Riciclo, la corsa a ostacoli delle imprese contro il monopolio di Conai:ritardi, annullamenti e battaglie legali
Dopo l’immobilismo della politica e in attesa dell’approvazione del ddl Concorrenza al Senato, ecco le storie delle aziende che hanno tentato di realizzare sistemi autonomi di raccolta e recupero dei materiali di imballaggio. Come il calvario della Aliplast: “Fare lobby non è il nostro lavoro, siamo e restiamo riciclatori. Ma almeno abbiamo aperto una strada” nuova”
Riprendiamo l’articolo di Veronica Ulivieri apparso oggi su Il Fatto Quotidiano che riprende le tematiche attinenti all’Accordo Anci Conai che sono state oggetto di analisi nel nostro Dossier del 2013.
L’Antitrust lo dice dal 2008 e lo ha ripetuto di recente in più occasioni: nella raccolta e nell’avvio al riciclo degli imballaggi serve più concorrenza. Un primo passo potrebbe arrivare presto con l’approvazione anche al Senato del ddl sulle liberalizzazioni, dopo anni in cui la politica ha fatto orecchie da mercante agli appelli dell’Autorithy, mentre a pagare il prezzo dell’immobilismo erano le aziende che hanno tentato di mettere in piedi sistemi autonomi di raccolta e recupero dei materiali. Con iter durati anni, tra ritardi, schermaglie legali, annullamenti di procedure ed esposti all’Authority per la concorrenza.
Per rispettare l’obbligo di recuperare gli imballaggi usati, il Testo unico ambientale del 2006 prevede che i produttori possano aderire al Consorzio Conai, istituito dalla legge nel 1997 per dare input a raccolta differenziata e riciclo oppure avviare un sistema autonomo, a patto di gestire i propri contenitori e di coprire tutto il territorio nazionale. Chi ha scelto la seconda opzione, però, si è trovato ad affrontare un percorso a ostacoli, iniziato con gli sforzi per soddisfare questi due requisiti considerati eccessivi dalla stessa Antitrust e continuato spesso in tribunale.
Aliplast: sette anni di calvario
Aliplast, azienda trevigiana che oggi avvia a seconda vita il 10 per cento di tutta la plastica riciclata in Italia, ci ha messo 7 anni per vedersi alla fine riconosciuto il diritto di operare con il proprio sistema Pari, attraverso il quale raccoglie e ricicla le pellicole in polietilene utilizzate dalle imprese per imballare bancali di merci.
Oggi lavora con grandi nomi come Heineken, Nestlé e Saint Gobin, con una percentuale di riciclo del 60 per cento. “Il sistema Pari ha avuto il via libera nel 2009 dall’Osservatorio nazionale rifiuti, le cui funzioni sono oggi in capo al ministero dell’Ambiente, dopo 18 mesi di istruttoria – racconta Alessandro Stocco, manager di Aliplast – Nel frattempo, però, Conai ha presentato ricorso, accolto dal Tar e confermato dal Consiglio di Stato, i quali hanno ritenuto che i controlli svolti sulla nostra attività non fossero sufficienti. L’iter così è tornato alla fase iniziale e siamo stati autorizzati di nuovo dal ministero solo ad agosto 2014″, racconta Alessandro Stocco, manager di Aliplast. Non finisce qui: “A quel punto, Conai ha presentato un nuovo ricorso contro il provvedimento. Abbiamo fatto ricorso anche noi, perché nel decreto ministeriale rimanevano dei vincoli alla nostra attività”. “Purtroppo – ammette Stocco – fare lobby non è il nostro lavoro, siamo e restiamo riciclatori”, ma “grazie all’istruttoria Antitrust il rapporto tra Pari e Conai è giunto ad una piena definizione e questo ha aperto la strada anche per altri sistemi che dovessero nascere in futuro”.
Compiti a casa
Stocco fa riferimento al procedimento avviato nel 2014 dall’Autorità per la concorrenza nei confronti di Conai e Corepla, il Consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica, per verificare un eventuale abuso di posizione dominante. Tutto era partito da una segnalazione della stessa Aliplast. A settembre 2015, l’Authority ha chiuso l’indagine rinunciando ad accertare l’infrazione e accettando cinque impegni vincolanti presentati dai due consorzi. Impegni considerati “idonei a tutelare la concorrenza“, che offrono maggiori garanzie a Pari e che “si applicheranno alle procedure di riconoscimento dei nuovi sistemi”. Il primo, in particolare, parla di “non interferenza da parte di Conai” negli iter di riconoscimento dei sistemi autonomi. Il parere del Consorzio al ministero nel procedimento era previsto dalla legge del 2006, ma Conai, ha ripetuto il presidente dell’Authority Giovanni Pitruzzella in Parlamento anche a metà febbraio, “potrebbe esercitare un ruolo non neutrale nell’ambito delle procedure di riconoscimento dei sistemi autonomi” suoi concorrenti. L’Antitrust si è detta più volte a favore che questo compito passi a un ente terzo come l’Ispra.
Prs: due anni per un no
Un atteggiamento di terzietà di cui spera di beneficiare anche la Prs, società olandese che in passato ha tentato invano di farsi riconoscere dal ministero il proprio sistema chiuso di noleggio e recupero di pallet in legno per il trasporto merci. “L’azienda ha presentato richiesta di riconoscimento a dicembre 2011 e il ministero dell’Ambiente l’ha rigettata a luglio 2013, dopo ripetuti invii di documentazione e sollecitazioni. Tra le motivazioni del rifiuto, sostenute anche dal parere emesso da Conai, c’era l’idea, sbagliata a nostro avviso, che Prs non sia un produttore di imballaggi perché, pur progettandoli e immettendoli in commercio con il proprio marchio, non li fabbrica materialmente in propri stabilimenti. Perché il ministero, se la pensa così, non ha detto subito che la domanda era inammissibile?”, si chiede l’avvocato Mara Chilosi, che ha poi difeso la società nel ricorso al Tar del Lazio contro il provvedimento del governo.
La sentenza, arrivata l’anno scorso, ha sciolto altri nodi tecnici, ma ha lasciato aperto quest’ultimo punto: “Se Prs anziché nel 2011 avesse presentato la domanda oggi, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Per questo stiamo valutando se presentare una nuova richiesta di riconoscimento. Ci amareggia che ci debbano essere sempre dei pionieri che sopportano il peso dei cambiamenti sulle loro spalle: questa società opera in tutta Europa con il suo sistema di pallet pooling e l’Italia è l’unico Paese in cui ha problemi”.
Primi passi
L’articolo 37 del ddl concorrenza già approvato alla Camera e ora in discussione in commissione Industria al Senato potrebbe aiutare la libera iniziativa: da una parte sostituisce il parere del Conai con quello di un ente terzo (come l’Ispra, come suggerito dall’Antitrust) dall’altra prevede che il contributo che produttori e utilizzatori pagano al Conai per la gestione degli imballaggi non sia dovuto a partire dal primo riconoscimento del sistema autonomo, anziché solo dal via libera definitivo, in modo da non appesantire chi cerca di investire in un nuovo progetto. Un primo passo, anche se per chi lotta e aspetta da anni non basta: “Rimangono molte criticità”, dice Chilosi. “Una su tutte – sottolinea – è il fatto che oggi può costituire un sistema autonomo solo chi rientra nella categoria di produttore di imballaggi. Molte aziende che si configurano come utilizzatori, come quelle che importano imballaggi pieni dall’estero, avrebbero interesse a investire in un progetto simile, ma si trovano la strada sbarrata”.
–Nota a cura della nostra redazione: La recente indagine conoscitiva dell’Antitrust IC49 ha quantificato che i corrispettivi che i Comuni ricevono a seguito dell’Accordo Anci Conai coprono solamente il 20% di quello che costa la raccolta differenziata degli imballaggi. Gli esiti dell’indagine forniscono una risposta sia alla presa di posizione di Anci che dell’ex Ministro Edo Ronchi per il quale l’accordo quadro Anci Conai, -al contrario di quanto emerge dal quadro fornito dall’Antitrust– costituirebbe ad una vittoria dell’ambiente che, prima dell’accordo non sarebbe stato tutelato dagli interessi del mercato. Difficile esercizio quello di immaginare un diverso scenario dall’attuale perchè, come forse i più non sanno, nel consiglio di amministrazione del Conai -e soprattutto di Corepla- siedono proprio i rappresentanti del MERCATO. Siedono di fatto in maggioranza, e come peso decisionale, i rappresentanti dei produttori di materie prime per imballaggi che non sono esattamente i soggetti che hanno la convenienza a ridurre il consumo di imballi in primis e men che meno ad aumentare il consumo di imballaggi prodotti da materie prime seconde piuttosto che vergini.
Che la natura della composizione dei rappresentanti dei compliance schemes europei (come i consorzi Conai per l’Italia) influenzi le azioni di prevenzione e riduzione degli imballaggi immessi al consumo è emerso da una ricerca che è sfociata nella pubblicazione del libro: Prevenzione e innovazione per una economia della sostenibilità di Pogutz e Tencati- Editrice Egea, 2011. Dall’analisi comparativa dei diversi compliance schemes gli autori rilevano che in quelli dove i produttori e utilizzatori di imballaggi partecipano in forma paritaria (Italia e Svezia) “ le attività promosse dai compliance scheme ricadenti in tale categoria si osserva che la politica di prevenzione sino ad oggi attuata non è rivolta con decisione ad intervenire direttamente sulla progettazione dell’imballaggio e quindi sul produttore.
Come un Ministero può accompagnare al meglio l’introduzione di un divieto
Dal primo gennaio di quest’anno in Olanda è entrata in vigore una legge che vieta a tutte le categorie del commercio di regalare ai clienti i classici sacchetti di plastica o bioplastica con manici.
Il provvedimento è stato varato in recepimento della nuova direttiva UE per ridurre il consumo europeo dei sacchetti di plastica leggeri, con spessore inferiore ai 5
0 micron.
Interessati dal provvedimento sono i sacchetti di plastica, di bioplastica ma anche gli shopper di carta o juta con uno strato o rivestimento interno in plastica. Il consumo di sacchetti in plastica nei Paesi Bassi viene stimato, a seconda delle fonti, dai 3 ai 4 miliardi di pezzi.
A poche settimane dall’entrata in vigore della legge, il drastico calo del consumo di sacchetti avvenuto nel circuito della distribuzione organizzata, ha sostanzialmente confermato come realistica la percentuale di riduzione massima (77%) ipotizzata da uno studio effettuato dal Governo. Si va infatti dal 60% di sacchetti in meno distribuiti nei punti vendita della catena Kruidvat (benessere e cura del corpo), all’ 80% in meno registrato da HEMA, storica insegna che commercializza prodotti a marchio proprio dal settore alimentare a quello dell’abbigliamento, ai prodotti per la casa, ecc.
