Oceani di plastica: l’industria della plastica lo sapeva dagli anni settanta
Secondo un recente rapporto l’industria della plastica era informata, e almeno dagli anni 70, circa l’impatto della propria produzione sugli oceani. Da allora, e per decenni, la strategia adottata è stata quella di negare l’evidenza e le proprie responsabilità combattendo qualsiasi tipo di regolamentazione che potesse avere un potenziale impatto negativo sul consumo di packaging.
Un nuovo rapporto del Center for International Environmental Law (CIEL)- presentato il 5 dicembre scorso- ha indagato sul grado di conoscenza da parte dell’industria delle materie plastiche circa l’inquinamento causato dalla dispersione della plastica negli oceani.
Con il rapporto “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” , terzo della serie Fueling Plastics CIEL ha voluto fornire una risposta circonstanziata alla domanda : quanto tempo fa l’industria è venuta a conoscenza dei problemi causati dai loro prodotti e cosa ha fatto a riguardo?.
L’inquinamento dovuto alle plastiche in mare desta estrema preoccupazione perché i polimeri si degradano in tempi lunghissimi e si accumulano nell’ambiente in quantità che crescono in relazione alla crescita delle quantità immesse al consumo (trend in aumento).
Gli scienziati hanno scoperto il problema dell’inquinamento da plastica nei mari per la prima volta negli anni 50, poco dopo l’impiego di plastica derivata dal petrolio nella produzione di beni di largo consumo.
Secondo il rapporto le industrie chimiche e petrolifere erano (o avrebbero dovuto essere) consapevoli dei problemi causati dai loro prodotti, almeno dagli anni 70.(1)
“La reazione dell’industria della plastica, una volta venuta a conoscenza degli ingenti danni al patrimonio naturale che i loro prodotti avrebbero arrecato è stata coerente con le strategie contenute nel documento Big Oil Denial Playbook sui cambiamenti climatici: negare, confondere l’opinione pubblica e combattere regolamentazione e altre soluzioni efficaci per una riduzione dell’usa e getta da parte dei governi. Nonostante l’evidenza scientifica dell’inquinamento continuasse a crescere ” ha affermato Steven Feit , principale autore della serie di Fueling Plastics di CIEL.
Mentre l’industria ora riconosce il problema, i produttori di materie plastiche si assumono la responsabilità della sola dispersione nell’ambiente dei pellet, o nurdle (i granuli di polimeri usati per produrre manufatti di plastica), imputando ad altri soggetti la responsabilità per la dispersione di tutte le altre tipologie di rifiuti di plastica.
“La narrazione secondo cui i consumatori hanno la responsabilità primaria dell’inquinamento da plastiche è un falso mito diffuso ad hoc dai responsabili delle relazioni pubbliche dell’industria petrolchimica che si perpetua negli anni” – aggiunge Feit – “I cambiamenti che possono arrivare dal fronte dei consumatori nella gestione dei rifiuti non risolveranno da soli il problema, poiché la produzione di plastica viene alimentata con centinaia di miliardi di dollari dall’industria petrolchimica. Per prevenire il marine litter abbiamo bisogno di un trattato globale e vincolante che regoli l’inquinamento causato dalle plastiche durante tutto il loro ciclo di vita“.
Fonte: comunicato stampa CIEL
In concomitanza con l’uscita dello studio si è conclusa, il 6 novembre scorso, la terza sessione dell’United Nations Environmental Assembly (UNEA) a Nairobi che ha prodotto una risoluzione per affrontare il problema del Marine Litter e delle microplastiche. La risoluzione concordata all’unanimità, chiede una maggiore azione “per prevenire e ridurre in modo significativo l’inquinamento marino di ogni tipo” entro il 2025. La risoluzione incoraggia l’uso di sistemi di deposito su cauzione per affrontare il fenomeno in crescita dell’inquinamento da plastica nei mari e gli effetti negativi sulla biodiversità marina.
CAMPAGNE DI PULIZIA : LUCI ED OMBRE
La strategia di comunicazione dell’industria che sposta l’attenzione dalle scelte industriali e conseguenze correlate sul fine vita dei prodotti alle (sole) azioni dei cittadini e delle comunità, è stata messa a regime, decadi fa, con la creazione delle prime iniziative di sensibilizzazione contro l’abbandono di rifiuti e di pulizia ambientale che sono nate proprio su iniziativa dell’industria, delle bevande in primis (e non dei governi locali come si potrebbe pensare).
In Europa un articolo esaustivo di Corporate Europe ha rivelato i conflitti di interesse esistenti all’interno del Clean Europe Network una piattaforma paneuropea che – come si legge sul suo sito– riunisce le organizzazioni attive nel campo della prevenzione dell’abbandono dei rifiuti per condividere esperienze, know-how, migliori pratiche e ricerca al fine di migliorare la prevenzione all’abbandono dei rifiuti l’UE. In Francia il programma di inchiesta Cash Investigation ha mandato in onda l’11 settembre 2018 un documentario che ha ripreso i retroscena dell’articolo inglese.
Rimane legittimo chiedersi quale politiche di prevenzione potrà mai portare avanti un network il cui segretario generale ricopre anche la stessa carica presso Pack2Go che si occupa di lobby a favore dell’industria del packaging.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti nasce nel 1956 Keep America Beautiful KAB , la campagna più nota e longeva per promuovere il concetto che sono i cittadini gli unici responsabili dell’abbandono dei rifiuti. Tra i suoi fondatori c’è Philip Morris a rappresentare quella parte consistente di rifiuto disperso nell’ambiente che sono i mozziconi di sigarette. Keep America Beautiful è stata ideata e lanciata dai due principali soggetti industriali principali “inventori” del contenitore “usa e getta”: “The American Can Company” e la “Owens-Illinois Glass” con l’adesione di oltre 20 aziende del settore che hanno beneficiato di questa opzione.
L’intera campagna fu pertanto finanziata da quelle corporazioni responsabili, con il passaggio di un sistema di vuoto a rendere per gli imballaggi che non produceva rifiuti, ad uno “a perdere”, dove i costi del fine vita degli imballaggi ricadono per lo più su municipalità e contribuenti. Quando poi le bottiglie “usa e getta” cominciarono a diventare una parte consistente del littering, le corporazioni coniarono lo slogan “packages don’t litter, people do”. Ancora oggi i produttori e utilizzatori di packaging (e loro consorzi) -sia che si parli di abbandono di rifiuti che di basse intercettazioni di rifiuti da imballaggio a fine vita- si chiamano fuori, come se non avessero un ruolo primario da giocare nella soluzione di problemi.
Non per sollevare cittadini “incivili” o comuni inefficienti nella gestione dei rifiuti dalle loro responsabilità, ma non si possono risolvere problemi ambientali complessi che hanno origine nel modello industriale, mettendo delle toppe ex post. L’economia circolare parte dalla progettazione sistemica di un bene proprio per evitare che materiali tecnici come la plastica finiscano nella biosfera, e soprattutto nei mari. Chi se non l’industria si è inventata l’uso delle microsfere di plastica nei detergenti ? Chi se non l’industria ha dismesso un sistema funzionante di vuoto a rendere per pura convenienza economica, internalizzando gli utili ed esternalizzando i costi?
Chi causa il problema deve essere parte della soluzione e questo significa per l’industria assumersi oggi la responsabilità di cambiare modello di business.
(1) Plastics in the marine environment
Sacchetti a pagamento dal 2018 : che diventi una chance per il riuso…
Dal 1° gennaio 2018 dovremo dire addio ai sacchetti distribuiti gratis nei reparti ortofrutta, gastronomia e di altri generi alimentari, con e senza manici. Proviamo ad ipotizzare quali potrebbero essere i benefici ambientali ed economici, diretti e non, che l’applicazione di questa norma potrebbe innescare qualora portasse ad una riduzione del consumo usa e getta. Se, a cominciare dal comparto ortofrutta, si desse cioè ai consumatori la possibilità di servirsi di sacchetti riutilizzabili, come suggerito dalla nostra associazione già sette anni fa con l’iniziativa “Mettila in rete”. Intanto Coop Svizzera li ha introdotti dimostrando che, in questo caso, “volere è potere”.
Si avvicina la data del 1° gennaio 2018 in cui entrerà in vigore la norma che impone l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili anche per i sacchetti ultraleggeri con spessore inferiore ai 15 micron, (con o senza manici). Si tratta dei sacchetti utilizzati per trasporto e/o asporto merci per fini di igiene e/o come imballaggio primario di prodotti alimentari quali carni, pesce, prodotti da forno, gastronomia e ortofrutta.
Oltre ad essere realizzati con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile (almeno il 40% per iniziare) questi sacchetti dovranno essere ceduti esclusivamente a pagamento. Previste per chi contravviene sanzioni piuttosto severe, a partire da 2.500 euro.
Il legislatore italiano, al contrario di altri paesi membri, ha recepito la direttiva (UE) 2015/720 del Parlamento europeo e del Consiglio (che modifica la direttiva 94/62/CE ) che richiede una riduzione del consumo di borse di plastica in materiale leggero, mettendo fuorilegge i sacchetti ultraleggeri in plastica.
Nelle ultime settimane si è aperto sui media e tra gli operatori del settore un dibattito sul provvedimento che non viene accolto favorevolmente dai consumatori. Questi ultimi, tra le altre cose, contestano l’impossibilità di evitare l’acquisto dei sacchetti ultraleggeri, cosa invece possibile per gli shopper biodegradabili alle casse che una parte degli italiani ha sostituito con le sporte utilizzabili.
