Imballaggi: fare di più con meno in tre mosse

In occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente (World Environment Day) che si celebra il 5 giugno vi proponiamo un vademecum da seguire nella vita di tutti i giorni per ridurre l’impatto degli imballaggi. Anche se il sistema economico è basato sul consumismo spinto e l’offerta di acquisto è impostata sul consumo “usa e getta” (in tutte le possibili sfumature), è possibile fare scelte di acquisto meno impattanti e ridurre il volume dei nostri rifiuti.

Tutti i beni dal ciclo di vita breve e quindi anche gli imballaggi, di qualunque materiale essi siano realizzati, hanno un forte impatto sull’ambiente. Nonostante alcuni materiali possiedano dei requisiti che li rendono ad una prima analisi meno impattanti rispetto ad altri, c’è una variabile importante da prendere in considerazione: le dimensioni del consumo. Se il consumo di una determinata risorsa da cui si ottiene uno specifico materiale assume valori “fuori controllo” i vantaggi ambientali teorici di un materiale possono risultare ridimensionati quando non annullati.

Cosi come ci ha insegnato la corsa ai biocarburanti, oppure il caso dell’olio di palma, l’origine rinnovabile delle materie prime non è di per sè una garanzia di miglioramento della sostenibilità complessiva. Quando il prelievo delle risorse, spinto dall’eccessiva domanda diventa sfruttamento intensivo, converte zone naturali ricche di biodiversità in piantagioni, non tiene più conto dei tempi di rigenerazione dei sistemi naturali, la cura diventa peggio della malattia. Anche quest’anno, la data in cui avremo esaurito il nostro budget annuale di risorse, arriverà un po’ prima, come ci ricorda il Global Footprint Network con  l’Overshoot Day.

I rifiuti con l’aumento della popolazione e la crescente urbanizzazione non possono che aumentare . Di pari passo aumentano un po’ ovunque anche i rifiuti da imballaggio e l’acquisto di alimenti confezionati e piatti pronti, senza che spesso ci siano dei sistemi di gestione dei rifiuti a valle in grado di valorizzarli. Il caso di New York, dove il sindaco De Blasio non riesce a eliminare l’uso dei contenitori di cibo da asporto in polistirene EPS, è emblematico. L’industria che produce impugna l’ordinanza perchè questi contenitori sono tecnicamente riciclabili, e questo è vero ma a quali costi ambientali ed economici? E soprattutto chi dovrebbe prendersene carico? Uno studio basato sui costi reali registrati da un progetto di riciclo dell’EPS avvenuto anni orsono in Ontario ha quantificato in 2000-2500 dollari il costo di gestione per una tonnellata di EPS riciclato. Questo e progetti simili da parte di municipalità canadesi sono stati abbandonati per l’insostenibilità economica e ambientale che si è evidenziata.

CHE FARE?

La comunità scientifica che studia gli effetti del cambiamento climatico e delle opzioni a disposizione per rallentarlo, concorda sul fatto che serva un profondo cambiamento negli attuali stili di vita e di consumo.  Alle stesse conclusioni sta arrivando anche larga parte dell’opinione pubblica (vedi ad esempio l’esito dell’indagine Waste Watcher per l’Italia) che comincia a rendersi conto che una modifica dei nostri comportamenti avrebbe effetti importanti nella risoluzione di emergenze ambientali: dalla produzione di rifiuti a altre forme di inquinamento che vanno di pari passo con lo sfruttamento dell’ambiente e l’aumento delle emissioni complessive di gas ad effetto serra.

DEMATERIALIZZARE

La dematerializzazione ovvero eliminare o minimizzare  l’imballaggio – ma anche i beni – sfruttando i servizi che essi ci possono fornire senza possederli (economia della condivisione), è la strategia piùdetergenti efficace per l’ambiente.  Tutti dobbiamo e possiamo dare un contributo attraverso le nostre scelte di consumo quotidiane anche ripensando le modalità di acquisto. Una parte consistente dei prodotti che compriamo con un imballaggio (o contenitore a perdere) potrebbe esserci fornita con un imballaggio riutilizzabile, o con ricarica, o alla spina. L’imballaggio più sostenibile è quello che non c’è. L’esempio più calzante è il cono del gelato edibile insieme al prodotto che contiene. Cominciamo a mangiare il gelato fuori casa senza coppette e cucchiaini usa e getta, di qualunque materiale essi siano fatti. Scegliamo prodotti a basso impatto di packaging come possono essere le saponette e i saponi da barba nel settore dei detergenti per la persona.
Per dematerializzare l’imballaggio usa e getta abbiamo a disposizione la strategia del riuso e quindi RI-Porta la Sporta, il sacchetto o il contenitore. Non c’è shopping che non possiamo fare servendoci di una borsa riutilizzabile da portare sempre con noi. Anche in occasione dei saldi non è il caso di prendere più buste di carta che restano semivuote. Se non abbiamo una borsa riutilizzabile con noi, cerchiamo di mettere più acquisti in un unico shopper.