Anche se il Governo propone un prezzo indicativo di 25 cent gli esercizi commerciali possono decidere quale prezzo applicare, che deve però rigorosamente essere battuto sullo scontrino. Albert Heijn, la catena leader olandese, ha optato per un sacchetto disponibile in due formati dal costo di 15 e 25 cent. Il monitoraggio sul rispetto della legge con controlli ed eventuali sanzionamenti è affidato all’ILT (Inspectie Leefomgeving en Transport) il braccio ispettivo del Ministero delle Infrastrutture e dell’Ambiente.
Centrato quindi, almeno per quanto concerne la distribuzione organizzata, l’obiettivo che si era posto il governo di spostare il consumo dagli shopper “usa e getta” alla sporta riutilizzabile.
La prova del nove sulla validità della misura e sulla sua applicabilità si gioca tuttavia nel variegato mondo del commercio ambulante e nei negozi del piccolo commercio. Per ora, dalle notizie che abbiamo raccolto, tutto continua come prima nei mercati di Amsterdam, anche la diffusa abitudine di alcuni banchi di non rilasciare lo scontrino fiscale. Vedremo se finirà “all’italiana” con una legge che vieta la commercializzazione di sacchetti di plastica disattesa da quasi la metà del mondo del commercio, o se verranno prese delle misure efficaci, sanzionatorie e/o di moral suasion dopo il primo periodo di rodaggio.
Diverse critiche ha invece sollevato il fatto che i sacchetti di carta possano continuare ad essere regalati, con la prevedibile conseguenza che aumenterà il loro consumo, soprattutto nel settore non alimentare. Esattamente come è avvenuto da noi in settori come quello dell’abbigliamento, calzature, librario, ecc.
Il rischio di “privilegiare” la carta, insito in questa decisione, hanno fatto notare le associazioni ambientaliste, finisce inoltre per indurre i cittadini a sottovalutarne l’impatto ambientale e a non cambiare abitudini. Anche l’idea che la carta sia biodegradabile e riciclabile in misura maggiore della plastica, può diventare per molti un alibi per continuare a sprecarla.
L’unica opzione a impatto zero è la prevenzione
Determinante per un cambio di stili di vita dei cittadini è l’informazione indipendente che solamente gli enti governativi preposti possono fornire circa gli impatti che tutti i prodotti hanno sull’ambiente: dall’estrazione delle materie prime per realizzarli al loro fine vita.
La campagna Porta la Sporta lanciata dalla nostra associazione nel 2009 è nata con la missione di promuovere prevenzione e riuso come uniche risposte all’insostenibilità del consumo usa e getta. Per riuscire a contenere il riscaldamento globale entro i 1.5 °C non è più sufficiente fare “meno male” ma è necessario fare il “meglio possibile” da subito e questo compito richiede l’impegno di tutti: società civile, aziende e governi.
Un documento della commissione europea presentato durante un recente incontro dei ministri a Bruxelles e anticipato dal Guardian, ribadisce che al fine di limitare gli effetti più disastrosi dei cambiamenti climatici dovranno intervenire , «cambiamenti profondi» nello stile di vita delle attuali generazioni. Ben altro quindi del semplice abbandono delle comodità dell’usa e getta e della macchina sempre ed ovunque.
Come si è mosso il Ministero all’Ambiente per accompagnare l’introduzione del divieto
L’introduzione del provvedimento di legge è stato accompagnato dalla consueta efficienza e organizzazione che contraddistingue l’operato degli olandesi, ma anche altre nazioni del nord Europa dove poco viene lasciato al caso.
Come si può leggere alla sezione dedicata al provvedimento del sito del Ministero alle Infrastrutture e all’Ambiente il 28 dicembre 2015 è stata inviata una comunicazione digitale a tutti i settori del commercio seguita il giorno dopo da un invio per posta. Il ministero si scusa persino con chi avesse ricevuto una doppia comunicazione dovuta a qualche svista nel controllo degli indirizzi ricevuti dalla camera di commercio e delle organizzazioni di categoria.
Le associazioni di categoria hanno così rafforzato la comunicazione ministeriale agli associati attraverso l’invio della newsletter e dedicandole una pagina del loro sito. Ecco un esempio dall’associazione olandese degli ottici che ha personalizzato i suggerimenti presenti sul sito del Ministero al loro settore.
La pagina dedicata alla legge nella sezione Rifiuti del Ministero contiene tutta la documentazione e informazione possibile sul provvedimento: le sue specificità, i motivi alla base del provvedimento (problematiche ambientali, studio LCA sulle diverse tipologie di shoppers, ecc) e come affrontarlo sia dal punto di vista del rivenditore che del semplice cittadino.
Per rendere più efficace l’azione di comunicazione il Ministero ha inoltre messo a disposizione dei commercianti, invitati ad informare i clienti attraverso tutti i possibili canali, il materiale grafico necessario. Poster e banner in tutti i possibili formati e versioni possono essere scaricati gratuitamente dal sito dal Ministero. Con la diffusione di uno stesso logo e claim la campagna ha sicuramente acquistato una maggiore visibilità che speriamo si possa tradurre in azioni concrete da parte di un numero crescente di olandesi. Per i cittadini è stata creata un’apposita pagina all’interno di Meldpuntverpakkingen.nl un sito creato dal ministero per fornire ogni tipo di informazione sugli imballaggi di facile navigazione. Per interagire con ILT è disponibile anche un numero telefonico per eventuali domande e chiarimenti in merito e la possibilità di inviare segnalazioni di interesse del Ministero utilizzando un modulo online o un numero attivo 24 ore al giorno.
Una domanda sorge spontanea : perché i nostri Ministeri non prendono spunto dai loro colleghi olandesi, e a maggior ragione quando si tratta di introdurre una legge che ha il difficile compito di modificare modelli di consumo insostenibili quanto radicati nei cittadini ?
Perchè il Conai non basta (in tre punti)
Riprendiamo l’articolo apparso su Riciclanews che ripropone alcuni punti salienti della recente relazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) che sono stati oggetto di uno dei capitoli del nostro Dossier Anci Conai del 2013.
“I sistemi di compliance all’Epr adottati a livello nazionale, tra cui anche il Sistema Conai, da un lato, hanno svolto un ruolo fondamentale e positivo nel raggiungimento degli obiettivi ambientali stabiliti dalla legislazione europea, specie per ciò che riguarda il tasso di riciclo. Dall’altro lato, tuttavia, essi non sempre riescono a garantire il raggiungimento degli altri obiettivi, in quanto, come si vedrà in particolar modo per l’Italia, l’onere ambientale derivante dal consumo degli imballaggi è tuttora sostenuto principalmente con risorse pubbliche (la tassa sui rifiuti pagata dai cittadini), mentre i produttori continuano a sopportarne solo una minima parte, peraltro identica per tutti, così che su di essi non grava il costo effettivo della specifica esternalità negativa generata dai loro prodotti. I produttori di imballaggi, in tal modo, si sottraggono alla concorrenza basata sulla produzione di beni eco-compatibili“.
Così l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), nella recente relazione sul mercato dei rifiuti solidi urbani in Italia, introduce a pagina 169 il capitolo dedicato all’Epr (Extended Producer Responsibility) ed in particolare al sistema dei consorzi di filiera, facenti capo al Conai, per l’avvio a riciclo dei rifiuti da imballaggio provenienti da raccolta differenziata degli rsu. Il principio dell’Epr, in italiano Responsabilità Estesa del Produttore, è quel principio in virtù del quale chiunque professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, tratti, venda o importi prodotti è ritenuto responsabile dei rifiuti da questi derivanti, essendo perciò chiamato ad assumere iniziative funzionali alla prevenzione e alla gestione di tali rifiuti. In poche parole, chi produce rifiuti è obbligato a provvedere, se non sul piano fisico almeno su quello finanziario, al loro corretto smaltimento o recupero. Il concetto di Epr è stato introdotto in Italia nel 1997 con il cosiddetto “decreto Ronchi“, che recependo una serie di direttive europee in materia di gestione dei rifiuti e degli imballaggi post consumo sancì, tra l’altro, proprio la nascita del sistema Conai e dei consorzi di filiera ad esso afferenti. Obiettivo: assolvere al principio dell’Epr per conto dei produttori, importatori ed utilizzatori di imballaggi in plastica, carta, vetro, acciaio, alluminio e legno.
Poco più di diciotto anni sono dunque passati dalla nascita del sistema, al quale viene universalmente riconosciuto il merito di aver contribuito alla diffusione in Italia della cultura della raccolta differenziata e del riciclo e di aver allineato il Paese agli standard ed ai target di recupero fissati dalle direttive europee. I dati sembrano suffragare questa affermazione. Nel 1997 appena il 9% dei rifiuti urbani era raccolto in maniera differenziata, con 2,5 milioni di tonnellate di imballaggi avviati a recupero (riciclo o recupero energetico). I dati 2014 (gli ultimi resi disponibili dal Conai) parlano invece di 8 milioni di tonnellate di imballaggi recuperate, il 68% dell’immesso a consumo. Tutto merito del Conai? E il boom della raccolta si è davvero tradotto in un reale beneficio economico per i cittadini? E per l’ambiente? A queste tre domande l’Agcm prova a dare risposta nel suo dossier. Partiamo dalla prima.
Conai ha davvero raggiunto gli obiettivi di legge sul riciclo?
Si e no. “Conai – spiega l’Antitrust – riporta una percentuale di rifiuti da imballaggio complessivi avviati a riciclo in Italia pari al 68% degli imballaggi immessi sul mercato (i dati si riferiscono al 2013, ndr) a fronte di un obiettivo nazionale, imposto dal TUA (il Testo Unico Ambientale, d. lgs. 152 del 2006, ndr), compreso tra un minimo del 55% ed un massimo dell’80%. In effetti però, tali dati sono riferiti a tutti i rifiuti da imballaggio, ovvero quelli confluiti nel circuito di raccolta urbano (principalmente imballaggi primari) e quelli provenienti dal canale commerciale e industriale (in massima parte imballaggi secondari e terziari), che si caratterizzano come rifiuti speciali. Conai, infatti, considera congiuntamente i due segmenti, principalmente in virtù del fatto che tutti i produttori degli imballaggi immessi al consumo ottemperano agli obblighi derivanti dall’EPR aderendo al consorzio e pagando il contributo ambientale Conai (Cac). Tuttavia, nei fatti la maggior parte dell’attività di avvio a riciclo organizzata dal sistema consortile riguarda i rifiuti da imballaggio confluiti nella raccolta differenziata urbana”. Detto in parole povere, i produttori, utilizzatori ed importatori di imballaggi secondari e terziari (ovvero gli “imballaggi degli imballaggi”, quelli cioè che non finiscono nelle mani del consumatore ma che servono esclusivamente al trasporto e allo stoccaggio delle merci su scala industriale) versano al Conai il Cac, la forma di finanziamento attraverso la quale Conai ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per i maggiori oneri della raccolta differenziata, per il riciclaggio e per il recupero dei rifiuti di imballaggi. In realtà però, solo una minima parte dei secondari e terziari viene intercettata dai sistemi di raccolta differenziata. Tutto il resto è avviato a riciclo in base ad accordi stretti direttamente dagli utilizzatori degli imballaggi con i riciclatori (che pagano per “acquistare” gli imballaggi), senza alcun supporto logistico da parte del Conai. Che però, avendo incamerato su quegli imballaggi il Cac, si attribuisce comunque il merito dell’operazione. “Da questo punto di vista – continua l’Antitrust – se si considera la quantità di rifiuti da imballaggi avviata a riciclo dal solo sistema consortile senza il contributo dei sistemi indipendenti, rispetto al totale degli imballaggi immessi al consumo, la performance di avvio a riciclo conseguita nel 2014 si aggira attorno al 34,6% dell’immesso al consumo“. Circa la metà del dato dichiarato dal Conai. Al di sotto del target di legge.”

