Responsabilità estesa del produttore = deposito su cauzione
Clarissa Morawski di CM Consulting e Managing director delle piattaforma europea Reloop spiega in un recente articolo perchè il deposito su cauzione per i contenitori di bevande è da considerarsi un sistema efficace e conveniente per le aziende che devono assolvere al principio della Responsabilità Estesa del Produttore o EPR (1)
Se vi descrivessi un sistema di gestione del fine vita di un prodotto che ha stimolato la progettazione ecologica, creato un canale per garantire la logistica di ritorno, aumentato il tasso di riciclaggio, e tutto questo a spese del produttore, non lo definireste come un esempio di responsabilità estesa del produttore?
Più di due decenni fa, Thomas Lindhqvist, un professore svedese di Economia Ambientale* ha coniato il termine responsabilità estesa del produttore, o EPR (Extended Producer Responsability) . Gli obiettivi dell’EPR erano duplici: in primo luogo affrontare il crescente problema della produzione eccessiva di rifiuti, e in secondo luogo, stimolare una progettazione ecocompatibile dei prodotti e delle loro filiere produttive. A quel tempo, Lindhqvist aveva definito l’EPR come una strategia di protezione ambientale che rende i produttori responsabili dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti e in particolare per il ritiro a fine vita, il riciclo e lo smaltimento finale.
CASI DI SUCCESSO PER BOTTIGLIE E LATTINE
I sistemi di deposito su cauzione per imballaggi di bevande che sono stati introdotti in Svezia, Finlandia, Germania, Estonia, Lituania e Norvegia hanno raggiunto quei risultati che Lindhqvist aveva immaginato. Lo stesso vale per i sistemi di successo gestiti dai produttori di bevande in Nord America: in Quebec, Oregon e Michigan, solo per citarne alcuni. In tutti questi esempi, l’industria delle bevande si è assunta l’obbligo, ma anche il potere di poter gestire al meglio il sistema riducendone i costi.
Quale altro programma di EPR esistente per i contenitori di bevande al di fuori del cauzionamento è in grado di intercettare fonti costanti di plastica pulita per fare nuove bottiglie, di ridurre in maniera significativa l’impronta di carbonio dei contenitori e infine fornire sufficiente materiale post consumo per raggiungere gli obiettivi percentuali di materiale riciclato che deve essere contenuto nei manufatti?.
Quindi il deposito su cauzione potrebbe rappresentare un modello esemplare di EPR, giusto?
A quanto pare non lo è per tutti. Nel 2014, la Commissione europea ha pubblicato un manuale guida sull’ EPR. La prima tabella della relazione presentava una panoramica dei sistemi di EPR esistenti nel 2013 nei 28 Stati membri dell’UE per gli imballaggi e altri beni senza menzionare i sistemi di cauzionamento. Nonostante l’EPR venga definito come “qualsiasi sistema o regime istituito da uno o più produttori in applicazione al principio dell’EPR” il rapporto si limitava a indicare il cauzionamento nella categoria “altri strumenti di policy”.
Anche il programma Product Stewardship Institute (PSI) negli Stati Uniti, esclude i sistemi di deposito su cauzione nella sua mappatura dei programmi di EPR esistenti. Il gruppo ha comunque commentato sul tema, affermando “c’è un dibattito in corso sul fatto che il cauzionamento per le bottiglie sia una forma di EPR : alcuni ritengono di si altri lo vedono come un precursore delle politiche di EPR.” Che cosa vuol dire?
Un punto di vista ‘purista’
Ho sentito sostenere che, poiché l’obbligo di solito ricade sulle spalle di distributori e grossisti, il deposito su cauzione non può essere considerato un sistema di EPR. Questa asserzione riflette una convinzione “purista” che ritiene che se l’EPR non rende direttamente responsabili i produttori della gestione del fine vita, non esiste quel meccanismo che incentiva l’ecodesign dei prodotti. Anche se apparentemente l’affermazione potrebbe avere un suo senso, l’esperienza ha dimostrato invece che aziende a valle nella catena di fornitura, come i rivenditori e i distributori, hanno invece il potere di influenzare un cambiamento nel design degli imballaggi.
Un esempio è quello di Walmart il più grande retailer del mondo che ha introdotto nel 2006 la Packaging Scorecard che è il perfetto esempio della potenzialità che un’entità a valle può avere nell’ indurre un cambiamento nella sua catena di fornitura globale a monte. La Packaging Scorecard è una vera e propria scheda di valutazione, volta a classificare gli imballaggi in funzione della loro sostenibilità. I buyer di Wal-Mart sono in grado di indirizzare i propri acquisti verso fornitori che vantano punteggi migliori. Questi ultimi dispongono, a loro volta, di uno strumento d’ingresso in più che incentiva la sostenibilità.(2)
Coca-Cola offre un altro esempio che dimostra come siano i distributori ad avere in realtà maggiormente il controllo e la responsabilità della gestione del fine vita degli imballaggi dei produttori. Nel caso della Coca-Cola infatti mentre il produttore si occupa di fare lo sciroppo tutto il resto delle attività, inclusa la scelta del packaging e il confezionamento viene svolto dai distributori. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, sono i distributori che decidono in merito al packaging delle bevande alcoliche in quanto viene proibito per legge ai produttori di occuparsi delle fasi di commercializzazione.
I sistemi di cauzionamento possono avere impatti positivi sul design dei prodotti, dal momento in cui un gestore centralizzato (che opera per conto di distributori o produttori) può avere accesso a flussi di plastiche pulite che possono diventare altre bottiglie. In Germania, ad esempio, l’80 % delle bottiglie in PET raccolte attraverso il sistema di cauzionamento è utilizzato nelle applicazioni bottle-to-bottle. In Norvegia, a seguito delle elevate quantità di PET raccolto, è in costruzione un nuovo macchinario per rendere possibile realizzare bottiglie in PET con una percentuale di riciclato pari all’80% .
Lindhqvist, il padre dell’EPR, ha in realtà classificato i sistemi di deposito su cauzione come EPR dedicando un intero capitolo della sua tesi di dottorato, pubblicata nel 2000, all’esame degli alti tassi di raccolta resi possibile dal sistema. Si potrebbe addirittura sostenere che, se non fosse stato per il deposito su cauzione, Lindhqvist non sarebbe mai arrivato a sviluppare una definizione di responsabilità estesa del produttore.
Ma Lindhqvist non è il solo a classificare il cauzionamente come una forma di EPR. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha aggiornato quest’anno il proprio Manuale Guida all’EPR che fa riferimento ai sistemi di cauzionamento in 21 pagine separate. Il gruppo osserva che “L’EPR può essere volontaria o obbligatorio per legge, e … può essere implementata attraverso una varietà di strumenti, come schemi di ritiro per i prodotti o di strumenti economici (ad esempio sistemi di cauzionamento o eco tasse per sostenere i costi di smaltimento), o una combinazione di queste misure. ” La Coalizione Nazionale per il Riciclaggio (NRC) ha adottato la definizione dell’OCSE per l’EPR classificando il cauzionamento come uno strumento di implementazione per EPR.
L’autrice dell’articolo, che può essere letto nella versione originale qui ,conclude la sua argomentazione ribadendo che il cauzionamento rappresenta per le aziende la modalità più efficace e conveniente per assolvere ai loro obblighi di EPR e permettere il raggiungimento di alti tassi di riciclaggio per il loro packaging, riducendo al contempo le quantità di imballaggi disperse nell’ambiente.
Note bibliografiche
*International Institute for Industrial Environmental Economics (IIIEE) Università di Lund.
