Imballaggi : il riciclo per la plastica (e altri materiali) da solo non basta
I marchi leader dei beni di largo consumo si impegnano a rendere tutti gli imballaggi utilizzati riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Che cosa significa in concreto alla luce degli impegni resi noti? E ancora quali sono i limiti legati agli accordi volontari, quali sono le azioni che le aziende non intraprendono e cosa andrebbe fatto da parte dei governi ?
Fioccano negli ultimi mesi gli impegni annunciati dalle aziende per rendere più sostenibili i propri imballaggi e in particolare quelli in plastica, un materiale sempre più sotto i riflettori per gli effetti devastanti sull’ambiente causati da una pessima gestione della sua versione usa e getta.
La pervasività dell’inquinamento da plastica documentata negli ultimi anni da diversi studi che hanno rilevato la presenza di microplastiche a qualsiasi profondità e latitudine degli oceani, negli organismi marini, piuttosto che nei suoli , nelle bevande e nelle acque che beviamo, è diventata una nuova fonte di preoccupazione per l’opinione pubblica.
Non a caso le edizioni 2018 di eventi come la Giornata Mondiale della terra dello scorso 22 aprile e la Giornata Mondiale dell’ambiente del 5 giugno, sono state entrambe dedicate al fenomeno dell’inquinamento da plastica. Ma il tema ha trovato spazio anche nell’agenda del G7 con la pubblicazione di un documento dedicato “Ocean Plastics Charter” sottoscritto da cinque paesi.
Movimenti internazionali come il fronte Break Free From Plastic e Greenpeace hanno aumentato negli ultimi tempi la pressione
sull’industria affinché ponga un limite all’immissione al consumo di manufatti usa e getta, con diverse iniziative. Nel report “Una crisi di convenienza. Le multinazionali dietro l’inquinamento da plastica del Pianeta” Greenpeace ha presentato i risultati di un questionario sull’uso di plastica monouso sottoposto a undici grandi aziende di beni di largo consumo (Fast Moving Consumer Goods, FMCG): Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Danone, Johnson e Johnson, Kraft Heinz, Mars, Nestlé, Mondelez, PepsiCo, Procter & Gamble e Unilever dal quale emerge uno stato dell’arte ancora distante dagli impegni presi.
A seguito delle operazioni di pulizia effettuate dai volontari di Break free from plastic sono stati campionati i rifiuti raccolti e stilate delle classifiche delle aziende in base alle marche maggiormente rappresentate. L’immagine a fianco è riferita alle Filippine.
In Europa si è concluso dopo tre anni l’iter che ha portato, con il voto del Parlamento Europeo dello scorso 18 aprile, all’approvazione definitiva del pacchetto per l’Economia Circolare. Lo scorso 16 febbraio la Commissione Europea aveva adottato la sua prima Strategia sulla plastica e recentemente è trapelata una proposta di Direttiva UE in bozza (1) che punta ad eliminare o a limitare il consumo di vari articoli monouso in plastica responsabili del littering e dell’inquinamento dei mari.
Ci sono insomma le condizioni per fare si che le misure contenute nel pacchetto per l’economia circolare vengano colte dall’industria come un’occasione per ripensare in chiave circolare i processi industriali , affrontando quelle cause ed inefficienze responsabili della perdita del valore economico del packaging ( e beni) a fine vita.
Per l’industria della plastica non si tratta solamente di raggiungere gli obiettivi di riciclo per il packaging (rispettivamente il 50% e 55% al 2025 e 2030) ma di abbandonare la logica di produzione e consumo lineare “take-make-dispose” che distrugge in un solo utilizzo il 95% del valore economico dei manufatti in plastica.
La maggior parte delle aziende che hanno reso note le misure intraprese per ridurre l’impatto e le quantità di plastica utilizzata sono noti brand di multinazionali che hanno aderito al programma triennale The New Plastics Economy della Fondazione Ellen McArthur (EMF) e partecipato alla stesura del Piano di azione NPE: Catalysing Action pubblicato ad inizio 2017.
Una buona parte degli impegni annunciati dalle aziende è infatti riconducibile ad azioni indicate nel piano, il primo nel suo genere che, entrando nel dettaglio delle diverse tipologie di packaging in plastica, propone tre strategie basate su riprogettazione, riuso e riciclo da adottare per ciascuna tipologia.
Vediamo a grandi linee dove si concentrano maggiormente gli impegni presi dalle aziende rispetto al packaging, e a seguire la nostra analisi.
L’impegno di massima annunciato dalle oltre 11 aziende aderenti al programma the New Plastics Economy , e da altre aziende come vedremo, consiste nell’utilizzo esclusivo di imballaggi riusabili, riciclabili e compostabili al 2025.
Alcune aziende si sono spinte ad eliminare tutti gli imballaggi e/o parti di imballaggio di dimensioni ridotte che possono più facilmente finire nell’ambiente e nei mari, e a utilizzare un solo tipo di polimero nella produzione degli imballaggi per rendere più semplice la differenziazione, avere flussi di ottima qualità e nelle quantità necessarie perché il riciclo sia economicamente sostenibile. Altre, come Werner & Mertz(detergenti) , si sono impegnate ad utilizzare solamente plastica riciclata per il packaging entro il 2025.
La Coca Cola, oltre a raddoppiare la percentuale di PET riciclato nelle sue bottiglie ed arrivare ad almeno il 50%, ha preso più recentemente un impegno piuttosto sfidante all’interno del Sustainability Action Plan for Western Europe: di collaborare cioè con partner locali e nazionali affinché venga raccolta ogni anno una quantità di contenitori pari a quella che immette al consumo.
Nestlé conta di raggiungere l’obiettivo utilizzando quelle plastiche che vengono maggiormente riciclate ed evitando l’impiego di packaging in poliaccoppiato, composto cioè da materiali eterogenei difficilmente riciclabile (multilayer flexible packaging) .
In Europa Nestlè punta ad utilizzare complessivamente nelle sue marche di acqua in bottiglia un 25% di PET da riciclo mentre Danone con Evian ha annunciato che entro il 2025 immetterà al commercio solamente bottiglie prodotte al 100% con plastiche riciclate .
Nel frattempo l’European Federation of Bottled Waters (EFBW), associazione che rappresenta a livello europeo i produttori di acqua in bottiglia ,di cui Mineracqua è parte, ha annunciato gli obiettivi da raggiungere entro il 2025. L’impegno al 2025 è articolato su quattro punti: a) raccogliere il 90% di tutte le bottiglie in plastica immesse al consumo; b) arrivare al 25% di utilizzo di PET riciclato (rPET) nella produzione di bottiglie di nuove bottiglie; c) innovare e investire ulteriormente nell’eco-design dei contenitori per favorire il riciclo e nella ricerca di plastiche di origine rinnovabile; d) sensibilizzare i consumatori per prevenire la creazione di rifiuti, sostenendo iniziative che incoraggino la corretta selezione e lo smaltimento degli imballaggi a fine vita. In realtà non c’è nulla di “coraggioso” in questa dichiarazione poiché si tratta di raggiungere degli obiettivi che sono già compresi nella bozza di direttiva europea e che diventeranno vincolanti e perché le multinazionali aderenti hanno dichiarato di voler utilizzare maggiori quantità di contenuto riciclato nelle bottiglie rispetto al 25%.
Nel piano “Ambition 2030” Procter & Gamble rivela i nuovi target per il packaging dei suoi principali marchi ( tra cui Always, Ariel, Dawn, Fairy, Febreze, Head & Shoulders, Pantene, Pampers) attuabili in due tappe. Entro il 2025 il 95% del suo packaging sarà riciclabile o riutilizzabile mentre per la restante parte del 5% ( la più problematica a causa dei formati e materiali interessati) si dovrà aspettare il 2030.
Tra gli impegni annunciati da Unilever prendiamo in considerazione quello più sfidante, che riguarda il riciclo delle bustine o sachet usate per commercializzare monodosi di prodotti di detergenza e cosmetica nei paesi a più basso reddito, dove, purtroppo, diventano una tipologia di rifiuto spesso abbandonata nell’ambiente.
Queste bustine in poliaccopiato appartengono a quel segmento di packaging (circa il 30% dell’immesso al consumo secondo il piano Catalysing Action) che non viene riciclato e necessita pertanto di una radicale riprogettazione. La decisione di Unilever, che per ora pare puntare al riciclo una nuova tecnologia di riciclo denominata CreaSolv Process technology, invece che ad una riprogettazione, si presta per evidenziare alcuni lati deboli della scelta come vedremo più avanti.
Per testarne la sostenibilità economica Unilever si è dichiarata intenzionata ad aprire un impianto pilota in Indonesia che, con 1.300 tonnellate di rifiuti scaricati in mare ogni anno è uno dei cinque paesi asiatici responsabili del 55% della plastica che finisce negli oceani.
(1) Aggiornamento: Trovato accordo tra Parlamento e Consiglio Europeo sulle nuove norme proposte dalla Commissione europea per contrastare i rifiuti marini alla fonte, riguardanti i 10 prodotti di plastica che più di frequente vengono trovati sulle spiagge e gli attrezzi da pesca abbandonati.
Sacchetti ortofrutta: la GDO scelga il riuso
La norma entrata in vigore il primo gennaio scorso per i sacchetti ultraleggeri, ha portato anche al centro del dibattito l’opzione del riuso. Tuttavia, tra pareri e sentenze rimane ancora irrisolto il nodo “igiene”, lasciando ancora un margine di incertezza sull’utilizzo di sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta. Da tempo L’Associazione Comuni Virtuosi chiede alla GDO che i consumatori possano acquistare frutta e verdura sfuse usando sacchetti riutilizzabili o in alternativa, vista l’incertezza normativa, degli appositi cestelli ortofrutta disponibili nel reparto. Chiediamo in questa intervista a Silvia Ricci, responsabile campagne dell’associazione di fare il punto della situazione.
Innanzitutto perché è stata la Coop Svizzera invece che qualche insegna italiana a sdoganare il riuso dei sacchetti nel settore ortofrutta?
