabile che proponiamo alla GDO dal 2010.

Certo è che se avessimo seguito l’esempio di paesi che hanno reso obbligatorio per legge una tassa sufficientemente alta per tutti gli shopper usa e getta, o misure come quella olandese che nel 2016 ha vietato la cessione gratuita per i sacchetti in plastica e bioplastica (e suggerito un costo di 25 cent), avremmo:  incentivato il ricorso alle borse e sacchetti riutilizzabili e stroncato sul nascere  il mercato illegale dei sacchetti di plastica che ha prosperato in questi anni.

PLASTICFREE O PACKAGINGFREE?  
Una delle conseguenze indesiderate della corsa al plasticfree – che non si trasforma in packagingfree- è la sostituzione della plastica a pari quantità di consumo con  derivati della cellulosa o bioplastiche che aumenterà il consumo di risorse e non andrà certamente a ridurre l’impatto ambientale   causato dal modello economico usa e getta. Gli errori compiuti in passato, anche a livello di commissione europea come la direttiva biocarburanti, dovrebbero averci insegnato ad avere una visione sistemica sul consumo di risorse senza doverci trovare tra 20 o 30 anni a piangere su danni ormai irreparabili causati da pratiche dannose come l’impiego di olio di palma come carburante.

I sacchetti leggeri rappresentano uno dei dieci prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa che la Commissione Europea vuole eliminare, ridurre o sostituire e che sono pertanto oggetto di una bozza di direttiva denominata SUP (single use plastics). Il ministro all’Ambiente Sergio Costa ha dichiarato,  in più occasioni, di voler anticipare in Italia i contenuti della proposta di direttiva SUP , e di essere al lavoro su una proposta di legge mirata alla riduzione del marine litter,  da presentare entro la fine dell’estate. Ci auguriamo che la maggiore concertazione con gli stakeholder rispetto al passato, che il ministro parrebbe avere sposato, prevenga l’emanazione di misure che si limitino a bandire i prodotti monouso in plastica senza valutare  gli impatti diretti e indiretti del ciclo di vita delle opzioni alternative, inclusa quella del fine vita. Non basta che i cittadini sappiano riconoscere da un simbolo se un contenitore, bottiglia, stoviglia sia “tecnicamente” compostabile o riciclabile se poi i sistemi di raccolta, selezione e impiantistica su tutto il nostro territorio nazionale non sono in grado di “metabolizzare” questi manufatti. Vedi il caso della bio bottiglia in PLA della nota marca di acqua minerale che crea problemi sia quando conferita con l’umido che con la plastica.

Molto interessanti, pertanto,  le dichiarazioni di Costa raccolte dai media che vanno nella direzione di adottare misure legislative che, attraverso leve fiscali,  rendano conveniente per i produttori immettere sul mercato prodotti con imballaggi ridotti o sfusi e di incentivare nei consumatori il ricorso a contenitori riutilizzabili. In linea peraltro con i punti 8-10 della proposta di direttiva SUP.

OLANDA E BELGIO : AVANTI CON LE SPERIMENTAZIONI

Nonostante nei reparti ortofrutta di altri paesi europei non sia obbligatorio l’uso di guanti e non sia vietato acquistare con propri contenitori, l’adozione di sacchetti ortofrutta e contenitori riutilizzabili è al momento estremamente limitata.

Questo perché, per spingere quantità importanti di acquirenti ad abbandonare il consumo usa e getta servirebbero incentivi e soluzioni facilmente adottabili in ogni negozio e supermercato sotto casa. Per questo motivo dal 2010 chiediamo alla GDO italiana di mettere a disposizione contenitori riutilizzabili come potete leggere qui e qui con l’iniziativa meno rifiuti più risorse.