(1)Responsabilità Estesa del Produttore L’OCSE ha definito la responsabilità estesa del produttore (o EPR Extended Producer Responsibility) come una strategia di protezione ambientale dove la responsabilità del produttore è estesa anche alla fase post-consumer, ovvero all’intero ciclo di vita del prodotto rendendo così il produttore responsabile dell’intero ciclo di vita, in particolare per il ritiro, il riciclo e lo smaltimento finale. Il concetto di Epr è stato introdotto in Italia nel 1997 con il cosiddetto “decreto Ronchi“, che recependo una serie di direttive europee in materia di gestione dei rifiuti e degli imballaggi post consumo sancì, tra l’altro, proprio la nascita del sistema Conai e dei consorzi di filiera ad esso afferenti. Obiettivo: assolvere al principio dell’Epr per conto dei produttori, importatori ed utilizzatori di imballaggi in plastica, carta, vetro, acciaio, alluminio e legno.
(2) Walmart ha perfezionato questo strumento pubblicando nel 2016 The Sustainable Packaging Playbook delle linee guida sulla riciclabilità del packaging che rende la riciclabilità del packaging una condizione incentivante per i potenziali fornitori dell’insegna. Ne abbiamo parlato qui.
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Il deposito su cauzione è vantaggioso per l’ambiente e i Comuni
Il deposito su cauzione per le bevande è lo strumento più efficace e meno costoso per garantire un fine vita circolare degli imballaggi. Uno studio comparativo lo dimostra.
Mentre sempre più paesi considerano il deposito su cauzione applicato ai contenitori di bevande il mezzo più efficace per ridurre i rifiuti nell’ambiente e aumentare i tassi di riciclo, ci si interroga sempre più frequentemente, e in diversi paesi, sull’impatto che il sistema avrebbe sui Comuni che hanno in essere un programma di raccolta differenziata. Il principale argomento addotto dagli oppositori del sistema è che il cauzionamento, che riguarda la parte più pregiata degli imballaggi, danneggi economicamente i Comuni. Questo perché, a seconda del sistema in vigore nei singoli paesi, non incasserebbero i proventi che derivano dalla vendita di questa tipologia di imballaggi e/o il finanziamento che l’industria utilizzatrice di packaging eroga ai Comuni per sostenere la raccolta differenziata, in osservanza del principio della responsabilità estesa del produttore EPR.
In realtà gli studi internazionali che hanno valutato l’impatto economico di un’introduzione del deposito su cauzione, forniscono dei dati eloquenti che smentiscono questa obiezione, come vedremo, anche se la rilevanza di questo argomento non viene messa in luce con la dovuta importanza nei vari studi. Tali studi sono infatti per lo più focalizzati sulla determinazione dei costi complessivi del sistema: ovvero costo delle RVM, costo della forza lavoro necessaria nei punti vendita della distribuzione organizzata, stima del valore economico degli spazi da destinare alle macchine o come depositi, costo della struttura centrale che deve gestire il sistema e relative risorse umane necessarie, costo dei trasporti, e via dicendo.
Innanzitutto va spiegato che i contenitori di bevande soggetti al cauzionamento hanno un proprio circuito di consegna per lo automatizzato costituito da macchine di reverse vending (RVM). Queste macchine, posizionate in genere presso i supermercati, erogano per ogni imballaggio conferito, un buono corrispondente al valore del deposito su cauzione in vigore da spendere nel supermercato. Siccome i contenitori per bevande rappresentano il 40% circa degli imballaggi totali, non doverli gestire significa per i Comuni risparmiare i costi che un loro avvio a riciclo comporta tra raccolta, trattamento e smaltimento. Vanno inoltre messi in conto anche i costi smaltimento di quella quota di contenitori che non va a riciclo, ma ad incenerimento o discarica perché non intercettata dalla raccolta differenziata. E quindi quali sono i costi di pulizia del territorio per i Comuni tra svuotamento dei cestini e rimozione del littering per questi contenitori che, nei paesi dove è in vigore il cauzionamento, ben difficilmente si trovano nell’ambiente. La percentuale dei rifiuti da imballaggio ascrivibili infatti ai contenitori per bevande nel rifiuto urbano viene stimata, nella maggioranza degli studi internazionali, intorno al 35/40% in peso. Ad esempio nelle Fiandre delle 7.500 tonnellate di rifiuti conferiti nei cestini o buttati nell’ambiente, che hanno generato nel 2013 un costo di oltre 60 milioni di euro per i Comuni, il 40% era costituito da bottiglie e lattine. Guardando invece al volume, che è un’altra variabile che influenza i costi delle raccolte, le lattine e le bottiglie di plastica costituiscono il 30% del volume dei rifiuti abbandonati nei Paesi Bassi dove i contenitori di bevande in genere determinano il 50% del volume totale dei rifiuti.
Pertanto siccome la gestione dei contenitori per bevande rappresenta sia una fonte di entrate che di uscite per i Comuni è solamente un bilancio economico completo che può stabilire se il gioco vale la candela. Uno studio recente europeo che vi presentiamo solamente da queste pagine per l’Italia, offre una base scientifica per stimolare un razionale dibattito sul tema.
Prevenzione e eco-innovazione per un imballaggio circolare
La campagna Meno rifiuti più risorse partecipa alla SERR per ricordare alla aziende che prevenzione fa rima con ecoinnovazione e perché è necessario fare bene da subito (con l’ecodesign) invece che limitare i danni con interventi a posteriori
Non poteva mancare Meno Rifiuti più risorse in 10 mosse alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti -SERR quest’anno dedicata alla prevenzione e riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi. Dal 2012 l’iniziativa presidia il tema con particolare riguardo al ruolo giocato dal mondo industriale perché la prevenzione del rifiuto dipende in larga misura dalle scelte progettuali applicate ai prodotti che le aziende immettono al commercio. C’è stato, dal momento del lancio, un continuo coinvolgimento anche dei cittadini, che hanno espresso sostegno alla campagna firmando la petizione abbinata che ora viaggia verso le 4000 firme. Tra i commenti arrivati dai firmatari è prevalsa la richiesta di poter compiere scelte di acquisto più sostenibili “sotto casa”, senza dover stravolgere la propria routine. Un’offerta di prodotti e opzioni di acquisto sostenibili è una leva imprescindibile per poter passare dal dire al fare. La partecipazione alla SERR sarà l’occasione per il rilancio di una nuova fase di sensibilizzazione per le aziende utilizzatrici di packaging tramite l’invio di comunicazioni personalizzate.
L’iniziativa è quanto mai attuale perché diventa sempre più evidente che la crisi ambientale e climatica può essere affrontata solamente se industria, governi e cittadini collaboreranno, ognuno nel proprio ruolo, per cambiare il modello economico attuale che ne è la principale causa. E’ necessario fare bene da subito (con l’ecodesign) invece che ridurre il danno a posteriori.
Ecco perché la prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare i prodotti (e cicli produttivi) in un’ottica di economia circolare. Dando cioè vita a prodotti che siano efficienti nell’uso delle risorse, non diventino rifiuti dopo un solo utilizzo e che, una volta arrivati alla fine del loro ciclo di vita, le risorse che essi contengono possano essere immesse in successivi cicli economici creando ulteriore valore.
La Commissione Europea ha evidenziato i benefici economici e ambientali che posso conseguire dall’applicazione di politiche incentrate su prevenzione, ecodesign e riutilizzo quantificate in 600 miliardi di euro di risparmi netti per le imprese europee ( pari all’8% del fatturato annuo) e in una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 2-4%.
Purtroppo, nonostante dal 2012 si sia registrata nell’opinione pubblica, nei media e nel mondo aziendale un’accresciuta sensibilità ambientale, non si può dire che ci sia stato un aumento dell’offerta di prodotti e servizi sostenibili.
In coerenza con la gerarchia europea di gestione rifiuti l’iniziativa si spenderà in una nuova fase di sensibilizzazione e promozione del riutilizzo che, dopo la prevenzione del rifiuto attraverso la progettazione ecocompatibile, rappresenta la misura più efficace per ridurre drasticamente l’impatto ambientale degli imballaggi e altri beni.
