Deposito su cauzione : nel Regno Unito Coca Cola ci ripensa?

L’industria del beverage è riuscita, con l’avvento della bottiglia usa e getta, a centralizzare e ridurre i siti produttivi moltiplicando così i guadagni. Con il declino del sistema precedente del vuoto a rendere si sono verificati due eventi che ancora oggi ci affliggono: un’esplosione del littering e il trasferimento dei costi causati dal fine vita degli imballaggi sulle municipalità e i contribuenti. I sistemi di responsabilità estesa del produttore (con o senza deposito su cauzione) e un ritorno del vuoto a rendere non sono, ovviamente, visti di buon occhio dall’industria che chiaramente preferisce, per motivi meramente economici, lo stato attuale delle cose. Ora la Coca Cola comincia finalmente a mostrare qualche apertura verso il cauzionamento, come si è visto in Scozia. Ma non è sufficiente, prima del riciclo, per una reale attuazione dei principi dell’economia circolare e una drastica riduzione delle emissioni bisogna intervenire su beni e imballaggi in primis con la riprogettazione e il riuso

La Coca Cola è stata protagonista in Scozia di una vera inversione di marcia con una inaspettata dichiarazione di apertura nei confronti del deposito su cauzione che il governo scozzese vuole introdurre nel tentativo di ridurre il littering e aumentare il riciclaggio.

Un portavoce della multinazionale in occasione di un recente evento organizzato dal magazine Holyrood ha infatti dichiarato “a seguito di nostre conversazioni con esperti è emerso che i tempi sono maturi per sperimentare nuovi interventi come un deposito su cauzione ben disegnato a partire dalla Scozia dove è in corso da tempo un dibattito sul sistema”. Per accedere alle dichiarazioni originali della Coca Cola vai all’articolo di Resource Recycling “Cola offers qualified support for Container Deposit”.

Un vero dietrofront rispetto alle dichiarazioni rilasciate in occasione di una consultazione indetta da Zero Waste Scotland in cui Coca Cola sosteneva che il cauzionamento non avrebbe ridotto il littering o aumentato il riciclaggio, e che un’eventuale adozione del cauzionamento in Scozia, senza modifiche alla legislazione del Regno Unito, avrebbe potuto risultare “legalmente discutibile”.

Il deposito su cauzione rientra infatti in quelle politiche governative che la multinazionale non gradisce come è risultato da alcuni documenti interni aziendali, resi noti recentemente all’opinione pubblica che risalgono al maggio del 2016. Nell’immagine a fianco della matrice di rischio si possono vedere quali siano queste politiche e come devono essere affrontate dalla multinazionale.

Tra le politiche ambientali da combattere figurano i sistemi europei di deposito su cauzione, i sistemi “ingiusti” di responsabilità estesa del produttore EPR, legislazioni come il GPP o appalti verdi della pubblica amministrazione. Ma soprattutto alla Coca Cola non vanno giù le legislazioni a carattere vincolante come l’innalzamento dei target di riciclo o di immissione nel mercato di una quota fissa di packaging soggetta al refill rispetto alla quota di monouso.
Per Richard Lochhead, ex capo di gabinetto per gli Affari rurali, l’alimentazione e l’ambiente, che si è speso per l’introduzione del sistema durante il suo mandato conclusosi nel 2016, ha dichiarato a Holyrood di aver accolto con favore il nuovo corso la decisione di Coca Cola di sospendere l’opposizione verso il cauzionamento e che gli effetti di questa apertura del gigante del beverage si riverberanno oltre i confini scozzesi.
Zero Waste Scotland aveva effettuato uno studio nel 2015 per conto del governo scozzese per valutare la fattibilità di un sistema di deposito su cauzione applicabile a tutti i contenitori per bevande: bottiglie, lattine e brick di cartone. Lo studio ha delineato un possibile scenario sulla base di sistemi già esistenti in altri paesi come Danimarca, Svezia, Finlandia, Estonia, Norvegia, Australia, Israele, Canada e alcuni stati americani. La commissione ambiente ha costituito un gruppo con il compito di esercitare pressione sul segretario all’ambiente Roseanna Cunningham per progettare e mettere in pista un progetto pilota di cauzionamento che incontri le esigenze di tutti gli attori.

Un programma circolare per la plastica: riprogettazione e riuso

Il nuovo piano d’azione “The New Plastics Economy: Catalysing action” ha l’ambizioso obiettivo di arrivare a riusare o riciclare il 70% degli imballaggi in plastica e a trovare, attraverso una riprogettazione radicale del packaging, soluzioni più sostenibili per il restante 30% che non può essere riciclato. Il piano di azione identifica tre strategie di intervento basate su: riprogettazione, riuso e riciclo. Vediamo in questo approfondimento in cosa consistono le azioni proposte nel campo della riprogettazione e del riuso. La strategia dedicata al riciclo si trova invece a questo link.

La scomoda verità che l’industria della plastica ha preferito ignorare per decenni è che la gestione tipicamente lineare delle materie plastiche,  basata su produzione-consumo-smaltimento, si è rivelata un totale fallimento ambientale ed economico. Il consumo di plastica è aumentato di venti volte negli ultimi 50 anni e continuerà a crescere in virtù delle sue ineguagliabili proprietà funzionali associate ad un basso costo. Se non corriamo però ai ripari, impedendo con tutti i mezzi che la plastica venga dispersa nell’ambiente, rischiamo di avere al 2050 più plastica che pesce (in peso) negli oceani.
Ogni anno l’economia del packaging di plastica perde (dopo un singolo utilizzo), dagli 80 ai 120 miliardi di dollari di valore del materiale, mentre solamente il 14% degli imballaggi in plastica viene raccolto per essere riciclato a livello globale. Questi e altri numeri sono contenuti nel rapporto uscito nel 2016 dal titolo: The New Plastics Economy – Rethinking the Future of Plastics, (Report originale del 2016  ) il più corposo rapporto mai prodotto sull’economia delle materie plastiche, frutto di un lavoro collaborativo di tutti i soggetti che formano la catena del valore del comparto (produttori e trasformatori di materie plastiche e imballaggi, operatori della raccolta e riciclo, autorità e organizzazioni non governative, ecc).  I principali contenuti di questo report sono stati inglobati nel piano di azione coreelato: The NPE: Catalysing Action  pubblicato successivamente nel dicembre 2017.

Abbiamo già in precedenza parlato dei principali dati di fatto emersi dal rapporto nell’articolo dal titolo Plastica unita contro il marine litter ma anche contro le sue soluzioni e anche delle soluzioni inizialmente prospettate in un secondo approfondimento: Plastica: anche per gli imballaggi la sostenibilità non può attendere. Dal lavoro compiuto nella redazione del report è nato un progetto omonimo della durata di quattro anni al quale hanno aderito oltre 40 soggetti per lo più industriali che ha collaborato alla stesura del piano di intervento Catalysing Action.
Il piano di azione identifica tre strategie di intervento basate su: riprogettazione, riuso e riciclo. Vediamo in questo approfondimento in cosa consistono le azioni proposte nel campo della riprogettazione e del riuso. La strategia dedicata al riciclo si trova invece a questo link.

ellen_Social-Asset-Resized
Le strategie, ciascuna mirata ad uno specifico segmento del mercato del packaging, prevedono una serie di possibili azioni che il piano illustra nel  dettaglio accompagnate da casi studio e stime sui vantaggi economici che ne possono conseguire. Le tre strategie sono complementari e sovrapponibili anche come soluzioni. Dalla riprogettazione del packaging e/o dei modelli distributivi si possono ottenere più soluzioni che interessano una stessa tipologia di imballaggio. Ad esempio un imballaggio originariamente non riciclabile può venire dematerializzato (detergenti contenuti in cartucce che si dissolvono in acqua, vendita alla spina), essere sostituito da una versione riutilizzabile, oppure da una riciclabile. L’aspetto innovativo di questo dettagliato piano di intervento, che lo rende unico rispetto a quanto prodotto in passato, è l’aver portato all’attenzione dell’industria la necessità di un intervento sistemico basato sulla soluzione di problemi “a monte” nella fase di progettazione.  La riprogettazione suggerita dal piano, infatti, non si limita all’imballaggio, ma investe anche, e soprattutto, la progettazione dei delivery models o modelli distributivi prima accennati. Persino il mondo aziendale più impegnato a livello di di sostenibilità ha difatti focalizzato il proprio impegno principalmente sul riciclo ,saltando le opzioni prioritarie della gerarchia europea di gestione dei rifiuti – prevenzione e riuso – che sono invece le più efficaci e determinanti ai fini di un disaccoppiamento tra crescita economica e consumo di risorse naturali e di una mitigazione del riscaldamento climatico.

