Il giro del mondo del deposito su cauzione per i contenitori di bevande

L’impressionante aumento del marine litter ha contribuito a riaccendere l’interesse per un ritorno del deposito su cauzione per recuperare a fine vita i contenitori di bevande. I sistemi di deposito su cauzione, ( DRS: Deposit Return System) hanno dimostrato di essere lo strumento più efficace per rendere l’economia degli imballaggi post consumo più circolare. Principalmente perché permettono di intercettare l’80-90 % degli imballaggi immessi al consumo e per l’alta qualità dei materiali raccolti da destinare al riciclo o al riutilizzo.

Oltre 130 milioni di europei vivono in paesi che hanno adottato un sistema di deposito per i contenitori di bevande. L’ultimo paese ad averlo adottato in Europa è la Lituania nel 2016. Altri stati che hanno adottato il cauzionamento sono la maggior parte delle province canadesi, 10 stati americani e due stati australiani dove però vive grande parte della popolazione australiana.

A proposito di Australia lo studio non include ancora l’ultimo paese che ha adottato il sistema nella seconda metà del 2017, e cioè lo stato del   New South Wales (NSW) – che ospita la più grande città australiana, Sydney. Maggiori dettagli a questo link.

In considerazione dell’interesse crescente verso il sistema e i suoi benefici correlati e soprattutto nell’ottica di un raggiungimento di prossimi obiettivi di riciclo vincolanti, la piattaforma Reloop e CM Consulting hanno pubblicato uno studio che offre una panoramica globale sul cauzionamento che può essere scaricato a questo link.

Questa relazione fornisce un riepilogo passibile di aggiornamento rispetto ai programmi di DRS che al momento del rilascio contava 38 paesi o regioni in tutto il mondo. Per ogni paese lo studio fornisce informazioni accurate sul funzionamento del programma, sul campo di applicazione, sugli organismi responsabili dell’esercizio del programma, sul funzionamento del sistema di rimborso e le tariffe più recenti, e molto altro ancora.

Per una consultazione veloce dello studio, mirata a specifici stati,  a questa pagina si può cliccare sulle bandiere corrispondenti.

Il video di presentazione

The effects of deposit return on municipalities (video)

 

VANTAGGI ECONOMICI PER I COMUNI

Gli ultimi studi prodotti per valutare costi e benefici del sistema hanno evidenziato tutti evidenti risparmi economici per i comuni. Una panoramica aggiornata di questi studi si può avere consultando un documento che viene costantemente aggiornato sul sito della piattaforma Reloop per la promozione degli imballaggi riutilizzabili e del vuoto a rendere di cui la nostra associazione è parte. Reloop e CM Consulting hanno inoltre prodotto una serie di schede informative per aiutare la comprensione circa alcuni dei vari aspetti del sistema di cauzionamento. Per scaricare le schede clicca qui.

La società inglese di consulenza Eunomia ha pubblicato lo studio Impacts of a Deposit Refund System on Local Authority Waste Services mirato a dare delle risposte a quegli enti locali inglesi che, avendo raggiungono alti tassi di raccolta differenziata di buona qualità, temono di perdere gli introiti che derivano dalla vendita degli imballaggi. Nei sistemi di cauzionamento i contenitori per bevande vengono infatti raccolti attraverso reverse vending machine e gestiti da un circuito a parte. Lo studio ha preso come dati di partenza i costi di raccolta e avvio a riciclo degli imballaggi sostenuti da 8 municipalità con performance di raccolta e riciclo diverse tra loro per ipotizzare costi e benefici conseguenti all’introduzione di un sistema di cauzionamento.

I risultati dello studio hanno confermato che il sistema produrrebbe risparmi economici per tutti gli otto casi studio esaminati che si aggirano dalle 68.000 alle 566.000 sterline inglesi. Le entrate dalle vendite dei materiali vengono compensate dai minori costi derivanti da meno rifiuti da gestire.

Guarda  il video realizzato da Reloop anche in italiano pubblicato che spiega come funziona il deposito su cauzione, come si finanzia, quali sono i vantaggi economici e ambientali per le comunità, i consumatori e l’indotto del riuso e del riciclo.

 

Imballaggi: fare di più con meno, in tre mosse

Ecco un vademecum da seguire nella vita di tutti i giorni per ridurre l’impatto degli imballaggi. Anche se il sistema economico è basato sul consumismo spinto e l’offerta di acquisto è impostata sul consumo “usa e getta” (nelle sue svariate e molteplici applicazioni), è possibile fare scelte di acquisto meno impattanti e ridurre il volume dei nostri rifiuti. E’ necessario però agire allo stesso tempo verso le marche dei prodotti che acquistiamo che utilizzano packaging non o difficilmente riciclabile, anche attraverso lo strumento dei social media.

Tutti i beni dal ciclo di vita breve e quindi anche gli imballaggi, di qualunque materiale essi siano realizzati, hanno un forte impatto sull’ambiente. Nonostante alcuni materiali possiedano dei requisiti che li rendono ad una prima analisi meno impattanti rispetto ad altri, c’è una variabile importante da prendere in considerazione: le dimensioni del consumo. Se il consumo di una determinata risorsa da cui si ottiene uno specifico materiale assume valori “fuori controllo” i vantaggi ambientali teorici di un materiale possono risultare ridimensionati quando non annullati. Vedi il caso dell’olio di palma che viene utilizzano come biocarburante e in mille altre applicazioni industriali tra cui nel settore alimentare e della detergenza/cosmetica.

L’origine rinnovabile/vegetale delle materie prime non è di per sé una garanzia di miglioramento della sostenibilità complessiva di un prodotto. Quando il prelievo delle risorse, spinto dall’eccessiva domanda diventa sfruttamento intensivo, converte zone naturali ricche di biodiversità in piantagioni, non tiene più conto dei tempi di rigenerazione dei sistemi naturali, la cura diventa peggio della malattia. Anche quest’anno, la data in cui avremo esaurito il nostro budget annuale di risorse, arriverà un po’ prima, come ci ricorda il Global Footprint Network con  l’Overshoot Day.

I rifiuti con l’aumento della popolazione e la crescente urbanizzazione non possono che aumentare . Di pari passo aumentano un po’ ovunque anche i rifiuti da imballaggio e l’acquisto di alimenti confezionati e piatti pronti, senza che spesso ci siano dei sistemi di gestione dei rifiuti a valle in grado di valorizzarli. Il caso di New York, dove il sindaco De Blasio non riesce a eliminare l’uso dei contenitori di cibo da asporto in polistirene EPS, è emblematico. L’industria che li produce impugna l’ordinanza perché questi contenitori sono “tecnicamente” riciclabili. Quand’anche il polistirene fosse riciclabile bisogna fare i conti con l’impatto economico, oltre che ambientale,  dell’avvio a riciclo del materiale tra costi di raccolta, selezione e riciclo. Ma soprattutto chi dovrebbe prendersene carico? La raccolta di questo polimero che avviene in Ontario ha un costo  di gestione quantificabile in circa 2000-2500 dollari per ogni tonnellata riciclata.

CHE FARE?

La comunità scientifica che studia gli effetti del cambiamento climatico e delle opzioni a disposizione per rallentarlo, concorda sul fatto che serva un profondo cambiamento negli attuali stili di vita e di consumo.  Alle stesse conclusioni sta arrivando anche larga parte dell’opinione pubblica (vedi ad esempio l’esito dell’indagine Waste Watcher per l’Italia) che comincia a rendersi conto che una modifica dei nostri comportamenti avrebbe effetti importanti nella risoluzione di emergenze ambientali: dalla produzione di rifiuti a altre forme di inquinamento che vanno di pari passo con lo sfruttamento dell’ambiente e l’aumento delle emissioni complessive di gas ad effetto serra.