“A questo proposito”- spiega Silvia Ricci responsabile campagne dell’Associazione Comuni Virtuosi – “ci avvaleremo della collaborazione di stakeholders con cui condividiamo l’obiettivo del riutilizzo, a cominciare dal consorzio EURepack , nostro nuovo partner tecnico. Sia nel settore business to consumer con gli imballaggi primari, che nel business to business dove opera EURepack per gli imballaggi secondari e terziari, è possibile convertire al riutilizzo importanti quote di imballaggi a perdere” .
Il riuso dei contenitori, come avveniva con il vuoto a rendere per il vetro, è un’importante opzione che secondo la campagna dei Comuni Virtuosi andrebbe reintrodotta perché il riuso è una componente della
prevenzione del packaging. Il riuso è necessario per controbilanciare il trend di crescita degli imballaggi dovuto a due fattori: una maggiore quantità di prodotti imballati immessi al commercio; una riduzione delle dosi e porzioni – per limitare gli sprechi alimentari- che si traduce in più imballaggio per unità di packaging.
Il deposito su cauzione come fa sapere l’Associazione sul suo sito, si sta affermando nella teoria e nella pratica come un sistema valido sotto il profilo costi/benefici. Viene a questo proposito citato uno studio recente condotto dalla piattaforma europea Reloop in cui sono stati analizzati 20 studi sull’impatto economico e la fattibilità del cauzionamento. Un caso recente, che confermerebbe le conclusioni dello studio è quello della Lituania dove i produttori hanno preferito introdurre un deposito su cauzione da loro gestito, piuttosto che pagare alle municipalità le spese di raccolta dei contenitori a fine vita, secondo il principio dell’EPR (responsabilità estesa del produttore). Affidare all’industria la gestione della raccolta degli imballaggi e la loro valorizzazione economica a fine vita potrebbe rappresentare, sempre secondo l’Associazione, la scelta vincente per ottenere un mercato degli imballaggi più circolare anche in Italia.
“Esiste una relazione tra il deposito su cauzione, il riutilizzo dei contenitori e l’economia circolare applicata alla gestione degli imballaggi” -continua Silvia Ricci- “L’introduzione del deposito su cauzione degli imballaggi monouso garantisce ritorni economici ed ambientali importanti diretti e indiretti . Rende possibile il ritorno quasi totale di materiale di qualità rispetto dell’immesso al commercio, sottrae all’ambiente e ai cestini stradali un 40% dei rifiuti totali costituiti da imballaggi di bevande, riduce le spese di gestione rifiuti dei Comuni, ma non solo. Come suggeriscono studi europei se in abbinamento al cauzionamento si applicassero dei contributi ambientali per la gestione del fine vita degli imballaggi a perdere e si stabilissero degli obiettivi di riutilizzo per l’industria del beverage, si potrebbe arrestare il declino del sistema refill e ampliare la quota di imballaggi che vengono riutilizzati più volte. Se consideriamo che i modelli di business circolari sono essenzialmente locali si aprono nuove possibilità di adozione del sistema refill dei contenitori per aziende che hanno una distribuzione diretta al consumatore finale (famiglia o esercizio commerciale che sia)”.
Anche secondo l’Osservatorio dell’Associazione sul riciclo degli imballaggi è in atto un crescente processo di ingegnerizzazione dei materiali a discapito della riciclabilità. Aumenta di fatto l’impiego di prodotti multilayer costituiti da materiali eterogenei tra loro, così come di etichette coprenti e altri accessori dell’imballo difficilmente separabili come i tappi. Per non parlare di additivi opacizzanti e coloranti, che hanno contribuito a far raddoppiare i costi di produzione del riciclato in PET rispetto a 10 anni fa. Due esempi applicati al PET portati dall’associazione, rendono l’idea del fenomeno. Il mercato richiede grandi quantità di PET trasparente per poi colorarlo. Di conseguenza si creano degli squilibri sia nell’approvvigionamento di PET trasparente riciclato (troppo poco) che nei mercati di sbocco delle plastiche riciclate con un aumento di PET riciclato colorato. Un surplus di PET colorato si riversa sul mercato del colorato e mette in crisi i produttori di granulo riciclato ricavato dai flaconi in polietilene ad alta densità HDPE. Un secondo esempio riguarda le etichette integrali o sleeve applicate ai contenitori. L’azienda campana Erreplast per tornare alle rese di 15 anni fa, prima che queste etichette invadessero il mercato, ha dovuto investire 1,5 milioni di euro in una linea per eliminarle all’inizio del ciclo. Uno studio USA ha quantificato in 2/4 centesimi di dollaro i maggiori costi di gestione per il riciclo di bottiglie con sleeves per ogni 500 grammi di prodotto lavorato.
“Un esempio di nudge (o spinta gentile) che dovrebbe essere immediatamente accolto in Italia -continua Silvia Ricci- arriva dal gigante del retail Walmart che si è impegnato per arrivare all’obiettivo zero waste per tutti i prodotti commercializzati che si estende dalla loro fase di produzione/coltivazione alla fase del fine vita. In collaborazione con l’associazione dei riciclatori americani APR ( Association of Plastic Recyclers) ha lanciato recentemente The Sustainable Packaging Playbook un documento di 20 pagine indirizzato ai suoi fornitori contenente le linee guida per l’ecodesign del packaging. La sostenibilità del packaging è uno dei parametri del Walmart Sustainability Index che ha l’adesione di oltre 3000 fornitori dell’insegna che possono così contare sul 70% del volume di acquisti totale del retailer a loro riservato“.
Leggi anche il nostro approfondimento sempre dedicato al tema.
E’ l’ecodesign che fa l’imballaggio circolare
Non poteva mancare Meno Rifiuti più risorse in 10 mosse alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti SERR quest’anno dedicata alla prevenzione e riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi. Dal 2012 la nostra campagna a lungo termine presidia il tema con particolare riguardo al ruolo giocato dalle aziende che, ben prima del momento in cui il cittadino si trova a maneggiare i rifiuti, hanno determinato con le scelte progettuali applicate ai prodotti che immettono al commercio, gran parte del loro impatto ambientale.
Anche i cittadini, resi consapevoli dalla campagna sulle problematiche, ma anche sulle soluzioni associate al consumo di imballaggi, hanno espresso un supporto all’iniziativa firmando la petizione abbinata che ora viaggia verso le 4000 firme. L’iniziativa è quanto mai attuale perché diventa sempre più evidente che la crisi ambientale e climatica può essere affrontata solamente se industria governi, e cittadini collaboreranno, ognuno nel proprio ruolo, per cambiare il modello economico attuale che ne è la principale causa. E’ necessario fare bene da subito (con l’ecodesign) invece che ridurre il danno a posteriori.
Ecco perché la prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare i prodotti (e cicli produttivi) in un’ottica di economia circolare. Dando cioè vita a prodotti che siano efficienti nell’uso delle risorse, non diventino rifiuti dopo un solo utilizzo e che, una volta arrivati alla fine del loro ciclo di vita, le risorse che contengono possano essere mantenute in successivi cicli economici creando ulteriore valore.