Domanda più che pertinente visto che l’iniziativa che la Coop Svizzera ha lanciato lo scorso anno non è un’idea nuova per noi visto che chiediamo dal 2010 alla GDO di mettere a disposizione un sacchetto riutilizzabile con l’iniziativa “Mettila in rete”, parte della storica campagna Porta la Sporta.
Ma non solo, anche le più recenti iniziative anti-plastica portate avanti da coalizioni internazionali come Break Free From Plastic e Greenpeace, che invitano le persone a rinunciare alla plastica usa e getta richiamano le proposte fatte all’industria e alla GDO con “Meno Rifiuti più Risorse in 10 mosse” nel 2012.
Questa iniziativa, lanciata in un momento in cui la consapevolezza sull’inquinamento da plastica non era così diffusa come oggi, chiedeva infatti alla prima mossa di riprogettare i prodotti e gli imballaggi di domani con una visione di sistema. Solamente riprogettando i sistemi di distribuzione e commercializzazione dei beni è possibile addirittura eliminare l’imballaggio, ad esempio attraverso il riuso dei contenitori.
Purtroppo gli stili di vita e di consumo non stanno andando verso una riduzione degli imballaggi e dello spreco in generale. Al contrario, le offerte sempre più allettanti di alimenti pronti e a breve scadenza che si trovano nei supermercati o disponibili online spingono verso un maggior consumo che spesso si trasforma in un doppio spreco di imballaggi e cibo. Tesi da noi sostenuta da tempo ed oggetto di un recente studio di Zero Waste Europe.
Il recente parere del Consiglio di Stato ha avuto qualche effetto sulle insegne della grande distribuzione che avevano annunciato ad inizio anno di voler considerare l’introduzione di una soluzione riutilizzabile sull’esempio dell’iniziativa di Coop Svizzera?
Fondamentalmente no perché la grande distribuzione organizzata prima di muoversi in tal senso, come ci hanno spiegato alcuni nostri contatti all’interno della GDO, vuole avere la certezza matematica che il riutilizzo sia permesso. Nel parere continuano a sussistere richiami alla necessità che il contenitore debba essere conforme alla normativa dei materiali a contatto con gli alimenti che esclude di fatto il riutilizzo a favore del monouso. Infatti, anche qualora un sacchetto riutilizzabile ottenesse la certificazione di idoneità al contatto alimentare questa varrebbe solamente per il primo utilizzo perché successivamente il sacchetto potrebbe venire colonizzato da batteri e altri microrganismi (al pari di tutte le superfici degli ambienti che frequentiamo) e pertanto non essere più idoneo.
E ormai improrogabile che arrivi dal Ministero alla Salute un chiarimento che faccia distinzione tra i requisiti di idoneità al contatto alimentare richiesti da un imballaggio a diretto contatto con alimenti pronti al consumo e i requisiti che deve avere un imballaggio a contatto con alimenti che devono essere lavati e/o privati dalla buccia come l’ortofrutta.
In caso contrario, come in parte suggerito dalla ricercatrice Virginia Cravero da voi intervistata, i ministeri dovrebbero farsi carico di uno studio che dimostri che i sacchetti riutilizzabili introdotti dai clienti possono creare problemi sanitari introducendo microorganismi più pericolosi di quelli che già si trovano sulle altre superfici con cui si entra in contatto nei supermercati, dai carrelli, agli schermi delle bilance e così via. Se si vuole permettere il riutilizzo dei contenitori nel settore alimentare dei prodotti freschi è probabilmente necessario un intervento legislativo che sollevi il rivenditore dalla responsabilità di eventuali tossinfezioni riconducibili all’utilizzo del contenitore portato dal cliente. e non causate quindi dall’alimento venduto, a meno che non si verifichi ovviamente il caso di più persone colpite da una stessa tossinfezione dopo aver consumato uno stesso lotto di prodotto.
Come richiamato nello stesso vostro articolo servirebbe un intervento del legislatore equiparabile a quello avvenuto con la cosiddetta legge Gadda n. 166/2016 che ha messo a capo delle ONG che distribuiscono alimenti a scopo benefico la responsabilità della sicurezza alimentare della fase di trasporto, conservazione e utilizzo degli alimenti sollevi il rivenditore dalla “responsabilità di percorso” .
E’ vero che in altri paesi europei non è obbligatorio utilizzare i guanti nel reparto ortofrutta e non ci sono divieti per i sacchetti anche riutilizzabili portati da casa?
Sì è vero: negli altri Paesi europei non è obbligatorio utilizzare i guanti nel reparto ortofrutta e non ci sono divieti per i sacchetti riutilizzabili portati da casa. Tuttavia, fatta eccezione per la Coop Svizzera, non ci sono insegne della GDO che hanno introdotto in tutti i loro punti vendita un sacchetto o retina riutilizzabile. Laddove si trovano, si tratta di singole iniziative nelle Fiandre, Francia e Germania da parte di qualche insegna, su cui però non è stato possibile avere dei resoconti.
Perché la GDO non ha aderito a Mettila in rete e perché il riuso incontra così tanti ostacoli?
Quando proponemmo alla GDO “mettila in rete “ evidentemente i tempi non erano abbastanza maturi per implementare il sistema e in particolare per spingere le insegne a trovare le soluzioni ad alcune piccole criticità, peraltro risolvibili, come la gestione di due tare (riutilizzabile e monouso) e per sviluppare un proprio sacchetto riutilizzabile. A dire il vero, subito dopo il lancio di mettila in rete, una nota insegna aveva presentato internamente un progetto per introdurre una soluzione riutilizzabile in tutti i suoi punti vendita che però non è decollata per l’opposizione del direttore alle vendite. Nonostante alcune insegne come Simply, Conad Leclerc, Coop, Gruppo Gabrielli, avessero valutato un’adozione o effettuato qualche singolo progetto pilota, l’iniziativa non ha preso piede come in Svizzera.
La situazione di stallo attuale sul fronte della prevenzione del rifiuto da imballaggio dimostra che l’industria difficilmente attua volontariamente azioni che prevedano il riutilizzo, a meno che non ci siano incentivi o disincentivi economici, oppure la necessità di conformarsi ad una legislazione. Questo provvedimento rendendo onerosa le cessione del sacchetto aveva infatti spinto qualche insegna della GDO a gennaio a valutare l’opzione riutilizzabile ma poi gli interventi successivi dei ministeri hanno congelato ogni “entusiasmo”.
Quali sono i vostri piani rispetto a questa iniziativa?
Come associazione manteniamo la barra dritta sul riuso e abbiamo proposto alla GDO di sviluppare da subito un sistema che renda possibile pesare l’ortofrutta sfusa, portarla alla cassa e trasferire i prodotti in proprie borse sollevando i supermercati da qualsiasi responsabilità. Non è praticabile con tutte le referenze ma permette una buona riduzione del monouso.
E’ sufficiente, anche in collaborazione con le aziende che già si occupano del trasporto e sanificazione delle cassette lavabili e riutilizzabili in cui si trova esposta l’ortofrutta, dotare i reparti di cestelli ortofrutta con supporto dove apporre le etichette. Questi cestelli che verrebbero regolarmente sanificati diventerebbero, al pari delle cassette riutilizzabili, dei contenitori idonei al contatto e trasporto dell’ortofrutta. E se poi dovesse arrivasse dai ministeri il via libera per l’utilizzo di sacchetti riutilizzabili, il cestello rimarrebbe comunque uno strumento al servizio dei clienti per trasportare i sacchetti o la frutta sfusa fino alle casse. Come associazione aderente alla piattaforma europea multi-stakeholder Reloop continueremo a promuovere gli imballaggi riutilizzabili sia primari che commerciali (secondari/terziari).
Imballaggi in poliaccoppiato : le due o tre cose da sapere sul riciclo
Gli imballaggi in poliaccoppiato introdotti nel mercato dei prodotti alimentari per garantire una maggiore resistenza e protezione e prolungare la freschezza dei prodotti sono imballaggi altamente ingegnerizzati e performanti ma che pongono però seri problemi al riciclo.
Il post ha subito l’ultimo aggiornamento nel maggio del 2021.
Vediamo quali sono le varietà più comuni di poliaccoppiati costituiti da carta, plastica e alluminio. I diversi strati di questi materiali tenuti insieme da adesivi non possono essere separati manualmente e non tutte le cartiere sono in grado di riciclarli come vedremo.
Una tipologia molto presente nei nostri acquisti sono le carte “speciali” usate per salumi, formaggi e altri prodotti freschi costituiti da uno strato in carta e da una sottilissima pellicola in plastica che vanno nell’indifferenziato. Se queste carte speciali sono facilmente riconoscibili, ci sono altri poliaccoppiati che non lo sono per nulla e possono venire conferiti erroneamente con la carta.
Le confezioni di prodotti da forno come gli involucri per i biscotti (carta + plastica, in genere polipropilene metallizzato) contrassegnate con il simbolo C/PAP81 sino a qualche anno fa non erano riciclabili. Attualmente quasi tutte le marche sono passate a un tipo di poliaccoppiato riciclabile con la carta ottenuto con un intervento sulla progettazione che ha diminuito la quantità di materiale plastico a favore della componente in carta. Molto probabilmente ha giocato qui un ruolo l’effetto imitazione scatenato dalla prima nota marca che è intervenuta in tal senso su tutte le sue linee di prodotti da forno. E’ comunque consigliabile leggere le indicazioni presenti sulla confezione perché alcune linee di prodotti utilizzano ancora involucri non riciclabili .
QUATTRO CLASSI DI RICICLO PER IMBALLAGGI CELLULOSICI
Gli imballaggi in cartone sono da sempre riciclabili all’interno dei processi cartari, ma i nuovi trattamenti o gli accoppiamenti con altri
materiali e sostanze possono rendere le fibre non disponibili per il successivo riciclo in cartiera. Per la corretta progettazione di un imballaggio la filiera della carta ha partecipato alla stesura di un metodo in grado di determinare il grado di riciclabilità degli imballaggi e dei prodotti cellulosici.