Quanto ci hanno guadagnato i cittadini?
In termini economici: poco. Anzi. Abbiamo visto che, in base all’Epr, sono i produttori, utilizzatori ed importatori di imballaggi a doversi sobbarcare il costo della loro gestione. Abbiamo anche visto che gli imballaggi secondari e terziari vengono avviati a riciclo indipendentemente dal supporto logistico, e finanziario, del Conai. Ciò significa che l’azione dei consorzi di filiera si concentra quasi esclusivamente sugli imballaggi da raccolta urbana. Quelli cioè intercettati dai sistemi di raccolta differenziata messi a punto dalle amministrazioni locali. In base all’Epr il Conai, grazie ai fondi derivanti dal versamento del Contributo Ambientale, dovrebbe coprire i costi di gestione delle raccolte differenziate facendo sì che gli imballaggi vengano effettivamente avviati a recupero a spese dei soggetti responsabili. In Italia, però, questo principio non viene rispettato fino in fondo. I proventi della raccolta Cac, infatti, non coprono tutti i costi di gestione, ma solo una parte, i cosiddetti “maggiori oneri”. “I corrispettivi specificamente definiti dall’Accordo Anci-Conai (l’accordo quadriennale che regola i rapporti tra i consorzi ed i comuni e le somme che i primi devono versare a vantaggio dei secondi, ndr) coprono al più il 20% del costo dell’attività di raccolta differenziata” spiega l’Antitrust. Questo significa che, sebbene la raccolta differenziata sia aumentata negli anni, e con essa quindi l’impegno di cittadini ed amministratori locali (ma anche i costi complessivi di gestione), in realtà a pagare l’80% del costo delle operazioni di gestione sono proprio i cittadini con la tariffa rifiuti. Mentre ai produttori, che il principio dell’Epr indica come veri responsabili della corretta gestione del rifiuto, tocca coprire solo la restante fetta di costo. Questo nonostante tutti i Cac raccolti (quindi anche quelli per gli imballaggi secondari e terziari non gestiti dal Conai) vengano indirizzati (almeno in teoria) al recupero quasi esclusivo dei soli imballaggi primari da differenziata urbana. Senza dimenticare che i proventi della vendita dei materiali raccolti vengono incamerati esclusivamente dal Conai. Le buone pratiche di raccolta, insomma, non si traducono in un beneficio economico per la collettività nè in un incentivo a fare di più e meglio. Semmai il contrario. Anche dal punto di vista ambientale, infatti, le cose non vanno poi così bene. “Anche tenendo conto dei rifiuti da imballaggio domestici che vengono impiegati nel recupero energetico, la quota-parte che comunque viene destinata allo smaltimento in discarica (ed è, quindi, priva di qualunque valorizzazione economica) in Italia è più elevata che nel resto d’Europa – scrive l’Antitrust – nel 2012 essa rappresentava il 23,7% di tali rifiuti, mentre il dato medio dell’Ue a 15 risultava pari al 19,1% e non pochi Paesi (Germania, Belgio, Austria, Paesi Bassi e Lussemburgo) riuscivano già a rimanere al di sotto del 10%” .
Quanto ci guadagnano i riciclatori?
Non tanto quanto potrebbero. Il Cac, infatti, è commisurato “in proporzione alla quantità totale, al peso ed alla tipologia del materiale di imballaggio immesso sul mercato nazionale” e non riflette il costo economico ed ambientale che l’imballaggio causa per il suo avvio a riciclo una volta divenuto rifiuto. Ciò significa che il produttore di imballaggi eco-compatibili paga tanto quanto il produttore di imballaggi difficili o addirittura impossibili da riciclare. Ovvero, il Contributo Ambientale (e quindi l’azione del Conai) non funge da leva per l’incentivazione di produzioni sostenibili ed orientate al riciclo, rischiando addirittura di sortire l’effetto opposto. “Un sistema di compliance all’Epr che non sostiene interamente gli specifici costi di gestione dei rifiuti da imballaggio generati dall’attività economica dei suoi aderenti – spiega infatti l’Antitrust – causa l’appiattimento della concorrenza nel mercato della produzione e della vendita degli imballaggi. Di tale restrizione del gioco competitivo beneficiano, in particolare, i produttori di imballaggi meno riciclabili, che si sottraggono alla concorrenza dei produttori di imballaggi più eco-compatibili, in quanto i prezzi formatisi sul mercato non riflettono il reale costo di gestione che segue al consumo dei primi in luogo dei secondi. In altre parole, una non adeguata internalizzazione dell’onere di gestione dei rifiuti da imballaggio impedisce che i prezzi degli imballaggi informino i consumatori sulla maggiore o minore compatibilità ambientale di tali prodotti e, dunque, non consente ai consumatori di compiere delle scelte economiche, e ambientali, corrette”. “Sembrerebbe, pertanto, che l’attuale architettura del sistema italiano -aggiunge l’Agcm – sia fondata su un’interpretazione dell’Epr secondo la quale l’onere che i produttori devono assolvere non risiede tanto (o comunque non direttamente) nel far fronte al costo ambientale causato dai loro imballaggi, bensì nel farsi carico del finanziamento di un soggetto (Conai) che svolge una generale attività di promozione e di sostegno della raccolta differenziata e dell’avvio al riciclo dei rifiuti da imballaggio”.
Riciclanews -16 febbraio 2016
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Biotech Trentino con Happy Frizz aderisce a Meno Rifiuti più Risorse
Biotech Trentino, azienda produttrice del Gasatore domestico a marchio Happy Frizz è la prima azienda che aderisce alla nostra iniziativa “Meno Rifiuti più Risorse in 10 mosse” .
Meno Rifiuti più Risorse è la nostra campagna a lungo termine che dal 2012 si rivolge alle aziende di beni di largo consumo e della distribuzione per chiedere un’offerta più sostenibile di beni e servizi.
Per affrontare in modo efficace problematiche ambientali dai risvolti oramai drammatici come il riscaldamento climatico, l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la crescente produzione di rifiuti e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, bisogna puntare su un modello economico circolare in antitesi all’attuale modello lineare ( estraggo-produco-uso e getto/distruggo). L’economia tradizionale, basata sulla necessità di una crescita illimitata su un pianeta limitato e sulla disponibilità di risorse naturali illimitate a basso costo ha come caratteristica una scarsissima efficienza nell’uso delle risorse, sia che si parli di beni che di servizi.
Questo nuovo approccio economico, fondato sulla prevenzione richiede di cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo, ad alta intensità di energia e di risorse naturali, per passare ad un’economia più circolare e rigenerativa, che mantenga il valore dei prodotti e dei materiali in più cicli produttivi e il più a lungo possibile.
Progettazione circolare
Concretamente, come descritto nella prima mossa dell’iniziativa, si tratta di adottare, già nel momento in cui si va a progettare un prodotto o servizio, un approccio sistemico che guarda alla totalità del sistema produttivo spostando il focus di progetto dal mero prodotto finito alle relazioni di filiera (come flussi e connessioni) e con il territorio.
Un prodotto circolare è quello che, secondo la metodologia progettuale cradle to cradle, non produce scarto a fine vita, poiché viene “metabolizzato” nel ciclo biologico o tecnico dei materiali, ed è prevalentemente costituito da materia post consumo o scarti provenienti da precedenti cicli produttivi in un utilizzo a cascata (invece che in materia vergine).

Venendo alla prima adesione alla nostra campagna, ha risposto al nostro appello Biotech Trentino, azienda che produce e commercializza gasatori domestici a marchio Happy Frizz
Per migliorare ulteriormente le loro performance in campo ambientale, e accogliere in pieno l’invito espresso alla mossa nr.2 , l’azienda ha introdotto un imballaggio per la bombola ricarica più leggero con l’eliminazione dell’involucro di plastica (1) ora sostituito da un collarino in cartoncino riciclato.
Ecco a seguire la dichiarazione di Elisa Buffa, Responsabile Marketing, che ha accompagnato l’annuncio dell’avvenuta adesione.
“Abbiamo accolto con entusiasmo l’invito che l’associazione dei comuni virtuosi rivolge alle aziende per ridurre l’impatto ambientale di prodotti e packaging attraverso la campagna Meno Rifiuti più Risorse perché in linea con i nostri obiettivi aziendali e di prodotto. Ci siamo quindi chiesti come alleggerire ulteriormente il packaging della nostra bombola e abbiamo sostituito l’involucro di polietilene con un collarino in cartone riciclato dove inserire i nostri plus e non solo. Abbiamo deciso inoltre di contribuire alla diffusione dell’iniziativa attraverso i nostri canali istituzionali e social media perché le sfide ambientali si possono affrontare in modo efficace solamente con azioni comuni e collaborazioni trasversali che coinvolgano aziende, istituzioni e società civile“.
Siamo confidenti che a questa prima adesione ne possano seguire altre, e che gli esempi positivi possano essere replicati grazie all’impegno di coloro che, all’interno delle aziende, vogliono dare un contributo per un mondo più sostenibile. Nonostante le difficoltà e resistenze che si possono incontrare all’interno e al di fuori delle aziende. Purtroppo il contesto attuale non prevede incentivi fiscali che facilititino l’adozione delle opzioni più sostenibili, che possono essere più costose o richiedere investimenti. Una barriera economica riscontrabile anche nel settore del packaging è il fatto che spesso i materiali post consumo, o materia prima seconda, non hanno prezzi concorrenziali rispetto all’utilizzo di materia vergine.
(1) Le criticità del riciclo della plastica. Nonostante l’imballaggio in plastica flessibile sia riciclabile, sono meno delle dita di una mano gli impianti di riciclo che gestiscono sul territorio nazionale il flusso delle plastiche miste. Le plastiche miste che rappresentano quasi il 60% delle 830.000 tonnellate di plastica raccolta con le raccolte differenziate vengono per lo più termovalorizzate. La raccolta differenziata della plastica finalizzata al riciclo in Italia è caratterizzato da un deficit di catena a saldo negativo in aumento. Ovvero: all’aumentare delle raccolte differenziate aumentano i costi di raccolta, i costi di selezione (nel caso della plastica hanno grande incidenza), non sempre aumentano i ricavi della vendita degli imballaggi. Aumentano invece i costi di termovalorizzazione. Il deficit di catena del riciclo degli imballaggi plastici che hanno un valore di mercato è arrivayo a 208 euro a tonnellata. Invece il deficit di catena del recupero energetico degli imballaggi misti (plasmix) costa oltre 500 euro.