“Una buona progettazione dei prodotti e l’ecodesign sono i prerequisiti per assicurare una vera transizione a un’economia circolare. Questo perchè si permette così all’energia incorporata nei prodotti di rimanere efficacemente nel sistema più a lungo preservando il valore dei materiali e consentendo un’economia circolare resiliente che crea posti di lavoro locale. I prodotti che non possono essere riusati, riparati, disassemblati, ricondizionati, e a fine vita compostati o riciclati, dovrebbero essere riprogettati, oppure progressivamente eliminati dal mercato.“(1)
Le mosse seguenti, sulla base di esempi concreti, chiedono ai produttori e utilizzatori di imballaggi di eliminare “errori progettuali” incompatibili con il riciclo, che causano l’attuale spreco di materia della filiera, l’imballaggio eccessivo e il ripristino del vuoto a rendere e del deposito su cauzione. Alla GDO chiedono, tra le altre cose, l’adozione di contenitori riutilizzabili per il trasporto delle merci, la possibilità di acquistare prodotti sfusi, una maggiore presenza di prodotti sostenibili nell’assortimento e una loro conseguente promozione rispetto al resto dell’offerta a scaffale. In occasione della SERR partirà una nuova fase di promozione verso le aziende con l’invio di comunicazioni personalizzate. (LEGGI IL COMUNICATO STAMPA INVIATO AI MEDIA)
Purtroppo, nonostante dal 2012 si sia registrata nell’opinione pubblica, nei media e nel mondo aziendale un’accresciuta sensibilità ambientale, non si può dire che ci sia stato un aumento dell’offerta di prodotti e servizi sostenibili. Una delle cause risiede nella mancanza di un quadro normativo che rimuova le attuali barriere- a livello nazionale ed europeo- che impediscono l’adozione di modelli business circolari e che metta in essere, allo stesso tempo, le opportune leve fiscali per promuoverli. Tuttavia, esperienze europee come quella olandese , insegnano che si può già partire con dei progetti pilota che coinvolgano gli stakeholder più lungimiranti e motivati di una determinata filiera produttiva. Ad esempio il potenziale che è racchiuso nel Green Public Procurement è un punto di partenza importante per l’economia circolare su cui l’Olanda sta sperimentando.
RIUTILIZZO CHIAVE DI VOLTA DELL’ECONOMIA CIRCOLARE
Tornando al tema della SERR se guardiamo alle azioni prioritarie della gerarchia europea per i rifiuti, il riuso dei contenitori non è promosso e valorizzato come sarebbe necessario, sia nel settore business to consumer con gli imballaggi primari, che nel business to business tra imballaggi, primari, secondari e terziari. L’opzione “usa e getta” è, purtroppo, prevalente in quanto economicamente più conveniente per il mondo industriale. Questo perché è essenzialmente fondata sull’esternalizzazione dei costi, sia sull’ambiente che sull’utente finale, che sostiene la maggior parte del costo economico causato dal fine vita di questa opzione.
Il riuso dei contenitori, come avveniva con il vuoto a rendere per il vetro, non ha al momento grandi possibilità di venire ampliato o reintrodotto per quelle bevande che da tempo sono passate ad altri contenitori a perdere tra lattine, plastica o brick in tetrapack. Il motivo sta nella forte opposizione da parte del’industria del beverage (e delle materie prime), che si oppone persino all’introduzione del deposito su cauzione ,nonostante sia l’unico sistema che garantisca un ritorno di oltre il 90% dei contenitori. Tuttavia la dimostrazione della validità del sistema sotto il profilo costi/benefici è stato certificato da uno studio recente condotto dalla piattaforma europea Reloop in cui sono stati analizzati 20 studi usciti sull’impatto economico e la fattibilità del cauzionamento. Che ci sia del vero nelle conclusioni di questa analisi lo dimostra il recente caso della Lituania dove i produttori hanno preferito introdurre un deposito su cauzione da loro gestito, piuttosto che pagare le spese di raccolta dei contenitori a fine vita, secondo il principio dell’EPR.
L’introduzione del deposito su cauzione degli imballaggi monouso, oltre a garantire il riciclo quasi totale rispetto dell’immesso al commercio (e i benefici che ne derivano) racchiude in sè un’altra potenzialità. Il cauzionamento potrebbe creare le condizioni per un ritorno del sistema di riutilizzo delle bottiglie, che in Italia avviene ancora solamente nel settore delle acque minerali o della birra. Più alta è infatti l’adesione dei produttori e delle marche al sistema refill, è più diventa possibile raggiungere quelle economie di scala (locali) che renderebbero il riutilizzo dei contenitori economicamente sostenibile. Lo suggerisce sempre Reloop in un documento che individua tre strumenti legislativi che, applicati in tandem, possono contrastare il declino del sistema refill per le bottiglie : 1) deposito su cauzione obbligatorio; 2) applicazione di “green levies” oppure contributi ambientali per la gestione del fine vita degli imballaggi; 3) determinazione di obiettivi di riutilizzo da perseguire per l’industria.
Anche se il passaggio alla sporta riutilizzabile non è ancora avvenuto a livello massiccio, ci sono altri sacchetti usa e getta, come quelli impiegati nei comparti ortofrutta della GDO, che potremmo sostituire con delle opzioni lavabili e riutilizzabili. La nona mossa rivolta alla GDO richiama a tale proposito Mettila in rete, la nostra iniziativa che ha fornito dal 2010 alcuni spunti alla Grande Distribuzione per sviluppare delle proprie soluzioni in tal senso. La sfida di Mettila in rete, che potrebbe ridurre un consumo che vale qualche miliardo di sacchetti ortofrutta , dal momento che un ipermercato può consumarne sino ad un milione e mezzo di unità, è pertanto ancora aperta e più attuale che mai.
Anche nel settore della ristorazione si potrebbero adottare contenitori riutilizzabili, più sostenibili di quello monouso. Sia al posto delle doggy bag per il cibo avanzato al ristorante, che nelle mense scolastiche, come il lunchbox adottato nelle scuole primarie di Vicenza. Per il cibo da asporto, anche del comparto gastronomia, c’è il caso dal progetto berlinese Tiffin Project, start up finalista al premio Green Alley Award da cui prendere spunto. Nei ristoranti aperti dalla start up ci si può portare a casa piatti pronti in un contenitore di acciaio a più comparti fornito dal ristorante , da riportare senza fretta in una seconda occasione.
La diffusione dell’imballaggio riutilizzabile, in Italia, è oggi particolarmente concentrata nel settore B2B tra secondari e terziari: dalla cassetta in plastica per l’ortofrutta, all’interfalda per il trasporto delle bottiglie, ai pallet. Qualora ci fosse la volontà politica e aziendale, l’imballaggio riutilizzabile potrebbe conquistare nuove e importanti quote di mercato, se pensiamo ad esempio alle possibili applicazioni per gli acquisti online. Il pioniere del settore è Repack un servizio lanciato da una start up in Finlandia che prevede l’uso di vari formati di imballaggi riutilizzabili da 20 a 40 volte.
Per quanto riguarda il settore ortofrutta il 50% delle movimentazioni di merci nel settore della Grande Distribuzione avviene in cassette di plastica riutilizzabili quando, secondo il nostro partner tecnico EURepack si potrebbe facilmente arrivare ad una copertura del 75% interessando anche altri settori merceologici del fresco oltre all’ortofrutta. Un progetto importante di cui vi daremo presto conto si sta sviluppando a Torino per portare il sistema delle cassette ortofrutta riutilizzabili anche nei mercati rionali.
Nudge : quando è il sistema che rende virtuoso il cittadino
Chissà perché quando nel nostro paese si portano all’opinione pubblica, anche attraverso i media, esempi concreti di buone politiche sociali e ambientali che avvengono in Italia o all’estero , l’accoglienza è spesso tiepida. Poco conta che si tratti spesso di modelli vincenti anche sotto l’aspetto economico/occupazionale. C’è di fatto sempre qualcuno, dal fronte politico o industriale (o entrambi) che, sentendosi chiamato in causa per non avere all’attivo gestioni altrettanto virtuose, afferma che questi modelli non sono replicabili.
Tra le motivazioni più frequentemente portate figurano commenti come : da noi non si può fare, funziona al nord (Italia o Europa, a seconda…), gli esempi portati non sono comparabili alla nostra realtà, serve un cambio culturale, agli italiani manca il senso civico e via dicendo.
A questo punto però, o ci arrendiamo, convincendoci che siamo antropologicamente e geneticamente diversi, e più portati di altri popoli alla corruzione, al fatalismo e alla rassegnazione, oppure proviamo prima a capire quali sono i punti di intervento per cambiare lo stato delle cose come individui, comunità o aziende.