Si tratta di Aticelca 501 /19, una metodica di valutazione in grado di determinare il livello di riciclabilità di materiali e prodotti a prevalenza cellulosica (carta e cartone). Si basa su una analisi di laboratorio, sviluppata da Aticelca a partire dal 2011 e divenuta nell’aprile 2019 norma UNI 11743:2019.
Aggiornamento 2020 : Vedi a questo proposito un video di Comieco girato presso il laboratorio evidenzia le principali fasi a cui un imballaggio viene sottoposto per verificarne la riciclabilità.
Il metodo consente ai produttori di carta, ai produttori di oggetti costituiti prevalentemente di carta e agli utilizzatori di prodotti in carta, quali imballaggi, prodotti editoriali, etichette e in generale qualsiasi oggetto in carta di verificare il livello di riciclabilità in una scala composta da 5 classi, dalla A+ alla C di cui la quinta viene attribuita ai materiali non riciclabili.
Il metodo è uno strumento idoneo per indirizzare la progettazione di articoli in carta secondo principi di eco-design, verificare la conformità alla normativa vigente che richiede che gli imballaggi siano riciclabili e infine per comunicare al consumatore il livello di riciclabilità raggiunto.
A seguire la scala di riciclabilità per la carta suddivisa in 5 livelli, identificato ognuno da un’apposita icona registrata “Aticelca® 501”. In corsivo la definizione tecnica.
- Classe A +: campione riciclabile facilmente nella gran parte delle cartiere. Riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzate, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto inferiore all’1,5%.
- Classe A: campione riciclabile nella maggior parte degli impianti idonei a trattare macero di qualità ordinaria, anche proveniente da raccolta differenziata urbana. Riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto inferiore al 10%.
- Classe B: campione riciclabile in impianti idonei a trattare macero di qualità ordinaria, anche proveniente da raccolta differenziata urbana, previo adattamento del processo di riciclo standard (es. condizioni più drastiche di spappolamento, aggiunta di reattivi chimici, fasi di epurazione più complesse). Riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto inferiore al 20%.
- Classe C: campione riciclabile solo dopo opportuna selezione associata alla raccolta differenziata urbana, al fine di inviarlo in cartiere specializzate per il trattamento di tale tipologia di materiale. Riciclabile con la carta quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta. Il suo riciclo comporta uno scarto fino al 40% e/o un significativo apporto di particelle adesive o di agglomerati di fibre di cellulosa.
- Non riciclabile: Non riciclabile con la carta in maniera efficace ed efficiente dal punto di vista tecnologico ed economico quando utilizzato, attraverso le tecnologie di produzione della carta attualmente più diffuse, in miscela con altre fibre secondarie ottenute dalla raccolta differenziata della carta.
Gli involucri di biscotti che hanno passato il test di riciclabilità sono passati quindi dal grado C al B.
Come si evince dalla descrizione sopra, al contrario del grado A+ e A questi poliaccoppiati per essere gestiti necessitano di un processo di riciclo più complesso che produce una quantità di scarto superiore alla media. Nonostante le stime sulla quantità di scarto stimate dalla schema gli addetti del settore indicano in 350-500 grammi la quantità di scarto o pulper (residuo di lavorazione del macero utilizzato dalle cartiere) generato per ottenere 1 chilo di carta riciclata. Trovare una destinazione al pulper generato dalle cartiere è al momento un grosso problema che ha portato anche a smaltimenti illeciti, come hanno riportato recenti fatti di cronaca giudiziaria.
Il contributo ambientale che gli utilizzatori degli imballaggi in carta e poliaccoppiati pagano al consorzio Comieco hanno subito delle variazioni negli ultimi anni.
CARTONI PER BEVANDE E CIBI LIQUIDI
Il primo contenitore in poliaccoppiato a base cellulosica è stato brevettato negli anni ‘50 dall’azienda svedese Tetra Pak. Viene utilizzato per diverse tipi di bevande e cibi liquidi, dal latte ai succhi di frutta ed è diventato un sistema di imballaggio molto diffuso in tutto il mondo.
A seconda del tempo di vita commerciale richiesto dal prodotto il cartone può essere costituito da carta e plastica per la conservazione di cibi freschi (latte fresco del banco frigo) oppure in carta e plastica e alluminio per alimenti che si conservano a temperatura ambiente per un periodo compreso sei ed i ventiquattro mesi, a temperatura ambiente.
I cartoni per alimenti garantiscono una lunga conservazione grazie ai sei strati di materiali che lo compongono: quattro strati in polietilene
(1, 3, 5 e 6), uno in carta (2) ed uno in alluminio (4).
1. Polietilene: barriera contro batteri e umidità 
2. Carta: conferisce rigidità
3. Polietilene: strato adesivo
4. Alluminio: barriera all’ossigeno e alla luce
5. Polietilene: strato adesivo
6. Polietilene: sigilla il contenuto
Il grande successo del poliaccoppiato è dovuto principalmente alla sua capacità di conservare gli alimenti per lunghi periodi preservandone le proprietà nutrizionali ed il sapore.
Inoltre, l’imballaggio è leggero, maneggevole e versatile, tutte caratteristiche di notevole importanza per la grande distribuzione. I prodotti, infatti, possono essere acquistati in grandi quantità e permanere a lungo nei magazzini senza il problema delle brevi scadenze, i contenitori possono essere impilati l’uno sull’altro nei mezzi di trasporto, permettendo di sfruttare al meglio gli spazi e di ridurre il numero dei carichi. Un altro aspetto rilevante a cui è dovuto il successo dei poliaccoppiati è costituito dalle efficientissime macchine di riempimento, vendute dagli stessi produttori dell’imballaggio, in grado di confezionare ed etichettare rapidamente elevate quantità di prodotto all’interno di contenitori di diverse dimensioni, offrendo la possibilità di proporre lo stesso alimento in confezione monodose o più grande. Tutti questi vantaggi si traducono in un risparmio economico nella fase di confezionamento, trasporto e distribuzione, per cui è possibile vendere il prodotto imballato nel cartone ad un prezzo inferiore rispetto allo stesso prodotto imballato con il vetro o la plastica.(1)
All’industria della plastica conviene cambiare pelle
La sfida maggiore per l’industria consisterà nel riuscire non solamente a preservare la funzionalità di prodotti e imballaggi in un’economia di consumo altamente competitiva, migliorando la riciclabilità e i tassi di riciclo, ma nel ridurre allo stesso tempo sia la quantità che le tipologie di materiale utilizzati.
Se per quasi mezzo secolo l’industria della plastica è riuscita a nascondere all’attenzione del mondo gli effetti collaterali di una gestione disastrosa di un materiale estremamente utile come la plastica, ma che “vive in eterno”, parrebbe essere arrivato il momento della resa dei conti.
Negli ultimi anni il fenomeno del marine litter in tutte le sue diverse forme ha guadagnato le prime pagine dei giornali offrendo immagini che hanno colpito la pubblica attenzione. Numerosi studi usciti negli ultimi anni hanno rivelato che la plastica è ormai presente in quasi tutti gli organismi marini e ad ogni profondità e latitudine degli oceani. Anche la proprietà della plastica dispersa in mare di assorbire e concentrare in se le sostanze chimiche tossiche presenti nelle acque ha alzato la soglia di preoccupazione dell’opinione pubblica.
Rispetto ad una decina di anni fa, quando ho cominciato a seguire questa problematica sui media ambientali, ma anche su testate specializzate come Plastic News, ho notato che il fronte tradizionalmente attivo nel contrasto del marine litter e nelle politiche di salvaguardia di mari ed oceani, si è notevolmente allargato.
Alle istituzioni governative, associazioni ambientaliste e ai sostenitori del riciclo si sono aggiunti infatti altri soggetti impegnati a vario titolo nella difesa del clima o della biodiversità.Tutti questi soggetti condividono la necessità di risolvere il problema dei rifiuti con interventi legislativi. Anche da parte dei media c’è stato un maggiore impegno di informazione e approfondimento sul fenomeno dell’inquinamento da plastica, che in alcuni casi ha dato vita a campagne mediatiche per sensibilizzare l’opinione pubblica.
Soprattutto in Inghilterra media come il Daily Mail e il Guardian hanno lanciato specifiche campagne mirate al marine litter e alla plastica usa e getta. Anche Sky ha lanciato un anno fa la campagna Ocean Rescue che, oltre ad un piano articolato di riduzione della plastica nelle sue sedi, ha previsto uno stanziamento 25 milioni di sterline in 5 anni per attività di contrasto al marine litter, e di protezione per circa 400.000 km2 di riserve marine in Europa, in partnership con il WWF .
Sempre in Inghilterra la necessità di trovare una collocazione alle tonnellate di scarti di plastica che non possono più essere esportate in Cina (66% della produzione totale) ha contribuito a far nascere iniziative volontarie di eliminazione o riduzione della plastica monouso. Impegni e programmi in tal senso sono stati annunciati, oltre che dalla May (giudicato uno spot più che un programma ), anche dalla Regina Elisabetta , dalla BBC, da Ryan Air, Eurostar e persino dalla chiesa Anglicana. Quest’ultima, per “chiamare i suoi fedeli alla difesa del creato”, ha pubblicato un vademecum giornaliero di suggerimenti per una quaresima “plastic free” distribuito nelle sue 42 diocesi.
Beat plastic pollution “sconfiggi l’inquinamento da plastica” è il tema, non a caso , scelto dal programma Ambiente dell’Onu (Unep) per l’edizione 2018 della sua giornata mondiale dell’ambiente che si celebra il 5 giugno.
MOLTO PIU’ CHE UNA CRISI DI IMMAGINE….
L’industria della plastica si trova a dover fronteggiare le conseguenze di una strategia basata sulla negazione dell’impatto ambientale, economico e sociale dovuto alla dispersione della plastica nell’ambiente. In particolare l’industria non ha mai voluto affrontare il problema del marine litter, nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL : Center for International Environmental Law.