L’imballaggio del futuro non può che essere riutilizzabile

Mentre i rifiuti da imballaggio continuano ad aumentare, complice un aumento dei cibi confezionati tra piatti pronti, prodotti di quarta gamma e confezioni sempre più piccole,  non appare all’orizzonte alcun piano di prevenzione che fissi obiettivi stringenti di riduzione, riuso e riciclabilità per il packaging.

Come forse non tutti sanno non esiste in Italia un sistema di leve fiscali che incentivi le aziende utilizzatrici di packaging a scegliere imballaggi facilmente riciclabili, o realizzati con materia prima seconda o, ancor meglio, riutilizzabili. Pertanto spesso accade, e non solamente in Italia,  che  siano esclusivamente le ragioni del marketing ad avere la meglio quando si tratta di progettare un nuovo imballaggio.

Tuttavia l’aggravarsi di problemi ambientali come l’inquinamento diffuso, il riscaldamento climatico e la scarsità di risorse naturali, solamente per citarne qualcuno, rende più urgente che mai l’abbandono dell’attuale sistema economico lineare a favore di un sistema economico circolare e rigenerativo. Il nostro modello produttivo e di consumo è prevalentemente basato sullo spreco dell’usa e getta se consideriamo che il 90% circa delle materie prime grezze utilizzate nei processi produttivi diventa rifiuto già in fabbrica e che l’80% dei prodotti viene buttato via entro i primi sei mesi di vita.

Il riuso dei materiali, oltre ad essere una componente essenziale delle politiche ambientali europee sull’efficienza delle risorse e del pacchetto per l’economia circolare,  è oggetto di iniziative pubbliche e di nuovi (o rivisitati) modelli di business perché offre nuove efficienze operative e scenari di crescita economica. Sono diversi gli studi usciti negli ultimi anni che hanno stimato il potenziale economico che può derivare da un’applicazione di modelli economici circolari e un impulso importante è stato dato, in particolare dagli studi pubblicati dalla Ellen McArthur Foundation in collaborazione con il McKinsey Center for Business and Environment.

Quale opzione di imballaggio può maggiormente rispondere ai criteri di circolarità se non l’imballaggio riutilizzabile? Il riutilizzo infatti allunga il ciclo di vita del packaging e garantisce un uso efficiente delle risorse visto che il consumo di materie prime viene significativamente ridotto.
Perchè non mettere quindi  a regime su larga scala, e incentivare attraverso leve fiscali, alcune delle esperienze di riutilizzo già messe in pratica da alcune aziende con ottimi risultati, e nonostante le barriere esistenti?

L’industria del packaging riutilizzabile contribuisce alla costruzione di modelli di economia circolare che spingono ad una collaborazione proficua tutti gli attori della supply chain. Attraverso il riuso vengono mantenute più a lungo nel tempo  le prestazioni e il valore economico del packaging, si riducono i costi di approvvigionamento di nuovo materiale e si evita che gli imballaggi diventino rifiuti dopo un solo utilizzo.

La piattaforma europea Reloop ha pubblicato lo studio The Business Case for Reusable Packaging che analizza alcuni casi di successo internazionali del settore B2B che può essere scaricato qui.
La diffusione dell’imballaggio riutilizzabile, in Italia, è oggi particolarmente concentrata nel settore B2B (Business to Business) tra secondari e terziari: dalla cassetta in plastica per l’ortofrutta, all’interfalda per il trasporto delle bottiglie, ai pallet.
Per quanto riguarda il settore ortofrutta il 50% delle movimentazioni di merci nel settore della Grande Distribuzione avviene in cassette di plastica riutilizzabili quando, secondo il nostro partner tecnico Eurepack (European Reusable Packaging & Reverse Logistics Consortium) si potrebbe facilmente arrivare ad una copertura del 75% interessando anche altri settori merceologici del fresco oltre all’ortofrutta. Un progetto importante per portare il sistema delle cassette ortofrutta riutilizzabili anche nei mercati rionali arrivato ad una fase di sperimentazione a Torino non è decollato per mancanza di sostegno politico e di collaborazione da parte dei produttori di ortofrutta e loro intermediari.
Qualora ci fosse la volontà politica e aziendale, l’imballaggio riutilizzabile potrebbe conquistare nuove e importanti quote di mercato anche nel settore Business to Consumer (B2C). Abbiamo recentemente raccontato del progetto berlinese Tiffin Project, che prevede l’acquisto di cibo da asporto in un contenitore a rendere e delle misure legislative che renderebbero possibile un ritorno del vuoto a rendere per latte e bevande individuate da Reloop nel documento Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers. Un progetto attivo in Svizzera denominato reCIRCLE sta rendendo più sostenibile il consumo di cibo da asporto. In due anni, più di 400 ristoranti in tutta la Svizzera stanno già utilizzando i 70.000 contenitori riutilizzabili di ReCircle. Una soluzione vincente che previene gli sprechi e fa risparmiare i ristoranti, ma anche le municipalità che devono gestire sempre maggiori quantità di rifiuti dovuti al cibo da passeggio, da asporto e agli acquisti online. Il sito spiega come funziona il sistema e Zero Waste Europe ha dedicato una pubblicazione a questo caso studio.

Persino per un settore come quello del commercio online, che poteva sembrare un contesto di difficile adozione per un sistema riutilizzabile, è attivo dal 2011 in Finlandia un progetto che ha dimostrato di poter essere implementato ovunque.

Il piano d’azione   The New Plastics Economy: Catalysing action realizzato dal  World Economic Forum e dalla Ellen MacArthur Foundation rivela che un’azione concertata da parte dell’industria potrebbe portare a riutilizzare o riciclare il 70% di tutti gli imballaggi in plastica che oggi non supera il 14%. La prima parola d’ordine del rapporto, che indica una strategia di transizione per l’industria globale delle materie plastiche mirata alle diverse tipologie di packaging, è la riprogettazione. La seconda parola d’ordine è il riuso che sarebbe proficuamente estendibile ad almeno il 20% in peso degli imballaggi sul mercato per un valore economico di circa 9 miliardi di dollari. Questo significa che un 20% degli imballaggi monouso può essere sostituita da opzioni riutilizzabili e da sistemi di erogazione basati su ricarica di prodotto, sia nel settore B2B che B2C. Le possibili applicazioni possono toccare tutti i settori dei beni di largo consumo, dall’alimentare, alla cosmetica, alla detergenza, ecc. Il primo nostro approfondimento sul piano NPE: Catalyzing Action dedicato a due delle 3 strategie: Riprogettazione e Riuso si trova qui.