Alcuni spunti interessanti in tal senso li offre la teoria del nudge (“leggera spinta”, o “gomitata”) ai quali principi si sono ispirati governi e imprese di tutto il mondo. Tutto è cominciato con il libro “The nudge” di Richard Thaler e Cass Sunstein pubblicato del 2008 (tradotto in Italia come Nudge: la spinta gentile) che illustra quali siano le strategie, basate sulle scienze comportamentali, usate per agire sulla cosiddetta “architettura delle scelte” degli individui. Secondo la psicologia economica, infatti, siamo soggetti a una serie di errori, bias (cioè distorsioni cognitive) ed emozioni che non ci consentono di compiere sempre la decisione migliore per il nostro benessere, anche economico. Proprio per questo le applicazioni di nudge possono spingere le persone, a prendere delle decisioni “migliori” senza costrizioni ma più semplicemente cambiando la modalità di presentazione delle scelte. Lo scopo è quello di cercare di migliorare il benessere delle persone orientando le loro decisioni mantenendo la libertà di scelta. Nel loro libro, Thaler e Sunstein chiamano questo approccio Paternalismo libertario.
LA SPINTA GENTILE PER FARE LA SCELTA “GIUSTA” DI DEFAULT
Una delle sfide più critiche per una transizione verso modelli e stili di vita sostenibili è come ottenere che le persone facciano la cosa giusta. Ricerche sul comportamento dei consumatori in fase di acquisto effettuate da organizzazioni come GlobeScan o Nielsen rilevano che la maggioranza dei consumatori ha a cuore la sostenibilità e vuole fare la cosa giusta. Purtroppo, il divario esistente tra il desiderio/intenzione e il comportamento quotidiano, raramente viene colmato.
Mentre campagne o iniziative politiche si sono per lo più concentrate su come ottenere che le persone facciano la cosa giusta, il percorso più proficuo sarebbe quello di fare in modo che la scelta “giusta” da intraprendere sia quella di default e in generale la più facile.
Vecchie e nuove ricerche dell’economia comportamentale hanno infatti appurato che le persone tendono quando messi di fronte a scelte a non abbandonare lo status quo.
Qui si entra nel campo del nudge – la teoria elaborata da Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, economista il primo, giurista il secondo, autori del volume “Nudge, la spinta gentile” che nasce dall’incontro fra lo studio dell’economia e le scienze del comportamento, ovvero dalla behavioral economics, l’economia comportamentale. Gli autori promuovono un approccio che definiscono paternalismo libertario, basato cioè sulle conoscenze di economia comportamentale e quindi anche sull’irrazionalità umana per disegnare delle politiche sociali ed economiche che lasciano i singoli liberi di decidere come comportarsi ma allo stesso tempo li inducono a scegliere in modo più vantaggioso per se stessi e/o la comunità.
L’idea di Thaler e Sunstein è semplice ma geniale: per introdurre pratiche di buona cittadinanza, per aiutare le persone a scegliere il meglio per sé e per la società, occorre imparare a usare a fin di bene l’irrazionalità umana. I campi d’applicazione sono potenzialmente illimitati: dal sistema pensionistico allo smaltimento dei rifiuti, dalla lotta all’obesità al traffico, dalla donazione di organi ai mercati finanziari, non c’è praticamente settore della vita pubblica o privata che non possa trarre giovamento dal “paternalismo libertario”.
DONAZIONE DI ORGANI
In America, così come in paesi europei come Olanda, Regno Unito, Germania e Danimarca, la scelta di default non è quella di donare gli organi. Il consenso ad un espianto degli organi deve avvenire attraverso un’apposita procedura (opt-in). Il risultato è che in America si ha il 28% della popolazione donatrice di organi. Questa adesione viene confermata essere la soglia massima raggiungibile dal sistema USA se viene comparata con le percentuali di donatori riportate nella tabella seguente nei paesi prima citati. Al contrario, nei 7 paesi europei dove donare gli organi è l’opzione predefinita, il 98/99 % della popolazione acconsente alla donazione (opt-out). Questi dati rendono l’idea di come il sistema che regola le donazioni possa generare risultati opposti quando ai cittadini viene chiesto di scegliere di non aiutare gli altri a fine vita (opt-out), oppure di scegliere se farlo (opt-in).

Se si vuole quindi indurre le persone a cambiare bisogna rendere il cambiamento più facile da intraprendere rispetto allo stare fermi. Anche da ricerche che hanno studiato l’utilizzo da parte degli utenti delle opzioni di default dei dispositivi elettronici è arrivata la conferma che la maggioranza delle persone non cambia mai le opzioni di default.
Plastica: anche per gli imballaggi la sostenibilità non può attendere
In vista dell’approssimarsi della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, quest’anno dedicata alla riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi torniamo sul tema oggetto della nostra iniziativa a lungo termine Meno rifiuti più risorse in 10 mosse.
L’iniziativa si rivolge direttamente al mondo aziendale con una serie di richieste improntate all’uso sostenibile delle risorse.
In questo secondo approfondimento dedicato al rapporto The New Plastics Economy: rethinking the future of plastics -il più corposo studio mai prodotto sull’economia della plastica a livello globale- vengono richiamate le prime tre mosse della nostra iniziativa nella parte dedicata alle soluzioni. La prima parte si trova qui.
La prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare prodotti e cicli produttivi in un’ottica di economia circolare. Una progettazione circolare -o ancora meglio di design sistemico– di un prodotto prende in esame l’intero suo ciclo di vita escludendo alla fonte sprechi di risorse e altri effetti collaterali come la produzione di rifiuti e inquinamento. I modelli economici circolari mantengono il valore originale di un prodotto il più a lungo possibile all’interno di nuovi cicli economici.
Con la seconda e la terza mossa abbiamo analizzato quali modifiche sia necessario applicare al design per evitare che imballaggi, seppur realizzati in una plastica pregiata come il PET finiscano sprecati, oppure impiegati in applicazioni di minor valore come la produzione di pile (down cycling). In questo post abbiamo raccontato quali sono gli imballaggi fortemente problematici ai fini del riciclo ( in costante crescita) basandoci anche sugli allarmi lanciati dalle associazioni dei riciclatori.
Il comparto del riciclo viene messo da tempo in difficoltà da un insieme di fattori ai quali si aggiunge un aumento dei costi nei processi di riciclo dovuto ad un design che insegue le sirene del marketing e non considera il fine vita degli imballaggi. I riciclatori sono già alle prese con le difficoltà create dal basso prezzo del petrolio che rende più conveniente l’impiego di plastica vergine, e la mancanza di un mercato per le materie prime seconde. Uno studio USA ha quantificato i maggiori costi di gestione per il riciclo di bottiglie con sleeves (etichette coprenti) in un costo che varia dai 2 ai 4 centesimi di dollaro per ogni 500 grammi di prodotto lavorato. In generale, negli ultimi 10 anni, si è verificato un raddoppio dei costi di produzione per il riciclato in PET.
In questo interessante video dibattito avvenuto durante l’ultimo evento del WEF- World Economic Forum nel 2016 a Davos sul tema : Rethinking Plastics, il Ceo di Suez , Jean-Louis Chaussade si chiede perchè il mercato richieda PET trasparente per poi colorarlo e compromettere o complicare le successive fasi di riciclo. I partecipanti sono stati: Ellen MacArthur (Fondatrice dell’Ellen MacArthur Foundation), Dominic Kailash Nath Waughray e Oliver Cann (WEF), Jean-Louis Chaussade (Suez).
L’Italia che rappresenta il secondo paese europeo nella domanda di materie plastiche non è ovviamente risparmiata da questo trend. Lo testimonia il caso dell’azienda Erreplast che ha dovuto investire 1,5 milioni di euro dotandosi di una tecnologia chiamata Delabeler linea per eliminare le sleeves dalle bottiglie e tornare ai livelle di resa di 15 anni fa. Le sleeves che vengono rimosse in quanto interferiscono con il riciclaggio delle bottiglie in PET trasparente sono realizzate in PVC, PET, e polistirene. Possono invece essere riciclate con le bottiglie solamente le sleeves con le specifiche tecniche indicate dai riciclatori, ammesso che i produttori di imballaggi li consultino per tempo.