Al contrario la strategia scelta è stata quella di minimizzare se non negare il problema, attribuendone l’esclusiva responsabilità alla cattiva gestione dei rifiuti da parte dei governi e/o all’inciviltà delle persone.
Senza voler negare che c’è sicuramente una parte di responsabilità ascrivibile ai soggetti prima citati, l’impiego massiccio di un materiale durevole come la plastica per realizzare manufatti usa e getta senza prendersi carico del loro fine vita, è stato un classico esempio di modello di business lineare (take-make-dispose). Il Rapporto della Ellen McArthur Foundation The New Plastics Economy uscito nel 2016 ha rivelato che il 95% del valore del packaging, stimabile in 60-120 miliardi di dollari, si perde dopo un singolo utilizzo.
Per quanto concerne il rifiuto da imballaggio tutto ha avuto inizio decadi fa quando la bottiglia di plastica ha messo in pensione i sistemi di vuoto a rendere in vetro permettendo all’industria del beverage di alleggerirsi dei relativi costi di gestione. Al contempo oneri e onori della gestione del fine vita dei contenitori di bevande sono passati a carico delle municipalità e dei contribuenti.
Etichette coprenti: belle ed impossibili
Gli imballaggi in PET sono facilmente riciclabili ma quando vengono impiegati determinati additivi, coloranti o etichette coprenti un loro riciclo può venire compromesso. Oltre a progettare gli imballaggi seguendo le linee guida per l’eco-design è altrettanto importante tenere conto del sistema post consumo esistente come raccolta-selezione-riciclo che accoglierà gli imballaggi a fine vita.
Purtroppo, ad oggi, avviene esattamente l’opposto, con il risultato che anche imballaggi tecnicamente riciclabili non vengano di fatto riciclati, oppure vengano riciclati in misura molto limitata rispetto alle quantità immesse al consumo. Vediamo cosa succede agli imballaggi in PET trasparente che vengono rivestiti da etichette coprenti termotraibili o sleeve.
Erreplast è l’unica azienda italiana ad essersi dotata di tecnologia chiamata delabeler per rimuovere le etichette che rivestono interamente le bottiglie in PET, per tornare alle rese di quando queste bottiglie non erano così diffuse.
Per capirne di più abbiamo intervistato Vincenzo Conte, Responsabile commerciale del Gruppo Diana Ambiente.
Quale percentuale rappresentano queste bottiglie “sleeverate” rispetto al flusso delle bottiglie in PET che arrivano al vostro impianto e quale è il trend ?
La sleeve termoretraibile è oggi considerata dal marketing come la più avanzata forma di packaging evolutivo rispetto alla classica etichettatura, poiché consente di dare un’immagine grafica total-body sul contenitore ed ottenere un packaging estremamente brillante e colorato, con alta resa fotocromatica e con moltissimo spazio per didascalie, suggerimenti, ingredienti, ecc.
Tutto ciò spiega perché la shrink sleeve si è ormai ritagliata uno spazio ben preciso nel mercato delle etichette, molto impiegata soprattutto nei settori food & beverage, igiene personale, detergenza e farmaceutico e spiega anche perché è in continua crescita.
Per l’industria del riciclo gli imballaggi con shrink sleeve rappresentano tuttavia un grosso problema. La sleeve è realizzata OPS o PVC, polimeri con peso specifico superiore a quello delle tradizionali etichette a base poliolefinica e quindi difficilmente separabile nelle vasche di flottazione, dove finiscono per affondare insieme al PET inquinandolo per effetto trascinamento. In alcuni casi tali etichette sono realizzate perfino in PET, nell’illusione che utilizzare lo stesso polimero equivalga a una maggiore riciclabilità. Purtroppo, inchiostri estremamente tenaci, spessori totalmente differenti e spesso trattamenti o layer superficiali, creano gli stessi problemi, e quindi il risultato non cambia.
Per tale motivo tutti gli imballaggi con etichette sleeve devono necessariamente essere selezionati e le etichette rimosse preventivamente. Tutto ciò induce non solo a subire perdite tra il 25-30%, ma a ridurre il reale indice di riciclabilità delle frazioni selezionate (commercializzate da Corepla). Fatto cento il peso di una balla di rifiuti di imballaggi selezionati, solo il 70-75% diventa pura scaglia riciclata, ed in questo risultato un peso non minimo lo generano le bottiglie con etichette sleeve.
La presenza di tali bottiglie varia nei flussi tra il 5 e l’8% (dipende dalle aree geografiche, consumi, stagionalità, ecc) con trend in crescita e, soprattutto, con un effetto “trascinamento” certamente maggiore.
Quale è la soluzione che suggerite all’industria tenendo conto della tecnologia esistente nel nostro paese per evitare prima che queste bottiglie o vengano dirette nel flusso del PET colorato ( invece che trasparente a causa dell’etichetta colorata che riveste la bottiglia) e che poi vadano a recupero energetico poiché la sleeve non è compatibile con il riciclo?
La soluzione non può non passare innanzitutto (e chiedo scusa per la doppia negazione) per una riscoperta della prevenzione, ovvero una progettazione dell’imballaggio pensato anche nella sua fase di fine vita, cioè quando smette di essere imballaggio e inizia a diventare rifiuto. Da qui parte anche la consapevolezza che è essenziale “dialogare” con l’industria del riciclo, comprenderne i processi produttivi, le esigenze, le tecnologie, ecc. All’industria del riciclo indichiamo i vantaggi del nostro processo di de-labeling a secco. Il flusso di bottiglie è alimentato e trattato con un processo in continuo. Un appropriato tempo di permanenza in macchina garantisce alta efficienza di distacco, integrità della bottiglia e dei colli.
Le bottiglie vengono alimentate con un nastro trasportatore e, dopo il trattamento, scaricate in continuo con una coclea estrattrice. Le etichette stracciate sono raccolte in una tramoggia sottostante, estratte con un nastro e convogliate ad una pressa compattatrice o a un container. La perfetta separazione dalle bottiglie delle eventuali rimanenti etichette libere può avvenire a valle della macchina mediante un sistema ad aria o vaglio balistico.
Quali sono le problematiche invece riferite alle bottiglie in PET opaco nel settore latticini che hanno quasi completamente rimpiazzato l’HDPE (polietilene ad alta densità)?
Per ciò che riguarda il riciclo del PET opaco il problema ha una doppia natura; da un lato un problema che viene generato dal mercato di
sbocco limitato a poche applicazioni, prevalentemente coprenti e quindi a basso valore aggiunto; dall’altro la natura stessa dei contenitori opachi che nascondono strati barriera spesso completamente incompatibili con il riciclo del PET. Anche in questo caso, occorre riflettere seriamente sull’indice di riciclabilità di queste bottiglie, anche per giustificarne l’impiego e la diffusione.
Quali progetti avete in corso e in fase di valutazione per ridurre lo spreco degli scarti dei processi di selezione ?
I nuovi programmi d’investimento riguardano tutti il recupero di materia, nello specifico sistemi di selezione automatica in grado di recuperare ancora materiali riciclabili dai flussi di scarto dai processi di selezione. Ovviamente, essendo le attività di selezione processi “per sottrazione”, i recuperi delle frazioni ancora riciclabili consentirà di raggiungere l’ulteriore obiettivo di riduzione degli scarti, per un evidente bilancio di massa.
AGGIORNAMENTO (a cura della redazione) :
Da un articolo di Polimerica.it si apprende che Sun Chemical ha sviluppato con Eastman un adesivo che semplifica il riciclo di bottiglie e flaconi dotati di etichette termoretrabili. Per facilitare il riciclo di bottiglie e flaconi rivestiti con sleeves Sun Chemical avrebbe messo a punto SunLam, un adesivo distaccante che, durante la fase di lavaggio, facilita la separazione dell’etichetta termoretraibile dalla confezione in PET migliorando così la resa nel trattamento dei rifiuti plastici. Non essendoci ulteriori dettagli per poter entrare nel merito restano valide a nostro parere alcune considerazioni. La prima è quella sullo spreco di materiale e di abbassamento dell’indice di produttività che hanno entrambi un costo economico oltre ambientale. Vale davvero la pena per un elemento accessorio che ha soprattutto una funzione decorativa ?
Resta poi complicato senza misure legislative o altri disincentivi economici ottenere che l’industria utilizzi solamente sleeve che non compromettono il riciclo. Infine rimane la problematica della selezione automatica visto che l’etichetta colorata impedisce a queste bottiglie sleeverate di essere selezionate come bottiglie trasparenti.
Sacchetti ortofrutta: una proposta alla GDO per superare l’impasse
Quando le indicazioni non arrivano dall’alto, le soluzioni vanno trovate dal basso. Ci facciamo pertanto promotori verso la GDO di una proposta che metterebbe nelle mani dei cittadini la decisione sul livello di protezione da adottare rispetto al paventato rischio di poter incorrere in tossinfezioni alimentari nel settore ortofrutta.
Passano i giorni da quando è scoppiata, ad inizio anno, la rivolta dei consumatori contro l’uso obbligatorio dei sacchetti biodegradabili e l’avvicinarsi della data del voto fa presumere che la questione andrà in sordina, levando il Ministero alla Salute dall’imbarazzante situazione di dover, nuovamente, intervenire a levare le castagne dal fuoco, anche le proprie.
Negli ultimi giorni ha preso sempre più piede un prevedibile passaggio da parte della GDO dai sacchetti in plastica ai sacchetti in carta con finestra in PLA che vengono offerti gratuitamente, e non solo nel reparto ortofrutta. Alcune insegne come NaturaSì hanno annunciato sui loro profili social che presto metteranno a disposizione una soluzione riutilizzabile in alcuni punti vendita accanto ai sacchetti in carta. Anche Coop ha fatto sapere di avere l’intenzione di sviluppare una soluzione riutilizzabile per il settore ortofrutta, come si può leggere sulla sua rivista Consumatori .”Cercheremo soluzioni e materiali di confezionamento della merce fresca e sfusa che siano effettivamente riutilizzabili, a bassissimo costo per i consumatori e di maggior vantaggio per l’ambiente“, spiegano. Aggiornamento al 5 giugno 2018 :promessa mantenuta.