Dopo il necessario cambio culturale dei cittadini la maggiore barriera che continuerebbe ad impedire un cambiamento delle scelte di consumo è però proprio l’offerta industriale, che va esattamente in direzione opposta. Un chiaro esempio sono le nuove tipologie di  imballaggi altamente ingegnerizzati e performanti rispetto ad esigenze normative, funzionali e di marketing, ma che non tengono conto del fine vita.  Pertanto il saper riconoscere quali siano gli imballaggi non riciclabili – per cercare di evitarli quando possibile- diventa un’arma di difesa da praticare.

DEMATERIALIZZARE

La dematerializzazione ovvero eliminare o minimizzare  l’imballaggio – ma anche i beni – sfruttando i servizi che essi ci possono fornire senza possederli (economia della condivisione), è la strategia piùdetergenti efficace per l’ambiente.  Tutti dobbiamo e possiamo dare un contributo attraverso le nostre scelte di consumo quotidiane anche ripensando le modalità di acquisto. Una parte consistente dei prodotti che compriamo con un imballaggio (o contenitore a perdere) potrebbe esserci fornita con un imballaggio riutilizzabile, o con ricarica, o alla spina. L’imballaggio più sostenibile è quello che non c’è. L’esempio più calzante è il cono del gelato edibile insieme al prodotto che contiene. Evitiamo coppette, contenitori, stoviglie e cannucce usa e getta di qualunque materiale essi siano fatti. Scegliamo prodotti a basso impatto di packaging come possono essere le saponette e i saponi da barba nel settore dei detergenti per la persona.
Per dematerializzare l’imballaggio usa e getta abbiamo a disposizione la strategia del riuso e quindi RI-Porta la Sporta, il sacchetto o il contenitore. Non c’è shopping che non possiamo fare servendoci di una borsa riutilizzabile da portare sempre con noi. Anche in occasione dei saldi non è il caso di prendere più buste di carta o plastica che restano semivuote. Se non abbiamo una borsa riutilizzabile con noi, cerchiamo di mettere più acquisti in un unico shopper.

RIUSARE, RIUSARE E ANCORA RIUSARE
Come abbiamo anticipato il riuso è una strategia importante che dobbiamo fare nostra al punto da ricondizionare i nostri gesti quotidiani che si sono assuefatti ad un consumo usa e getta. Dopo aver accuratamente evitato di prendere sacchetti monouso, riutilizziamo più volte quelli che non abbiamo potuto fare a meno di prendere : dal sacchetto dei grissini a quelli del verduriere.

L’opinione pubblica, poco informata su temi ambientali, tende a pensare che sprecare la carta sia “accettabile” perché tanto viene riciclata. In realtà, anche se l’impatto complessivo dell’industria della carta sull’ambiente è maggiore quando si impiega cellulosa vergine, anche il riciclo della carta ha un impatto ambientale non trascurabile. Per vederla dal lato della produzione di scarto, a fronte di un chilo di carta da riciclo prodotta, si deve fare i conti con circa 300-500 grammi di fanghi e pulper da smaltire.

Per evitare di sprecare carta preziosa si possono utilizzare sacchetti in cotone lavabili ( ad esempio per il pane), oppure in tessuto sintetico o  a rete per l’ortofrutta.
Mentre risulta complicato servirsi di contenitori riutilizzabili nei punti vendita della distribuzione organizzata, ma anche del commercio locale, le cose cambiano se si frequentano i negozi che vendono prodotti sfusi e/o alla spina.  Soprattutto per quanto riguarda il settore dei detergenti per la cura del corpo e della persona,  la vendita alla spina e in formula concentrata permette di evitare quantità importanti di contenitori di plastica usa e getta.

RICICLARE OVVERO FACILITARE IL RICICLO
Premesso che l’opzione ambientalmente preferibile è l’acquisto a zero o a minimo impatto da imballaggio,  vediamo cosa possiamo fare come cittadini per tappifavorire il riciclo degli imballaggi.  Anche se riciclare  è compito dell’industria, è importante conoscere quali sono gli imballaggi più facili da riciclare e quelli che non possono essere riciclati.

Va detto che più semplice è l’imballaggio più facile è il riciclo. Per non andare troppo sul tecnico e rischiare di confondere, invece che chiarire, suggeriamo la lettura di altri articoli presenti su questo sito come da riferimenti a fondo pagina.

Semaforo verde gli imballaggi amici del riciclo
Bottiglie in PET trasparente o leggermente colorato, lattine, bottiglie in vetro, flaconi in plastica di dimensioni superiori ai 7cm , contenitori, buste e involucri monomaterici di varie forme, costituiti cioè da un solo materiale o carta, o plastica, o alluminio, ecc
Contenitori con tappi rimovibili, esistono ancora confezioni di spezie in vetro con tappi di plastica impossibili da rimuovere al punto che parrebbero essere progettati apposta per non essere riusati e per complicare il riciclo.

Semaforo da giallo a rosso per le altre tipologie
Non sono poche le tipologie di imballaggi che complicano o rendono impossibile il riciclo per come sono stati progettati. In alcuni casi il riciclo sarebbe tecnicamene possibile ma non avviene perché non si arriva a raccoglierne le quantità necessarie per rendere un eventuale riciclo economicamente sostenibile. Tra i casi più noti che i riciclatori lamentano, ci sono le bottiglie e contenitori con etichette coprenti o sleeve che, a seconda della tecnologia presente negli impianti possono essere riciclate con costi aggiuntivi o inviate a recupero energetico con le plastiche miste che hanno un basso valore post consumo. Qualora non fosse possibile evitarli si può provare a rimuove l’etichetta  prima di conferirli nella plastica.
Anche le bottiglie in PET con colorazioni scure oppure bianche (trattate con additivi opacizzanti)  come il caso delle bottiglie usate per latticini non vengono riciclate con facilità e creano costi aggiuntivi al sistema post consumo tra selezione e riciclo. Per capire se si tratta di una bottiglia in PET o HDPE (polietilene ad alta densità) controllare il simbolo presente sulla bottiglia.

Purtroppo da sopralluoghi effettuati nei supermercati parrebbe che, ad eccezione della Parmalat, tutte le altre marche abbiano abbandonato sia il PET trasparente nei latticini freschi che l’HDPE per quelli a lunga conservazione per passare al PET opaco. 
Da difficili a impossibili da riciclare sono gli imballaggi realizzati in multimateriale o poliaccoppiati, imballaggi formati da parti in materiali diversi ( vedi il barattolo della foto) e contenitori provvisti di tappi non rimovibili. Anche i contenitori in Tetrapack da punto di vista del riciclo vantano un riciclo del 26% rispetto all’immesso al consumo con solamente due impianti esistenti in Italia in grado di trattarli. Le possibilità di scelta meno impattanti stanno nel preferire bottiglie in PET trasparente e in HDPE per i latticini a lunga conservazione. Purtroppo per le tipologie di latte vegetale non ci sono alternative ai cartoni in tetra pack.

E infine anche le dimensioni degli imballaggi contano agli effetti del riciclo: tappi, flaconcini e altri imballaggi inferiori ai 7cm finiscono in fase di selezione nello scarto e vengono termovalorizzati.  Per i flaconcini di latticini del banco frigo dei supermercati la scelta sta tra l’evitarli e/o  l’attivarsi presso le marche per chiedere che si impegnino a risolvere il problema in accordo con i riciclatori. Per quanto riguarda i tappi, se non si vuole che vengano sprecati vanno avvitati alla bottiglia oppure conferiti nelle raccolte tappi che avvengono in vari luoghi commerciali e pubblici.

 

Per saperne di più:

Meno rifiuti più risorse: le 10 mosse

Riciclo, indietro tutta?