THE NEW PLASTICS ECONOMY : Rethinking the future of plastics
Un rapporto e un progetto della durata di tre anni della Ellen McArthur Foundation per l’economia circolare
Il materiale più problematico e sfidante e allo stesso tempo maggiormente utilizzato in tutte le sue varianti e possibili combinazioni con altri materiali è la plastica o meglio le plastiche.
Una gestione inefficace del fine vita delle plastiche- anche nei paesi industrializzati- unita alla disastrosa gestione dei rifiuti da parte di 5 paesi asiatici ( responsabili del 55 /65% della plastica dispersa in mare), sta minacciando gravemente mari ed oceani. Uno studio del 2014 ha stimato che, in mancanza di provvedimenti, avremo al 2025 nei mari, una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesce e più plastica che pesce al 2050. Nuovi studi si aggiungono ogni anno a confermare che tutti gli organismi marini sono vittime dell’ingestione di plastica di varia natura: dai frammenti di fibre sintetiche ingerite dalle larve di pesce ad altre tipologie di plastiche come le microsfere dei cosmetici o frammenti plastici di varie grandezze che diventano il cibo per pesci più grandi. Le ripercussioni sulla salute dell’uomo saranno inevitabili poiché la quota di plastica che entra nella catena alimentare è destinata a crescere.
Lo studio The New Plastics Economy contiene dati preoccupanti di cui vi abbiamo già raccontato in un primo approfondimento e tutta una serie di aree di intervento che andrebbero esplorate per affrontare le attuali diseconomie del settore. Nel rimandarvi al precedente approfondimento riportiamo solamente un paio di dati e numeri presenti nel rapporto.
L’attuale gestione degli imballaggi in plastica causa su base annuale un danno economico al capitale naturale che supera il valore totale dei profitti generati dal settore. Sotto il profilo economico non va meglio poiché il 95% del valore del packaging, stimabile in 60-120 miliardi di dollari, si perde dopo un singolo utilizzo.
Rifiuti: contenitori “intelligenti” per incentivare il riciclo fuori casa
Dal primo gennaio di quest’anno è stato introdotto in Vallonia l’obbligo di effettuare la raccolta differenziata nei posti di lavoro; a distanza di tre anni dal provvedimento preso dalla regione Fiamminga e ad un paio di anni dalla regione di Bruxelles.
Per aiutare le aziende in questo compito Fost Plus ,il corrispettivo del Conai in Belgio, ha sviluppato una piattaforma disponibile in tre lingue a tema raccolta differenziata denominato: La boutique de tri- The sort store- Desorteerwinkel.be.
Si tratta di una piattaforma on line che fornisce ogni tipo di informazione necessaria alle aziende per organizzare la migliore raccolta differenziata possibile, ambiente per ambiente, indicando un percorso passo a passo ricco di utili consigli.
Niente è lasciato al caso, la piattaforma fornisce informazioni sui contenitori disponibili sul mercato, su come identificarli e posizionarli al meglio, aiutando le aziende anche nella scelta di un partner logistico affidabile per la raccolta dei rifiuti differenziati.
Inoltre dalla piattaforma è possibile scaricare gratuitamente materiali di comunicazione mirati al personale, ai visitatori al personale delle pulizie, ma anche acquistare online posters, adesivi, guide per la corretta raccolta differenziata e/o un kit di partenza che contiene una campionatura di tutti i materiali di comunicazione disponibili.
Sotto l’aspetto organizzativo questa iniziativa ricorda molto da vicino la campagna di comunicazione predisposta dai vicini olandesi per accompagnare il divieto di fornitura gratuita di shopper in plastica e bioplastica entrato in vigore nel gennaio del 2016.
L’iniziativa è principalmente rivolta alle imprese, ma anche ad altre istanze per cui vale l’obbligo della raccolta differenziata tra i quali centri commerciali, ospedali, centri ricreazionali di varia natura, ecc
Più di 2.000 organizzazioni hanno richiesto e fruito della piattaforma e dei materiali di Fost Plus. Ogni anno Fors Plus raccoglie da provenienza extra domestica. circa 4.500 tonnellate di PMD un flusso che comprende bottiglie e flaconi di plastica, lattine, imballaggi metallici e cartoni per bevande raccolte in un unico contenitore. Fost Plus collabora inoltre, sempre per l’organizzazione della raccolta riferita a questo flusso, con aeroporti, campeggi, centri di ricreazione e parchi di divertimento.
LA DIFFERENZIATA DI FACCIATA
Un esempio di contenitore intelligente può essere sia il contenitore che rende più facile e intuitivo fare il conferimento giusto, come gli esempi nella foto, oppure un sistema che offre un incentivo al conferimento.
Se guardiamo a come viene gestita da qualche anno la raccolta differenziata nelle stazioni italiane, e ci soffermiamo sui contenuti dei sacchi dedicati alla differenziata, risulta evidente che bisogna ripensare totalmente il sistema, sicuramente inefficace per i grandi spazi dove transitano molte persone.
Per il conferimento di carta, plastica, lattine- e a volte vetro- troviamo generalmente nelle stazioni un modello come nella foto composto da palo centrale e 3 o 4 anelli reggisacco.
Tuttavia vuoi per la fretta, la disattenzione o la noncuranza dei viaggiatori, questi sacchi contengono un pot pourri di materiale che poi viene buttato con l’indifferenziato come spiega l’articolo di Eco dalle città.
Che fare ? La prima cosa che viene in mente sarebbe effettuare un’analisi merceologica del rifiuto e delle quantità presenti nei cestini per i diversi flussi (anche in relazione ai posizionamenti) per poi progettare un sistema tarato sugli esiti di questa indagine. Lo stesso dicasi per decisioni come: quale tipologia di cestini/contenitori adottare, quali dimensioni e quantità richiedere e come posizionare questi contenitori.
Prendiamo come esempio i rifiuti cartacei. Un tempo i viaggiatori si portavano appresso quotidiani e riviste che lasciavano sul treno o buttavano in stazione. Oggi portatili, tablet e smartphone hanno in parte sostituito il materiale cartaceo e questo dato deve essere preso in considerazione.
Una volta deciso quali materiali intercettare i contenitori vanno differenziati il più possibile tra loro in modo da prevenire azioni automatiche e distratte da parte dei viaggiatori mentre buttano. Se l’obiettivo è raccogliere carta pulita, e non fazzoletti o tovagliolini usati, il contenitore con la fessura suggerisce ai distratti il materiale da conferire. Se poi si scrivesse carta pulita il messaggio arriverebbe ancora più chiaro.
Verso un riutilizzo totale dei materiali da costruzione e demolizione
I rifiuti speciali prodotti in Italia come sottolinea l’Ispra nel suo rapporto 2016 –con dati riferiti al 2014- sono oltre quattro volte superiori a quelli urbani. Nel 2014 a fronte di circa 130,6 milioni di tonnellate di speciali (erano 124,4 nel 2013, +6,2%), suddivisi in 121,7 milioni di tonnellate di non pericolosi e 8,8 di pericolosi.
Tra il 2013 e 2014 si è registrato «un consistente aumento nella produzione totale» dei rifiuti , pari al +5%.». Ai settori dei rifiuti delle costruzioni e demolizioni C&D è imputabile la produzione del 39,7% del totale riferito ai rifiuti speciali. Si tratta di un flusso di rifiuti che comprende molti materiali: dal cemento armato ai mattoni, dai telai delle finestre ai vetri, dai cavi del circuito elettrico alle tubazioni, dalle ceramiche all’asfalto.
In Europa il settore C&D costituisce circa un terzo dei rifiuti speciali che sono stimati in 820 milioni di tonnellate. Mentre l’Italia su quasi 40 milioni di tonnellate di rifiuti inerti ha una capacità di recupero che sfiora a mala pena il 10% (dato Uepgi) ci sono paesi che hanno superato l’obiettivo europeo del 70% di riciclo al 2020 previsto dalla Direttiva 2008/98/CE. Al primo posto c’è l’Olanda che riutilizza il 90% di questi rifiuti e a seguire il Belgio e la Germania con rispettivamente l’87% e l’86,3%.