Dai pareri raccolti sul provvedimento da parte di alcuni media emerge per lo più la contrarietà degli intervistati che contestano la mancanza di proposte alternative da parte della GDO dove viene acquistata l’ortofrutta dal 66% degli italiani (sondaggio Ipsos).
Purtroppo l’opinione pubblica non è consapevole delle conseguenze ambientali ed economiche del consumo usa e getta. Ricevere per quasi trent’anni automaticamente e gratuitamente, per qualsiasi tipo di acquisto, uno o più sacchetti, ha alimentato nei consumatori l’idea che i sacchetti siano un “servizio accessorio dovuto” e che per eliminare l’impatto ambientale dei sacchetti monouso fosse sufficiente passare a materiali rinnovabili come la carta o la bioplastica.
Anche se dal 2012, in concomitanza con l’entrata in vigore della legge che vietava la commercializzazione di shopper in plastica non compostabile, i supermercati hanno smesso di cedere gratuitamente i sacchetti, nei negozi e nei mercati i sacchetti di plastica “gratis” non sono mai spariti.
Per sostenere la valenza ambientale della misura in questo contesto, che presenta i sacchetti in bioplastica come un’alternativa meno impattante dei sacchetti tradizionali, è necessario, a nostro parere, intervenire in contemporanea sui seguenti fronti :
1) Rendere effettivamente compostabili i sacchetti della GDO risolvendo il problema dell’etichetta che ostacola il compostaggio : smaterializzandola oppure realizzandola in materiale compostabile con inchiostri adeguati.
2) Permettere azioni di riduzione e ottimizzazione degli imballaggi che sono già possibili o tollerate già da ora in alcuni punti vendita della GDO come apporre ad esempio l’etichetta direttamente sul prodotto per alcune tipologie di ortofrutta (melone, banane, melanzana, ecc) oppure mettere un paio di referenze diverse nella stessa busta. La GDO non può più esimersi, come verrà chiarito più avanti, dal trovare delle soluzioni per permettere ai propri clienti di usare meno imballaggio.
I clienti dal prossimo gennaio saranno nella condizione “ottimale” per rilevarle e apprezzarle. Queste stesse azioni saranno d’altronde quelle che i consumatori potranno mettere in pratica dal verduriere sotto casa o al banco del mercato, dove le diverse tipologie di ortofrutta possono andare direttamente nella borsa, come facevano i nostri nonni.
3) Last but not least : adottare una propria linea di sacchetti ortofrutta riutilizzabili. La prima iniziativa in questo senso è stata lanciata dalla nostra associazione nel 2010 all’interno della nostra prima campagna nazionale Porta la Sporta. Denominata “Mettila in rete” proponeva una borsa a rete prodotta in Italia realizzabile in cotone e in poliestere (anche da riciclo). Questa opzione alternativa che le insegne dei supermercati potrebbero sviluppare metterebbe a tacere tutte le rimostranze e gioverebbe alla causa, anche come comunicazione. Se il motivo di un provvedimento è di ordine ambientale la gerarchia di europea di gestione dei rifiuti ci dice che dopo la prevenzione, l’opzione ambientalmente più efficace è il riuso, ancor prima del riciclo o compostaggio. Per la grande distribuzione ridurre gli ordinativi di sacchetti tra shopper alle casse e sacchetti ortofrutta rappresenta pur sempre una riduzione dei costi di gestione complessivi. Introdurre i sacchetti ortofrutta riutilizzabili ha sì un costo iniziale, ma che viene però poi ammortizzato, una volta che il sistema è a regime.
PRIME INIZIATIVE NELLE FIANDRE E COOP SVIZZERA
Nelle Fiandre è la stessa associazione del commercio che ha coordinato un progetto pilota di utilizzo di sacchetti riutilizzabili
in alcuni punti vendita delle insegne leader della GDO per raggiungere l’obiettivo di riduzione per le borse di plastica in materiale leggero in recepimento della direttiva UE 2015/720 (che modifica la direttiva imballaggi (94/62/CE) . In svizzera la Coop è andata oltre alle chiacchere mettendo a disposizione dei clienti delle retine Multi-Bag realizzate in Lenzing-Modal®, una fibra a base di cellulosa ricavata da legno di faggio sminuzzato certificato FSC (Forest Stewardship Council). Un set di tre retine costa 4,95 franchi (circa 4,55 €). I clienti da Coop possono utilizzare queste retine o altri sacchetti portati da casa (purché semitrasparenti) e mettere più prodotti nella stessa retina. Non ci sono elementi per pensare che l’iniziativa svizzera possa essersi ispirata anche alla nostra “Mettila in rete“ . Ma se anche così fosse, sarebbe uno dei classici esempi in cui in Italia si fanno proposte, progetti o iniziative che “precorrono” i tempi in qualche campo ma che poi trovano applicazione solamente oltre frontiera.
Insegne come Simply*, Conad Leclerc , Coop, Gruppo Gabrielli**, l’avevano valutata, e addirittura effettuato qualche singolo progetto pilota. Evidentemente però i tempi non erano abbastanza maturi per implementare il sistema e in particolare a spingere le insegne a trovare le soluzioni ad alcune piccole criticità come la gestione di due tare e l’approvvigionamento/gestione dei sacchetti riutilizzabili.
A distanza di pochi anni lo scenario è però cambiato e ci sono le condizioni per riproporre l’iniziativa alla Distribuzione Moderna. A livello legislativo infatti le direttive europee sui rifiuti e il pacchetto economia circolare (in prossima uscita) imporranno ai paesi membri obiettivi più stringenti in termini di prevenzione, riduzione, riciclo dei rifiuti e di efficienza nell’uso delle risorse. Allo stesso tempo sta crescendo nell’opinione pubblica la preoccupazione sull’impatto della plastica nei mari e sulle ripercussioni sulla salute umana visto che la plastica è entrata nella catena alimentare.
Quanto c’è di ecologico nella gestione attuale degli imballaggi in Spagna ?
L’ente che detiene il monopolio nella gestione degli imballaggi in Spagna, si profila come un modello di gestione opaco, poco efficiente o ecologico ma molto redditizio.
Pubblichiamo la traduzione di un articolo intitolato “Ecoembes un negocio poco eco”apparso qualche tempo fa su un media indipendente spagnolo che denuncia i limiti del sistema spagnolo di raccolta differenziata degli imballaggi. La gestione degli imballaggi in Spagna ruota intorno a Ecoembes, una società privata senza scopo di lucro che opera in regime di monopolio. Ecoembes, è il compliance scheme spagnolo nato poco più di 20 anni fa in recepimento della Direttiva Europea 94/62/CE sugli imballaggi (e rifiuti di imballaggio) per assolvere al principio dell’EPR di produttori, importatori ed utilizzatori di imballaggi.
Questi ultimi versano un contributo obbligatorio a Ecoembes ( in relazione alla quantità di imballaggi che immettono al commercio) che rappresenta la forma di finanziamento che permette all’ente di sostenere economicamente le attività di raccolta differenziata e di riciclo dei rifiuti di imballaggi organizzate dai comuni spagnoli. Quello che sorprendentemente manca, in un paese come la Spagna, è una base di dati a livello nazionale relativa agli imballaggi affidabile che certifichi quanti imballaggi vengono immessi al commercio ogni anno, quanti se ne raccolgono e quanti vengono riciclati o smaltiti. Per il resto molte delle dinamiche descritte nell’articolo non sono, purtroppo, esclusivo appannaggio del compliance scheme spagnolo.
L’ente che detiene il monopolio nella gestione degli imballaggi in Spagna, si profila come un modello di gestione opaco, poco efficiente o ecologico ma molto redditizio.
Nel modello di gestione degli imballaggi adottato dalla Spagna denominato GIS (sistema di gestione integrato) Ecoembes è l’unico soggetto che gestisce l’interazione tra i diversi attori coinvolti: le amministrazioni pubbliche i cittadini e le aziende di riciclaggio.
La città di Valencia, governata da una coalizione formata da Compromís, Podemos e PSOE ha recentemente cercato di attuare un modello misto nella gestione degli imballaggi post consumo integrando il sistema GIS con un sistema di deposito su cauzione per i contenitori di bevande SDDR, Sistema de Depósito, Devolución y Retorno.
Con questo sistema, quando si acquistano bevande viene anticipato un importo corrispondente al deposito su cauzione, incluso nel prezzo di vendita del prodotto, che viene restituito quando si consegna l’imballaggio vuoto.
L’iniziativa del governo locale ha suscitato grande clamore per la violenta opposizione esercitata da Ecoembes. Nonostante il provvedimento fosse mirato a quelle grandi quantità di imballaggi che attualmente vengono abbandonate invece che conferite al sistema di raccolta differenziata per essere riciclati. ” Il deposito su cauzione promuove la raccolta differenziata degli imballaggi, consente migliori percentuali di recupero dei materiali, e apre la strada a un sistema di di riutilizzo dei contenitori che presenta un minore impatto ambientale rispetto al riciclo” ha affermato Alberto Vizcaíno López, autore del blog productordesostenibilidad.es .
Il DRS in vigore nel nostro paese anni fa è attualmente adottato in Germania o in Norvegia con percentuali di raccolta e riciclo di molto superiori alle nostre. “I sondaggi effettuati negli ultimi 40 anni hanno tutti confermato che l’85% dei cittadini vede di buon occhio un ritorno del cauzionamento” spiega Miquel Roset direttore di Retorna un’ ONG che promuove il deposito su cauzione per un miglioramento dell’attuale sistema di raccolta degli imballaggi.