Consorzi riciclo imballaggi, concorrenza è un bene o un male? Lettera aperta del presidente di Coripet
Riprendiamo integralmente questo articolo/lettera aperta di Giancarlo Longhi, Presidente del consorzio CORIPET per il recupero delle bottiglie in PET e profondo conoscitore del Conai di cui è stato Direttore generale sino al 2010.
“Facciamo il punto su quello che è stato detto nel corso di questi mesi, lasciando ciascuno libero di trarre le proprie risposte”
Molto è stato detto e scritto in materia di gestione degli imballaggi a seguito del procedimento avviato nel 2014 dall’AGCM nei confronti di CONAI e di COREPLA, conclusosi a settembre 2015 con l’accettazione degli impegni presentati da tali Consorzi a non ostacolare o ritardare ulteriormente l’ingresso sul mercato di sistemi autonomi di gestione degli imballaggi. Negli ultimi sei mesi abbiamo, così, assistito a dichiarazioni con contenuti diametralmente opposti tra i “difensori” dello status quo e del sistema CONAI/COREPLA, descritto come l’unico in grado di tutelare i Comuni e di raggiungere gli obiettivi di legge e i fautori del pluralismo e dell’apertura alle iniziative dei soggetti privati che intendano inserirsi nel mercato della gestione degli imballaggi a fine vita, proprio come avviene nei principali Paesi UE in cui operano più soggetti e si raggiungono più alte performance di riciclo e recupero. La politica in più occasioni ha mostrato un atteggiamento “ondivago”, presa com’è tra istanze di riforma e preoccupazioni di tenuta del sistema complessivo, e, pur avendo manifestato la propria disponibilità ad intervenire, sembra non aver ancora compiutamente maturato una propria linea di intervento, da più parti sollecitato.
Questa è una lettera aperta che cerca di fare il punto su quello che è stato detto nel corso di questi mesi, richiamare i pertinenti riferimenti di legge e lasciare ciascuno libero di trarre le proprie risposte a domande quali: una maggiore concorrenza sarebbe un vantaggio o uno svantaggio per i Comuni, e indirettamente per i cittadini? Gli obiettivi di legge davvero sono raggiunti da CONAI/COREPLA? L’ambiente ci guadagna o ci rimette con la concorrenza tra consorzi? La nostra lettera aperta utilizza l’antica arte greca del sofismo, ovvero il partire da un’ affermazione che sembra vera ma che, in realtà, ad una analisi più attenta ed accurata si rivela infondata. Di seguito, in 7 sofismi, gli elementi per cercare le risposte alle domande che, noi per primi ci siamo posti, perché riguardano noi come cittadini e come operatori di questo settore, perché siamo noi che abbiamo in mano la possibilità di agire attivamente e proteggere, davvero, l’ambiente.
1) i Consorzi autonomi sfruttano i servizi dei Comuni senza pagarli.
I Comuni effettuano – direttamente o per mezzo di soggetti ad hoc – il servizio di raccolta differenziata degli imballaggi e per questo compito ricevono soldi dal CONAI secondo un accordo quadro, detto “Anci-Conai”. Queste somme coprono “i maggiori oneri della raccolta differenziata” (art. 224, comma 3, lett. h, del codice ambiente), ossia i soldi in più che spendono i Comuni per raccogliere in forma differenziata invece che in forma indifferenziata. Se un Consorzio autonomo, per recuperare i propri imballaggi, si avvalesse del servizio di raccolta differenziata comunale, dovrebbe necessariamente pagare il Comune proprio come fanno i consorzi di CONAI. Il Comune stesso infatti, se non fosse pagato, non consegnerebbe il materiale raccolto e quindi il consorzio autonomo non potrebbe operare. Il consorzio autonomo può, ai fini del pagamento, stipulare un accordo con Anci, come ad esempio ha fatto nel 2015 CONIP.
2) i Consorzi autonomi tolgono risorse ai Comuni.
La Raccolta differenziata degli imballaggi non costituisce una fonte di entrata per i Comuni, ma un costo da compensare (“maggiori oneri”). Se un Consorzio autonomo si avvale della raccolta differenziata del Comune deve riconoscere i predetti maggiori oneri (vedi sofismo 1). Se, viceversa, crea una sua rete di raccolta, viene meno il maggiore costo per i Comuni e quindi l’obbligo di compensarli (non utilizzando il servizio di RD comunale, non creo alcun costo). Restano ovviamente salve le ipotesi di compensazioni parziali, previste nel provvedimento ministeriale di riconoscimento del Consorzio autonomo, per l’eventuale quota dei propri imballaggi che finissero “per errore” nella RD comunale.
3) il sistema CONAI/COREPLA è un sistema efficace che raggiunge gli obiettivi di legge.
Ricordiamo che gli obiettivi di legge (fissati nell’allegato E alla parte IV codice ambiente) per gli imballaggi in plastica sono il 27,5% di riciclo (inteso come produzione di materia prima seconda) e il 60% di recupero complessivo (inteso come riciclo a cui aggiungere il recupero energetico derivato dalla combustione nei termovalorizzatori). Nel 2014 CONAI/COREPLA, su un totale di poco più di 2 milioni di ton. immesse a consumo, a guardare nel dettaglio scopriamo che direttamente (ossia senza sommare l’apporto numerico dei sistemi autonomi e il termovalorizzato autonomamente ed a spese dei Comuni), hanno riciclato solo il 22,4% (466.725 ton.) e recuperato energeticamente solo il 16,7% (349.027 ton.), per un recupero complessivo pari al 39,1% (poco più della metà dell’obbligo di legge del 60%). Dunque, CONAI/COREPLA, pur potendo contare interamente sul CAC, se non sommassero alla loro attività diretta quella svolta dai sistemi autonomi e dai comuni – a costo zero per Conai /Corepla- non raggiungerebbero gli obiettivi di legge. Lo si vede chiaramente dalla tabella (la voce “recupero energetico RSU” indica gli imballaggi in plastica confluiti nella raccolta indifferenziata e termovalorizzati, autonomamente e a proprie spese, dai Comuni)
4) la plastica è un unico materiale. Basta un solo Consorzio (COREPLA) ed un unico Contributo ambientale (CAC) sugli imballaggi in plastica.
Sebbene si parli comunemente di plastica al singolare, come se si trattasse di un unico materiale, in realtà la plastica è una grande famiglia di polimeri. Persino i più diffusi per la produzione di imballaggi (polipropilene – PP, polistirene o polistirolo – PS, polivinilcloruro – PVC , polietilene – PE e polietilentereftalato – PET) hanno caratteristiche meccaniche così differenti tra loro che, per poterli riciclare, è necessario che siano divisi per matrice polimerica (separando il PP dal PET, e così via). Alcune plastiche (biodegradabili e compostabili), poi, seguono persino una filiera completamente diversa (riciclo organico negli impianti di compostaggio o di digestione anaerobica) e non entrano nemmeno nel flusso della plastica. Dunque, così come i metalli sono organizzati in due distinti consorzi, Cial (alluminio) e Ricrea (acciaio), sarebbe ragionevole che, anche per la plastica, potessero esistere più Consorzi (Consorzio del PET, Consorzio del PE, Consorzio delle bioplastiche, etc.). Si ricorda, sul punto, che la normativa europea, prevede la separazione – alla fonte – dei diversi materiali e l’attivazione di raccolte selettive, allo scopo di rendere possibile e incrementare le performance di riciclo (basta vedere la Direttiva imballaggi 94/62/CE, nel XXI° considerando oltre che la Direttiva quadro rifiuti 2008/98). Inoltre non dobbiamo dimenticare il principio “chi inquina paga” (paga in base a quanto inquina), per cui il CAC deve aumentare o diminuire a seconda della minore o maggiore riciclabilità dell’imballaggio. L’applicazione di questo principio, che ha in sé una logica incentivante-disincentivante, è il cardine per favorire la progettazione ecocompatibile e orientare il mercato e i consumatori verso prodotti riciclabili e quindi con minor impatto ambientale.
5) la legge consente di creare Consorzi autonomi, dunque non sono necessarie modifiche.
Basta informarsi su quanti e quali consorzi autonomi esistono per concludere che questa possibilità è meramente teorica e “sulla carta”. Non esistono al momento Consorzi autonomi volti al recupero di imballaggi primari (imballi che conservano il prodotto come le bottiglie di plastica o le vaschette che racchiudono gli alimenti). Come sistema definitivamente riconosciuto dal MATTM esiste quello ALIPLAST/PARI, che riguarda però gli imballaggi secondari e terziari ed il suo riconoscimento è avvenuto dopo 7 anni ed a seguito di numerosi contenziosi innanzi al TAR e al Cons. di Stato, esposti all’AGCM e alla Commissione UE. Le indicazioni europee sia in materia di rifiuti che di concorrenza sono chiarissime e sono sufficienti poche modifiche per allinearci al diritto europeo e correggere le storture attuali. La cosiddetta “riforma organica” di cui si è sentito parlare è un pretesto per non agire, perché in effetti, pochi interventi chirurgici possono allineare il nostro sistema a quello europeo, garantendo l’apertura del mercato ed evitando all’Italia una nuova procedura di infrazione e consentendole soprattutto di raggiungere più ambiziosi obiettivi di riciclo.
6) il sistema CONAI/COREPLA è più efficiente dei Consorzi autonomi e tutela meglio i consumatori.
Il Contributo ambientale Conai sulla plastica (188 € a ton.) è il più alto rispetto agli altri materiali (l’alluminio, il secondo CAC più alto, è pari a 45 € a ton.). Tuttavia questo importo non basta a garantire l’equilibrio economico/finanziario: nella Relazione sulla Gestione 2014 di COREPLA si legge infatti che “il Bilancio 2014 si chiude con un disavanzo pari a 44,341 milioni di euro”. Con un CAC indifferenziato che non solo non premia chi è più riciclabile (vedi sofismo 4), ma che genera anche una perdita economica, è facile prevedere prossimi e significativi aumenti del CAC sulla plastica che si tradurranno di fatto in un aumento del prezzo d’acquisto dei prodotti imballati. I consumatori quindi oltre a pagare il servizio di Raccolta differenziata comunale pagheranno anche il CAC maggiorato per il recupero degli imballaggi. Nei maggiori Paesi UE operano più sistemi di recupero degli imballaggi in concorrenza e si raggiungono performance di riciclo e recupero più alte delle nostre: ad es., in Germania sono operativi ben 9 sistemi di raccolta/gestione, in Spagna 16, in Francia 70 (http://www.federec.org/federec/federec-et-la-vgo), etc.