Tuttavia appare improbabile che la GDO autorizzi i clienti ad usare i propri sacchetti riutilizzabili, oppure ne commercializzi un proprio modello, sino a che il Ministero alla Salute non si esprimerà definitivamente in merito. Le sanzioni sono troppo pesanti per correre rischi.
SALUTE IN PERICOLO?
Le ragioni di ordine sanitario che impedirebbero in Italia il riutilizzo nel settore dell’ortofrutta nei supermercati fanno acqua da tutte le parti e risultano incomprensibili ai cittadini. Già solamente il fatto che le misure di protezione per la salute pubblica, ammesso che siano necessarie, non valgano per gli altri canali dove gli italiani acquistano l’ortofrutta, dal fruttivendolo sotto casa o nei mercati, è un dato di fatto che ne indebolisce sia l’efficacia sia la credibilità.
Da una ricerca in rete sul come si sono espressi esperti del settore sulla misura, acquistano evidenza soprattutto gli interventi di Antonello Paparella, microbiologo alimentare e preside della Facoltà di Scienze e tecnologie alimentari dell’Università di Teramo. Tali interventi, a nostro parere, non rispondono i dubbi che nutre l’uomo comune in merito al diniego espresso dal segretario generale del ministero Giuseppe Ruocco. “Il riutilizzo dei sacchetti – ha affermato Ruocco – determinerebbe infatti il rischio di contaminazioni batteriche con situazioni problematiche”. Intanto i recenti fatti di cronaca negli USA evidenziano che le tossinfezioni ad esito mortale non arrivano certamente dai sacchetti riutilizzabili quanto piuttosto dai prodotti che vengono irrorati dai reflui che nel caso della lattuga la rendono più croccante .
Innanzitutto non è chiaro da quale rischio si debbano tutelare i clienti dei supermercati. Da una parte Paparella allerta sui rischi di tossinfezioni alimentari che possono essere trasmesse (anche) dall’ortofrutta, e dall’altra sul rischio che i sacchetti riutilizzabili portati da casa possano essere vettori di microrganismi, anche patogeni che i clienti potrebbero introdurre nei reparti ortofrutta dei supermercati con rischi “che possono diventare incontrollabili”.
Dato per scontato che anche l’ortofrutta possa celare dei rischi per la salute, come evidenzia un recente documento del Ceirsa Piemonte ,non è chiaro in quale misura l’utilizzo di sacchetti monouso e di guanti potrebbero difendere i consumatori dal contrarre eventuali tossinfezioni visto che, una volta arrivati a casa, gli stessi entrerebbero comunque in contatto con l’ortofrutta acquistata.
Forse sarebbe invece più utile fare informazione sanitaria come negli USA , dove il CDC ( Centers for Disease Control & Prevention -Department of Health and Human Services) pubblica delle linee guida su come acquistare e trattare l’ortofrutta senza alcun accenno alla necessità di usare un sacchetto. In altri paesi l’uso dei guanti in plastica nel settore ortofrutta non è neanche previsto.
E’ quindi comprensibile che le argomentazioni a giustificare il provvedimento non possono che suscitare l’ilarità che si legge sui social; perché i supermercati non sono ambienti sterili e perché i luoghi dove si contraggono le maggiori infezioni sono proprio i luoghi dove si va a curarsi come gli ospedali.
Come si fa poi a ritenere questo “allarmismo” giustificato quando in altri paesi europei e non, viene permessa nei supermercati l’adozione di sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta: dalla Svizzera, alla Germania al Belgio ?
Se il ministro della Salute ritiene di dover difendere la sua posizione dovrebbe, come minimo, spiegare in modo articolato e possibilmente con evidenza scientifica, da quali dei rischi prima citati ci può proteggere un sacchetto monouso. Allo stesso tempo andrebbero chiarite le responsabilità in materia di igiene e rischio sanitario che sono di competenza dei supermercati e negozi che vendono sfuso (dove iniziano e dove finiscono) e quelle che ricadono sui cittadini. Chiarendo anche se questi ultimi sono liberi nei supermercati di scegliere come proteggere la propria salute o meno. Se si vuole promuovere il riuso degli imballaggi è necessario rivedere la regolamentazione di pertinenza.
COME VENIRNE FUORI?
Quando le indicazioni non arrivano dall’alto, le soluzioni vanno trovate dal basso. Pertanto ci facciamo promotori verso la GDO di una proposta che metterebbe nelle mani dei cittadini la decisione sul livello di protezione da adottare rispetto al paventato rischio di incorrere in tossinfezioni alimentari nel settore ortofrutta.
La soluzione consiste nel mettere a disposizione dei clienti che non vogliono servirsi di un sacchetto monouso un cestello con manici con cui trasportare alle casse l’ortofrutta pesata sulle bilance (senza involucri) provvisto di un supporto dove attaccare le etichette.
Una volta pagato l’ortofrutta i clienti possono decidere se trasportare l’ortofrutta sino a casa con borse a rete, cesti, cassette ripiegabili, etc.
Questa soluzione è stata ideata da un supermercato di Sirolo e merita di essere adottata ed implementata al meglio. I cestini visibili nella foto possono diventare dei trasportini provvisti di manici, impilabili e soggetti ad una cauzione come avviene per i carrelli in modo da essere portati sino alla macchina.
La necessaria e regolare sanificazione dei cestini potrebbe essere gestita sia in house che essere affidata alle aziende di pooling che già movimentano le cassette ortofrutta riutilizzabili per le insegne della GDO. Dubitiamo che il Ministero alla Salute possa esprimere veti o obiezioni all’utilizzo di “cestelli ad uso interno” in quanto l’ortofrutta in esposizione già si trova all’interno di cassette riutilizzabili.
Allo stesso tempo la GDO potrebbe già da ora sviluppare un proprio modello di sacchetto riutilizzabile ortofrutta (come ha fatto NaturaSì) da mettere in vendita accanto alle proprie borse, in modo che i clienti possano riempirli con l’ortofrutta acquistata con il cestino, ma anche utilizzarli per altri acquisti alimentari.
In attesa che si possa arrivare anche in Italia alle soluzioni di buon senso adottate negli altri paesi, la GDO potrebbe venire incontro ai clienti che vogliono ridurre il proprio impatto ambientale senza rinunciare alle comodità di acquisto offerte dai supermercati. Ma allo stesso tempo, attraverso un’offerta un’offerta più green potrebbe influenzare le scelte di acquisto dei clienti meno consapevoli della necessità di risparmiare risorse preziose.
Come abbiamo proposto nei precedenti aggiornamenti sull’argomento l’opzione che maggiormente risponde alle urgenze dei tempi che stiamo vivendo è un sacchetto riutilizzabile realizzato con plastica riciclata. Come delineato nella recente Strategia per la plastica, oltre a ridurre la produzione di plastica usa e getta è necessario arrivare a riciclare o riusare tutti gli imballaggi ma anche trovare uno sbocco post consumo per la plastica da riciclo. La Cina ha chiuso le frontiere agli scarti di plastica prodotti dal mondo intero e prima
Essendo disponibili in commercio diverse tipologie di filati derivati da nylon o poliestere da riciclo – anche Made in Italy – saremmo in grado di fare partire una produzione nazionale a filiera corta replicabile anche negli altri paesi da portare in Europa come esempio. Ci auguriamo di non doverci trovare a raccontare l’ennesimo caso di best practice ideata in Italia ma poi realizzata oltre confine.
Economia Circolare e Comuni Virtuosi: l’unione fa la forza
L’Associazione Comuni Virtuosi è l’unica organizzazione italiana ad aver aderito a Reloop, una piattaforma europea multi-stakeholder per la promozione dell’Economia Circolare.
Le sfide epocali che abbiamo davanti, estremamente complesse e interdipendenti come il riscaldamento climatico, la perdita di biodiversità, il degrado dei sistemi naturali e le conseguenze sull’economia e sui fenomeni migratori, richiedono un gioco di squadra che vada oltre ai confini degli stati.
Dopotutto, cosi come abbiamo in comune con altri paesi vicini e lontani problematiche che derivano dall’inquinamento dell’aria , dei suoli e dei mari abbiamo in comune anche la necessità di trovare delle soluzioni efficaci.
La nostra associazione è nata con una duplice missione : da una parte fare rete tra i comuni italiani che vogliono promuovere un modello di sviluppo sostenibile attraverso atti concreti di buona amministrazione locale. Dall’altra spingere la politica centrale a dare delle risposte sul piano legislativo rispetto ad alcune tematiche di interesse ambientale e sociale che ci stanno particolarmente a cuore.
Per raggiungere questo obiettivo abbiamo seguito due direttrici principali :
1) mettere a disposizione sul nostro sito degli articoli di approfondimento su argomenti particolarmente presidiati dalla nostra associazione come le tematiche legate alla produzione di rifiuti e in particolare dei rifiuti da imballaggio;
2) collaborare con associazioni, istituzioni, e altri soggetti pubblici e privati con cui condividiamo il raggiungimento di determinati obiettivi alla realizzazione di iniziative e campagne.
Dallo scorso anno abbiamo aderito alla piattaforma europea Reloop, un network formato da organizzazioni di diversa natura che condividono l’obiettivo di rendere circolare l’economia europea. Reloop nasce per mettere in contatto soggetti come associazioni e aziende di varia natura, ONG, università, mondo della ricerca e della consulenza, regioni e città green che intendono attivarsi per influenzare i decisori politici ad adottare politiche e misure che promuovano un’economia europea circolare.
Ecco una panoramica su alcune delle attività più rilevanti portate avanti da Reloop nel 2017 che possono meglio rendere l’idea del lavoro svolto.
-Reloop ha partecipato attivamente con contributi di natura tecnica e legale al processo di modifica del pacchetto sull’economia circolare e ha dato il suo contributo allo sviluppo della Strategia Europea sulla plastica resa nota il 15 gennaio scorso.