REPACK L’IMBALLAGGIO RIUTILIZZABILE PER L’E-COMMERCE

Per affrontare anche in questo segmento l’aumento del packaging la start up finlandese Repack ha lanciato nel 2011 un sistema che rende possibile ricevere merce ordinata online in un imballaggio riutilizzabile. Le aziende che aderiscono al sistema sviluppano con RePack la tipologia e i formati più adatti alle merci che vendono. Al cliente che richiede un imballaggio riutilizzabile viene addebitato un piccolo importo/cauzione. Una volta che il cliente riceve l’ordine per ottenere l’accredito della cauzione deve semplicemente inserire l’imballaggio  in una buca delle lettere senza nulla pagare (vedi video). Al momento la percentuale di restituzione delle confezioni arriva al 95%.
Gli acquisti effettuati con RePack vengono incentivati con un buono sconto che può essere speso presso le oltre 35  aziende di E-commerce che hanno aderito alla piattaforma.
Gli imballaggi di RePack sono realizzati con materiale riciclato, e possono essere riusati almeno 20 volte. Uno studio LCA scaricabile dal sito ha stimato che l’impronta ecologica degli imballaggi riutilizzabili di RePack è del 50% inferiore rispetto ad equivalenti versioni monouso.  Anche in Italia dove lo shopping sulla rete è cresciuto e, a sentire l’Istat, ha conquistato un italiano su due, un sistema simile dovrebbe entrare di diritto in un piano di prevenzione rifiuti nazionale insieme all’adozione di imballaggi riutilizzabili in gran parte del comparto B2B. Misure come l’incentivazione di imballaggi riutilizzabili deve essere parte di un contesto legislativo nazionale di promozione dell’economia circolare se si vuole promuovere la nascita di nuovi modelli economici circolari e incidere sulle emergenze rifiuti di tante città, e a cominciare dalla capitale. La Banca mondiale ha stimato un aumento medio dei rifiuti prodotti a livello globale al 2050 pari al 70% .

repack-text

Responsabilità estesa del produttore = deposito su cauzione

Clarissa Morawski di CM Consulting e Managing director delle piattaforma europea Reloop spiega in un recente articolo perchè il deposito su cauzione per i contenitori di bevande è da considerarsi un sistema efficace e conveniente per le aziende che devono assolvere  al principio della Responsabilità Estesa del Produttore o EPR (1)

Se vi descrivessi un sistema di gestione del fine vita di un prodotto che ha stimolato la progettazione ecologica, creato un canale per garantire la logistica di ritorno, aumentato il tasso di riciclaggio, e tutto questo a spese del produttore, non lo definireste come un esempio di responsabilità estesa del produttore?

Più di due decenni fa, Thomas Lindhqvist, un professore svedese di Economia Ambientale* ha coniato il termine responsabilità estesa del produttore, o EPR (Extended Producer Responsability) . Gli obiettivi dell’EPR erano duplici: in primo luogo affrontare il crescente problema della produzione eccessiva di rifiuti, e in secondo luogo, stimolare una progettazione ecocompatibile dei prodotti e delle loro filiere produttive. A quel tempo, Lindhqvist aveva definito l’EPR come una strategia di protezione ambientale che rende i produttori responsabili dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti e in particolare per il ritiro a fine vita, il riciclo e lo smaltimento finale.

CASI DI SUCCESSO PER BOTTIGLIE E LATTINE

I sistemi di deposito su cauzione per imballaggi di bevande che sono stati introdotti in Svezia, Finlandia, Germania, Estonia, Lituania e Norvegia hanno raggiunto quei risultati che Lindhqvist aveva immaginato. Lo stesso vale per i sistemi di successo gestiti dai produttori di bevande in Nord America: in Quebec, Oregon e Michigan, solo per citarne alcuni. In tutti questi esempi, l’industria delle bevande si è assunta l’obbligo, ma anche il potere di poter gestire al meglio il sistema riducendone i costi.

Quale altro programma di EPR esistente per i contenitori di bevande al di fuori del cauzionamento è in grado di intercettare fonti costanti di plastica pulita per fare nuove bottiglie, di ridurre in maniera significativa l’impronta di carbonio dei contenitori e infine fornire sufficiente materiale post consumo per raggiungere gli obiettivi percentuali di materiale riciclato che deve essere contenuto nei manufatti?.

Quindi il deposito su cauzione potrebbe rappresentare un modello esemplare di EPR, giusto?

A quanto pare non lo è per tutti. Nel 2014, la Commissione europea ha pubblicato un manuale guida sull’ EPR. La prima tabella della relazione presentava una panoramica dei sistemi di EPR esistenti nel 2013 nei 28 Stati membri dell’UE per gli imballaggi e altri beni senza menzionare i sistemi di cauzionamento. Nonostante l’EPR venga definito come “qualsiasi sistema o regime istituito da uno o più produttori in applicazione al principio dell’EPR” il rapporto si limitava a indicare il cauzionamento nella categoria “altri strumenti di policy”.

Anche il programma Product Stewardship Institute (PSI) negli Stati Uniti, esclude i sistemi di deposito su cauzione nella sua mappatura dei programmi di EPR esistenti. Il gruppo ha comunque commentato sul tema, affermando “c’è un dibattito in corso sul fatto che il cauzionamento per le bottiglie sia una forma di EPR : alcuni ritengono di si altri lo vedono come un precursore delle politiche di EPR.” Che cosa vuol dire?

Un punto di vista ‘purista’
Ho sentito sostenere che, poiché l’obbligo di solito ricade sulle spalle di distributori e grossisti, il deposito su cauzione non può essere considerato un sistema di EPR. Questa asserzione riflette una convinzione “purista” che ritiene che se l’EPR non rende direttamente responsabili i produttori della gestione del fine vita, non esiste quel meccanismo che incentiva l’ecodesign dei prodotti. Anche se apparentemente l’affermazione potrebbe avere un suo senso, l’esperienza ha dimostrato invece che aziende a valle nella catena di fornitura, come i rivenditori e i distributori, hanno invece il potere di influenzare un cambiamento nel design degli imballaggi.
Un esempio è quello di Walmart il più grande retailer del mondo che ha introdotto nel 2006 la Packaging Scorecard che è il perfetto esempio della potenzialità che un’entità a valle può avere nell’ indurre un cambiamento nella sua catena di fornitura globale a monte. La Packaging Scorecard è una vera e propria scheda di valutazione, volta a classificare gli imballaggi in funzione della loro sostenibilità. I buyer di Wal-Mart sono in grado di indirizzare i propri acquisti verso fornitori che vantano punteggi migliori. Questi ultimi dispongono, a loro volta, di uno strumento d’ingresso in più che incentiva la sostenibilità.(2)

Coca-Cola offre un altro esempio che dimostra come siano i distributori ad avere in realtà maggiormente il controllo e la responsabilità della gestione del fine vita degli imballaggi dei produttori. Nel caso della Coca-Cola infatti mentre il produttore si occupa di fare lo sciroppo tutto il resto delle attività, inclusa la scelta del packaging e il confezionamento viene svolto dai distributori. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, sono i distributori che decidono in merito al packaging delle bevande alcoliche in quanto viene proibito per legge ai produttori di occuparsi delle fasi di commercializzazione.

I sistemi di cauzionamento possono avere impatti positivi sul design dei prodotti, dal momento in cui un gestore centralizzato (che opera per conto di distributori o produttori) può avere accesso a flussi di plastiche pulite che possono diventare altre bottiglie. In Germania, ad esempio, l’80 % delle bottiglie in PET raccolte attraverso il sistema di cauzionamento è utilizzato nelle applicazioni bottle-to-bottle. In Norvegia, a seguito delle elevate quantità di PET raccolto, è in costruzione un nuovo macchinario per rendere possibile realizzare bottiglie in PET con una percentuale di riciclato pari all’80% .

Lindhqvist, il padre dell’EPR, ha in realtà classificato i sistemi di deposito su cauzione come EPR dedicando un intero capitolo della sua tesi di dottorato, pubblicata nel 2000, all’esame degli alti tassi di raccolta resi possibile dal sistema. Si potrebbe addirittura sostenere che, se non fosse stato per il deposito su cauzione, Lindhqvist non sarebbe mai arrivato a sviluppare una definizione di responsabilità estesa del produttore.

Ma Lindhqvist non è il solo a classificare il cauzionamente come una forma di EPR. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha aggiornato quest’anno il proprio Manuale Guida all’EPR che fa riferimento ai sistemi di cauzionamento in 21 pagine separate. Il gruppo osserva che “L’EPR può essere volontaria o obbligatorio per legge, e … può essere implementata attraverso una varietà di strumenti, come schemi di ritiro per i prodotti o di strumenti economici (ad esempio sistemi di cauzionamento o eco tasse per sostenere i costi di smaltimento), o una combinazione di queste misure. ” La Coalizione Nazionale per il Riciclaggio (NRC) ha adottato la definizione dell’OCSE per l’EPR classificando il cauzionamento come uno strumento di implementazione per EPR.