L’imballaggio del futuro non può che essere riutilizzabile

 

Non dismettiamo i fusti di birra riutilizzabili: un appello a Carlsberg, e non solo

Per una vera economia circolare nel settore degli imballaggi industriali le aziende, anziché dismettere i sistemi riutilizzabili, dovrebbero rivedere quei sistemi non più performanti a livello di impatti ambientali complessivi alla luce delle nuove esperienze di successo attuabili con la logistica inversa. Oppure occuparsi personalmente, o assumersi la responsabilità economica, dell’organizzazione di un take back dei propri imballaggi per un ottimale riuso o riciclo. Le proposte nel dettaglio a pag.3.

Carlsberg Italia ha introdotto sul mercato qualche anno fa l’innovativo sistema di spillatura DraughtMaster™ che sostituisce i tradizionali fusti in acciaio riutilizzabili con fusti in PET.  Secondo l’azienda con il nuovo sistema la qualità della birra risulta sensibilmente migliorata poichè vengono così evitati i processi di saturazione e ossidazione del prodotto e la birra resta inalterata per oltre 31 giorni dall’apertura del fusto (rispetto ai 3/4 giorni del fusto tradizionale).

Rispetto ai benefici di ordine ambientale il sito di Carlsberg riporta “Per quanto riguarda la CO2 immessa nell’ambiente, come dimostrato dallo studio LCA (Life Cycle Assessment) elaborato da IEFE Bocconi sul sistema DraughtMasterTM – l’innovativo sistema di spillatura basato su fusti in PET che non necessitano di CO2 aggiunta per la spillatura, ma una semplice compressione ad aria – solo il 24% viene totalizzato durante la produzione. Il restante 76% è attribuibile alle altre fasi della filiera (materie prime, approvvigionamento, packaging, distribuzione, fase d’uso e fine vita) per cui l’impegno di Carlsberg Italia è quello di sensibilizzare tutti i soggetti coinvolti nell’intero ciclo di vita al fine di contribuire al suo miglioramento continuo.”

Lo studio LCA rileva inoltre che il sistema DraughtMaster™ consente una riduzione delle emissioni di Co2 del 28,43% rispetto all’utilizzo del fusto in acciaio e una riduzione dei rifiuti del 19,23%. Secondo lo studio la nuova tecnologia, se confrontata al sistema tradizionale, permette di ridurre il consumo totale di risorse del 44%, l’utilizzo totale di energia del 21%, il potenziale di acidificazione (-11%) e dei rifiuti pericolosi generati (-47%).

Il Direttore di IEFE, nonché professore associato presso l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa Fabio Iraldo  è così intervenuto durante la presentazione dell’ultimo Bilancio di Sostenibilità di Carlsberg lo scorso anno : “Quando leggete l’etichetta di un prodotto o una qualsiasi comunicazione aziendale che parla di ambiente non fatevi trarre in inganno da dichiarazioni su singoli aspetti di maggior sostenibilità ambientale. Se non c’è alla base una valutazione sull’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita del prodotto (Life Cycle Assesment, LCA) si tratta di greenwashing”.

THINK DIFFERENT: il packaging è parte integrante del prodotto e deve contribuire alla sostenibilità complessiva

Fermo restando che la valutazione complessiva dell’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita di un prodotto è importante, a nostro parere, è altrettanto importante quando si immette un prodotto nel mercato, fare i conti con lo stato attuale dell’ambiente, fortemente deteriorato e non più in grado di reggere un sistema economico che non sia rigenerativo e circolare. Siamo in un momento storico in cui non possiamo più sprecare risorse preziose e bruciare rifiuti peggiorando lo stato delle emissioni. L’industria attraverso l’ecoinnovazione e progressi tecnologici impensabili anche solamente qualche anno fa, dovrebbe poter sviluppare delle soluzioni che coniughino nella sostenibilità complessiva di un prodotto anche la sostenibilità del suo packaging.

La scelta industriale che ripropone il noto approccio di esternalizzare i costi del fine vita del packaging che ha visto decadi fa, il sistema riutilizzabile (finanziato dai produttori) riconvertirsi in un sistema a perdere, non è innovativa e non aiuterà l’economia sul lungo periodo. Il tallone d’Achille del nuovo sistema consiste nell’impatto dei fusti in PET a fine vita. Non abbiamo trovato riscontri che dimostrino che questi fusti non finiscano smaltiti come rifiuto non recuperabile. Con la conseguenza che, qualora DraughtMaster™ e sistemi equiparabili sostituissero il mercato del sistema tradizionale con fusti riutilizzabili, il fenomeno assumerebbe proporzioni per nulla trascurabili.

Non c’è economia circolare senza riuso: anche per la birra

L’industria della birra del settore artigianale indipendente, più attento alle esigenze dei propri territori, sta rivalutando il sistema del vuoto a rendere con bottiglie in vetro riutilizzabili in varie parti del mondo. Come abbiamo raccontato ci sono progetti in corso e altri che stanno per partire, e anche di un certo ordine di grandezza, come nel caso dell’Oregon, oppure ci sono birrifici che si stanno pubblicamente schierando per un’adozione del deposito su cauzione come avviene in Scozia.

Come ci ha insegnato la storia del declino dell’imballaggio riutilizzabile nei suoi diversi casi studio, il deposito su cauzione è una prerogativa importante sia nel mantenimento di un sistema di refill che in una sua introduzione ex novo (1).

SCOZIA

In Scozia sette produttori di birra tra cui marche leader del settore indipendente come Barney’s Beer, Black Isle Brewery e Williams Brothers Brewing hanno espresso sostegno ad una introduzione del deposito su cauzione che il Governo Scozzese sta valutando da almeno un paio di anni. Oltre 66 membri del Parlamento Scozzese ( la maggioranza) sono a favore di un cauzionamento “ben progettato”.

Anche se non è ancora detta l’ultima parola,  è proprio in Scozia che la Coca Cola non ha escluso la possibilità di collaborare, invece che fare opposizione come fa solitamente,  qualora si decidesse per un’adozione del cauzionamento da parte del governo.

L’associazione ambientalista APRS, Association for the Protection of Rural Scotland ha ottenuto un grande seguito con la campagna Have You Got The Bottle? che ha promosso il cauzionamento per contenitori di bevande come lattine e bottiglie di plastica e vetro.

John Mayhew, direttore di APRS, ha dichiarato: “Siamo ottimisti sul fatto che i ministri scozzesi ascoltino una richiesta che arriva da birrifici grandi e piccoli, che si sono uniti ad una coalizione sempre più partecipata di imprese, organizzazioni non governative, autorità locali e altri soggetti a sostegno di un sistema di deposito su cauzione. Il cauzionamento non si limita solamente ad innalzare la performance di riciclaggio e a ridurre drasticamente il littering, ma apporta benefici concreti a tutti i soggetti del settore delle bevande: produttori, rivenditori, bar, ecc. Considerato che il governo scozzese è impegnato nel raggiungimento di un‘economia più circolare, il deposito su cauzione è il passo successivo più ovvio nella gestione degli imballaggi.

BRASILE

In Brasile la marca Ambev ha annunciato recentemente che investirà altre risorse per l’ampliamento del proprio sistema di riutilizzo con recupero automatizzato delle bottiglie in vetro. Si tratta di un investimento di 1,5 milioni di dollari destinati all’acquisto di 500 nuove macchine per la raccolta automatizzata tramite Reverse Vending Machine (RVM) delle sue bottiglie. Le nuove RVM verranno posizionate nei principali supermercati delle più importanti città del Brasile e si aggiungeranno alle 900 già operative.

 

Il riutilizzo delle bottiglie ha rivelato Amber, oltre che vantaggi ambientali, produce minori costi di produzione che si riflettono sui prezzi applicati per questa linea a rendere che sono mediamente più bassi del 20/30%.