-La piattaforma ha promosso nel corso dell’anno nuove occasioni di dibattito su temi come l’utilizzo di materiale post consumo nella realizzazione di beni, l’adozione di contenitori riutilizzabili per il trasporto merci nel settore B2B e continuato il lavoro su temi presidiati nel 2016: dall’implementazione del deposito su cauzione sia per i contenitori di bevande che per altri tipi di imballaggi e beni come gli attrezzi da pesca, i prodotti elettronici, etc.
-Nel marzo del 2017 Reloop ha ospitato a Bruxelles la sesta edizione della conferenza europea REUSE che ha riunito relatori esperti e partecipanti come rappresentanti delle istituzioni europee , degli stati membri, del settore delle bevande commercializzate con vuoto a rendere o con sistemi di erogazione a dispenser, dell’industria degli imballaggi terziari riutilizzabili del settore B2B, ONG, etc.
Oltre a presentare esempi di buone prassi i relatori del convegno hanno dibattuto su quali quadri legislativi siano necessari in Europa ai fini di un’implementazione dei sistemi di vuoto a rendere e cauzionamento per i contenitori di bevande e dei sistemi di trasporto delle merci basati sul riuso di imballaggi secondari e terziari.
Nel mese di luglio, Reloop e Zero Waste Europe hanno pubblicato lo studio Rethinking Economic Incentives for Separate Collection (prodotto da ReZero) in cui vengono proposti una serie di strumenti economici per aumentare la raccolta e il recupero di vari flussi di rifiuti. Lo studio contiene anche alcune proposte per intercettare beni e imballaggi non coperti da sistemi di EPR come: tappeti, mobili, reti da pesca,materassi, prodotti tessili, batterie di autoveicoli, mozziconi di sigarette, etc. Lo studio è scaricabile sia dal sito di Zero Waste Europe che a questo link.
Lo scorso settembre Reloop ha pubblicato una serie di schede che spiegano quali siano i benefici derivanti da un’introduzione del deposito su cauzione a vari livelli di cui abbiamo dato notizia in questo post.
Una panoramica aggiornata di studi prodotti per valutare costi e benefici del cauzionamento che hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni, si può invece avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma.
Nel mese di ottobre 2017 la società inglese di consulenza Eunomia ha pubblicato lo studio Impacts of a Deposit Refund System on Local Authority Waste Services commissionato da Keep Britain Tidy, Marine Conservation Society, Surfers Against Sewage, Campaign to Protect Rural England e Reloop. Ai risultati di questo studio abbiamo dedicato un capitolo in questo post.
Altri temi di attualità che spaziano dagli imballaggi riutilizzabili al blocco da parte della Cina all’importazione di rifiuti in plastica , alle legislazioni che promuovono un contenuto di materia post consumo nei beni sono stati trattati da articoli che si trovano in questa sezione del sito di Reloop.
Nel 2018 Reloop continuerà a lavorare su progetti in corso e nuovi tesi ad influenzare i decisori politici nell’adozione di politiche a supporto di una transizione verso l’economia circolare che prevedono azioni come:
-Fornire all’Unione Europea delle linee guida utili all’implementazione di un nuovo metodo di calcolo per misurare le percentuali di riciclo in collaborazione con aziende del riciclo dei settori della carta, metallo, plastica e vetro;
-Lavorare insieme al settore del packaging riutilizzabile europeo per suscitare l’interesse dell’Europa nello sviluppo di un valido sistema di misurazione per il riuso che possa aprire la strada all’introduzione di target di riuso vincolanti per gli imballaggi al 2024;
-Continuare ad incalzare la Commissione Europea nel proseguimento dei lavori sulla strategia per la plastica con particolare riguardo a temi come l’obbligatorietà per nuovi prodotti di contenere una percentuale di plastica post consumo, la creazione di incentivi economici per scoraggiare sia il consumo che la produzione di articoli monouso in plastica e l’adozione di sistemi di deposito con cauzione.
Oltre alla nostra associazione hanno aderito a Reloop 11 nuovi membri : Plastic Soup Foundation, Intelicons Consulting & Support, WCYCLE Institute Maribor, Keep Britain Tidy, Entomo Agroindustrial, FCQQED (Front commun Quebecois pour une gestion ecologique des dechets), Marine Conservation Society, Entrust Foundation, Kiwi Bottle Drive, Zala Briviba, Envipco Holding N.V.
Ecco infine il video realizzato da Reloop anche in italiano che spiega come funziona, come si ripaga e quali sono i vantaggi dei sistemi di deposito su cauzione per l’ambiente, le comunità e l’economia del riciclo.
Packaging sostenibile e circolare: come arrivarci?
La sfida che le aziende hanno davanti è quella di adottare quelle innovazioni tecnologiche che, oltre a rispondere alle esigenze funzionali richieste dal packaging, generino un impatto sistemico positivo sotto l’aspetto sociale, ambientale ed economico.
Seconda parte di un contributo pubblicato nel volume “20 anni di gestione degli imballaggi – Cosa è stato fatto, cosa resta da fare”. La prima parte è disponibile qui.
DIFFERENZIARE IL CONTRIBUTO AMBIENTALE
Dato per scontato che sono le scelte industriali in fase di progettazione di un bene o imballaggio a determinare una sua riusabilità o riciclabilità, è evidente che la partecipazione del mondo industriale è imprescindibile. Per spingere l’industria verso l’ecodesign e un maggiore utilizzo di imballaggi riutilizzabili o ricondizionabili (sia nel settore B2B che B2C), servono però sia incentivi fiscali che obiettivi di prevenzione/riuso/riciclo obbligatori per legge come sostenuto nella prima parte di questo contributo.
Un altro piano su cui agire sempre all’interno dei possibili strumenti finanziari per l’economia circolare per spingere le aziende verso l’adozione di imballaggi eco-compatibili – e senza che si debba aspettare una legge- è quello di fare pagare alle aziende un contributo ambientale differenziato in base all’impatto ambientale dei propri imballaggi. Al momento l’unico tra i consorzi che fanno capo al Conai che ha presentato un progetto in tal senso è il Corepla il consorzio per gli imballaggi in plastica entrato in vigore a Gennaio 2018.
Il nuovo sistema sviluppato da Corepla prevede il pagamento di un Contributo Ambientale CAC differenziato sulla base dei criteri di provenienza degli imballaggi (industriale o domiciliare) e della loro maggiore o minore selezionabilità e riciclabilità.
Aggiornamento gennaio 2020: La prima versione del sistema che prevedeva tre soglie contributive differenziate per tre categorie di imballaggi (che includevano imballaggi eterogenei tra loro da facilmente a per nulla riciclabili) è stata modificata in due tempi. L’ultima versione vede quattro fasce contributive :
- La fascia A che riguarda gli imballaggi del circuito commercio&industria, con un contributo ambientale pari a 150 euro/ton.
- La B1 riguarda imballaggi come flaconi e bottiglie con una filiera di selezione e riciclo efficace e consolidata da circuito domestico, con un contributo di 208 euro/ton.
- La fascia B2, riguarda imballaggi con una filiera di selezione e riciclo in fase di consolidamento e sviluppo, sia da circuito domestico che da commercio & industria, e il relativo contributo ambientale sarà di 436 euro/ton. Rientrano in questa nuova fascia, per esempio, le borse riutilizzabili (con alcune eccezioni), gli erogatori meccanici, le etichette coprenti (sleeves) e non coprenti, gli imballaggi flessibili in PE e PP monomateriale o multistrati PE/PP (diversi da quelli di Fascia A), seminiere e cassette alimentari in EPS destinate al circuito C&I, tappi, chiusure e coperchi rigidi diversi da quelli di fascia A e alcuni contenitori rigidi in PP monopolimero o HDPE monopolimero di colore diverso dal nero.
- Infine la fascia C, quella degli imballaggi non selezionabili o riciclabili allo stato delle tecnologie attuali, vedrà il contributo aumentare sensibilmente, da 369 a 546 euro a tonnellata.
Il sistema francese di Citeo ( ex Eco Emballages) ha da tempo introdotto un sistema di bonus o malus in sede di pagamento del contributo ambientale che penalizza in modo graduale un imballaggio non facilmente riciclabile per dare tempo al produttore di rivedere la progettazione ( dal 10% di aggravio si passa al 50% e successivamente al 100% o allo stop). Al contrario sono previsti dei bonus cumulabili per azioni di miglioramento introdotte come progettazione o attività di comunicazione compiute dal produttore che promuovono il corretto conferimento e riciclo. Le nuove disposizioni per il 2020 spiegate in questo video.
Anche la Germania ha previsto l’applicazione di un contributo differenziato a seconda dell’effettiva riciclabilità dell’imballo prodotto all’interno di una legislazione che sarà operativa dal primo gennaio 2019. Al momento stanno valutando come misurare la riciclabilità con l’aiuto di standard di riferimento.
RIPENSARE GLI IMBALLAGGI PROBLEMATICI PER IL RICICLO
L’iniziativa Meno rifiuti più risorse chiede ai produttori ed utilizzatori di imballaggi di progettare secondo i criteri dell’eco design privilegiando imballaggi monomaterici invece che in materiali poliaccoppiati (plastica,carta,alluminio) con parti facilmente ed intuitivamente separabili o rimovibili e privi di accessori superflui.
Il mercato dell’imballaggio non riciclabile o che non viene riciclato è in aumento.
Alcuni esempi dal mercato del packaging flessibile sono le buste in poliaccoppiato usate per confezionare varie tipologie di prodotti freschi o secchi. Anche uno degli imballaggi di maggior successo il Tetra Pack, che ha conquistato una quota consistente del mercato delle bevande e dei prodotti derivati dal latte appartiene a questa categoria. Come ha dichiarato la multinazionale nel 2016 sono state avviate a riciclo circa 25.000 tonnellate di cartoni per bevande, che rappresentano il 26% dell’immesso al consumo.
Un altro esempio di packaging riciclabile che non viene riciclato sono tutte le bottigliette e flaconcini in PET o HDPE che hanno dimensioni inferiori ai 7cm. Un esempio sono i popolari flaconcini del reparto fresco latticini.