Dei sette milioni di bottiglie consumate ogni giorno a Valencia, solo due milioni finiscono nei contenitori gialli e arrivano agli impianti di riciclo. L’impatto sull’ambiente (la maggior parte dei contenitori finiscono in fondo ai mari) e sull’economia (Ecoembes incassa il contributo ambientale per gestire sette milioni di contenitori e non due) dell’attuale situazione ha spinto il Ministero dell’Agricoltura e dell’Ambiente a lanciare un sistema di deposito su cauzione dal 2018.
Adempiendo così al mandato delle Corti Valenciane che nel settembre dello scorso anno aveva deliberato di affidare al governo autonomo l’attuazione di un sistema di cauzionamento.
Qualcosa però non torna nei dati che Ecoembes dichiara sul tasso di riciclo degli imballaggi del 75% attribuito alla Comunità Valenciana a fronte del 25% che invece risulta alla sua amministrazione.
I dati forniti da Ecoembes suscitano più di qualche dubbio, soprattutto se si considera che l’ente, a seguito dei primi incontri avuti con i funzionari del Ministero dell’Agricoltura e dell’Ambiente della provincia (Conselleria de Agricultura y Medio Ambiente de la Generalitat ) aveva promesso ulteriori sforzi per raddoppiare i numeri attuali. Continuano nel frattempo i negoziati tra tutte le parti coinvolte per poter arrivare ad un’introduzione del sistema dal 2018 che si sta valutando di adottare nelle isole Baleari in Catalogna o Navarra seppur con modalità e tempistiche diverse.
Il modello di business di Ecoembes è chiaro: più imballaggi monouso vengono consumati, maggior reddito si ottiene (da contributi ambientali punto verde). “Se un SDDR sottraesse al sistema integrato attuale gli imballaggi maggiormente interessati dal riciclo, le attività di Ecoembes verrebbero colpite gravemente, sia in termini economici che come percentuale di materiale recuperato ” – spiega Vizcaíno – “L’attuale sistema integrato obbliga a conferire nei contenitori gialli imballaggi leggeri di tipologie e materiali diversi al punto da creare ostacoli ad un loro successivo riciclo “.
Anche nel resto della Spagna i dati di Ecoembes non trovano riscontro : “Asturias arriva al 13%, di riciclo, Madrid al 47% … Forse altre comunità autonome che stanno facendo molto bene possono alzare la media, ma come si fa ad arrivare al 75% dichiarato ? Ormai sappiamo che le statistiche ufficiali in materia di rifiuti non coincidono con quelle del settore del packaging “, aggiunge Vizcaino.(1)
Incrociando i dati di vendita annuali presentati dalle aziende si evince che le confezioni di imballaggi per bevande immesse nel mercato si aggirano intorno ai 17 miliardi di pezzi, calcolando i 9 miliardi di confezioni vendute di Coca Cola, i 4,9 miliardi che dichiara l’associazione nazionale delle acque minerali, e via dicendo. Dai 17 miliardi di imballaggi che l’industria dichiara di vendere ai 7 miliardi di cui Ecoembes si assume la responsabilità….
Il simbolo che appare sui contenitori di bevande con le due frecce che si ricorrono che noi identifichiamo come simbolo del riciclaggio, denominato punto verde, indica che l’azienda che ha fatto produrre un determinato imballaggio per confezionare i suoi prodotti ha pagato una tassa per la gestione del suo fine vita. Tale tassa è a carico dei consumatori che acquistano il prodotto. “Noi paghiamo due volte. Quando compriamo un imballaggio soggetto al punto verde, e poi con le bollette per i rifiuti dei comuni”, afferma Alodia Pérez, responsabile della gestione delle risorse naturali e dei rifiuti di Amici della Terra. Il fatto che Ecoembes dispensi molti milioni di euro ogni anno ai comuni (circa 500), rappresenta un grande potere.
“Quello che appare immorale è vedere come il Ministero accetti, almeno pubblicamente, il dato del 70% di riciclo portato da Ecoembes. Nessuno mette alle strette questa azienda che minaccia di andare in bancarotta e di non elargire più contributi economici ai comuni qualora venisse approvato un deposito su cauzione”, aggiunge Roset.
Anversa: in partenza una raccolta incentivante per i contenitori di bevande
In partenza ad Anversa un progetto pilota di raccolta incentivante dei contenitori di bevande per dimostrare che è possibile ridurre del 40% il littering cittadino con l’adozione di un deposito su cauzione. Coinvolte le associazioni cittadine che potranno ricavarne dei fondi da investire nelle proprie attività.
Nelle Fiandre si parla da tempo di introdurre il deposito su cauzione ma una decisione su una possibile adozione è stata rimandata al 2018 per l’attività di lobby esercitata dell’industria del beverage e dalle associazione corporative che ne difendono gli interessi.
Nonostante il ministro dell’Ambiente delle Fiandre Joke Schauvliege sia a favore di un’adozione del cauzionamento, i produttori di bevande e la grande distribuzione sono riusciti a convincerla a rimandare al 2018 una sua possibile entrata in vigore. In cambio si sono impegnati a dimostrare che riusciranno, in due anni di tempo, a ridurre in modo drastico l’abbandono di tali rifiuti nell’ambiente. Allo scopo hanno messo a disposizione di Fost Plus (omologo del nostro Conai) nove milioni di euro ogni anno da impiegare in misure di prevenzione e di contrasto al littering sul territorio.
Tuttavia l’attuale amministrazione di Anversa ha deciso di fare partire da subito un esperimento pilota della durata di due anni che dimostri che un sistema di deposito su cauzione può ridurre del 40% il littering urbano. I contenitori di bevande ne costituiscono infatti il 40% circa. I finanziamenti necessari arriveranno, curiosamente, proprio dal fondo dei nove milioni prima citato per attività di sensibilizzazione contro il littering.
Dal 22 settembre le associazioni di Anversa e i gruppi di quartiere possono raccogliere lattine e bottiglie di plastica ricavandone dei fondi a sostegno delle proprie attività.
“Ogni anno circa 10 milioni di contenitori di bevande vengono abbandonati nelle strade di Anversa. Con questo progetto pilota vogliamo dimostrare che l’introduzione del deposito su cauzione può ridurre in modo significativo il littering ” ha dichiarato Caroline Bastiaens responsabile delle politiche sui rifiuti della città di Anversa.
Le associazioni selezionate per partecipare al progetto pilota riceveranno 10 centesimi per ogni bottiglia di plastica o lattina che, raccolta per strada, verrà consegnata ad appositi punti di raccolta comunali. “In questo modo le organizzazioni partecipanti possono avere dei guadagni da impiegare nelle loro attività, ma quello che ci preme dimostrare come amministrazione è che un sistema di cauzionamento può fare la differenza ” ha aggiunto la Bastiaens. A breve verrà comunicato l’elenco delle associazioni che prenderanno parte al progetto che prevede un tetto massimo di “guadagno” di 2.750 euro per ogni associazione.
Con il lancio di questo progetto la città di Anversa, confida anche in possibili effetti collaterali di natura positiva/preventiva rispetto all’abbandono dei rifiuti. Le organizzazioni di quartiere che partecipano al progetto potrebbero infatti, attraverso le attività di comunicazione finalizzate alla raccolta dei contenitori, sensibilizzare in modo indiretto proprio quei concittadini responsabili del littering.
Come raccontato in un precedente post Philip Heylen, predecessore della Bastiaens, un altrettanto convinto sostenitore del cauzionamento, aveva già voluto quantificare la quota del rifiuto da imballaggio presente nel littering nel settembre del 2015.
Heylen aveva fatto eseguire per tre mesi dei rilevamenti con conteggio manuale dei contenitori presenti nel littering in 9 degli oltre 340 differenti percorsi/turni di pulizia e spazzamento strade attivi in città. Da un’elaborazione dei risultati si è rilevato che in città vengono abbandonati dai 19.000 ai 23.000 contenitori ogni giorno, tra bottiglie in PET e lattine, per un totale annuo di 7/8 milioni. I rifiuti abbandonati per strada e gettati nei canali ad Anversa negli ultimi anni hanno raggiunto le 8/9 tonnellate annue con una produzione di rifiuti totali pari a 300.000 tonnellate di rifiuto urbano.
Bormioli: un piccolo miglioramento per un grande segnale
La produzione dei rifiuti aumenta in tutti i settori e questa tendenza genera grande sconcerto e frustrazione fra tutti coloro: amministratori locali, ambientalisti e semplici cittadini che ne conoscono le implicazioni negative e cercano, nel loro piccolo, di contrastare il fenomeno. Ma impegno e motivazione non bastano se non si affronta con interventi legislativi il modello di produzione lineare «prendi-produci-usa-getta» che non ha incentivato ad oggi la produzione di prodotti circolari creati per durare nel tempo : riparabili, riutilizzabili, aggiornabili e adatti per essere condivisi nelle possibili esperienze di share economy.
La legislazione dell’EU e le sue iniziative sia su base sia volontaria che vincolante coprono ancora in modo parziale i diversi aspetti relativi alla sostenibilità ambientale per tutte le categorie di prodotti. Tra queste ci sono la Direttiva sulla progettazione ecocompatibile per prodotti connessi all’energia e strumenti come il marchio di qualità ecologica dell’UE Ecolabel, che non possono certamente garantire un incremento del livello di sostenibilità generale e di circolarità dei prodotti immessi sul mercato dell’UE.