Dallo scorso anno alcune insegne in Germania, Francia, Austria hanno cominciato a sperimentare l’adozione di sacchetti riutilizzabili nel  reparto ortofrutta proprio in previsione di un giro di vite da parte della commissione europea sui sacchetti leggeri e ultraleggeri.
Albert Heijn, come annunciato lo scorso maggio è partito  in Olanda questa estate con un pilota in dieci negozi per testare le migliori alternative allo scopo di sostituire i circa 170 milioni di sacchetti ortofrutta che i suoi clienti utilizzano ogni anno. I sacchetti riutilizzabili di AH (simili a quelli di Lidl) vengono messi in vendita in una confezione da due pezzi a 69 centesimi di euro. Possono essere utilizzati, come si legge sulla confezione, sia per l’acquisto di ortofrutta che pane.

Anche la catena belga Delhaize -che dal 2016 si è fusa con Albert Hijn dando vita al gruppo Ahold – aveva annunciato , sempre a maggio, di voler eliminare i sacchetti ortofrutta.
Delhaize conta, a partire da ottobre di sostituire gli 80 milioni di sacchetti sottili distribuiti in Belgio ogni anno con sacchetti in carta o con sacchetti riutilizzabili in cotone biologico al prezzo di circa mezzo euro.

Per quanto riguarda il Belgio i sacchetti in plastica sono vietati in Vallonia dal gennaio 2018 e da settembre nella regione di Bruxelles.  Non è invece ancora in vigore nelle Fiandre un divieto simile ma il portavoce di Delhaize,  Roel Dekelver, ha affermato di volere unificare le politiche aziendali in modo da contribuire ad una riduzione dei rifiuti in tutto il Belgio.

Delhaize ha messo in campo altre misure per ridurre gli imballaggi in plastica. Ad esempio, l’ortofrutta biologica che per legge deve essere distinguibile dall’offerta non biologica, non viene più confezionata nella plastica, ma contraddistinta da un bollino applicato sui prodotti.
Poi siccome da Carrefour si possono acquistare diversi alimenti con propri contenitori Dekelver ha confermato che la pratica sarà possibile anche nei punti vendita di Delhaize.

IL CASO DI LIDL OLANDA

Lidl Olanda, come si può leggere alla pagina del suo sito dedicata alle iniziative di riduzione degli imballaggi in plastica e alla promozione del suo sacchetto ortofrutta Little Green Bag, distribuisce ogni anno 60 milioni di sacchetti.

Questa iniziativa è parte di un impegno più ampio di Lidl rispetto alla plastica usa e getta che prevede di raggiungere entro il 2025 un 25% di riduzione nell’utilizzo complessivo di plastiche, anche come articoli usa e getta nei prodotti a marca propria. Al 2025 tutti gli imballaggi impiegati dall’insegna dovranno poi essere riciclabili. Le bottiglie di bevande a marca propria di Lidl contengono già un 60% di plastica riciclata grazie al sistema di deposito su cauzione per le bottiglie che l’insegna gestisce in proprio.
Tra le altre politiche ambientali della catena entro fine anno verrà completata la conversione energetica di tutti i 420 punti vendita, dal gas metano all’utilizzo di energie rinnovabili come il riscaldamento con pompe di calore.
Infine anche la vendita di sigarette verrà gradualmente ridotta sino a venire eliminata in tutti i punti vendita entro il 2022.

Da imballaggi riciclabili a imballaggi riciclati il passo è lungo

Sempre più aziende annunciano di voler rendere il proprio packaging riciclabile, riusabile o compostabile al 2025. La tendenza è quella di puntare soprattutto al riciclo. Ma per raggiungere gli obiettivi di riciclo europei la riciclabilità sulla carta non sarà sufficiente.

Continuano ad aggiungersi nuove aziende e associazioni di categoria al fronte industriale che, dallo scorso anno, sta rendendo note le misure che verranno intraprese per ridurre l’impatto e le quantità di plastica utilizzata negli imballaggi. Le prime aziende che hanno annunciato impegni in tal senso su base volontaria, sono state noti brand che partecipano al programma The New Plastics Economy della Fondazione Ellen McArthur. Alcuni di loro, come Unilever hanno anche collaborato alla stesura del Piano di azione “NPE: Catalysing Action” del 2017 che ha ispirato molte delle misure annunciate.