L’autrice dell’articolo, che può essere letto nella versione originale qui ,conclude la sua argomentazione ribadendo che il cauzionamento rappresenta per le aziende la modalità più efficace e conveniente per assolvere ai loro obblighi di EPR e permettere il raggiungimento di alti tassi di riciclaggio per il loro packaging, riducendo al contempo le quantità di imballaggi disperse nell’ambiente.

Note bibliografiche

*International Institute for Industrial Environmental Economics (IIIEE) Università di Lund.

(1)Responsabilità Estesa del Produttore L’OCSE ha definito la responsabilità estesa del produttore (o EPR Extended Producer Responsibility) come una strategia di protezione ambientale dove la responsabilità del produttore è estesa anche alla fase post-consumer, ovvero all’intero ciclo di vita del prodotto rendendo così il produttore responsabile dell’intero ciclo di vita, in particolare per il ritiro, il riciclo e lo smaltimento finale. Il concetto di Epr è stato introdotto in Italia nel 1997 con il cosiddetto “decreto Ronchi“, che recependo una serie di direttive europee in materia di gestione dei rifiuti e degli imballaggi post consumo sancì, tra l’altro, proprio la nascita del sistema Conai e dei consorzi di filiera ad esso afferenti. Obiettivo: assolvere al principio dell’Epr per conto dei produttori, importatori ed utilizzatori di imballaggi in plastica, carta, vetro, acciaio, alluminio e legno.

(2) Walmart ha perfezionato questo strumento pubblicando nel 2016 The Sustainable Packaging Playbook delle linee guida sulla riciclabilità del packaging che rende la riciclabilità del packaging una condizione incentivante per i potenziali fornitori dell’insegna. Ne abbiamo parlato qui.

Sul tema Deposito su cauzione leggi anche :

Deposito su cauzione: a chi giova la disinformazione?

Deposito su cauzione: anche la Catalogna lo valuta, e l’Italia?  

Il giro del mondo del deposito su cauzione per i contenitori di bevande

Deposito su Cauzione: Coca Cola ci ripensa?

Il deposito su cauzione è vantaggioso per l’ambiente e i Comuni
Deposito su cauzione = economia circolare
Il deposito su cauzione guadagna terreno in Australia
Posticipato nelle Fiandre l’introduzione del deposito su cauzione
Uno a zero per il fronte ambientalista, in Olanda

Il deposito su cauzione è vantaggioso per l’ambiente e i Comuni

Il deposito su cauzione per le bevande è lo strumento più efficace e meno costoso per garantire un fine vita circolare degli imballaggi. Uno studio comparativo lo dimostra.

Mentre sempre più paesi considerano il deposito su cauzione applicato ai contenitori di bevande il mezzo più efficace per ridurre i rifiuti nell’ambiente e aumentare i tassi di riciclo, ci si interroga sempre più frequentemente, e in diversi paesi, sull’impatto che il sistema avrebbe sui Comuni che hanno in essere un programma di raccolta differenziata. Il principale argomento addotto dagli oppositori del sistema è che il cauzionamento, che riguarda la parte più pregiata degli imballaggi, danneggi economicamente  i Comuni. Questo perché,  a seconda del sistema in vigore nei singoli paesi, non incasserebbero i proventi che derivano dalla vendita di questa tipologia di imballaggi e/o il finanziamento che l’industria utilizzatrice di packaging eroga ai Comuni per sostenere la raccolta differenziata, in osservanza del principio della responsabilità estesa del produttore EPR.

In realtà gli studi internazionali che hanno valutato l’impatto economico di un’introduzione del deposito su cauzione, forniscono dei dati eloquenti che smentiscono questa obiezione, come vedremo,  anche se la rilevanza di questo argomento non viene messa in luce con la dovuta importanza nei vari studi. Tali studi sono infatti per lo più focalizzati sulla determinazione dei costi complessivi del sistema: ovvero costo delle RVM, costo della forza lavoro necessaria nei punti vendita della distribuzione organizzata, stima del valore economico degli spazi da destinare alle macchine o come depositi, costo della struttura centrale che deve gestire il sistema e relative  risorse umane necessarie, costo dei trasporti, e via dicendo.

Innanzitutto va spiegato che i contenitori di bevande soggetti al cauzionamento hanno un proprio circuito di consegna per lo automatizzato costituito da macchine di reverse vending (RVM).  Queste macchine, posizionate in genere presso i supermercati, erogano per ogni imballaggio conferito, un buono corrispondente al valore del deposito su cauzione in vigore da spendere nel supermercato. Siccome i contenitori per bevande rappresentano il 40% circa degli imballaggi totali, non doverli gestire significa per i Comuni risparmiare i costi che un loro avvio a riciclo comporta tra raccolta, trattamento e smaltimento. Vanno inoltre messi in conto anche i costi  smaltimento di quella quota di contenitori che non va a riciclo, ma ad incenerimento o discarica perché non intercettata dalla raccolta differenziata. E quindi quali sono i costi di pulizia del territorio per i Comuni  tra svuotamento dei cestini e rimozione del littering per questi contenitori che, nei paesi dove è in vigore il cauzionamento, ben difficilmente si trovano nell’ambiente. La percentuale dei rifiuti da imballaggio ascrivibili infatti ai contenitori per bevande nel rifiuto urbano viene stimata, nella maggioranza degli studi internazionali, intorno al 35/40% in peso. Ad esempio nelle Fiandre delle 7.500 tonnellate di rifiuti conferiti nei cestini o buttati nell’ambiente, che hanno generato nel 2013 un costo di oltre 60 milioni di euro per i Comuni, il 40% era costituito da bottiglie e lattine. Guardando invece al volume, che è un’altra variabile che influenza i costi delle raccolte, le lattine e le bottiglie di plastica  costituiscono il 30% del volume dei rifiuti abbandonati nei Paesi Bassi dove i contenitori di bevande in genere determinano il 50% del volume totale dei rifiuti.

Pertanto siccome la gestione dei contenitori per bevande rappresenta sia una fonte di entrate che di uscite per i Comuni è solamente un bilancio  economico completo che può stabilire se il gioco vale la candela. Uno studio recente europeo che vi presentiamo solamente da queste pagine per l’Italia, offre una base scientifica per stimolare un razionale dibattito sul tema.

Prevenzione e eco-innovazione per un imballaggio circolare

La campagna Meno rifiuti più risorse partecipa alla SERR per ricordare alla aziende che prevenzione fa rima con ecoinnovazione e perché è necessario fare bene da subito (con l’ecodesign) invece che limitare i danni con interventi a posteriori

Non poteva mancare Meno Rifiuti più risorse in 10 mosse alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti -SERR quest’anno dedicata alla prevenzione e riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi. Dal 2012 l’iniziativa presidia il tema con particolare riguardo al ruolo giocato dal mondo industriale perché la prevenzione del rifiuto dipende in larga misura dalle scelte progettuali applicate ai prodotti che le aziende immettono al commercio. C’è stato, dal momento del lancio, un continuo coinvolgimento anche dei cittadini, che hanno espresso sostegno alla campagna firmando la petizione abbinata che ora viaggia verso le 4000 firme. Tra i commenti arrivati dai firmatari è prevalsa la richiesta di poter compiere scelte di acquisto più sostenibili “sotto casa”, senza dover stravolgere la propria routine. Un’offerta di prodotti e opzioni di acquisto sostenibili è una leva imprescindibile per poter passare dal dire al fare. La partecipazione alla SERR sarà l’occasione per il rilancio di una nuova fase di sensibilizzazione per le aziende utilizzatrici di packaging tramite l’invio di comunicazioni personalizzate.

L’iniziativa è quanto mai attuale perché diventa sempre più evidente che la crisi ambientale e climatica può essere affrontata solamente se industria, governi e cittadini collaboreranno, ognuno nel proprio ruolo, per cambiare il modello economico attuale che ne è la principale causa. E’ necessario fare bene da subito (con l’ecodesign) invece che ridurre il danno a posteriori.