Legambiente nel suo secondo Rapporto dell’Osservatorio Recycle dello scorso giugno ribadisce che oggi non esistono più motivi tecnici, prestazionali o economici che possano essere utilizzati come scuse per non utilizzare materiali provenienti da riciclo nelle costruzioni. Le esperienze raccontate nel Rapporto descrivono cantieri e capitolati dove queste innovazioni sono già state portate avanti con successo. Per spingere questo scenario il rapporto bisogna superare le barriere tecniche e giuridiche, di informazione che ancora rallentano l’utilizzo di materiali provenienti dal recupero in Italia. Allo stesso tempo bisogna agire sui regolamenti edilizi e a livello normativo per accompagnare il raggiungimento degli obiettivi nell’uso dei materiali fino al target del 70%. Secondo i dati raccolti da Legambiente e riferiti al 2012, ci sono circa 6.000 cave attive (e 17.000 dismesse). Ferite che non vengono fatte rimarginare perché fruttano un miliardo di euro a un prezzo ambientale molto alto: 80 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6 milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti ogni anno.
REPURPOSE : un progetto olandese per favorire un upcycle dei rifiuti da C&D
Particolarmente significativo è il caso dei Paesi Bassi. L’Olanda, pur non avendo un sistema collettivo per i C&D, da trent’anni regola il settore in modo stringente grazie a una combinazione di leggi e accordi tra governo e parti sociali. È stato proibito – tutte le volte in cui è possibile il riuso, il riciclo o il recupero energetico – lo smaltimento in discarica di combustibili, rifiuti biodegradabili e rifiuti C&D. Vietato anche portare in discarica i rifiuti indifferenziati. Queste regole hanno facilitato la creazione di impianti per il recupero dei materiali che prima venivano indirizzati verso la discarica, materiali da cui ora si ricavano legno, metalli, materie plastiche, inerti. È stato così ottenuto un alto livello di riciclo per: asfalto; legno; vetro piano (esiste un sistema di raccolta); finestre in pvc (esiste un sistema di raccolta); gesso (un accordo di programma governo-industria punta a dare all’Olanda il primato nel riciclo del gesso). In questo modo l’Olanda mettendo in piedi per motivi ambientali un monitoraggio accurato del flusso di rifiuti provenienti dal settore edilizio ha scoperto di produrre 81 milioni di tonnellate da C&D e ha imparato a gestirli bene. (1)
Il settore delle costruzioni assorbe in Olanda più della metà della quantità totale dei materiali impiegati. Pertanto il nuovo obiettivo mira a ridurre drasticamente il consumo di materie prime naturali attraverso un impiego maggiormente circolare di questi materiali. Attualmente i rifiuti generati durante le operazioni di costruzione e demolizione vengono sì recuperati al 90%, come abbiamo visto, ma si tratta di applicazioni di basso livello: come sottofondazione stradale o come materiale di riempimento nelle opere di ingegneria idraulica e civile. Per dare un contributo a questo cambio di rotta è nato due anni fa Repurpose ,un progetto che fornisce consulenza sulle possibilità di riutilizzo di questi materiali a architetti, costruttori e ai loro clienti. Repurpose ha creato una rete che conta ora circa 200 imprese e che ha all’attivo oltre dieci progetti avviati. Il progetto e il suo sito sulla base di queste esperienze è in continua evoluzione.
La piattaforma on-line
Il sito rende possibile la ricerca l’acquisto e la vendita di tutti i materiali che si rendono disponibili da una demolizione e che possono essere impiegati in un progetto di costruzione pianificando le azioni prima che i lavori abbiano inizio. La piattaforma favorisce il riutilizzo in due modalità:
– compravendita di materiale che assolve alla funzione originaria nel secondo utilizzo
– compravendita di materiale che trova un diverso impiego.
Ad esempio lastre di granito utilizzate come davanzali possono servire per pavimentazioni, oppure ex porte possono diventare pareti divisorie come nel progetto raffigurato nella foto. Si tratta della ristrutturazione di un edificio vicino ad Utrecht trasformato da magazzino farmaceutico a sede di uffici e spazi in co-working per aziende e start-up.

L’obiettivo a lungo termine di Repurpose è quello di aumentare di un 5% l’indice di riutilizzo dei materiali di costruzione attuale riducendo i costi di approvvigionamento delle materie prime. L’impiego di materiali riciclati infatti non riduce solamente il consumo di materie prime ma per alcuni materiali ne riduce notevolmente il costo. Ad esempio quando una pavimentazione da esterno in porfido o pietra viene smontata e rimontata.
Anche se attualmente trovare le offerte tramite la piattaforma è facile c’è ancora molto da fare per spingere questo modello di business. C’è una certa riluttanza da parte degli acquirenti nel ricorrere al riutilizzo dei materiali quando sono in gioco appalti importanti per il maggiore rischio percepito rispetto ad approvvigionamenti convenzionali. Servirebbe pertanto per questo ed altri progetti legati ai modelli di business circolari l’introduzione di una fiscalità ecologica che sposti il carico fiscale dal lavoro al consumo delle risorse (materiali ed energetiche ) e alla produzione di emissioni climalteranti e inquinamento. Il progetto La regione metropolitana produce enormi flussi di rifiuti che non vengono valorizzati al meglio, soprattutto quando si considerano quelli industriali.
Dovendo stabilire delle priorità nell’approccio di tali flussi è naturale iniziare con i rifiuti urbani che presentano grandi volumi e potenziale per un riciclo di qualità superiore riducendo così il loro impatto negativo sull’ambiente.
Nel piano per lo sviluppo di un’economia circolare che l’Amsterdam Economic Board ha tracciato per la regione metropolitana di Amsterdam (in progress) i rifiuti da costruzione e demolizione e C&D rappresentano uno dei nove flussi di materiali che saranno oggetto di intervento. Il settore delle C&D rappresenta il 40% dei rifiuti complessivi prodotti ad Amsterdam che secondo il piano possono essere gestiti entro i confini del Comune. Applicando una gestione circolare di questo flusso si possono ottenere benefici economici complessivi pari ad 85 milioni di euro all’anno e 700 nuovi posti di lavoro nella sola Amsterdam per soggetti che hanno un basso livello di scolarizzazione. Come abbiamo raccontato per il caso di Amsterdam è evidente che è il committente (pubblico e privato) in primis a giocare un ruolo cruciale nell’intercettare questo flusso inserendo il parametro della circolarità nelle politiche di acquisto. Essenziale diventa anche la collaborazione delle autorità locali quando un’azienda edile vuole demolire con modalità circolari (per un recupero selettivo e di valore dei materiali) sia per reperire siti idonei per lo stoccaggio provvisorio dei materiali che per l’implementazione di un database digitale sul modello di Repurpose o di altro sistema che metta in contatto la domanda e l’offerta.
E’ uscita recentemente in inglese la pubblicazione Circularity in the Built Environment che vuole essere una fonte di ispirazione per architetti e designer, suggerire agli urbanisti opportunità di collaborazione e dimostrare con esempi concreti (12 casi studio) possibili applicazioni di economia circolare. Gli esempi vanno dalla progettazione alla costruzione, agli allestimenti finalizzati al riutilizzo.
(1) Tratto da; Materia Rinnovata Quanto è circolare l’economia: l’Italia alla sfida dei dati– (pag.13) scaricabile gratuitamente a questo link
Minimizzare il consumo di shopper è possibile: manca la volontà politica
Ridurre drasticamente il consumo usa e getta, e in particolare lo shopper per la spesa, è stata la “missione impossibile” della nostra prima campagna nazionale Porta la Sporta lanciata nel 2009.