7) con la creazione di Consorzi autonomi si lascerebbero al sistema CONAI/COREPLA solo le plastiche non riciclabili impedendogli così di funzionare e di recuperare energeticamente tali plastiche.
Al 2014 CONAI/COREPLA, nonostante il CAC indifferenziato, era in perdita (“deficit di catena”) sia sulle plastiche riciclabili (208,5 €/t.), che sulle plastiche non riciclabili (495,55 €/t.) e dunque un Consorzio autonomo toglierebbe solo un costo e ridurrebbe il deficit. Inoltre qualora restassero solo le plastiche non riciclabili Conai/Corepla potrebbe comunque operare effettuando il recupero energetico e recuperando le necessarie risorse economiche da chi immette al consumo materiali non riciclabili. Aumentare il CAC sugli imballaggi non riciclabili è proprio ciò che richiede la corretta applicazione del principio chi inquina paga. I principi vigenti in materia (responsabilità estesa del produttore e chi inquina paga) impongono infatti che siano i produttori di imballaggi non riciclabili a dover sostenere i costi del recupero energetico dei propri imballaggi. Questi costi, dunque, non possono e non devono in alcun modo gravare su chi, in modo più virtuoso, immetta a consumo imballaggi riciclabili, che dunque dovrà pagare di meno (contributo differenziato in base alla maggiore o minore riciclabilità). Aumentare il CAC su tali imballaggi non riciclabili allineerebbe, peraltro, l’Italia agli altri Paesi UE, eviterebbe gli attuali “deficit di catena” e favorirebbe una transizione verso la produzione e l’utilizzo di imballaggi più riciclabili, con i minori costi per le imprese e per i consumatori a titolo di CAC.
Articolo pubblicato su Eco dalle Città il 10 febbraio 2016
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L’economia circolare è di casa in Olanda
L’Olanda insieme a Francia, e la Scozia è uno dei primi paesi in Europa che ha maggiormente creduto nelle potenzialità dell’economia circolare. Numerose sono le iniziative già in corso, o in fase di progettazione, nei settori della simbiosi industriale, del riciclo, del leasing e della sharing economy.
L’impulso arriva anche dal governo centrale che ha messo l’economia circolare tra le priorità nella programmazione nazionale ed europea. L’Olanda, che dal primo gennaio ha la presidenza di turno dell’Unione Europea, aveva già fatto sapere che i due dossier prioritari della sua agenda sarebbero stati, per l’appunto, l’economia circolare e l’inquinamento dell’aria.
“Crescita sostenibile non significa solo ridurre le emissioni di CO2”, scriveva l’attuale presidenza Ue, secondo cui “la nostra economia non ha solo bisogno di diventare a prova di clima, ma anche circolare, in cui gli obiettivi economici convergono con un uso e riuso responsabile di materie prime ed energia“. Vedremo se gli olandesi, con le altre questioni scottanti che si stanno aggiungendo, riusciranno nell’obiettivo di fare convergere i 28 stati membri entro il prossimo giugno ad a una posizione comune. Necessaria per poi passare ai negoziati con Parlamento e esecutivo Eu.
Sono diverse le piattaforme, i progetti o fondazioni che sono nate negli ultimi tre anni nel paese allo scopo di facilitare una transizione dall’attuale modello economico lineare ad uno più circolare e che hanno aggregato soggetti istituzionali, privati, università, centri di ricerca e ONG. L’esempio europeo al quale i Paesi Bassi si sono ispirati, e che ha fatto scuola a livello internazionale, è il programma “Circular Economy 100” ,della Ellen MacArthur Foundation. Si tratta di una piattaforma globale che riunisce 100 aziende leader di mercato, ma anche istituzioni accademiche, governi centrali, città, soggetti innovatori, PMI e altri affiliati. Non per nulla il gruppo olandese di aderenti ufficiali al programma è il più folto… Degli otto global partners della fondazione due sono multinazionali in parte (come Unilever) o totalmente olandesi, come il gruppo Philips.
Va detto che i progetti pilota di Philips vengono solitamente realizzati in Olanda, sia per la presenza di condizioni ottimali a livello organizzativo o di logistica rispetto ad altre realtà estere, ma soprattutto per la forma mentis che caratterizza il suo popolo. Gli olandesi sono portati a ragionare fuori dagli schemi e ad avere, allo stesso tempo, un approccio molto pragmatico nella ricerca delle possibili soluzioni, poco influenzabile da conformismi o preconcetti di varia natura. Per saperne di più guarda il video riferito al webinair (in inglese) sull’iniziativa Netherlands as a circular hotspot tenutosi durante l’evento a cadenza annuale, Disruption Innovation Festival 2015.
Tra le città olandesi che ambiscono a diventare città circolari non può non esserci Amsterdam, ma anche Haarlemmermeer che, insieme ad altri 13 comuni formano il distretto City Region of Amsterdam . Amsterdam ha affidato alla cooperativa Circle Economy nel 2014 uno studio , in progress, per identificare le potenziali aree di sviluppo di modelli economici circolari, le opportunità economiche locali che ne possono conseguire, e quali strategie adottare per arrivarci concretamente. Il programma di sostenibilità che la città di Amsterdam ha reso noto nel marzo del 2015, già prevedeva come obiettivi al 2020 un aumento del 20% della quota di energia rinnovabile utilizzata e una diminuzione del 20% delle emissioni attraverso un piano che interessa sia il trasporto privato che pubblico.
Ora l’economia circolare entra a far parte integrante del programma di sostenibilità a lungo termine con il coinvolgimento dei suoi abitanti.
I cittadini sono stati informati sullo studio e caldamente invitati ad esprimersi in merito con suggerimenti, proposte ma anche pareri su eventuali ostacoli che possono impedire la realizzazione di progetti circolari tramite una consultazione aperta sul sito del comune di Amsterdam.
Lo studio effettuato da Circle Economy insieme all’ente di ricerca indipendente TNO e Fabric , uno studio di design, ha individuato nella gestione dei flussi del rifiuto organico e del settore delle costruzioni due settori ricchi di opportunità per una riconversione economica da lineare a circolare della città e della City Region. Prendendo in esame il ciclo di vita dei due flussi dal momento che entrano in città al momento in cui diventano rifiuti e vengono smaltiti si possono individuare le fasi in cui è necessario intervenire per evitare che il valore economico di materiali riutilizzabili o riciclabili si perda.
Lo studio ha stimato l’impatto economico e di risparmio dei materiali che una gestione circolare di questi due flussi potrebbe determinare sul lungo termine.
Valore economico : un’implementazione delle strategie di riuso nel settore delle costruzioni è capace di generare un valore economico di 85 milioni di euro annui mentre una gestione più efficiente del rifiuto organico renderebbe 150 milioni.
Risparmio di materiali: il risparmio di materiali può essere stimato in quasi 900 mila tonnellate annue, un importo significativo per una regione che ne importa 3.9 milioni di tonnellate.
Tra le piattaforme, progetti più interessanti su cui prossimamente torneremo, c’è il programma Netherlands as a circular hotspot, un’iniziativa che ha il compito di promuovere i Paesi Bassi a livello internazionale come paese pioniere per un’economia circolare. Il programma è organizzato dalla cooperativa Circle Economy con il sostegno del governo olandese.

Il responsabile del programma è Guido Braam di cui proponiamo un’interessante intervista dello scorso novembre che si trova sul sito della commissione Europea alla sezione Ambiente/ Interviste agli esperti: Una nuova gestione per l’economia circolare. Braam racconta sulle esperienze di economia circolare in corso in Olanda e sul ruolo che gli olandesi possono giocare a livello europeo per una sua più rapida diffusione. I temi trattati e le conclusioni delineate da Braam nell’intervista sono perfettamente trasferibili/adattabili al contesto italiano e di altri paesi europei.
Guido Braam è anche un membro del comitato che ha preparato Circular Economy: From Wish to Practice, un report pubblicato dal Dutch advisory Council for the Environment and Infrastructure (Rli) presentato lo scorso giugno 2015 ai ministri per gli Affari Economici e per l’Ambiente. Una delle principali questioni sollevate nel rapporto è la necessità di una governance più efficace per coordinare le iniziative di economia circolare nei Paesi Bassi.
Il rapporto sostiene che serva un’ampia agenda di interventi condivisa tra i diversi ministeri nei Paesi Bassi per creare una maggiore coerenza tra le iniziative di economia circolare. Cosa ne pensa?
Posticipato nelle Fiandre l’introduzione del deposito su cauzione
Nelle Fiandre i produttori di bevande e la grande distribuzione sono riusciti a convincere il ministro dell’Ambiente Joke Schauvliege a rimandare al 2018 l’entrata in vigore del deposito su cauzione su bottiglie e lattine. In cambio dovranno dimostrare al ministro che riusciranno a ridurre in modo drastico l’abbandono di tali rifiuti nell’ambiente. Allo scopo metteranno sul tavolo quasi dieci milioni di euro all’anno da impiegare in misure di prevenzione e di contrasto al fenomeno sul territorio.
Si stima che nelle Fiandre ogni anno vengano raccolti rifiuti abbandonati o conferiti impropriamente nei cestini stradali per circa 17.500 tonnellate (dato 2013) con un costo di oltre 60 milioni di euro di cui il 90% ricade sui Comuni e enti sovracomunali e per il 10% da altre agenzie governative. Circa 2,7 kg per ogni abitante e con un costo pro capite di 9,60 eur. Il 40% di questi rifiuti è costituito da bottiglie e lattine.
Il ministro ha incaricato OVAM, l’agenzia pubblica per la gestione dei rifiuti di produrre uno studio per valutare l’impatto relativo all’introduzione di un sistema di cauzionamento per bottiglie e lattine. OVAM ha prodotto tre studi ipotizzando una cauzione pari a 25 cent per valutare nel complesso i costi-benefici applicati a diversi scenari, un’analisi di fattibilità applicata ad uno specifico scenario e un’analisi giuridica.
Gli studi, seppur con qualche margine di incertezza, hanno sostanzialmente ipotizzato che, con l’introduzione del sistema su cauzione si arriverebbe ad un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite, tenendo conto dei ricavi ottenibili con la vendita dei materiali.
Tuttavia, come rimarcato da Bond Beter Leefmilieu BBL (unione per un ambiente migliore) la coalizione fiamminga che riunisce oltre 140 associazioni ambientaliste locali (tra le quali Greenpeace e WWF), OVAM ha, sorprendentemente, sconsigliato al ministro di introdurre il cauzionamento sostenendo che ci sarebbero dei metodi più efficaci per ottenere gli stessi risultati.
Dello stesso parere è, ovviamente in questo caso, Fost Plus, l’ente fiammingo omologo al nostro Conai che rappresenta di fatto gli interessi delle industrie utilizzatrici di imballaggi. Fost Plus si occupa di gestire e finanziare la raccolta differenziata degli imballaggi attingendo al fondo che viene alimentato dai contributi che l’industria versa per ogni imballaggio immesso al commercio. Il ministro ha concesso a Fost Plus e all’industria del settore due anni di tempo per dimostrare che ci siano altri metodi così efficaci da rendere superfluo l’introduzione del cauzionamento.