Ambev ha rivelato che lo scorso anno le vendite di questa linea riutilizzabile sono aumentate del 64%. Da un sondaggio effettuato sui consumatori è risultato che il 70% degli intervistati è consapevole che la birra in bottiglia riutilizzabile è l’opzione più economica e che il 21% preferisce questo tipo di bottiglia perché ne apprezza la maggiore sostenibilità.

Dopo aver rilevato da un sondaggio commissionato tra i consumatori che il 35% degli intervistati trovava problematico il trasporto delle bottiglie vuote da casa alle postazione automatiche, Ambev ha sviluppato una cassetta portabottiglie (nella foto) che si trova in vendita nelle grandi catene della GDO.

Nonostante il riutilizzo degli imballaggi sia l’opzione vincente sotto l’aspetto ambientale come diversi studi di impatto ambientale LCA hanno certificato, e anche per le bottiglie di vetro, è indispensabile per contrastare il declino dei sistemi riutilizzabili che vengano stabiliti per legge a livello Europeo degli obiettivi vincolanti di riutilizzo.(2)

Per rendere il mercato degli imballaggi in plastica più circolare una delle tre strategie del piano The New Plastics Economy : Catalysing Action è incentrata sul riuso che può diventare un’opzione economicamente interessante per almeno il 20% degli imballaggi in plastica.

Purtroppo le notizie che arrivano da un’indagine effettuata a livello europeo dall’ European Environmental Bureau (EEB), Friends of the earth Europe e Zero waste Europe per valutare se e quali proposte sosterranno del pacchetto per l’Economia Circolare, non sono per nulla incoraggianti. Le proposte in discussione – ricordano le associazioni – rientrano in tre principali direttive Ue: la Direttiva sui rifiuti, la Direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio e la Direttive sulle discariche. L’Italia è a favore di un obiettivo di riciclo del 65% (per sommo paradosso l’Italia è l’unico Paese Ue ad aver fissato al 65% l’obiettivo di raccolta differenziata senza dare obiettivi di riciclo, ndr), ma non supporterà, o non ha ancora preso posizione, rispetto a obiettivi importanti come la preparazione al riutilizzo, il riutilizzo per il 10% degli imballaggi e l’adozione target di prevenzione per i rifiuti. Come si può vedere navigando sulla mappa interattiva disponibile alla pagina dell’iniziativa condotta in Italia da Legambiente.

Mentre l’opzione del riciclo, che è solamente la terza come ordine di priorità nella gerarchia di gestione dei rifiuti viene più facilmente presa in considerazione (anche se mai abbastanza) dall’industria, la prevenzione e il riuso -azioni cardine dei modelli economici circolari-, stentano a decollare. Siccome non è possibile fare a meno di queste due strategie, imprescindibili ai fini di un disaccoppiamento tra consumo di risorse e crescita economica, se i Governi non si impegnano con urgenza a varare misure legislative e fiscali in tal senso non potrà verificarsi alcuna reale transizione verso l’economia circolare.

 

(1)Nello studio Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers prodotto dalla Piattaforma Reloop vengono infatti individuati tre strumenti legislativi che, se applicati in tandem, possono promuovere il sistema refill per le bottiglie : 1) deposito su cauzione obbligatorio; 2) applicazione di “green levies” oppure contributi ambientali  per la gestione del fine vita degli imballaggi; 3) determinazione di obiettivi di riutilizzo da perseguire per l’industria.

(2) Environmental Action Germany (Deutsche Umwelthilfe – DUH), European Association of Beverage Wholesalers (CEGROBB), Association of Small and Independent Breweries in Europe (S.I.B.) e la Piattaforma Reloop hanno promosso un appello per un rafforzamento dei sistemi di riutilizzo all’interno delle misure previste dal pacchetto economia circolare e in misura nettamente superiore a quanto avvenuto in passato.

Un programma circolare per la plastica: riciclo per almeno metà del packaging

Il nuovo piano d’azione “The New Plastics Economy: Catalysing action” ha l’ambizioso obiettivo di arrivare a riusare o riciclare il 70% degli imballaggi in plastica e a trovare, attraverso una riprogettazione radicale del packaging, soluzioni più sostenibili per il restante 30% che non può essere riciclato.

Il piano di azione identifica tre strategie di intervento basate su riprogettazione, riuso e riciclo. Mentre rimandiamo al precedente approfondimento per la strategia incentrata su riprogettazione e riuso, vediamo a grandi linee quali azioni il piano propone per arrivare a riciclare almeno il 50% del packaging in plastica (in peso) immesso al consumo.

Il piano di azione The NPE: Catalysing Action rappresenta la roadmap del programma The New Plastics Economy (NPE) sostenuto da oltre quaranta soggetti prevalentemente industriali. E’ stato lanciato un anno fa per aumentare i tassi di riciclo e introdurre nuovi modelli circolari nell’utilizzo del packaging.

La strategia dedicata al riciclo del piano analizza quali siano le principali barriere progettuali del packaging -oltre a quelle già affrontate con la strategia della riprogettazione– che impediscono un efficace riciclo dal punto di vista ambientale ed economico creando problemi durante le fasi di selezione e riciclo. In alcuni casi gli effetti negativi causati da una progettazione del packaging che non è sistemica si presentano anche nella fase post riciclo andando ad impattare il mercato degli aggregati riciclati come documenta  l’allarme lanciato qualche tempo fa al mercato da Plastic Recyclers Europe, l’associazione europea dei riciclatori. Un comunicato più recente  “PET recyclers suffer lower input qualities”  denuncia un calo nelle rese del riciclo del PET dovuto all’abbassamento della qualità per effetto della mancata applicazione dell’ecodesign.

Come andremo a vedere è la progettazione del packaging che ne determina il grado di riciclabilità attraverso le scelte che riguardano il polimero (imballaggio monomaterico o polimaterico), gli additivi, i coloranti, gli adesivi, gli inchiostri e le etichette. Sono le possibili combinazioni tra questi elementi che determinano le caratteristiche finali e l’impatto del packaging. Non è sufficiente utilizzare un polimero potenzialmente di alto valore post consumo come il PET o HDPE (polietilene ad alta densità) se poi non si seguono le linee guida per l’eco-design degli imballaggi. Ma non basta perchè nella fase di progettazione (sistemica) di un imballaggio è altrettanto importante tenere conto del sistema post consumo come  raccolta-selezione-riciclo esistente che lo accoglierà  a fine vita. Purtroppo, ad oggi, avviene esattamente l’opposto, con il risultato che anche imballaggi tecnicamente riciclabili o compostabili (ad esempio il PLA) non vengano riciclati, oppure vengano riciclati  in misura molto limitata rispetto alle quantità immesse al consumo. E’ questo anche il caso del Tetrapack che dispone di due unici impianti in tutta Italia in grado di riciclarlo e che al 2016 vede una percentuale di riciclo del 26% rispetto all’immesso al consumo. Contrariamente a quanto avviene in altri paesi, in Italia non esiste un dibattito pubblico e neanche dati e informazione accessibile su quali e quanti siano gli imballaggi “problematici” ai fini del riciclo (di qualunque materiale ) che poi finiscono per lo più termovalorizzati. In Francia l’ex Ministro all’Ambiente Ségolène Royal, sollecitata da una specifica campagna condotta da Zero Waste France,   propose di penalizzare le bottiglie del latte in PET opacizzato in fase di applicazione del contributo ambientale nel febbraio del 2017. La notizia è stata inoltre ripresa da tutti i principali media francesi. In Italia non è mai accaduto che un ministro all’ambiente entrasse nel merito di tematiche così specifiche inerenti al riciclo. Per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana su questo tema abbiamo lanciato nel 2012  l’iniziativa “in progress” Meno Rifiuti più Risorse in dieci mosse  che rimane quanto mai attuale.