In attesa che si sviluppi e si arrivi all’applicazione di un quadro legislativo coerente è importante che il mondo produttivo più lungimirante anticipi le legislazioni sviluppando una nuova generazione di prodotti e servizi sostenibili per default. Se i modelli di consumo attuali continuano ad essere indirizzati verso opzioni usa e getta e prodotti dalla vita breve, come si può sperare che un giorno la produzione e il consumo responsabile e sostenibile si incontrino?
Il tempo stringe, la crisi climatica e delle risorse corre, abbiamo a disposizione nuove tecnologie e best practice innovative che aspettano solamente di essere riproposte su scala più ampia. Non possiamo permetterci di rimanere per sempre sul piano della teoria e delle buone intenzioni sulla carta.
Continuiamo pertanto a segnalare da queste pagine alcuni casi studio dal mondo della produzione che richiedono degli interventi, e altri che offrono delle soluzioni. Alcuni spunti ci arrivano anche dalle segnalazioni che riceviamo dai firmatari dell’appello correlato alla nostra campagna del 2012 Meno Rifiuti più Risorse .
Alcune delle segnalazioni sull’impossibilità di acquistare ricambi per vari prodotti hanno riguardato i contenitori e coperchi della serie storica di contenitori Frigoverre Bormioli. In particolare per quanto riguarda la possibilità di acquisto separato dei coperchi in plastica che, di solito, si usurano e rompono prima del contenitore in vetro.

In seguito a queste segnalazioni telefonammo qualche anno fa alla Bormioli, ai tempi del lancio della campagna Porta la Sporta, per indagare su questa possibilità senza riscontrare una sensibilità in merito.
Ci venne detto che uno dei motivi fosse imputabile all’organizzazione necessaria in loco per gestire le nuove referenze, a cominciare dall’esposizione a scaffale, e in particolare per la grande distribuzione.
La progettazione determina l’impatto ambientale di un prodotto
La sostenibilità dei prodotti è per larga parte dovuta alle scelte industriali se si considera che l’80% dell’impatto ambientale di un prodotto viene determinato a livello di progettazione. Quando i prodotti immessi al consumo non permettono di allungare il ciclo di vita del bene, o sono soggetti all’obsolescenza programmata, è perfettamente inutile fare appello al senso ecologico dei cittadini.
Ci rivolgiamo ai decisori aziendali della Bormioli e Rocco, e delle altre azienda che commercializzano prodotti simili, per chiedere di rendere possibile l’acquisto dei soli coperchi, ma anche dei contenitori se necessario, per le linee di maggiore successo. Per Bormioli si tratta della linee Frigoverre Classic e Revolution.
Per la grande distribuzione non dovrebbe essere complicato apporre un avviso a scaffale dove si informano i clienti sulla possibilità di acquistare, o ordinare singolarmente contenitore o coperchio, presso il punto informativo dei loro negozi, o alle casse.

Verrebbe così esteso e portato a reale compimento, nelle case dei clienti, l’impegno sui rifiuti che l’azienda rende genericamente noto sul proprio sito : Zero rifiuti non valorizzati – Nulla va sprecato. Favoriamo l’utilizzo di materiale che possa essere recuperato.
Ma c’è ancora una richiesta che Bormioli Rocco potrebbe esaudire che illustriamo e motiviamo al punto seguente. Nonostante il contributo alla produzione del rifiuto domestico da parte dei contenitori alimentari (non monouso) non sia rilevante in termini percentuali, questo piccolo miglioramento avrebbe un importante valore aggiunto a livello culturale, ambientale e sociale. Soprattutto quando intrapreso da un leader di mercato sarebbe invece un segnale importante che potrebbe influenzare positivamente anche altri settori dei beni di largo consumo, e creare così cambiamenti rilevabili e misurabili. Anche la linea di bicchieri e barattoli per conserve di Bormioli potrebbe avvalersi di questo suggerimento.
Deposito su cauzione : a chi giova la disinformazione?
Le riflessioni della nostra responsabile Campagne, Silvia Ricci, rispetto alle dichiarazioni di Walter Facciotto, direttore generale del CONAI
Nell’intervista apparsa ieri su Eco dalle Città dal titolo “In Germania la cauzione costa ai cittadini uno sproposito” il Direttore Facciotto ha espresso la posizione del sistema consortile Conai (essenzialmente contrario all’adozione di un sistema di deposito su cauzione) che si presta ad alcuni distinguo e precisazioni.
Il sistema di cauzionamento tedesco secondo Facciotto “costa ai cittadini tedeschi uno sproposito anche perché sono dovuti ricorrere allo stampaggio di etichette speciali antifrode “.
Chi conosce come funziona il cauzionamento in Germania e non solo sa perfettamente che il sistema NON COSTA NULLA all’utente finale che riceve indietro l’importo della cauzione pagato acquistando la bevanda.
Il cittadino, al contrario, ci guadagna perché la raccolta differenziata dei contenitori di bevande viene gestita e finanziata dai produttori di bevande, non è a carico delle municipalità come avviene da noi, e pertanto le bollette dei rifiuti diventano più leggere per i cittadini.
Come mai?
A) perché la raccolta differenziata per il comune è un costo (rimborsato parzialmente dai consorzi conai) e quindi, meno quantità di rifiuti da imballaggio da gestire, significa meno spese per la comunità;
B) perché anche la quantità di contenitori di bevande abbandonate nell’ambiente da recuperare diminuisce drasticamente. Così come diminuisce in volume, a beneficio dei cestini stradali che possono essere svuotati con una frequenza minore. Lo stesso avviene con i sacchi o contenitori della raccolta della plastica e altri imballaggi come vetro e lattine raccolti con il porta a porta;
C) perché meno contenitori che finiscono bruciati negli inceneritori o nelle discariche a spese dei comuni (o dei consorzi ) rappresentano un ulteriore risparmio per le comunità e alimentano il riciclo e l’occupazione. Questo senza considerare i costi sanitari conseguenti all’inquinamento dell’aria, dei suoli e delle acque causato dai due sistemi di smaltimento prima citati che potrebbero essere evitati (a stato e regioni) ed essere impiegati nella creazione di green jobs invece che finanziare l’economia fossile.
Uno studio comparativo ( in progress) ha analizzato oltre 25 diversi sistemi di cauzionamento evidenziando l’entità dei risparmi che si è verificata per gli enti locali in tutti i casi trattati.
A dire il vero c’e’ una dichiarazione riportata dall’articolo che è inconfutabile : “il sistema in Germania ha un alto costo” ma che è incompleta perché il sistema… si ripaga da solo! Chi conosce il sistema tedesco lo sa bene, così come sa che le bevande soggette al cauzionamento non hanno prezzi di vendita (escluso l’importo della cauzione) superiori a quelli italiani. In alcuni casi sono addirittura inferiori!
Il contributo economico che gli utilizzatori di bevande pagano al sistema di cauzionamento per ogni contenitore permette infatti al sistema di funzionare. La grande distribuzione che gestisce la raccolta dei vuoti e rimborsi, non solo non ci perde, ma ottiene al netto delle spese, un piccolo guadagno per ogni vuoto gestito (derivante dai proventi della vendita degli imballaggi ai riciclatori e da una fee per il servizio svolto).
I vantaggi di un sistema di cauzione ben disegnato e adattato al paese dove entra in vigore, sono molteplici. Sia sotto l’aspetto ambientale che economico, grazie anche ad un notevole risparmio di risorse con oltre il 90% degli imballaggi immessi al commercio che viene intercettato per il riciclo.
Attualmente in Italia almeno la metà degli imballaggi immessi al commercio viene invece sprecata tra inceneritori e discariche. Per non parlare delle tonnellate di imballaggi di plastica che “inspiegabilmente” vanno in fumo nei numerosi incendi che avvengono negli impianti di stoccaggio.
Tralasciamo in questa sede, visto che ne abbiamo parlato in altre occasioni, l’emergenza fuori controllo del marine litter. Come sempre nuovi studi o gli esiti di spedizioni in mare condotte da da Greenpeace piuttosto che Legambiente ci documentano, gli imballaggi in plastica contribuiscono abbondantemente all’inquinamento di corsi d’acqua e mari dove la plastica agisce da killer seriale per la fauna marina e diventa cibo per pesci.
Infine, ultimo ma non per importanza nella lista dei vantaggi del cauzionamento, c’è il dato di fatto che la rete di infrastrutture, logistica e interazione tra stakeholders che viene a crearsi con un sistema di deposito su cauzione, costituisce una premessa per il ritorno del vuoto a rendere con riutilizzo dei contenitori. Un sistema di vuoto a rendere di questo tipo genera inoltre ulteriore occupazione a carattere locale.
In relazione a quanto Facciotto dichiara sull’economia circolare “dalla teoria alla pratica” e sulle quantità di materia necessaria ai riciclatori ci sono alcune considerazioni da fare, che non possono ignorare che ci sono delle responsabilità sulla situazione attuale di cui anche il Conai deve farsi carico. Considerando il suo ruolo sostanzialmente monopolista esercitato negli oltre 20 anni di attività.