Il piano di Fost Plus si basa sulla sensibilizzazione dei cittadini attraverso iniziative e campagne contro l’abbandono dei rifiuti, l’aumento della quantità di cestini per l’immondizia e su misure di supporto ai comuni come la fornitura di telecamere per contrastare con sanzioni i comportamenti incivili dei cittadini.

Philip Heylen, Assessore all’Economia, Cultura, Manutenzione e Patrimonio della città di Anversa per quantificare le bottiglie e lattine abbandonate per strada ha fatto condurre, nel settembre del 2015, dei rilevamenti con conteggio manuale dei contenitori abbandonati in 9 degli oltre 340 differenti percorsi/turni di pulizia e spazzamento strade attivi in città. Da un’elaborazione dei risultati si è rilevato che in città vengono abbandonati dai 19.000 ai 23.000 contenitori ogni giorno, tra bottiglie in PET e lattine, per un totale annuo di 7/8 milioni.I rifiuti abbandonati per strada e gettati nei canali ad Anversa negli ultimi anni hanno raggiunto le 8/9 tonnellate annue con una produzione di rifiuti totali pari a 300.000 tonnellate di rifiuto urbano.
VANTAGGI ECONOMICI PER I COMUNI
Gli ultimi studi prodotti per valutare costi e benefici del sistema hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni. Una panoramica aggiornata di questi studi si può avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma Reloop per la promozione degli imballaggi riutilizzabili e del vuoto a rendere di cui la nostra associazione è parte. Reloop e CM Consulting hanno inoltre prodotto una serie di schede informative per aiutare la comprensione circa alcuni dei vari aspetti del sistema di cauzionamento. Per scaricare le schede clicca qui.
Abbiamo posto alcune domande a Rob Buurman l’esperto di Rifiuti ed Economia Circolare di BBL che è uno dei partner
progettuale di OVAM in rappresentanza del mondo ambientalista.
Come giudicate il piano di azione dell’accordo che il ministro ha firmato che prevede uno stanziamento di 9,6 milioni di euro annui da parte dell’industria?
L’accordo si propone di incrementare una serie di azioni che già sono in corso, senza andare ad affrontare il problema alla fonte. Solamente il deposito su cauzione può prevenire che vengano buttati via imballaggi che hanno un valore economico. L’accordo non permette di aumentare in modo considerevole le percentuali di riciclo come solamente un flusso continuo di materiali omogenei e puliti che provengono dal cauzionamento è in grado di garantire. Non contribuisce pertanto a raggiungere gli obiettivi che il governo fiammingo ha indicato nella sua Vision 2025 che vede l’economia circolare come una priorità assoluta.
Quale è la vostra opinione sugli studi pubblicati ?
Mentre gli studi hanno considerato nel dettaglio tutti i possibili costi coinvolti nell’intero processo di gestione degli imballaggi conferiti calcolando persino i costi dei supermercati dovuti del lavoro manuale e fuori orario dei dipendenti, non sono stati messi in conto molti altri aspetti positivi diretti e indiretti per le comunità.
Non sono stati calcolati gli impatti ambientali e economici (occupazionali) che derivano da un aumento delle percentuali di riciclo come meno emissioni di Co2, meno plastica nell’ambiente e nei mari ( e di conseguenza negli stomaci delle creature marine e nella catena alimentare dell’uomo). Inoltre calcolando che i costi di pulizia pagati dagli enti locali sono 60 milioni all’anno un 40% di rifiuti in meno significherebbe risparmiare circa 20 milioni di euro all’anno.
Considerato che un’eventuale introduzione del deposito su cauzione dipenderà che una considerevole diminuzione nelle quantità di rifiuti abbandonati quale metodologia di misurazione verrà introdotta?
E’ essenziale che venga introdotto un metodo oggettivo per misurare le quantità di rifiuti abbandonati e se il comportamento di buttare effettivamente si riduce in due anni. Si devono fare rilevazioni puntuali in fase di partenza e nel tempo analizzando le varie componenti del rifiuto come peso e volume sino ad arrivare a fine 2017. Poi i rilevamenti devono tenere conto di alcune variabili che possono falsare le misurazioni come l’intervenire dopo che un’operazione di pulizia ha avuto luogo, oppure non tenere conto dell’effetto stagionale nelle rilevazioni. Poi andrebbero anche conteggiati i contenitori che vengono conferiti nei cestini perchè si tratta di imballaggi che non vengono riciclati ma inceneriti con l’indifferenziato. Non è ancora chiaro in che modo la valutazione avrà luogo nel 2018 ma chiediamo di essere coinvolti nelle operazioni di rilevamento per cui abbiamo fatto un nostra proposta metodologica. Esortiamo il ministro a imporre come soglia minima di riduzione dei rifiuti da raggiungere del 40% che corrisponde all’effetto del deposito. Inoltre non si può aspettare due anni e rischiare di finire a ridosso delle elezioni, trovandosi con un nuovo governo e senza una proposta di legge pronta. Le consultazioni in merito tra le tre regioni del Belgio devono partire da subito.
Imballaggi dispersi nell’ambiente: la soluzione c’è ma non piace all’industria del beverage
Con il 2016 entrano in azione volontari in 39 Comuni in Olanda per contrastare l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente. Eppure la soluzione per ridurre drasticamente la percentuale della componente imballaggi c’è: si chiama deposito su cauzione.
Si stima che ogni anno nei Paesi Bassi vengano abbandonati in luoghi urbani o in natura circa 50.000 tonnellate di rifiuti, per lo più imballaggi. Una quantità sufficiente da riempire circa 500 tir. Secondo i dati forniti dall’associazione ambientalista Stichting Natuur en Milieu (Fondazione Ambiente e Natura) circa 15.000 tonnellate di questi rifiuti sono costituite da lattine e bottigliette di plastica che, se accatastate formerebbero una torre alta 20.000 chilometri. Lattine e bottigliette costituiscono il 30% del volume dei rifiuti abbandonati e i contenitori di bevande in genere arrivano a determinare il 50% del volume totale. Come si può vedere dall’immagine seguente un’analisi del rifiuto disperso nell’ambiente, effettuata in Olanda, ha dato i seguenti esiti: Contenitori di bevande = 50%_Altro tipo di packaging =20%_Plastica =8%_Involucri dolciumi e snack =1%_Resti cibo = 1%_Non specificato = 4%_Carta = 5%_Metallo = 1%_Contenitori cibo da asporto= 10%.

Un impatto devastante se si pensa che parliamo di imballaggi non biodegradabili che, se non recuperati e riciclati, durano praticamente in eterno.
Per capire quanto il deposito su cauzione sia uno strumento imprescindibile per un’ economia circolare applicata agli imballaggi, basta comparare le quantità di contenitori di plastica che vengono intercettate per formato e tipologia. Mentre il 97% delle bottiglie di plastica grandi immesse al consumo, soggette al cauzionamento viene recuperato/riciclato, solamente il 50% delle bottigliette piccole raccolte in modo differenziato con altre tipologie di imballaggi di plastica viene intercettato.
Questo significa che il restante 50% viene sprecato, incenerito oppure disperso nell’ambiente. Stessa sorte per le lattine che, insieme alle bottigliette di plastica non sono gestite dal sistema olandese di cauzionamento.
Questa evidenza ha impedito al ministro competente, nel corso del 2015, di assecondare il tentativo di eliminare il cauzionamento sulle bottiglie grandi voluto fortemente dalle aziende del beverage, (Coca Cola in testa) come abbiamo raccontato nella nostra piccola inchiesta in più puntate.
Le pressioni da parte industriale sono state tuttavia sufficienti per impedire che non venisse ampliato il cauzionamento a bottigliette e lattine che, di fatto, sono i contenitori maggiormente abbandonati nell’ambiente e pertanto non riciclati.
Cambiamenti sostenibili nei comportamenti sociali urgono adesso
Mentre l’industria produttrice di materia vergine per imballaggi, soprattutto della plastica, fa “orecchie da mercante” sul grave inquinamento ambientale globale causato dalla plastica, imputandone le cause alla “mancanza di cultura” del consumatore finale, tocca ai Governi nazionali e locali prendersi carico delle conseguenze e costi del problema. Succede in tutto il mondo e anche in Italia. Leggi le dichiarazioni del presidente di Corepla Quagliuolo nell’intervista sul sito rinnovabili.it. Evidentemente risulta strumentale al mantenimento dello status quo ignorare l’esistenza di una vasta letteratura scientifica nel campo delle scienze comportamentali che dimostra quanto l’architettura del sistema in cui il cittadino compie le sue scelte di vita e di consumo può essere determinante nel guidarlo/spingerlo a fare scelte sostenibili per sé e per la società. Il più recente approccio di applicazione delle scienze comportamentali al cambiamento sociale è il Nudge ovvero la teoria della spinta gentile elaborata da Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, economista il primo, giurista il secondo, autori del volume “Nudge, la spinta gentile”. Gli interventi di nudge non sostituiscono ovviamente le necessarie legislazioni o regolamentazioni ove mancassero, ma possono concorrere ad un ottimale e più veloce raggiungimento degli obiettivi.
Obama negli USA, Cameron in Inghilterra , ma anche leader politici di altri governi, ne hanno già sviluppato alcune delle possibili applicazioni nei più diversi settori. A rigor di logica dovrebbe essere prassi corrente per la politica affidarsi alla scienza per prendere decisioni che vanno a impattare sulla collettività. Purtroppo raramente accade e spesso le legislazioni diventano espressione dell’ideologia politica che guida il governo in carica (a sua volta condizionato dalle lobby che difendono i propri business) invece di basarsi su metodi scientifici supportati da numeri, dati e statistiche. Purtroppo i tempi della cultura sono lunghi e incerti e non abbiamo tutto questo tempo. Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni causate da questo modello economico lineare che consuma e spreca come se avessimo un pianeta B dove emigrare. Per l’Italia come riporta Nudge Italia parebbe essere essere in via di costituzione una cabina di regia di supporto ai ministeri del Tesoro, del Lavoro e dello Sviluppo. Non resta che augurarsi che ne derivino sviluppi positivi.
39 Comuni in azione dal 2016
Per arginare questa situazione di degrado urbano che la politica centrale non sa risolvere con determinazione, dal primo gennaio 2016, entra in azione la società civile. I primi 39 comuni Comuni olandesi che partono con una raccolta di lattine e bottiglie sul territorio rappresentano insieme circa 1,5 milioni di cittadini. Vai alla mappa dell’articolo originale. Tra i soggetti coinvolti nel primo periodo di test ci sono associazioni locali di varia natura e scuole. Nel secondo trimestre del 2016 si uniranno almeno altri 16 comuni.