Pacchetto Economia Circolare: obiettivi separati di prevenzione dei rifiuti, riciclo e riutilizzo

Pacchetto europeo per l’economia circolare: necessario stabilire obiettivi separati di riciclo, prevenzione dei rifiuti e di quote di riutilizzo -Gli organizzatori della sesta edizione della ReUse-Conference a Bruxelles lanciano un appello per un maggiore sviluppo dei sistemi di riutilizzo in Europa. Logipack Pool GmbH vince il premio “European Refillable Award”

Ecco la traduzione del Comunicato stampa congiunto del 23/3/2017 diffuso dai promotori dell’appello.

La Commissione europea sta attualmente lavorando al pacchetto per l’economia circolare per ridisegnare la politica europea sui rifiuti. Alla conferenza ReUse tenutasi il 23 marzo a Bruxelles gli organizzatori della conferenza: Environmental Action Germany (Deutsche Umwelthilfe – DUH), European Association of Beverage Wholesalers (CEGROBB), Association of Small and Independent Breweries in Europe (S.I.B.) e la Piattaforma Reloop hanno dichiarato di essere a favore di un rafforzamento dei sistemi di riutilizzo all’interno delle misure previste dal pacchetto economia circolare e in misura nettamente superiore a quanto avvenuto in passato. A tale scopo è necessario fissare degli obiettivi obbligatori per prevenire la produzione di rifiuti, promuovere imballaggi riutilizzabili e ridurre il consumo di risorse.

I sistemi di riutilizzo svolgono un ruolo particolarmente importante nell’attuazione della gerarchia europea dei rifiuti nelle sue cinque opzioni. In un ordine di priorità decrescente i rifiuti non evitabili devono essere prima riutilizzati, poi riciclati, poi recuperati (energeticamente) o smaltiti.
Il riutilizzo di imballaggi e prodotti rispetto alla produzione “usa e getta” non solo consente di risparmiare risorse, evitare sprechi e proteggere il clima, ma diventa anche un motore per la creazione di  occupazione verde.

Per il Direttore Generale di DUH Jürgen Resch è inevitabile fissare obiettivi chiari di riduzione nella produzione di rifiuti urbani come base di partenza per adottare misure efficaci per la prevenzione dei rifiuti e la promozione del riutilizzo. “ Il modo di pensare i rifiuti in Europa deve cambiare. I rifiuti non dovrebbero essere accettati come un dato di fatto inevitabile , quanto piuttosto essere attivamente evitati. Obiettivi di prevenzione dei rifiuti rafforzano misure per il riutilizzo e contribuiscono allo sviluppo di sistemi di riutilizzo. I sistemi di ricarica per bottiglie riutilizzabili e il trasporto di frutta e verdura in cassette riutilizzabili farebbero un balzo in avanti. Nella produzione di rifiuti residui (indifferenziato) dovrebbe essere fissato un tetto massimo di 150 kg annui procapite al 2025 e di 130 kg al 2030. Per i rifiuti da imballaggio, il tetto massimo deve essere di 120 kg al 2025 e 90 kg al 2030 su base procapite annua. In media, ogni cittadino europeo produce attualmente circa 260 kg di rifiuto residuo e per circa 160 kg di rifiuto da imballaggio”.

Il presidente della CEGROBB, Günther Guder, sottolinea il fatto che non ci dovrebbe essere un obiettivo aggregato per il riutilizzo e il riciclaggio, come è stato finora previsto nella bozza del pacchetto per l’economia circolare proposto dalla Commissione europea. “ un obiettivo aggregato porterebbe da una parte a meno riciclo poiché i sistemi di riutilizzo già esistenti sarebbero conteggiati ai fini del conseguimento dell’obiettivo; dall’altra parte, non si creerebbero praticamente incentivi per incrementarne la quota. Solo assegnando target separati da raggiungere per il riciclaggio e il riutilizzo ci può essere la garanzia che la gerarchia di gestione dei rifiuti venga rispettata, il riutilizzo incoraggiato e che le imprese non si concentrino esclusivamente sul riciclaggio”.

Il Direttore di Reloop Clarissa Morawski richiede quote di riutilizzo riferite a “categorie” di imballaggi come i contenitori per bevande, gli imballaggi secondari e terziari e il resto del packaging “Il Parlamento europeo si è mostrato intenzionato a fissare una quota di riutilizzo per il packaging compresa tra il 5 e il 10% e questo è un passo importante nella giusta direzione. Tuttavia, questi obiettivi non sono vincolanti. Oltre a definire obiettivi vincolanti, occorre una demarcazione ancora più chiara tra i vari sistemi di riutilizzo applicabili come ad esempio ai contenitori per bevande, agli imballaggi industriali e al packaging più comune. Per ciascuna di queste categorie dovrebbe essere previsto entro il 2025 il raggiungimento di una quota obbligatoria del 10% di imballaggi riutilizzabili rispetto a quelli immessi sul mercato, che andrebbe aumentata di un ulteriore 20% entro il 2030 rispetto allo status raggiunto nel 2018.”

Gli imballaggi riutilizzabili devono essere promossi da incentivi economici a livello europeo”- afferma Jürgen Resch– “Sino a quando sarà più conveniente per le aziende fare ciò che non è ambientalmente più corretto,  continuare con i prodotti usa e getta o l’incenerimento dei rifiuti, non vi sarà alcun incentivo a perseguire la sostenibilità nel business per la maggior parte delle aziende. Promuovere vantaggi fiscali per gli imballaggi riutilizzabili diventerebbe invece un modo per aumentare chiaramente l’attrattività economica del riutilizzo. La Commissione UE dovrebbe fornire allo scopo un chiaro indirizzo”.

Affinché i consumatori possano prendere decisioni di acquisto a favore di imballaggi più sostenibili come quelli riutilizzabili, dovrebbe esserci una chiara etichettatura su tutti i prodotti. Ciò è particolarmente necessario  per i contenitori di bevande, sia in vetro che in plastica, che possono essere sia monouso che riutilizzabili e che, nel caso di un sistema di deposito, verrebbero restituiti entrambi attraverso gli stessi canali commerciali.

L’introduzione di un sistema di deposito per gli imballaggi monouso può facilitare anche l’introduzione di un sistema di bottiglie riutilizzabili. Con la creazione di infrastrutture logistiche per la restituzione degli imballaggi monouso si mettono di fatto tali infrastrutture anche a disposizione dei sistemi riutilizzabili. Inoltre, i sistemi di deposito sono particolarmente adatti per contrastare il littering causato dalle bottiglie di plastica nell’ambiente e per consentire cicli produttivi closed-loop dei materiali. Per questi motivi, i sistemi di deposito su cauzione dovrebbero essere introdotti a livello europeo per le bottiglie di plastica monouso e le lattine per bevande.

Logipack Pool GmbH vince il premio “European Refillable Award”

Per la sesta volta le associazioni DUH, CEGROBB, S.I.B. e Reloop renderanno onore con il premio European Refillable Award agli esempi pionieristici che hanno saputo ottimizzare ed intensificare i sistemi di riuso. Il premio è stato riconosciuto quest’anno a Logipack Pool GmbH per lo sviluppo di suoi prodotti come le casse multipack a basso impatto di carbonio, i vassoi standardizzati per le bottiglie monouso, i fusti riutilizzabili per la birra che sono stati uniformati e per i sei centri di smistamento aperti in Germania che hanno notevolmente ridotto le distanze di trasporto per le bottiglie riutilizzabili. Tutte azioni che hanno permesso di conservare risorse preziose e mitigare il riscaldamento climatico. L’esempio di Logipack Pool GmbH è una storia di successo unica che dovrebbe diventare un esempio per tutta l’Europa.