Si parla di economia circolare – ha sottolineato Facciotto – ma poi bisogna realizzarla. Parlando di gestione dei rifiuti, occorre cambiare paradigma, bisogna cambiare il modello: se devo avviare a riciclo la raccolta differenziata di provenienza domestica, anche chi fa la raccolta differenziata deve cambiare modello. Non dobbiamo parlare più di rifiuti, ma di un’altra cosa. Occorre fare in modo di dare alle imprese che riciclano delle materie prime. L’organizzazione deve adeguarsi a questo nuovo modello. Altrimenti, se vado a raccogliere la raccolta differenziata solo dove posso, solo dove mi è consentito (magari anche male), a questo punto fare economia circolare diventa molto complesso”.
L’economia circolare, notoriamente, non può realizzarsi con azioni ex post quando il rifiuto è già prodotto e deve essere raccolto. E’ infatti la fase di progettazione che determina se un imballaggio o un bene, una volta esaurito il suo ciclo di vita, sarà un rifiuto o una risorsa. La responsabilità di questa scelta è a capo del produttore. Attualmente, anche per responsabilità imputabili alla politica, la maggior parte di quanto si raccoglie attualmente sia come rifiuti urbani che speciali, differenziando o meno, è rifiuto.
Oltre alle responsabilità di natura politica c’è una parte di responsabilità attribuibile alle politiche e iniziative del Conai che non hanno inciso in alcun modo negli anni sulla produzione di imballaggi riducendone le quantità e/o migliorandone la riciclabilità. Lo dimostra il settore degli imballaggi compositi e in plastica di cui se ne brucia metà delle quantità raccolte. La diversificazione del contributo ambientale per gli imballaggi di plastica annunciata da Conai e Corepla come una soluzione al proliferare di imballaggi sempre più complessi e non riciclabili (che causano costi aggiuntivi alla filiera post consumo), è strutturata in modo da obbedire ad altre logiche interne al consorzio e a non cambiare nulla, o quasi, della situazione attuale.
Serve pertanto lavorare per fare in modo che si rendano obbligatori per legge obiettivi di riuso da raggiungere per ogni singola tipologia di imballaggio: primario, secondario e terziario da parte delle aziende, così come percentuali obbligatorie di materiale post consumo negli imballaggi.
Smettiamo di citare l’economia circolare “a sproposito” perché, sino a che non cambieremo il paradigma lineare dei processi produttivi, ben prima di modificare/ridisegnare il sistema post consumo attuale (raccolta/selezione/riciclo), NON CI SARA’ alcuna economia circolare.
L’economia circolare non va infatti confusa con il riciclo, né tanto meno con il downcycling in quanto prevede l’eliminazione (prevenzione) del rifiuto a monte, attraverso la progettazione del prodotto che tiene conto del sistema biologico o tecnico che dovrà metabolizzarlo a fine vita. Nel pieno rispetto della gerarchia europea di gestione dei rifiuti: prevenzione, riuso, riciclo, recupero energetico e discarica.
Tutte le altre discussioni sul fatto se debba continuare ad esistere solamente l’attuale monopolio Conai, o debbano entrare altri soggetti in competizione (come avviene in altri paesi), o chi debba raccogliere e cosa, e se debba farlo su tutto il territorio nazionale o meno, sono questioni che acquistano un’importanza “secondaria” se continuiamo ad avere solamente rifiuti da smaltire, invece che risorse da da impiegare in nuovi cicli produttivi al posto delle materie prime.
Il sistema ottimale a cui tendere non è sicuramente quello che costa meno ai produttori (così si aiuta l’economia, dicono i consorzi) ma è un sistema vincente per le comunità sotto l’aspetto ambientale ed economico che permetta di raggiungere gli obiettivi europei nell’uso sostenibile delle risorse.
L’esigenza imprescindibile per i comuni è che entri in vigore un sistema di responsabilità estesa del produttore che faccia pagare a questi ultimi il 100% dei costi del fine vita dei propri imballaggi e prodotti. Solamente quando non sarà più possibile per i produttori esternalizzare i costi del fine vita su ambiente e comunità avremo beni disegnati per produrre valore e durare a lungo. Il sistema attuale dove vengono raccolti in modo differenziato imballaggi disegnati per essere inceneriti e smaltiti, invece che riutilizzati e riciclati, tanto sono i cittadini a pagarne i maggiori costi, non è più sostenibile.
Gli ultimi studi prodotti per valutare costi e benefici del sistema hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni. Una panoramica aggiornata di questi studi si può avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma Reloop per la promozione degli imballaggi riutilizzabili e del vuoto a rendere di cui la nostra associazione è parte. Reloop e CM Consulting hanno inoltre prodotto una serie di schede informative per aiutare la comprensione circa alcuni dei vari aspetti del sistema di cauzionamento. Per scaricare le schede clicca qui.
In altre parole la raccolta differenziata che i comuni organizzano ha un senso e diventa uno strumento per creare un’economia circolare solamente se si è progettato un fine vita circolare per i beni. Il deposito su cauzione è, in un modello di produzione circolare, il sistema più efficace per restituire ai riciclatori risorse preziose e pulite che possano dare vita ad altri imballaggi (e non a prodotti di valore inferiore per cui esistono altre fonti di approvvigionamento di materia prima come le plastiche miste).
Concludendo con un commento sul fatto che la Germania ha dovuto dotare gli imballaggi di speciali etichette antifrodo. Facciotto nell’intervista ipotizza “Con il vuoto a rendere, infatti, qualcuno potrebbe produrre solo degli imballaggi senza riempirli di contenuto per poi ottenere i soldi della cauzione. Ve lo immaginate cosa accadrebbe in Italia?”.
La contraffazione è un reato che esiste ovunque e come tale va combattuto in tutti i settori. Qualunque sistema o prodotto può essere violato o contraffatto, ma questo non può essere un motivo per rifiutare il progresso o la necessità di un cambiamento. Vuol dire che si farà tesoro di tutta l’esperienza maturata nelle 40 esperienze attive nel mondo tra stati o regioni che hanno adottato il deposito su cauzione e che copieremo il sistema delle etichette antifrodo tedesche qualora si progettasse l’introduzione del sistema anche da noi!
Ecco infine il video realizzato da Reloop anche in italiano che spiega come funziona, come si ripaga e quali sono i vantaggi dei sistemi di deposito su cauzione per l’ambiente, le comunità e l’economia del riciclo.
Silvia Ricci, Direttivo Associazione Comuni Virtuosi
Bere fuori casa: ridurre l’impatto (in sicurezza) si può fare
In tutto il mondo il consumo di bevande avviene sempre più spesso fuori casa e aumenta di pari passo la quantità di contenitori di cibo e bevande nel littering, con gravi ripercussioni sull’ambiente e l’economia.
Mentre esiste una soluzione per ridurre i contenitori di bevande nel littering urbano, ( ne costituiscono circa il 40%), per gli altri imballaggi da street food come bicchieri, coppette e vassoietti vari servono misure più articolate.
Il deposito su cauzione è lo strumento più efficace contro l’abbandono dei contenitori di bevande poiché ne incentiva economicamente la restituzione. Allo stesso tempo è l’unico sistema che permette di intercettare per il riuso o riciclo oltre il 90% degli imballaggi assoggettabili.
Lo dimostrano i risultati conseguiti dalle quasi 40 esperienze di regioni o paesi in cui è in vigore il cauzionamento. In questi territori gli imballaggi non vengono quasi mai abbandonati oppure c’è sempre qualcuno che li raccoglie per recuperare l’importo della cauzione. E questo succede anche per gli imballaggi di vetro che, in occasioni di eventi, sono sempre più presi di mira da ordinanze restrittive per problemi di sicurezza.
Il rischio concreto è che questi provvedimenti rendano il consumo di bevande fuori casa ancora più insostenibile: vuoi per il passaggio da bicchieri riutilizzabili a opzioni usa e getta, vuoi qualora i produttori di bevande sostituissero la bottiglia in vetro con altri materiali non riusabili o riciclabili. Inoltre, per quanto riguarda il consumo di birra alla spina, desta particolare preoccupazione il passaggio da fusti riutilizzabili a fusti usa e getta, un sistema che dall’Italia il gruppo Carlsberg vuole diffondere all’estero.
Invece di organizzare un vuoto a rendere con bottiglie riutilizzabili come avviene in Oregon o Bretagna alcuni brand di birra, tra i quali il gruppo prima citato, stanno pensando di sostituire il vetro con bottiglie realizzate in plastica non trasparente o in polpa di cellulosa. Che si tratti di soluzioni più sostenibili in un pianeta in crisi di risorse (tutte ), dalla popolazione in aumento, minacciato dagli effetti del riscaldamento climatico, è tutto ancora da dimostrare, come vedremo di argomentare in una prossima occasione.
Per capire quali soluzioni vengono adottate in altri paesi per prevenire la dispersione di contenitori vari nell’ambiente, in zone di villeggiatura, così come in contesti cittadini in occasione di eventi, abbiamo cercato in rete e selezionato le esperienze di alcuni paesi. Si tratta di iniziative che sono facilmente replicabili in Italia e che possono essere estese anche al altre situazioni dove vengono impiegati contenitori usa e getta.
OLANDA
In Olanda ormai da anni i locali che registrano una grande affluenza servono le bevande in bicchieri riutilizzabili di plastica soggetti ad una cauzione di 1 euro. Per citare luoghi e locali noti anche ai turisti di Amsterdam parliamo del chiosco di Vondelpark che funziona in occasione di concenti o altri eventi e di locali storici come il Paradiso o il Melkweg . Il sistema è stato adottato autonomamente dai locali per ragioni di sicurezza ma anche economiche. Visto che sono i clienti a servirsi e riportare i bicchieri al bar serve meno personale.