L’impegno di massima che accomuna le aziende che si sono espresse ad oggi, consiste nel rendere tutti gli imballaggi utilizzati riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Altri impegni annunciati , prevalentemente correlati all’obiettivo riciclo, prevedono di utilizzare plastica riciclata negli imballaggi in percentuali che vanno da un minimo del 25%, passando per il 50% di Coca Cola per arrivare al 100% (come Evian e Werner & Mertz ) e di contribuire alla creazione di un mercato di sbocco per il granulo da riciclo.
Le aziende stanno lavorando al perseguimento degli impegni annunciati a livello europeo e internazionale senza avere ancora ben chiaro come arrivarci. L’impresa si preannuncia tutt’altro che facile alla luce dei contesti profondamente diversi dei vari mercati in cui le aziende operano che riguarda anche i sistemi di gestione rifiuti.

Nei programmi di multinazionali come Coca Cola (World Without Waste) , P&G (Ambition 2030), Unilever e Nestlè si accenna alla volontà di contribuire ad un miglioramento dei sistemi di raccolta rifiuti e soprattutto in quei paesi maggiormente responsabili della dispersione in mare dei rifiuti marini. Mancano però, anche in quelle sedi, indicazioni circa dove e come andare a farlo e soprattutto con quale ordine di investimenti.

Tra le azioni svelate alle quali le aziende stanno lavorando ce ne sono alcune che mi lasciano un pò perplessa perché rivelano la mancanza di una visione olistica e quindi di una progettazione sistemica.
Un esempio che chiarisce cosa intendo è quello di Unilever che, per risolvere le criticità collegate al fine vita dei sachet: confezioni monodose di detergenti in multimateriale (facilmente dispersi nell’ambiente), ha deciso di investire in una nuova tecnologia di riciclo denominata CreaSolv Process technology. Tale tecnologia verrà testata in un impianto pilota in Indonesia, uno dei cinque paesi che, con 1.300 tonnellate di rifiuti scaricati in mare ogni anno, contribuisce ad alimentare il marine litter.

Questa scelta, oltre ad essere un esempio su come le aziende tendano in genere a scavalcare azioni prioritarie della gerarchia dei rifiuti EU come prevenzione e riuso, solleva una serie di inevitabili domande che elenco. Ammesso che Unilever possa aprire degli impianti di riciclo basati su questa tecnologia nei paesi dove commercializza i sachet, come pensa la multinazionale di intercettare questi piccoli rifiuti senza un incentivo economico per chi li conferisce, e in mancanza di infrastrutture logistiche capillarmente diffuse sul territorio per gestire i flussi raccolti ? Chi dovrebbe sviluppare, progettare e gestire l’avvio a riciclo di questo flusso di rifiuti e sostenerne i costi ? Come fare in modo che siano disponibili le quantità necessarie per alimentare regolarmente gli impianti di riciclo e raggiungere economie di scala?

E infine, anche ammesso che si possano venire a creare questi presupposti, quale sarebbe l’impatto ambientale ed economico complessivo di questa scelta comparato con opzioni alternative di fornitura per piccole dosi di prodotto che potrebbero essere messe in campo ?

Se fossi un decisore politico in uno dei paesi che non hanno infrastrutture di raccolta rifiuti chiederei alle aziende di presentare progetti di responsabilità estesa del produttore da loro finanziati capaci di intercettare il 90% dei sachet ( o altri imballaggi problematici) immessi al commercio , oppure di creare delle refill station dove le persone acquistano la quantità di prodotto che possono permettersi di pagare. In alternativa promuoverei la vendita di prodotti per la detergenza in barrette solide e saponi.
Queste misure di prevenzione dei rifiuti sarebbero anche indicate per aree isolate collinari o montane oppure per isole che non dispongono di impianti di trattamento rifiuti di prossimità con conseguente aggravio dei costi di avvio a riciclo da sostenere.

Un’altra misura annunciata dalle aziende che mi lascia perplessa è quella di sostituire la plastica con altri materiali sempre usa e getta, dalla carta alle bioplastiche, senza una visione sistemica sugli impatti ambientali ed economici e sulle conseguenze che i nuovi materiali avrebbero sui sistemi di avvio a riciclo già esistenti.