RIUSARE, RIUSARE E ANCORA RIUSARE
Come abbiamo anticipato il riuso è una strategia importante che dobbiamo fare nostra al punto da ricondizionare i nostri gesti quotidiani che si sono assuefatti ad un consumo usa e getta. Dopo aver accuratamente evitato di prendere sacchetti monouso riutilizziamo più volte quelli che non abbiamo potuto fare a meno di prendere : dal sacchetto dei grissini a quelli del verduriere. Purtroppo l’opinione pubblica, poco informata su temi ambientali, tende a pensare che sprecare la carta sia “accettabile” perchè tanto viene riciclata. In realtà, anche se l’impatto complessivo dell’industria della carta sull’ambiente è maggiore con il consumo di cellulosa vergine, anche il riciclo della carta ha un impatto ambientale non trascurabile come tutti i cicli industriali. Per vederla dal lato dei rifiuti, a fronte di un chilo di carta da riciclo prodotta, si deve fare i conti con circa 300-500 grammi di fanghi e pulper da smaltire.

Per evitare di sprecare carta preziosa si possono utilizzare sacchetti in cotone lavabili ( ad esempio per il pane), oppure borse a rete in plastica per ortofrutta.
Mentre è complicato servirsi di contenitori riutilizzabili nei punti vendita della distribuzione organizzata, ma anche del commercio locale, le cose cambiano se si frequentano i negozi che vendono prodotti sfusi e/o alla spina che stanno aprendo qua e là. Putroppo questi negozi non sono diffusi quanto servirebbe. I comuni dovrebbero sostenere e promuovere la vendita di prodotti sfusi e a filiera corta per i benefici ambientali che ne derivano. Soprattutto per quanto riguarda il settore dei detergenti per la cura del corpo e della persona,  la vendita alla spina e in formula concentrata permette di evitare quantità importanti di contenitori di plastica usa e getta.

RICICLARE OVVERO FACILITARE IL RICICLO
Premesso che l’opzione ambientalmente preferibile è l’acquisto a zero o a minimo impatto da imballaggio,  vediamo cosa possiamo fare come cittadini per tappifavorire il riciclo degli imballaggi.  Anche se riciclare  è compito dell’industria e non dei cittadini, è importante conoscere quali sono gli imballaggi più facili da riciclare e quelli che non possono essere riciclati. Più semplice è l’imballaggio più facile è il riciclo. Per non andare troppo sul tecnico e rischiare di confondere, invece che chiarire, suggeriamo la lettura di altri articoli presenti su questo sito come da riferimenti a fondo pagina.
Semaforo verde gli imballaggi amici del riciclo
Bottiglie in PET trasparente o leggermente colorato, lattine, bottiglie in vetro, flaconi in plastica di dimensioni superiori ai 7cm, contenitori, buste e involucri di varie forme monomaterici, costituiti cioè da un solo materiale o carta, o plastica, o alluminio, ecc
Contenitori con tappi rimovibili, esistono ancora confezioni di spezie in vetro con tappi di plastica impossibili da rimuovere al punto che parrebbero essere progettati apposta per non essere riusati e per complicare il riciclo.

Semaforo da giallo a rosso per le altre tipologie
Non sono poche le tipologie di imballaggi che complicano o rendono impossibile il riciclo per come sono stati progettati. In alcuni casi il riciclo sarebbe tecnicamene possibile ma non avviene perché non si arriva a raccoglierne le quantità necessarie per rendere un eventuale riciclo economicamente sostenibile. Tra i casi più noti che i riciclatori lamentano, ci sono le bottiglie e contenitori con etichette coprenti o sleeve che, a seconda della tecnologia presente negli impianti possono essere riciclate con costi aggiuntivi o inviate a recupero energetico con le plastiche miste che hanno un basso valore post consumo. Qualora non fosse possibile evitarli si può provare a rimuove l’etichetta  prima di conferirli nella plastica.
Bottiglie in PET con colorazioni scure oppure bianche (trattate con additivi opacizzanti)  come il caso delle bottiglie usate per latticini. Per capire se si tratta di una bottiglia in PET o HDPE (polietilene ad alta densità) controllare il simbolo presente sulla bottiglia.
Imballaggi in multimateriale o poliaccoppiati, imballaggi formati da parti in materiali diversi ( vedi il barattolo della foto) e contenitori provvisti di tappi non rimovibili.

Anche le dimensioni degli imballaggi contano agli effetti del riciclo poichè negli impianti di selezione gli imballaggi di dimensioni inferiori ai 7cm come ad esempio i flaconcini di probiotici del banco frigo dei supermercati, o i tappi quando non avvitati alla bottiglia, finiscono nello scarto che va a recupero energetico.

 

Per saperne di più:

Meno rifiuti più risorse: le 10 mosse

Riciclo, indietro tutta?

L’imballaggio del futuro non può che essere riutilizzabile

Imballaggi in plastica: il nuovo CAC è davvero efficace per promuoverne la riciclabilità?