Alla XX edizione del Big Rivers festival che si è tenuta a Dordrecht nel 16 luglio scorso hanno scelto di servire da bere esclusivamente in un bicchiere riutilizzabile dal costo di 2,50 euro. L’acquisto del bicchiere avviene alla prima consumazione e per successive consumazioni si riconsegna il bicchiere vuoto per avere un nuovo bicchiere. Alla fine il bicchiere resta al cliente. Su richiesta del comune, gli organizzatori dell’evento avevano provato senza successo alcune soluzioni già nelle precedenti edizioni e deciso quindi per l’acquisto di 50.000 bicchieri di plastica rigida. Grande soddisfazione per il sistema da parte degli organizzatori che permesso il risparmio di qualche migliaia di euro in spese di pulizia.
BELGIO
Nella città di Ghent si svolge ogni anno Ghent Festivities, un evento molto visitato a metà tra un festival culturale urbano e una festa popolare che coinvolge per 10 giorni un’area cittadina pari a 765.000 m2. Per ridurre la mole di rifiuti indifferenziati prodotti ogni giorno dagli oltre 100.000 visitatori, è stata introdotta una raccolta differenziata per alcuni materiali e qualche locale ha smesso di usare bicchieri, tazze e coppette usa e getta a favore di opzioni riutilizzabili. Questi provvedimenti hanno ridotto da 500 a 360 tonnellate i rifiuti prodotti nei 10 giorni.
La novità è che dalla prossima edizione 2018 si potranno usare solamente tazze e coppette riutilizzabili che, si è visto, compongono una quota rilevante del rifiuto indifferenziato.
L’utilizzo del vetro sia per bicchieri che bottiglie era già stato vietato nelle precedenti edizioni con la (ragionevole) esclusione degli esercizi dove viene svolto servizio ai tavoli. L’adozione di bicchieri riutilizzabili in plastica diventerà obbligatoria in tutta l’area interessata dall’evento dal prossimo anno anche se non è ancora stato deciso se verrà applicato ai contenitori il deposito su cauzione o meno.
SPAGNA
La Spagna fa meno bene di noi in quanto a performance di raccolta differenziata e tassi di riciclo, anche se alcune problematiche che attengono alla gestione dei rifiuti accomunano i nostri due paesi. Tuttavia gli spagnoli si stanno dimostrando più innovativi e dinamici nel valutare possibili soluzioni migliorative nella gestione dei rifiuti da imballaggio, sia a livello di politica locale, che di movimenti della società civile.
Infatti, nonostante l’opposizione dell’industria del beverage cavalcata anche da Ecoembes , il dibattito sull’opportunità di adottare un deposito su cauzione per i contenitori di bevande, è già partito in Spagna da qualche tempo. In particolare sono impegnate in questo percorso, anche se con modalità e tempistiche differenti le comunità autonome di Navarra, Valencia, Catalogna e le Baleari.
L’associazione Retorna ̶ dedicata alla promozione del vuoto a rendere e del riutilizzo ̶ ha dato recentemente notizia di alcune iniziative di cui ne riportiamo un paio.
L’Area Metropolitana di Barcelona (AMB) in collaborazione con il comune El Prat de Llobregat ha attivato un progetto pilota durato alcune settimane tra luglio e agosto 2017 per promuovere sulla spiagge la resa dei contenitori di bevande. Tutte le tipologie di contenitori di bevande (bicchieri inclusi), venduti dai quattro chioschi della spiaggia cittadina sono stati dotati di un codice a barre. Per ogni bevanda acquistata è stata applicata una maggiorazione di € 0,10 inclusa nel prezzo che veniva restituita alla consegna del contenitore. Un sistema computerizzato di lettura del codice a barre ha così registrato le movimentazione dei contenitori nei diversi giorni e orari delle settimane in cui si è tenuto il progetto pilota. Dati registrati come le quantità e la tipologia di bevande consumate con gli andamenti delle vendite e delle restituzioni ora per ora, possono tornare di grande utilità nello sviluppo di un sistema di intercettazione degli imballaggi da attuare prossimamente in quella specifica spiaggia. L’iniziativa rientra nelle attività che il comune sta sperimentando per risolvere il problema dei rifiuti da imballaggio che nelle spiagge cittadine sono costituiti per l’80% da contenitori di bevande.
La Fiesta de las Piraguas 2017 (81º Descenso Internacional del Sella)
L’evento di canottaggio che si svolge ogni agosto vede una massiccia affluenza di pubblico nel territorio del comune di Ribadesella. Il comune metterà a disposizione dei bar e locali che vendono bevande 10.000 bicchieri riutilizzabili che pubblicizzano l’iniziativa. La prima volta che verrà ordinata una bevanda il cliente pagherà 1 euro per il bicchiere come cauzione. Successivamente il bicchiere potrà essere riutilizzato più volte oppure essere riconsegnato a qualsiasi esercizio per avere indietro l’importo della cauzione pagata con la prima consumazione. E’ stato stimato che se i visitatori riutilizzeranno tre volte uno stesso bicchiere si saranno evitati 30.000 bicchieri di plastica all’ambiente.
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Deposito su cauzione: anche la Catalogna lo valuta, e l’Italia?
Dopo diversi mesi di ritardo, e nonostante qualche esitazione dovuta alle pressioni provenienti dai produttori di bevande, il governo autonomo della Catalogna ha reso noto recentemente gli esiti di uno studio che evidenzia la fattibilità tecnica, legale e gli impatti economici derivanti dall’introduzione di un deposito su cauzione.
La necessità di aumentare il tasso di riciclo per raggiungere gli obiettivi europei e di ridurre l’impatto del marine litter , aggravato dal fenomeno dell’abbandono dei contenitori nell’ambiente, ha convinto il governo ad andare avanti.
Il sistema prevede che al prezzo di vendita dei contenitori di bevande venga aggiunto un importo pari a 10 centesimi (cauzione sul vuoto) che viene restituito alla consegna dell’imballaggio.
Il cauzionamento in Catalogna, qualora adottato, interesserebbe tra i 2.300 e i 2.700 milioni di contenitori come lattine, bottiglie in plastica o vetro, e cartoni per bevande (tetrapack) per un peso complessivo che oscilla tra le 124.000 e le 131.000 tonnellate di materiali.
Lo studio presentato dal Segretariato per l’Ambiente e la Sostenibilità Marta Subirà e Josep Maria Tost, direttore dell’Agenzia dei rifiuti catalana (Agencia Catalana de Residuos-ARC) ha rivelato che un ritorno al deposito su cauzione, in vigore in oltre 40 paesi e regioni del mondo, presenta per la comunità autonoma importanti benefici ambientali ed economici.
Vediamo quali sono i principali vantaggi evidenziati dallo studio:
- Riduzione nell’abbandono di lattine e contenitori vari di bevante intorno al 90%
- Aumento del tasso di riciclaggio sino al 95% per i contenitori interessati che alzerà la media del riciclo di plastica da imballaggio al 16,5
- Risparmio di 16.90 milioni di euro annui per la comunità della Catalogna che conta poco più di 7.500.000 abitanti ( Barcellona, Girona, Lleida e Tarragona sono le sue province).
I risparmi per i comuni vengono generati sia dalla riduzione del rifiuto da imballaggio da gestire (i contenitori per bevande rappresentano dal 40 al 44% del rifiuto stradale) che si traduce in: meno costi di raccolta, selezione e smaltimento. Oltre che dalla possibilità di ottimizzare la raccolta degli imballaggi che restano fuori dal sistema di cauzionamento, diradando anche la frequenza delle raccolte.
Un’altra importante voce di costo che si andrebbe inoltre a ridurre sono i costi dovuti per la rimozione del littering in luoghi urbani e extra urbani. La piattaforma europea Reloop ha recentemente prodotto uno studio che ha valutato l’impatto economico in termini di risparmio di costi per i Comuni che possono derivare dall’introduzione di un sistema di cauzionamento. Si tratta di una ricerca che ha analizzato sotto questo aspetto 20 studi internazionali realizzati in paesi diversi per determinare l’impatto economico di un tali sistemi.
La tabella scaricabile a questo link evidenzia che, anche se gli studi esaminati differivano in termini di portata, paese di attuazione, autori e anno di pubblicazione, tutti hanno stimato notevoli risparmi netti sui costi prima citati per la stragrande maggioranza dei Comuni.
“Con un cauzionamento siamo in grado di impedire che ogni giorno in Catalogna 5,5 milioni di contenitori per bevande finiscano in discarica, nel littering urbano o, peggio, in mare. Lo ha dimostrato un progetto pilota del 2013 a Cadaqués dove l’intercettazione dei contenitori ha raggiunto il 92% dell’immesso al consumo in soli tre mesi, ed è ora di estenderlo in tutta la Catalogna ” ha affermato Miquel Roset Direttore di Retorna.
Soddisfazione anche da parte dell’associazione Friends of the Earth, per gli ormai noti benefici del sistema, ma anche perché il deposito su cauzione contribuisce alla creazione di un sistema di infrastrutture e di interazione tra gli stakeholders che rende possibile la partenza di sistemi di vuoto a rendere con riuso dei contenitori. (1)
Lo studio ha quantificato che un’adozione del sistema costerebbe all’industria del beverage circa 8 milioni in più rispetto a quanto paga attualmente per la raccolta differenziata, tramite Ecoembes.