Ecco perché la prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare i prodotti (e cicli produttivi) in un’ottica di economia circolare. Dando cioè vita a prodotti che siano efficienti nell’uso delle risorse, non diventino rifiuti dopo un solo utilizzo e che, una volta arrivati alla fine del loro ciclo di vita, le risorse che essi contengono possano essere immesse in successivi cicli economici creando ulteriore valore.

La Commissione Europea ha evidenziato i benefici economici e ambientali che posso conseguire dall’applicazione di politiche incentrate su prevenzione, ecodesign e riutilizzo quantificate in 600 miliardi di euro di risparmi netti per le imprese europee ( pari all’8% del fatturato annuo) e in una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 2-4%.
Purtroppo, nonostante dal 2012 si sia registrata nell’opinione pubblica, nei media e nel mondo aziendale un’accresciuta sensibilità ambientale, non si può dire che ci sia stato un aumento dell’offerta di prodotti e servizi sostenibili.

In coerenza con la gerarchia europea di gestione rifiuti l’iniziativa si spenderà in una nuova fase di sensibilizzazione e promozione del riutilizzo che, dopo la prevenzione del rifiuto attraverso la progettazione ecocompatibile, rappresenta la misura più efficace per ridurre drasticamente l’impatto ambientale degli imballaggi e altri beni.

A questo proposito”- spiega Silvia Ricci responsabile campagne dell’Associazione Comuni Virtuosi – “ci avvaleremo della collaborazione di stakeholders con cui condividiamo l’obiettivo del riutilizzo, a cominciare dal consorzio EURepack , nostro nuovo partner tecnico. Sia nel settore business to consumer con gli imballaggi primari, che nel business to business dove opera EURepack per gli imballaggi secondari e terziari, è possibile convertire al riutilizzo importanti quote di imballaggi a perdere” .

Il riuso dei contenitori, come avveniva con il vuoto a rendere per il vetro, è un’importante opzione che secondo la campagna dei Comuni Virtuosi andrebbe reintrodotta perché il riuso è una componente dellastatiegeld_dettaglio prevenzione del packaging. Il riuso è necessario per controbilanciare il trend di crescita degli imballaggi dovuto a due fattori: una maggiore quantità di prodotti imballati immessi al commercio; una riduzione delle dosi e porzioni – per limitare gli sprechi alimentari- che si traduce in più imballaggio per unità di packaging.

Il deposito su cauzione come fa sapere l’Associazione sul suo sito, si sta affermando nella teoria e nella pratica come un sistema valido sotto il profilo costi/benefici. Viene a questo proposito citato uno studio recente condotto dalla piattaforma europea Reloop in cui sono stati analizzati 20 studi sull’impatto economico e la fattibilità del cauzionamento. Un caso recente, che confermerebbe le conclusioni dello studio è quello  della Lituania dove i produttori hanno preferito introdurre un deposito su cauzione da loro gestito, piuttosto che pagare alle municipalità le spese di raccolta dei contenitori a fine vita, secondo il principio dell’EPR (responsabilità estesa del produttore). Affidare all’industria la gestione della raccolta degli imballaggi e la loro valorizzazione economica a fine vita potrebbe rappresentare, sempre secondo l’Associazione, la scelta vincente per ottenere un mercato degli imballaggi più circolare anche in Italia.

Esiste una relazione tra il deposito su cauzione, il riutilizzo dei contenitori e l’economia circolare applicata alla gestione degli imballaggi” -continua Silvia Ricci- “L’introduzione del deposito su cauzione degli imballaggi monouso garantisce ritorni economici ed ambientali importanti diretti e indiretti . Rende possibile il ritorno quasi totale di materiale di qualità rispetto dell’immesso al commercio, sottrae all’ambiente e ai cestini stradali un 40% dei rifiuti totali costituiti da imballaggi di bevande, riduce le spese di gestione rifiuti dei Comuni, ma non solo. Come suggeriscono studi europei se in abbinamento al cauzionamento si applicassero dei contributi ambientali per la gestione del fine vita degli imballaggi a perdere e si stabilissero degli obiettivi di riutilizzo per l’industria del beverage, si potrebbe arrestare il declino del sistema refill e ampliare la quota di imballaggi che vengono riutilizzati più volte. Se consideriamo che i modelli di business circolari sono essenzialmente locali si aprono nuove possibilità di adozione del sistema refill dei contenitori per aziende che hanno una distribuzione diretta al consumatore finale (famiglia o esercizio commerciale che sia)”.

RecyClassAnche secondo l’Osservatorio dell’Associazione sul riciclo degli imballaggi è in atto un crescente processo di ingegnerizzazione dei materiali a discapito della riciclabilità. Aumenta di fatto l’impiego di prodotti multilayer costituiti da materiali eterogenei tra loro, così come di etichette coprenti e altri accessori dell’imballo difficilmente separabili come i tappi. Per non parlare di additivi opacizzanti e coloranti, che hanno contribuito a far raddoppiare i costi di produzione del riciclato in PET rispetto a 10 anni fa. Due esempi applicati al PET portati dall’associazione, rendono l’idea del fenomeno. Il mercato richiede grandi quantità di PET trasparente per poi colorarlo. Di conseguenza si creano degli squilibri sia nell’approvvigionamento di PET trasparente riciclato (troppo poco) che nei mercati di sbocco delle plastiche riciclate con un aumento di PET riciclato colorato. Un surplus di PET colorato si riversa sul mercato del colorato e mette in crisi i produttori di granulo riciclato ricavato dai flaconi in polietilene ad alta densità HDPE. Un secondo esempio riguarda le etichette integrali o sleeve applicate ai contenitori. L’azienda campana Erreplast per tornare alle rese di 15 anni fa, prima che queste etichette invadessero il mercato, ha dovuto investire 1,5 milioni di euro in una linea per eliminarle all’inizio del ciclo. Uno studio USA ha quantificato in 2/4 centesimi di dollaro i maggiori costi di gestione per il riciclo di bottiglie con sleeves per ogni 500 grammi di prodotto lavorato.

Un esempio di nudge (o spinta gentile) che dovrebbe essere immediatamente accolto in Italia -continua Silvia Ricci- arriva dal gigante del retail Walmart che si è impegnato per arrivare all’obiettivo zero waste per tutti i prodotti commercializzati che si estende dalla loro fase di produzione/coltivazione alla fase del fine vita. In collaborazione con l’associazione dei riciclatori americani APR ( Association of Plastic Recyclers) ha lanciato recentemente The Sustainable Packaging Playbook un documento di 20 pagine indirizzato ai suoi fornitori contenente le linee guida per l’ecodesign del packaging. La sostenibilità del packaging è uno dei parametri del Walmart Sustainability Index che ha l’adesione di oltre 3000 fornitori dell’insegna che possono così contare sul 70% del volume di acquisti totale del retailer a loro riservato“.

Leggi anche il nostro approfondimento sempre dedicato al tema.

E’ l’ecodesign che fa l’imballaggio circolare

Non poteva mancare Meno Rifiuti più risorse in 10 mosse alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti SERR quest’anno dedicata alla prevenzione e riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi.  Dal 2012 la nostra campagna a lungo termine presidia il tema con particolare riguardo al ruolo giocato dalle aziende che, ben prima del momento in cui il cittadino si trova a maneggiare i rifiuti, hanno determinato con le scelte progettuali applicate ai prodotti che immettono al commercio, gran parte del loro impatto ambientale.
Anche i cittadini, resi consapevoli dalla campagna sulle problematiche, ma anche sulle soluzioni associate al consumo di imballaggi, hanno espresso un supporto all’iniziativa firmando la petizione abbinata che ora viaggia verso le 4000 firme. L’iniziativa è quanto mai attuale perché diventa sempre più evidente che la crisi ambientale e climatica può essere affrontata solamente se industria governi, e cittadini collaboreranno, ognuno nel proprio ruolo, per cambiare il modello economico attuale che ne è la principale causa. E’ necessario fare bene da subito (con l’ecodesign) invece che ridurre il danno a posteriori.