 

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I birrifici più sostenibili ritornano alla bottiglia riutilizzabile

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I birrifici più sostenibili ritornano alla bottiglia riutilizzabile

Il riuso è una delle strategie più efficaci per ridurre il consumo di risorse, i rifiuti, il littering e le emissioni di Co2, anche per gli imballaggi. I produttori artigianali di birra stanno rivalutando il sistema del vuoto a rendere con il riutilizzo delle bottiglie di vetro. In Oregon così come in Bretagna ci si sta organizzando in tal senso.

The Oregon Beverage Recycling Cooperative (OBRC), che già gestisce nello stato un programma di deposito su cauzione per gli imballaggi a perdere , ha recentemente annunciato la partenza di un programma che reintroduce il sistema di refill per le bottiglie in vetro di birra. Il programma coinvolge diversi birrifici artigianali locali.
L’Oregon è stato il primo stato americano ad introdurre il deposito su cauzione per i contenitori di bevande in vetro, plastica e lattine nel lontano 1971 allo scopo di incrementare il riciclo.
A partire dal 2018 il cauzionamento interesserà tutti i contenitori per bevande eccetto i settori degli alcolici, del vino e latticini.
Con aprile 2017 il deposito di 5 cent verrà portato a 10 cent, in linea con quello del Michigan, uno degli 11 stati americani ad avere adottato un Bottle Bill. Il raddoppio del deposito è stato deciso per incrementare il tasso di intercettazione che è rimasto sotto l’80%.

Con un organico di 275 dipendenti e un budget annuale di 34 milioni di dollari, OBRC gestisce in tutto lo stato la raccolta e l’avvio al riciclo di tutti i contenitori per bevande, dal vetro, all’alluminio alla plastica. Questa posizione, come evidenziato dalla stessa cooperativa, facilita la progettazione di un programma di refill che sarà completato entro due anni. In primo luogo OBRC può infatti contare sulle relazioni con tutta la filiera della birra tra birrifici, distributori, rivenditori già da tempo consolidate.
In seconda battuta ci sono inoltre altri interlocutori e strutture che già lavorano con la cooperativa nella gestione del deposito su cauzione che possono essere coinvolte agevolmente nel programma : dal network di BottleDrop (i depositi che gestiscono stoccaggio e rimborsi dei contenitori) alla flotta di camion che opera nello stato, alle strutture che possono ospitare impianti di lavaggio.
L’industria artigianale della birra in Oregon si avvia con questo programma di riutilizzo a sostenere il Bottle Bill e a compiere un importante passo avanti nella gestione responsabile delle risorse” ha dichiarato John Andersen, presidente di OBRC. Il programma potrebbe raggiungere un numero di adesioni interessanti se si considera che le vendite di birra artigianale costituiscono in Oregon, rispetto a qualsiasi altro stato, la quota maggiore del mercato totale della birra. Per di più, oltre il 22% di tutta la birra bevuta in Oregon viene prodotta nello stato. Solamente nell’area metropolitana di Portland, si contano più di 100 birrifici.
Attualmente OBRC sta lavorando alla creazione di una rete di centri BottleDropstandalone” adatti a gestire le bottiglie riutilizzabili che sono più pesanti e robuste di quelle monouso. L’iniziativa partirà con una prima fase pilota che interesserà solamente le bottiglie più grandi e alcuni birrifici ma che arriverà a movimentare sino a due milioni di bottiglie all’anno. L’aggiornamento del 2018  sull’iniziativa è disponibile a questo link. Per l’Italia invece abbiamo la promettente iniziativa di Ichnusa, una marca di birra sarda parte del gruppo Heineken.

SERVONO OBIETTIVI DI RIUSO OBBLIGATORI PER LEGGE

I programmi di refill sono oggi una rarità negli Stati Uniti nonostante il sistema fosse ampiamente in voga nei primi decenni del XX secolo. Il Container Recycling Institute  (CRI) ha registrato il graduale declino dei sistemi di refill sin dal 1947 quando l’86% del mercato della birra e il 100% del mercato delle bibite si serviva di bottiglie riutilizzabili. Nel 1998 il mercato era già sceso al 3,3 % del mercato della birra e allo 0,4% del mercato dei soft drink. Tuttavia, come ha rilevato il CRI, ci sono misure economiche come il deposito su cauzione che permettono al sistema riutilizzabile  di competere con il consumo a perdere dei contenitori di bevande. Questa tesi viene ripresa anche da Reloop la piattaforma europea che promuove il riuso e l’economia circolare. Nello studio Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers prodotto da Reloop vengono individuati tre strumenti legislativi che, se applicati in tandem, possono promuovere il sistema refill per le bottiglie : 1) deposito su cauzione obbligatorio; 2) applicazione di “green levies” oppure contributi ambientali  per la gestione del fine vita degli imballaggi; 3) determinazione di obiettivi di riutilizzo da perseguire per l’industria.

La piattaforma Reloop insieme a Environmental Action Germany (Deutsche Umwelthilfe – DUH), all’European Association of Beverage Wholesalers (CEGROBB) e all’Association of Small and Independent Breweries in Europe (S.I.B.) hanno presentato un position paper congiunto per rafforzare il ruolo che i sistemi di riutilizzo possono giocare, anche all’interno del pacchetto per l’economia circolare. Secondo i promotori del position paper è necessario che vengano definiti degli obiettivi vincolanti di riduzione dei rifiuti che, oltre a ridurre il consumo di risorse, hanno la potenzialità di innescare misure di prevenzione come, ad esempio, il riuso anche per il packaging.  Per i promotori, inoltre, la produzione annuale procapite di rifiuti da imballaggio dovrebbe scendere a 120 kg nel 2025 e 90 kg nel 2030. Ad oggi il consumo di imballaggi si attesta su una media europea di 160 kg con l’Italia in cima alla classifica con oltre 200 Kg procapite!. Per raggiungere questi obiettivi è necessario cambiare il sistema di calcolo separando gli obiettivi di riuso da quelli di riciclo. L’attuale obiettivo aggregato non garantisce il rispetto della gerarchia europea per la gestione dei rifiuti da parte delle aziende che “saltano” le opzioni ambientalmente più sostenibili come prevenzione e riuso (ai primi posti della gerarchia)  e puntano al riciclo che viene solamente prima del recupero energetico o la discarica.

Deposito su cauzione : nel Regno Unito Coca Cola ci ripensa?

L’industria del beverage è riuscita, con l’avvento della bottiglia usa e getta, a centralizzare e ridurre i siti produttivi moltiplicando così i guadagni. Con il declino del sistema precedente del vuoto a rendere si sono verificati due eventi che ancora oggi ci affliggono: un’esplosione del littering e il trasferimento dei costi causati dal fine vita degli imballaggi sulle municipalità e i contribuenti. I sistemi di responsabilità estesa del produttore (con o senza deposito su cauzione) e un ritorno del vuoto a rendere non sono, ovviamente, visti di buon occhio dall’industria che chiaramente preferisce, per motivi meramente economici, lo stato attuale delle cose. Ora la Coca Cola comincia finalmente a mostrare qualche apertura verso il cauzionamento, come si è visto in Scozia. Ma non è sufficiente, prima del riciclo, per una reale attuazione dei principi dell’economia circolare e una drastica riduzione delle emissioni bisogna intervenire su beni e imballaggi in primis con la riprogettazione e il riuso

La Coca Cola è stata protagonista in Scozia di una vera inversione di marcia con una inaspettata dichiarazione di apertura nei confronti del deposito su cauzione che il governo scozzese vuole introdurre nel tentativo di ridurre il littering e aumentare il riciclaggio.