Tra le voci di costo che lo studio ha preso in esame ci sono quelle generate dall’ente di contabilizzazione centrale, di approvvigionamento di reverse vending machines (RVM) da posizionare presso supermercati, di remunerazione per la gestione del servizio ai supermercati tra personale e spazi fisici dedicati, di trasporto e così via. (executive summary in inglese scaricabile a questo link)
Per gestire il materiale di ottima qualità raccolto dalle RVM (si stima che ne servano dalle 2.600 alle 3.300) , sia compattato che non, serviranno cinque nuovi impianti che si possono sia costruire ex novo che ristrutturando o ottimizzando infrastrutture già esistenti.
Rimangono esentati dall’obbligo di cauzionamento alberghi, ristoranti e bar che dovranno servire bevande in contenitori riutilizzabili. I supermercati che gestiscono le RVM e gli imballaggi raccolti riceveranno un compenso di 1,6 centesimi di euro per ogni contenitore gestito (stimati allo scopo nello studio 40 milioni di euro annui).
Prevedibile l’opposizione di Ecoembes, l’organismo che rappresenta i produttori/utilizzatori di imballaggi e che incamera dalle aziende un contributo ambientale per tutti gli imballaggi immessi al consumo. Questa fonte di finanziamento destinata ai comuni per sostenere i costi del fine vita degli imballaggi viene impiegata in realtà per numerose altre attività che esulano dalla mission principale dell’ente.
Presto vi racconteremo cosa si dice in Spagna sull’operato di questo organismo che, forte del suo potere economico, influenza la politica ai diversi livelli, i media e il mondo accademico in modalità funzionali al mantenimento del proprio status quo.
Ecco che quindi un deposito su cauzione diventa una minaccia per Ecoembes poiché lo priva di una fetta importante delle sue entrate diminuendone anche il potere. Poco importa all’ente che il sistema venga gestito a livello statale oppure delegato alla gestione della stessa industria delle bevande, come avviene in diversi paesi come la Germania o la Lituania.
Ecoembes, come prevedibile, ha prodotto un proprio studio che confuta i vantaggi sia economici e ambientali riportati invece da numerosi studi compiuti da enti terzi. Senza parlare dell’evidenza in positivo che i paesi dove il sistema è in vigore dimostrano nei fatti.
E IN ITALIA COSA SUCCEDEREBBE?
Tutti i conoscitori del mondo dei rifiuti nostrano scommettono che, qualora si sollevasse anche in Italia l’opportunità di valutare l’introduzione di un deposito su cauzione, il nostro Conai sarebbe in prima linea a salire sulle barricate e pronto a partire con uno studio “in negativo” sul sistema.
Un assaggio in tal senso è stata la ricerca promossa dal consorzio Conai e realizzata dall’Università Luiss-Guido Carli, intitolata «La gestione dei rifiuti di imballaggio in Italia: profili e criticità concorrenziali».
Nella gestione dei rifiuti di imballaggio — dice lo studio — la tutela dell’ambiente e della concorrenza sono obiettivi che si intersecano, ma che non sempre convergono. Vi sono casi «in cui i meccanismi concorrenziali non riescono a garantire un adeguato livello di tutela ambientale, giustificando l’adozione di misure limitative della concorrenza».
Il modello italiano è un modello in Europa: «Basato sulla centralità del sistema consortile in funzione sussidiaria rispetto agli altri operatori», appare «giustificabile per garantire la prestazione universale del servizio, che assicura la gestione dei rifiuti di imballaggio su tutto il territorio nazionale e per tutti i tipi di rifiuti di imballaggio».
Ecco che in risposta ai timori espressi dal Conai auspichiamo che la gestione dei rifiuti da imballaggio possa in un prossimo futuro passare alla stessa industria in modo che, essa possa direttamente valutare se pagare ai comuni gli interi costi sostenuti per la raccolta differenziata, oppure adottare, per taluni imballaggi, un deposito su cauzione, come ha deciso l’industria in Lituania.
In questo modo si potrebbero bypassare alcune questioni dirimenti come la diversa interpretazione di cosa si intenda, nei fatti, per ” funzione sussidiaria rispetto agli altri operatori del sistema consortile” che esistono tra il Conai e tutte le controparti, Antitrust incluso.
Per rimanere sull’attualità siamo ancora in attesa di capire quali benefici allo stato attuale delle cose possa apportare la soluzione di una differenziazione del contributo ambientale proposta durante la presentazione di questo studio dall’allora presidente del Conai.
La ricerca evidenzierebbe secondo il sistema consortile che, per poter usare nel modo migliore la leva della competizione per soddisfare gli obiettivi ambientali piuttosto che “spaccare tutto” sarebbe meglio adottare «un miglior collegamento tra il livello contributivo ambientale CAC e i costi dell’impatto ambientale delle fasi di fine vita e nuova vita degli imballaggi».
Secondo il presidente del Conai, Roberto De Santis, occorre evitare «interventi legislativi parziali che potrebbero mettere a repentaglio gli importanti risultati di riciclo conseguiti. Occorre che tutti i soggetti coinvolti si facciano carico degli oneri ambientali connessi alla loro attività e siano chiamati ad obblighi di compliance e di trasparenza».
Siccome siamo assolutamente in accordo con questa affermazione di De Santis (siamo favorevoli ad interventi legislativi sostanziali per rivedere il sistema attuale di responsabilità condivisa) stiamo intanto aspettando di vedere se i dubbi espressi sul sistema di differenziazione del CAC per gli imballaggi di plastica trovano delle risposte, o meno.
VANTAGGI ECONOMICI PER I COMUNI
Gli ultimi studi prodotti per valutare costi e benefici del sistema hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni. Una panoramica aggiornata di questi studi si può avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma Reloop per la promozione degli imballaggi riutilizzabili e del vuoto a rendere di cui la nostra associazione è parte. Reloop e CM Consulting hanno inoltre prodotto una serie di schede informative per aiutare la comprensione circa alcuni dei vari aspetti del sistema di cauzionamento. Per scaricare le schede clicca qui.
(1) Nello studio Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers prodotto dalla Piattaforma Reloop vengono infatti individuati tre strumenti legislativi che, se applicati in tandem, possono promuovere il sistema refill per le bottiglie : 1) deposito su cauzione obbligatorio; 2) applicazione di “green levies” oppure contributi ambientali per la gestione del fine vita degli imballaggi; 3) determinazione di obiettivi di riutilizzo da perseguire per l’industria. La stessa tesi e prassi è alla base dell’introduzione in Oregon di un sistema di refill per diversi birrifici indipendenti che entrerà presto in esercizio.
Leggi anche:
Il video di Reloop che spiega come funziona, come si ripaga e quali sono i vantaggi dei sistemi di deposito su cauzione per l’ambiente, le comunità e l’economia del riciclo.
Il giro del mondo del deposito su cauzione per i contenitori di bevande
Deposito su cauzione = economia circolare
Un appello ai produttori di birra alla spina: il riuso non va dismesso ma implementato
Sino a qualche tempo fa chi sceglieva di bere una birra alla spina poteva pensare di eliminare l’impatto di imballaggi, seppur riciclabili come bottiglie e lattine. In futuro le cose potrebbero cambiare.
Come abbiamo raccontato nel precedente articolo nutriamo più di qualche perplessità sulla scelta intrapresa da Carlsberg Italia di dismettere il sistema di riutilizzo dei fusti in acciaio convertendo il suo mercato della birra alla spina al nuovo sistema di spillatura DraughtMaster. Il nuovo sistema che impiega fusti in plastica (PET) da 20 litri “usa e getta” che confluiscono nel rifiuto urbano per poi essere smaltiti a spese dei comuni.
Tutto il mondo scientifico ci avverte che la sfida ambientale che abbiamo di fronte non si potrà affrontare se, tutti i soggetti che possono giocare un ruolo, si limiteranno al fare “meno male” invece che da subito il “ meglio possibile”. Condividendo questa posizione, abbiamo inviato come associazione un appello a Carlsberg Italia (e alla aziende interessate dal nuovo sistema) affinché non dismettesse per sempre il sistema dei fusti riutilizzabili.
La proposta che continueremo a rinnovare all’industria che commercializza birra alla spina, e non solo, si articola in due azioni:
1) Mantenere il sistema riutilizzabile per il settore Horeca. Progettare un nuovo sistema riutilizzabile che possa migliorare l’impatto dei fusti in acciaio e mantenere i vantaggi del nuovo sistema di spillatura valutando anche altri materiali e tecnologie;
2) Organizzare e soprattutto sostenere finanziariamente da subito, in virtù del principio della responsabilità estesa del produttore, un sistema di raccolta a fine vita. Tale sistema, se non non può essere da subito riutilizzabile, deve dare vita ad un riciclo bottle to bottle (da fusto a fusto) per mantenere il valore del materiale. Tale sistema dovrebbe, come per gli altri imballaggi industriali riutilizzabili, prevedere un deposito su cauzione sui fusti in PET che ne garantisca la restituzione una volta vuoti. Considerando che è già in essere un servizio di consegna a domicilio per gli esercizi commerciali clienti del gruppo da parte di ditte affiliate alla Federazione Italiana Distributori di bevande Italgrob, non dovrebbe essere particolarmente complicato recuperare i fusti vuoti quando si consegnano i pieni. Da quanto ci risulta questi fusti finiscono invece o nell’indifferenziato o nella raccolta della plastica con costi che ricadono sulla filiera post consumo e sulle comunità.