PET opaco e colorato 
Nonostante il PET sia tra le plastiche la più pregiata e riciclata almeno la metà delle bottiglie di bevande in PET sfugge in Italia e nel mondo ai sistemi di raccolta.
Secondo la statunitense Association of Postconsumer Plastic Recyclers (APR), in 10 anni i costi necessari per produrre riciclato in PET per il mercato sono raddoppiati a causa delle caratteristiche degli imballaggi immessi al consumo. Come ha allertato già qualche anno fa l’associazione Plastic Recyclers Europe PRE l’esigenza di trovare sbocchi post consumo per i granuli derivati da contenitori di PET in colorazioni scure o opacizzati ha portato instabilità in altri mercati presidiati da altri polimeri post consumo. In questo caso l’industria che ricicla l’HDPE – che diventa materia prima seconda per tubi, vasi e altri manufatti- rischia di entrare in crisi qualora subisca una forte concorrenza del PET colorato.
Alcuni settori dei beni di consumo, come quello del latte o dei prodotti per la casa e la cura della persona, sono passati dall’utilizzo dei contenitori in HDPE ( foto in alto) a quelli in PET colorato o opaco creando problemi e costi aggiuntivi a vari livelli della filiera dell’avvio a riciclo e del mercato post consumo. Nelle bottiglie il PET opaco viene preferito alla versione in HDPE per alcuni vantaggi di tipo economico e per le migliori performance che questi contenitori consentono durante i processi produttivi.
In Francia Eco Emballages ha in corso un progetto specifico per studiare la riciclabilità e promuovere sbocchi di riciclo per Il nodo dolente resta il fine vita visto che i pigmenti opacizzanti usati come TiO2 Biossido di titanio o il carbon black complicano prima la fase di selezione automatica e riconoscimento a raggi infrarossi, e successivamente ostacolano il riciclo. Il PET opaco non ha un mercato post consumo che assorba le quantità in entrata in quanto può essere riciclato esclusivamente in una miscela con PET colorato per la produzione di fibre sintetiche, o per produrre alcuni manufatti, ma a condizione che non superi il 15% della massa totale.
In Francia la percentuale di PET opaco (foto sotto) selezionato con il PET colorato rappresenta oltre il 12% della composizione di queste balle. I costi stimati dal piano Catalysing Action causati al sistema di riciclaggio francese dalle circa 5.000-6.000 tonnellate di contenitori in PET opaco ammontano a circa 1-2 milioni di dollari all’anno.
Attualmente in Italia i contenitori in PET opaco, con qualche eccezione, non vengono per lo più selezionati per il riciclo ma avviati direttamente con il flusso delle plastiche miste a recupero energetico perché manca un mercato di sbocco. Sulla base dei dati francesi, non essendo disponibili dati nazionali, si potrebbe ipotizzare che si tratti di circa 5.000-6.000 tonnellate annue. Ad oggi quasi tutte le marche produttrici di latte a lunga conservazione e jogurt , e delle insegne della GDO rifornite dal gruppo per le referenze a marca propria, sono passate ai contenitori in PET opaco.
Etichette Coprenti
Oltre agli additivi coloranti una sfida al riciclo per i contenitori in PET sono le etichette coprenti termoretraibili, o sleeves che rivestono le bottiglie in PET trasparente in quanto realizzate in polimeri incompatibili con il riciclo. Uno studio di APR ( Association of Plastic Recyclers) ha stimato che l’utilizzo delle etichette nei contenitori in PET incida di circa 44-88 dollari per ogni tonnellata di PET riciclato e dai 2 ai 4 centesimi per ogni 500 grammi di prodotto lavorato. In Italia Corepla ha stimato che nel 2011 siano state raccolte 5.000 tonnellate di confezioni con etichette coprenti.
L’azienda campana Erreplast è l’unica azienda italiana ad essersi dotata di un costosissimo impianto per rimuovere le sleeve a secco e tornare alle rese precedenti all’entrata di queste etichette nel mercato.
Secondo Erreplast la presenza di tali bottiglie costituisce circa tra il 5-8% (dipende dalle aree geografiche, consumi, stagionalità, ecc) del flusso delle bottiglie, con trend in crescita e, soprattutto, con un effetto “trascinamento” certamente maggiore. Le sleeve contribuiscono a determinare riduzioni dell’indice di riciclo quantificabili tra il 25-30% . Fatto cento il peso di una balla di rifiuti di imballaggi selezionati, solo il 70-75% diventa pura scaglia riciclata.
Packaging sostenibile e circolare: a quando?
La sfida che le aziende hanno davanti è quella di adottare quelle innovazioni tecnologiche che, oltre a rispondere alle esigenze funzionali richieste dal packaging, generino un impatto sistemico positivo sotto l’aspetto sociale, ambientale ed economico.
Prima parte di un intervento pubblicato nel volume “20 anni di gestione degli imballaggi – Cosa è stato fatto, cosa resta da fare”, a cura dell’Associazione Comuni Virtuosi con la collaborazione di ESPER. La seconda parte si trova qui.
A distanza di cinque anni dal lancio della campagna “Meno Rifiuti più Risorse in 10 mosse” , indirizzata al mondo della produzione e della distribuzione per sollecitare un approccio alla progettazione di beni e imballaggi in chiave sostenibile, lo scenario è sì cambiato, ma non in meglio.
La produzione di rifiuti urbani, industriali e da imballaggio è in crescita, così come quella quota del packaging dal basso valore post consumo che non può essere riciclata.
Nonostante i proclami a favore dell’ambiente in cui le aziende amano spendersi, quando si tratta di progettare un prodotto o un imballaggio la valutazione sull’impatto del fine vita rimane spesso confinata sullo sfondo.
Non è mistero che nella progettazione di un imballaggio siano gli aspetti attinenti alle varie funzionalità dell’imballaggio, insieme a considerazioni di ordine economico e di marketing, a determinarne le scelte. “Molte delle innovazioni che riguardano gli imballaggi cellulosici sono funzionali al prolungamento della shelf life dei prodotti” spiega infatti Comieco in una recente intervista.
PIU’ PACKAGING EQUIVALE A MENO CIBO SPRECATO?
Da quando il tema dello spreco alimentare ha acquisito maggiore rilevanza sui media e nell’opinione pubblica la tesi che l’industria propone con maggior forza è quella che il miglioramento della shelf life di un prodotto giustifichi lo spreco di materia e l’inquinamento provocato dallo smaltimento (evitabile) dei rifiuti da imballaggio come se fosse “un male minore”.
In realtà per poter affermare con cognizione di causa, che sia davvero impossibile progettare per uno specifico prodotto un imballaggio che possa coniugare funzionalità, l’appeal estetico e riciclabilità si dovrebbe entrare nel merito dei singoli casi.
Quando, ad esempio, i supermercati dedicano metri e metri di banco frigo a monoporzioni di frutta o verdura tagliata e sbucciata pronta all’uso, cibo pronto in vaschetta, o flaconcini di latticini vari (non riciclabili per le loro dimensioni) si sta risolvendo- o creando- un problema di spreco?
La tipologia dell’offerta, più o meno imballata, che si trova sugli scaffali della GDO ha un peso importante nell’indirizzare le scelte dei consumatori. Pertanto, se si vuole agire per ridurre lo spreco alimentare, così come del packaging, è necessario intervenire anche sulla natura dell’offerta che i cittadini trovano a scaffale rendendola più sostenibile. Un recente studio dell’ Università di Manchester ha comparato l’impatto ambientale in termini di anidride carbonica (CO2) prodotta dei sandwich venduti dalla GDO con l’impatto causato dai panini fatti in casa. Mentre l’impronta complessiva di carbonio di un panino, a seconda degli ingredienti, tra produzione della materia prima e processi produttivi vale dal 37%-67% dell’impatto complessivo vediamo come viene determinato il resto. Se il materiale impiegato per il confezionamento pesa per l’ 8.5 %, l’impatto dovuto al trasporto e alla refrigerazione nei negozi, è responsabile di ben un quarto dell’impronta di carbonio complessiva di un panino. Se lo spreco di cibo crea emissioni evitabili di gas ad effetto serra quante emissioni crea questo modello di consumo complessivamente? Non è che la cura allo spreco di cibo praticata aumentando la quantità e qualità di prodotti (spesso in monodosi e pertanto ad alto tenore di imballaggio) si rivela una medicina che non solo non cura ma peggiora il male?.
Una risposta a questa domanda è arrivata da uno studio condotto Friends of the Earth Europe e Zero Waste Europe che rileva che il consumo annuale di imballaggi in plastica è cresciuto contemporaneamente allo spreco alimentare sin dagli anni ’50 sino ad arrivare in Europa ad un consumo annuo di 30 kg di plastica e ad uno spreco di 173 kg di cibo su base pro capite. In particolare lo studio ha rilevato tra il 2004 e il 2014 un aumento del 40-50% delle confezioni di plastica, e un raddoppio dello spreco di cibo.
Un caso emblematico della difficoltà o meglio l’impossibilità di contrastare lo spreco di cibo, senza cambiare i modelli di consumo che gli stessi supermercati contribuiscono ad alimentare con l’attuale offerta, è il caso dell’insegna britannica Tesco.
Tesco che è diventata la prima catena di supermercati nel Regno Unito a pubblicare i dati sullo spreco alimentare nei suoi punti vendita ha annunciato di avere mancato l’impegno, assunto nel 2016, di non sprecare alcun alimento sicuro per il consumo umano entro la fine del 2017/18.
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) per sostenere la richiesta di risorse da parte della popolazione mondiale al 2030 avremo necessità del 40% in più di legname e fibre cellulosiche, del 40% in più di acqua , del 50% in più di cibo e del 40% in più di energia.
Seguendo anche il filo della campagna “Meno rifiuti più risorse” diventa pertanto più che mai urgente intervenire prima che il rifiuto venga generato.