Un portavoce della multinazionale in occasione di un recente evento organizzato dal magazine Holyrood ha infatti dichiarato “a seguito di nostre conversazioni con esperti è emerso che i tempi sono maturi per sperimentare nuovi interventi come un deposito su cauzione ben disegnato a partire dalla Scozia dove è in corso da tempo un dibattito sul sistema”. Per accedere alle dichiarazioni originali della Coca Cola vai all’articolo di Resource Recycling “Cola offers qualified support for Container Deposit”.

Un vero dietrofront rispetto alle dichiarazioni rilasciate in occasione di una consultazione indetta da Zero Waste Scotland in cui Coca Cola sosteneva che il cauzionamento non avrebbe ridotto il littering o aumentato il riciclaggio, e che un’eventuale adozione del cauzionamento in Scozia, senza modifiche alla legislazione del Regno Unito, avrebbe potuto risultare “legalmente discutibile”.

Il deposito su cauzione rientra infatti in quelle politiche governative che la multinazionale non gradisce come è risultato da alcuni documenti interni aziendali, resi noti recentemente all’opinione pubblica che risalgono al maggio del 2016. Nell’immagine a fianco della matrice di rischio si possono vedere quali siano queste politiche e come devono essere affrontate dalla multinazionale.

Tra le politiche ambientali da combattere figurano i sistemi europei di deposito su cauzione, i sistemi “ingiusti” di responsabilità estesa del produttore EPR, legislazioni come il GPP o appalti verdi della pubblica amministrazione. Ma soprattutto alla Coca Cola non vanno giù le legislazioni a carattere vincolante come l’innalzamento dei target di riciclo o di immissione nel mercato di una quota fissa di packaging soggetta al refill rispetto alla quota di monouso.
Per Richard Lochhead, ex capo di gabinetto per gli Affari rurali, l’alimentazione e l’ambiente, che si è speso per l’introduzione del sistema durante il suo mandato conclusosi nel 2016, ha dichiarato a Holyrood di aver accolto con favore il nuovo corso la decisione di Coca Cola di sospendere l’opposizione verso il cauzionamento e che gli effetti di questa apertura del gigante del beverage si riverberanno oltre i confini scozzesi.
Zero Waste Scotland aveva effettuato uno studio nel 2015 per conto del governo scozzese per valutare la fattibilità di un sistema di deposito su cauzione applicabile a tutti i contenitori per bevande: bottiglie, lattine e brick di cartone. Lo studio ha delineato un possibile scenario sulla base di sistemi già esistenti in altri paesi come Danimarca, Svezia, Finlandia, Estonia, Norvegia, Australia, Israele, Canada e alcuni stati americani. La commissione ambiente ha costituito un gruppo con il compito di esercitare pressione sul segretario all’ambiente Roseanna Cunningham per progettare e mettere in pista un progetto pilota di cauzionamento che incontri le esigenze di tutti gli attori.

Un programma circolare per la plastica: riprogettazione e riuso

Il nuovo piano d’azione “The New Plastics Economy: Catalysing action” ha l’ambizioso obiettivo di arrivare a riusare o riciclare il 70% degli imballaggi in plastica e a trovare, attraverso una riprogettazione radicale del packaging, soluzioni più sostenibili per il restante 30% che non può essere riciclato. Il piano di azione identifica tre strategie di intervento basate su: riprogettazione, riuso e riciclo. Vediamo in questo approfondimento in cosa consistono le azioni proposte nel campo della riprogettazione e del riuso. La strategia dedicata al riciclo si trova invece a questo link.

La scomoda verità che l’industria della plastica ha preferito ignorare per decenni è che la gestione tipicamente lineare delle materie plastiche,  basata su produzione-consumo-smaltimento, si è rivelata un totale fallimento ambientale ed economico. Il consumo di plastica è aumentato di venti volte negli ultimi 50 anni e continuerà a crescere in virtù delle sue ineguagliabili proprietà funzionali associate ad un basso costo. Se non corriamo però ai ripari, impedendo con tutti i mezzi che la plastica venga dispersa nell’ambiente, rischiamo di avere al 2050 più plastica che pesce (in peso) negli oceani.
Ogni anno l’economia del packaging di plastica perde (dopo un singolo utilizzo), dagli 80 ai 120 miliardi di dollari di valore del materiale, mentre solamente il 14% degli imballaggi in plastica viene raccolto per essere riciclato a livello globale. Questi e altri numeri sono contenuti nel rapporto uscito nel 2016 dal titolo: The New Plastics Economy – Rethinking the Future of Plastics, il più corposo rapporto mai prodotto sull’economia delle materie plastiche, frutto di un lavoro collaborativo di tutti i soggetti che formano la catena del valore del comparto (produttori e trasformatori di materie plastiche e imballaggi, operatori della raccolta e riciclo, autorità e organizzazioni non governative, ecc).

Abbiamo già in precedenza parlato dei principali dati di fatto emersi dal rapporto nell’articolo dal titolo Plastica unita contro il marine litter ma anche contro le sue soluzioni e anche delle soluzioni inizialmente prospettate in un secondo approfondimento: Plastica: anche per gli imballaggi la sostenibilità non può attendere. Dal lavoro compiuto nella redazione del report è nato un progetto omonimo della durata di tre anni al quale hanno aderito oltre 40 soggetti per lo più industriali che ha prodotto a sua volta un piano di intervento dal titolo: Catalysing Action.
Il piano di azione identifica tre strategie di intervento basate su: riprogettazione, riuso e riciclo. Vediamo in questo approfondimento in cosa consistono le azioni proposte nel campo della riprogettazione e del riuso. La strategia dedicata al riciclo si trova invece a questo link.

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Le strategie, ciascuna mirata ad uno specifico segmento del mercato del packaging, prevedono una serie di possibili azioni che il piano illustra nel  dettaglio accompagnate da casi studio e stime sui vantaggi economici che ne possono conseguire. Le tre strategie sono complementari e sovrapponibili anche come soluzioni. Dalla riprogettazione del packaging e/o dei modelli distributivi si possono ottenere più soluzioni che interessano una stessa tipologia di imballaggio. Ad esempio un imballaggio originariamente non riciclabile può venire dematerializzato (detergenti contenuti in cartucce che si dissolvono in acqua, vendita alla spina), essere sostituito da una versione riutilizzabile, oppure da una riciclabile. L’aspetto innovativo di questo dettagliato piano di intervento, che lo rende unico rispetto a quanto prodotto in passato, è l’aver portato all’attenzione dell’industria la necessità di un intervento sistemico basato sulla soluzione di problemi “a monte” nella fase di progettazione.  La riprogettazione suggerita dal piano, infatti, non si limita all’imballaggio, ma investe anche, e soprattutto, la progettazione dei delivery models o modelli distributivi prima accennati. Persino il mondo aziendale più impegnato a livello di di sostenibilità ha difatti focalizzato il proprio impegno principalmente sul riciclo ,saltando le opzioni prioritarie della gerarchia europea di gestione dei rifiuti – prevenzione e riuso – che sono invece le più efficaci e determinanti ai fini di un disaccoppiamento tra crescita economica e consumo di risorse naturali e di una mitigazione del riscaldamento climatico.

L’imballaggio del futuro non può che essere riutilizzabile

Mentre i rifiuti da imballaggio continuano ad aumentare, complice un aumento dei cibi confezionati tra piatti pronti, prodotti di quarta gamma e confezioni sempre più piccole,  non appare all’orizzonte alcun piano di prevenzione che fissi obiettivi stringenti di riduzione, riuso e riciclabilità per il packaging.

Come forse non tutti sanno non esiste in Italia un sistema di leve fiscali che incentivi le aziende utilizzatrici di packaging a scegliere imballaggi facilmente riciclabili, o realizzati con materia prima seconda o, ancor meglio, riutilizzabili. Pertanto spesso accade, e non solamente in Italia,  che  siano esclusivamente le ragioni del marketing ad avere la meglio quando si tratta di progettare un nuovo imballaggio.