Anche nei casi in cui le aziende si basano su studi LCA per “giustificare” determinate scelte va detto che, come molti esperti di LCA concordano, le valutazioni LCA e EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto) commissionate e diffuse dalle aziende sono “incomplete” perché spesso non considerano gli impatti ed effetti collaterali della fase di fine vita che variano a seconda del contesto geografico. Cosi come non considerano altre esternalità correlate a tutto il ciclo di vita di un bene che sono difficili da misurare e quantificare come il marine litter, la deforestazione, il cambiamento di uso indiretto del suolo (Iulc), ecc..

Anche in Italia per quanto riguarda oltre il 50% di imballaggi di plastica che vengono raccolti per essere termovalorizzati non sarà sufficiente che le aziende mantengano le promesse di riciclabilità tecnica del packaging perché il nodo da risolvere è quello della sostenibilità economica della filiera di riciclo. Ecco perché il piano Catalysing Action identifica tre strategie, ognuna rivolta a specifici flussi di imballaggi che non vengono riciclati che sono: riprogettazione, riuso e riciclo. Le azioni ad oggi rese note dalle aziende sono sbilanciate a favore del riciclo come ho commentato in un post dal titolo “Imballaggi: il riciclo per la plastica (ed altri materiali) da solo non basta”.

Quale delle tre strategie applicare per fare arrivare un bene al suo pubblico è una scelta che l’industria deve prendere sulla base delle caratteristiche dei sistemi post consumo dei mercati dove immette imballaggi. Questo implica per l’industria ammettere ed accettare che in un pianeta dai limiti fisici l’applicazione del modus operandi “one solution fits all “ tipica del modello economico globalizzato non “funge più” ma porta a ripetere gli stessi errori.

Per creare un mercato circolare per le plastiche, oltre all’adozione dei principi dell’ecodesign tra cui una standarizzazione dei formati e del design degli imballaggi, c’è una condizione essenziale da soddisfare che consiste nel convergere verso pochissimi polimeri per rendere più semplice la differenziazione da parte degli utenti, la selezione e il riciclo. Solamente così raggiungeremo flussi di ottima qualità e nelle quantità necessarie perché il riciclo sia economicamente sostenibile.
Se, ad esempio, decidessimo di convergere sul PET per realizzare vassoietti e contenitori vari il cui consumo aumenta con tendenze in atto, come un maggiore consumo di alimenti già pronti per l’uso, eviteremo che vengano raccolti e selezionati per essere bruciati e alimenteremo il mercato del r-Pet.

Capisco che questa decisione possa fare imbufalire l’industria dei polimeri che verrebbero esclusi, che dovrebbero trovare sbocchi alternativi alla produzione usa e getta, ma cosa possiamo fare per ridurre il consumo di risorse e allontanare gli effetti del riscaldamento climatico se non fare di più con meno?
Purtroppo ogni misura ambientale incontra alzate di scudi sia da parte di coloro che rifiutano il cambiamento sia di chi difende interessi di bottega, con l’esito che “si continua a ballare sul Titanic” pensando che il naufragio arriverà dopo di noi.

Come commentatori ben più autorevoli di me rimarcano la colpa del’inazione sul clima è condivisa tra le aziende che si limitano a fare azioni di facciata (come sostituire il materiale delle cannucce), i cittadini che non sono pronti a cambiare stili di vita e la politica, spesso appiattita sul corto-termismo, che non sa governare i processi e mediare tra i diversi interessi.

Prima parte. Segue una seconda parte dedicata agli impegni resi noti dall’industria delle bevande in relazione ad uno studio uscito in Inghilterra.