La prima mossa rivolta al mondo produttivo recita infatti: disegnare i prodotti e i servizi del futuro in una visione di design sistemico (o di economia circolare) ispirata ai sistemi naturali dove nulla va sprecato. L’economia circolare è infatti un’economia rigenerativa dove i prodotti a fine vita vengono metabolizzati in un sistema biologico per tornare alla terra, oppure tecnico per essere utilizzati in nuovi cicli produttivi mantenendo il valore economico dei materiali il più a lungo possibile.
DIRETTIVE EUROPEE SUI RIFIUTI E CIRCULAR ECONOMY
L’Europa sta spingendo per avviare una transizione verso un’economia circolare che punta a ridurre il prelievo di risorse naturali, ridurre al minimo i rifiuti da smaltire attraverso modelli di produzione e di consumo che prevengano la generazione del rifiuto, prolunghino il ciclo di vita dei prodotti, promuovano il riuso e massimizzino il riciclo.
Il primo passo concreto e rilevante in questo percorso sarà l’attuazione della nuova Direttiva europea sui rifiuti e del pacchetto sull’economia circolare che sarà in fase di recepimento dal 2018.
La Commissione ha fissato specifici target di riciclo degli imballaggi, differenziati per materiale, che i paesi membri devono perseguire: entro il 2025 ogni stato dovrà riciclare almeno il 65% dei suoi rifiuti da imballaggio e, nello specifico, il 55% della plastica, il 60% del legno, il 75% dell’acciaio, dell’alluminio, del vetro e della carta. Entro il 2030, invece, il target da raggiungere dovrà essere quello del 75%, con un obiettivo del 75% per gli imballaggi in legno e dell’85% per quelli in acciaio, alluminio, vetro, carta e cartone. Per la plastica rimane il 55%. (questo dato verrà a breve aggiornato con l’uscita del documento definitivo ndr)
QUALCHE DATO SULL’AUMENTO DEGLI IMBALLAGGI
Secondo i dati del Conai la produzione di imballaggi in Italia ha avuto nel 2016 una crescita del 3,2% rispetto al 2015 e l’impiego di imballaggi è cresciuto del 4,4% .
Nel 2016 il peso degli imballaggi immessi al consumo ha raggiunto i 12,6 milioni di tonnellate con una crescita del 2,2% rispetto al 2015.
Uno studio di GEO -Green Economy Observatory- (1) dello IEFE-Università Bocconi presentato recentemente ha stimato quanti rifiuti da imballaggio potrebbero essere prodotti al 2030. Il modello utilizzato dallo studio ha quantificato in 4 milioni di tonnellate la quantità di rifiuti che sarebbe possibile evitare grazie a politiche di riduzione e innovazione tecnologica. Quest’importante riduzione viene però minimizzata da un aumento nella produzione di rifiuti – che vale più del doppio– dovuto alle modalità di consumo e stili di vita . Tra i fattori che contribuiscono all’aumento degli imballaggi c’è un crescente ricorso agli acquisti online e la riduzione della dimensione dei nuclei famigliari che favorisce un maggior consumo di cibo pronto all’uso e monoporzioni a maggiore impatto di packaging.
GOOD NEWS
Lo studio di GEO presentato nel corso del convegno La transizione a una circular economy e il futuro degli imballaggi in Italia, è portatore di una buona notizia perché il raggiungimento degli obiettivi di riciclo al 2030 posti dall’Unione Europea per il settore degli imballaggi non comporterà solamente un aumento dei quantitativi di rifiuti da gestire, e relativi costi, ma anche importanti benefici occupazionali ed ambientali.
Secondo lo studio il raggiungimento dei target al 2030 comporterà un aumento dell’occupazione diretta nel settore di circa 15.000 unità rispetto al 2015 e il risparmio di circa 18 milioni di tonnellate di CO2eq. Se monetizzato, tale risparmio ammonterebbe a circa 1 miliardo di euro di esternalità evitate.
Quale è il livello di diffusione dell’economia circolare in Italia? Indagine sul livello di adesione dell’economia circolare in Italia da parte della filiera italiana degli imballaggi commissionata da Conai e condotta dall’Osservatorio Green Economy di IEFE Bocconi e Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Presentazione.
Sacchetti: una guerra inutile di cui avremmo fatto volentieri a meno
L’Associazione Comuni Virtuosi interviene in un dibattito dai toni accesi e dalle argomentazioni confuse da parte di chi lo alimenta che vede sparire in secondo piano proprio l’ambiente, che doveva essere il beneficiario del provvedimento.
****COMUNICATO STAMPA***
La nostra associazione presidia da tempo il tema del consumo eccessivo di shopper monouso e precisamente dal 2009 quando lanciammo la storica campagna Porta la Sporta che ha coinvolto complessivamente nelle quattro edizioni della sua “Settimana Nazionale della Sporta” oltre 23 sigle della grande distribuzione.
L’approccio che abbiamo scelto, e mantenuto nel tempo nei riguardi di tutti i soggetti destinatari delle nostre proposte, sia che si trattasse della Distribuzione Organizzata che di aziende, è sempre stato di tipo propositivo e collaborativo, anche se questa scelta non ha sempre pagato.
Infatti la maggior parte delle nostre proposte rimangono ancora ora in attesa di essere recepite. Ci riferiamo nello specifico ai più recenti appelli fatti al gruppo Carlsberg e Bormioli e alla proposta effettuata alla GDO, ormai sette anni, di affiancare un’opzione riutilizzabile al sacchetto ortofrutta monouso con l’iniziativa “Mettila in rete”. In questo momento sono diventati tutti accaniti sostenitori delle retine ortofrutta ma sino a qualche giorno fa non se ne parlava ancora così diffusamente.
Quando siamo venuti a conoscenza di questo provvedimento abbiamo avuto le nostre perplessità, sia nel metodo rispetto al modo in cui si è arrivati all’approvazione di una legge senza aver consultato i soggetti portatori di interesse, che nel merito di come è stata scritta. Come associazione avremmo fornito volentieri il nostro contributo sulla base dell’esperienza e delle conoscenze anche internazionali maturate sul tema, ma non ne abbiamo avuto l’occasione. Purtroppo nel nostro paese il coinvolgimento e la partecipazione dei portatori di interesse nei processi decisionali ad interesse pubblico, e nei preliminari che sottintendono alla scrittura delle proposte di legge, non sono una prassi consolidata come in altri paesi.
Questo è un peccato perché, probabilmente, si sarebbe potuto prevenire una polemica che ha assunto i toni di una campagna elettorale, dove le persone si sono divise in tifoserie prendendo posizioni su argomenti che non conoscono e che aumentano il caos. Soprattutto c’è una grande confusione sulle normative europee alimentata anche da alcuni media e su chi detiene la responsabilità circa quanto sta accadendo tra: gli autori del provvedimento, i ministeri chiamati in causa e la grande distribuzione. In queste sterili contrapposizioni chi finisce in secondo piano e viene delegittimato è proprio l’ambiente.
Lo scorso due novembre siamo intervenuti sul tema con un appello diffuso sul nostro sito, sui social media e presso la GDO augurandoci di poter vedere da parte dei Ministeri competenti l’apertura di un tavolo di confronto aperto a tutti i portatori di interesse, propedeutico ad un’entrata in vigore del provvedimento.
Abbiamo espresso la nostra posizione che, in estrema sintesi, riteneva il provvedimento ambientalmente efficace a condizione che potesse portare ad una riduzione del consumo di sacchetti usa e getta, seppur in bioplastica compostabile, in linea con la gerarchia europea di gestione dei rifiuti che indica nella prevenzione e nel riuso l’opzione ambientalmente più efficace. Siamo invece favorevoli ad una disincentivazione economica di tutte le tipologie di sacchetti usa e getta e/o all’incentivazione degli acquisti a basso impatto di imballaggio o a zero imballaggio attraverso il riuso dei contenitori. Abbiamo espresso la nostra preoccupazione sul fatto che disincentivare economicamente un solo materiale con cui si producono i sacchetti monouso avrebbe spostato la scelta degli esercizi commerciali verso l’opzione che non deve essere battuta a scontrino al cliente. Infatti alcune insegne della GDO stanno passando ai sacchetti di carta che non sono privi di un impatto ambientale.
Continuiamo ad augurarci, nonostante il primo parere negativo espresso dal ministero della salute rispetto al riuso, che l’iniziativa di cui siamo stati precursori, e che la Coop Svizzera ha inaugurato da un paio di mesi nei suoi punti vendita con ottimi risultati, possa trovare finalmente applicazione presso la GDO, grazie ad un nuovo intervento ministeriale. Tanto più che, come chiarisce l’intervento del portavoce della Commissione Europea per l’Ambiente Enrico Brivio, la legislazione EU del 2015 mirava a ridurre il consumo di buste di plastica anche attraverso il riuso.
In occasione della comunicazione alla GDO del novembre scorso abbiamo proposto alle insegne di sviluppare con la nostra collaborazione un modello di sacchetto riutilizzabile a filiera corta che possa essere prodotto in Italia a partire da filati in poliestere o nylon post consumo prodotto da aziende italiane.
Infine abbiamo invitato la GDO ad allentare la rigidità dei loro regolamenti sull’esempio di Coop Svizzera che permette ai suoi clienti di mettere più referenze nello stesso sacchetto e a trovare delle soluzioni per permettere ai propri clienti di usare meno imballaggio in tutti i settori.
Questi sono gli argomenti sui quali ci piacerebbe discutere razionalmente con tutti i portatori di interesse e i Ministeri competenti dai quali si stanno attendendo chiarimenti in modo che il tema della prevenzione dei rifiuti da imballaggio torni ad essere l’obiettivo di questo e futuri provvedimenti a carattere ambientale. Al momento possiamo solamente rilevare che a distanza di due mesi si sono avvicinati alla nostra posizione anche coloro che sino a ieri erano impegnati nella difesa tout court del provvedimento, e questo non può che farci piacere.
Leggi anche l’aggiornamento: Sacchetti ortofrutta: una proposta alla GDO per superare l’impasse