Tuttavia l’aggravarsi di problemi ambientali come l’inquinamento diffuso, il riscaldamento climatico e la scarsità di risorse naturali, solamente per citarne qualcuno, rende più urgente che mai l’abbandono dell’attuale sistema economico lineare a favore di un sistema economico circolare e rigenerativo. Il nostro modello produttivo e di consumo è prevalentemente basato sullo spreco dell’usa e getta se consideriamo che il 90% circa delle materie prime grezze utilizzate nei processi produttivi diventa rifiuto già in fabbrica e che l’80% dei prodotti viene buttato via entro i primi sei mesi di vita.

Il riuso dei materiali, oltre ad essere una componente essenziale delle politiche ambientali europee sull’efficienza delle risorse e del pacchetto per l’economia circolare,  è oggetto di iniziative pubbliche e di nuovi (o rivisitati) modelli di business perché offre nuove efficienze operative e scenari di crescita economica. Sono diversi gli studi usciti negli ultimi anni che hanno stimato il potenziale economico che può derivare da un’applicazione di modelli economici circolari e un impulso importante è stato dato, in particolare dagli studi pubblicati dalla Ellen McArthur Foundation in collaborazione con il McKinsey Center for Business and Environment.

Quale opzione di imballaggio può maggiormente rispondere ai criteri di circolarità se non l’imballaggio riutilizzabile? Il riutilizzo infatti allunga il ciclo di vita del packaging e garantisce un uso efficiente delle risorse visto che il consumo di materie prime viene significativamente ridotto.
Perchè non mettere quindi  a regime su larga scala, e incentivare attraverso leve fiscali, alcune delle esperienze di riutilizzo già messe in pratica da alcune aziende con ottimi risultati, e nonostante le barriere esistenti?

L’industria del packaging riutilizzabile contribuisce alla costruzione di modelli di economia circolare che spingono ad una collaborazione proficua tutti gli attori della supply chain. Attraverso il riuso vengono mantenute più a lungo nel tempo  le prestazioni e il valore economico del packaging, si riducono i costi di approvvigionamento di nuovo materiale e si evita che gli imballaggi diventino rifiuti dopo un solo utilizzo.

La piattaforma europea Reloop ha pubblicato lo studio The Business Case for Reusable Packaging che analizza alcuni casi di successo internazionali del settore B2B che può essere scaricato qui.
La diffusione dell’imballaggio riutilizzabile, in Italia, è oggi particolarmente concentrata nel settore B2B (Business to Business) tra secondari e terziari: dalla cassetta in plastica per l’ortofrutta, all’interfalda per il trasporto delle bottiglie, ai pallet.
Per quanto riguarda il settore ortofrutta il 50% delle movimentazioni di merci nel settore della Grande Distribuzione avviene in cassette di plastica riutilizzabili quando, secondo il nostro partner tecnico Eurepack (European Reusable Packaging & Reverse Logistics Consortium) si potrebbe facilmente arrivare ad una copertura del 75% interessando anche altri settori merceologici del fresco oltre all’ortofrutta. Un progetto importante per portare il sistema delle cassette ortofrutta riutilizzabili anche nei mercati rionali arrivato ad una fase di sperimentazione a Torino non è decollato per mancanza di sostegno politico e di collaborazione da parte dei produttori di ortofrutta e loro intermediari.
Qualora ci fosse la volontà politica e aziendale, l’imballaggio riutilizzabile potrebbe conquistare nuove e importanti quote di mercato anche nel settore Business to Consumer (B2C). Abbiamo recentemente raccontato del progetto berlinese Tiffin Project, che prevede l’acquisto di cibo da asporto in un contenitore a rendere e delle misure legislative che renderebbero possibile un ritorno del vuoto a rendere per latte e bevande individuate da Reloop nel documento Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers. Un progetto attivo in Svizzera denominato reCIRCLE sta rendendo più sostenibile il consumo di cibo da asporto. In due anni, più di 400 ristoranti in tutta la Svizzera stanno già utilizzando i 70.000 contenitori riutilizzabili di ReCircle. Una soluzione vincente che previene gli sprechi e fa risparmiare i ristoranti, ma anche le municipalità che devono gestire sempre maggiori quantità di rifiuti dovuti al cibo da passeggio, da asporto e agli acquisti online. Il sito spiega come funziona il sistema e Zero Waste Europe ha dedicato una pubblicazione a questo caso studio.

Persino per un settore come quello del commercio online, che poteva sembrare un contesto di difficile adozione per un sistema riutilizzabile, è attivo dal 2011 in Finlandia un progetto che ha dimostrato di poter essere implementato ovunque.

Il piano d’azione   The New Plastics Economy: Catalysing action realizzato dal  World Economic Forum e dalla Ellen MacArthur Foundation rivela che un’azione concertata da parte dell’industria potrebbe portare a riutilizzare o riciclare il 70% di tutti gli imballaggi in plastica che oggi non supera il 14%. La prima parola d’ordine del rapporto, che indica una strategia di transizione per l’industria globale delle materie plastiche mirata alle diverse tipologie di packaging, è la riprogettazione. La seconda parola d’ordine è il riuso che sarebbe proficuamente estendibile ad almeno il 20% in peso degli imballaggi sul mercato per un valore economico di circa 9 miliardi di dollari. Questo significa che un 20% degli imballaggi monouso può essere sostituita da opzioni riutilizzabili e da sistemi di erogazione basati su ricarica di prodotto, sia nel settore B2B che B2C. Le possibili applicazioni possono toccare tutti i settori dei beni di largo consumo, dall’alimentare, alla cosmetica, alla detergenza, ecc. Il primo nostro approfondimento sul piano NPE: Catalyzing Action dedicato a due delle 3 strategie: Riprogettazione e Riuso si trova qui.

REPACK L’IMBALLAGGIO RIUTILIZZABILE PER L’E-COMMERCE

Per affrontare anche in questo segmento l’aumento del packaging la start up finlandese Repack ha lanciato nel 2011 un sistema che rende possibile ricevere merce ordinata online in un imballaggio riutilizzabile. Le aziende che aderiscono al sistema sviluppano con RePack la tipologia e i formati più adatti alle merci che vendono. Al cliente che richiede un imballaggio riutilizzabile viene addebitato un piccolo importo/cauzione. Una volta che il cliente riceve l’ordine per ottenere l’accredito della cauzione deve semplicemente inserire l’imballaggio  in una buca delle lettere senza nulla pagare (vedi video). Al momento la percentuale di restituzione delle confezioni arriva al 95%.
Gli acquisti effettuati con RePack vengono incentivati con un buono sconto che può essere speso presso le oltre 35  aziende di E-commerce che hanno aderito alla piattaforma.
Gli imballaggi di RePack sono realizzati con materiale riciclato, e possono essere riusati almeno 20 volte. Uno studio LCA scaricabile dal sito ha stimato che l’impronta ecologica degli imballaggi riutilizzabili di RePack è del 50% inferiore rispetto ad equivalenti versioni monouso.  Anche in Italia dove lo shopping sulla rete è cresciuto e, a sentire l’Istat, ha conquistato un italiano su due, un sistema simile dovrebbe entrare di diritto in un piano di prevenzione rifiuti nazionale insieme all’adozione di imballaggi riutilizzabili in gran parte del comparto B2B. Misure come l’incentivazione di imballaggi riutilizzabili deve essere parte di un contesto legislativo nazionale di promozione dell’economia circolare se si vuole promuovere la nascita di nuovi modelli economici circolari e incidere sulle emergenze rifiuti di tante città, e a cominciare dalla capitale. La Banca mondiale ha stimato un aumento medio dei rifiuti prodotti a livello globale al 2050 pari al 70% .

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