Ecco perché la prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare i prodotti (e cicli produttivi) in un’ottica di economia circolare. Dando cioè vita a prodotti che siano efficienti nell’uso delle risorse, non diventino rifiuti dopo un solo utilizzo e che, una volta arrivati alla fine del loro ciclo di vita, le risorse che contengono possano essere mantenute in successivi cicli economici creando ulteriore valore.
“Una buona progettazione dei prodotti e l’ecodesign sono i prerequisiti per assicurare una vera transizione a un’economia circolare. Questo perchè si permette così all’energia incorporata nei prodotti di rimanere efficacemente nel sistema più a lungo preservando il valore dei materiali e consentendo un’economia circolare resiliente che crea posti di lavoro locale. I prodotti che non possono essere riusati, riparati, disassemblati, ricondizionati, e a fine vita compostati o riciclati,  dovrebbero essere riprogettati, oppure progressivamente eliminati dal mercato.“(1)

Le mosse seguenti, sulla base di esempi concreti, chiedono ai produttori e utilizzatori di imballaggi di eliminare “errori progettuali” incompatibili con il riciclo, che causano l’attuale spreco di materia della filiera, l’imballaggio eccessivo e il ripristino del vuoto a rendere e del deposito su cauzione. Alla GDO chiedono, tra le altre cose, l’adozione di contenitori riutilizzabili per il trasporto delle merci, la possibilità di acquistare prodotti sfusi, una maggiore presenza di prodotti sostenibili nell’assortimento e una loro conseguente promozione rispetto al resto dell’offerta a scaffale. In occasione della SERR partirà una nuova fase di promozione verso le aziende con l’invio di comunicazioni personalizzate. (LEGGI IL COMUNICATO STAMPA INVIATO AI MEDIA)

Purtroppo, nonostante dal 2012 si sia registrata nell’opinione pubblica, nei media e nel mondo aziendale un’accresciuta  sensibilità ambientale, non si può dire che ci sia stato un aumento dell’offerta di prodotti e servizi sostenibili. Una delle cause risiede nella mancanza di un quadro normativo che rimuova le attuali barriere- a livello nazionale ed europeo- che impediscono l’adozione di modelli business circolari e che  metta in essere, allo stesso tempo, le opportune leve fiscali per promuoverli. Tuttavia, esperienze europee come quella olandese , insegnano che si può già partire con dei progetti pilota che coinvolgano gli stakeholder più lungimiranti e motivati di una determinata filiera produttiva. Ad esempio il potenziale che è racchiuso nel Green Public Procurement è un punto di partenza importante per l’economia circolare su cui l’Olanda sta sperimentando.

RIUTILIZZO CHIAVE DI VOLTA DELL’ECONOMIA CIRCOLARE
4-erreTornando al tema della SERR se guardiamo alle azioni prioritarie della gerarchia europea per i rifiuti,  il riuso dei contenitori non è promosso e valorizzato come sarebbe necessario, sia nel settore business to consumer con gli imballaggi primari, che nel business to business tra imballaggi, primari, secondari e terziari. L’opzione “usa e getta” è, purtroppo, prevalente in quanto economicamente più conveniente per il mondo industriale. Questo perché è essenzialmente fondata sull’esternalizzazione dei costi, sia sull’ambiente che sull’utente finale, che sostiene la maggior parte del costo economico causato dal fine vita di questa opzione.
Il riuso dei contenitori, come avveniva con il vuoto a rendere per il vetro, non ha al momento grandi possibilità di venire ampliato o reintrodotto  per quelle bevande che da tempo sono passate ad altri contenitori a perdere tra lattine, plastica o brick in tetrapack. Il motivo sta nella forte opposizione da parte del’industria del beverage (e delle materie prime), che si oppone persino all’introduzione del deposito su cauzione ,nonostante sia l’unico sistema che garantisca un ritorno di oltre il 90% dei contenitori. Tuttavia la dimostrazione della validità del sistema sotto il profilo costi/benefici è stato certificato da uno studio recente condotto dalla piattaforma europea Reloop  in cui sono stati analizzati 20 studi usciti sull’impatto economico e la fattibilità del cauzionamento. Che ci sia del vero nelle conclusioni di questa analisi lo dimostra il recente caso della Lituania dove i produttori hanno preferito introdurre un deposito su cauzione da loro gestito,  piuttosto che pagare  le spese di raccolta dei contenitori a fine vita, secondo il principio dell’EPR.
L’introduzione del deposito su cauzione degli imballaggi monouso, oltre a garantire il riciclo quasi totale rispetto dell’immesso al commercio (e i benefici che ne derivano)  racchiude in sè un’altra potenzialità. Il cauzionamento potrebbe creare le condizioni per un ritorno del sistema di riutilizzo delle bottiglie, che in Italia avviene ancora solamente nel settore delle acque minerali o della birra. Più alta è infatti l’adesione dei produttori e delle marche al sistema refill, è più diventa possibile raggiungere quelle economie di scala (locali)  che renderebbero il riutilizzo dei contenitori economicamente sostenibile. Lo suggerisce sempre Reloop  in un documento che individua tre strumenti legislativi che, applicati in tandem, possono contrastare il declino del sistema refill per le bottiglie : 1) deposito su cauzione obbligatorio; 2) applicazione di “green levies” oppure contributi ambientali  per la gestione del fine vita degli imballaggi; 3) determinazione di obiettivi di riutilizzo da perseguire per l’industria.

Anche se il passaggio alla sporta riutilizzabile non è ancora avvenuto a livello massiccio, ci sono altri sacchetti usa e getta, come quelli impiegati nei comparti ortofrutta della GDO, che potremmo sostituire con delle opzioni lavabili e riutilizzabili. La nona mossa rivolta alla GDO richiama  a tale proposito Mettila in rete,  la nostra iniziativa che ha fornito dal 2010 alcuni spunti alla Grande Distribuzione per sviluppare delle proprie soluzioni in tal senso. La sfida di Mettila in rete, che potrebbe ridurre un consumo che vale qualche miliardo di sacchetti ortofrutta , dal momento che un ipermercato può consumarne sino ad un milione e mezzo di unità, è pertanto ancora aperta e più attuale che mai.

Anche nel settore della ristorazione si potrebbero adottare contenitori riutilizzabili, più sostenibili di quello monouso. Sia al posto delle doggy bag per il cibo avanzato al ristorante, che nelle mense scolastiche, come il lunchbox  adottato nelle scuole primarie di Vicenza. Per il cibo da asporto, anche del comparto gastronomia,  c’è il caso dal progetto berlinese Tiffin Project, start up finalista al premio Green Alley Award  da cui prendere spunto. Nei ristoranti aperti dalla start up ci si può portare a casa piatti pronti in un contenitore di acciaio a più comparti fornito dal ristorante , da riportare senza fretta in una seconda occasione.

La diffusione dell’imballaggio riutilizzabile, in Italia, è oggi particolarmente concentrata nel settore B2B tra secondari e terziari: dalla cassetta in plastica per l’ortofrutta, all’interfalda per il trasporto delle bottiglie, ai pallet. Qualora ci fosse la volontà politica e aziendale, l’imballaggio riutilizzabile potrebbe conquistare nuove e importanti quote di mercato, se pensiamo ad esempio alle possibili applicazioni per gli acquisti online. Il pioniere del settore è Repack un servizio lanciato da una start up in Finlandia che prevede l’uso di vari formati di imballaggi riutilizzabili da 20 a 40 volte.
Per quanto riguarda il settore ortofrutta il 50% delle movimentazioni di merci nel settore della Grande Distribuzione avviene in cassette di plastica riutilizzabili quando, secondo il nostro partner tecnico EURepack si potrebbe facilmente arrivare ad una copertura del 75% interessando anche altri settori merceologici del fresco oltre all’ortofrutta. Un progetto importante  di cui vi daremo presto conto si sta sviluppando a Torino per portare il sistema delle cassette ortofrutta riutilizzabili anche nei mercati rionali.