Silvia Ricci

Pubblicato sul blog di Silvia Ricci di Polimerica.it

Immagine in evidenza : Jessica den Hartog

Non salveremo la Terra con una “migliore “ tazza di caffè usa e getta

Dobbiamo sfidare le corporazioni che ci inducono a vivere in una società usa e getta piuttosto che cercare modi “più verdi” per mantenere lo status quo

Editoriale di George Monbiot – Ambiente/ Opinioni- The Guardian

Credi nei miracoli? Se è così, accodati in ordinata fila. Sono molte le persone che immaginano di poter perpetuare gli attuali stili di vita, a condizione che si sostituisca un materiale (dannoso) con un altro. Il mese scorso, una richiesta indirizzata a Starbucks e Costa di sostituire le tazze di caffè in plastica con tazze compostabili derivate dall’amido di mais è stata ritwittata 60.000 volte, prima di venire cancellata.

Coloro che hanno sostenuto questa richiesta non sono arrivati a chiedersi come si ricava l’amido di mais, quanta terra sarebbe necessaria per produrlo, o quanta produzione di mais dedicata al consumo umano dovrebbe essere sostituita.  Oppure hanno trascurato gli effetti collaterali della coltivazione del mais, nota per causare l’erosione del suolo e richiedere spesso dosi massicce di pesticidi e fertilizzanti.

Il problema non è solo la plastica: ma piuttosto quante risorse abbiamo a disposizione e quante ne servirebbero per mantenere il modello di consumo attuale (con una popolazione in crescita). Per dirla in altre parole come possiamo perseguire con un solo pianeta a disposizione stili di vita che richiederebbero le risorse di quattro pianeti. Indipendentemente da ciò che consumiamo, sono le dimensioni abnormi dei nostri consumi che stanno sopraffacendo i sistemi naturali della Terra.
Non fraintendetemi. La nostra fame di plastica è un grave problema ambientale e le campagne per limitarne l’uso sono ben motivate e talvolta efficaci. Ma non possiamo affrontare la nostra crisi ambientale scambiando una risorsa sovrasfruttata con un’altra. Quando ho contestato la richiesta fatta alle catene di caffetterie alcune persone mi hanno chiesto: “Allora cosa dovremmo usare ?

La domanda giusta sarebbe stata “Come dovremmo vivere?” Ma il pensiero sistemico è come una specie in via di estinzione.
Parte del problema è stato alimentato da iniziative che hanno dato vita a campagne “anti-plastica” come la serie Blue Planet II di David Attenborough. Mentre i primi sei episodi avevano narrazioni forti e coerenti, così non è stato per il settimo che ha tentato, balzando da un argomento all’altro, di spiegare le minacce che incombono sulle meravigliose creature marine. Nonostante fosse presente nel documentario il messaggio che si può “fare qualcosa” per evitare la distruzione della vita oceanica, non veniva spiegato come farlo. Mancavano anche spiegazioni sulle cause dei problemi, su quali forze ne fossero responsabili, e su come queste ultime potessero essere affrontate.

Nel clima di incoerenza generale venutasi a creare, un opinionista ha affermato: “Il che significa, credo,  che ognuno di noi debba prendersi  la responsabilità delle scelte quotidiane che si intraprendono “.  (It comes down, I think, to us each taking responsibility for the personal choices in our everyday lives. That’s all any of us can be expected to do).

Questo pensiero ben rappresenta l’errata convinzione che una migliore forma di consumismo potrà cambiare il pianeta. I problemi strutturali che stiamo affrontando in realtà sono : un sistema politico ostaggio di interessi commerciali e un sistema economico che persegue una crescita infinita.

Certo, dovremmo cercare di minimizzare i nostri impatti, ma non possiamo affrontare queste forze semplicemente “assumendoci la responsabilità” per ciò che consumiamo. Sfortunatamente, questi sono questioni che la BBC in generale e David Attenborough in particolare, evitano. Nutro ammirazione per Attenborough in molti ambiti, ma non sono un fan del suo ambientalismo.
Dopo essere passato inosservato per molti anni, quando finalmente ha parlato, per evitare di sfidare il potere ha utilizzato argomenti vaghi o si è concentrato su problemi non direttamente riconducibili all’azione di interessi potenti. Questa sua linea di azione potrebbe spiegare perché alcune imprescindibili questioni non sono state sollevate nel suo ultimo documentario.