Nonostante tutti gli sforzi e l’impegno esercitato attraverso la nostra campagna e soprattutto dalle centinaia di iniziative affini intentate a livello nazionale, la battaglia resta, ad oggi tutt’altro che vinta. Per vincere definitivamente questa partita, oltre alla sensibilizzazione ambientale, serve la volontà politica. Questo vale sia per l’Italia che per l’estero, come vedremo nell’aggiornamento che vi proponiamo.
IL CASO ITALIANO: UN SUCCESSO A META’
Nonostante siano scattate dal 21 agosto 2014 (data di entrata in vigore della legge n. 116/2014, di conversione del D.L. 91), le sanzioni amministrative pecuniarie previste per la commercializzazione di shoppers monouso realizzati con polimeri non conformi alla norma tecnica UNI EN 13432:2002, i sacchetti di plastica “illegali” sono tutt’altro che spariti.
Come si può rilevare a colpo d’occhio, a parte i punti vendita della Distribuzione organizzata che si sono per lo più adeguati, nel commercio di prossimità (salvo alcune eccezioni), nei mercati e aziende agricole si utilizzano quasi esclusivamente sacchetti illegali non biodegradabili e compostabili.
Una situazione abbastanza prevedibile per un paese dove le leggi ci sono ma non si rispettano (confidando in controlli da inesistenti a improbabili) oppure dove, “fatta la legge trovato l’inganno”.
Neppure le operazioni di sequestro di intere partite di sacchetti illegali avvenute negli ultimi anni sono riuscite a scoraggiare questo mercato parallelo che ha recentemente escogitato un ulteriore sotterfugio. Su alcune piazze come quella di Torino sta prendendo piede una nuova tipologia di sacchetti di plastica, per lo più colore bianco o trasparenti che in realtà sarebbero permessi solamente per uso interno. Come si può leggere su Eco dalle Città diventa così ancora più complesso aggredire il fenomeno alla radice (con sequestri presso i produttori) poichè è il consumo che se ne fa ad essere illegale, non i sacchetti…
Come anticipato riteniamo che le campagne di sensibilizzazione come SacchETICO, rilanciata recentemente da Legambiente siano importanti, ma che per centrare l’obiettivo debbano essere accompagnate da altre misure. Riteniamo che affidarsi esclusivamente alla buona volontà dei cittadini o dei negozianti, nel fare o meno la cosa giusta, sia una battaglia persa, soprattutto quando la premialità funziona al contrario. Ai rivenditori fa infatti comodo pagare gli shopper il meno possibile per poterli “regalare” ai clienti, nei quali predomina l’interesse a non pagarli.
Nel nostro piccolo abbiamo avuto modo di toccare con mano durante l’iniziativa di Sfida all’ultima sporta durata sei mesi nel 2013 che lo shopper è stato drasticamente ridotto solamente in quegli esercizi del piccolo commercio o punti vendita della distribuzione organizzata, dove lo shopper, veniva fatto pagare senza deroghe. Eloquente il caso che abbiamo potuto documentare comparando la performance di tre panetterie di uno stesso Comune che ha partecipato alla nostra competizione che avevano in essere un diverso approccio rispetto all’offerta dei sacchetti ai clienti. Nel caso A i sacchetti si pagavano, nel caso B la proprietaria faceva quotidianamente azione di sensibilizzazione, e nel caso C i sacchetti non solamente NON si pagavano ma venivano offerti per default.
Segue a pag.2
Stop allo spreco di materie prime: il piano di Amsterdam è circolare
Come una regione metropolitana può prendere in mano il suo destino riprogettando e riconvertendo, settore per settore, l’attuale gestione lineare dei materiali che crea diseconomia e problemi ambientali.
Come abbiamo raccontato in precedenti occasioni, l’Olanda è uno dei paesi dove negli ultimi anni sta avvenendo un vivace dibattito nel campo dell’economia circolare e diversi progetti pilota si stanno sviluppando. Lo scopo di questo e precedenti approfondimenti pubblicati è quello di offrire spunti progettuali operativi che possano ispirare gli amministratori delle nostre città ma soprattutto spingere il nostro governo e i ministeri competenti ad elaborare un piano di sviluppo sostenibile per il nostro paese.
Questo approfondimento è dedicato all’area metropolitana di Amsterdam AMA che sotto la guida dell’Amsterdam Economic Board ambisce a diventare entro il 2025 una delle 3 regioni più innovative d’Europa. Il Board è composto da rappresentanti del mondo aziendale, istituti di ricerca e dei Comuni dell’area metropolitana. Una delle cinque “sfide urbane” alle quali è dedicato il programma del Board al 2025 è l’Economia circolare.
Ecco a seguire la traduzione di un recente documento scritto da Jacqueline Cramer *.
La transizione verso un uso circolare delle risorse nella regione metropolitana di Amsterdam : più valore per economia, salute e ambiente
La regione metropolitana di Amsterdam possiede delle caratteristiche uniche per diventare un hub di sperimentazione circolare per prodotti e materie prime. Tra i vantaggi il miglioramento della qualità ambientale, uno stimolo importante verso l’innovazione e un rafforzamento dell’economia della regione con 4000 nuovi posti di lavoro stimabili che potrebbero diventare 8-10.000 nel 2030 .
Per rispondere a queste aspettative aziende, istituzioni governative e cittadini lavorano insieme in una modalità innovativa per applicare nuovi modelli di business adeguati alle nuove necessità del contesto.
Per l’Europa che importa da paesi extra europei il 90% del suo fabbisogno di materie prime e risorse in genere, la transizione verso un uso efficiente e circolare delle risorse è una strada obbligata e non più procrastinabile. L’economia circolare rappresenta la migliore risposta in quanto il sistema economico circolare è basato sulla riusabilità di prodotti e materie e sulla rigenerazione ( e resilienza) delle risorse naturali. Questo approccio permette di creare e mantenere il valore in ogni anello/passaggio del sistema economico eliminando gli effetti indesiderati dell’attuale sistema lineare. Se si interviene nella fase di progettazione dei beni e dei processi produttivi è possibile contrastare l’esaurimento delle risorse naturali, prevenire la produzione di rifiuti, le emissioni di gas serra e l’utilizzo di sostanze nocive. Allo stesso tempo l’economia circolare prevede una completa riconversione energetica dalle fonti fossili responsabili del cambiamento climatico verso fonti rinnovabili che siano sostenibili (1).
L’Amsterdam Economic Board ha pertanto sviluppato per la regione, all’interno del progetto “Economia Circolare” due programmi per promuovere una transizione sul piano energetico verso le rinnovabili (energietransitie) e un uso sostenibile delle materie prime (grondstoffentransitie).
Materie prime: a che punto siamo del processo di transizione?
Non si tratta di partire da zero in quanto il riutilizzo di prodotti e materiali è qualcosa che già conosciamo e pratichiamo da tempo. Il problema è che attualmente la maggior parte delle applicazioni perde in qualità dando origine a prodotti di qualità inferiore. Si potrebbe fare di meglio e di più. Impegnandoci maggiormente sul riuso dei prodotti e su un riciclo di qualità (upcycle) dei flussi di materiale, otterremo più business, occupazione, innovazione e vantaggi ambientali. Le perdite di valore dei flussi economici possono essere prevenute perseguendo sistematicamente le opzioni che si trovano ai primi posti della scaletta della circolarità.
Uno studio di TNO ha quantificato che l’applicazione di modelli circolari ad una parte del comparto industriale potrebbe generare ogni anno ulteriori benefici economici nell’ordine di grandezza di 7 miliardi di dollari all’anno nei Paesi Bassi (2) e di 380-630 miliardi di dollari nell’UE solamente per una parte dei comparti industriali (3).
* Jaqueline Cramer ex ministro del governo, professore in Innovazione Sostenibile presso l’Università di Utrecht, è anche un membro di Het Groene Brein “Cervello verde”, un panel che conta oltre cento scienziati e studiosi nel campo dello sviluppo sostenibile.