La nostra proposta è perfettamente allineata con gli obiettivi e i target contenuti dalle direttive europee in materia di rifiuti e rifiuti da imballaggio (in fase di revisione) e del pacchetto Economia Circolare con una roadmap dedicata per una Strategia sulla plastica in via di definizione.
In particolare, in un’Europa povera di materie prime, i paesi membri devono adottare misure volte ad aumentare l’efficienza nell’uso dei materiali attraverso l’innalzamento di target più stringenti per riuso e riciclo. Ma è soprattutto sulla prevenzione dei rifiuti che vanno concentrati gli sforzi affinché diventi, anche nella prassi, l’azione prioritaria.
Venendo al soggetto che deve accollarsi i costi del fine vita degli imballaggi in virtù del principio europeo della responsabilità estesa del produttore (1) c’è qualcosa che non funziona nel nostro paese. Infatti, come ha rilevato l’indagine conoscitiva dell’antitrust sui rifiuti resa nota lo scorso anno, il sistema di responsabilità condivisa sui costi generati a fine vita dagli imballaggi recepito dall’Italia ha fatto sì che l’80% dei costi della raccolta e avvio al riciclo degli imballaggi ricadesse sulle comunità, e in minima parte sui produttori.
La proposta di direttiva ambientale che modifica la direttiva europea sui rifiuti ( 2008/98 CE) contenuta all’interno del pacchetto sull’economia circolare propone l’introduzione dell’articolo 8-bis in materia di responsabilità estesa del produttore. In particolare, il comma 4 dell’art. 8-bis demanda agli Stati Membri l’adozione delle misure necessarie ad assicurare che i contributi finanziari versati dai produttori in adempimento ai propri obblighi derivanti dalla responsabilità estesa del produttore coprano la totalità dei costi di gestione dei rifiuti per i prodotti che sono immessi sul mercato dell’Unione.
Più plastica produciamo e consumiamo più ne mangiamo
Mentre si stima che la produzione di plastica raddoppierà nei prossimi 20 anni, siamo alla prese con una bomba ecologica, un nuovo ecosistema formato dalla plastica accumulatasi nei decenni nell’ambiente marino e terrestre che non sappiamo ancora come gestire, ma che ci sta già gestendo.
Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza e la conoscenza sul fenomeno della plastica dispersa nei corsi d’acqua, nei laghi e in mari e oceani. Sono passati nel frattempo 45 anni dai primi avvertimenti sulla pericolosità del fenomeno (studio dei ricercatori marini Carpenter e Smith nel 1972) e ci avviamo ad avere al 2050, più plastica che pesce nei mari, se non corriamo immediatamente ai ripari.
Uno studio che ha analizzato il problema a livello globale ha indicato che l’azione prioritaria dovrebbe partire da quei cinque paesi asiatici in cui la plastica finisce in mare a causa di sistemi di gestione dei rifiuti assenti o inefficienti. A nazioni come Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Tailandia viene infatti imputata l’immissione di una percentuale tra il 55 e 60% della plastica dispersa in mare a livello globale.
Purtroppo, i rifiuti plastici di varia natura, spesso attraverso scarichi e corsi d’acqua si riversano nei mari ed oceani un pò in tutto il mondo, anche se in quantità diverse. Anche l’industria ittica contribuisce ad aggravare il problema essendo responsabile dell’abbandono o della cattiva gestione di grandi quantità di reti da pesca e cassette in polistirolo che giacciono nelle acque.
La soluzione del problema è complessa perché si tratta di intervenire a livello globale con misure e legislazioni preventive mirate alle diverse tipologie di rifiuti marini, sia provenienti dalla terraferma (la maggior parte), che scaricati da navi e piattaforme petrolifere. Nonostante siano in corso diversi progetti di recupero dei rifiuti plastici in mare, parzialmente sovvenzionati anche da soggetti industriali, e si stiano sperimentando progetti per intercettare i rifiuti provenienti dai corsi d’acqua o i rifiuti galleggianti in mare, non si sta ancora affrontando seriamente il problema a partire dalle cause. La realtà che non vogliamo vedere o affrontare è che il 99% della plastica finita in mare non può essere recuperata in alcun modo perché si tratta di microplastiche, frammenti e particelle polimeriche comprese tra i 5 mm e 330 µm. La misura di 5 mm è un limite convenzionale per distinguerle dalle mesoplastiche che derivano dalla frammentazione di oggetti più grandi.
Tra le altre tipologie di microplastiche ci sono le microsfere o microbead utilizzate dall’industria della detergenza e della cosmetica e le microfibre rilasciate durante i lavaggi dai tessuti sintetici, troppo piccole per essere catturate dagli scarichi delle lavatrici e dai filtri dei depuratori.
Un’altra fonte di inquinamento da microplastica è da imputare all’industria che produce e utilizza i pellets (o nibs), granuli di polimeri che servono come materia prima per produrre manufatti di plastica, quando vengono dispersi nell’ambiente durante i trasporti.
Si è parlato per anni delle isole di plastica formate dai vortici oceanici e del disastro ecologico che affligge le piccole isole disabitate del Pacifico, quando il nostro Mediterraneo non è da meno, come ha rilevato un recente studio pubblicato su Nature/Scientific Reports e frutto della collaborazione tra l’Istituto di Scienze Marine del CNR di Lerici (ISMAR-CNR), l’Università Politecnica delle Marche, l’Università del Salento e Algalita Foundation (California).
I quantitativi medi di microplastiche presenti nel Mare Adriatico e nel Mediterraneo Occidentale sono infatti di circa 500 ed 800 g per km2, che sono valori paragonabili a quelli rinvenuti nei famosi 5 vortici oceanici di accumulo delle plastiche. Quantitativi ancora maggiori, circa 2 kg per km2, sono stati identificati a largo delle coste occidentali della Sardegna, della Sicilia e lungo la costa pugliese, fino ad arrivare ad un hot spot di addirittura 10 kg di microplastiche per km2 nel tratto di mare compreso tra la Corsica e la Toscana.
Uno studio recente compiuto dal Bodega Marine Laboratory dell’università della California ha chiarito che i pesci ingeriscono frammenti plastici o microfibre sintetiche perché vengono attirati dall’odore di cibo che la plastica assume stando per lungo tempo nell’ambiente marino.
“Meno plastica, più Mediterraneo”
L’iniziativa di ricerca sulle microplastiche e di sensibilizzazione “Meno plastica, più Mediterraneo” di Greenpeace del luglio del 2017 ha toccato diverse tappe italiane e poi Croazia, Grecia e Bulgaria. Qui il resoconto dell’attività svolta aggiornato al 17 luglio 2017.
L’evento, nel nostro paese, è stato organizzato con la collaborazione scientifica dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr di Genova, con la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e l’Università Politecnica delle Marche. Il veliero Rainbow Warrior III ha viaggiato da Genova ad Ancona per analizzare livelli e dinamiche della contaminazione dei micro-frammenti plastici che si depositano sui fondali marini. Come acclarato da diversi studi le microplastiche, ingerite dagli organismi marini, entrano nella catena alimentare e nei nostri piatti.
Come riportato in un recente articolo del Guardian i ricercatori dell’Università di Ghent in Belgio hanno stimato che chi consuma frutti di mare può arrivare ad ingerire fino a 11.000 piccoli pezzi di plastica ogni anno. Lo scorso agosto, i risultati di uno studio dell’Università di Plymouth hanno riportato che la plastica è stata trovata in un terzo del pesce catturato nel Regno Unito, tra cui merluzzi, sgombri e molluschi.
La densità media di plastica nel bacino del Mediterraneo è tra uno e quattro pezzi per metro quadrato, la stessa che si trova nelle zone di accumulo sub tropicali. «Le microplastiche sono una minaccia per la salute del mare – spiega Francesca Garaventa, ricercatrice dell’Ismar di Genova, a bordo della Rainbow Warrior nel tratto tra Genova e Pozzuoli -. Dopo aver raccolto campioni d’acqua con tre diverse strumentazioni, che ci permettono un’analisi sia della colonna d’acqua che della superficie, li analizziamo in laboratorio per indagare il cosiddetto effetto cavallo di Troia: la plastica è un ottimo veicolo per le sostanze contaminanti». Oltre ai campionamenti delle acque sono stati analizzati i pesce all’isola del Giglio, Ventotene e Pozzuoli. «Sezioniamo l’apparato digerente dei pesci, dove si concentrano le microplastiche e i tessuti degli invertebrati – spiega Stefania Gorbi, ricercatrice del Politecnico delle Marche -. L’analisi chimica è importante per capire quali sono i rischi tossicologici che comportano le sostanze chimiche con cui la plastica è entrata in contatto». Più si va nel piccolo, più l’analisi chimica diventa difficoltosa e le conseguenze per la salute del nostro mare pesanti – continua Gorbi -. Essendo così piccoli, i frammenti non devono nemmeno essere ingeriti dagli organismi marini, ma penetrano direttamente nei tessuti. È un problema relativamente nuovo, e non ci sono ancora studi capaci di dimostrare la pericolosità per la catena alimentare e quindi per l’uomo, ma siamo solo all’inizio».
Greenpeace, in perfetta sintonia con le iniziative della nostra associazione, chiede, anche attraverso un’apposita petizione indirizzata al governo di ridurre la produzione di plastica e in particolare la produzione di imballaggi e articoli usa e getta e che, secondo il principio “chi inquina paga”, siano i produttori a farsi carico dei costi causati dal fine vita degli imballaggi. Per saperne di più sulla spedizione di Greenpeace leggi l’articolo apparso su rinnovabili.it.