La più palese è la responsabilità dell’industria della pesca nell’aver  trasformato quelle forme di vita marina stupefacenti, svelate nelle precedenti puntate della serie, in CIBO da consumare. Il settore ittico, trainato dai nostri appetiti e protetto dai governi, sta causando un collasso ecologico dei mari a cascata . Eppure l’unica attività di pesca di cui il documentario si è occupato rappresenta l’1% del totale delle attività in cui si verificava un recupero degli stock ittici.
Anche la plastica presente nei mari è in gran parte una conseguenza delle attività di pesca. Si è scoperto infatti che il 46% della spazzatura del Great Pacific Patch – che è diventato il caso emblematico della nostra società “usa e getta” – è composta da reti e gran parte del resto deriva da altri tipi di attrezzi da pesca. Gli attrezzi da pesca abbandonati tendono ad essere molto più pericolosi per la vita marina di altre forme di rifiuti. Se guardiamo ai sacchetti e bottiglie in plastica che contribuiscono al disastro dei mari, la stragrande maggioranza proviene dalle nazioni più povere che non hanno sistemi efficaci  di smaltimento dei rifiuti. Ma siccome queste considerazione non sono state fatte, le soluzioni sono state cercate nei posti sbagliati.

Da questo depistaggio sorgono mille “perversioni“. Una nota ambientalista ha pubblicato su twitter una foto di gamberoni comprati in un supermercato Tesco convincendo l’addetta del reparto a metterli nel suo contenitore riutilizzabile, piuttosto che nella plastica, collegando il suo gesto alla protezione dei mari.
Tuttavia il consumo di gamberetti causa danni alla vita marina di molto superiori a quelli causati da un qualsiasi tipo di plastica in cui sono avvolti. La pesca dei gamberetti ha i più alti tassi di catture incidentali di qualsiasi altro tipo di pesca, tra cui un gran numero di tartarughe e altre specie minacciate di estinzione. L’allevamento dei gamberi è altrettanto impattante perché distrugge intere zone di foreste di mangrovie, vivai cruciali per migliaia di specie.

Come consumatori veniamo tenuti notevolmente all’oscuro di tali problemi. Siamo confusi, ingannabili e praticamente impotenti – il potere delle corporazioni aziendali ha fatto di tutto per persuaderci a vederci in questo modo. L’approccio della BBC alle questioni ambientali è altamente partigiano poiché si schiera con un sistema che ha cercato di trasferire quelle che sono le responsabilità di “forze strutturali” sui singoli consumatori.
Eppure è solo come cittadini che intraprendono azioni politiche che possiamo promuovere un cambiamento significativo. La risposta alla domanda “Come dovremmo vivere?” È: “Semplicemente“.
Ma vivere semplicemente è molto complicato. Nel libro di Aldous Huxley, Il mondo nuovo (Brave New World) il governo massacrava i Simple Lifers. Questo al giorno d’oggi non è più necessario: possono venire tranquillamente emarginati, insultati e licenziati. L’ideologia del consumo è così diffusa che è diventata invisibile: è la marea di rifiuti in cui nuotiamo.

Vivere in un unico pianeta significa non solamente cercare di ridurre il nostro consumo, ma anche mobilitarsi contro il sistema che promuove  una grande marea di spazzatura. Ciò significa combattere il potere delle multinazionali, cambiare i risultati politici e sfidare il sistema  basato sulla (continua) crescita che consuma il pianeta e che noi chiamiamo capitalismo.

Ecco una conclusione tratta dal documento di Hothouse Earth del mese scorso, che allertava sul pericolo di portare il pianeta in un nuovo stato climatico irreversibile: “I cambiamenti lineari incrementali … non sono sufficienti per stabilizzare il sistema Terra. Saranno probabilmente necessarie trasformazioni diffuse, rapide e fondamentali per ridurre il rischio di varcare la soglia del non ritorno”.

Le tazze di caffè usa e getta prodotte con nuovi materiali non sono solamente una “non soluzione”: sono una perpetuazione del problema. Difendere il pianeta significa cambiare il mondo.

George Monbiot

NB. Vai all’articolo originale per accedere ai numerosi link presenti nell’articolo

 

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