Come funziona
Associazioni, club sportivi o scuola possono adottare fette di territorio come parchi o percorsi urbani e occupandosi di raccogliere i rifiuti e di consegnarli al servizio di raccolta rifiutit del Comune. In cambio il Comune offre una ricompensa in denaro o in un servizio gratuito a seconda della tipologia del soggetto che opera volontariamente.
L’Olanda tra i tre paesi europei per maggiore consumo pro capite di imballaggi
Secondo i dati europei analizzati dalla ONG Fondazione Ambiente e Natura l’Olanda con le sue 50.000 tonnellate di rifiuti abbandonati ha una performance molto inferiore rispetto a quella di altri paesi come Germania, Austria e Svizzera. Meno rifiuti e sporcizia nelle strade dei paesi prima citati dipendono, secondo Sijas Akkerman della ONG olandese, da una migliore separazione e recupero dei rifiuti che viene soprattutto incentivata nei paesi dove è in vigore il cauzionamento.
L’Olanda inoltre è tra i primi paesi (ci siamo anche noi..) con un più alto consumo pro capite di imballaggi: circa 220 kg a testa con una media di 7 pezzi al giorno. Nel paese si è passati dal 176 kg del 1976 ai 212 del 2007. Il consumo medio europeo e di 164 kg all’anno.
Deposito su cauzione = economia circolare
Il deposito su cauzione applicato alla gestione degli imballaggi è una prerogativa per un’economia più circolare nella quale materiali e prodotti vengono riutilizzati in cicli chiusi su grande scala, e quindi il rifiuto si elimina
Il deposito su cauzione per bottiglie e lattine, in vigore solamente in una minoranza di stati, si è dimostrato come l’unico sistema in grado di garantire percentuali di riciclo che superano il 90% dell’immesso al consumo prevenendo allo stesso tempo l’abbandono degli imballaggi nell’ambiente.
Il cauzionamento è lo strumento che garantisce la circolarità del ciclo di vita di materiali pregiati come plastica, vetro e alluminio dei contenitori di bevande poiché evita che essi finiscano sprecati in discariche, inceneritori, o ancora peggio dispersi nell’ambiente. Le partite di imballaggi che provengono dai sistemi di cauzionamento garantiscono inoltre un approvvigionamento costante e di ottima qualità ai riciclatori, in antitesi alle partite, spesso contaminate e soggette a scarti, che arrivano da raccolte differenziate mal fatte.
Con una futura popolazione mondiale di 9 miliardi di persone vanno evitati tutti gli scarti di prodotti e sprechi di materia in modo che il valore possa rimanere nei cicli economici il più a lungo possibile. Ciò richiede la costruzione di sistemi molto diversi dagli attuali “di scarico” a fine vita dei beni. Prima ancora che arrivi il momento di pensare in quale cassonetto metterli, dovremmo, come consumatori, poter prevenire o spostare nel tempo questo momento. Per rendere possibile questa ipotesi dovremmo avere a disposizione un’offerta più sostenibile dell’attuale. Fatta cioè di beni e imballaggi che possano avere una vita più circolare (cradle to cradle) e quindi progettati per essere riutilizzati, riparati, aggiornati e infine riciclati.
Per mettere in pratica questo nuovo approccio, che ricalca spesso in chiave moderna gestioni virtuose del passato, dove nulla veniva sprecato, serve ora un approccio collaborativo tra i soggetti coinvolti in una specifica filiera di consumo: dai produttori, ai circuiti commerciali, ai soggetti istituzionali e consumatori. Questo significa che il comportamento collaborativo, quando è indispensabile per far funzionare un sistema, deve essere obbligato per legge, oppure indotto attraverso incentivi.
In quest’ottica il deposito su cauzione è assolutamente funzionale all’obiettivo perché premia il comportamento virtuoso e consente ai consumatori di contribuire a “chiudere il cerchio del valore “dei materiali che sono riciclabili e riutilizzabili. Il cauzionamento è anche un sistema in cui il coinvolgimento dei consumatori funziona al meglio, visto che ( ad esempio in Olanda) più del 96% delle bottiglie grandi in PET viene raccolto. La ricompensa, il coinvolgimento, ma anche l’orgoglio dei risultati raggiunti è il valore sociale del deposito. Per un modello di business circolare bisogna avere la completa collaborazione dei consumatori, pena la mancata chiusura del ciclo del consumo. (1)
Per le imprese i modelli di business circolare permettono di costruire un rapporto più forte e coinvolgente con il cliente garantendosi una maggiore fidelizzazione.
Sempre più aziende, riconoscono le opportunità dell’economia circolare. La vendita finalizzata al possesso dei beni si evolve in questo modello in forniture di servizi che i beni posso offrire senza essere posseduti ( la proprietà è passé) con un risparmio economico e ambientale quanto mai necessario in un prossimo futuro dove le materie prime diventeranno più costose o di difficile approvvigionamento.
L’Economia circolare degli imballaggi
L’economia circolare applicata alla necessità di contenere, trasportare e usufruire di un determinato prodotto non darà necessariamente origine ad un imballaggio a perdere. L’imballaggio può essere ridotto con una diversa formulazione del prodotto ( ad esempio un detergente può essere solido, in polvere, liquido in diverse concentrazioni) oppure evitato con una diversa modalità di erogazione (vendita sfusa oppure alla spina con contenitore riusabile infinite volte).
Se l’imballaggio è davvero indispensabile per essere definito circolare, e quindi non generare gli alti costi di gestione del fine vita (che attualmente ricadono sui soggetti finali della filiera) dovrebbe rispondere ad alcuni requisiti come :
- essere realizzato con materia prima seconda invece che vergine;
- essere totalmente riciclabile o compostabile senza che avvengano perdite del suo valore economico. Non basta infatti che un materiale sia “teoricamente riciclabile” se poi non può essere gestito dagli impianti esistenti sul territorio. A maggior ragione quando poi i costi per gestire il fine vita sono a carico delle comunità piuttosto che dei produttori responsabili delle scelte di packaging;
- avere una filiera di raccolta economicamente sostenibile già esistente all’interno dei sistemi di raccolta porta a porta. Oppure, qualora queste condizioni non esistessero, dovrebbe essere il produttore a prendersi carico di tutti i costi connessi alla raccolta e successivo trattamento di imballaggi non conformi al sistema;
- avere un riciclo di prossimità chiudendo il cerchio entro i confini regionali. L’economia circolare è essenzialmente locale per motivi di ordine ambientale, economico e di gestione e controllo ottimale della filiera.
Stati Uniti: spostare l’attenzione sulla percentuale degli imballaggi sprecati invece che riciclati
Gli Stati Uniti in generale non sono certamente un esempio in quanto ad alti tassi di riciclaggio dei rifiuti ed imballaggi, anche se non mancano eccezioni come lo stato della California, ad esempio.
Negli USA le corporazioni aziendali a difesa del settore della plastica come l’American Chemistry Council sono piuttosto attive nel finanziamento di campagne, quando non di azioni legali per bloccare legislazioni che bandiscano qualsiasi contenitore “usa e getta”. Non è chiaro se ci sia un nesso tra le due cose ma negli USA è da sempre in corso, a differenza che da noi, un dibattito trasversale molto vivace, tra gli operatori del mondo della plastica e altri portatori di interesse come rappresentanti di ONG e consulenti del settore RSI.
Per rendersene conto basta seguire gli articoli all’interno delle newsletter dedicate a gestione rifiuti, sostenibilità e riciclo di un media leader del settore plastica come Plastic News.
Recentemente il Direttore di Plastic News International, Steve Toloken, ha postato un editoriale a favore del deposito su cauzione. Una posizione che, paragonata a quanto si legge sui media nostrani del settore, appare addirittura “coraggiosa”. Questo perché il cauzionamento è fortemente osteggiato dal mondo del packaging, dall’industria del beverage, dalla grande distribuzione, (e non solo), che sono spesso tra i principali inserzionisti di questi media. Non per nulla nel settore dei media specializzati c’è una certa prevalenza di voci e punti di vista in linea con quelle dei principali inserzionisti.
Ecco a seguire le parti salienti dell’articolo “ Let’s put waste into the spotlight”
Nel 2014 negli USA sono state raccolte e riciclate 1,3 milioni di tonnellate di bottiglie di plastica con un tasso di riciclaggio del 31,8 % . Questo è il dato presentato da un’associazione del settore lo scorso 5 novembre che lo ha definito come il risultato (ottimale) di 25 anni di crescita del riciclo.
Dai rapporti di settore delle materie plastiche, risulta che le quantità di bottiglie raccolte separatamente da altri flussi di plastica nelle città sono in costante aumento, e così il loro riciclo. A maggior ragione se si considera che le bottiglie sono più leggere di qualche anno fa e quindi è necessario raccogliere più bottiglie per ottenere gli stessi chili di riciclato.
Gli stessi dati dicono però che la quantità di bottiglie di plastica conferite in discarica dal 2008 oscillavano intorno ai 2,9 milioni di tonnellate. Nel 2006 invece ne sono state raccolte 1 milione di tonnellate e altre 3,2 milioni conferite in discarica.

Se ci si concentra quindi solamente sul dato positivo – 1,3 milioni di tonnellate raccolte – tutto sembrerebbe a posto. Tuttavia possiamo considerare il livello attuale di riciclo un livello record oppure una situazione stagnante, visto che l’inquinamento e lo spreco di risorse causate dalle bottiglie di plastica è rimasto fondamentalmente lo stesso?
Quello che ho notato è che le relazioni prodotte dall’industria della plastica sui tassi di riciclaggio non affrontano il tema delle quantità di plastica che viene sprecata. Questo significa che non stiamo considerando come intervenire per migliorare l’attuale situazione in cui non tutte le bottiglie hanno la stessa probabilità di essere riciclate. A seconda degli stati però la situazione cambia. Ad esempio, la California, grazie alla sua legge sul deposito su cauzione (Bottle bill) ha riciclato l’81% dei contenitori in PET e il 78% dei contenitori in polietilene ad alta densità nella prima metà dell’anno, secondo i dati forniti dello stesso stato.
I dati complessivi sul riciclo in USA ci dicono che circa il 28% degli americani, 90 milioni di persone, vive in uno dei 10 stati coperti da bottles bill che da soli arrivano a riciclare circa la metà dei contenitori raccolti negli Stati Uniti.
Se l’intero paese fosse coperto da sistemi di cauzionamento potremmo quindi arrivare a 2,2 – 2,7 milioni di tonnellate di contenitori raccolti e riciclati invece che 1,3 milioni di tonnellate.
Perché in uno stato passi un bottle bill serve molto lavoro politico, ma il sistema funziona molto bene e Plastics News è favorevole ad una sua introduzione da tempo. La nostra posizione a proposito è ben nota.
Le relazioni sul riciclo del settore dovrebbero pertanto focalizzare le quantità di contenitori che non vengono riciclati per migliorare le performances, invece che “accontentarsi” dei risultati raggiunti.
Mentre tanti potenti gruppi di interesse si schierano contro il deposito su cauzione, arrivare ad ottenere un 50-60% di riciclo dei contenitori potrebbe essere un forte segnale di attenzione all’ambiente che l”industria potrebbe lanciare.