Nudge : quando è il sistema che rende virtuoso il cittadino

Chissà perché quando nel nostro paese si portano all’opinione pubblica, anche attraverso i media, esempi concreti di buone politiche sociali e ambientali che avvengono in Italia o all’estero , l’accoglienza è spesso tiepida. Poco conta che si tratti spesso di modelli vincenti anche sotto l’aspetto economico/occupazionale. C’è di fatto sempre qualcuno, dal fronte politico o industriale (o entrambi) che, sentendosi chiamato in causa per non avere all’attivo gestioni altrettanto virtuose, afferma che questi modelli non sono replicabili.

Tra le motivazioni più frequentemente portate figurano commenti come  : da noi non si può fare, funziona al nord (Italia o Europa, a seconda…), gli esempi portati non sono comparabili alla nostra realtà, serve un cambio culturale, agli italiani manca il senso civico e via dicendo.

A questo punto però, o ci arrendiamo, convincendoci che siamo antropologicamente e geneticamente diversi, e più portati di altri popoli alla corruzione, al fatalismo e alla rassegnazione, oppure proviamo prima a capire quali sono i punti di intervento per cambiare lo stato delle cose come individui, comunità o aziende.

Alcuni spunti interessanti in tal senso li offre la teoria del nudge (“leggera spinta”, o “gomitata”) ai quali principi si sono ispirati  governi e imprese di tutto il mondo. Tutto è cominciato con il libro “The  nudge” di Richard Thaler e Cass Sunstein pubblicato del 2008 (tradotto in Italia come Nudge: la spinta gentile) che illustra quali siano le strategie, basate sulle scienze comportamentali, usate per agire sulla cosiddetta “architettura delle scelte” degli individui. Secondo la psicologia economica, infatti, siamo soggetti a una serie di errori, bias (cioè distorsioni cognitive) ed emozioni che non ci consentono di compiere sempre la decisione migliore per il nostro benessere, anche economico. Proprio per questo le applicazioni di nudge possono spingere le persone, a prendere delle decisioni “migliori” senza costrizioni ma più semplicemente cambiando la modalità di presentazione delle scelte. Lo scopo è quello di cercare di migliorare il benessere delle persone orientando le loro decisioni mantenendo la libertà di scelta. Nel loro libro, Thaler e Sunstein chiamano questo approccio Paternalismo libertario.

LA SPINTA GENTILE PER FARE LA SCELTA “GIUSTA” DI DEFAULT

Una delle sfide più critiche per una transizione verso modelli e stili di vita sostenibili è  come ottenere che le persone facciano la cosa giusta. Ricerche sul comportamento dei consumatori in fase di acquisto effettuate da organizzazioni come GlobeScan o Nielsen rilevano che la maggioranza dei consumatori ha a cuore la sostenibilità e vuole fare la cosa giusta. Purtroppo, il divario esistente tra il desiderio/intenzione e il comportamento quotidiano, raramente  viene colmato.
Mentre campagne o iniziative politiche si sono per lo più concentrate su come ottenere che le persone facciano la cosa giusta, il percorso più proficuo sarebbe quello di fare in modo che la scelta “giusta” da intraprendere sia quella di default e in generale la più facile.
Vecchie e nuove ricerche dell’economia comportamentale hanno infatti appurato che le persone tendono quando messi di fronte a scelte a non abbandonare lo status quo.
Qui si entra nel campo del nudge – la teoria elaborata da Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, economista il primo, giurista il secondo, autori del volume “Nudge, la spinta gentile” che  nasce dall’incontro fra lo studio dell’economia e le scienze del comportamento, ovvero dalla behavioral economics, l’economia comportamentale. Gli autori promuovono un approccio che definiscono paternalismo libertario, basato cioè sulle  conoscenze di economia comportamentale e quindi anche sull’irrazionalità umana per disegnare delle politiche sociali ed economiche che lasciano i singoli liberi di decidere come comportarsi ma allo stesso tempo li inducono a scegliere in modo più vantaggioso per se stessi e/o la comunità.
L’idea di Thaler e Sunstein è semplice ma geniale: per introdurre pratiche di buona cittadinanza, per aiutare le persone a scegliere il meglio per sé e per la società, occorre imparare a usare a fin di bene l’irrazionalità umana. I campi d’applicazione sono potenzialmente illimitati: dal sistema pensionistico allo smaltimento dei rifiuti, dalla lotta all’obesità al traffico, dalla donazione di organi ai mercati finanziari, non c’è praticamente settore della vita pubblica o privata che non possa trarre giovamento dal “paternalismo libertario”.

DONAZIONE DI ORGANI
In America, così come in paesi europei come Olanda, Regno Unito, Germania e Danimarca, la scelta di default non è quella di donare gli organi. Il consenso ad un espianto degli organi deve avvenire attraverso un’apposita procedura (opt-in). Il risultato è che in America si ha il  28% della popolazione donatrice di organi. Questa adesione viene confermata essere la soglia massima raggiungibile dal sistema USA se viene comparata con le percentuali di donatori riportate nella tabella seguente nei paesi prima citati. Al contrario, nei 7 paesi europei dove donare gli organi è l’opzione predefinita, il  98/99 % della popolazione acconsente alla donazione (opt-out). Questi dati rendono l’idea di come il sistema che regola le donazioni possa generare risultati opposti quando ai cittadini viene chiesto di scegliere di non aiutare gli altri a fine vita (opt-out),  oppure di scegliere se farlo (opt-in).

scelta-donazioni

Se si vuole quindi indurre le persone a cambiare bisogna rendere il cambiamento più facile da intraprendere rispetto allo stare fermi. Anche da ricerche che hanno studiato l’utilizzo da parte degli utenti delle opzioni di default dei dispositivi elettronici è arrivata la conferma che la maggioranza delle persone non cambia mai le opzioni di default.

Plastica: anche per gli imballaggi la sostenibilità non può attendere

In vista dell’approssimarsi della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, quest’anno dedicata alla riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi torniamo sul tema oggetto della nostra iniziativa a lungo termine Meno rifiuti più risorse in 10 mosse.
L’iniziativa si rivolge direttamente al mondo aziendale con una serie di richieste improntate all’uso sostenibile delle risorse.

In questo secondo approfondimento dedicato al rapporto The New Plastics Economy: rethinking the future of plastics -il più corposo studio mai prodotto sull’economia della plastica a livello globale-   vengono richiamate le prime tre mosse della nostra iniziativa nella parte dedicata alle soluzioni. La prima parte si trova qui.

La prima mossa chiede alla aziende produttrici di ridisegnare prodotti e cicli produttivi in un’ottica di economia circolare. Una progettazione circolare -o ancora meglio di design sistemico– di un prodotto prende in esame l’intero suo ciclo di vita escludendo alla fonte sprechi di risorse e altri effetti collaterali come la produzione di rifiuti e inquinamento. I modelli economici circolari mantengono il valore originale di un prodotto il più a lungo possibile all’interno di nuovi cicli economici.

Con la seconda e la terza mossa abbiamo analizzato quali modifiche sia necessario applicare al design per evitare che imballaggi, seppur realizzati in una plastica pregiata come il PET finiscano sprecati, oppure impiegati in applicazioni di minor valore come la produzione di pile (down cycling). In questo post abbiamo raccontato quali sono gli imballaggi fortemente problematici ai fini del riciclo ( in costante crescita) basandoci anche  sugli allarmi lanciati dalle associazioni dei riciclatori.
Il comparto del riciclo viene messo da tempo in difficoltà da un insieme di fattori ai quali si aggiunge un aumento dei costi nei processi di riciclo dovuto ad un design che insegue le sirene del marketing e non considera il fine vita degli imballaggi. I riciclatori sono  già alle prese con le difficoltà create dal basso prezzo del petrolio che rende più conveniente l’impiego di plastica vergine, e la mancanza di un mercato per le materie prime seconde.  Uno studio USA ha quantificato  i maggiori costi di gestione per il riciclo di bottiglie con sleeves (etichette coprenti) in un costo che varia dai  2 ai 4 centesimi di dollaro per ogni 500 grammi di prodotto lavorato. In generale,  negli ultimi 10 anni, si è verificato un raddoppio dei costi di produzione per il riciclato in PET.

In questo interessante video dibattito avvenuto durante l’ultimo evento del  WEF- World Economic Forum nel 2016 a Davos sul tema : Rethinking Plastics, il Ceo di Suez , Jean-Louis Chaussade si chiede perchè il mercato richieda PET trasparente per poi colorarlo e compromettere o complicare  le successive fasi di riciclo. I partecipanti sono stati: Ellen MacArthur (Fondatrice dell’Ellen MacArthur Foundation), Dominic Kailash Nath Waughray e Oliver Cann (WEF),  Jean-Louis Chaussade (Suez).
L’Italia che rappresenta il secondo paese europeo nella domanda di materie plastiche non è ovviamente risparmiata da questo trend. Lo testimonia il caso dell’azienda Erreplast che ha dovuto investire 1,5 milioni di euro dotandosi di una tecnologia chiamata Delabeler linea per eliminare le sleeves dalle bottiglie e tornare ai livelle di resa di 15 anni fa. Le sleeves che vengono rimosse in quanto interferiscono con il riciclaggio delle bottiglie in PET trasparente sono realizzate in PVC, PET, e polistirene. Possono invece essere riciclate con le bottiglie solamente le sleeves con le specifiche tecniche indicate dai riciclatori, ammesso che i produttori di imballaggi li consultino per tempo.

THE NEW PLASTICS ECONOMY : Rethinking the future of plastics 
Un rapporto e un progetto della durata di tre anni della Ellen McArthur Foundation per l’economia circolare

Il materiale più problematico e sfidante e allo stesso tempo maggiormente utilizzato in tutte le sue varianti e possibili combinazioni con altri materiali è la plastica o meglio le plastiche.
Una gestione inefficace del fine vita delle plastiche- anche nei paesi industrializzati- unita alla disastrosa gestione dei rifiuti da parte di 5 paesi asiatici ( responsabili del 55 /65% della plastica dispersa in mare),  sta minacciando gravemente mari ed oceani. Uno studio del 2014 ha stimato che, in mancanza di provvedimenti, avremo al 2025 nei mari, una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesce e più plastica che pesce al 2050. Nuovi studi si aggiungono ogni anno a confermare che tutti gli organismi marini sono vittime dell’ingestione di plastica di varia natura: dai frammenti di fibre sintetiche ingerite dalle larve di pesce ad altre tipologie di plastiche come le microsfere dei cosmetici o frammenti plastici di varie grandezze che diventano il cibo per pesci più grandi.  Le ripercussioni sulla salute dell’uomo saranno inevitabili poiché la quota di plastica che entra nella catena alimentare è destinata a crescere.

Lo studio The New Plastics Economy contiene dati preoccupanti di cui vi abbiamo già raccontato in un primo approfondimento e tutta una serie di aree di intervento che andrebbero esplorate per affrontare le attuali diseconomie del settore. Nel rimandarvi al precedente approfondimento riportiamo solamente un paio di dati e numeri presenti nel rapporto.
L’attuale gestione degli imballaggi in plastica causa su base annuale un danno economico al capitale naturale che supera il valore totale dei profitti generati dal settore. Sotto il profilo economico non va meglio poiché  il 95% del valore del packaging, stimabile in 60-120 miliardi di dollari, si perde dopo un singolo utilizzo.   

ambitions-of-the-new-plastics-economy-20728

Rifiuti: contenitori “intelligenti” per incentivare il riciclo fuori casa

Dal primo gennaio di quest’anno è stato introdotto in Vallonia l’obbligo di effettuare la raccolta differenziata nei posti di lavoro; a distanza di tre anni dal provvedimento preso dalla regione Fiamminga e ad un paio di anni dalla regione di Bruxelles.
Per aiutare le aziende in questo compito Fost Plus ,il corrispettivo del Conai in Belgio, ha sviluppato una piattaforma disponibile in tre lingue a tema raccolta differenziata denominato: La boutique de tri- The sort store- Desorteerwinkel.be.
Si tratta di una piattaforma on line che fornisce ogni tipo di informazione necessaria alle aziende per organizzare la migliore raccolta differenziata possibile, ambiente per ambiente, indicando un percorso passo a passo ricco di utili consigli.

Niente è lasciato al caso, la piattaforma fornisce informazioni sui contenitori disponibili sul mercato, su come identificarli e posizionarli al meglio, aiutando le aziende anche nella scelta di un partner logistico affidabile per la raccolta dei rifiuti differenziati.
Inoltre dalla piattaforma è possibile scaricare gratuitamente materiali di comunicazione mirati al personale, ai visitatori al personale delle pulizie, ma anche acquistare online posters, adesivi, guide per la corretta raccolta differenziata e/o un kit di partenza che contiene una campionatura di tutti i materiali di comunicazione disponibili.
Sotto l’aspetto organizzativo questa iniziativa ricorda molto da vicino la campagna di comunicazione predisposta dai vicini olandesi per accompagnare il divieto di fornitura gratuita di shopper in plastica e bioplastica entrato in vigore nel gennaio del 2016.

L’iniziativa è principalmente rivolta alle imprese, ma anche ad altre istanze per cui vale l’obbligo della raccolta differenziata tra i quali centri commerciali, ospedali, centri ricreazionali di varia natura, ecc
Più di 2.000 organizzazioni hanno richiesto e fruito della piattaforma e dei materiali di Fost Plus. Ogni anno Fors Plus raccoglie da provenienza extra domestica. circa 4.500 tonnellate di PMD un flusso che comprende bottiglie e flaconi di plastica, lattine, imballaggi metallici e cartoni per bevande raccolte in un unico contenitore. Fost Plus collabora inoltre, sempre per l’organizzazione della raccolta riferita a questo flusso, con aeroporti, campeggi, centri di ricreazione e parchi di divertimento.sorteerwinkel

LA DIFFERENZIATA DI FACCIATA

Un esempio di contenitore intelligente può essere sia il contenitore che rende più facile e intuitivo fare il conferimento giusto, come gli esempi nella foto, oppure un sistema che offre un incentivo al conferimento.
Se guardiamo a come viene gestita da qualche anno la raccolta differenziata nelle stazioni italiane, e ci soffermiamo sui contenuti dei sacchi dedicati alla differenziata, risulta evidente che bisogna ripensare totalmente il sistema, sicuramente inefficace per i grandi spazi dove transitano molte persone.

Per il conferimento di carta, plastica, lattine- e a volte vetro- troviamo generalmente nelle stazioni un modello come nella foto composto da palo centrale e 3 o 4 anelli reggisacco.
Tuttavia vuoi per la fretta, la disattenzione o la noncuranza dei viaggiatori, questi sacchi contengono un pot pourri di materiale che poi viene buttato con l’indifferenziato come spiega l’articolo di Eco dalle città.
Che fare ? La prima cosa che viene in mente sarebbe effettuare un’analisi merceologica del rifiuto e delle quantità presenti nei cestini  per i diversi flussi  (anche in relazione ai posizionamenti)  per poi progettare un sistema tarato sugli esiti di questa indagine. Lo stesso dicasi per decisioni come: quale tipologia di cestini/contenitori adottare, quali dimensioni e quantità richiedere e come posizionare questi contenitori.
Prendiamo come esempio i rifiuti cartacei. Un tempo i viaggiatori si portavano appresso quotidiani e riviste che lasciavano sul treno o buttavano in stazione. Oggi portatili, tablet e smartphone hanno in parte sostituito il materiale cartaceo e questo dato deve essere preso in considerazione.

Una volta deciso quali materiali intercettare i contenitori vanno differenziati il più possibile tra loro in modo da prevenire azioni automatiche e distratte da parte dei viaggiatori mentre buttano. Se l’obiettivo è raccogliere carta pulita, e non fazzoletti o tovagliolini usati, il contenitore con la fessura suggerisce ai distratti il materiale da conferire. Se poi si scrivesse carta pulita il messaggio arriverebbe ancora più chiaro.