Raggiungere questi obiettivi significherebbe ottenere dei benefici per la società ma anche per la stessa industria delle materie plastiche.
(1) Estratto articolo: Governi e Aziende disconoscono il valore del deposito su cauzione per un’economia circolare di Bas Mentink- esperto EC di Royal HaskoningDHV
Sul tema Deposito su cauzione leggi anche :
Responsabilità estesa del produttore = deposito su cauzione
Il deposito su cauzione è vantaggioso per l’ambiente e i Comuni
Il deposito su cauzione guadagna terreno in Australia
Posticipato nelle Fiandre l’introduzione del deposito su cauzione
Uno a zero per il fronte ambientalista, in Olanda
Sistema Conai: stallo e braccio di ferro, ma qualcosa deve cambiare
Riprendiamo integralmente questo articolo che contiene molti spunti interessanti…
“Sistema Conai: stallo e braccio di ferro, ma qualcosa deve cambiare” una lettera sul dibattito in corso di Luca Nicchi su concorrenza e riforme possibili del sistema dei consorzi che gestiscono il recupero degli imballaggi in Italia
In Italia amiamo trasformare tutto in lotte di contrada, si sa: in ognuno di noi, evidentemente c’è un pezzetto “made in Siena”. Solo così si spiega come un tema assolutamente tecnico e complesso come il futuro del sistema dei consorzi degli imballaggi (in parole povere, CONAI e i sei “consorzi di filiera” di materiale) non riesca a generare un dibattito sereno, ma sia continuamente oggetto di imboscate e contro-imboscate.
Da una parte, il sistema esistente che, anziché favorire una sua naturale evoluzione e, quindi, una autoriforma, dopo quasi un ventennio di onorato e stimato servizio, tende ad arroccarsi in una rigida difesa dell’esistente, dall’altra una ridda di “free riders” che tentano a ripetizione colpi di mano per intaccare il fortino, aprirlo alla concorrenza e ritagliarsi un ruolo.
In mezzo la politica che, almeno sinora, si è dimostrata in proposito poco propositiva per non dire apatica, non dando mai l’impressione di essere sufficientemente motivata per “dare la linea”, come sarebbe suo diritto e dovere. Adesso, per altro, si attende il “Green Act”, che come suggeriscono il nome e il senso che questo assume nel lessico renziano, dovrebbe rappresentare un passaggio epocale per le politiche ambientali del Paese e che, stando alle indiscrezioni ormai non troppo velate,, dovrebbe intervenire anche sulla vexata questio. Certo che i tempi paiono lunghi……e intanto la guerriglia continua. L’ultimo atto è il tentativo, per altro assolutamente di buon senso, di inserire nel d.dl “Concorrenza” attualmente all’ esame del Senato, emendamenti che permettano a chi crea sistemi consortili autonomi, una volta ottenuta l’”omologa” da parte delle autorità competenti, di non pagare contemporaneamente per il funzionamento del proprio sistema e per quello CONAI abbandonato, nell’attesa che venga confermata la congruità operativa/capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati dal parte del nuovo schema.
I termini del problema sono in fin dei conti chiari: quando Ronchi nel 1997 (diciott’anni fa!) diede vita al CONAI e al suo sistema, fece opera meritoria e creò un qualcosa che ha fatto moltissimo per trasformare non solo la cultura italiana dei rifiuti, ma che è stato anche capace di dare risposte concrete e di raggiungere obiettivi forse insperati ed inaspettati.
Il benemerito ministro dell’epoca, tuttavia, commise due fatali errori: ragionò come se in Italia prima di lui non si fosse mai recuperato neppure un etto di rifiuti (quindi niente industria del recupero e del riciclo della carta, dei metalli, delle stesse plastiche…) e non tenne conto delle abissali differenze di “architettura di filiera” e di compatibilità tecniche, economiche e di mercato tra un materiale e l’altro.
Certamente un sistema così accentrato ed esclusivo si è rivelato vincente per il decollo della raccolta differenziata, molto meno per quei segmenti, come la gestione degli imballaggi da attività industriali e commerciali, che la legge nazionale, differentemente in pratica da quella di tutti gli altri stati UE, poneva sotto la sua giurisdizione, senza tenere conto dell’esistenza di un “mercato” già attivo e fiorente, con il risultato paradossale e distorcente di permettere al sistema di introitare contributi ma esentandolo di fatto (talvolta addirittura vietandoglielo) dall’operare nel settore.
Non a caso per molto tempo i più forti attacchi all’unicità del sistema consortile sono venuti da realtà imprenditoriali impegnate storicamente nel recupero e nel riciclo di imballaggi di provenienza non domestica, comprensibilmente preoccupate per la congiunzione di fatto (e per loro esiziale) tra dinamiche espansive degli operatori (soprattutto quelli di ascendenza “pubblica”) dei servizi pubblici di igiene urbana attraverso l’”assimilazione” e incentivazione agli stessi da parte di CONAI e consorzi nel nome della crescita della raccolta differenziata.
Sia detto per inciso, un altro paradosso (ma questa volta la responsabilità è tutta del legislatore europeo) è che le imprese di recupero e riciclo non avrebbero in realtà alcun titolo e alcun ruolo nella creazione di sistemi autonomi, dal momento che la responsabilità per il raggiungimento degli obiettivi (di recupero e riciclo) e quindi l’obbligo/facoltà di consorziarsi, grava unicamente sui produttori di imballaggi (ed eventualmente delle relative materie prime): un approccio che potrebbe avere un senso per le c.d. “filiere chiuse” (carta e vetro) dove produttore e riciclatore coincidono, ma che risulta assai meno calzante per le “filiere aperte” (in primis quella oltretutto variegatissima della plastica), dove tra produttore e riciclatore non c’è alcun punto di contatto ma, casomai, un potenziale rischio di concorrenzialità. In questo senso anche i tentativi fatti (e per altro dispersi nel labirinto della giustizia amministrativa) di dare voce nei consorzi anche ai rappresentati del sistema di recupero a valle non sono mai apparsi né felici né risolutivi, ma questa è un’altra storia…
Si tratta di questioni estremamente complesse, che finiscono per andare a costituire un vero e proprio rompicapo irrisolvibile: il principio che spinge il legislatore a prevedere la creazione di consorzi e’ quello di garantire coattivamente ciò che il mercato da solo non riesce a fare, ma certamente un sistema monopolistico come quello attuale finisce per condizionare pesantemente anche quelle aree di attività contigue che invece sul mercato già operano; d’altro canto, chiedendo di aprire i consorzi alle logiche di mercato, è assai probabile che la precedenza sia data a ciò che il mercato comunque premierebbe, trascurando i “rami secchi”, ossia “a perdere”, per la cui “copertura” i consorzi erano stati previsti. E’ per questa ragione che ora qualcuno parla, in un quadro di pluralizzazione, di imporre comunque la presenza di “consorzi di ultima istanza”, che evidentemente dovrebbero continuare ad assicurare proprio questa “copertura” di aree strutturalmente non remunerative.
Oggi però la spinta ad “aprire il sistema” inserendovi elementi di concorrenza, si allarga anche a settori degli imballaggi domestici. E’ una dinamica molto in linea con l’attuale vulgata culturale, che tende giustamente a diffidare a priori dei monopoli, anche se, nel caso di specie, il monopolio è assai particolare, perché potrebbe anche portare sistematicamente a perdite anziché a guadagni.
D’altro canto, il modello esistente è basato sul principio implicito della compensazione interna, ossia del “pagare meno, pagare tutti”, solo che, memore del pollo di Trilussa, qualcuno ritiene che potrebbe pagare meno ancora e si sta stancando di farlo per chi dovrebbe pagare invece molto di più, anche se appartenente alla medesima galassia di materiale. In fin dei conti non gli si può dare torto ed appare inevitabile che alla lunga cerchi di rendersi autonomo. Oltretutto è probabile che una maggiore segmentazione e specializzazione possa migliorare anche i risultati, dal momento che, sempre in ossequio alla necessità di tenere sotto il medesimo tetto situazioni oggettivamente diverse e interessi contrapposti (vedasi plastiche tradizionali e bioplastiche…), si rischia di rinunciare a migliorare le prestazioni di recupero in comparti specifici. In pratica, si tratterebbe di fare esattamente il contrario del processo avvenuto nei RAEE, dove un sistema nato plurale ma specializzato è stato trasformato ope legis in uno sempre plurale, ma generalista, probabilmente senza migliorare la performance ma finendo per innescare una “concorrenza” basata unicamente sull’entità del contributo ambientale che le aziende devono versare.
Proprio l’allargarsi delle istanze “autonomistiche” anche a settori del mondo dell’imballaggio destinati prevalentemente a diventare rifiuti urbani e quindi oggetto della raccolta differenziata, finisce per chiamare in causa anche i Comuni in quanto parte dell’Accordo ANCI-CONAI, inserendo un ulteriore elemento di complessita’. A fronte di questa, tuttavia, occorrerebbero però fantasia e capacità di trovare soluzioni innovative, non appelli allarmistici come quelli fatti a più riprese da alcuni settori dell’ANCI, evidentemente molto preoccupati dal mantenimento dello status quo, che vorrebbero evidentemente trasformare lo stesso accordo ANCI-CONAI in una sorta di polizza a garanzia dell’immutabilita’ del sistema.
E’ chiaro che tutte queste problematiche meriterebbero e necessiterebbero di un intervento organico che ridisegni sapientemente e pazientemente il sistema, senza farsi condurre o strattonare da visioni molto parziali e da interessi smaccatamente di parte. Il problema è che l’attesa di un simile intervento rischia di protrarre alle calende greche la situazione attuale, prestandosi così anche a tattiche artatamente dilatorie. Per altro CONAI ha sempre evitato, come sarebbe stato opportuno e, probabilmente, anche conveniente per lui stesso, di promuovere un pubblico dibattito allargato, libero e disincantato che conducesse per via naturale e condivisa ad una riforma/evoluzione del sistema. L’occasione per avviare una simile riflessione si e’ presentata quando già nel 2008, a conclusione dell’IC 26 sul settore dei rifiuti d’imballaggio, l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (nota comunemente come “Antitrust”) aveva con puntigliosità, seppure con qualche sbavatura, individuato i temi salienti, suggerendo di fatto la potenziale agenda per un processo di autoriforma.
Così, in attesa del “Green Act”, la disfida continua, per la gioia di contradaioli arrabbiati e di commentatori ormai smaliziati…e intanto il resto d’Europa, compreso i paesi che più o meno vantano performance simili a quelle italiane, pur facendo riferimento alle medesime direttive comunitarie, si muove già in un’ottica completamente diversa, più pratica e meno legata a schematismi formali, che implica dinamiche proprie ormai a sistemi industriali maturi, ben al di la’ di una fase di start up.
Articolo pubblicato su Eco dalle Città il 16 dicembre 2015







